Gramsci tradito da Togliatti?

Palmiro Togliatti i radiodiscorsi di Togliatti L.Molinari: Zangheri ricorda Dozza

ESCLUSIVO Un documento inedito conservato negli archivi del Comintern a Mosca avvalora la tesi della congiura per non far uscire dal carcere fascista il leader del Pcd’I


Gramsci tradito da Togliatti, nuovi indizi per un complotto 

di Silvio Pons



Nei lunghi anni della sua prigionia, Antonio Gramsci fu ossessionato dal dubbio assillante di essere vittima non soltanto della persecuzione messa in atto dal regime fascista, ma anche della colpevole condotta assunta dai suoi compagni di partito. L’evento scatenante fu una lettera speditagli nel 1928 da Ruggiero Grieco, che enfatizzava il suo ruolo di capo dei comunisti italiani proprio nel momento in cui sarebbe stata consigliabile un’estrema cautela. 


Cautela necessaria al fine di non appesantire la posizione del detenuto e di favorirne la liberazione tramite uno scambio di prigionieri nei negoziati riservati avviati tra il governo italiano e quello sovietico. Tali negoziati non ebbero allora alcuno sbocco né migliore fortuna doveva avere un secondo tentativo effettuato nel 1934. Nella sua corrispondenza dal carcere con la moglie Julia e con la cognata Tatiana Schucht (che lo assistette in Italia durante la prigionia), Gramsci tornò più volte sull’episodio, avallando l’insinuante osservazione fattagli dal giudice istruttore («onorevole Gramsci, lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera»). 
Tutto ciò è noto da tempo. Ma negli anni più recenti alcuni importanti documenti rinvenuti negli archivi russi ci rivelano che quell’atroce sospetto avvelenò Gramsci sino alla fine, che coinvolse la figura di Palmiro Togliatti e che lasciò uno strascico molto pesante dopo la sua morte avvenuta nell’aprile 1937. Le sorelle Schucht investirono caparbiamente della questione le autorità politiche dello Stato sovietico e il Comintern, probabilmente deluse dal carattere elusivo delle risposte ricevute dall’uomo che più di ogni altro era stato per Gramsci il tramite con il partito e con Togliatti, il famoso economista Piero Sraffa. Tanta ostinazione era motivata, secondo ogni evidenza, dall’amarezza per il tragico esito della vicenda carceraria di Gramsci, ma anche dalla persuasione di avere subito qualcosa di più di un’ingiustizia, qualcosa che assomigliava molto a un odioso tradimento. Accidentalmente questa penosa vicenda umana e politica si dipanò nel clima del Grande Terrore staliniano, che di certo contribuì a renderne i contorni ancora più opachi e ambigui. 
Buona parte dei documenti di cui disponiamo è costituita da note e rapporti scritti da Stella Blagoeva, la segretaria del capo del Comintern, Georgi Dimitrov. Questi testi sono intrisi di una mentalità e di una prassi di natura poliziesca, ma non per questo debbono apparire irrilevanti. Da essi apprendiamo che gli appelli delle sorelle Schucht non rimasero inascoltati e anzi dettero luogo a un’inchiesta che chiamò in causa non soltanto Grieco, ma anche Togliatti. Già nel giugno 1938, quando Tatiana si trovava ancora in Italia, la Blagoeva informava Dimitrov delle accuse da essa mosse a Grieco. Ma dopo il ritorno di Tatiana a Mosca, probabilmente nel dicembre 1938, la questione assunse ben altro rilievo. Nel marzo 1939 la Blagoeva rispose a una richiesta di Dimitrov in merito all’«affare Gramsci-T.», sostenendo di ritenere fondate le accuse rivolte dalle Schucht all’indirizzo di Togliatti: un convincimento derivante anzitutto da una dichiarazione di Sraffa secondo la quale Gramsci nei suoi sospetti «pensava a T.» e anche dal fatto che la lettera di Grieco «non poteva essere stata scritta senza il benestare di T.». In seguito la Blagoeva lavorò a un vero e proprio dossier a carico di Togliatti, infine redatto un anno e mezzo più tardi, nel settembre 1940: in esso gli veniva rivolta, tra le altre, l’accusa di avere tenuto una condotta non limpida sulla questione della liberazione di Gramsci. 
Questo dossier aprì una nuova fase dell’«affare». Ne siamo ora a conoscenza non sulla base degli scritti della Blagoeva, ma grazie al reperimento di un documento quale la lettera che Evgenia (la maggiore delle tre sorelle) e Julia scrissero a Stalin nel dicembre 1940. La lettera, che pubblichiamo in questa pagina, non conteneva indicazioni nominative, ma la pesantezza delle accuse lascia pochi dubbi circa la determinazione delle Schucht, che ricostruivano sommariamente i loro appelli degli anni precedenti, e circa il fatto che la Blagoeva avesse sino allora riportato fedelmente le loro parole (anche se non sappiamo con quali finalità fosse stato dato loro credito). Il punto centrale era la sottolineatura della rottura verificatasi tra Gramsci e il partito: le autrici ricordavano come egli avesse insistito per tenere contatti soltanto con i sovietici, tagliando fuori gli italiani. Il fatto stesso di riferire simili parole a Stalin in persona dava all’intera questione un peso assai più pronunciato. 
Il segretario di Stalin, Poskrebysev, girò la lettera a Dimitrov e questi gli trasmise sollecitamente una decisione della segreteria del Comintern. Quest’ultima conteneva una serie di misure volte a tutelare le carte di Gramsci, come richiesto dalle Schucht, ma taceva sulla questione più delicata. Fu un modo per comporre una vicenda che rischiava di divenire assai pericolosa per Togliatti? In effetti, Dimitrov annotò prima di avere esaminato il documento alla presenza di Evgenia Schucht, Togliatti, Bianco e la Blagoeva; poi, dopo la riunione di segreteria, di avere «riparlato» con la Schucht e di ritenere che la questione fosse stata «regolata». Non a caso, ci risulta che Togliatti prese a lavorare alacremente proprio nei mesi seguenti sugli scritti di Gramsci. Tuttavia lo strascico lasciato dalla vicenda non si era ancora esaurito. Alcuni mesi dopo, nel luglio 1941, lo stesso Dimitrov annotò nel proprio Diario di avere concordato con Dolores Ibarruri di escludere Togliatti dalle «questioni strettamente segrete» a causa della sua inaffidabilità politica, ricordando che «un segnale in questo senso» era venuto anche dalla famiglia di Gramsci. 
Gli storici avranno modo di discutere sul significato di questi documenti. Per il momento, ci si può limitare a due rilievi. Quanto all’origine dell’intera vicenda, la famigerata lettera del 1928, gli interrogativi e le zone d’ombra restano invariate. Vale però la pena di notare che, a dieci anni e più di distanza, nessuno dei protagonisti avanzò l’ipotesi di manipolazioni del documento da parte della polizia fascista (avanzate invece in sede storica, a partire dal fatto che l’originale non è mai stato ritrovato): stando alla Blagoeva, Togliatti si difese invece sollevando sospetti al riguardo di alcuni dei funzionari sovietici che avevano seguito i negoziati sulla liberazione di Gramsci (nel frattempo epurati da Stalin). Quanto all’«affare» nato dopo la morte di Gramsci, è opportuno distinguere tra le motivazioni delle Schucht e quelle di coloro che decisero l’apertura di un’inchiesta su Togliatti. E’ però evidente che esso ebbe nella disgrazia conosciuta da Togliatti dopo la Spagna un ruolo molto più centrale di quanto non ci fosse noto. Non si può escludere che fu proprio lo scoppio della guerra tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica a mettere definitivamente la sordina sull’«affare Gramsci-T.».

* docente universitario (Roma Tor Vergata), 
direttore dell’Istituto «Gramsci»

Corriere della Sera
17 luglio 2003


dai radiodiscorsi di Palmiro Togliatti:

le condizioni della vittoria (23 settembre 1943)

per la resurrezione d'Italia (26 novembre 1943)

da: Palmiro Togliatti
Opere a cura di Franco Andreucci e Paolo Spriano
IV, 2  - 1935-1944
Roma, Editori Riuniti, 1979, p. 392-393; 487-489


Le condizioni della vittoria
(23 settembre 1943)

Il proclama del maresciallo Badoglio, nel quale si chiama tutto il popolo alla resistenza e alla lotta per cacciare i tedeschi dal sacro suolo dei nostro paese, ha fortemente contribuito a chiarire dappertutto l'atmosfera politica. Noi non siamo mai stati teneri verso il maresciallo Badoglio e abbiamo vivamente criticato la sua politica nel periodo immediatamente successivo alla caduta di Mussolini. Lo abbiamo fatto perché eravamo profondamente convinti che in quel momento, nonostante che le truppe tedesche già fossero state introdotte sul nostro territorio dal traditore Mussolini, una politica energica di restaurazione di tutte le libertà democratiche e di annientamento del fascismo avrebbe centuplicato le energie della nazione e permesso di fronteggiare con ben altro successo la vile aggressione dei tedeschi. Verrà giorno in cui su questa questione esprimerà il suo giudizio, in libertà, il popolo intero. Verrà il giorno in cui tutte le responsabilità per la catastrofe spaventosa che oggi si abbatte sul nostro paese saranno messe in chiaro, e la nazione saprà trarre le necessarie conseguenze da questo processo di un passato di venti anni di schiavitù, di vergogna e di disastri. Oggi è il momento della lotta. Oggi il corpo della nostra patria è calpestato dallo stivale tedesco. Oggi le orde hitleriane infieriscono, in più di un terzo d'Italia, contro i nostri fratelli, le nostre donne, i nostri bambini, saccheggiano le nostre città, mettono a ferro e fuoco le nostre più belle regioni. Per chiunque ha mente e cuore di italiano, oggi non vi è che un dovere: lasciare ogni altra occupazione, cacciare ogni esitazione, distruggere in se stesso ogni debolezza, e impegnare contro i tedeschi e per la salvezza d'Italia una lotta a morte.

Il merito del proclama di Badoglio sta precisamente nel fatto che esso affretta la realizzazione dell'unità di tutti gli italiani su questo terreno, sul terreno della lotta con tutti i mezzi, con tutte le armi, per cacciare i tedeschi dall'Italia.

Il maresciallo Badoglio è i1 capo del governo legittimo del nostro paese. Egli è il capo legale e riconosciuto dell'esercito. Egli è l'uomo di fiducia delle classi dirigenti del paese.

Questo vuol dire che quando Badoglio fa appello alla lotta popolare, di massa contro i tedeschi, quando egli chiama alla organizzazione della guerra di partigiani, e del sabotaggio di massa della macchina da guerra tedesca, non vi è più nessuno che possa rifiutarsi di adempiere questi doveri.

Ripetiamolo chiaramente, per eliminare ogni equivoco.

Oggi, dopo il proclama di Badoglio, non deve più essere possibile, quando si propone di organizzare formazioni di partigiani dando al popolo le armi e gli altri mezzi che a ciò sono necessari, non deve più essere possibile a nessuno, diciamo, di fare delle riserve, di presentare obiezioni, di frapporre ostacoli.

L'organizzazione della guerra del popolo contro i tedeschi è oggi il dovere supremo di tutti. Non ci può più essere nessun ufficiale, di qualsiasi grado egli sia; non vi può più essere nessun funzionario dello Stato, qualunque posto egli copra; non vi può più essere nessuna organizzazione nazionale di nessun genere che si rifiuti di adempiere questo dovere.

D'ora in avanti le cose sono chiare. Chi si rifiuta di dare il suo aiuto, in tutte le forme possibili, per la organizzazione della guerra del popolo contro i tedeschi; chi esita, chi tira in lungo, chi fa delle obiezioni è un traditore e come tale dovrà essere considerato e trattato.

Le forze armate, i loro quadri, le loro armi, i loro esplosivi, sono al servizio della guerra contro i tedeschi.

L'apparato dello Stato deve funzionare esclusivamente nell'interesse della guerra contro i tedeschi.

Le organizzazioni popolari, dai sindacati ai partiti politici sino alla associazione dei combattenti, hanno un solo dovere, quello di rendere tutte le forze nella lotta, con tutte le armi, per cacciare i tedeschi.

Unità di tutta la nazione per adempiere il sacro dovere dell'ora.

Tutti alle armi. Tutti alla lotta. Tutti, senza esitare, al sacrificio.

Lo richiede la patria. Lo esigono la nostra dignità, il nostro onore di italiani.

Quanto più completa e compatta sarà la nostra unità, tanto più pronta la nostra vittoria.

23 settembre 1943


Per la resurrezione d'Italia
(26 novembre 1943)

[...]

L'Italia è stata il primo paese che ha spezzato il giogo della tirannide fascista. Il popolo italiano, gli ufficiali e i soldati, gli operai, i contadini, gli intellettuali democratici, i quali con la loro resistenza e avversione al fascismo, con la loro lotta aperta contro di esso e col loro sacrificio hanno contribuito a rovesciare il regime di Mussolini, hanno reso un grande servizio alla causa per cui sono scesi in campo le grandi nazioni democratiche e i popoli che amano la libertà. Essi hanno mostrato di comprendere per quale via deve mettersi l'Italia per cancellare completamente il disonore e i delitti del fascismo, restaurare l'onore della nazione e riconquistarle 1a fiducia di tutti i popoli. Essi hanno aperto all'Italia il cammino della sua redenzione.

Noi comprendiamo che la via da percorrere è ancora lunga e difficile. Come tutti gli altri popoli, il popolo italiano ha un interesse vitale a che la guerra contro la Germania hitleriana sia condotta con la più grande energia, per avvicinare il più che sia possibile il giorno della vittoria sul nemico comune. Ogni giorno che passa significa nuove infinite sofferenze dei nostri compatrioti che vivono nelle regioni occupate; nuove città devastate; nuovi ostaggi fucilati e patrioti impiccati, e la distruzione di ricchezze che richiederanno intere generazioni per essere ricostituite. Tutto questo impone a tutta la nazione uno sforzo unanime, continuo, ostinato, per condurre la guerra in modo efficace; per cacciare i tedeschi; per distruggere i fascisti traditori della patria. Il popolo italiano deve liberarsi da ogni leggerezza, da ogni passività criminale, da ogni esitazione. Deve gettarsi nel combattimento contro i nemici del suo paese, senza lesinare gli sforzi né misurare i sacrifici. Solo cosi potranno essere salvate la patria e la libertà.

È ancora presto per pensare oggi concretamente a quella che sarà l'Italia che vogliamo ricostruire dopo la distruzione completa del fascismo, e la cacciata e la distruzione degli invasori tedeschi. Quello che possiamo dire, che, anzi, siamo in dovere di proclamare sin d'ora, e che sarebbe assurdo -in un paese il quale ha fatto la tragica esperienza di vent'anni di fascismo, il quale esce da questa tappa dolorosa sfinito, devastato, lacerato, con una parte considerevole del popolo che deve in gran parte rifare la sua educazione politica- sarebbe assurdo, dico, in questa situazione del nostro paese, pensare al governo d'un solo partito o al dominio d'una sola classe. L'unità e la stretta collaborazione di tutte le forze democratiche popolari dovranno essere l'asse della politica italiana; la base su cui verrà costruito un vero regime democratico, che distrugga le radici del fascismo e dia alla nazione delle garanzie serie contro ogni possibile ripetizione della tragica avventura che è costata all'Italia il suo benessere, la sua libertà, la sua indipendenza e il suo onore. Ma questo non vuol dire che nella vita del paese non debbano essere operate profonde riforme.[...]


Togliatti e la via italiana al socialismo   

 

Palmiro Togliatti nacque a Genova nel 1893 in una famiglia piccolo borghese e frequentò studi regolari ed approfonditi tanto a livello liceale, quanto a livello universitario conseguendo una laurea in giurisprudenza. Fin da giovane espresse la propria simpatia per il movimento operaio socialista e, probabilmente, si iscrisse al PSI nel 1914 per uscirne l’anno successivo per una diversa valutazione data a riguardo della Grande Guerra. Come è noto la maggioranza dei socialisti italiani era contraria al conflitto, invece il giovane Togliatti si avvicinò a quella minoranza irredentista riconducibile a Salvemini e Bissolati le cui posizioni, dette “Interventismo democratico”, vedevano nel conflitto la IV guerra d’Indipendenza, ossia l’opportunità di completare l’operazione unitaria risorgimentale inglobando nel Regno d’Italia i territori irredenti di Trento e Trieste, dell’Istria e della Dalmazia. Tali posizioni furono sposate anche da un altro giovane socialista il cui percorso politico si incrocerà presto con quello di Togliatti: Antonio Gramsci.

     Terminato il conflitto Togliatti rientra nelle file del Partito Socialista e va ad operare nell’ala più a sinistra e meno propensa al compromesso. Del vecchio PSI riformista di Turati e Treves, Togliatti condanna l’arrendevolezza di fronte al nascente movimento fascista; il PSI è un partito di militanti vecchi e stanchi delusi dalla guerra e da tanti anni di attesa. Togliatti si avvicina al gruppo torinese di “Ordine Nuovo” il cui fondatore fu Antonio Gtramsci e, al congresso del PSI di Livorno del 1921, fonda, con lo stesso Gramsci, Angelo Tasca, Umberto Terraccini, Camilla Ravera ed Amadeo Bordiga il Partito Comunista d’Italia sposando le tesi leniniste che avevano ispirato la Rivoluzione d’Ottobre del 1917.

    Nel 1927 Togliatti assume la segreteria del partito che manterrà fino all’anno della sua morte, il 1964 per un totale di 36 anni. La novità del partito comunista rispecchio al vecchio partito socialista consiste nella carica di novità, a volte anche eversiva, che esso aveva in se.

         Il nuovo partito si pone l’obiettivo di avere un rapporto diretto con gli intellettuali anche di diversa fede politica, in tale ottica va interpretato il rapporto esistente tra Gobetti e Gramsci. Importante è, anche, il ruolo dei giovani che devono essere inseriti e coinvolti nella politica militante attiva; il partito si poneva l’obiettivo primario di strutturarsi e radicarsi nel territorio in modo da organizzare al meglio i militanti ed i simpatizzanti. Il PCd’I, come tutti gli altri partiti democratici, venne messo al bando durante il ventennio fascista ed i suoi leader vennero incarcerati o furono costretti all’esilio: Togliatti fuggì in Unione Sovietica dove visse in prima persona, e con molte omissioni, gli anni del terrore e delle tremende purghe staliniane. Dopo il 25 luglio 1943 Togliatti rientra in Italia e, con la “svolta di Salerno”, pone fine alla questione istituzionale impegnando al massimo il partito, che nel frattempo ha assunto la dizione di Partito Comunista Italiano, nella lotta al nazifascismo e per la ricostruzione del Paese dopo la tragedia del fascismo e della guerra. L’interpretazione che diede del fenomeno fascista fu basato sulla rielaborazione delle tesi gramsciane: il fascismo è visto come il prodotto della crisi della borghesia italiana, una borghesia che non si è evoluta, che non ha avuto una maturazione democratica e preferisce il corporativismo e la violenza alla libertà ed alla lotta politica.  L’impronta che nel II dopoguerra Togliatti diede al partito fu la realizzazione di una struttura di massa, integrata nella società e pronta al dialogo con tutte le classi sociali e con tutte le altre forze politiche. Togliatti si poneva l’obiettivo del dialogo e della collaborazione non solo con le altre forze della sinistra, ma anche con il partito di massa cattolico, la Democrazia Cristiana. Nel secondo governo Badoglio Togliatti diviene Ministro di Grazia e Giustizia e promulga la famosa amnistia nei confronti degli ex fascisti, il primo passo verso il dialogo e l’auspicato accordo con i ceti medi che erano stati la base sociale e politica del fascismo. Il “partito nuovo” voluto da Togliatti è il tipico partito di massa in grado di metabolizzare ed interpretare le richieste e le esigenze del corpo sociale e del corpo elettorale e di trasformarle in soluzioni legislative e normative: purtroppo dopo la rottura dell’unità antifascista della primavera del 1947 quel partito non tornerà più al governo, privando il Paese dell’appoggio di un grande movimento democratico e di massa rappresentante della parte più avanzata e produttiva del popolo italiano. Il rapporto con gli intellettuali fu proseguito nell’ottica gramsciana e, nonostante le rotture con Vittorini e Calvino, segnò il predominio della sinistra e dei comunisti nell’ambito della cultura, anche per il disinteresse dei conservatori in tale campo.

    Togliatti fu prima di tutto un fine intellettuale, uomo di formazione umanistica ed illuminista che aveva saputo conciliare la propria struttura culturale prettamente crociana con la lezione marxista nell’interpretazione di Lenin e di Marx. La cultura per le masse e la loro formazione fu d primaria importanza. I comunisti italiani furono predominanti ed egemoni; come ha scritto Giorgio Bocca: “Ora questa egemonia c’è stata nel dopoguerra ,era stata progettata da Antonio Gramsci e messa in pratica dal partito nuovo di Palmiro Togliatti; ma era un’egemonia con fondate motivazioni. Per cominciare, i comunisti leggevano. In tutte le case di militanti comunisti si trovavano i libri che appartenevano genericamente a una cultura di sinistra ma che spesso erano semplicemente dei libri di cultura, prodotti da case editrici di ottimo livello come Einaudi o Laterza”.

    Togliatti è stato accusato da più parti di Stalinismo. Sembra opportuno analizzare brevemente tale problematica. Nel II dopoguerra la figura di Stalin era oggetto di venerazione e di rispetto da parte di tutto il movimento comunista internazionale se non altro per il grande sforzo prodotto dai russi nella lotta contro il nazifascismo: venti milioni di soldati dell’Armata Rossa e di civili sovietici caddero per impedire la vittoria delle truppe di Hitler e di Mussolini. Premesso ciò non si può non capire l’impossibilità di Togliatti di condannare Stalin e lo stalinismo nemmeno alla luce della denuncia di Krusciov al ventesimo congresso del PCUS dopo la morte del dittatore georgiano e l’invasione sovietica dell’Ungheria (1956); però dopo tali eventi iniziò nel PCI un lento, ma proficuo periodo di destalinizzazione.

    Oggi, alla luce di “Libri Neri” che non fanno altro che falsare la storia sembra opportuno rivendicare i meriti e le colpe reali del movimento comunista.  Si deve sottolineare la peculiarità del Partito Comunista Italiano, che fu sempre inserito nella vicenda nazionale essendo avanguardia e baluardo del progresso civile e della democrazia. L’opera di verità di cui accennato sopra è ben presente nelle seguenti parole di Giorgio Bocca: “Così credo sia impossibile ignorare, nel giudizio globale sul comunismo, il fatto che senza l’Armata rossa e i milioni di morti sul campo di battaglia (che ne facciamo di questi: li sommiamo o li sottraiamo a quelli dell’orrore?) probabilmente non saremmo qui a scrivere o disputare di revisionismo, ma saremmo nel grande Reich millenario. Il fatto che il paese del comunismo abbia salvato l’Europa da una secolare notte nazista non cancella gli errori e le colpe del sistema, ma ci sembra che spieghi la necessità dei piani quinquennali per la creazione di un'industria e di un armamento pesanti che non saranno equiparabili alla libertà e alla giustizia, ma che le hanno rese possibili almeno da noi, e che in certo senso hanno reso possibile anche la caduta dei regimi comunisti. Il “Libro nero” è un documento attendibile, e ne sono convinti quanti a partire dall’Ottobre rosso hanno intuito e poi constatato le involuzioni del partito unico e del sistema autoritario. Ma che nel corso di una storia tragica, (non all’improvviso, con la scienza di poi) hanno cercato di evitarli o di correggerli, cosa assai difficile nella storia come dimostrano i genocidi delle conquiste spagnole e americane, le stragi indonesiane o indiane, gli eccidi sudamericani o quelli kenyani per mano degli irreprensibili soldati di Sua Maestà britannica. Il comunismo divorava vittime umane, ma accendeva anche speranze e movimenti di liberazione in ogni parte del mondo. Ecco perché a chi ha vissuto questi decenni di storia questo revisionismo in blocco, questi pentimenti tardivi, queste cancellazioni della propria storia, della propria vita appaiono fastidiose”.

    Questo brano rappresenta bene la grandezza, la miseria e la tragicità dell’esperienza comunista di cui Togliatti fu indubbiamente uno dei più autorevoli protagonisti e più lucidi interpreti raccogliendone su di se tutti gli aspetti sia positivi, sia negativi. La fine dell’unità antifascista, la scissione di Palazzo Barberini e la disfatta elettorale del 18 aprile 1948 segnarono la fine si ogni speranza dei comunisti italiani, ma anche di Nenni, di tenere l’Italia fuori dalla guerra fredda: la “cortina di ferro” scendeva anche sullo stivale ed al partito di Togliatti la storia riservava il ruolo di opposizione che il leader comunista seppe esercitare in maniera equilibrata e non estremista pensando maggiormente al bene comune che a faziosi interessi di parte. La fedeltà togliattiana per il sistema democratico italiano che aveva contribuito a realizzare si vide nell’estate del 1948 dopo l’attentato da parte di Pallante: il segretario comunista volle evitare ogni tragica involuzione rivoluzionaria che avrebbe soltanto avvelenato gli animi scatenando una nuova guerra civile; aveva capito che a Jalta l’Italia era stata assegnata alla sfera di influenza occidentale e che tali decisione era irreversibile. Questo atteggiamento togliattiano per alcuni fu doppiezza, per altri profondo senso dello stato. Per tutti deve valere quanto detto dallo stesso Togliatti fin dai tempi della Costituente: “Mettetevi in testa che questo non è un Parlamento borghese che i deputati proletari devono combattere. Questo è un Parlamento conquistato con il sangue di tutti, in primo luogo da noi; le distinzioni non valgono”. La fedeltà al Paese fu molto alta, come d’altronde la devozione alla causa del comunismo internazionale, anche se seppe dire di no allo stesso Stalin rifiutando di abbandonare la guida del PCI per assumere un ruolo di primo piano nelle organizzazioni internazionali comuniste. Dopo il 1953 la formula centrista entra in crisi e De Gasperi si ritira dalla politica: ci si avvia lentamente verso il centro-sinistra di cui Togliatti vedrà solo la fase embrionale, la lungimirante intuizione di Amintore Fanfani, cui assicurerà un’opposizione diversa. La distensione internazionali, negli anni di Papa Giovanni XXIII, di J.F.Kennedy e di N.Krusciov, e la progressiva fine della spinta innovativa e propulsiva del centro-sinistra, il cui culmine saranno i fatti del luglio 1964, faranno aumentare l’importanza dell’elaborazione togliattiana, poi portata avanti da Luigi Longo, della “via italiana al socialismo”, cioè la ricerca di accordo ed il dialogo con laici, socialisti e cattolici. Togliatti aveva capito la fragilità e l’eterogeneità della democrazia italiana e che per governare alle sinistre sarebbe servito l’appoggio del partito democristiano; la borghesia, se lasciata sola, sarebbe inevitabilmente deragliata a destra come era avvenuto nel 1922.

    Togliatti concepiva i partiti come elemento di mediazione e di ricomposizione della società per preservare e rafforzare la democrazia italiana. Come dice la nostra Costituzione “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art. 49). Proprio quando i partiti politici italiani si sono allontanati da tale interpretazione è iniziato il logoramento e la degenerazione della democrazia italiana. In una calda giornata dell’agosto 1964, nel campo pionieri di Artek, in quell’Unione Sovietica che aveva rappresentato una vera e propria seconda patria, la morte scendeva lenta sull’anziano leader comunista che era riuscito a sopravvivere a tre attentati, ma non ad un infarto. La vita sfuggiva a colui che “sarà ricordato più per i suoi silenzi che per i suoi discorsi” e che “dava del lei anche a se stesso”. Tutta l’Italia di sinistra esprimeva il proprio dolore partecipando ai suoi oceanici funerali. Sembra giusto ricordare quell’ora suprema con le parole che ebbe a scrivere Enzo Biagi sull’Europeo nel 1964: “…Nel 1922 rischia di essere fucilato da un plotone di camicie nere; nel 1937, ad Alicante, sfugge miracolosamente ai moschetti dei falangisti che lo hanno messo contro un muro; nel 1948 scampa alle rivoltellate dell’esaltato Pallante. Muore ad Artek, in una dolce, rarefatta aria cecoviana, e la morte lo raggiunge sotto un bosco di betulle, mentre sta facendo un discorsetto in lingua russa ai pionieri del campo. I bambini gli sono sempre piaciuti”.

    La figura del leader comunista è stata, negli ultimi anni, oggetto di discussione; chi scrive non può non ritenere Togliatti, a fianco di De Gasperi e di Nenni, uno dei padri della nostra democrazia repubblicana e riconoscersi nelle seguenti parole del già citato Giorgio Bocca, che del segretario comunista è stato incisivo e valido biografo: “Non si capisce Palmiro Togliatti se non si capisce che anche il suo lucido realismo che alcuni chiamano cinismo, il suo intellettualismo, la sua accettazione dei poteri ‘millenari’ delle grandi istituzioni, fossero la Chiesa Cattolica o il grande stato socialista, avevano un senso perché credeva, pensava che stesse sorgendo una società nuova. Sbagliava, ma quanti uomini, quante generazioni hanno commesso un errore simile? E cosa sarebbe la storia degli uomini senza questi errori?”.

Luca Molinari

12.12.2001


RENATO ZANGHERI RICORDA GIUSEPPE DOZZA

“GRANDE UOMO E GRANDE POLITICO”

 

Giuseppe Dozza non fu solo un grande amministratore, ma anche un grande politico e un grande uomo. Proprio nell’essere stato tutte queste cose risiede la sua originalità”. Con queste parole Renato Zangheri, eminente storico di fama e uno dei primi successori di Dozza come Sindaco con la “S” maiuscola di Bologna dal 1970 al 1983, ha voluto iniziare il suo ricordo dell’indimenticabile “Sindaco della Liberazione”.
    
In cosa consisteva la forza di Dozza?
    Nell’essere al tempo stesso molto umano, un sottile politico capace e molto popolare come amministratore. 
 

    Quale fu la cosa più importante che ha caratterizzato l’era Dozza?
    Fra le tante cose molto importanti la più significativa è stato il contatto con la popolazione. La capacità di ascoltare la gente, interpretarne i bisogni. Spiegare perché a volte le cose non si potevano fare. L’insegnamento principale che ci ha lasciato è proprio quello di aver saputo coinvolgere i cittadini nella vita di Bologna. Dozza fu sicuramente un uomo carismatico. Un carisma vero, senza bisogno di artifici. 

    Da cosa derivava questo magnetismo?
    Dalla sua grande personalità e dalla storia che aveva alle spalle. Combattente antifascista, internazionalista. Uomo coerente che tornava a Bologna dopo vent’anni in cui, per sfuggire alle persecuzioni fasciste, era vissuto in esilio. In quel lungo ventennio si era trovato nei punti cruciali della vita politica e culturale europea. La popolazione bolognese lo sapeva, ne conosceva i meriti. Ne apprezzava la coerenza e la capacità di stare in mezzo alla gente. 

    Cosa è il “modello emiliano”? Un pezzo di socialdemocrazia scandinava trapiantato nel cuore della Pianura padana?

    Non mi piace parlare di “modello”. Sembra di voler insegnare ad altri come fare, invece ogni città ed ogni regione ha i suoi modi di risolvere i propri problemi. Parlerei piuttosto di una “caratteristica” della nostra vita sociale. Si tratta della capacità di unire l’iniziativa dei privati con la creazione delle infrastrutture e delle altre necessità da parte delle istituzioni pubbliche. 

    Come è cambiata la città in oltre mezzo secolo? 

    È cambiata in bene. Si è sviluppata: è una città più ricca con alti livelli di scolarizzazione e di professionalità. C’è meno sicurezza: è un problema fondamentale per una grande città.  

    E il rapporto tra cittadini e amministrazioni pubbliche?

    Purtroppo c’è un minore collegamento tra le istituzioni pubbliche e la popolazione. Questo non è un problema solo di Bologna, è una tendenza abbastanza diffusa nel Paese. 

    C’è oggi un erede diretto di Dozza? 

    Eredi diretti non ci sono mai. Le situazioni cambiano, ma ognuno di noi ha imparato qualcosa da Giuseppe Dozza.

Luca Molinari

“il nuovo informatore” novembre 2001

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