Convegno della Fondazione Nenni su “Laicismo, laicità: cosa significa essere laici oggi”  6 aprile 2001 

Intervento di Federico Coen 

 

1.       Se la battaglia laica deve essere essenzialmente una battaglia politica, e non una disputa filosofica tra chi crede o non crede in Dio, è essenziale prima di tutto prendere atto di quelle che sono le forze in campo oggi.

E la prima constatazione che dobbiamo fare è che noi laici, anzi laicisti, abbiamo di fronte oggi una Chiesa cattolica che in un recente convegno ho avuto occasione di definire Chiesa imperiale. Non è più la Chiesa dialogante di Giovanni XXIII, e nemmeno più la Chiesa riservata e problematica di Paolo VI. No, è la Chiesa che riproduce in forme nuove le ossessioni temporalistiche di Pio IX, con particolare riguardo all’Italia, e le sue ossessioni “infallibilistiche”; e si riallaccia anche alla tradizione politica di quel Pio XII che, come braccio destro del suo predecessore, negoziò e concluse in Italia e in Germania i due Concordati con il fascismo e con il nazismo, pagando, o meglio facendo pagare ai due popoli, un prezzo molto alto.

         La Chiesa cattolica, oggi più che mai, ribadisce senza mezzi termini il suo monolitismo – che la differenzia da ogni altra confessione religiosa – e si fa forte di questo monolitismo per tentare di imporsi alle altre religioni, anche cristiane, con il controllo della salvezza delle anime (v. il documento Ratzinger), e sul piano politico per tentare di imporre la propria volontà e le proprie direttive ai governi e alle forze politiche. Un imperialismo politico che ha, come sempre, l’Italia come terreno privilegiato di applicazione.

 

2.       Di fronte a questo monolitismo imperiale, qual è il quadro delle forze laiche in Italia? È il quadro della massima dispersione. Da quando mi sono impegnato nella battaglia per la laicità dello,Stato nel quadro della Società laica e plurale, ho potuto constatare l’esistenza in tutta Italia di decine e decine di associazioni e organizzazioni che appartengono a quest’area, ma che non riescono a coordinarsi e ad agire congiuntamente, spesso anzi sono divise da contrasti e gelosie.

Io sono fermamente convinto che anche in Italia c’è un potenziale di pensiero laico nettamente maggioritario, che resta però sommerso, e non riesce a farsi valere appunto per la sua dispersione, e riesce ad esprimersi solo in circostanze eccezionali, come è dimostrato da quanto accadde in occasione dei referendum sul divorzio e sull’aborto.

Quali sono le conseguenze di questa dispersione? La prima conseguenza è che essa alimenta il servilismo della grande maggioranza dei partiti politici, in quanto rafforza il pregiudizio che gli italiani siano in maggioranza cattolici osservanti, e favorevoli all’interferenza clericale nella politica italiana; un pregiudizio che rende i partiti, sempre comprensibilmente a caccia di voti, inclini ad assecondare questa interferenza: nella scuola, nella bioetica, nella legislazione sulle coppie di fatto e sulla famiglia, nella vita sessuale eccetera. Senza entrare nel merito delle cronache parlamentari, basterà citare l’inaudito episodio del cosiddetto Giubileo dei politici e l’altrettanto inaudito spettacolo degli omaggi resi al cardinale Sodano e alle sue pretese clericali.

 

3.       La seconda conseguenza della dispersione delle forze laiche è l’assenza o quasi dei temi della laicità dello Stato dal dibattito nella campagna elettorale.

L’appello laico che siamo qui per diffondere, approfittando dell’occasione offerta dalla Fondazione Nenni, è un tentativo di colmare questa lacuna, rivolgendosi non tanto ai partiti come tali, quanto alla sensibilità e alla coscienza dei singoli candidati alle elezioni.

Si tratta, ovviamente, solo di un punto di partenza. Non ci facciamo molte illusioni, perché si tratta di andare controcorrente anche all’interno dei partiti, a cominciare da quelli di sinistra che tendono oggi più a nascondere la propria identità che a coltivarla.  Non si tratta solo di opportunismo. C’è una oggettiva caduta di valori, c’è il fallimento delle tradizionali ideologie salvifiche che ha privato la sinistra di una parte consistente della propria ideologia. Ma questo è un altro discorso.

 

4.         L’importante, comunque, è di riuscire a dare un seguito a questo appello, di sviluppare un’azione di coordinamento delle forze laiche, di arrivare in Italia a una sorta di Costituente laica. Compito arduo ma non impossibile, che dipende da due variabili strettamente connesse.

La prima consiste nel distinguere la battaglia per la laicità dello Stato, per la separazione tra religione e politica, che è una battaglia di democrazia, da pur legittimo confronto culturale tra credenti e non credenti, e dalla altrettanto legittima analisi critica del ruolo che le religioni monoteistiche hanno avuto, nel bene e nel male, nella storia dell’umanità.

Personalmente non sono tra quelli che considerano la fede in un Dio come fondamento necessario dei valori etici di uguaglianza e di fraternità, che possono avere, e in passato hanno avuto, il loro più forte sostegno nella ragione umana e nelle istituzioni terrene. Ma ho il massimo rispetto per quei credenti che non pretendono di imporre, attraverso l’azione statale, le loro credenze all’intera umanità. La questione che abbiamo di fronte non è se Dio esiste o non esiste, è una questione politica, di libertà e di rispetto per il prossimo.

 

5.       Solo se saremo capaci di far valere questa distinzione potremo coinvolgere nella battaglia per la laicità dello Stato – nei suoi termini generali e nelle sue specificazioni concrete – tutti quei credenti che non ritengono sia necessario il braccio secolare all’affermazione dei loro valori.

Questo coinvolgimento è decisivo, e anche in questo senso la campagna elettorale – tramite il nostro appello – può essere portata a un livello più alto, nel quadro della battaglia per la difesa della democrazia e dello Stato di diritto che sta diventando centrale nella competizione politica oggi in Italia. I fondamenti primi della democrazia sono, infatti, lo Stato di diritto, la libertà di informazione e la separazione tra religione e politica. La coalizione dell’Ulivo ha le carte in regola per condurre la sua battaglia contro la destra sui primi due terreni. Molto meno sul terreno laico, ed è questa lacuna che dobbiamo sforzarci di colmare. 


I PARTITI POCO LAICI 


di MIRIAM MAFAI 

ITALIA, paese dei paradossi. I parroci non vogliono o non possono più suggerire o imporre ai fedeli per chi votare, ma il cardinal Sodano vuole e può orientare le scelte dei leader politici. È toccato a un partito cattolico, la Dc, favorire la secolarizzazione del nostro paese, esito inevitabile, anche se non voluto e non previsto, del processo di industrializzazione che la stessa Dc aveva promosso. L'Italia che il partito cattolico aveva ereditato nel dopoguerra e che ha governato per quasi mezzo secolo era un'Italia povera, prolifica, cattolica, dove milioni di donne semianalfabete erano prive di ogni diritto e libertà, dove non esisteva il divorzio, l'aborto era un reato, ed era proibita la propaganda degli anticoncezionali. 

Ma la stessa Dc - ecco il paradosso - guidando e promuovendo la trasformazione del paese, lo ha fatto uscire dalla sua antica condizione di arretratezza e dalla sudditanza a vecchie culture e gerarchie. Così nel 1974 la stragrande maggioranza degli italiani si permetteva di ignorare le indicazioni della Chiesa e le pressioni dei parroci e votava per conservare la legge sul divorzio e, quattro anni dopo, per conservare la legge sull'interruzione volontaria di gravidanza. 
Italia, paese dei paradossi. È per lo meno singolare che oggi partiti e politici di formazione laica cerchino il consenso o per lo meno la neutralità della Chiesa quando debbono affrontare i problemi nuovi che si propongono alla società, quando debbano legiferare sui diritti delle famiglie o delle coppie di fatto, sull'aborto o sulla «pillola del giorno dopo», sulla conservazione o sull'utilizzazione a fini scientifici degli embrioni crioconservati. Sembra talvolta che i laici, e le loro formazioni politiche, siano incapaci di trovare in se stessi e nella loro cultura risposte adeguate a molti interrogativi che nascono dall'interno della nostra società... È un bel guaio. Perché l'Italia di oggi, la sesta o la quinta potenza industriale del mondo, un paese ricco, informato, consumista, longevo, è già nei fatti un paese tollerante, profondamente laico che non chiede certo al parroco, né al cardinal Sodano, le risposte ai propri interrogativi e il consenso ai propri comportamenti. 
Uomini e donne di oggi, dimenticata (per fortuna) la condizione delle generazioni precedenti e le norme che ne regolavano l'esistenza, si muovono alla ricerca del proprio benessere individuale e al soddisfacimento di bisogni nuovi. Cresce l'idea, assolutamente laica, che ognuno abbia diritto di scegliere il proprio stile di vita e il proprio destino, e dunque se sposarsi o convivere, quante volte sposarsi, se avere o no figli e quanti e quando, se adottarli o sottoporsi alle tecniche di fecondazione assistita, come curarsi e, alla fine, persino come morire, scegliendo, se il caso, il momento in cui mettere fine alle proprie sofferenze ed al cosiddetto «accanimento terapeutico». È il trionfo dell'individualismo, d'accordo. Ma la modernità a ben vedere non è segnata proprio da questo, dal fatto cioè che ognuno di noi può decidere o tentare di decidere su materie fino a ieri sottratte alla nostra volontà, a condizione naturalmente che le nostre decisioni non violino i diritti degli altri? 
L'improvvisa e probabilmente imprevista popolarità del ministro Veronesi nasce proprio da qui: dal fatto cioè che egli è stato percepito dalla pubblica opinione come il personaggio le cui posizioni esplicitamente rispondono a questo diffuso bisogno di libertà. Basti ricordare che si deve a lui l'introduzione in Italia della cosiddetta «pillola del giorno dopo», contro il cui uso si è levata, con argomentazioni speciose, la Pontificia Accademia per la Vita. È ancora a lui che si deve una posizione «laica» in tema di cellule staminali e di eventuale utilizzazione degli embrioni crioconservati. È ancora a lui che si deve la presa d'atto del diritto di ognuno di noi di disporre della nostra vita, e quindi di decidere della propria fine. 
Ma Veronesi non è un esponente di partito, è uno scienziato prestato (momentaneamente) alla politica e le sue posizioni vengono vissute, anche nello schieramento di centro sinistra, con qualche incertezza o disagio. Si tratta, del resto, di esigenze e domande nuove di libertà e autodeterminazione, non riconducibili a quelle divisioni di ceto o categorie, attorno alle quali si organizzarono i grandi partiti che abbiamo conosciuto nel passato. Può prevalere, allora, a sinistra, un atteggiamento di sottovalutazione di questi problemi, da considerare o marginali, cari forse ad ambienti «laici» ma di scarso interesse a livello popolare o imbarazzanti e pericolosi ai fini dell'unità di uno schieramento nel quale convivono partiti e gruppi di diverse sensibilità e culture. 
Due atteggiamenti che tendono a tener fuori questi problemi dalla competizione e dal dibattito elettorale. Ma questo non sarà possibile. La recente manifestazione degli scienziati che ha proposto al governo di centro sinistra il problema della libertà della scienza prova che la tradizionale «agenda politica» è destinata ad ospitare anche nuovi temi. Uno di questi, non nuovo ma oggi rimesso da alcune forze in discussione, è certamente quello della legge sull'aborto. Se la posizione del centro sinistra è nota, la dichiarazione di Silvio Berlusconi, rilasciata recentemente a Famiglia Cristiana e salutata con favore dal cardinal Sodano, è assai pericolosa. Berlusconi quindi deve uscire dall'equivoco, dire chiaramente cosa intende quando propone di «migliorare» la 194, su quali articoli della legge intende intervenire. La Casa delle Libertà dovrà anche chiarire, nel corso della campagna elettorale, la sua posizione a proposito dei diritti delle coppie di fatto, e quale in tema di fecondazione assistita, una legge alla quale la Chiesa si oppone per motivi etici, assolutamente rispettabili ma che non si capisce perché debbano essere imposti a tutte le coppie, cattoliche o no che intendano farvi ricorso. 
Ma anche al centro sinistra (alla coalizione nel suo complesso e ai singoli candidati) vanno richiesti precisi impegni su queste materie. Uomini e donne che, senza nuocere agli altri, vogliano ampliare i propri spazi di libertà (usare la «pillola del giorno dopo», vivere con chi preferiscono, ricorrere alla «provetta» per avere figli, scegliere il momento della propria morte) hanno il diritto di sapere chi ne rispetterà le scelte e chi invece vorrà imporre loro dall'alto regole e comportamenti.

La Repubblica
3 marzo 2001


QUEI PALETTI DEL QUIRINALE 

di MASSIMO GIANNINI 

NEL colpevole e ammiccante silenzio della politica italiana, è toccato al Quirinale alzare una voce forte e chiara per riaffermare il primato della Repubblica di fronte alle interferenze di Santa Romana Chiesa. Stupito da quella specie di "Sillabo" reinventato dal Cardinale Sodano per testare l'agibilità democratica dei candidati delle prossime elezioni, Carlo Azeglio Ciampi ha riaffermato due principi elementari. La "laicità dello Stato come valore in tutta Europa". E poi "ciò che tutti devono avere presente: l'articolo 7 della Costituzione, che al primo comma recita "Lo Stato e la Chiesa cattolica sono nel proprio ordine ciascuno indipendente e sovrano"". 

La storia millenaria della Chiesa non è solo magistero religioso e indirizzo morale. E' invece innervata di interventismo politico e di pretesa egemonica. La Santa Sede è uno «stato estero». Con lo Stato Italiano ha intessuto un rapporto dialettico, a tratti conflittuale. Comunque diverso da quello che ha contraddistinto le relazioni con tutti gli altri Stati. I Patti lateranensi e il Concordato furono firmati con Roma, non con Parigi, con Londra o con Madrid. I «non expedit» di Pio IX e di Leone XIII pretesero inutilmente dai cattolici il non intervento nella contesa politica italiana. Ma già dal 1913 prevalse una dottrina radicalmente diversa. I «sette punti» che, secondo il Patto Gentiloni, i candidati moderati nei collegi elettorali dovevano sottoscrivere per poter contare sul voto dei cattolici quasi coincidono con i «cinque parametri» indicati dal Cardinal Sodano per vagliare i candidati premier di oggi: tutela della scuola privata e istruzione religiosa nella scuola pubblica, difesa della vita, tutela della famiglia. Seguirono le scomuniche contro i comunisti del Cardinal Ottaviani e il sostegno ufficiale ai Comitati civici di Luigi Gedda. Da lì alle crociate antidivorziste concertate con Fanfani, fino alla virata recente del Cardinal Ruini verso il Polo, il passo è stato molto breve.
Non è da oggi, insomma, che buona parte della gerarchia eccelsiastica guarda allo Stato Italiano come ai «giardini del Vaticano». Questa invasione di campo si fa adesso più insistente, e si capisce il perché: passati gli ardori e fragori dell'Anno Santo, la Chiesa teme il riprodursi di un vuoto culturale e mediatico. E lo colma come può e come sa: dalle campagne contro la Rai e la televisione (invasa per l'intero 2000 dalle immagini giubilari, e oggi «rioccupata» da volgarità e varietà) alle «consultazioni» pretese dal Cardinale Segretario di Stato.
Ma mai come oggi lo Stato Italiano lascia fare, e tiene aperti i cancelli dei suoi «giardini». Come ha detto il presidente della Federazione delle chiese evangeliche, di fronte al Vaticano «questa Italia è a sovranità limitata: per i politici gli esami non finiscono mai, ora si presenteranno tutti in fila davanti all'esaminatore Sodano, che segnerà gli errori nei loro programmi. Stupisce la loro accondiscendenza». Tramontata la mediazione del grande «partito confessionale», la vecchia Dc, oggi pesa l'insostenibile leggerezza della politica, la sua incapacità di proporre senso civico e affermare valori in un quadro di autonomia responsabile. E pesa, evidentemente, la nuova tentazione di rispondere a una vecchia domanda: «quante divisioni ha la Chiesa?». Ciampi ha ripiantato i paletti. La tutela dei principi democratici della Repubblica, il rispetto delle sue prerogative istituzionali e costituzionali. Tutto questo è merce non fungibile, non si può scambiare in nessun mercato politico. Il richiamo arriva da un Capo dello Stato che va a messa tutte le domeniche. E ricalca quelli di un altro presidente della Repubblica assiduo «frequentatore» dell'eucarestia. Oscar Luigi Scalfaro, subito dopo l'insediamento al Quirinale nel maggio del '92, concluse il suo primo telegramma a Papa Wojtyla ringraziandolo, ma ricordandogli «il doveroso rispetto della laicità dello Stato, che è e deve essere la casa di tutti». Quasi alla fine del suo settennato, a Giovanni Paolo II che andò a trovarlo al Quirinale nell'ottobre del '98 sollecitando l'attenzione dello Stato sulla famiglia e sull'aborto, Scalfaro ripetè che «su questi temi tremendi la voce della Chiesa che prega è lampada che dà luce e forza, ma non può alleggerire il nostro carico: nella nostra diretta responsabilità c'è la scelta politica, l'amministrazione della cosa pubblica, il compito di governare, di discernere, di decidere».
Questa è la lezione dei «cattolici» Scalfaro e Ciampi. Peccato che continuino a non capirla i «laici» che si candidano a governare, ma sempre più incapaci di discernere e di decidere.

La Repubblica
22 febbraio 2001 


QUEL TEVERE TROPPO STRETTO 


di GIORGIO BOCCA 

IL cardinal Sodano, segretario di Stato di uno Stato straniero, ha fatto sapere ai segretari dei partiti italiani, partiti dello Stato laico italiano, che il Vaticano non può più accettare le loro profferte di collaborazione a "scatola chiusa". Pretesa che trova una giustificazione solo nel fatto che i capi dei nostri partiti laici fanno a gara nel cercare di incontrarlo e di prenotare gli appoggi elettorali della Chiesa come si è capito dagli incontri dei Rutelli e persino dei Bossi. Quel tale lombardo che non più di un anno fa se la prendeva con la Chiesa dei cardinali carichi di gioielli. 

La Chiesa, lo si è detto mille volte, ha il diritto di fare politica. Ce l'ha o se lo è dato dall'epoca di Costantino e forse anche prima, ha il diritto di difendere la sua dottrina e anche di stare dalla parte di chi la accetta. Altra cosa è la pretesa di imporre per bocca di un suo ministro le regole del gioco ai politici di uno Stato laico.
Le regole che il segretario di Stato ha esposto con molta chiarezza sono: la concezione della vita, leggi l'aborto o l'eutanasia; della famiglia, leggi la indissolubilità del vincolo e la proibizione dei matrimoni fra omosessuali, la gioventù, cioè la sua educazione rivendicata anche alle scuole private in gran parte cattoliche che lo Stato dovrebbe finanziare; la solidarietà nazionale e internazionale, cioè il controllo del volontariato in Italia e la rinuncia ai crediti con gli Stati poveri. 
Tutti argomenti in cui il Parlamento italiano ha legiferato e nei quali il rappresentante di uno Stato straniero non può chiedere la revisione delle leggi e della costituzione.
Tempo fa il cardinal Martini, uomo di fede ma anche di ragione, aveva proposto che venisse costituita una commissione della Cei, che seguisse in modo costante i lavori parlamentari, facesse conoscere l'opinione della Chiesa e si ponesse come un interlocutore fra cittadini italiani di osservanza cattolica e laici. Diverso e poco accettabile il fatto che un ministro dello Stato Vaticano detti in una vigilia elettorale le regole del gioco, un gioco nei fatti impari, ai politici laici. 
Diciamo impari perché da molti fatti culminati nel Giubileo si è capito che per i nostri politici la Chiesa e il suo capo supremo, il Papa, sono un potere sovrastante come confermano le ore ed ore che la televisione di Stato dedica al Pontefice come al vero sovrano della Repubblica italiana. 
Il cardinal Sodano, che come è noto ignora la giustizia italiana concedendo accoglienze entusiaste a cittadini italiani che devono ancora risolvere i loro casi con la giustizia italiana, si è dichiarato poi molto soddisfatto di un incontro con le massime autorità della Repubblica andate da lui non si sa bene per quale ragione. 
E sicuramente di ragioni per essere soddisfatto il segretario di Stato ne ha perché a quel che si vede il Tevere diventa sempre più stretto e lo stato risorgimentale laico sempre più introvabile.
GIORGIO BOCCA 

La Repubblica
20 febbraio 2001


9 FEBBRAIO 1849. MODERNITÀ DELLA REPUBBLICA ROMANA 



(nella foto: la Ghigliottina di Pio IX )





Centocinquantadue anni fa, all’una di notte del 9 febbraio, con un decreto approvato dalla prima Assemblea Costituente eletta a suffragio universale che dichiarava il papato “decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato romano”, iniziava la vicenda della Repubblica Romana: cinque mesi di straordinaria tensione morale, di rigore politico, di passione civile e democratica che la successiva evoluzione del processo unitario, monarchica e moderata, ha respinto come fra parentesi, escluso dal filone agiografico e celebrativo prima, precipitato nella sottovalutazione e rimozione dell’intero Risorgimento poi.



Chi sa qualcosa, oggi, della Repubblica Romana del 1849? Gli specialisti, i ragazzi appena usciti dal liceo, qualche bizzarro e irriducibile paleodemocratico. Eppure quante lezioni da quei cinque mesi, a cominciare dalla coerenza dei documenti e dei testi fondamentali, i quattro articoli della proclamazione notturna che si sviluppano nei sessantanove della Costituzione, senza enfasi, senza retorica, con una densità di principi e contenuti ed una stringatezza di espressione che potrebbero costituire ancora oggi un modello di efficacia, limpidezza e democrazia del linguaggio.



Quattro articoli più sessantanove: e c’è dentro già tutto quello che l’Italia otterrà solo un secolo dopo: diritto di sovranità del popolo, democrazia come forma di governo, eguaglianza e obbligo per la repubblica di promuovere il miglioramento delle condizioni morali e materiali dei cittadini, suffragio universale, fratellanza dei popoli, rifiuto della pena di morte e dei tribunali speciali, inviolabilità del domicilio, libertà di insegnamento, l’affermazione che ”dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici”, inviolabilità delle persone, inviolabilità dei rappresentanti eletti, salvo il permesso dell’Assemblea, fino al segreto postale e all’obbligo dell’indennizzo per eventuali espropri per pubblica utilità.



A questi principi, e alla regola della stringatezza e della chiarezza di linguaggio, si uniformarono i provvedimenti del governo repubblicano, provvedimenti di varia natura, anche a carattere sociale, che ben spiegano il coinvolgimento popolare nella difesa della città. Il testo ufficiale della Costituzione venne dopo e fu quasi un testamento: fu approvato il 2 luglio sotto le cannonate francesi; il 3 Roma cadde.



Il 12 febbraio la Repubblica aveva adottato il tricolore come bandiera e fu uno dei suoi primi atti; il 6 luglio, dopo un’agonia di un mese, morì Mameli e fu sepolto di nascosto. Forse non sarebbe male se, con il tricolore e l’inno nazionale, si riproponesse anche una rilettura non più fra parentesi dei principi per cui Mameli, e tanti insieme a lui, sono caduti.



Sandro Masini (Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati)

9-2-2001

da Italialaica : www.italialaica.org


20 SETTEMBRE 1957

Ottantasettesimo anniversario della breccia di Porta Pia. È ancora Papa, sia pure per poco più d'un anno Pio XII, non più il Pio XII della Humani generis e del tentativo di conciliazione fra cattolicesimo e democrazia, ma il Papa stanco e solitario e inaccessibile degli ultimi malinconici anni della chiusura e della intransigenza pacelliana, in quel Vaticano spogliato e jeratico in cui si agitano ombre di cortigiani e faccendieri.

I rapporti fra Chiesa e Stato in Italia non sono più quelli, pieni di fiducia e di speranza, dei primissimi anni della liberazione: coi grandi fervori del Cristo democratico e rinnovatore, coi primi brividi e fantasmi del " Papato socialista". Le ferite dell' "operazione Sturzo", cioè del tentativo di alleanza con l'estrema destra che rimonta al 1952 ma prolunga ancora i suoi effetti al di là delle mura vaticane, sono tutt’altro che risarcite. Monsignor Montini, che incarna la linea "degasperiana" e democratica dell’episcopato, senza inibizioni e chiusure retrive, è stato esiliato a Milano, senza neppure – massima umiliazione – il cappello cardinalizio; De Gasperi è morto da tre anni, ma la sua eredità politica appare dilapidata e dispersa, a vantaggio di una lotta di tutti contro tutti nella stessa democrazia cristiana, di una contesa fratricida.

La repressione contro i fermenti del dossettismo è stata totale; e Dossetti stesso è fallito nell’ultimo tentativo di conquistare il Comune di Bologna, dopo aver perduto la battaglia per conquistare il partito. Al posto della prima sinistra democristiana, utopistica ma generosa, portatrice di un fermento di revisione e di rinnovamento totale della vita italiana, si agitano nuclei di potere, tanto più esasperati nella dottrina quanto più ambiziosi e disinvolti nella pratica, con la nuova mistica, massiccia e conquistatrice, degli enti di Stato alle spalle.

Ogni traccia di Risorgimento si allontana o si scolorisce: anche di Risorgimento cattiolico-liberale. I richiami di De Gasperi a Manzoni o a Croce sembrano lontani di qualche generazione. La biografia, l’esemplare biografia, del canonico Aubert su Pio IX, il Papa del Sillabo e dell’opposizione cattolica, non è tradotta né traducibile in Italia, per veti diretti o indiretti dell’autorità ecclesiastica. Nel clero i libri che vanno ancora per la maggiore sono quelli, semplificatori e intransigenti, dell’ultraguelfo Massé. Il solco con la cultura laica pare approfondirsi: la formula del "Risorgimento scomunicato" evade dai confini della pubblicistica; proprio nel ’57 si celebra un convegno su "Stato e Chiesa", dove voci anticlericali si uniscono a voci rigorosamente laiche ma rispettose della tradizione cattolica, come quella di un Salvatorelli. Eppure: proprio in quella ricorrenza della breccia di Porta Pia, in quella tensione e lacerazione estrema che doveva prefigurare i casi clamorosi del vescovo di Prato e dell’aspra polemica tra laici e cattolici per le elezioni politiche del maggio 1958, nel giornale da me allora diretto, Il Resto del Carlino, avanzo per la prima volta una proposta, fra seria e paradossale, che sarà poi ripresa tante volte negli anni di poi: la proposta di santificare il 20 settembre, di trasformarlo in festa religiosa.

E con quale motivazione? Con la precisa motivazione che la liberazione di Roma da parte dei bersaglieri di Cadorna ha sollevato la Chiesa dal fardello del potere temporale, l’ha liberata da tutti gli impacci e i gravami del temporalismo alleato con la logica inesorabile del "Trono e Altare": quasi in omaggio ad un disegno provvidenziale, presupposto necessario del nuovo incontro fra la Chiesa e i popoli, della nuova unica Santa Alleanza possibile nel mondo moderno, l’alleanza del Pontificato con la democrazia. (…omissis…).

La proposta cadde nel vuoto: non mancò qualche segno di ironia o di sgarberia clericale (…omissis…).

20 settembre: è una data patetica nella storia d’Italia. Il momento più alto del Risorgimento, ma quasi vissuto in punta di piedi, con impacciata discrezione, con un diffuso senso di timore. "Il giorno più grande del secolo decimonono" : aveva detto un famoso storico tedesco, ma che la classe dirigente italiana farà il possibile per dimenticare o scolorire, quasi atterrita dal compito storico che la Provvidenza le aveva assegnato. (…omissis…).

Solo il fascismo, sprezzante di tutte le pregiudiziali risorgimentali, indifferente alle radici profonde dello Stato liberale e unitario, poteva cancellare con un tratto di penna quell’esile filo che collegava le vecchie e le nuove generazioni, il 20 settembre "giorno festivo per gli effetti civili". Porta Pia fu riassorbita nella Conciliazione: l’11 febbraio diventò la sola festa, la festa nazionale celebrante il trionfo della "ragion di Stato" fascista e vaticana, il suggello dei Patti lateranensi.

Quel giorno, già controverso e tormentato per la generazione dei nostri padri, perse quasi ogni significato per la generazione nata all’indomani della prima guerra mondiale. Il quadro di Cammarano tendeva a scomparire dai libri di testo, dove aveva pur dominato fino agli anni trenta; i riferimenti alla questione romana diventavano sempre più scarni o retorici, scarni per il passato, retorici per il ritorno all’incontro fra la Croce e l’Aquila sanzionato dalle guerre di Etiopia e di Spagna. Capire, in quel periodo, per uno studente ginnasiale, cosa fosse stata la legge delle Guarentigie, era estremamente difficile, per non dire impossibile. Il 20 settembre si dissolveva nell’ironia che avvolgeva l’"Italietta", la piccola Italia del trasformismo liberale e post-risorgimentale, incapace di marciare col ritmo guerriero del passo dell’oca. E i grandi problemi ideali del riscatto nazionale sopravvivevano solo in chi, pur in mezzo alle negazioni ufficiali, tentava di ritrovare il filo del nostro dramma unitario in certi scrittori pur accettati dal regime, in chi, da Oriani, sapeva magari risalire a Gobetti. 

Giovanni Spadolini
(estratto dalla Prefazione al libro Il Tevere più largo – Da Porta Pia ad oggi – Ed. Longanesi & C. – Milano ,1970)


Cavour e la Chiesa

Il liberalismo nelle sue molteplici correnti (tra cui l’elemento comune è solo la formazione dello Stato nazionale nella forma accettata dal popolo, e sempre su una base parlamentare) non ebbe dopo Gioberti un grande teorizzatore italiano: neppure uno scrittore che avesse la fama di P.S. Mancini nella sua apologia dello Stato fondato sul principio di nazionalità. I suoi uomini eminenti furono piuttosto degli apostoli dell’idea, dei missionari o dei realizzatori. E per quanto tocca la religione e la Chiesa, accolse ad un tempo dei credenti, desiderosi di una conciliazione, e degli oppositori. I due uomini più popolari della rivoluzione, Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini, sono entrambi decisi avversari della Chiesa. Il primo quando parla o scrive si abbandona ad un anticlericalismo volgare: ma ha intuito politico e nell’impresa del 1860, la prodigiosa conquista della Sicilia e del Mezzogiorno, non offenderà il senso religioso delle popolazioni, andrà ad inchinarsi in chiese e santuari, a Napoli assisterà anche al miracolo di S.Gennaro. (omissis)

Mazzini peraltro, con fede nel Dio personale, ma certo non cattolico e forse neppure cristiano, come tutti i mistici, come tutti coloro che operano sulle forze del sentimento, come moltissimi tra i rivoluzionari, non ha sensibilità per le forme giuridiche; non avrebbe mai elaborato sistemi di relazioni tra Chiesa e Stato né dettato una legislazione ecclesiastica.

Il Risorgimento italiano ebbe quegli cui Paléologue dedicò un volume dal sottotitolo Un grand réaliste, e che fu il vero artefice della unificazione nazionale: Camillo di Cavour. E questi, formatosi prima del ’48 in larghi contatti con Ginevra, con l’Inghilterra, con la Francia di Luigi Filippo, aveva il culto della libertà (tra cui egli dava posto non indifferente al liberalismo economico), tutte solidali tra loro, sì che una non può essere ferita senza che le altre ne soffrano.

Non sappiamo gran che della religione di Cavour: poco più che diciottenne, una crisi lo aveva portato ad un crudo razionalismo: tornò poi alla fede avita ? Moltissime volte si proclamò cattolico, ed è noto che si preoccupò di avere in punto di morte i conforti religiosi: ma è dubbio se il suo cattolicismo, oltre all’adesione al corpo della Chiesa istituzione organizzata, con un’alta missione civilizzatrice, ed oltre la fede in un Dio personale, abbracciasse quella nei dogmi, nei sacramenti; dubbio se la sua preoccupazione di non morire come un reprobo non fosse ancora preoccupazione di un uomo di Stato, che non voleva che la sua morte confermasse agli occhi dei più l’impossibilità di restare nella Chiesa disobbedendo al papa sul terreno politico.

Certo la sincera fede di Cavour nella libertà generò quel suo programma di rapporti tra Stato e Chiesa sintetizzato nella formula "libera Chiesa in libero Stato".

Il pastore protestante Alessandro Vinet aveva pubblicato nel 1842 l’ Essai sur la manifestation des convinctions religieuses e sur la séparation de l’Eglise et de l’Etat: fondato sul concetto che la religione è atto di spontaneità, sicchè è inammissibile una religione di Stato.

Da questa fonte – se pure altri abbia sostenuto: da quella del cattolico liberale francese Montalembert - e da quella calda fede nella libertà, l’idea di Cavour, che lo Stato debba rinunciare ad ogni forma di controllo della Chiesa di espandersi, di conquistare delle anime, di portare un numero sempre crescente di persone a vivere spontaneamente secondo la sua disciplina. Peraltro neppure la grande maggioranza dei credenti potrà mai imporsi alla minoranza, conturbare questa; così come una maggioranza d’increduli non potrebbe mai trasformare lo Stato in strumento di propaganda ateistica o fare una posizione comunque deteriore ai credenti.

Questa l’essenza del pensiero di Cavour, che resiste in effetto sempre con pari vigore a clericali e a giacobini, a tentativi d’intromissione ecclesiastica nella vita dello Stato come a misure persecutorie dei cattolici e del clero.

Cavour, tutto preso dalla vita politica, non scrisse libri. Chi voglia addentrarsi oltre nella essenza della dottrina separatista che ispirava la sua azione, deve consultare il libro di un suo fedelissimo, Pier Carlo Boggio, La Chiesa e lo Stato in Piemonte (1854-55): dove si assume come punto di partenza che lo Stato non ha giurisdizione che sugli atti esterni dell’uomo in rapporto alla sicurezza ed al benessere della società, e la Chiesa non ha giurisdizione che sulle coscienze ed in rapporto alla salute individuale dell’anima di ciascuno, onde la società politica e quella religiosa debbono coesistere parallele ed indipendenti ciascuna nella sua sfera. E si legge altresì: " Lo spirito religioso vuole rendere perfetto l’individuo. Questo principio, trasportato nell’ordine politico, dà luogo ad una serie di provvedimenti tanto più vessatori ed oppressivi quanto è maggiore in chi li sancisce la persuasione di agire nell’interesse di coloro contro i quali son diretti … non v’ha tiranno più inflessibile e pertinace di colui che si crede avere da Dio il mandato di governarvi al fine di procurarvi il bene eterno … non libertà di pensiero, non coltura di studi, non progressi d’industria, non prosperità di commerci, ma prostrazione, ignoranza, povertà, fiacchezza, tali sono i frutti ordinari dei governi ieratici".

Possono anche leggersi le dodici lettere Della libertà religiosa (1855), di Marco Minghetti, che aveva seduto per Bologna nella consulta di Pio IX ed era stato ministro costituzionale del papa nel 1848, e fu poi collaboratore intimo di Cavour nelle trattative con Roma degli ultimi mesi di vita del grande ministro, e dopo l’unificazione due volte presidente del Consiglio del regno. 

Arturo Carlo Jemolo
(estratto dal libro "Chiesa e Stato in Italia dalla unificazione a Giovanni XXIII - Ed. Einaudi, 1966)


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