Ajello: la parabola di Colletti De Giovanni: pochi si svegliarono Franchi: non un voltagabbana

Dalla sinistra all'Unto del signore la parabola d'un filosofo laico 

I trascorsi estremistici, la pubblicistica comunista; poi l' "Intervista storicofilosofica" e le contestazioni subite nel ‘77 

NELLO AJELLO 

Lucio Colletti è stato uno studioso di filosofia per il quale non sembra eccessivo usare l'aggettivo «insigne». Prima di darsi alla vita parlamentare, schierandosi a destra in maniera decisa e inopinata, è stato sull'«Espresso» e successivamente sul «Corriere della sera» un articolista informato, pungente, spesso persuasivo anche per chi non ne sposava le tesi. Ma soprattutto, da un decennio in qua, ha rappresentato per quanti gli erano amici da sempre un «caso» non facile da spiegare. Diciamo pure un enigma. Intrigante. Patetico. Tenero, perfino.
Non sono pochi gli intellettuali che, nati e formatisi a sinistra, sono saltati dall'altra parte. Lui, pur rientrando nella schiera, non somigliava a nessuno di loro. E a fare la differenza non era soltanto una questione di livello intellettuale. Il «salto» non aveva modificato il suo carattere, insieme bonario e perentorio. Non ne aveva risentito la sua lucidità. Non s'era attenuato il suo gusto per il sillogismo disarmante. Il parlamentare di Forza Italia Lucio Colletti ha criticato fino a ieri i suoi compagni di cordata e colleghi di partito con lo stesso tono, fra amaro e aggressivo, che aveva adoperato da giovanissimo nello spiegare ai membri dell'intellighenzia togliattiana (di cui faceva parte) l'essenza delle lezione di Marx ad uso dei suoi seguaci del ventesimo secolo. Si ricordano ancora certi articoli da lui firmati sul settimanale «Il Contemporaneo», segnati da una comprensione prematuramente paterna per chi non sapeva o non capiva o - senza volerlo confessare - «non aveva letto». Lui sapeva di aver letto e mostrava di capire.
Non diverso era il piglio con il quale, negli anni Settanta, commentava l'interminabile, e a tratti disperante, travaglio del Pci: quando portava un dattiloscritto all'»Espresso» sorvegliava con un sorriso divertito l'espressione di chi lo leggeva per titolarlo e metterlo in pagina. Non preveniva le obiezioni. Le attizzava. Qualcuno, allora, gli ricordava certi suoi trascorsi estremistici: per esempio la direzione della rivista «La sinistra», ai cui lettori venne spiegato come si fabbrica una bomba Molotov (ma Colletti teneva a specificare che all'epoca non era più direttore). Ciò gli offriva solo il destro per spiegare, con l'autorità di chi ci è passato dentro, a quali aberrazioni possa condurre l'imperio delle ideologie. Se ne considerava una vittima giovanile.
Colpiva, nella sua conversazione, l'esplicito diletto dell'intelligenza. Fino, talvolta, allo spreco. Fino all'ostentazione, marcatamente romanesca, del potersi permettere tutto. Del non temere nessuno. Chi voglia tuttavia documentarsi sul perché della sua abiura del comunismo ne troverebbe spiegati, con freddo rigore, i motivi in quell'»Intervista storicofilosofica» che Laterza gli pubblicò nel 1977. Quasi in contemporanea, la contestazione studentesca - di cui Colletti fu vittima in prima persona, alla romana Sapienza - gli diede il senso di una gogna immeritata, di un ilare e tragico silenzio della ragione. Andò a insegnare per qualche tempo fuori d'Italia, portandosi dietro - s'immagina - il senso del degrado di cui soffriva il suo paese in quegli anni. Una parola che dominava nei suoi discorsi era «bugia». Ricordo il titolo che Colletti ci suggerì per un intervento sull'"Espresso", nel quale si risaliva alle sorgenti remote degli «anni di piombo»: «Una bugia che si chiama Urss».
Su molti suoi atteggiamenti calava un pessimismo senza remissione. Era stato sempre uno spirito laico, e tale restava. Con la certezza che l'unica tradizione di cui in tal senso potesse gloriarsi l'Italia, quella risorgimentale, fosse svanita insieme allo Stato che ne era l'espressione. A travolgere quel mondo era stato prima il fascismo («un crimine nostrano» di cui erano colpevoli tutti) e poi il prevalere di due culture in qualche modo complementari e complici: quella cattolica e quella comunista. Colletti diffidava degli intellettuali. Li trovava, appunto, succubi delle culture dominanti, soprattutto di quella di sinistra, di cui derideva (sono sue parole) «il populismo querulo e declamatorio», il «ribellismo utopistico». Nel mondo accademico aveva conservato pochi amici: uno era Rosario Romeo. Incontrava a volte Spadolini. Di De Felice aveva stima (anche se non credo lo leggesse con passione): se non altro, l'aveva visto opporsi ad alcune «bugie» che circolavano sulla storia d'Italia.
Questo penso sia stato, in breve, l'antefatto dell'ultimo Colletti ultimo, adepto insospettabile dell'«Unto del Signore». Tanto più insospettabile in quanto la sua allergia per simili unzioni era sempre stata proverbiale. E ancora più sorprendente perché proprio negli ultimi tempi il suo laicismo sembrava raggiungere punte di intransigenza non soltanto verbale: l'anno scorso aveva votato in Parlamento in favore della fecondazione eterologa, dandone spiegazioni di uno scientismo esasperato. Non è il solo caso in cui si sia distinto dai suoi colleghi del Polo. Sulla cui ignoranza, sul cui provincialismo, sullo spirito gregario che li animava, sull'impossibilità di scambiarci qualche parola, s'intratteneva con mesti sorrisi.
Il paradosso Colletti, di cui i suoi amici avevano avuto congrui anticipi lungo i decenni, era diventato una sorta di pascolo giornalistico. Gli aneddoti a sua firma si moltiplicavano. I suoi atti di disubbidienza - innocui, peraltro, come lui sapeva e forse calcolava - facevano notizia: aveva deriso il Giubileo per spirito antipapista, aveva trovato demenziale la scelta di Storace per presiedere la Regione Lazio, criticato il comportamento del governo in occasione del G8 a Genova. L'antico rovello della ragione, fonte di incontentabilità, ora gli si rovesciava addosso, spingendolo a giustificare la propria scelta di campo - e l'insistere su di essa - con argomenti autodenigratori: «Cosa vuoi, ho superato i settantacinque anni, dove pretendi che vada, ad occupare una panchina nei giardini?». Alludeva ad un «volpino» che, se non lo avessero rieletto, avrebbe dovuto portare a spasso (ignoro, di fatto, se abbia mai davvero posseduto un cane). Si tratteneva alla Camera più a lungo del più ossequiente fra i peones berlusconiani. Saranno stati gli scranni di Montecitorio e i divani del Transatlantico i testimoni di qulla sua ansia di annientamento, che veniva da lontano.

La Repubblica
4 novembre 2001 


De Giovanni: compì uno strappo in anni difficili, pochi si svegliarono

«Non ho biasimato il suo passaggio al centrodestra»



MILANO - «Il mio giudizio su Lucio Colletti? Prima di tutto tanto di cappello». Biagio De Giovanni è un filosofo già europarlamentare dei Ds che guarda al professore azzurro appena scomparso con grande rispetto, politico ma soprattutto culturale. «Chapeau a un intellettuale - aggiunge - che ha seguito un suo itinerario. Io non sono mai stato tra quelli che hanno pensato che l’esito finale della sua scelta politica fosse da biasimare». E nell’intervista che segue De Giovanni - oggi professore di Storia dell’integrazione europea all’Istituto orientale di Napoli - argomenta questo suo giudizio. «Colletti - spiega con la voce incrinata dall’emozione - è stato tutto fuorché un opportunista. Ha seguito con rigore la logica del suo ragionamento e tale logica lo ha condotto a un mutamento profondo di collocazione politica, sempre fortemente argomentata dal punto di vista logico-filosofico e dal punto di vista politico. Ebbe inoltre una fortissima capacità di vedere prima del tempo e prima di quanto la stragrande maggioranza - compresi molti di noi - dell'intellettualità italiana legata al Pci fosse in grado di vedere. La sua scelta fu espressione di un percorso direi filosofico, non quella di un intellettuale organico e questo gli va riconosciuto. Compì lo strappo dal marxismo in un tempo - il clima del Sessantotto era ancora nell’aria - in cui il rigore non era di casa tra gli intellettuali». 
Come spiega il distacco? 
«Colletti, nei suoi lavori, sottolineò in particolare l’utopismo di Marx. Il suo ragionamento fu più o meno il seguente: fino a questo momento ho pensato che portando al suo estremo il nesso Hegel-Marx arrivassimo a una teoria scientifica della società contemporanea. Invece mi sono ritrovato con una utopia che volendosi fare valere nella società diventa giacobina, terrore... Questo passaggio nel pensiero di Colletti è chiaro, lineare». 
Quindi Colletti perviene nel suo ragionamento a riconoscere la natura totalitaria del marxismo e approda al campo antitotalitario. 
«Certo. Approda al campo liberale, ma non a quel campo in cui il liberalismo coincide con la "fine della politica", ossia con l’antipolitica. Quando lui scelse il campo del centrodestra lo fece rimanendo sempre se stesso, ossia avendo sempre una grande attenzione alla politica. Io penso che il suo liberalismo non fosse un liberalismo snervato che avesse abdicato a tenere in grande considerazione il governo politico delle società. Non era diventato un liberista selvatico, spontaneista. Colletti fu sempre attento alla teoria del potere e questa è l’altra faccia del suo logismo derivatagli dalla lezione del suo maestro Galvano Della Volpe». 
Ma il suo distacco ebbe influenza tra gli intellettuali o invece passò inosservato? 
«La sua Intervista politico-filosofica , il libro pubblicato da Laterza che segnò il distacco pubblico dal marxismo, conteneva argomenti fortissimi ma rimaneva soprattutto un grande testo di filosofia. Fu una scossa portentosa ma in pochi si svegliarono...». 
Perché? 
«Il suo gesto non ebbe degli emuli perché Colletti era considerato un personaggio appartenente a una corrente minoritaria del marxismo, non dentro quella koiné che aveva creato e sostanziato l’egemonia culturale del Partito comunista. Per essere chiari: Colletti non ebbe alcun contatto con la tradizione storicistico-gramscian-togliattiana alla quale si era abbeverata la parte maggioritaria del marxismo italiano. Per questo motivo, quando parlò di crisi del marxismo pochi lo ascoltarono. Inoltre - ed è questo un aspetto di grande rilevanza - Colletti tagliò i ponti con il marxismo in un momento, agli inizi degli anni Settanta, nel quale invece tutta l’intellettualità italiana si precipitava dentro il marxismo. Da questo punto di vista, lui fu uno che vide con grande anticipo le cose e che soprattutto le vide in maniera non opportunistica». 
Quindi quell’atto di discontinuità compiuto da Colletti è in realtà un atto di coerenza intellettuale? 
«Certo, la sua fuoriuscita dal marxismo nasce sul terreno filosofico e diventa poi schiettamente politica nel senso che tale critica riguarda ovviamente anche la politica che si ricollega all’utopia di Marx. Per Colletti questa utopia è quanto mai pericolosa, lontana da una visione scientifico-liberale della società: se il marxismo è utopia ne deriva una visione della politica come violenza, come esercizio del terrore nel senso giacobino del termine...». 
lfuccaro@corriere.it 
Lorenzo Fuccaro 

Corriere della Sera
4 novembre 2001


Uno scettico controcorrente, mai un voltagabbana 

di PAOLO FRANCHI 


E’ probabile, come dice Emanuele Macaluso, che il principale tratto distintivo della personalità di Lucio Colletti sia stato un profondo scetticismo. Ma se Lucio fu scettico (e anche molto di più) sugli uomini e sulle loro vicende, in specie quelle politiche, non lo fu affatto in tema di princìpi e di idee. Tanto è vero che quando, a cinquant’anni, nel 1974, ritenne giunto il momento di sottoporre alla più radicale delle contestazioni quel marxismo teorico di cui a lungo era stato considerato, e a ragion veduta, uno dei principali esponenti, lo fece cominciando con il sottoporre a critica spietata se medesimo. I libri che aveva scritto, a cominciare da Il marxismo ed Hegel . E quegli insegnamenti impartiti per tanti anni alla Sapienza, che tuttora in tanti consideriamo, nonostante della sinistra hegeliana non ci importi più un bel nulla, un passaggio essenziale, e indimenticabile, della nostra formazione intellettuale e, perché no?, umana. 

Suscitò a sinistra un putiferio paragonabile a quello provocato dai primi libri di Renzo De Felice su Benito Mussolini e il fascismo la sua Intervista politico-filosofica , concessa a Perry Anderson nel ’74 per la New Left Review e pubblicata in versione più ampia da Laterza. Su Rinascita il giovane vicedirettore Fabio Mussi la stroncò con una recensione dal titolo feroce, Addio alle armi , che forse intendeva riecheggiare il togliattiano Vittorini se n’è ’gghiuto e soli ci ha lasciato. 

Ancora più liquidatorii furono i giudizi del manifesto e degli altri giornali della sinistra extraparlamentare. Ma a rendere difficile, contraddittorio e anche vagamente comico il ricorso alla tradizionale liquidazione morale del reprobo contribuì in misura determinante il fatto che l’addio al marxismo Colletti lo pronunciò (caso rarissimo, quasi unico in Italia) quando tutto, ma proprio tutto, a cominciare dalle percentuali elettorali, sembrava invece parlare in favore della sinistra e del Pci. 

Non fu quella, d’altra parte, la sua sola scelta controcorrente. Perché controcorrente e a dir poco scomoda era stata anche l’adesione al Pci: all’inizio degli anni Cinquanta, quando a essere comunisti si pagava dazio, eccome. 

Veniva, Colletti, dal Partito d’Azione; all’università di Messina, dove dapprima insegnò, il suo principale riferimento intellettuale (e lo sarebbe rimasto a lungo) era stato un personaggio quasi dimenticato e tuttavia cruciale nella vicenda del marxismo teorico italiano del Dopoguerra, Galvano Della Volpe. 

Nel Pci Colletti, del tutto estraneo e avverso al filone politico-culturale dominante (riassumibile nell’asse De Sanctis-Labriola-Gramsci-Togliatti), fu marxista rigoroso e severamente antirevisionista. Da marxista rigoroso visse l’«indimenticabile» ’56, l’anno del XX Congresso del Pcus e della denuncia kruscioviana dei crimini di Stalin, ma anche della sanguinosa repressione della rivoluzione ungherese. Fu tra i principali estensori del celebre Manifesto dei 101 , il più importante documento del dissenso intellettuale comunista nell’Italia del Dopoguerra, e di lì a poco lasciò il partito. Ritrovandosi, nel volgere di qualche anno, a criticarlo severamente da sinistra. Il Sessantotto (che non amò, e che non lo amò) lo visse contestando i contestatori dalla sua cattedra alla Sapienza e dirigendo una rivista extraparlamentare che proprio così si chiamava: La sinistra . 

Non durò molto. Il divorzio dal marxismo, come si è detto, era vicino. Fu vicino al Psi di Craxi, ma ne frequentò solo i piani nobili, in particolare il bellissimo mensile Mondoperaio , sulle cui colonne fu protagonista (con Norberto Bobbio e Massimo Salvadori, fra gli altri) di un incalzante attacco al dogmatismo culturale del Pci, che i comunisti non troppo scherzosamente definirono, parafrasando Stalin, «la congiura dei professori». 

Con due altri «professori», Piero Melograni e Saverio Vertone, Colletti (all’epoca editorialista del Corriere ) raccolse nel ’96 l’appello di Silvio Berlusconi, e fu eletto parlamentare indipendente di Forza Italia. Da quel momento (e fino a ieri) è stato, a Montecitorio, il deputato indipendente più indipendente che sia lecito immaginare. Ogni cronista politico a caccia di giudizi taglienti sul Polo, su Forza Italia e sul Cavaliere si è rivolto in questi anni, e sempre con successo, a Lucio Colletti. 

Se oggi scrivessimo che è stato «la coscienza critica» del centrodestra, come qualcuno sicuramente farà, siamo certi che Lucio si metterebbe a sghignazzare, e avrebbe ragione. Perché con i suoi è stato in certi casi caustico e in taluni altri addirittura sprezzante. Ma nei momenti importanti è stato fedele, anzi, disciplinato, come avrebbe detto lui, facendo scherzosamente il verso al lessico cominformista. Ha cambiato radicalmente idea, non ha mai rinunciato al diritto al mugugno. Non ha mai avuto niente a che fare con gli opportunisti e i voltagabbana. Ci mancherà moltissimo. Mi mancherà moltissimo. 


Corriere della Sera 
4 Nov 2001


PROVOCAZIONI / DUE LEADER RACCONTATI DAGLI STORICI 

C'erano una volta Silvio e Massimo 
Berlusconi e D'Alema come in un libro di storia. Nei profili tracciati da quattro studiosi. Ai posteri l'ardua sentenza... 


di Chiara Valentini 

Si possono trattare SENZA UN PO' di faziosità le vicende più recenti, sintetizzando nei libri di testo una storia in pieno svolgimento? Dopo la minaccia di censura agitata da Francesco Storace e la rivolta della cultura progressista, abbiamo voluto fare un esperimento. A quattro studiosi di opposti orientamenti è stato chiesto di scrivere i ritratti dei due protagonisti più discussi di questi anni: Massimo D'Alema e Silvio Berlusconi. Ecco i risultati. 

Luciano Canfora, storico e polemista, docente a Bari ,vicino ai Comunisti Italiani.

Massimo D'Alema. Comunista fin dall'infanzia, si è trovato ancor giovane a vivere l'esperienza straordinaria della "Restaurazione" conseguente alla fine dell'Urss . Come gran parte del gruppo dirigente dell'ex-Pci, scelse una linea di condotta simile a quella adottata dal personale ex-giacobino ed ex-bonapartista dopo la "Restaurazione" del 1815: si scoprì "liberale", cercando di dare, al tempo stesso, a questo termine il significato più nobile possibile. Assunte ,in circostanze impreviste, responsabilità di governo, ritenne necessario dar prova del massimo zelo "atlantico" in politica estera, dando avvio alle azioni di guerra contro la Federazione Jugoslava prima ancora che il Parlamento si esprimesse.

Silvio Berlusconi. Iscritto alla Loggia P2 fondata da Licio Gelli, craxiano della prima ora, imprenditore venuto dalla "gavetta", ma cresciuto al di là del suo innegabile estro grazie soprattutto alla efficacia delle sue affiliazioni. Per aiutare la sua azienda chiamata Fininvest, Bettino Craxi, all'epoca presidente del Consiglio, si espose con forzature alquanto spettacolari. Quando la bufera giudiziaria italiana del 1992 investì in modo letale il Psi e la Dc, Berlusconi fu l'uomo su cui puntarono i poteri che sino ad allora avevano sorretto quei due partiti. La "nuova" formazione politica sceglieva la veste "liberale", dando di questo vago termine l'interpretazione più destrorsa: lasciateci arricchire in pace, fuori da ogni vincolo.

Marcello Veneziani, saggista di temi storici, vicino ad An.

Massimo D'Alema. Caduto per un solo voto Prodi, andò al governo D'Alema, comunista tenace fino alla caduta dell'Urss. Ma come premier si trovò a teorizzare e in parte a praticare una "politica di destra" come egli stesso la definì e a sostenere la partecipazione militare italiana alla guerra promossa dalla Nato contro il regime di Milosevic. D'Alema ebbe un difficile rapporto con i suoi alleati e con la stampa. Aveva presieduto la Commissione bicamerale per le riforme istituzionali, che fallì il tentativo di un accordo con il Polo, noto come inciucio. Quando le elezioni regionali del 1999, per cui si era personalmente impegnato, si conclusero con una netta vittoria di Berlusconi, coerentemente D'Alema rassegnò le dimissioni.

Silvio Berlusconi. Dopo il terremoto di Tangentopoli e dei referendum, si profilava la vittoria elettorale di un nuovo centro-sinistra guidato dal Pds di Occhetto. Scese allora in politica un imprenditore delle tv, già vicino a Craxi, Silvio Berlusconi, fondando un partito d'ispirazione liberale, cattolica e anticomunista: Forza Italia. Attaccato dai suoi avversari perché coinvolto in alcune vicende giudiziarie e per il possesso di più reti televisive, Berlusconi riuscì a vincere le elezioni politiche del 1994, ma il suo governo ebbe vita breve. Grande comunicatore ed organizzatore, Berlusconi è riuscito a ereditare il consenso popolare della Dc, ha condotto Forza Italia tra i Popolari Europei e ha favorito la nascita dell'alternanza, sdoganando la destra ex missina e la Lega.

Nicola Tranfaglia, storico, preside 

di facoltà a Torino, vicino ai Ds.

Massimo D'Alema. È stato il primo comunista ad arrivare alla carica di presidente del Consiglio. Regista dell'operazione che aveva portato alla vittoria di Prodi alle elezioni dell'aprile 1996, e succeduto a Occhetto alla guida del Pds, D'Alema è asceso alla segreteria degli ex-comunisti dopo una gara con l'amico rivale Veltroni. Nell'ottobre del 1998, quando Prodi è caduto in Parlamento per l'uscita dalla maggioranza di Rifondazione comunista, ha formato un nuovo governo con l'aiuto di Cossiga e di Mastella, usciti a loro volta dal centro-destra. Ha formato il secondo governo un anno dopo, poi sostituito alla guida della coalizione da Giuliano Amato. 

Silvio Berlusconi. Creatore della tv privata in Italia, dopo aver avuto negli anni '80 rapporti privilegiati con la Dc e il Psi, durante la crisi della Repubblica ha dato vita a Forza Italia, partito legato alla sua azienda. Nell'aprile '94 è divenuto presidente del Consiglio, ma il suo governo è durato solo sette mesi e ha dovuto cedere all'opposizione di una parte crescente dell'opinione pubblica e dei sindacati, oltre che alla fuoriuscita della Lega Nord dalla sua coalizione. Alle politiche del 2001 si presenta come lo sfidante del centro-sinistra, ma su di lui, proprietario del più grande impero mediatico del paese, grava il non risolto conflitto di interessi.

Franco Cardini, storico, docente a Firenze, vicino al centro-destra.

Massimo D'Alema. Brillante uomo politico, figlio di un alto dirigente del Pci, fino dalla prima giovinezza si segnalava per le sue doti di rigore. Coerente segretario di quello che era divenuto nel frattempo il partito dei Democratici di Sinistra, osteggiò con durezza l'esperienza di governo del Berlusconi sostenendo una politica di unità delle sinistre che puntava però al mantenimento di un ruolo egemonico del suo partito. Alla fine della sua breve e nel complesso non infelice esperienza di governo, il D'Alema sembrò tirarsi in disparte per preparare, dopo la nuova vittoria del centro-destra che quasi tutti davano per sicura nel 2001, una nuova e dura campagna di opposizione. Nella sua strategia essa sarebbe servita a opporsi a Berlusconi, ma anche a eliminare i suoi contendenti interni.

Silvio Berlusconi. Imprenditore lombardo, cattolico-liberale, grande ammiratore degli Usa e vicino a Craxi, entrò in politica nei primi anni '90. L'esperienza di governo del Berlusconi (primavera '94-gennaio '95) dovette contrastare con una durissima campagna di opposizione organizzata dalle sinistre e fondata anche su un supposto conflitto d'interessi. Bisogna dire che su ciò non si è mai riusciti a fare definitiva chiarezza. Al parziale insuccesso della sua esperienza di governo concorse anche la natura eterogenea della sua maggioranza, caratterizzata dalla poco limpida presenza della Lega. Leader indiscusso del centro-destra, Berlusconi si candidò a una nuova esperienza di governo, da lui indicata come certa per il 2001 e basata su un programma di liberalizzazione dalle pastoie dello Stato sociale. 

L'Espresso
(30.11.2000)


INTELLETTUALI & POTERE / LA MAPPA DEL PENSIERO DI DESTRA

Tutte le menti del presidente

Storia, filosofia, letteratura, cinema: finora monopolio della sinistra. Ma con l'ascesa di Berlusconi l'intellighenzia conservatrice prepara la riscossa. Fra vecchie glorie ed emergenti, ecco una mappa dei cervelli su cui potrà contare il Cavaliere di Roberto Cotroneo e Mirella Serri

E adesso che la Casa delle libertà è al potere, gli intellettuali di destra continueranno a subire una subalternità rispetto a quelli di sinistra? Questa è la domanda più insistente per i prossimi tempi. Si è detto che la cultura di destra era debole e insufficiente. Si è detto anche che quel poco di cultura di destra che il nostro paese può vantare è stato così assimilato dalla sinistra, da esserne diventata parte integrante. Ecco, dunque, una mappa, nome per nome, degli uomini che potrebbero entrare a far parte, a buon diritto, di una futura cultura di governo. Insomma, tutti gli uomini del Presidente. Divisi per aree.

I CATTOLICI C'è sempre stata una destra cattolica e una sinistra cattolica. A destra i più intransigenti e antimodernisti. Nel futuro la loro scommessa sarà di rimettere in discussione molti punti dati per acquisiti dalla cultura laica. 

Rocco Buttiglione. Studiò il polacco per scrivere un libro sul papa. Allievo di Augusto Del Noce. Tra i suoi sogni, mettere il suo nome su una grande riforma della scuola. Come Giovanni Gentile. Ma...

Vittorio Messori. Modenese. È autore del più grande bestseller italiano del dopoguerra: "Ipotesi su Gesù". Ha intervistato il papa.

Gianni Baget Bozzo. Sacerdote. Saggista. Polemista. Teologo. Amico di Bettino Craxi. Ora è il sacerdote preferito da Silvio Berlusconi e Giuliano Ferrara.

Rino Cammilleri. Siciliano. Vive in Toscana. Esperto di Inquisizione. Non ama il Risorgimento. Ed è un grande fan di papa Pio IX.

I REVISIONISTI Ha aperto la strada Renzo De Felice. L'hanno proseguita con vis polemica e gusto della provocazione Ernesto Galli della Loggia, Paolo Mieli, Giovanni Sabbatucci ed Emilio Gentile. Ora la palla passa agli storici di destra. Che non possono non dirsi revisionisti.

Giuseppe Parlato. Grande esperto di sindacalismo fascista. Ha messo l'accento sull'aspetto rivoluzionario del periodo mussoliniano. Raffinato e colto. Dirige la fondazione Ugo Spirito.

Francesco Perfetti. Amico di Ernst Nolte. Viene considerato uno storico revisionista più a destra di De Felice. Polemista, se la prende volentieri con le malefatte della sinistra sulla sua rivista: "Nuova storia contemporanea".

Giordano Bruno Guerri. La faccia più giornalistico-popolare degli storici del fascismo. Autore di una monumentale biografia di Bottai. Sta alla storia come Sgarbi sta alla critica d'arte.

I DIONISIACI Categoria nicciana. Racchiude tutta quella nebulosa di misticismo, percorsi iniziatici, cultura irrazionale che sfiora la Adelphi e in qualche punto la attraversa. Sono uomini di cultura inafferrabile. Con posizioni spesso isolate, ma che a ben guardare rappresentano un humus di destra indiscutibile.

Emanuele Severino. Filosofo. Uscito dalla Cattolica. Parmenideo, nega il divenire. Pubblica da Adelphi. E i suoi libri sono difficili almeno quanto quelli di Massimo Cacciari.

Paolo Isotta. Principe della critica musicale. I suoi articoli sono quasi dei lenzuoli e vengono distillati in modo prezioso sul "Corriere della Sera". Come quasi tutti i musicologi è elitario. E sprezzante verso la cultura di massa.

Uto Ughi. New entry. Il suo violino. La sua mascella scolpita. Il suo vitalismo, il suo virtuosismo sono ormai un appannaggio esclusivo della musica al tempo della destra.

Stenio Solinas. Saggista. Giornalista. Intellettuale disorganico. Sigaro toscano e occhiali fumé. La sua massima è: «I miei non mi piacciono, gli altri mi fanno ancora più schifo». Bontà sua.

LE STAR Ciak, televisione e lustrini. Cinema e dintorni. Non di solo Veltroni vive lo spettacolo italiano. Ci sono dunque le star di destra. Eccone alcune.

Franco Zeffirelli. Era di destra quando non era di moda. Oggi che essere di destra sarà meno impopolare, ci si aspetta da lui qualche sortita spiazzante e anticonformista. Intanto ha cominciato ad attaccare la Lega. Poi si vedrà.

Ombretta Colli. Contrasti in famiglia. Il fatto che sia di destra colpisce solo se associato alla bizzarria di essere la moglie di Giorgio Gaber. E tutti a chiedersi: quando parlano di politica, cosa si diranno?

Luca Barbareschi. La destra in teatro. Lamentava di essere stato emarginato perché non era di sinistra. Ora è la sua grande occasione. Che cosa farà?

Gabriella Carlucci. Dalla tv al Parlamento. Con l'intenzione di occuparsi dello spettacolo. È un'intellettuale, e non lo sapevamo.

Vittorio Sgarbi. La destra. La sinistra. L'arte e le donne. I cavalieri, le armi e gli amori. Sgarbi è tutto. A cominciare dal cognome. Anche scomodo, per Berlusconi. Che preferisce mettere qualche paletto alle sue intemperanze.

GLI SNOB Uomini contro. Che non aderiscono mai troppo. Ci pensano e ci ripensano. Quando sembrano più allineati danno colpi di coda e si posizionano in modo critico verso la destra. Non li afferrerete mai.

Giuliano Ferrara. La mente della politica culturale del centro-destra, architettata da un uomo di sinistra. L'unico con i fondamentali. Gli altri lo imitano, ci provano. Ma c'è molta strada da percorrere.

Vittorio Feltri. Elegante. Ama le corse al trotto e il tweed. Giornalista di successo. Quando ha fondato "Libero" ha dichiarato: «Voglio avere il diritto di parlar bene di Berlusconi senza essere sospettato di essere di sua proprietà».

Paolo Guzzanti. Il miglior attore della famiglia. Cronista di grande penna. Polemista, umorale, ama i paradossi e gli eccessi. Ora è parlamentare.

Sergio Valzania. Uomo Rai. Di quelli intelligenti. Autore di fantascienza. Una passione per i giochi di ruolo. Perfetto intellettuale snob per i tempi futuri.

Stefano Zecchi. Fu uno dei più giovani ordinari di Filosofia Teoretica d'Italia. È stato iscritto al Pci. Oggi amatissimo da Berlusconi.

NEI SECOLI FEDELI Quelli di sempre. Che erano a destra prima, quando la fiamma tricolore non era chic, sono di destra oggi. E lo saranno anche domani. Cocciuti, straconvinti, temono soprattutto l'opportunismo dei nuovi arrivati.

Domenico Mennitti. Detto Memmo. Il suo sogno è creare una scuola modello Frattocchie. Dirige "IdeAzione", palestra intellettuale di Forza Italia.

Marco Tarchi. Cravattino e collocazione anomala. Teorico del "pensiero unico", senza differenze tra destra e sinistra.

Marco Battarra e Angelo Cipriano. Librai di Milano e di Roma. Atmosfera iniziatica e da conventicola nei punti vendita dei due ex militanti missini, evoliani, nazionalisti, antiborghesi, anticapitalisti, filopalestinesi, filobaschi e chi più ne ha, più ne metta...

Pietrangelo Buttafuoco. Futurista e mussoliniano, giornalista incontenibile del "Foglio", ha intervistato Norberto Bobbio facendogli confessare le ragazzate nel Ventennio.

Marcello Veneziani. Destra irrequieta e contestatrice. Foulard tra Lucio Battisti e Dacia Maraini. Da ragazzo dirigeva "La voce della Fogna". Oggi gli va meglio e pubblica persino per l'editore Laterza.

EX CATHEDRA Il partito dei professori, sono il fiore all'occhiello del nuovo corso berlusconiano. Il punto di partenza di un nuovo peso della destra nell'università italiana, dopo anni di egemonie di sinistra.

Lucio Colletti. Filosofo materialista. Marxista di quelli veri (quelli che Marx l'hanno letto davvero). Ora si sente prestato a Forza Italia. Per quanto?

Franco Cardini. Sa tutto di templari e di crociate. Famoso medievista e spiritaccio toscano. È stato consigliere alla Rai. Oggi si guarda intorno e vuole difendere la lingua italiana.

Marcello Pera. Quello che ce l'ha fatta. Docente di Storia della scienza a Pisa. Oggi seconda carica dello Stato. Non è cosa da poco.

Domenico Fisichella. Grande conservatore. Stima per Tocqueville, passione per De Maistre. Ex monarchico. Ha fondato An. L'intellettuale più rispettato della destra di Fini.

Vittorio Mathieu. Torinese. Filosofo morale. Studioso di Kant. Accademico dei Lincei. È tra i pochi filosofi leghisti in circolazione.

Giulio Tremonti. Mente fiscale della destra almeno quanto Antonio Marzano è mente economica e Antonio Martino ideologo del liberismo.

Mario Baldassarri. Economista di Alleanza nazionale. Con Renato Brunetta è l'anima della Free Foundation, pensatoio economico della Casa delle libertà. Oggi improvvisamente alla moda.

TRANSFUGHI Sempre la vecchia storia. Quella dei transfughi è una categoria di viaggiatori incessanti. Di sensi unici alternati. Di passaggi per nulla obbligati. Ecco gli uomini che non sai dove saranno domani.

Ferdinando Adornato. Ex comunista. Giornalista. Ex "Unità". Ex Alleanza democratica. Ex "Liberal". E via dicendo. Massimo Gramellini ha scritto che è come Picasso: il periodo rosso, quello azzurro. Nella gamma dei colori che mancano potrebbe ancora dare molto.

Renzo Foa. Figlio di un monumento della sinistra: Vittorio Foa. Ha diretto "l'Unità". Ora sta con Berlusconi.

Pia Luisa Bianco e Giulio Savelli. Moglie e marito. Lei sta per pubblicare "Elogio del voltaggabana". Lui, che fu l'editore di "Porci con le ali", l'ha messo in pratica. Ottimo esempio di sinergie.

TERRE DI MEZZO I più sfuggenti. Non si muovono loro. Muovono le loro idee. Non sai da che parte stanno perché un vero intellettuale di questi tempi procede in modo laterale. Possono piacere alla sinistra, come alla destra. Ma, come dice Paolo Conte, non se ne capisce il motivo.

Ida Magli. Antropologa. Femminista. Antieuropeista. Molto di nicchia. Ebbe un periodo di grande successo come opinionista.

Angelo Panebianco. Dice Panebianco, scrive Panebianco, polemizza Panebianco... Dal palcoscenico del "Corriere" ha trasformato la politologia in una scienza spettacolare.

Claudio Risè. Psicoanalista eretico. Un po' junghiano, mistico, ex giornalista. Studioso delle pulsioni di massa. Teorico della crisi del maschio, alla nuova destra potrebbe essere utile. In senso problematico, naturalmente.

hanno collaborato Daria Lucca e Guido Caldiron

Tratto dall' Espresso


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