| All'editoriale "Ma quale transizione?" di Luciano Cafagna, apparso su Mondoperaio, la Rivista dei Socialisti Democratici Italiani diretta da Luciano Pellicani, fanno riferimento i seguenti articoli, pubblicati dalla stessa rivista:
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Ma quale transizione?
di Luciano Cafagna
Gli anni Novanta, per la vita politica italiana, non termineranno con la fine del 2000. Termineranno con le elezioni della primavera 2001. I decenni dei nostri ragionamenti sono sempre convenzionali e approssimativi. A volte lo sono per eccesso, a volte per difetto . Un po’ come avviene per i “secoli” degli storici, che parlano di secoli “brevi” (come il Novecento), o lunghi, come l’Ottocento. Così gli anni Ottanta, in fondo, terminarono con la fine del comunismo, nel 1989. E da allora è cominciata, per noi italiani, la vicenda che, in qualche modo, dovrebbe andare a concludersi o, meglio, a definirsi (perché non c’è mai nulla di conclusivo nella storia) entro la primavera prossima. E che molti hanno considerato una “transizione”.
“Transizione” verso che cosa? Se vincerà la coalizione di centrosinistra, beh, potremo dire che, in qualche modo, l’Italia si sarà assestata come democrazia fondamentalmente “socialdemocratica”, di tipo medio europeo, digerendo finalmente una difficile e anomala storia, in cui la socialdemocrazia era stritolata fra democristiani e comunisti, anomalia che ancora nessun manuale è in grado di spiegare persuasivamente e comprensivamente agli studenti delle nostre scuole (e temo proprio che le polemiche recenti poco aiutino a farci arrivare a questo).
Ritengo - come ho detto già altre volte - che le democrazie europee contemporanee possano definirsi “socialdemocratiche” anche se non sempre sono state governate da partiti socialdemocratici. E ciò perché il tema dello “Stato sociale” è stato, in esse, il fondamentale punto di gravitazione della vita politica, che ha condizionato anche sia le emulazioni (“economia sociale di mercato”) sia le correzioni “liberiste” della destra: in modi diversi in quasi tutti i Paesi europei. La destra (centrodestra) europea ha generalmente giocato di rimessa, nella storia dell’ultimo mezzo secolo europeo. Ottenendo maggior consenso quando si trattava di reagire a collaterali effetti perversi economico-finanziari prodotti dalle politiche dello Stato sociale, o quando prevalevano, sui problemi del progresso sociale interno, emergenze economiche o diplomatiche di politica internazionale. Può darsi che questo quadro stia cambiando, anche in Europa, ma ancora non lo sappiamo bene.
Ma se, invece, dovesse vincere la coalizione di centrodestra? Di che “transizione” si dovrebbe parlare, allora? Si potrebbe parlare di “transizione” nello stesso senso che ho detto prima? O si tratterebbe di tutt’altra cosa? Qualcuno potrà pensare che sia inutile inoltrarsi in avventurose congetture sul significato di quel che non è ancora accaduto. E che ci auguriamo anche che non accada. Ma forse non è proprio inutile. Perché , e non è proprio il caso di nasconderselo, è diffusa opinione che questa eventualità, purtroppo, non sia affatto improbabile. E, se non è improbabile, lo è anche perché esiste, a sinistra e al centro, e cresce - esiste e cresce - un diffuso disorientamento su quel che è accaduto negli anni recenti, su quel che sta accadendo e su quel che potrebbe accadere. E che induce a non votare, o a non contrastare il voto sbagliato di altri. Forse si può ancora fare qualcosa per ridurre questo disorientamento.
Riprendiamo dunque il nostro ragionamento. Assumendo a modello il concetto, che ho prima espresso, di una dominanza del problema dello Stato sociale nelle democrazie europee contemporanee, come si dovrebbe interpretare una eventuale prossima vittoria del centrodestra in Italia? Come una persuasione dell’elettorato che ci si trovi di fronte a una necessità di correzione di politiche economiche e finanziarie imposta da effetti collaterali negativi delle precedenti politiche sociali? O addirittura come percezione, sempre da parte della maggioranza dell’elettorato, di una fine di questa dominanza del problema stesso dello Stato sociale, e dell’aprirsi di un nuovo ciclo dominato, per esempio, dal mutamento di quadro imposto dalla “globalizzazione” e dalla new economy? Ovvero ancora come la sensazione dell’affermarsi di una qualche nuova emergenza di prima grandezza, quale potrebbe essere data dai problemi posti alla sicurezza dal nuovo scenario sociale determinato dalla massiccia immigrazione extracomunitaria in corso?
Ritengo che tutti e tre questi elementi, con un peso crescente via via che si passa dal primo al terzo, siano oggi presenti nelle impressioni e nelle convinzioni della maggioranza degli italiani. Ma bisogna chiedersi perché tali impressioni e convinzioni debbano indurre gli italiani a volgersi a destra. In fondo, l’opera di correzione di politiche finanziarie ed economiche, imposta da effetti collaterali negativi di precedenti politiche sociali, anche qui da noi, è stata da tempo avviata, e la sinistra non l’ha contrastata e, anzi, a partire da un certo momento, personalità che godevano del suo appoggio, l’hanno attivamente e abilmente perseguita. Né - per venire al secondo punto che ho indicato - si può dire che il mutamento dello scenario economico-sociale che sembra stia avviandosi con la new economy, nel mondo e anche da noi, non sia presente ai politici del centrosinistra: osserverei, per esempio, che non vi è, a destra, nessuno che ne stia trattando con l’attenzione e l’acume del presidente del consiglio del centrosinistra, Giuliano Amato, il quale indica chiaramente le vie da battere, che sono quelle di un potenziamento straordinario della formazione e dell’aggiornamento, di un trasferimento, in questa area, delle stesse priorità sociali (quel che è stato chiamato il welfare della formazione).
Lo stesso D’Alema, e altri esponenti dei Ds, in più occasioni, hanno mostrato di rendersene bene conto, anche se permangono, in quelle file, incertezze e titubanze da “sinistra d’altri tempi”. E allora? Forse il punto sul quale l’opinione degli italiani inclina di più a fidarsi maggiormente della destra è quello della sicurezza pubblica, del governo di una società a forte immigrazione, che si è fatto più difficile? La sinistra, su questi problemi, appare inaffidabile? E forse appare inaffidabile anche l’area cattolica umanitaria e solidaristica che è più incline a orientamenti di centrosinistra? E’ probabile che sia così.
E’ probabile che sia così, ma tutto questo non basterebbe - da solo - a spiegare una eventuale scelta a destra dell’elettorato italiano nelle prossime elezioni politiche. (Spiega certamente l’orientamento, tanto per capirsi, del 40-45 per cento degli elettori, non di un - marginale e decisivo - 5-10 per cento). In nessuno degli elementi che abbiamo accennato, se si vuole essere onesti, vi sono state manchevolezze del centrosinistra che l’elettorato incerto possa aver percepito come veramente gravi. Vi è stata, anzi, e vi è ancora certamente, la persuasione di una parte significativa dell’elettorato di centro, che la sinistra abbia una capacità di far fronte a problemi difficili e impopolari assicurandosi, quando si è costretti a far questo, un consenso sociale di cui la destra non sarebbe capace. Ma vi è evidentemente qualcosa d’altro. Qualcosa che forse non ha funzionato bene nell’affermare e nel consolidare questa immagine. Proviamo a vedere di cosa potrebbe trattarsi.
La mia opinione è che si tratti di qualcosa che riguarda il rapporto dei cittadini con la politica. Questo rapporto si è molto logorato. E, per ragioni che dobbiamo cercare di capire, è l’area di centrosinistra a farne oggi soprattutto le spese. Perché avviene questo? Perché è a sinistra e al centrosinistra che si è sempre valorizzata la politica come terreno di soluzione di problemi che la società civile, da sola, non riuscirebbe a dipanare, anche se sorgono dalla crescita stessa di questa società civile. La società civile, però, nel nostro Paese, è molto diversificata e frastagliata, territorialmente e settorialmente, difetta di omogeneità economica, sociale e culturale, e ha bisogno, quindi, di molte mediazioni, quelle che, appunto, sono, o dovrebbero essere, compito della politica.
Il ragionamento che si fa a destra, invece, è di segno opposto. Ed è un ragionamento che ha preso le mosse su larga scala, negli anni Ottanta, in modo un po’ becero, con l’agitazione leghista. Ragionamento che è stato poi rilanciato in grande stile, e con ben altre capacità comunicative, da Silvio Berlusconi. La politica - si dice a destra - ha esagerato, è stata pervasiva e invasiva. Da un lato, dicendo di operare a fin di bene, ha finito col mettere i bastoni fra le ruote alla società civile, intralciandone le capacità di crescita, e ha fatto questo con il suo fisco esoso, con interventi di spesa sbagliati, con la difesa corporativa e oltranzista di interessi sociali che meglio si sarebbero promossi con il dinamismo economico privato.
Dall’altro lato, poi - si dice sempre a destra - la politica si è creata una propria rete di interessi affaristici, clientelari, burocratici, che si sovrappone a quelli della società produttiva e che taglieggia e asfissia questa società che produce. In terzo luogo - si dice - guardateli da vicino: sono una banda di caciaroni, non fanno che discutere a vanvera, in modo sempre più incomprensibile per la gente comune, a litigare - mentre noi lavoriamo - su simboli misteriosi, come l’alternativa fra quercia e ulivo, asinelli e margherite, cosa due e cosa tre, e roba simile, e si dividono, si dividono…
Possiamo dire che a sinistra si sia saputo contrastare efficamente questa politica della “antipolitica” (perché sempre di politica - si badi bene - continua a trattarsi)? Io sarei propenso a rispondere nettamente: no, non lo si è saputo fare. Anzi, si è fatto molto per alimentarla e nutrirla, quella “antipolitica”. A cominciare dagli inizi. Nel 1989, con la caduta del Muro di Berlino e con il crollo del comunismo - si dice - erano finite le ideologie. Sì, questo è vero per le ideologie totalitarie e a rigida contrapposizione. Ma non per le convinzioni ideali, ispiratrici di azione positiva e benefica, come il socialismo democratico, che avevano limato con il senso pratico gli estremismi di principio. In Italia, invece, si è voluto trascinare nella negazione con la parola “comunismo”, anche la parola “socialismo”, che avrebbe dovuto essere il giusto approdo dei naufraghi onesti del comunismo.
Ma per creare una nuova sinistra post-’89 non si può partire dall’aggressione selvaggia al socialismo riformista - ovvio e naturale punto di partenza di una nuova sinistra post-’89 - come invece si è fatto. Quella parte dei comunisti che “teneva il mariuolo il corpo” trasferiva questo complesso in un antisocialismo viscerale (a Napoli si dice che uno “tiene il mariuolo in corpo”, cioè - letteralmente - un malfattore dentro di sé, quando, senza volerlo ammettere, sa benissimo di essere in colpa per qualcosa). La pretesa di costruire la nuova sinistra distruggendo i riformisti (fuori e anche dentro il Pci, si badi) e rubandone la politica - come, di fronte alle “dure repliche della storia”, cercarono di fare quegli ex “figiciotti”, ai quali Natta aveva ingenuamente consegnato un partito più che mai bisognoso, invece, di mani navigate ed esperte - non stava in piedi. Era imparaticcia tattica stalinista, in una situazione non più stalinista, ma molto diversa, in cui non puoi far fare ai tuoi seguaci tutto quel che ti pare.
La differenza sta in questo: se non puoi imporre il tuo volere con ricatti di lager o - non avendo potere e lager - con minaccce di espulsione, di emarginazione dalla via italiana al socialismo, e così via, quella tattica stalinista non funziona. Come minimo, se insisti, quelli che non capiscono ti dicono a chiare lettere che la via d’uscita ce l’hanno: siccome c’è la democrazia, se ne possono andare con Bertinotti. Non farà la rivoluzione, ma almeno borbotta “cose di sinistra” all’antica. Tanto - ti dicono - se la via italiana al socialismo non c’è più, danno non posso farne, e invece lì, l’anima, almeno, la salvo. E’, in fondo, questa, una forma di “antipolitica” di sinistra.
Non sarebbe certamente onesto dire che - dopo l’89 - gli ex comunisti siano rimasti “in mezzo al guado”. Ma la puzza addosso che lasciava loro l’antisocialismo, di cui non si sono mai liberati; il riluttare a un aperto dibattito che facesse i conti con il passato; la ostentata quarantena assegnata all’ala “migliorista”, che si era schiettamente dichiarata in passato su posizioni anticonformiste e filosocialiste; una persistente prassi di apparato che continua a distinguere le cerchie più interne dei “nostri” dagli altri e precostituisce profili di carriera: tutte queste cose, e altre, sia pure nell’approdo a nuove spiagge, hanno lasciato sulla pelle forti tracce di distinzione, diciamo di auto-discriminazione…
E vengo a un secondo dubbio, relativo alla scarsa efficacia con cui la sinistra è venuta presentando se stessa nel corso della “transizione”. Credo sia possibile azzardare oggi l’ipotesi che, date le condizioni che ho appena accennato, l’abbandono della proporzionale - questo caposaldo della idea nuovista di una “transizione” - non abbia giovato al centrosinistra. Forse questo Paese non è ancora maturo per un vero bipolarismo, o, se lo è, lo è solo a destra. Sia il vecchio “popolo di sinistra” che il mondo progressista in genere (sconquassato, questo, dal picconaggio giudiziario contro i socialisti) hanno vissuto in realtà l’adozione del principio maggioritario come un tentativo di coazione, un tentativo di forzare un voto unitario a sinistra, concentrandolo, senza mediazioni, su un nucleo forte dalle pretese egemoniche. Il non potere esprimere fino in fondo la “sfumatura” della propria posizione appare al cittadino, in queste circostanze, come una privazione.
La proporzionale rimetterebbe in campo mediazioni “eccessive” di piccoli partiti? Non è certo un bene, ma è un male minore se - per dirla con Albert Hirschman - il maggioritario, incapace nelle circostanze date di incanalare voice, provoca exit. In parole più povere, sono troppi gli elettori che, se non possono votare dando voce alle proprie sfumature, se ne escono dalla scena rinunciando a votare, o votando Bertinotti. E Bertinotti stesso è condizionato da questa situazione, per raccogliere i suoi voti, a fornire garanzie di intransigente distanza, a produrre, in definitiva, solo astensioni mascherate, manomorta politica (mentre, in altri Paesi, ali estreme dello schieramento di sinistra non fanno mancare il loro peso, pur nella diversità della posizione, allo schieramento riformista).
Il gruppo dirigente che ha pilotato l’“attraversamento del guado” della grande forza ex comunista ha tentato, in questo decennio che volge al termine, di condurre questa operazione con tecnica “egemonica”. L’idea di egemonia, si badi, ha due risvolti: uno che guarda al lato della forza (nel nostro tempo la forza è concetto complesso: aut-aut, ricatto, danaro, “posti”, carriere, abbindolamento, ecc.); e uno che guarda al consenso, il quale si ottiene, invece, con il successo, la credibilità, l’autorità, il prestigio, l’esperienza riconosciuta, la moralità, ecc. Vediamo allora come è stata usata la tecnica egemonica dal gruppo dirigente ex comunista. Il primo tentativo è stato l’illusione occhettiana della “gioiosa macchina di guerra”: gli ex comunisti, unica forza politica sopravvissuta alla crisi, e sopravvissuti perché moralmente superiori, non travolti dalla operazione politico-giudiziaria di “mani pulite”, non avrebbero potuto non essere la guida della “nuova” repubblica. Fallì perché la maggioranza degli elettori interpretò in senso non moralistico ma antipolitico il messaggio della operazione “mani pulite” e votò per Berlusconi. Era stata usata la “forza” (quella della operazione giudiziaria, fosse questa, o no, ispirata o appoggiata dagli ex comunisti), ed era stato tentato, con insuccesso, l’appello del consenso (superiorità morale degli ex comunisti).
Il secondo tentativo fu compiuto da Massimo D’Alema - potremmo chiamarlo il “primo D’Alema” - che presentò il gruppo dirigente di cui era leader come capace di sostenere in modo decisivo l’emergere di una classe dirigente competente e selezionata (i Prodi, i Ciampi, i Dini, gli Amato) e in grado di restaurare il buongoverno nel Paese; capace di costruire, insieme alla minoranza di opposizione, le regole della Seconda Repubblica (tentativo della Bicamerale); capace di costruire un partito nuovo di inequivoco orientamento socialdemocratico (la cosa 2). L’elemento del consenso, in questa impostazione, era vistosamente prevalente, e conteneva ottime intuizioni politiche. Però la Bicamerale fallì, probabilmente per mancanza di elementi di “forza” capaci di sostenerla, e lasciò, però, come pesante eredità - forse addirittura un “boomerang” - l’avvio di un processo di devoluzione “federalista” di difficile controllabilità, per il quale nessuno sarà mai grato né a D’Alema, né ai Ds: meno che mai gli aggressivi governatori della destra eletti nelle prime elezioni regionali di indirizzo “federalista”. La Cosa 2 pure fallì, perché ancorata alle priorità di apparato, priva di una grande “predicazione” alla base e in periferia, definitivamente affossata, alla fine, dalla candidatura offerta a Di Pietro nel collegio del Mugello (contraddizione clamorosa nella ricerca del consenso). L’esperimento Prodi, poi, fu interrotto quando stava forse per produrre intorno a questo leader una forza politica indipendente e, magari, temibile come concorrente alla egemonia.
Il terzo tentativo è il “secondo D’Alema”, quello che pose, invece, un po’ brutalmente, la propria candidatura alla guida del governo, eliminando Prodi, e manovrando spregiudicatamente trasferimenti di area di parlamentari della minoranza. Il secondo D’Alema si adoprò anche a costruire intorno a sé simpatie di gruppi di potere economico, seguendo modelli ben noti. Ebbe un successo di consenso mostrando inizialmente buone capacità di gestione in politica estera. Fallì però, per mancanza di coerenza, come pilota di una nuova politica sociale, decisivo terreno sul quale aveva invece suscitato forti attese (si pensi all’episodio del documento sottoscritto con Blair e poi sconfessato a seguito del veto di Salvi, ministro del Lavoro, da lui stesso scelto per incoerente tatticismo). Il terzo tentativo, come è ben noto, fallì con il cattivo esito delle elezioni regionali della primavera 2000. Queste provocarono le dimissioni di D’Alema. Che furono seguite dalla scelta dalemiana - un ritorno del “primo D’Alema”? - di Giuliano Amato come successore nella guida del governo.
Il quarto tentativo è quello post-dalemiano guidato da Veltroni. Dominante è la indicazione di Francesco Rutelli come candidato premier del centrosinistra per la prossima legislatura, in caso di vittoria del centrosinistra. Sconfessione di Amato (ancora una volta un rigurgito antisocialista?)? Fiducia, magari un po’ ingenua, in eccezionali qualità carismatiche o massmediatiche del sindaco di Roma? Volontà di esprimere - nella scelta di un esponente ulivista - una implicita dichiarazione di rinuncia alla egemonia? Ma, quasi concomitante è l’affascinante proposta di puntare su Amato come futuro grande federatore di tutta la sinistra socialista e forse laica: la Epinay - luogo di Francia che vide il successo del grande federatore Mitterrand - italiana (ma Mitterrand non fu allora anche, e forse soprattutto, il candidato di tutta la sinistra alla presidenza della Repubblica?). Vi è stata poi la tentazione del segretario del partito Ds di cambiare lavoro e trasferirsi sulla poltrona di sindaco della Capitale. E la proposta di chiamare D’Alema alla presidenza del partito. Sappiamo che tutto questo sta destando grande sconcerto fra militanti e simpatizzanti Ds.
E’ difficile, onestamente, riuscire a vedere in tutto questo una efficace rivendicazione della validità delle ragioni della politica contro l’antipolitica berlusconiana. Le ultime battute, soprattutto, sono un po’scoraggianti. Ma chiediamoci anche se le valide intuizioni, e i successi, dove ci furono, del “primo D’Alema” non siano state un po’ annegate da una immagine di manovrismo e di tatticismo, avvalorata dalle cadute di costanza e di coerenza. Eppure le “ragioni della politica” da proporre agli italiani per un voto di centrosinistra ci sono. Ma quando cominceremo a parlare dei problemi reali, delle cose fatte e di quelle da fare, e di chi ha le competenze per farle e può ottenere il consenso per farle e chi no? Il “teatrino” può essere appassionante per i patiti, come me e voi che mi leggete, ma ai più interessa sempre meno. Se non si riesce a spostare l’attenzione sulle cose, la speranza di far desistere gli elettori dalla tentazione della “antipolitica” è pressoché nulla.
In sintesi: l’elemento fondamentale di una politica di sinistra è la sua visione sociale. Pare ovvio che la più solida motivazione e giustificazione di una “sinistra” stia qui. Soggettivamente, perché questo è il tradizionale mondo dei sentimenti e delle passioni della sinistra. Oggettivamente, perché se non si governano i grandi problemi sociali, in un paese moderno, non si governa il Paese, e questo diventa dunque il problema politico maggiore. Più serio è il peso dei problemi sociali più il ruolo di una sinistra nel governo di un paese diviene importante, e, per converso, più difficile può essere, per una destra, governare democraticamente. Questo mi pare il modo più realistico, con i piedi per terra, di affrontare la questione della scelta sinistra/destra. Così la sinistra dovrebbe proporla.
Ritengo che i tre maggiori problemi sociali del futuro siano: a) quello della integrazione sociale e culturale delle masse immigrate e del controllo dei flussi di ingresso, che è anche la base del problema della sicurezza, se non si vuole essere ipocriti; b) quello di un welfare State della formazione e della istruzione, che riguarda soprattutto le prospettive delle generazioni giovani; c) quello della popolazione in corso di invecchiamento, che è solo un aspetto, ma grosso, del più ampio problema dell’invecchiamento della popolazione.
C’è da mettersi le mani nei capelli. E ci sono da fare, in materia, discorsi “di sinistra” da intontire Nanni Moretti. Certo, tutt’altra cosa da quelli, che oggi appaiono preistorici, che si facevano quando Nanni Moretti era giovane. Con l’orizzonte di problemi sociali che abbiamo non è pensabile che la sinistra possa essere esclusa dal sistema di governo del paese, e che da una esclusione della sinistra il paese possa trarre beneficio. Nei prossimi mesi è di questo che ci dovremo occupare, con concretezza e realismo, e cercare, se ci riusciamo, di attirare l’attenzione degli italiani.
Cosa 1, Cosa 2, Cosa manca alla sinistra
di Giancarlo Bosetti
I due testi di Luciano Cafagna, pubblicati da Mondoperaio nel numero scorso, sono rispettivamente del settembre 1996 e del gennaio 1998 e riflettono una fase in cui si metteva mano a un tentativo di dare vita a una nuova grande formazione della sinistra italiana, all’indomani della vittoria del centrosinistra. Quel tentativo, come si sa, è fallito (per meglio dire “abortito”, secondo il titolo stesso scelto dalla redazione) e chi sapesse rispondere compiutamente alla domanda “perché?” avrebbe in tasca la soluzione dell’intero enigma della politica italiana, un po’ come - passatemi il paragone metafisico-teologico - chi avesse la soluzione del problema della vita e della morte, avrebbe risolto anche quello della esistenza di Dio.
Gli scritti di Cafagna non rappresentano dunque la sua analisi di oggi, di quel fallimento, ma il giudizio di un intellettuale socialista che prendeva parte a quegli eventi di pochi anni fa (pochi ma piuttosto istruttivi) con una certa dose di convinzione ma anche con molte motivate diffidenze. Anzi più che diffidenze erano timori di possibili, probabili errori da parte, soprattutto ma non solo, della componente maggioritaria della sinistra (i Ds, allora Pds). Le tesi dell’autore di quelle due relazioni meritano tutta la nostra attenzione, perché spesso con i suoi interventi e con i suoi libri, Luciano Cafagna conferma una grande capacità di illuminare il presente, mescolando passione di parte e lucidità di giudizio in un modo che è davvero raro nella deprimente arena politico-intellettuale italiana.
Nel primo dei due interventi era chiaro il timore che la componente diessina della sinistra non metabolizzasse, lei per prima, l’innovazione che la Cosa 2 voleva introdurre con il suo progetto di una grande sinistra unita carica di ambizioni. Sull’altro versante c’era il timore speculare che la componente ex socialista, a sua volta, fosse condizionata e appesantita dalla speranza di ricostituire, sia pure in tempi lunghissimi, una sua autonoma e rilevante presenza politica. Secondo Cafagna i vizi di cui il progetto rischiava di morire erano, in questo caso, quelli, ancora una volta, del massimalismo e del settarismo. In quel senso la apertura di credito a Massimo D’Alema da parte dell’intellettualità socialista appariva giustificata dal fatto che l’allora segretario del Pds dava sufficienti garanzie di solidità sia in direzione di un dichiarato riformismo (anzi, a dire il vero, persino di “rivoluzionarismo” liberale) sia nel riconoscere pienamente al socialismo italiano tutte le sue ragioni, soprattutto quelle che erano state fatte valere “contro” il vecchio Pci. Lì si era stabilita una certa quale sintonia, anche se ci sarebbero stati ancora episodi di tensione tra i socialisti e il premier diessino.
Tuttavia i due peccati capitali, del massimalismo e del settarismo, fondamentalmente, lo devono ammettere anche i più diffidenti, non sono più stati commessi, almeno in misura tale da potersi considerare la causa del fallimento della Cosa 2. Ecco il problema. Ed ecco anche un tema di riflessione per tutti, nella sinistra: è vero che quei due peccati spiegano molte cose della sinistra italiana, soprattutto molti dei suoi errori (secondo la ricostruzione storica, per esempio, di Massimo Salvadori, La sinistra nella storia italiana, Laterza), ma il tentativo di ridurre a massimalismo e settarismo tutto quello che non funziona rischia di essere rituale e, soprattutto, di non mordere sulla realtà. Che cosa c’è di più ripetitivo e sterile della discussione tra sordi: massimalisti da una parte e opportunisti dall’altra, una specie di replica della eterna litania trotzkisti contro stalinisti, idealisti contro cinici, moralisti contro realisti, buonisti contro machiavellici?
Si può seriamente sostenere che la Cosa 2 è fallita per colpa del massimalismo del sindacato, e dei suoi amici nei partiti, che hanno impedito le riforme? E che il sindacato, ovvero Cofferati, sia la quinta colonna dell’ancien régime della sinistra? E si può attribuire al “risentimento” dei socialisti italiani, passati attraverso una storica umiliazione negli anni di Tangentopoli, e alla incapacità di dissolverlo attraverso una più equilibrata visione storico-politica, la causa del mancato decollo di una nuova grande sinistra? Io rispondo nettamente di no a tutte quelle domande, anche se avverso il massimalismo in tutte le sue forme.
E’ quella una lettura dei fatti, che sotto le vesti della suprema astuzia, è invece profondamente ingenua. Se fosse vera basterebbe variare il dosaggio del riformismo (che nel gergo corrente significa spostare a destra la barra del timone) nelle formule politiche. Mettiamo: basterebbe fare il muso duro al sindacato, aprire di più agli interessi delle imprese, promettere sgravi fiscali, flessibilità e così via. Ma la verità è che codesti spostamenti di barra sono del tutto insufficienti quando si rifletta che l’intera imbarcazione - per stare in metafora - è da rifare. Non è una questione di rotta, è una questione di nave.
Non c’è dosaggio di “riformismo” che consenta alla sinistra di rigenerare i suoi consensi e di ritrovare forze e fortune.
Il merito di Cafagna, d’altra parte, sia nei suoi scritti precedenti che nelle relazioni in questione, è quello di aver saputo leggere la caduta del Psi non semplicemente come il prodotto di una congiura ordita dagli avversari ma anche come la conseguenza di una forma di “cecità” che ha portato alla rovina un gruppo dirigente. E questa riflessione ci porta dentro un’area di problemi che riguardano il modo in cui si forma oggi il consenso politico ed elettorale, lo stato della politica dopo un lungo ciclo di benessere e di crescita, la democrazia nella società dell’informazione.
A proposito di “risentimento” è il caso di dire che oggi esso è effettivamente un ingrediente importante dello spirito pubblico nelle società avanzate, Italia compresa. Esso non è monopolio dei socialisti che vissero con passione la stagione craxiana e che guardano ai politici in sella oggi con un fondo (più o meno grande, più o meno espresso, e anche questo conta) di rancore. Esso è molto diffuso anche nella vasta area ex-Pci (Rifondazione, Ds e dintorni) e indirizza i suoi umori negativi contro gli stessi gruppi dirigenti, accusati di avere abbandonato le solide certezze di un tempo, di avere tradito le ideologie e di avere fatto un deserto dei valori dove un tempo si ergeva un solido edificio morale. (Pensate a quei sentimenti che spingono a votare gli ex comunisti nei paesi dell’Est) E poi il risentimento circola ovunque, a destra, a sinistra e al centro; dovunque ci sia ostilità verso un ceto politico povero di principi, di coerenza, di motivazioni ideali e magari anche inefficiente.
Bisogna anche aggiungere - cosa che io vorrei fare con maggiore spudoratezza di Cafagna, e se volete con molta più ingenuità - che i gruppi dirigenti della sinistra, con pochissime eccezioni, sono completamente ciechi dinnanzi a queste problematiche del risentimento antipolitico. Lo sono nella stessa misura in cui lo erano i socialisti craxiani, tendono ad attribuire i mancati consensi alla congiura degli avversari e non percepiscono che la domanda politica è molto cambiata rispetto al passato e che è carica di richieste morali, di senso, almeno tanto quanto le vecchie domande erano cariche di richieste economiche. Dentro il vecchio schema ideologico comunista, socialista, democristiano, la giustificazione delle élites era quasi automatica: esse rappresentavano l’ideologia e l’ideologia svolgevano in un discorso continuo con i loro militanti ed elettori.
Oggi le élites (vulgo: il ceto politico) vanno in scena con una rappresentazione molto povera di sfondi e di costumi. Niente più protezioni rituali e simpatie garantite dalla appartenenza alla comune parrocchia. E il risultato è li da vedere: uno spettacolo brutto. Basta un tic o una entrata fuori tempo a provocare i fischi. Eppure i nostri eroi non lo hanno capito e se la prendono con i media, con i giornali e con la tv, che sono poi lo specchio di quello stesso ceto, fatti da uomini che hanno messo loro ai posti di comando.
Questa storia mi fa venire in mente la “sindrome della crisi Ibm”, così ben raccontata da Richard Sennett (in “L’uomo flessibile”, Feltrinelli), dove si fa l’anatomia della crisi psicologica dei manager della grande azienda dei computer prima della enorme ristrutturazione che l’ha rimessa in linea con il mercato. I dirigenti licenziati, che erano per lo più persone di valore e con notevoli competenze tecniche, passavano attraverso diverse fasi psicologiche: nella prima ritenevano di essere le vittime di una banda di perfidi o cretini che avevano rovinato l’azienda; nella seconda si rendevano conto che quelli che li avevano cacciati venivano cacciati a loro volta e questo metteva in crisi il loro schema; poi cominciavano a riflettere che tutti gli elementi per rendersi conto che la vecchia rigida Ibm non avrebbe retto il passo della new economy ce li avevano avuti anche loro, ma non avevano saputo metterli a frutto; infine veniva la fase liberatoria e creativa e cominciavano a darsi da fare, davano vita a nuove imprese e si rigeneravano.
La fabbrica del consenso politico deve oggi diventare molto più sofisticata e aggiornata, almeno quanto è riuscita a farlo l’Ibm per non chiudere i battenti. L’applauso non è più garantito da una platea benigna accomunata dalla tessera. E il fallimento della Cosa 2 dipende dal fatto che la sua proposta era “fuori mercato” come i computer Ibm prima della svolta. L’equivalente di quella colossale “ricostruzione”, di cui oggi la sinistra ha bisogno deve misurarsi con i cambiamenti della domanda. Proviamo ad elencarne qualcuno:
a) un lungo ciclo di benessere non produce affatto di per sé crescita di consenso per i disegni di una sinistra che, riformista quanto si vuole, deve comunque provvedere alle fasce più deboli, che non raccolgono più la maggioranza, di individui e di consensi;
b) la lunga durata del benessere nelle economie di mercato non produce neppure una soddisfazione crescente da parte degli individui. Anzi sorge persino il sospetto (vedi Robert Lane, The Loss of Happiness in the Market Democracies, Yale Un. Press, 2000) che alimenti infelicità e frustrazioni;
c) il trend del benessere e dell’individualismo aumenta le aspettative che si indirizzano ai politici. Il politico di professione deve stare in guardia: è sotto osservazione in permanenza, deve continuamente motivare e rimotivare la sua funzione, ponendo una estrema attenzione alla comunicazione. Il politico che ostenta cinismo, anche se può rastrellare alla grande voto di scambio sul breve periodo, è alla lunga praticamente un suicida. E anche se non sempre ammazza se stesso, ammazza il partito o il gruppo che pretende di dirigere.
d) si va verso una sempre più problematica legittimazione del politico. La tendenza verso la desocializzazione, che riduce varie forme di attività associate, da quelle del tempo libero alla politica, e che alimenta l’antipolitica sembra corrispondere a processi profondi delle società individualistiche. Non si esorcizza con prediche sulla democrazia. E’ indispensabile che il politico sia irreprensibile, che il suo stile di vita sia sobrio, che si presenti (naturalmente se poi lo è davvero, meglio ancora)come una persona affidabile e generosa. Non vale invocare, come attenuante per le proprie eventuali debolezze, il modello Berlusconi. Le regole per la sinistra sono più dure perché comunque alla politica la sinistra chiede di più. E se questo volete chiamarlo “moralismo” o “neomoralismo”, fate pure. Ma se è un modo per liquidare il problema fate male.
e) il pragmatismo, pur necessario ovviamente a una moderna politica di riforme, non garantisce il recupero dei consensi. Lo dimostra l’esperienza della sinistra delle regioni rosse, un ex baluardo sempre più eroso dai venti nuovi dell’antipolitica, del localismo, del qualunquismo, del fastidio per una ex leadership che spesso parla come se fossero ancora intatta la sua antica egemonia, come se ancora avesse quei “corpi d’armata”, come li chiama Cafagna, che invece si sono squagliati.
f) più ancora del pragmatismo - ed è un paradosso davvero strabiliante e difficile da digerire per molti, ma dovranno farlo se non vogliono soccombere, come ingegneri Ibm in disuso - c’è richiesta di principi che giustifichino le politiche e le carriere dei politici. E’ il problema delle “unprincipled élites”, come le chiamano in America. La democrazia è competizione tra élites, non è sostituzione di masse al posto di élites - salvo che nelle utopie rivoluzionarie -, ce lo hanno insegnato Schumpeter, Dahl, Bobbio. Ma deve essere una competizione ricca di significati e di differenze, se no diventa una ripugnante gara per saziare la avidità di posizioni di potere. Possiamo convivere con questa avidità dei politici, e magari farne anche uno strumento della democrazia, ma se è fine a se stessa è solo uno spettacolo disgustoso.
Più dei vecchi vizi della sinistra, in fin dei conti io temo quelli relativamente nuovi. Dei politici del centrosinistra più del massimalismo temo l’inerzia e il cinismo, più del settarismo l’indifferenza e la mancanza di principi, più dei radicalismi le inerzie, la rigidità, la pigrizia mentale, quei difetti che stavano portando l’Ibm alla rovina. E che il paragone sia di buon auspicio. L’Ibm ce l’ha fatta, a cambiare. La sinistra italiana non lo sappiamo ancora.