Chi è l’uomo capace di attraversare i governi e i sottogoverni della Prima Repubblica e di riemergere sugli altari della seconda

PRODI 

di Enzo Bettiza 

NON parla, ma sussurra. Non dice, ma allude. Non afferma, ma annuisce. Non nega, ma scuote enigmaticamente la testa. Non respira, ma sospira rumorosamente dal profondo. Chi è? L’ombra di Don Abbondio fra i mulini del Po? Un medico condotto in bicicletta lungo sentieri e forre degli Appennini? No: è soltanto e soprattutto Romano Prodi. Dai racconti di terzi io, che non l’ho mai incontrato di persona, ho ricavato talora l’idea di un uomo vagante e imprevedibile come una nube estiva. Una nube che può dissolversi soavemente nel nulla oppure di colpo gonfiarsi, appesantirsi e aprirsi in un acquazzone insistente e onnipervasivo. Al tempo stesso ho visto venirmi puntualmente incontro dal piccolo schermo un curato in pasciuta carnalità emiliana: un mormorante confessore di campagna, con l’indice e il pollice congiunti a formare un esatto cerchi etto didascalico, insieme perentorio e assolutorio. Il Prodi pensiero, ammesso che ne esista uno, si è risolto sempre per me in una sorta di Prodi sussurro, di Prodi sospiro, di Prodi aspersorio, qualcosa di morbido e avvolgente le frasi anche più elementari entro una membrana di perentorietà serena e inoppugnabile. Ogni volta che lo guardavo m’ipnotizzava la forza di gravità magnetica di quelle sue ovvietà sospirate, non opinabili, che sgorgavano con tanta ostinata e dolce fermezza da una sorridente bocca a salvadanaio. E, durante il mio breve stato d’ipnosi davanti al video, non potevo sottrarmi alla curiosa sensazione di essere io stesso un vecchio e amichevole conoscente del placido Romano. In quel dimesso fascino familiare è forse la chiave delle fortune lunghe e delle sfortune brevi di Prodi. All’università cattolica di Milano, dove studiava giurisprudenza, i compagni di facoltà consideravano la sua testa tozza e squadrata, lussureggiante di capelli nerissimi (si domandava Craxi: «Ma se li tinge?»), un vero e proprio toccasana da carezzare con slancio propiziatorio prima degli esami. Non spaventava allora e non spaventa neppure oggi il prossimo. Non alzava e non alza più di tanto la voce. C onsiglia, propone, predispone, cuce, scuce, ricuce con l’ottimismo un po’ crepuscolare di chi sa aspettare, sferruzzando sul bordo del fiume, i resti sparsi di ex amici divenuti nemici. Ormai non più Berlusconi. Piuttosto Marini, D’Alema, Bertinotti, Cossiga, Mastella e, chissà, forse domani lo stesso Rutelli che per ora gli tiene al caldo nella serra romana la Margherita. Ma chi è, veramente, l’uomo di guttaperca che è stato capace di attraversare le torbide acque dei governi e sottogoverni della Prima Repubblica e di riemergere poi incolume sugli altari della seconda? Troviamo una delle risposte più argomentate nel documentatissimo libro di Massimo Pini I giorni dell’Iri, storie e misfatti da Beneduce a Prodi (Mondadori), in cui nulla, cifre, dati anagrafici, intrecci politici e finanziari, sembra lasciato al caso. Il versatile Pini, editore di punta, saggista d’impegno, già membro del consiglio d’amministrazione Rai, infine vice socialista del cattolico Prodi nel comitato di presidenza Iri, ripercorre per trecento incalzanti pagine gli anni nei quali l’Istituto, creato all’epoca fascista, era diventato il perno del potere economico e spartitorio della Democrazia cristiana. Questa eccellente ricostruzione della fatale storia dell’Iri, che sembra quasi una controstoria dell’Italia da Mussolini fino a Craxi e a De Mita, s’intreccia via via con la singolare vicenda di colui che negli Anni Ottanta ha guidato il mastodonte, mai risanato, di un’economia mista in cui coesistevano protesi di capitalismo pubblico e arti di capitalismo privato. Ad un certo momento si ha la sensazione che Iri e Prodi siano quasi la stessa cosa: una stupefacente ameba imprenditoriale che si nutre di se stessa e dei propri figli d’acciaio, d’alluminio, di plastica, di fibre ottiche, denominati spesso con acronimi fantasiosi come Alitalia, Finmeccanica, Iritecna, Italstat, Stet, Finsiel, Ilva. Un olimpo panindustriale autofago e quasi incestuoso, che copulando con se stesso, divorandosi e autoriproducendosi con compravendite in circuito chiuso, dove fra una «partita di giro» e l’altra non si sa più chi compra e chi vende, finisce per partorire profitti monchi e debiti mostruosi che credo nessuno, nemmeno Prodi, sarà mai in grado di razionalizzare e riordinare con evidenza contabile. Quando alla vigilia di Tangentopoli le procure cominceranno ad allungare l’occhio su quel vortice miliardario, il ragioniere generale Monorchio osserverà con un giudizio degno del migliore Pilato: «L’Iri è vittima illustre e incolpevole del dilagare della spesa pubblica». Il Tesoro, serbat oio inesauribile del socialismo assistenziale all’italiana, emetteva ormai 70.000 miliardi di titoli di Stato al mese. Alla sua maniera anche Prodi, che un giorno verrà aggredito con virulenza sanculotta dal procuratore Di Pietro, era stato una vittima incolpevole ma già illustre dell’Olimpo governato da lui più con tatto politico che con calcolo economico. La sua strategia dell’attenzione, affinata al tempo e nell’ambiente che l’aveva visto ministro dell’Industria nel quarto governo Andreotti, era rivolta soprattutto alla segreteria demitiana della Dc e ai partiti alleati lottizzati al vertice dell’Iri. Epoca di mediazion i capziose ma di atmosfere felpate che Pini descrive così: «Le sedute dedicate alle società più importanti erano scherzosamente definite "messe cantate". A capo del grande tavolo delle riunioni sedeva il professore, corrucciato oppure bonario: amabile con chi gli evitava problemi, chiuso e scostante con chi lo avesse contrariato o deluso; si applicava allora nell’ostentata lettura del Financial Times , mentre i poveretti incorsi nella sua ira illustravano i risultati di bilanci penosi davanti allo schermo di quel roseo foglio internazionale». Ci sarà quindi nella sua biografia di lento scalatore una specie di jato, in cui si dedicherà a tessere buone relazioni d’affari e di prestigio col mondo internazionale tramite la società Nomisma, dal nome della moneta bizantina, da lui ideata come centro di «studi e ricerche economiche». In attesa di giorni migliori stringerà contatti fruttuosi col finanziere planetario Soros, con grandi multinazionali genere Sachs e Unilever. Come tanti democristiani di sinistra anche Prodi mostrerà di saper coniugare tu tto con tutto: un passato in cui convergevano il francescanesimo dossettiano e il liberalismo moderato della casa editrice il Mulino, la protezione ideologica di Andreatta e il cipiglio autorevole di De Mita, l’assistenzialismo solidaristico e il salotto della finanza laica di Via Filodrammatici; un presente in cui la recente esperienza del grande boiardo di Stato convive con quella del fantasioso inventore di Nomisma, dedito allo studio del business globale e agli agganci laterali con Wall Street. Già la sferza di Lucio Colletti s’era abbattuta sull’originaria vocazione all’amalgama del professore: «Prodi è cresciuto nella più orribile greppia cattocomunista di Bologna, città che ha il peggior intreccio eticopolitico tra partito, Comune, volontariato cattolico e cooperative». Tuttavia, lo stesso ultrabolognese Prodi esibirà un volto nuovissimo nella sua seconda versione alla presidenza Iri, dopo l’arresto di Franco Nobili, al quale non dedicherà una parola di conforto o di compianto. Sarà il volto sbrigativo del privatizzatore, del commissario liquidatore, del seppellitore dell’ex supercattedrale della mano pubblica. Mette all’asta i pezzi decotti dell’Istituto, patrocina la formula ambigua della public company , dandosi al tempo stesso una riverniciatura neocapitalista con inusitate dichiarazioni liberiste: «Le privatizzazioni sono una grande occasione per cambiare questa situazione, creare pluralismo economico e quindi libertà». Insomma, da Dossetti e Keynes a von Hayek. Ma Giorgio La Malfa, legato per rami paterni alle roccaforti del capitalismo tradizionale, non mangia la foglia e denuncia: «Le privatizzazioni alla Prodi sono fatte su misura per la sinistra democristiana». E’ con tale miscela eterogenea di neocapitalismo velleitario e «liberal», purificato dalle ghigliottinate giustizialiste, che il riciclato presidente e affossatore dell’Iri si prepara a entrare nell’agone politico come imminente leader dell’Ulivo. Si appoggerà, per riuscire, all’accoppiata fra i relitti della sinistra Dc e le zattere corsare degli orfani del comunismo. Il resto è noto. Fatto fuori il primo Berlusconi, passato Dini, subentra nel 1996 a Palazzo Chigi il vittorioso Romano Prodi che già da stu dente, appena laureato, aveva gridato per i corridoi della Cattolica: «Finalmente tra me e la presidenza del Consiglio non c’è nessun ostacolo!». L’ambizione a lunga scadenza, si vede, non logora quelli che se la covano da sempre come una serpe amica nel petto. Da quel momento l’ossessione d’immagine e di propaganda del primo ministro Prodi diventano l’euro, Maastricht, l’Italia cinta dall’alloro europeo. Lascia intendere che l’approdo alla moneta unica è opera originale e impareggiabile del governo ulivista, anche se in realtà qualunque altro governo, più a sinistra o più a destra del suo, avrebbe dovuto per coazione storica imboccare la medesima strada: l’alternativa era il vuoto o il caos. Quando Prodi nel 1998 verrà disarcionato dal «complotto» di D’Alema e C ossiga, e cadrà per un voto in Parlamento, i fragori delle pulizie etniche balcaniche copriranno quella sua ennesima sconfitta effimera. D’Alema farà allora del Kosovo quello che lui fece dell’euro: il cavallo di battaglia del primo governo italiano a conduzione postcomunista. Il professore disarcionato non saprà per qualche tempo che fare, dove andare, quale poltrona occupare. Gli propongono la presidenza della Commissione europea. La prima domanda che porrà a un assistente amico sarà quasi commovente nella sua totale innocenza logistica: «C’è un aereo diretto fra Bruxelles e Bologna?». Poi decide di colpo, colpito da una di quelle folgorazioni improvvise, che gli avevano già illuminato molte strade emiliane e romane. Andrà a Bruxelles. Si darà con la conoscenza dell’inglese un aplomb internazionale, preparerà dal centro eurocratico la riscossa per un rilancio sul palcoscenico italiano, completamente mutato dopo l’avvento straordinario del secondo Berlusconi. Mentre Rutelli raccoglie e mette insieme i petali dopo la sconfitta, Prodi forse già pensa che sarà Prodi il bulbo della Grande Margherita a venire. L’Ulivo gl’interessa meno, i popolari ancora meno, i diessini per niente. Ma, se spera di poter rientrare alla grande in Italia nel 2004, deve farsi o, meglio, rifarsi nel frattempo le ossa in Europa. Operazione tutt’altro che facile soprattutto per un italiano. I primi passi di Prodi alla Commissione non sono andati lisci. Lui dell’Europa sapeva soltanto quello che gli diceva Enrico Vinci, l’informato e intelligente ex segretario generale del Parlamento di Strasburgo. Per di più era oberato da tre grossi handicap: non era né socialista né popolare ed era quindi privo di un dich iarato sostegno delle due più importanti forze politiche europee; aveva alle spalle un paese, l’Italia con un potere negoziale relativamente modesto in sede comunitaria; aveva davanti a sé un programma quanto mai nebuloso, non ben definito, che per piacere alla maggioranza degli Stati non avrebbe dovuto ricalcare né quello eccessivo del francese Delors, né quello fiacco e friabile del lussemburghese Santer. La salita alla vetta dell’Esecutivo comunitario avveniva in un contesto per lui ampiamente sconosciu to, estraneo, ostico e oltremodo ostile: basterà ricordare la violenza pregiudiziale con cui fin dall’inizio lo aveva attaccato, anzi stroncato, la stampa britannica, tedesca e olandese. Veniva dipinto malevolmente come un uomo debole e perfino corruttibile. La sua risposta fu italiana: premiare il nemico e abbandonare l’amico. Si allontanò in fretta e furia dall’ottimo Vinci calunniato pure lui dai giornali inglesi, che comunque avrebbe potuto essere il migliore dei capi di gabinetto o il più fidato e competente dei suoi consiglieri. Nominò invece capo gabinetto un irlandese, si circondò di collaboratori londinesi, elesse l’inglese come lingua di lavoro della Commissione, affidò a un commissario britannico la riorganizzazione della complessa macchina dei serv izi interni che costituiscono l’essenza e la struttura dell’onnipotentissima eurocrazia. Oggi sono italiani soltanto due dei 28 direttori generali di una Commissione britannizzata da un presidente italiano, sedicente crociato dell’euro, che sembra aver dimenticato l’atteggiamento sprezzante degli inglesi verso Maastricht e la moneta comune. Questo machiavellismo primario, anziché rafforzare Prodi, ne ha messo in maggiore evidenza la solitudine e la vulnerabilità. Difatti la nomina dello spagnolo Solana, già segretario della Nato, al posto di segretario generale del Consiglio intergovernativo dei Quindici, col compito di coordinatore della politica estera e di difesa dell’Unione, ha praticamente decapitato la presidenza Prodi. Solana, appoggiato fra l’altro dagli americani, non perde l’occasione di criticare Prodi: lo accusa di parlare a vanve ra dell’allargamento europeo all’Est, trascurando di armonizzare la penetrazione dell’Unione con quella della Nato nei paesi ex comunisti. A Bruxelles si dice che, se l’amministrazione americana o altri potenti della terra volessero «parlare con l'Europa», non troverebbero nelle loro agende il numero telefonico di Prodi bensì quello di Solana. Condizionato dai funzionari anglosassoni che lo circondano per volontà sua, incalzato dall’atlantico Solana che non perde d’occhio interessi e strategie degli Stati Uniti, confinato ad un ruolo di gestione della Comunità economica, Prodi stenta ad agire sulla scena internazionale quale protagonista nel dibattito politico europeo. Egli personalmente rimane un convinto operatore «europeista»; ma fatica a farsi legittimare come demiurgico motore «europeo». Sospirando e ammonendo è giunto intanto alla metà del suo mandato: saranno i prossimi due anni a dirci se riuscirà, come riuscì il suo predecessore Delors, a diventare uno «statista europeo» o se rimarrà invece nel limbo di coloro sanza infamia e sanza lodo. Ha davanti, lui che predilige mediazioni e compromessi, ancora 24 mesi per decidere in maniera più netta e anche più refrattaria al suo carattere di tenacissimo ondivago. 24 mesi per optare a favore di una delle due scelte più impervie della sua vita: dimostrare agli europei di essere soprattutto un europeo, oppure sussurrare definitivamente agli italiani di essere soltanto un italiano in lista d’attesa per il volo da Bruxelles a Bologna?

La Stampa
Domenica 8 Luglio 2001


RESURREZIONI / Ecco cosa fanno oggi gli uomini che una volta guidavano le grandi imprese pubbliche: alcuni, come Massimo Pini, sono in lista per il 13 maggio

In politica o in proprio, così si riciclano i boiardi di Stato

L’ex numero uno di Finmeccanica Fabiano Fabiani è consigliere della municipalizzata Acea e di Cinecittà


ROMA - Ci ha messo un po’ di tempo. Ma alla fine ce l’ha quasi fatta a risalire sulla breccia: a 64 anni suonati Alleanza nazionale l’ha messo in lista per un seggio alla Camera. Dieci anni fa Massimo Pini da Udine, ex marito di Margherita Boniver , ex editore della SugarCo, era uno degli uomini più potenti d’Italia. Quelli come lui li chiamavano i boiardi di Stato. Erano gli uomini che governavano per conto dei partiti le grandi imprese pubbliche, cioè buona parte dell’economia italiana. In questo lavoro, Pini era uno dei migliori. Sedeva nel comitato di presidenza dell’Iri e assolveva con perizia il mandato che gli era stato affidato dal segretario del Psi Bettino Craxi. Poi, nel 1992, la trasformazione in spa dell’Iri. L’avvio delle privatizzazioni. Soprattutto, la fine del Psi e di Craxi come leader politico. C’è da dire che Pini non si è mai rassegnato alla grave perdita. Si è buttato a destra, seguendo l’esempio di un altro suo collega: Pietro Armani , vicepresidente dell’Iri per 16 anni in quota repubblicana, che nel 1996 è diventato deputato di An. E adesso tocca a lui. Che nel frattempo non se n’è stato con le mani in mano. Nel 1998 ha messo in piedi la Cosmo production, società di produzione cine-televisiva. Mantenendo saldi i vecchi rapporti di amicizia. E’ entrato come consigliere in due società del gruppo di Salvatore Ligresti (Finadin e Sai sim), imprenditore amico di Craxi. E quando Bobo Craxi (figlio di Bettino), Paolo Pillitteri (l’ex sindaco di Milano cognato di Bettino) e Stefano Pillitteri (figlio di Paolo) hanno deciso di mettere in liquidazione la Campiglia srl, società che avevano in comune, l’incarico di liquidatore è toccato proprio a Pini. Ma l’impegno diretto in politica ha tentato pochi altri, anche se si tratta di pesi massimi. A cominciare, naturalmente, dall’ex presidente dell’Iri Romano Prodi , ora alla guida della Commissione europea dopo essere stato presidente del Consiglio. Per continuare con l’ex direttore generale della holding di Stato Enrico Micheli , sottosegretario alla presidenza del governo di Giuliano Amato . Qualcuno è letteralmente sparito dalla scena pubblica, come l’ex vicepresidente dell’Eni Alberto Grotti , forlaniano di ferro, che nel 1997 è entrato fra i soci della cooperativa Il Samaritano di Don Luigi Di Liegro. 
Molti sono finiti invece nelle imprese pubbliche o negli enti locali. A cominciare dall’ex presidente dell’Iri Michele Tedeschi , da quattro anni alla testa del Poligrafico dello Stato. Giorgio Porta, ex manager dell’Enichem, fa il direttore generale del Comune di Milano con la giunta polista di Gabriele Albertini . Giovanni Gambardella , ex amministratore delegato dell’Ilva, ha lo stesso incarico a Trieste, con l’amministrazione di centrosinistra di Riccardo Illy . 
Sempre a Trieste, la locale municipalizzata (Acegas) è guidata dall’ultimo amministratore delegato della Telecom Italia pubblica, Tomaso Tommasi di Vignano . L’ex potente presidente dell’Agip petroli, Pasquale De Vita , è entrato nel mondo degli Automobile club: presidente di quello di Roma, è consigliere di Aci informatica e presidente di Aci-Mondadori. 
L’altro top manager dell’Enichem Giovanni Parillo è stato ingaggiato alle Ferrovie ai tempi di Lorenzo Necci , che apprezzava particolarmente il mondo delle Partecipazioni statali, dal quale pescò a piene mani. Alle Fs ingaggiò, per esempio, l’ex vicedirettore generale dell’Italstat Mario Alberto Zamorani , diventato in seguito imprenditore con la sua società Ingegneria per la cultura. 
Ma anche l’ex vicepresidente di Iritecna Mario Lupo , adesso consulente in proprio dopo aver aperto una società (la Asset srl) con il genero. Una strada imboccata pure da Renato Cassaro (la sua società di consulenza si chiama Progetti e ricerche srl) che prese in mano le sorti dell’Iritecna dopo il crac. 
Fra i tanti che Necci assunse come dirigente c’era poi l’ex amministratore delegato dell’Alitalia Giovanni Bisignani . Insieme al quale, sempre restando nel settore del trasporto, è poi passato al privato, nel gruppo Merzario. A far concorrenza alle Ferrovie. 
L’ex numero uno della Finmeccanica Fabiano Fabiani , che tre anni fa era candidato alla guida della Rai, è consigliere dell’Acea, la municipalizzata di Roma, e di Cinecittà holding. Ma il suo nome figura anche nel board della Grapes communications. Insieme a quello di un altro ex boiardo di prima grandezza. Si tratta del vulcanico Ernesto Pascale , che da quando ha dovuto lasciare il timone della telefonia pubblica non si è fermato un solo secondo. Oltre a dispensare, da superesperto delle telecomunicazioni, preziosi consigli alle aziende, ha dal 1997 una fervida attività imprenditoriale. 
Un paio d’anni fa lui, ex democristiano di ferro, ha persino fatto una società di consulenza (la G.P.S. & partners) con Vito Gamberale , ex amministratore delegato di Tim di fede socialista, e Stefano Sandri , ex presidente dell’Efim, socialdemocratico. Dopo pochi mesi, però, Gamberale è andato alla società Autostrade e la G.P.S. (Gamberale, Pascale, Sandri) è stata sciolta. 
A maggior fortuna sembra destinata la Compagnia mercantile, società con un miliardo di capitale sociale di cui Pascale è azionista insieme a un altro personaggio noto della galassia Telecom: Luciano Scalia , ex direttore del personale, figlio della giornalista Miriam Mafai . 
Pascale possiede poi il 50% di Trust Italia, un’altra società di cui è azionista al 25% Gianfranco Simone , ex presidente del collegio sindacale dell’Alumix che nel 1994 scivolò su una consulenza da 5,3 miliardi concessa dalla ex società dell’alluminio pubblico: vicenda che costò due settimane di arresti domiciliari al presidente dell’Efim Gaetano Mancini . 
Il mondo delle telecomunicazioni riserva però molte altre sorprese. L’ex amministratore delegato della Stet Giuliano Graziosi , per esempio, ha costituito a sua volta una società (la Telecommunications engineering consultants) con l’ex direttore generale di quella società, Miro Allione , e il suo ex vice Lorenzo Battiato . Fanno consulenze per operatori di tlc. 
L’ex potentissimo amministratore delegato della Sip Paolo Benzoni è tuttora presidente di una società, la Ascai, di cui Telecom Italia ha indirettamente il 35% del capitale. Francesco Chirichigno , ex amministratore delegato di Telecom Italia, dopo un passaggio alla guida della Siae è ora presidente della Fondazione per le nuove comunicazioni. Antonio Zappi , ex direttore generale della Sip, è presidente della Tirrenia di navigazione. 
Ha mantenuto incarichi pubblici (nell’Alitalia, come presidente del collegio sindacale) anche l’ex amministratore delegato della Finmeccanica Bruno Steve . Mentre l’ex direttore generale della Rai Gianni Pasquarelli è formalmente ancora presidente del gruppo assicurativo Sasa, che faceva parte dell’Iri ed è stato ora privatizzato. Ettore Bernabei , l’ex padre-padrone dell’Italstat che da direttore generale ha lasciato alla Rai tracce ben più profonde di quelle di Pasquarelli, ha invece imboccato da tempo con la sua Lux la carriera di produttore televisivo. 
Non manca chi ha trovato posto dai privati. Franco Nobili , che nel 1989 era arrivato alla presidenza dell’Iri dalla Cogefarimpresit del gruppo Fiat, è consigliere dell’impresa di costruzioni Pizzarotti (oltre a essere consigliere dell’Istituto dell’enciclopedia italiana). 
L’ex presidente dell’Enel Franco Viezzoli è presidente della Franco Tosi, impresa che il gruppo Ansaldo Finmeccanica (maggior fornitore dell’Enel) ha da poco privatizzato. L’ex amministratore delegato della Sme Mario Artali è consigliere del gruppo farmaceutico Sigma Tau. Il genovese Umberto Nordio , ex numero uno dell’Alitalia, a 81 anni è presidente del gruppo armatoriale CoeClerici. Avendo la passione per il golf, è socio del Castelgandolfo club, circolo esclusivo che raccoglie i nomi più noti del jet set. Fra questi, anche quello di Hayao Nakamura , il manager nipponico che nel 1993 venne nominato amministratore delegato dell’Ilva al posto di Gambardella. Forse l’unico, fra i «boiardi», ad aver cambiato decisamente vita: ha aperto un ristorante giapponese nel centro di Roma. 

Sergio Rizzo 

Corriere della Sera
9 aprile 2001


MONTANELLI GALANTUOMO? NO: FASCISTA

 

Se viene fuori che un uomo come Indro Montanelli, negli anni Cinquanta, cercava di spingere nientemeno che al colpo di Stato l'ambasciatore in Italia degli Stati Uniti -un colpo di Stato naturalmente contro lo Stato e la democrazia italiana- come reagisce il Grande Giornalista che scrive su "la Repubblica"?  Inizia scrivendo che non "s'era visto nulla di più divertente in quest'anno così noioso”. Scrive proprio così Sandro Viola, sulla prima pagina del Grande Giornale romano: definisce “divertente” l'ignobile tentativo - da parte di un fellone, nemico  della democrazia e delle più elementari forme di rispetto degli altri - di combinare con un Paese straniero la bastonatura in massa degli avversari politici e l'instaurazione di un regime militare, e "noioso" un anno nel corso del quale il Paese ha disperatamente continuato la sua ricerca di un nuovo equilibrio dopo la devastazione di Tangentopoli.

Ma se Viola trova “divertente” e “noioso” tutto questo deve avere le sue ragioni.  E difatti non si limita, dal suo eremo umbro, a questa battuta iniziale.  Ma si avventura in un parallelismo fra l'ipotesi golpista di Montanelli nel clima della dolce vita romana dal quale essa sarebbe sorta e il golpe preparato in quegli stessi anni a Cuba da Fulgencio Batista e da quell'ambasciata americana.  E qui la simbiosi fra l'allora giovane frequentatore dei bar di via Veneto e il Grande  Inviato è perfetta.

Tutto il pezzo un intreccio di “rumbe, conghe e mambi, la musica cubana che furoreggiava nelle notti romana di quegli anni".  Ma parallelismi, simbiosi e intrecci si fermano davanti al Monumento, cioè davanti al "decano del nostro giornalismo".  Ben altra pasta tiene a sottolineare Viola, rispetto a Batista:

"Il cubano era un manigoldo, Montanelli è un galantuomo".  Proprio così: un galantuomo.

Vediamo allora cosa è venuto fuori recentemente della vita di Montanelli, grazie alla pubblicazione del suo carteggio con l'ambasciatrice statunitense di allora in Italia, Clara Boothe Luce.  Vediamo il livello di cultura,di passione civile, di moralità e di democraticità del Montanelli svelato da quelle lettere che fanno dire di lui a un uomo come Viola: “ E’ un galantuomo".

Si deve innanzitutto ricordare ciò che già si sapeva e si sa di Montanelli, senza che questi si sia mai pentito peraltro di nasconderlo ma anzi facendosene motivi di vanto e  di fama: quello di essere voltagabbana tra i peggiori (o tra i migliori, chissà dal suo punto di vista) essendo stato liberale, fascista, monarchico, repubblicano, democristiano, craxiano, berlusconiano e ora, pare, anche filo-pdiessino o giù di lì un pervicace retore dell’anti-italianismo, un convinto sostenitore della critica più cinica all'idealismo e alle utopie e ai valori della solidarietà e dell'eguaglianza, lo scettico cantore del drittismo

Nazionale e della legge inesorabile che “il pesce più grosso mangia sempre il più piccolo”. Oltre che naturalmente l’anticomunista più bieco e viscerale che si possa immaginare.

Vediamo dunque cosa si è saputo ora, quest’uomo come se non bastasse il noto, scriveva al rappresentante di un paese straniero in Italia.  "Se alle prossime

elezioni un Fronte Popolare comunque costituito raggiungesse la maggioranza, Scelba cosa farebbe? Consegnerebbe il potere, e sarebbe  la fine.... Qualunque

uomo di governo, oggi, anche non democristiano, si arrenderebbe per totale impossibilità di compiere un colpo di Stato... La polizia e l'esercito sono inquinati di comunismo. I carabinieri senza il Re, hanno perso di ogni mordente. E in tutto il paese non c'è una forza capace di appoggiare l’azione di un uomo risoluto.

Noi dobbiamo creare questa forza. Non si può sbagliare guardando la storia del nostro paese, che è quella di un sopruso imposto da una minoranza di centomila bastonatori. Le maggioranze in Italia non hanno mai contato: sono sempre state al rimorchio di questo  pugno di uomini che ha fatto tutto con la violenza, l’unità d'Italia, le sue guerre e le sue rivoluzioni.

 

Questa  minoranza esiste ancora e non è comunista”. Ora bisogna dargli un capo e presto.  Chi?  Ma il Maresciallo Messe.  "E' vecchio e non molto intelligente... Gli forniremmo noi le idee che egli non ha.

Il movimento è "destinato a entrare in azione (azione armata) solo il giorno in cui elettoralmente, la battaglia fosse definitivamente persa".  Montanelli si trova "in questo dilemma: difendere la democrazia fino ad accettare, per essa, la morte dell'Italia; o difendere l'Italia fino ad accettare, o anche affrettare, la morte  della democrazia?  La mia scelta è fatta".

Ecco il galantuomo Montanelli: chissenefrega delle ragioni, degli argomenti, degli interessi, della salute e della stessa sopravviveza degli altri.  L'Italia "c'est moi".  E se la democrazia non serve più a me, ai miei interessi, ai miei padroni e ai miei servi, andasse a farsi fottere anche la democrazia.  Ecco il galantuomo Montanelli: vede comunismo anche nella polizia e nell'esercito (polizia ed esercito degli anni Cinquanta in Italia!) sono troppo di sinistra anche De Gasperi e Scelba!  E che dire della sua visione della storia d’Italia, che sarebbe stata scritta da bastonatori, cioè da picchiatori e del fatto che lui predichi e spinga altri a fare la storia, di nuovo e sempre, con la violenza?

Bisogna dire con nettezza che un uomo che ragiona così è un fascista. Del resto, di questa cultura Montanelli e il montanellismo sono sempre stati impastati. Anche oggi. Basta leggere i suoi editoriali e la rubrica delle lettere pubblicata quotidianamente sul "Corriere della Sera”, per concludere che Montanelli rimane inequivocabilmente un uomo di destra.  Un uomo della destra eversiva, la cui cultura fa capo all’”homo homini lupus", alla convinzione che "nulla cambia, nulla può cambiare" e che allora tanto vale la pena adeguarsi alla mancanza assoluta di ideali, al dispregio per le persone appassionate e per le loro battaglie "perdute in partenza”.

E'questo l'uomo al quale Viola lancia segnali di rispetto e che definisce, icasticamente, "galantuomo". Tenta di buttare la questione in operetta:(le rumbe, Via Veneto, ecc.) ma poi contraddittoriamente, non si permette di dire che Montanelli è un buffone da operetta. Anche perché dovrebbe spiegare i danni, i  lutti e le infamie compiute da altri buffoni da operetta – sorvolando su Mussolini e sullo stesso Batista - come i colonnelli greci, i Pinochet, i generali argentini... Ma Viola, alla fine del suo articolo, contraddicendosi ancora, ammette: "Certo, in questa storia non c'è soltanto da ridere". E aggiunge,spiegando in una  qualunque maniera quel riconoscimento di galantomismo:"Montanelli aveva ragione, in quegli anni, a preoccuparsi", evocando i sinistri fantasmi di Togliatti, Secchia e degli altri capi comunisti d'allora.

E' questo, allora, che unisce Montanelli e Viola: l'anticomunismo?  E che c'entra l'anticomunismo con la questione centrale posta dalla pubblicazione di quelle lettere e cioè il rispetto della democrazia?  Potremmo allora arrivare a dire che forse c'era qualcosa di specifico che univa "quei" comunisti a "quegli" anticomunisti, e cioè la mancanza di rispetto per la democrazia?  Potremmo allora spingerci oltre e ipotizzare che, ancora una volta, siamo di fronte all'ennesima manifestazione culturale di un "paese senza”. Un Paese senza cultura laica, senza una forte tradizione liberal-democratica o liberal-socialista che dir si voglia.  Un paese in cui persino un uomo intelligente come Viola si ritrova ad attribuire  del galantomismo (e non del semiperonismo, come sarebbe forse più esatto)a un golpista fellone e fascista come Montanelli: fascista nella cultura e nei comportamenti, più che nella militanza formale; un fascista vero, autentico e sincero.  Un paese in cui è capitato di vedere Montanelli persino a  fianco dei post-comunisti e guardato financo da qualcuno a sinistra – si fa per dire – come un campione della libertà di stampa, proprio lui il bastonatore.

 

Beppe Lopez

Da “La Nuova Basilicata”

28 dicembre 1998 


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