IL MANIFESTO DI VENTOTENE
I - LA CRISI DELLA CIVILTA' MODERNA
La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l'uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale che non lo rispettino:
2) Si è affermato l'uguale diritto per i cittadini alla formazione della
volontà dello stato. Questa doveva così risultare la sintesi delle mutevoli
esigenze economiche e ideologiche di tutte le categorie sociali liberamente
espresse. Tale organizzazione politica ha permesso di correggere, o almeno di
attenuare, molte delle più stridenti ingiustizie ereditarie dai regimi
passati. Ma la libertà di stampa e di associazione e la progressiva estensione
del suffragio rendevano sempre più difficile la difesa dei vecchi privilegi
mantenendo il sistema rappresentativo. I nullatenenti a poco a poco imparavano
a servirsi di questi istrumenti per dare l'assalto ai diritti acquisiti dalle
classi abbienti; le imposte speciali sui redditi non guadagnati e sulle
successioni, le aliquote progressive sulle maggiori fortune, le esenzioni dei
redditi minimi, e dei beni di prima necessità, la gratuità della scuola
pubblica, l'aumento delle spese di assistenza e di previdenza sociale, le
riforme agrarie, il controllo delle fabbriche, minacciavano i ceti
privilegiati nelle loro più fortificate cittadelle.
Anche i ceti
privilegiati che avevano consentito all'uguaglianza dei diritti politici non
potevano ammettere che le classi diseredate se ne valessero per cercare di
realizzare quell'uguaglianza di fatto che avrebbe dato a tali diritti un
contenuto concreto di effettiva libertà. Quando, dopo la fine della prima
guerra mondiale, la minaccia divenne troppo forte, fu naturale che tali ceti
applaudissero calorosamente ed appoggiassero le instaurazioni delle dittature
che toglievano le armi legali di mano ai loro avversari. D'altra parte la
formazione di giganteschi complessi industriali e bancari e di sindacati
riunenti sotto un'unica direzione interi eserciti di lavoratori, sindacati e
complessi che premevano sul governo per ottenere la politica più rispondente
ai loro particolari interessi, minacciava di dissolvere lo stato stesso in
tante baronie economiche in acerba lotta tra loro. Gli ordinamenti democratico
liberali, divenendo lo strumento di cui questi gruppi si valevano per meglio
sfruttare l'intera collettività, perdevano sempre più il loro prestigio, e
così si diffondeva la convinzione che solamente lo stato totalitario, abolendo
la libertà popolare, potesse in qualche modo risolvere i conflitti di
interessi che le istituzioni politiche esistenti non riuscivano più a
contenere.
Di fatto poi i regimi totalitari hanno consolidato in complesso la
posizione delle varie categorie sociali nei punti volta a volta raggiunti, ed
hanno precluso, col controllo poliziesco di tutta la vita dei cittadini e con
la violenta eliminazione dei dissenzienti, ogni possibilità legale di
correzione dello stato di cose vigente. Si è così assicurata l'esistenza del
ceto assolutamente parassitario dei proprietari terrieri assenteisti, e dei
redditieri che contribuiscono alla produzione sociale solo col tagliare le
cedole dei loro titoli, dei ceti monopolistici e delle società a catena che
sfruttano i consumatori e fanno volatilizzare i denari dei piccoli
risparmiatori, dei plutocrati, che, nascosti dietro le quinte, tirano i fili
degli uomini politici, per dirigere tutta la macchina dello stato a proprio
esclusivo vantaggio, sotto l'apparenza del perseguimento dei superiori
interessi nazionali. Sono conservate le colossali fortune di pochi e la
miseria delle grandi masse, escluse dalle possibilità di godere i frutti delle
moderna cultura. E' salvato, nelle sue linee sostanziali, un regime economico
in cui le risorse materiali e le forze di lavoro, che dovrebbero essere
rivolte a soddisfare i bisogni fondamentali per lo sviluppo delle energie
vitali umane, vengono invece indirizzate alla soddisfazione dei desideri più
futili di coloro che sono in grado di pagare i prezzi più alti; un regime
economico in cui, col diritto di successione, la potenza del denaro si
perpetua nello stesso ceto, trasformandosi in un privilegio senza alcuna
corrispondenza al valore sociale dei servizi effettivamente prestati, e il
campo delle alternative ai proletari resta così ridotto che per vivere sono
costretti a lasciarsi sfruttare da chi offra loro una qualsiasi possibilità
d'impiego.
Per tenere immobilizzate e sottomesse le classi operaie, i
sindacati sono stati trasformati, da liberi organismi di lotta, diretti da
individui che godevano la fiducia degli associati, in organi di sorveglianza
poliziesca, sotto la direzione di impiegati scelti dal gruppo governante e ad
esso solo responsabili. Se qualche correzione viene fatta a un tale regime
economico, è sempre solo dettata dalle esigenze del militarismo, che hanno
confluito con le reazionarie aspirazioni dei ceti privilegiati nel far sorgere
e consolidare gli stati totalitari.
3) Contro il dogmatismo autoritario si è affermato il valore permanente
dello spirito critico. Tutto quello che veniva asserito doveva dare ragione di
sì o scomparire. Alla metodicità di questo spregiudicato atteggiamento sono
dovute le maggiori conquiste della nostra società in ogni campo.
Ma questa
libertà spirituale non ha resistito alla crisi che ha fatto sorgere gli stati
totalitari. Nuovi dogmi da accettare per fede o da accettare ipocritamente, si
stanno accampando in tutte le scienze. Quantunque nessuno sappia che cosa sia
una razza e le più elementari nozioni storiche ne facciano risultare
l'assurdità, si esige dai fisiologi di credere di mostrare e convincere che si
appartiene ad una razza eletta, solo perché l'imperialismo ha bisogno di
questo mito per esaltare nelle masse l'odio e l'orgoglio. I più evidenti
concetti della scienza economica debbono essere considerati anatema per
presentare la politica autarchica, gli scambi bilanciati e gli altri
ferravecchi del mercantilismo, come straordinarie scoperte dei nostri tempi. A
causa della interdipendenza economica di tutte le parti del mondo, spazio
vitale per ogni popolo che voglia conservare il livello di vita corrispondente
alla civiltà moderna, è tutto il globo; ma si è creata la pseudo scienza della
geopolitica che vuol dimostrare la consistenza della teoria degli spazi
vitali, per dare veste teorica alla volontà di sopraffazione
dell'imperialismo. La storia viene falsificata nei suoi dati essenziali,
nell'interesse della classe governante. Le biblioteche e le librerie vengono
purificate di tutte le opere non considerate ortodosse. Le tenebre
dell'oscurantismo di nuovo minacciano di soffocare lo spirito umano.
La
stessa etica sociale della libertà e dell'uguaglianza è scalzata. Gli uomini
non sono più considerati cittadini liberi, che si valgono dello stato per
meglio raggiungere i loro fini collettivi. Sono servitori dello stato che
stabilisce quali debbono essere i loro fini, e come volontà dello stato viene
senz'altro assunta la volontà di coloro che detengono il potere. Gli uomini
non sono più soggetti di diritto, ma gerarchicamente disposti, sono tenuti ad
ubbidire senza discutere alle gerarchie superiori che culminano in un capo
debitamente divinizzato. Il regime delle caste rinasce prepotente dalle sue
stesse ceneri.
II - I COMPITI DEL DOPO GUERRA - L'UNITA' EUROPEA
La sconfitta della Germania non porterebbe automaticamente al riordinamento dell'Europa secondo il nostro ideale di civiltà.
Nel breve intenso periodo di crisi generale, in cui gli stati nazionali
giaceranno fracassati al suolo, in cui le masse popolari attenderanno ansiose la
parola nuova e saranno materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in
forme nuove, capace di accogliere la guida di uomini seriamente
internazionalisti, i ceti che più erano privilegiati nei vecchi sistemi
nazionali cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l'ondata dei
sentimenti e delle passioni internazionalistiche, e si daranno ostinatamente a
ricostruire i vecchi organismi statali. Ed è probabile che i dirigenti inglesi,
magari d'accordo con quelli americani, tentino di spingere le cose in questo
senso, per riprendere la politica dell'equilibrio delle potenze nell'apparente
immediato interesse del loro impero.
Le forze conservatrici, cioè i dirigenti
delle istituzioni fondamentali degli stati nazionali: i quadri superiori delle
forze armate, culminanti là, dove ancora esistono, nelle monarchie; quei gruppi
del capitalismo monopolista che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle
degli stati; i grandi proprietari fondiari e le alte gerarchie ecclesiastiche,
che solo da una stabile società conservatrice possono vedere assicurate le loro
entrate parassitarie; ed al loro seguito tutto l'innumerevole stuolo di coloro
che da essi dipendono o che son anche solo abbagliati dalla loro tradizionale
potenza; tutte queste forze reazionarie, già fin da oggi, sentono che l'edificio
scricchiola e cercano di salvarsi. Il crollo le priverebbe di colpo di tutte le
garanzie che hanno avuto fin'ora e le esporrebbe all'assalto delle forze
progressiste.
Ma essi hanno uomini e quadri abili ed adusati al comando, che
si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento
sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della
libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo
visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari, e li abbiano
paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la
forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti.
Il punto sul quale essi
cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato nazionale. Potranno
così far presa sul sentimento popolare più diffuso, più offeso dai recenti
movimenti, più facilmente adoperabile a scopi reazionari: il sentimento
patriottico. In tal modo possono anche sperare di più facilmente confondere le
idee degli avversari, dato che per le masse popolari l'unica esperienza politica
finora acquisita è quella svolgentesi entro l'ambito nazionale, ed è perciò
abbastanza facile convogliare, sia esse che i loro capi più miopi, sul terreno
della ricostruzione degli stati abbattuti dalla bufera.
Se raggiungessero
questo scopo avrebbero vinto. Fossero pure questi stati in apparenza largamente
democratici o socialisti, il ritorno del potere nelle mani dei reazionari
sarebbe solo questione di tempo. Risorgerebbero le gelosie nazionali e ciascuno
stato di nuovo riporrebbe la soddisfazione delle proprie esigenze solo nella
forza delle armi. Loro compito precipuo tornerebbe ad essere, a più o meno breve
scadenza, quello di convertire i loro popoli in eserciti. I generali
tornerebbero a comandare, i monopolisti ad approfittare delle autarchie, i corpi
burocratici a gonfiarsi, i preti a tener docili le masse. Tutte le conquiste del
primo momento si raggrinzerebbero in un nulla di fronte alla necessità di
prepararsi nuovamente alla guerra.
Il problema che in primo luogo va risolto,
e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la
definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani. Il
crollo della maggior parte degli stati del continente sotto il rullo compressore
tedesco ha già accomunato la sorte dei popoli europei, che o tutti insieme
soggiaceranno al dominio hitleriano, o tutti insieme entreranno, con la caduta
di questo in una crisi rivoluzionaria in cui non si troveranno irrigiditi e
distinti in solide strutture statali.
Gli spiriti sono giù ora molto meglio
disposti che in passato ad una riorganizzazione federale dell'Europa. La dura
esperienza ha aperto gli occhi anche a chi non voleva vedere ed ha fatto
maturare molte circostanze favorevoli al nostro ideale.
Tutti gli uomini
ragionevoli riconoscono ormai che non si può mantenere un equilibrio di stati
europei indipendenti con la convivenza della Germania militarista a parità di
condizioni con gli altri paesi, né si può spezzettare la Germania e tenerle il
piede sul collo una volta che sia vinta. Alla prova, è apparso evidente che
nessun paese d'Europa può restarsene da parte mentre gli altri si battono, a
nulla valendo le dichiarazioni di neutralità e di patti di non aggressione. E'
ormai dimostrata la inutilità, anzi la dannosità di organismi, tipo della
Società delle Nazioni, che pretendano di garantire un diritto internazionale
senza una forza militare capace di imporre le sue decisioni e rispettando la
sovranità assoluta degli stati partecipanti. Assurdo è risultato il principio
del non intervento, secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero
di darsi il governo dispotico che meglio crede, quasi che la costituzione
interna di ogni singolo stato non costituisse un interesse vitale per tutti gli
altri paesi europei.
Insolubili sono diventati i molteplici problemi che
avvelenano la vita internazionale del continente: tracciati dei confini a
popolazione mista, difesa delle minoranze allogene, sbocco al mare dei paesi
situati nell'interno, questione balcanica, questione irlandese, ecc., che
troverebbero nella Federazione Europea la più semplice soluzione, come l'hanno
trovata in passato i corrispondenti problemi degli staterelli entrati a far
parte delle più vaste unità nazionali, quando hanno perso la loro acredine,
trasformandosi in problemi di rapporti fra le diverse provincie.
D'altra
parte la fine del senso di sicurezza nella inattaccabilità della Gran Bretagna,
che consigliava agli inglesi la "splendid isolation", la dissoluzione
dell'esercito e della stessa repubblica francese, al primo serio urto delle
forze tedesche - risultato che è da sperare abbia di molto smorzata la
presunzione sciovinista della superiorità gallica - e specialmente la coscienza
della gravità del pericolo corso di generale asservimento, sono tutte
circostanze che favoriranno la costituzione di un regime federale che ponga fine
all'attuale anarchia. Ed il fatto che l'Inghilterra abbia accettato il principio
dell'indipendenza indiana, e la Francia abbia potenzialmente perduto col
riconoscimento della sconfitta, tutto il suo impero, rendono più agevole trovare
anche una base di accordo per una sistemazione europea dei problemi
coloniali.
A tutto ciò va infine aggiunta la scomparsa di alcune delle
principali dinastie e la fragilità delle basi di quelle che sostengono le
dinastie superstiti. Va tenuto conto, infatti, che le dinastie, considerando i
diversi paesi come tradizionale appannaggio proprio, rappresentavano, con i
poderosi interessi di cui erano l'appoggio, un serio ostacolo alla
organizzazione razionale degli Stati Uniti d'Europa, il quale non possono
poggiare che sulla costituzioni repubblicane di tutti i paesi federati.
E
quando, superando l'orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione
di insieme tutti i popoli che costituiscono l'umanità, bisogna pur riconoscere
che la federazione europea è l'unica garanzia concepibile che i rapporti con i
popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica
cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile
l'unità politica dell'intero globo.
La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade
perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del
maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima
linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello
antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che
faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando
che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel
vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come
compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che
indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il
potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per
realizzare l'unità internazionale.
Con la propaganda e con l'azione, cercando
di stabilire in tutti i modi accordi e legami tra i movimenti simili che nei
vari paesi si vanno certamente formando, occorre fin d'ora gettare le fondamenta
di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far sorgere il nuovo
organismo, che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli
in Europa; per costituire un largo stato federale, il quale disponga di una
forza armata europea al posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente le
autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli organi e i
mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue
deliberazioni, dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati
stessi l'autonomia che consente una plastica articolazione e lo sviluppo della
vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli.
Se ci
sarà nei principali paesi europei un numero sufficiente di uomini che
comprenderanno ciò, la vittoria sarà in breve nelle loro mani, perché la
situazione e gli animi saranno favorevoli alla loro opera e di fronte avranno
partiti e tendenze già tutti squalificati dalla disastrosa esperienza
dell'ultimo ventennio. Poiché sarà l'ora di opere nuove, sarà anche l'ora di
uomini nuovi, del movimento per l'Europa libera e unita!
III - I COMPITI DEL DOPO GUERRA LA RIFORMA DELLA SOCIETA'
Un'Europa libera e unita è premessa necessaria del
potenziamento della civiltà moderna, di cui l'era totalitaria rappresenta un
arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il
processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Tutte le
vecchie istituzioni conservatrici che ne impedivano l'attuazione, saranno
crollanti o crollate, e questa loro crisi dovrà essere sfruttata con coraggio e
decisione. La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà
essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici
e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.
La bussola di
orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione, non può essere
però il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata
dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita, e
tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno.
La statizzazione generale dell'economia è stata la prima forma utopistica in cui
le classi operaie si sono rappresentate la loro liberazione del giogo
capitalista, ma, una volta realizzata a pieno, non porta allo scopo sognato,
bensì alla costituzione di un regime in cui tutta la popolazione è asservita
alla ristretta classe dei burocrati gestori dell'economia, come è avvenuto in
Russia.
Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello
della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea
deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare
gli uomini, ma - come avviene per forze naturali - essere da loro sottomesse,
guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne
siano vittime. Le gigantesche forze di progresso, che scaturiscono
dall'interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica
"routinière" per trovarsi poi di fronte all'insolubile problema di resuscitare
lo spirito d'iniziativa con le differenziazioni dei salari, e con gli altri
provvedimenti del genere dello stachenovismo dell'U.R.S.S., col solo risultato
di uno sgobbamento più diligente. Quelle forze vanno invece esaltate ed estese
offrendo loro una maggiore possibilità di sviluppo ed impiego, e
contemporaneamente vanno perfezionati e consolidati gli argini che le
convogliano verso gli obiettivi di maggiore utilità per tutta la
collettività.
La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta,
estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.
Questa
direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita
economica europea liberata dagli incubi del militarismo e del burocraticismo
nazionali. In essa possono trovare la loro liberazione tanto i lavoratori dei
paesi capitalistici oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori
dei paesi comunisti oppressi dalla tirannide burocratica. La soluzione razionale
deve prendere il posto di quella irrazionale anche nella coscienza dei
lavoratori. Volendo indicare in modo più particolareggiato il contenuto di
questa direttiva, ed avvertendo che la convenienza e le modalità di ogni punto
programmatico dovranno essere sempre giudicate in rapporto al presupposto oramai
indispensabile dell'unità europea, mettiamo in rilievo i seguenti punti:
b) le caratteristiche che hanno avuto in passato il diritto di proprietà e il diritto di successione hanno permesso di accumulare nelle mani di pochi privilegiati ricchezze che converrà distribuire, durante una crisi rivoluzionaria in senso egualitario, per eliminare i ceti parassitari e per dare ai lavoratori gl'istrumenti di produzione di cui abbisognano, onde migliorare le condizioni economiche e far loro raggiungere una maggiore indipendenza di vita. Pensiamo cioè ad una riforma agraria che, passando la terra a chi coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l'azionariato operaio, ecc.;
c) i giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita. In particolare la scuola pubblica dovrà dare la possibilità effettiva di perseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi; e dovrà preparare, in ogni branca di studi per l'avviamento ai diversi mestieri e alla diverse attività liberali e scientifiche, un numero di individui corrispondente alla domanda del mercato, in modo che le rimunerazioni medie risultino poi pressappoco eguali, per tutte le categorie professionali, qualunque possano essere le divergenze tra le rimunerazioni nell'interno di ciascuna categoria, a seconda delle diverse capacità individuali;
d) la potenzialità quasi senza limiti della produzione in massa dei generi di prima necessità con la tecnica moderna, permette ormai di assicurare a tutti, con un costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l'alloggio e il vestiario col minimo di conforto necessario per conservare la dignità umana. La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;
e) la liberazione delle classi lavoratrici può aver luogo solo realizzando le condizioni accennate nei punti precedenti: non lasciandole ricadere nella politica economica dei sindacati monopolistici, che trasportano semplicemente nel campo operaio i metodi sopraffattori caratteristici specialmente del grande capitale. I lavoratori debbono tornare a essere liberi di scegliere i fiduciari per trattare collettivamente le condizioni a cui intendono prestare la loro opera, e lo stato dovrà dare i mezzi giuridici per garantire l'osservanza dei patti conclusivi; ma tutte le tendenze monopolistiche potranno essere efficacemente combattute, una volta che saranno realizzate quelle trasformazioni sociali.
Questi sono i cambiamenti necessari per creare, intorno al nuovo ordine, un
larghissimo strato di cittadini interessati al suo mantenimento e per dare alla
vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso
di solidarietà sociale. Su queste basi le libertà politiche potranno veramente
avere un contenuto concreto e non solo formale per tutti, in quanto la massa dei
cittadini avrà una indipendenza ed una conoscenza sufficiente per esercitare un
efficace e continuo controllo sulla classe governante.
Sugli istituti
costituzionali sarebbe superfluo soffermarci, poiché, non potendosi prevedere le
condizioni in cui dovranno sorgere ed operare, non faremmo che ripetere quello
che tutti già sanno sulla necessità di organi rappresentativi per la formazione
delle leggi, dell'indipendenza della magistratura - che prenderà il posto
dell'attuale - per l'applicazione imparziale delle leggi emanate, della libertà
di stampa e di associazione, per illuminare l'opinione pubblica e dare a tutti i
cittadini la possibilità di partecipare effettivamente alla vita dello stato. Su
due sole questioni è necessario precisare meglio le idee, per la loro
particolare importanza in questo momento nel nostro paese, sui rapporti dello
stato con la chiesa e sul carattere della rappresentanza politica:
IV - LA SITUAZIONE RIVOLUZIONARIA: VECCHIE E NUOVE CORRENTI
La caduta dei regimi totalitari significherà per
interi popoli l'avvento della "libertà" sarà scomparso ogni freno ed
automaticamente regneranno amplissime libertà di parola e di
associazione.
Sarà il trionfo delle tendenze democratiche. Esse hanno
innumerevoli sfumature che vanno da un liberalismo molto conservatore, fino al
socialismo e all'anarchia. Credono nella "generazione spontanea" degli
avvenimenti e delle istituzioni, nella bontà assoluta degli impulsi che
vengono dal basso. Non vogliono forzare la mano alla "storia" al "popolo" al
"proletariato" o come altro chiamano il loro dio. Auspicano la fine delle
dittature immaginandola come la restituzione al popolo degli imprescrittibili
diritti di autodeterminazione. Il coronamento dei loro sogni è un'assemblea
costituente eletta col più esteso suffragio e col più scrupoloso rispetto
degli elettori, la quale decida che costituzione il popolo debba darsi. Se il
popolo è immaturo se ne darà una cattiva, ma correggerla si potrà solo
mediante una costante opera di convinzione.
I democratici non rifuggono per
principio dalla violenza, ma la vogliono adoperare solo quando la maggioranza
sia convinta della sua indispensabilità, cioè propriamente quando non è più
altro che un pressoché superfluo puntino da mettere sulla i. Sono perciò
dirigenti adatti solo nelle epoche di ordinaria amministrazione, in cui un
popolo è nel suo complesso convinto della bontà delle istituzioni
fondamentali, che debbono essere ritoccate solo in aspetti relativamente
secondari. Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già
essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente.
La pietosa impotenza dei democratici nelle rivoluzioni russa, tedesca,
spagnola, sono tre dei più recenti esempi.
In tali situazioni, caduto il
vecchio apparato statale, con le sue leggi e la sua amministrazione, pullulano
immediatamente, con sembianza di vecchia legalità o sprezzandola, una quantità
di assemblee e rappresentanze popolari in cui convergono e si agitano tutte le
forze sociali progressiste. Il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali da
soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare. Mille campane
suonano alle sue orecchie, con i suoi milioni di teste non riesce a
raccapezzarsi, e si disgrega in una quantità di tendenze in lotta tra
loro.
Nel momento in cui occorre la massima decisione e audacia, i
democratici si sentono smarrirti non avendo dietro uno spontaneo consenso
popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni; pensano che loro dovere
sia di formare quel consenso, e si presentano come predicatori esortanti,
laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare; perdono le occasioni
favorevoli al consolidamento del nuovo regime, cercando di far funzionare
subito organi che presuppongono una lunga preparazione e sono adatti ai
periodi di relativa tranquillità; danno ai loro avversari armi di cui quelli
poi si valgono per rovesciarli; rappresentano insomma, nelle loro mille
tendenze, non già la volontà di rinnovamento, ma le confuse volontà regnanti
in tutte le menti, che, paralizzandosi a vicenda, preparano il terreno
propizio allo sviluppo della reazione. La metodologia politica democratica
sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria.
Man mano che i democratici
logorassero nelle loro logomachie la loro prima popolarità di assertori della
libertà, mancando ogni seria rivoluzione politica e sociale, si andrebbero
immancabilmente ricostituendo le istituzioni politiche pretotalitarie, e la
lotta tornerebbe a svilupparsi secondo i vecchi schemi della contrapposizione
delle classi.
Il principio secondo il quale la lotta di classe è il termine
cui van ridotti tutti i problemi politici, ha costituito la direttiva
fondamentale, specialmente degli operai delle fabbriche, ed ha giovato a dare
consistenza alla loro politica, finché non erano in questione le istituzioni
fondamentali della società. Ma si converte in uno strumento di isolamento del
proletariato, quando si imponga la necessità di trasformare l'intera
organizzazione della società. Gli operai educati classisticamente non sanno
allora vedere che le loro particolari rivendicazioni di classe, o di
categoria, senza curarsi di come connetterle con gli interessi degli altri
ceti, oppure aspirano alla unilaterale dittatura delle loro classe, per
realizzare l'utopistica collettivizzazione di tutti gli strumenti materiali di
produzione, indicata da una propaganda secolare come il rimedio sovrano di
tutti i loro mali. Questa politica non riesce a far presa su nessun altro
strato fuorché sugli operai, i quali così privano le altre forze progressive
del loro sostegno, e le lasciano cadere in balia della reazione, che abilmente
le organizza per spezzare le reni allo stesso movimento proletario.
Delle
varie tendenze proletarie, seguaci della politica classista e dell'ideale
collettivista, i comunisti hanno riconosciuto la difficoltà di ottenere un
seguito di forze sufficienti per vincere, e per ciò si sono - a differenza
degli altri partiti popolari - trasformati in un movimento rigidamente
disciplinato, che sfrutta quel che residua del mito russo per organizzare gli
operai, ma non prende leggi da essi, e li utilizza nelle più disparate
manovre.
Questo atteggiamento rende i comunisti, nelle crisi
rivoluzionarie, più efficienti dei democratici; ma tenendo essi distinte
quanto più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie - col
predicare che la loro "vera" rivoluzione è ancora da venire - costituiscono
nei momento decisivi un elemento settario che indebolisce il tutto. Inoltre la
loro assidua dipendenza allo stato russo, che li ha ripetutamente adoperati
senza scrupoli per il perseguimento della sua politica nazionale, impedisce
loro di perseguire una politica con un minimo di continuità. Hanno sempre
bisogno di nascondersi dietro un Karoly, un Blum, un Negrin, per andare poi
fatalmente in rovina dietro i fantocci democratici adoperati, poiché il potere
si consegue e si mantiene non semplicemente con la furberia, ma con la
capacità di rispondere in modo organico e vitale alle necessità della società
moderna. La loro scarsa consistenza si palesa invece senza possibilità di
equivoci quando, venendo a mancare il camuffamento, fanno regolarmente mostra
di un puro verbalismo estremista.
Se la lotta restasse domani ristretta
nel tradizionale campo nazionale, sarebbe molto difficile sfuggire alle
vecchie aporie. Gli stati nazionali hanno infatti già così profondamente
pianificato le proprie rispettive economie che la questione centrale
diverrebbe ben presto quella di sapere quale gruppo di interessi economici,
cioè quale classe, dovrebbe detenere le leve di comando del piano. Il fronte
delle forze progressiste sarebbe facilmente frantumato nella rissa tra classi
e categorie economiche. Con le maggiori probabilità i reazionari sarebbero
coloro che ne trarrebbero profitto. Ma anche i comunisti, nonostante le loro
deficenze, potrebbero avere il loro quarto d'ora, convogliare le masse
stanche, deluse, assumere il potere ed adoperarlo per realizzare, come in
Russia, il dispotismo burocratico su tutta la vita economica, politica e
spirituale del paese.
Una situazione dove i comunisti contassero come forza
politica dominante significherebbe non uno sviluppo non in senso
rivoluzionario, ma già il fallimento del rinnovamento europeo.
Larghissime masse restano ancora influenzate o influenzabili dalle vecchie
tendenze democratiche e comuniste, perché non scorgono nessuna prospettiva di
metodi e di obiettivi nuovi. Tali tendenze sono però formazioni politiche del
passato; da tutti gli sviluppi storici recenti nulla hanno appreso, nulla
dimenticato; incanalano le forze progressiste lungo strade che non possono
serbare che delusioni e sconfitte; di fronte alle esigenze più profonde del
domani costituiscono un ostacolo e debbono o radicalmente modificarsi o
sparire.
Un vero movimento rivoluzionario dovrà sorgere da coloro che hanno
saputo criticare le vecchie impostazioni politiche; dovrà sapere collaborare
con le forze democratiche, con quelle comuniste, ed in genere con quanti
cooperano alla disgregazione del totalitarismo, ma senza lasciarsi irretire
dalla loro prassi politica.
Il partito rivoluzionario non può essere
dilettantescamente improvvisato nel momento decisivo, ma deve sin da ora
cominciare a formarsi almeno nel suo atteggiamento politico centrale, nei suoi
quadri generali e nelle prime direttive d'azione. Esso non deve rappresentare
una coalizione eterogenea di tendenze, riunite solo transitoriamente e
negativamente, cioè per il loro passato antifascista e nella semplice del
disgregamento del totalitarismo, pronte a disperdersi ciascuna per la sua
strada una volta raggiunta quella caduta. Il partito rivoluzionario deve
sapere invece che solo allora comincerà veramente la sua opera e deve perciò
essere costituito di uomini che si trovino d'accordo sui principali problemi
del futuro. Deve penetrare con la sua propaganda metodica ovunque ci siano
degli oppressi dell'attuale regime, e, prendendo come punto di partenza quello
volta volta sentito come il più doloroso dalle singole persone e classi,
mostrare come esso si connetta con altri problemi e quale possa esserne la
vera soluzione. Ma dalla schiera sempre crescente dei suoi simpatizzanti deve
attingere e reclutare nell'organizzazione del partito solo coloro che abbiano
fatto della rivoluzione europea lo scopo principale della loro vita, che
disciplinatamente realizzino giorno per giorno il lavoro necessario,
provvedano oculatamente alla sicurezza, continua ed efficacia di esso, anche
nella situazione di più dura illegalità, e costituiscano così la solida rete
che dia consistenza alla più labile sfera dei simpatizzanti.
Pur non
trascurando nessuna occasione e nessun campo per seminare la sua parola, esso
deve rivolgere la sua operosità in primissimo luogo a quegli ambienti che sono
i più importanti come centri di diffusione di idee e come centri di
reclutamento di uomini combattivi; anzitutto verso i due gruppi sociali più
sensibili nella situazione odierna, e decisivi in quella di domani, vale a
dire la classe operaia e i ceti intellettuali. La prima è quella che meno si è
sottomessa alla ferula totalitaria, che sarà la più pronta a riorganizzare le
proprie file. Gli intellettuali, particolarmente i più giovani, sono quelli
che si sentono spiritualmente soffocare e disgustare dal regnante dispotismo.
Man mano altri ceti saranno inevitabilmente attratti nel movimento generale.
Qualsiasi movimento che fallisca nel compito di alleanza di queste forze è
condannato alla sterilità, poiché, se à movimento di soli intellettuali, sarà
privo di quella forza di massa necessaria per travolgere le resistenze
reazionarie, sarà diffidente e diffidato rispetto alla classe operaia; ed
anche se animato da sentimenti democratici, sarà proclive a scivolare, di
fronte alle difficoltà, sul terreno della reazione di tutte le altre classi
contro gli operai, cioè verso una restaurazione.
Se poggerà solo sulla
classe operaia sarà privo di quella chiarezza di pensiero che non può venire
che dagli intellettuali, e che è necessaria per ben distinguere i nuovi
compiti e le nuove vie: rimarrà prigioniero del vecchio classismo, vedrà
nemici dappertutto, e sdrucciolerà sulla dottrinaria soluzione
comunista.
Durante la crisi rivoluzionaria spetta a questo partito
organizzare e dirigere le forze progressiste, utilizzando tutti quegli organi
popolari che si formano spontaneamente come crogioli ardenti in cui vanno a
mischiarsi le forze rivoluzionarie, non per emettere plebisciti, ma in attesa
di essere guidate.
Esso attinge la visione e la sicurezza di quel che va
fatto, non da una preventiva consacrazione da parte della ancora inesistente
volontà popolare, ma nella sua coscienza di rappresentare le esigenze profonde
della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la
prima disciplina sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del
partito rivoluzionario si forma il nuovo stato e attorno ad esso la nuova
democrazia.
Non è da temere che un tale regime rivoluzionario debba
necessariamente sbocciare in un nuovo dispotismo. Vi sbocca se è venuto
modellando un tipo di società servile. Ma se il partito rivoluzionario andrà
creando con polso fermo fin dai primissimi passi le condizioni per una vita
libera, in cui tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello
stato, la sua evoluzione sarà, anche se attraverso eventuali secondarie crisi
politiche, nel senso di una progressiva comprensione ed accettazione da parte
di tutti del nuovo ordine, e perciò nel senso di una crescente possibilità di
funzionamento di istituzioni politiche libere.
Oggi è il momento in cui
bisogna saper gettare via vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti
al nuovo che sopraggiunge così diverso da tutto quello che si era immaginato,
scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie tra i giovani. Oggi
si cercano e si incontrano, cominciando a tessere la trama del futuro, coloro
che hanno scorto i motivi dell'attuale crisi della civiltà europea, e che
perciò raccolgono l'eredità di tutti i movimenti di elevazione dell'umanità,
naufragati per incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come
raggiungerlo.
La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà.