La relazione introduttiva del Segretario Generale, Luigi Angeletti, 
al XIII Congresso della UIL - Torino 3/6 marzo 2002


Care delegate e cari delegati, graditi ospiti,
giungiamo al termine di una stagione congressuale, durata circa sei mesi, nel corso della quale l’intero corpo dell’Organizzazione, dagli iscritti ai dirigenti nazionali, ha potuto riflettere, discutere e confrontarsi con le dinamiche dell’evoluzione della nostra società.Sono emerse analisi, proposte e progetti che hanno enormemente arricchito il dibattito interno diventando patrimonio dell’intera Uil.E oggi, qui, in questa sede, che evoca simbolicamente Storia e storie del movimento sindacale, noi ci incontriamo in una dimensione del tutto diversa da quella in cui eravamo alla fine del secolo appena trascorso.
Quelle nuove monetine che abbiamo nelle nostre tasche e con cui, ancora adesso, molti di noi hanno una qualche difficoltà a familiarizzare sono infatti il segno concreto e tangibile dell’inizio di una nuova Storia.Non solo cambiano e cambieranno i punti di riferimento economici della nostra quotidianità ma le conseguenze sociali e politiche di questo passo, coinvolgeranno direttamente larghissima parte dell’Europa continentale.Un divenire che non avrà bisogno di tempi lunghissimi per manifestare il suo corso, spinto com’è dalle accelerazioni che ormai connotano la nostra epoca.Esattamente dieci anni or sono veniva dato il via ad una delle scommesse più ardite con cui i paesi del vecchio Continente e, in particolare, l’Italia, si siano mai trovati a cimentarsi.Prendeva corpo l’idea di un’Unione Europea che di lì a due lustri si sarebbe poi concretizzata nella moneta unica.Il Sindacato e i lavoratori accettarono quella sfida diventando protagonisti del risanamento e della rinascita del paese.
Oggi siamo in Europa, tra i grandi del mondo occidentale: il merito è anche dei lavoratori e del Sindacato.
Non è retorica ma è la semplice constatazione di una realtà storica.
Gli iscritti e i delegati della Uil rivendicano questo merito per essere stati, nei luoghi di lavoro e nel quotidiano svolgimento dell’azione sindacale, gli attori convinti di questa politica.Ora è il tempo di raccogliere i frutti, ora è il tempo di vedere crescere il valore del proprio lavoro, in una sola parola, ora è il tempo dello sviluppo.
Siamo in Europa ma adesso dobbiamo restarci e dobbiamo esserci in una condizione di parità istituzionale, economica e sociale.
Di questa Europa vogliamo essere protagonisti, perché non è pensabile che si possa aver aderito e che poi siano gli altri a decidere.
Tuttavia, la credibilità e la legittimità ad essere un soggetto autorevole che indichi la direzione da percorrere e dia il segno della crescita, non deriva da meri esercizi di autoreferenzialità.
Per contare in Europa occorre un sistema politico ed economico forte ed equilibrato.
La Uil è pronta a dare il suo contributo ad un progetto che consenta al nostro paese di modernizzarsi compiutamente e di crescere come punto di riferimento nel nuovo contesto.
Questa è la nostra scelta di campo, perché è quella che corrisponde alla realtà dei fatti e che ci consente di costruire il futuro del nostro paese.
Bisogna sconfiggere quella cultura che vuole un modello opposto.
La nostra azione va collocata nel tempo e nello spazio e qualunque altra analisi e progettualità sarebbe ingannevole se non tenesse conto di questa trasformazione della realtà storica.
Così come incompleta sarebbe la nostra analisi se non si tenesse conto dell’altro aspetto del mutamento istituzionale con cui il nostro paese deve fare i conti, rappresentato dall’affermazione del nascente modello federale regionalista.Lo stesso linguaggio si è adeguato velocemente ai cambiamenti in atto e il termine “Governatore” attribuito ai Presidenti delle Giunte regionali condensa in sé il significato e il valore di questa svolta di carattere costituzionale ratificata, peraltro, dall’esito del recente referendum.Le Regioni hanno una vastissima ed esclusiva competenza su molte materie relative alle attività economiche e sociali, compresa quella del lavoro: anche con questa dimensione territoriale sarà necessario confrontarsi.
Si prospetta un contesto diverso all’interno del quale sarà necessario individuare le giuste coordinate per delineare e conseguire gli obiettivi del nostro progetto sindacale.Ma non finiscono qui le novità con cui occorre confrontarsi.
Con il risultato elettorale del 13 maggio, il popolo italiano, unico sovrano in democrazia, ha sancito il consolidamento del bipolarismo e questa nuova condizione ha modificato radicalmente non solo il quadro politico ma lo stesso rapporto che, con la politica, possono e devono avere le parti sociali.
Per anni si è votato per veder rappresentate le proprie idee da singoli partiti.
Spesso si generava anche una vera e propria fidelizzazione che legava l’elettore al partito che spesso votava turandosi il naso.Oggi non è più così, quel mondo non esiste più da un pezzo se non nella mente di chi continua a soffrire della sindrome dell’orfano.Oggi la maggior parte delle persone vota per essere governata.
Questo è un cambiamento profondo nel nostro sistema politico: tutti noi dobbiamo confrontarci con questa realtà.
Questi scenari sono sovrastati dal processo di globalizzazione. Anche qui un’analisi non ideologica del fenomeno permette di coglierne gli aspetti nella loro reale essenza.E’ giusto attribuire grande valore alle istanze riformiste di quel movimento che ha avuto il merito di attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica su queste tematiche.Il Sindacato, nel suo insieme, ha sempre combattuto le disuguaglianze generate dalla globalizzazione, la povertà, lo sfruttamento, la crescita senza democrazia e giustizia sociale. Tuttavia, demonizzando di per sé il fenomeno della globalizzazione, rischiamo di metterci in una condizione antistorica che a nulla giova e che cancellerebbe anche quel po’ di buono che quel processo è stato comunque in grado di generare.Occorre allora coraggio ed azione da parte dei governi per definire regole globali che governino i mercati con equità e giustizia, che riducano gli effetti speculativi e i condizionamenti sulla politica derivanti dai poteri economici.
Il problema quindi è creare le condizioni per il governo politico della globalizzazione, impegnandosi per allargare i diritti, aumentare la giustizia sociale, ridurre la povertà, diffondere la democrazia, con l’intento di rendere il “villaggio” davvero globale. In una parola, globalizzare le opportunitàUn progetto ambizioso che richiede una forte capacità di interlocuzione e partecipazione, in grado di superare la fase della protesta per produrre cambiamenti reali. E qui il ruolo che potranno giocare le organizzazioni internazionali dei sindacati può essere davvero decisivo.
Con il passare del tempo e con il progredire di un percorso che porterà alla definizione di un progetto di Europa politica, sarà inevitabile prevedere un rafforzamento del ruolo e delle funzioni degli organismi sindacali europei.
Sarà indispensabile stabilire rapporti più intensi, anche di carattere organizzativo, tra i sindacati dei diversi paesi del nostro Continente.
Bisognerà attrezzarsi per un nuovo modo di essere e di fare sindacato ricercando insieme alle altre confederazioni nazionali e alla Ces le soluzioni da adottare.
La nuova realtà europea costringerà tutti noi a modificare molti dei parametri sindacali ai quali siamo stati abituati per decenni. Ed è tempo ormai che, nel dare più spazio all’Europa, ci sia più spazio in Europa anche per il Sindacato, nella prospettiva della costruzione di una politica sociale che abbia pari dignità del progetto finanziario e politico.Bisogna costruire quindi un’Europa sociale che, attraverso la partecipazione dei lavoratori alle decisioni dell’impresa, affermi concrete forme di democrazia economicaMa poiché cambiano anche i riferimenti mondiali e si va consolidando, nel contempo, il processo di globalizzazione, diventa necessario anche un rinnovamento organizzativo e politico dell’organismo sindacale internazionale.Bisogna perciò che la Cisl internazionale venga considerata non solo dalle Istituzioni ma anche dall’opinione pubblica nel suo insieme, quale soggetto contrattuale credibile, visibile ed incisivo rispetto alle grandi sfide con cui dovremo confrontarci. Riteniamo che il lancio di un vero e proprio Forum sindacale mondiale rappresenti uno strumento efficace per raggiungere questi obiettivi.Europa ed euro, federalismo, nuovo sistema politico, governo della globalizzazione costituiscono, insomma, i quattro lati di una cornice in cui si deve collocare l’azione sindacale per tutelare con efficacia i diritti e gli interessi dei lavoratori.Un quadro, questo, che deve restare un punto di riferimento fermo, nonostante le ombre e le macchie che, su di esso, ha gettato il gravissimo attentato dell’11 settembre.Quel tragico evento ha scosso le coscienze di ognuno di noi, ha fatto traballare le nostre certezze, ha generato panico.
Il terrorismo si prefigge innanzitutto di colpire la società civile e la gente comune condizionandone la normale attività quotidiana: il suo obiettivo è quello di paralizzare la società attraverso lo strumento del terrore.
Eppure deve esser chiaro un principio.
A questa minaccia bisogna rispondere restando nella normalità di una società aperta.
Bisogna cioè continuare a svolgere la propria attività, il proprio lavoro, i propri impegni nel sociale, nella politica, nell’economia.Otterremmo così una vittoria contro ogni forma di terrorismo che va ovviamente combattuto non solo sul fronte militare ma con una politica internazionale, capace di risolvere pacificamente i conflitti tra i popoli, a partire da quello drammatico tra israeliani e palestinesi.
L’accentuarsi della congiuntura negativa dopo l’11 settembre ha reso ancora più duro il dibattito sulle condizioni per la ripresa economica e sulla competitività del nostro sistema.Una parte consistente delle nostre imprese, dunque, non ha fatto altro che confermare una vera o presunta condizione di difficoltà adducendo, come sempre, l’argomentazione dell’eccessivo costo del lavoro come giustificazione all’incapacità di vincere la sfida della competitività.Ritorna così la richiesta di una vera riforma della previdenza che significa tagliare le pensioni e di un aumento della flessibilità che in realtà è un aumento della precarietà. Prospettano quindi una società più povera, precaria ed ingiusta.
Secondo noi quella sfida non la si vince più sui bassi costi.
Questa politica non è solo ingiusta dal punto di vista sociale, ma disastrosa per le prospettive economiche del nostro Paese.
Questa teoria, di per sé già perdente quando l’economia era protetta e la competizione avveniva in sistemi chiusi, oggi e del tutto priva di prospettiva.Con l’avvento dell’euro e con la globalizzazione, è infatti mutato lo scenario di riferimento e se volessimo oggi seguire quella teoria ci troveremmo a competere con realtà e sistemi dove il costo del lavoro è a livelli così bassi da rendere impossibile ogni confronto.C’è bisogno invece di una società più competitiva. Ma per essere più competitiva la nostra società deve essere più coesa.Uno stato sociale non è un costo, è una risorsa; i diritti dei cittadini non sono lacci da eliminare ma fondamenti che fanno percepire alle persone di essere cittadini con obiettivi comuni.
Lo sviluppo economico non può derivare da una politica che riduca i costi dello stato sociale e i salari, che peggiori le condizioni di lavoro, che punti ad una competizione con i paesi più deboli del nostro.
Bisogna fare invece l’esatto contrario: investire sui lavoratori e sulla qualità.Ecco perché è inaccettabile che il nostro sistema industriale sia rassegnato ad una competizione sui bassi costi con le economie deboli, destinandosi così a sicura sconfitta, invece di puntare ad un confronto con i paesi economicamente più avanzati, basato sull’innalzamento del livello qualitativo e tecnologico dei prodotti e dei servizi.E’ solo su questo terreno che si vince quella sfida e, semmai ce ne fosse bisogno, sono i fatti stessi a dimostrarlo. La Germania, ad esempio, è il paese con un costo del lavoro tra i più alti al mondo eppure è il paese più ricco d’Europa e con un livello di esportazione altissimo.Diventa perciò decisiva la volontà politica e una cultura di impresa capace di dare impulso alla formazione, alla ricerca, all’innovazione tecnologica, agli investimenti produttivi.Perché è su questi quattro pilastri che si può fondare un sistema industriale ed economico ed una società forte, in grado di affrontare le sfide che la globalizzazione pone.
Se questa, dunque, è la condizione complessiva in cui il Sindacato italiano deve muoversi, se questo è lo scenario interno ed internazionale con cui ci si deve confrontare, il ruolo di una forza sociale come il Sindacato non può che accrescersi e consolidarsi.
Noi abbiamo il dovere di realizzare le condizioni per rafforzare la nostra capacità di rappresentanza nel mondo del lavoro che, oggi più di prima, è la risorsa principale del nostro paese.
Per tutto ciò, bisogna porre al centro il valore del lavoro, elemento di coesione tra generazioni.
Nei processi di cambiamento del mondo del lavoro le donne, i giovani e i migranti vanno assumendo un ruolo sempre più qualitativamente significativo. Il Sindacato deve creare un canale comunicativo tra le diverse appartenenze di genere e tra le generazioni presenti nel mondo del lavoro e della società.
Solo una forte coesione tra generazioni, tra uomini e donne, giovani e anziani sarà in grado di valorizzare la persona nella sua totalità. In questo contesto sugli anziani va modificata l’analisi fin qui realizzata, non sono, come molti li definiscono, un peso ma rappresentano nella società che cambia una risorsa a disposizione della collettività. Gli anziani sono espressione di saggezza ed esperienza e sono questi elementi che la Uil vuole valorizzare.Questa è la scommessa che la Uil intende rilanciare con il suo XIII Congresso nazionale.
La necessità di ricollocare al centro dello scenario economico e politico il fattore lavoro non è il frutto di una scelta ideologica, bensì il segno del XXI secolo.
La forza intrinseca del lavoro sarà l’elemento di una nuova rivoluzione culturale che riproporrà la persona al centro dell’evoluzione del sistema sociale.Oggi lo sviluppo materiale e morale di un paese non è più tanto in funzione del numero di acciaierie ubicate sul territorio quanto conseguenza del livello di conoscenza e di saperi che i cittadini sapranno esprimere.
Riteniamo, insomma, che il futuro di un paese, nel XXI secolo, dipenderà dal patrimonio culturale e dalle capacità professionali dei singoli lavoratori.
Siamo nel mondo della conoscenza.
Il lavoro in quanto espressione di conoscenze avrà più valore del capitale: la creazione di ricchezza sarà determinata più dall’accumulazione delle conoscenze che da quella dei capitali.In occasione del tragico attentato di New York, qualche commentatore, rischiando di scivolare nel più duro cinismo, ha espresso la preoccupazione per la perdita di un patrimonio culturale e di conoscenze custodito nella mente di chi in quelle torri gemelle ha perso la propria vita.
Una testimonianza terribile ma reale di come il concetto del valore del lavoro sia ormai radicato nell’immaginario collettivo di una delle nazioni tecnologicamente ed economicamente più avanzate del mondo.Peraltro, anche l’altissima richiesta di manodopera qualificata, che proviene in particolare dalle imprese più avanzate e quindi più competitive, è il segno evidente di un processo che andrà inevitabilmente nella direzione indicata.Il lavoro è dunque la vera risorsa del futuro.
Non la politica, non l’economia, né l’ideologia né, tantomeno, la finanza dovrà asservire questo valore, ma il lavoratore con il suo lavoro e le sue conoscenze deve essere il fondamento e il fine di quelle realtà.Per troppo tempo sono stati in molti a disconoscere il fatto che il lavoro rappresenta la vera risorsa del nostro paese.
Le stesse politiche sul mercato del lavoro si sono basate sul falso assunto che esso sarebbe una variabile secondaria del nostro sistema economico e che ce ne potrebbe essere di più se costasse di meno.
Ma il concetto del lavoro come fattore esclusivamente materiale della produzione e la sua riduzione ad elemento merceologico appartengono ad un’altra epoca.Oggi non è più quel tempo e gli esempi della rivalutazione della sua componente immateriale sono sotto i nostri occhi tant’è che oggi, lavoro e persona sono sempre più un tutt’uno.Questo allora è il momento per fare un passo avanti perché questo è il momento dello sviluppo.
La Uil, dunque, propone a tutte le forze sociali, economiche e politiche un patto per la valorizzazione del lavoro.
E perché questo patto possa produrre quel risultato, il Sindacato è chiamato ad uscire da una logica tutta difensiva, facendo appello al proprio coraggio e alla propria determinazione per capovolgere gli attuali schemi e per riposizionarli in funzione della riconosciuta centralità del lavoro.
Ecco perché non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo restare ancorati ad un’idea difensiva del lavoro ma essere nella condizione di promuovere nuovi diritti, di far valere interessi e far accrescere opportunità.Sindacati, imprese e Governo devono allora accettare questa sfida e realizzare un patto forte che guardi davvero allo sviluppo del paese fondando questo progetto su alcuni capisaldi.
Nel XXI secolo il lavoro e l’intelligenza delle persone conteranno più di quanto conti il capitale.Una società in cui un lavoratore viene frustrato e la sua dignità messa in discussione non ha alcun traguardo, non produce conoscenza, non sarà coesa, non diventerà mai competitiva.
Un paese che funziona, infatti, è un paese in cui c’è un alto livello quantitativo e qualitativo del lavoro, una diffusione capillare della conoscenza e un elevato grado di tecnologia applicata in grado di generare efficienza e ricchezza.La formazione è il motore dello sviluppo. Non c’è progresso, non c’è modernizzazione se non si alimentano i processi della conoscenza e, in un’epoca in cui i beni immateriali rappresentano una vera risorsa, la ricchezza di una nazione risiede proprio nella capacità di mettere a frutto il valore delle persone.Oggi non vengono adeguatamente sfruttate tutte le opportunità per dar vita ad un percorso normativo e contrattuale in grado di sostenere il singolo lavoratore nel corso di tutta la sua attività lavorativa.
In un mondo del lavoro sempre più precario e segmentato la formazione può diventare un elemento di certezza e una garanzia per la permanenza nel circuito occupazionale molto più efficace delle vecchie soluzioni meramente assistenziali.
Bisogna, dunque, dar corso ad un processo che consenta, in tutti i luoghi di lavoro, di associare la vita lavorativa ad un iter formativo sostanzialmente continuo.
I dati statistici confermano un incremento del tasso di occupazione per i giovani nei nuovi lavori e con nuove tipologie contrattuali d’assunzione.Emergono così occasioni di inserimento nel mondo del lavoro in forme non precarie ma con bassi livelli salariali e condizioni minime di tutela. Nel contempo, si vanno affermando professionalità del tutto nuove e forme di assunzione sempre più atipiche con conseguenti diversificate regolamentazioni contrattuali.
Sempre più frequenti sono dunque i casi di lavoro interinale, di collaborazione coordinata e continuativa e, soprattutto, di contratti per attività da lavoro autonomo.
In questi segmenti c’è in sostanza una fase di espansione occupazionale che vede però il rapporto tra le parti svilupparsi, prevalentemente, secondo un mercato non regolato.Eppure anche da quei lavoratori giunge una richiesta sempre crescente di garanzie, tutele e rappresentanza a cui vogliamo dare adeguate risposte.
Come si è detto, a fare i conti con questo mercato deregolato sono soprattutto i giovani e le donne.
Da qui la necessità di dedicare a questi nuovi soggetti, che continuano ad essere l’anello debole della catena sociale, una maggiore attenzione.La situazione di sostanziale precarietà con la quale essi di fatto convivono, ingenera in questa nuova classe lavoratrice una condizione di paura.
Passano così messaggi falsi che rendono difficile un confronto diretto tra i giovani lavoratori e il Sindacato. Ed è proprio a noi che spetta il compito di consolidare e allargare l’esperienza di rappresentanza anche di questa nuova realtà.Occorre insomma che il Sindacato si offra ai giovani in una dimensione più moderna e in una logica di servizio e di sostegno, spogliandosi di quelle residue incrostazioni ideologiche che appaiono poco comprensibili alle nuove generazioni.
Sono più familiari ai giovani i valori che le ideologie, le forti speranze che le illusorie certezze, la proposta di impegni che le altisonanti e vuote prospettive politiche. Ed è innanzitutto una sfida culturale quella alla quale il Sindacato è chiamato nel proporsi come soggetto rappresentativo anche di questo mondo, ancora poco sindacalizzato ma non meno bisognoso di forti tutele.
Dobbiamo dare voce a quanti oggi voce non hanno.
Per la Uil, dunque, attribuire più valore al lavoro dei giovani diventa un impegno che va perseguito con determinazione facendo ricorso a tutti gli strumenti di cui il Sindacato dispone e creandone di nuovi
Nell’attuale contesto economico, la flessibilità è una condizione oggettiva ed ineliminabile che deriva da una diversa organizzazione a cui il mercato si è adattato nel tempo.Sino ad alcuni anni fa il sistema economico era dominato dai produttori, oggi, al contrario, il mercato è condizionato dai consumatori. Dunque, non si vende più ciò che si produce ma, al contrario, si produce solo ciò che si vende.
Questa autentica rivoluzione copernicana, che ha interessato il sistema produttivo ed economico, negli ultimi decenni, ha generato anche la fine del taylorismo con tutto quel che ne è conseguito, anche in termini di organizzazione del lavoro.
Noi abbiamo dunque il compito di evitare che si continui a confondere erroneamente la flessibilità con la precarietà.
Deve essere chiaro per tutti che mentre la prima è una condizione che genera opportunità, la seconda è la conseguenza della mancanza di certezze, frutto di uno squilibrio nei rapporti di forza tra imprese e lavoratori.
Il problema perciò, come si diceva dianzi, resta quello del governo della flessibilità in forza del quale è possibile evitare degenerazioni e avviare una stagione nuova, capace di conciliare le tutele con lo sviluppo e i diritti con la crescita.
Un patto per il lavoro è soprattutto un patto per lo sviluppo del Mezzogiorno.
La questione occupazionale in Italia riguarda in prevalenza il Sud del nostro paese.
Abbiamo chiesto con forza ed abbiamo ottenuto dall’attuale Governo l’avvio di un confronto proprio su questi temi. Siamo ancora in una fase iniziale ma noi attribuiamo un grande valore a tale negoziato, decisivo per il rilancio del nostro Mezzogiorno.Il punto centrale è la definizione di una politica per gli investimenti e per le infrastrutture che possa favorire la ripresa economica e le opportunità di crescita del lavoro.
Il problema è ridurre il gap con le altre aree del paese rendendo più efficienti il sistema del trasporto viario e ferroviario, la produzione e la distribuzione dell’energia elettrica, l’erogazione dell’acqua, il meccanismo della concessione del credito, la Pubblica amministrazione e, in alcune zone, la sicurezza per i cittadini.Bisogna inoltre operare per incentivare investimenti sulla qualità, sulla ricerca, sull’innovazione e sulla formazione evitando invece l’utilizzo generalizzato di strumenti automatici di aiuto alle imprese che, al contrario, finirebbero per favorire inutilmente investimenti a più basso valore aggiunto.Al tavolo con il Governo vogliamo dunque ridiscutere organicamente l’insieme degli strumenti di intervento per quella realtà e per le altre aree depresse del paese, per accelerare l’utilizzo dei fondi strutturali nel Mezzogiorno e per riproporre un’efficace programmazione negoziata.Occorre insomma creare le condizioni per attrarre nel Sud grandi investimenti. Perché, infatti, laddove ciò si è realizzato, si è dimostrata la possibilità di raggiungere livelli di eccellenza.
Sono queste le leve su cui occorre agire per ridurre il divario tra il Nord e il Sud del paese: altre soluzioni rischiano di essere solo inconsistenti ed inutili palliativi.
Riproporre le gabbie salariali è inaccettabile; parlare solo ed esclusivamente di una flessibilità del lavoro è inutile.
Non ci può essere infatti nessun differenziale salariale né alcuna flessibilità che sia in grado di recuperare gli storici ritardi strutturali.
Così come è altrettanto illusorio pensare di poter ridurre lo scempio sociale ed economico rappresentato dal lavoro nero e dall’economia sommersa riducendo le tasse e i contributi o proponendo sanatorie a favore di chi tasse e contributi non ne paga affatto. E’ evidente che, per costoro, restare nell’illegalità sarà comunque sempre più redditizio sino a quando non si prospetterà un ragionevole rischio di essere scoperti e puniti.Ebbene, la Confindustria che, proprio sotto l’attuale presidenza, ha fatto dell’emersione dal lavoro nero una delle sue principali battaglie, e di ciò gliene rendiamo merito, non può non sapere che quelle attività prosperano perché molte aziende legali alimentano questo fenomeno per ridurre i costi.Maggiori controlli e imprese che si assumono le proprie responsabilità sono le cose che mancano per rendere efficace la legge sull’emersione.Sulla strada della modernizzazione del Paese e dell’efficienza della Pubblica amministrazione sono stati fatti dei passi avanti ed abbiamo assistito ad una stagione di rinnovamento che ha già prodotto alcuni frutti.Ora dobbiamo creare le condizioni perché la Pubblica amministrazione diventi il volano per un progetto di sviluppo che si radichi nella nuova dimensione federalista e che, nel contempo, si proietti verso l’Europa.Anche in questo caso molto dipende dalla capacità che il sistema ha di restituire valore al lavoro.
Noi vogliamo fare una battaglia culturale e politica per sconfiggere l’idea, che i dipendenti pubblici siano i responsabili dell’inefficienza dello Stato e del suo burocratismo. Non è vero; anzi, è esattamente vero il contrario: sono i lavoratori pubblici le prime vittime dell’inefficienza della Pubblica amministrazione.Bisogna quindi proseguire lungo la strada della costruzione di un modello di servizi amministrativi che metta i lavoratori nella condizione di operare bene e in sintonia con tutti gli altri cittadini che ad essi si rivolgono per creare insieme i presupposti di una società normale e di un paese che funziona.
A questo stesso spirito noi crediamo che debba rispondere la logica della privatizzazione e del decentramento di alcune funzioni statali.
Non si possono accampare motivazioni astrattamente ideologiche per giustificare quella che è ormai divenuta una sorta di moda.
Ci sono settori in cui la privatizzazione o il decentramento produrrebbero solo danni e costi al cittadino utente.
Il criterio insomma deve essere quello della maggiore efficienza e del maggior vantaggio per i lavoratori e per la collettività e solo ad esso occorre far riferimento per realizzare scelte da cui può dipendere il futuro del sistema paese.
Questi ragionamenti finiscono per interagire con interessi primari della collettività e vanno a toccare nervi scoperti del corpo sociale. Si pensi, per tutti, alla sanità e alla scuola.
Una sanità pubblica che deve dare a tutti i cittadini la ragionevole certezza di essere curati ed assistiti, nel miglior modo possibile e con la massima efficacia, a prescindere dal proprio reddito e dalla propria residenza.
Per analoghe ragioni noi sosteniamo anche la necessità di una scuola pubblica, nazionale e laica.
In un Paese come il nostro, forse per due o tre generazioni, avremo ancora bisogno di una scuola che abbia quelle precise caratteristiche perché, infondendo il senso di cittadinanza e di appartenenza, essa potrà rappresentare il migliore e più potente strumento per far crescere e sviluppare moralmente e materialmente l’intero Paese.La valorizzazione del lavoro non potrà non influenzare la nostra stessa politica contrattuale.
La prima conseguenza dell’introduzione della moneta unica sarà infatti immediata: si potranno confrontare tra loro, con tutta evidenza, i salari dei diversi paesi dell’Unione.Sarà molto difficile giustificare, in presenza di un tasso di produttività sostanzialmente analogo, l’esistenza di una differenza salariale tra un lavoratore dell’industria manifatturiera italiana e un suo collega tedesco che supera abbondantemente livelli del 50%.Per la Uil questa condizione non è più sostenibile.
Bisogna costruire perciò una politica salariale giusta che premi i lavoratori. Peraltro, il rapporto tra reddito da capitale e salari si è modificato a svantaggio di questi ultimi.
La Uil ritiene che siano maturi i tempi per una modifica della politica contrattuale poiché si è conclusa una fase economica che richiedeva politiche difensive e se ne è aperta un’altra in cui l’obiettivo è quello di ridistribuire la ricchezza prodotta e aumentare i salari reali.La UIL, considera necessario rinegoziare il modello contrattuale che, riconfermando il ruolo del contratto nazionale come strumento per definire diritti omogenei e per determinare la tutela del salario reale, valorizzi la contrattazione di secondo livello per consentire un’effettiva ripartizione della produttività e che sia capace di adattarsi alle diverse realtà e alle differenti situazioni.Ma paradossalmente questa necessaria riforma rischia di essere contraddetta dalla scelta del Governo di sostituire la concertazione con un non meglio definito dialogo sociale, che annulla nei fatti la politica dei redditi.
Noi crediamo invece che il Governo abbia commesso un grave errore di valutazione nel cancellare la prospettiva della concertazione.
La Uil continua a ritenere che la concertazione sia la politica buona che ha consentito il risanamento finanziario dello Stato, l’ingresso nella moneta unica e che ha aperto al nostro paese un futuro tra le nazioni più sviluppate.Il Governo ha abolito la concertazione ritenendo di poter porre fine ad un presunto diritto di veto da parte del Sindacato.
Questo è un grave errore: la concertazione non ha mai previsto un diritto di veto. In realtà, si è andata affermando una simile idea perché in passato c’è stato chi ha deciso di subirlo.Ecco perché la Uil intende rilanciare la politica della concertazione di cui, anche per il prossimo futuro, ci sarà ancora bisogno. Noi riteniamo tuttavia che occorra mutarne gli obiettivi e ampliare le sedi in cui essa può trovare applicazione.
Oggi, la concertazione può e deve essere funzionale ad una politica di crescita e sviluppo e bisogna trasferire questo modello di relazione anche a livello regionale.
Questo nuovo approccio è tanto più necessario quanto più si va affermando un modello istituzionale federalista.
Noi dunque riproponiamo la nostra idea di un modello di concertazione policentrico che, in coerenza con lo sviluppo dei poteri regionali e per la realizzazione di un autentico federalismo, coinvolga le forze sociali nelle scelte e nelle decisioni anche a livello regionale.
Bene farebbe dunque l’attuale Esecutivo a ripensare le proprie posizioni in materia e a rivalutare il ruolo e l’importanza della concertazione nella prospettiva politica e istituzionale che qui abbiamo delineato.La Uil intende sottolineare come questa scelta potrebbe rivelarsi estremamente importante, proprio in una fase in cui il confronto tra Governo e Sindacati sta vivendo una sua particolare evoluzione su molti temi delicati per la vita economica e sociale del nostro paese quali sono il fisco, le pensioni ed il lavoro.
Come è noto, questo Esecutivo ha varato una legge delega sul fisco i cui contenuti ci trovano sostanzialmente contrari in alcuni dei suoi punti essenziali.
Non è improbabile, ad esempio, che i tagli fiscali promessi possano determinare nel tempo un ridimensionamento della spesa pubblica; anzi, il rischio che ciò avvenga sembra emergere dalla stessa relazione di accompagnamento al disegno di legge delega.
Anche la riduzione a due sole aliquote, pur prospettando i benefici di una sostanziale riduzione del peso fiscale sui cittadini, non rispetta il principio di progressività sancito nella Carta costituzionale.
Sono, infine, carenti e poco incisive le misure per contrastare il fenomeno dell’evasione fiscale su cui occorrerebbe, invece, un maggiore e più efficace impegno.Insomma il rischio è che, per come questa delega è strutturata, si vanifichino i pur apprezzabili tentativi di abbassare il carico fiscale sui cittadini e sulle famiglie.
Noi crediamo invece che sia ineludibile un’opera di contrasto efficace dell’evasione fiscale e, in tal senso, una parte importante e forse decisiva la può giocare un’attività di prevenzione.Ecco perché la costruzione di una politica fiscale fondata sull’equità e sulla giustizia potrebbe sicuramente determinare quel salto di qualità da tutti auspicato e, in questa direzione, la Uil è disponibile ad un confronto di merito per porre le premesse di una vera ed efficace riforma fiscale che tenga conto degli interessi generali del paese e non solo di una parte di esso.Su questo tema il confronto con il Governo sinora non ha avuto praticamente storia. Ben diverso e molto più complesso, invece, è stato il negoziato sulle deleghe relative alla previdenza e del lavoro.
A partire dalla discussione sul Libro bianco, durante i mesi del confronto, è emersa e si è via via evidenziata non solo e non tanto la diversità sul merito tra le Organizzazioni sindacali e il Governo e tra le stesse Organizzazioni sindacali quanto il vero nodo cruciale, il problema non risolto: il rapporto tra il sindacato ed il potere politico nella seconda Repubblica.
Non c’è stata secondo noi una seria riflessione su quanto profondamente sia cambiato il nostro sistema politico soprattutto dopo le elezioni del 13 maggio.Il cambiamento più importante non è stato rappresentato dalla vittoria del centro-destra sul centro-sinistra quanto piuttosto dal consolidarsi del bipolarismo e di una maggioranza stabile.
Nessuno di noi possiede la cosiddetta sfera di cristallo in grado di vedere il futuro, ma una riflessione razionale ci fa dire che questo Governo potrà durare per l’intera legislatura e a queste novità non siamo abituati. Ci sono due schieramenti che si fronteggiano, c’è una stabilità dei governi; forse stiamo diventando un paese normale.In un paese normale infatti i governi non cadono nelle piazze ma vengono eletti nelle urne e nelle urne vengono cambiati. Perché se così non fosse il nostro fondamentale diritto di cittadini di eleggere chi governa verrebbe cancellato e allora si’ che la democrazia sarebbe in pericolo.Dobbiamo imparare che nel confronto con il Governo si vince con il consenso, non si vince con una spallata. Si vince se si è capaci di dimostrare, argomentare le nostre ragioni, convincere la maggioranza dei lavoratori, dei cittadini.
Noi abbiamo oggi uno scontro con il Governo su due aspetti: la decontribuzione e la modifica dell’articolo 18.La delega previdenziale ha accolto molte delle nostre indicazioni: la conferma della legge Dini, la salvaguardia delle pensioni d’anzianità, gli incentivi a coloro che volontariamente decidono di restare al lavoro e lo smobilizzo del Tfr per l’avvio della previdenza integrativa. Tutto ciò perché siamo riusciti a dimostrare che il sistema previdenziale è in sostanziale equilibrio e la spesa previdenziale è sostenibile anche nel futuro.Il Governo poi, forse preoccupato per aver fatto finalmente una cosa giusta e per non scontentare la Confindustria, ha ipotizzato la decontribuzione da 3 a 5 punti.
La decontribuzione è una scelta sbagliata perché negli anni si rischia di ridurre significativamente le entrate degli Enti pensionistici e quindi di rimettere in discussione le certezze previdenziali.
Ma certamente il livello più alto di scontro c’è stato sulla delega sul lavoro, soprattutto in merito alle modifiche all’articolo 18 in essa previste.Per questi motivi, il Governo è stato costretto a sospendere la votazione in Commissione parlamentare e a riaprire una trattativa con le parti sociali.
Abbiamo risposto responsabilmente all’invito del Governo di riprendere un confronto sui temi del lavoro che ovviamente ci interessano e sono temi vitali per le persone che rappresentiamo, per i lavoratori e per la stessa crescita del Paese.Penso per esempio al collocamento. Oggi solo il 4% dei disoccupati trova una occupazione tramite gli uffici pubblici, non esiste una struttura diffusa efficiente, trasparente, che faccia incontrare la domanda e l’offerta di lavoro, tant’è che chi ha bisogno di un lavoro cerca piuttosto una raccomandazione o una conoscenza.Questa è una prassi comune, quasi un costume ma non di meno è una cosa inaccettabile, immorale ed incivile che contribuisce a farci sentire cittadini senza diritti.
Ci sono altri temi che risolti cambierebbero veramente e profondamente il mercato del lavoro e le relazioni industriali nel nostro Paese a cui siamo interessati come la partecipazione, la riforma degli ammortizzatori sociali, la formazione.
Il Comitato Centrale che verrà eletto come primo compito avrà quello di definire una piattaforma della Uil sui temi del lavoro su cui ci confronteremo con le altre Organizzazioni Sindacali e le controparti.
Noi abbiamo bisogno di una riforma profonda dei temi che riguardano il lavoro per estendere le tutele e soprattutto offrire nuove opportunità.
Ma a quel tavolo non si parlerà mai di articolo 18.
Riteniamo che le modifiche prospettate dal Governo siano inutili e dannose.
Inutili perché non hanno nulla a che vedere con una riforma del mercato del lavoro e non rappresentano nemmeno una maggiore flessibilità.
Non è quindi accettabile lo slogan “più facile licenziare più facile assumere” con cui vengono motivate le modifiche all’articolo 18. Ma sono idee pericolose perché rappresenterebbero un indebolimento dei lavoratori, un inaccettabile squilibrio di potere a vantaggio dell’impresa, un aumento del sentimento di paura, di timore del lavoratore, un colpo alla sua dignità. Per questo abbiamo detto e diciamo “no”.Lo vogliamo ribadire con chiarezza, subito: la Uil ha detto “no” ad una trattativa sull’articolo 18 perché su questo argomento non abbiamo nulla da discutere.Noi non abbiamo cambiato la nostra opinione né la cambieremo perché non vi è alcun valido motivo per sostenere la tesi della modifica a quell’articolo dello Statuto dei lavoratori.Le modifiche all’articolo 18 per quanto ci riguarda non saranno oggetto del negoziato e se alla fine della moratoria di due mesi il Governo dovesse ripresentare queste modifiche, lo sciopero generale sarà la risposta inevitabile e sarà il nuovo Comitato Centrale a decidere una data.E se anche questa scelta dovesse rivelarsi insufficiente per ottenere il risultato auspicato, non fermeremo comunque la nostra iniziativa di mobilitazione fino a quando non vedremo cancellata quella legge con un referendum abrogativo.
Al Governo, dunque, chiediamo semplicemente di essere coerente con se stesso e con quello che ha promesso ai suoi elettori: dica “no” allora alle insistenze della Confindustra ed elimini dall’agenda quel tema.Abbiamo cominciato questa battaglia insieme a Cgil e Cisl e i grandi consensi che abbiamo ottenuto sono stati determinati dalle nostre ragioni, ma sicuramente c’è stato anche un valore aggiunto rappresentato dall’unità di Cgil, Cisl e Uil che ha reso più credibile agli occhi dei lavoratori la possibilità di vincere.Cari compagni della Cgil, la decisione che avete preso da soli di fissare la data della manifestazione e dello sciopero generale è stato un errore perché ha oggettivamente diviso il Sindacato.
Forse avete bisogno di recuperare un’identità nelle piazze.Non vorremmo però che ripercorreste la strada della Fiom che, in realtà, invece di scioperare contro la Federmeccanica ha finito per scioperare contro la Fim e la Uilm.
Lo scontro tra le Organizzazioni sindacali porta solo alla sconfitta del movimento dei lavoratori. Una strada che ripercorre le vecchie illusioni: il massimalismo ha sempre prodotto brucianti sconfitte per i lavoratori.
In questi giorni siamo stati oggetto di tanti vostri consigli. Ci permettiamo ora di darne uno a voi: non fate troppi danni.
Magari aiutando inconsapevolmente chi cerca di affermare nel Paese l’inutilità di un sindacato confederale.Tuttavia noi abbiamo un obiettivo comune da raggiungere e gli stessi interessi da tutelare. Vogliamo dunque che prevalga un pensiero lungo e positivo che sappia guardare oltre le attuali divisioni.
Il mondo del lavoro attende da tutti noi un atto di responsabilità: abbiamo il dovere di provarci, abbiamo il dovere di dare una risposta.
Sarebbe un segnale importante per il paese, per i lavoratori e per tutti quei delegati e attivisti che credono nell’importanza del valore dell’unità sindacale. A tutti loro dobbiamo una risposta.E’ dalle regole che dobbiamo ripartire. Dobbiamo individuare forme di rappresentatività alla stregua di quelle realizzate nel Pubblico Impiego; regole, insomma, in grado di non condurci al bivio tra paralisi e divisione.Ci sembra evidente che questa crisi del modello unitario si intrecci, in qualche misura, anche con il controverso rapporto che si va costruendo tra il sociale e la politica.
Quello che non sembra più riproponibile è il vecchio rapporto tra Sindacato e politica. Da ciò discende che la legittimazione dell’azione sindacale deriva solo dalla capacità di rappresentare e tutelare gli interessi dei lavoratori.La Uil, un Sindacato orgoglioso della sua tradizione laica e socialista, non è e non sarà un’ancella del Governo né una stampella dell’opposizione. Dalle nostre categorie mentali dunque, dobbiamo far emergere ed affermare un principio: la Uil non è “della politica” ma è “nella politica”.La politica non ci è affatto indifferente ma il nostro giudizio e la nostra azione nei confronti degli Esecutivi dipenderà dalle scelte che essi concretamente compiono.
A quanti, pensosi, si interrogano da che parte sta la Uil noi dunque rispondiamo “dalla parte dei lavoratori”.Ecco perché l’obiettivo centrale della battaglia sindacale deve diventare la conquista del consenso che è l’unico terreno su cui i Governi sono stati e sempre più saranno sensibili. Tutte le armi a disposizione del Sindacato dunque, compreso lo sciopero generale, diventano efficaci e possono indurre i Governi a cambiare le proprie posizioni se ad esse si fa ricorso secondo quella logica e quella prospettiva.Nel 1946, quando erano già stati gettati i semi che avrebbero poi generato di lì a qualche anno la nascita della Uil, il Segretario del Partito d’Azione, Riccardo Lombardi ebbe a dire: “Noi vogliamo che la Confederazione divenga il massimo e più autorevole organo di opinione pubblica, le cui decisioni ed iniziative prese con vigile ponderatezza democratica e perseguite con energia realizzatrice, siano capaci di suscitare il consenso della grande maggioranza degli italiani e di influire perciò in modo decisivo sulla politica del governo, talchè questa sia effettivamente rispondente ai bisogni e agli interessi dei ceti lavoratori, interessi e bisogni che, per noi, coincidono con quelli della intera nazione”.A questi valori la Uil si richiama e in essi si riconosce.
Quel che accade invece in una parte del movimento sindacale e della sinistra italiana è il consolidarsi di una cultura antagonista e della semplice volontà di rappresentare e testimoniare il dissenso.
Una posizione legittima e nei cui confronti nutriamo rispetto. Ma non sono questi i valori della sinistra laica e riformista ai quali ci richiama la tradizione della nostra Organizzazione.
In uno dei suoi scritti del 1932 intitolato “Il solo modo di combattere per i lavoratori: in polemica con Giorgio Amendola”, Carlo Rosselli indicava, in alternativa al progetto amendoliano, un percorso per la difesa dei diritti dei lavoratori. “ ‘Giustizia e Libertà’ intende servire il proletariato sviluppando in esso il senso della dignità, della autonomia, della libertà, provocandolo alla lotta e al sacrificio, senza vane lusinghe ed umilianti adulazioni, per fare di ogni proletario un uomo, nel senso più alto e nobile della parola, libero nell’officina ma anche nella vita, di fronte al padrone, come di fronte alla sua coscienza. Paragonando queste due concezioni della emancipazione proletaria -prosegue Rosselli nella sua analisi- balza evidente che non a noi ma all’Amendola può muoversi il rimprovero di avere abbandonato, in uno slancio di generosa passione, le posizioni della nostra giovinezza comune”.Anche sulla base di questi principi la Uil ha contribuito, da sempre, con le proprie scelte e le proprie azioni a realizzare una parte della Storia del nostro paese.
Esserci per esserci non è mai stata la nostra più alta aspirazione. La storia e la cronaca sono lì a dimostrarlo e noi vogliamo coerentemente proseguire su quella strada.
Una strada lungo la quale vogliamo costruire l’unità di tutto il movimento sindacale che porti a sintesi i contributi diversi in una prospettiva autenticamente riformista.Siamo perfettamente consapevoli che nel corso di questi decenni, le culture prevalenti sono state ostili a quella a cui la Uil fa riferimento.
Ma quando è prevalsa la nostra opinione, il paese ha segnato un passo avanti. Noi perciò non dobbiamo avere paura di affermare le nostre idee con il coraggio e la determinazione di chi sa di avere ragione e di essere dalla parte giusta.
La Uil è il luogo in cui democrazia, libertà e giustizia sociale si incontrano.
Noi siamo gli eredi di uomini e di donne che hanno sempre creduto che la libertà e la giustizia sociale fossero indivisibili.
La libertà senza giustizia sociale tende ad essere una prerogativa di pochi e quando hanno cercato di raggiungere una maggiore giustizia sociale sacrificando la libertà hanno prima perso la libertà e non hanno ottenuto neppure la giustizia sociale.
Noi siamo gli eredi del riformismo, di quella cultura politica che ha rappresentato il tratto migliore della storia sociale di questo paese.
Abbiamo un dovere ed una grande responsabilità: perpetuare nel tempo questi valori e consegnarli a coloro che verranno dopo di noi così come essi ci sono stati tramandati.
Dobbiamo continuare a coniugare la forza dei nostri valori con il coraggio delle nostre scelte.
Questa è la nostra storia
Questa storia ha un futuro
Noi siamo questo futuro.


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