| Il convegno nazionale dell'area laico-socialista - a Roma il 20
gennaio- ha avuto un successo pieno.
La sinistra ha bisogno di una svolta è il tema su cui hanno aperto i lavori Giorgio Bogi, Giorgio Ruffolo, Valdo Spini e che è stato presieduto da Aldo Aniasi , Adolfo Battaglia e Rosario Olivo. Numerosi gli interventi. Da Orazio Petracca ad Anna Carli, Mario Artali, Satta, Silvano Veronese, Federico Coen, Davide Bogi, Ettore Carettoni, Santori, Fedi, Franco Benaglia ad altri di cui riferiremo. E' intervenuto - assistendo all'intero incontro e dando il suo contributo - il segretario dei DS, Piero Fassino. E' stato approvato alla unanimità un documento che segna la ripresa della iniziativa politica di un'area- né una nuova corrente, né tantomeno un nuovo partito- che intende far sentire la propria autonoma voce nella sinistra, anche aldilà degli stretti termini delle formazioni esistenti. Di tutto daremo ampiamente conto, e, con qualche fatica supplementare, pubblicheremo relazioni ed interventi, nonché il documento finale, man mano che ci perverranno. Sul convegno, il primo di una serie di incontri di approfondimento e di iniziativa politica, invitiamo a far pervenire commenti e contributi, che ugualmente pubblicheremo. Un commento di Valdo Spini
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La sinistra ha bisogno di una svolta !
Ruffolo: una svolta per una nuova
forza
Adolfo Battaglia: le tre questioni da cui nasce l'incontro
Questo incontro nasce da tre questioni che non solo sono comuni a tutti noi ma credo siano da tutti noi sentite con ansia, da una parte, e con partecipazione, dall'altra.
La prima questione ci sta sotto gli occhi tutti i giorni ed è che il centro-destra al governo si muove chiaramente all'attacco su tutto l'arco dei problemi italiani, con una capacità di iniziativa e di proposta politica che non ci piacciono per nulla ma che nondimeno impressionano non poco l'opinione pubblica; mentre il centro-sinistra è sulla difensiva., senza riuscire a contrapporre al governo iniziative e proposte alternative adeguate.
La seconda questione è che crediamo tutti nell'importanza della battaglia delle idee, che è il vero sostrato di ogni iniziativa e che non costituisce soltanto un fatto politico e culturale ma essendo fatto politico e culturale diventa perciò stesso fatto morale.
La terza questione è che la cultura democratico-laica e la cultura socialista, entrambe modernamente intese, non hanno più tra loro differenze sostanziali, oggi che si trovano alle prese con i nuovi, grandi problemi del mondo contemporaneo. Una parte di noi proviene infatti dalla tradizione riformatrice democratica che nel '900 è vissuta attraverso le grandi riforme del New Deal rooseveltiano, il pensiero economico di Keynes, il pensiero sociale di Beveridge, l'opera politica di Kennedy, di Mendès-France, dei liberal-democratici inglesi e in Italia del Partito d'Azione, di Salvemini, di Parri, di Valiani, di Ugo La Malfa e della sinistra repubblicana, del "Mondo" di Pannunzio e e della sua costola liberal-radicale:. Un'altra parte di noi proviene da un'altra tradizione altrettanto nobile, la tradizione socialdemocratica che da B ernstein si dipana in tutta la storia europea del secolo scorso, con i due Adler, con Jaurès, con Vandervelde, e in Italia con Turati, Treves, Buozzi.e Matteotti; con i grandi partiti socialdemocratici del nord-Europa che furono i primi artefici dell'immensa conquista sociale del Welfare State; e con la più netta contrapposizione di modello al modello comunista infine crollato.
Insieme, queste due tradizioni hanno dato un contributo fondamentale alla creazione dell'Europa unita, ed insieme rappresentano un retaggio storico straordinario per la civiltà democratica dell'Occidente. Ma quando alla fine del secolo scorso il mondoha cominciato ad avanzare, a cambiare, a trasformarsi, le differenze fra le due tradizioni si sono attenuate sempre più. Di fronte ai problemi del mondo globale esse si sono in Europa integrate progressivamente. E oggi, tutti noi sentiamo che è la nostra comune cultura quella che più di ogni altra è in grado di dare risposte convincenti ai grandi problemi del nuovo secolo.
Non siamo qui dunque per discutere ancora delle nostre differenze passate. Siamo qui perché, rispetto alla modernità, la configurazione che abbiamo della sinistra non è più diversa tra noi. Siamo qui insieme perché nell'Europa di oggi l'area laico-socialista è ormai culturalmente un'area unitaria. E siamo qui perché pensiamo di essere in condizione di precisare indirizzi progettuali e politiche concrete da cui noi crediamo che largamente dipenda l'avvenire dei DS e del centro-sinistra, e la credibilità stessa dell'alternativa al centro destra.
Questo è dunque l'obbiettivo che con l'incointro di oggi cominciamo insieme a puntualizzare. Le difficoltà non sono poche. Conosciamo bene, in particolare, la legge sociologica della vischiosità degli aggregati, e cioè in concreto le resistenze che pongono strutture rigide obsolete, che tanto più diventano rigide quanto più sono obsolete. Ma siamo consapevoli che per poter portare nuovamente alla vittoria il centro-sinistra occorre passare ad un altro terreno: il terreno che abbiamo ieri esplorato divisi e che cominciamo oggi ad esplorare insieme, il terreno che con incontri seminari, con posizioni politiche,iniziative parlamentari,convegni, scritti, documenti, giornali, riviste dobbiamo adesso arare entro i DS ed entro l'Ulivo: e non con buonissimi documenti che lasciano il tempo che trovano ma:nella battaglia politica e conducendo una battaglia politica,. E perciò mai, cari amici, incarichi di responsabilità nel partito senza indirizzi politici; e mai, possibilmente, indirizzi politici senza incarichi di responsabilità. Ma anche, naturalmente , è perfino superfluo dirlo, senza minimamente pensare a costituire un partito o una corrente di partito. Sia perché il paese di niente è più stanco che della frammentazione politica che vede, sia perché il nostro obbiettivo non è un obbiettivo di potere personale ma è l'obbiettivo di contribuire a dare al paese ciò che storicamente gli è sempre mancato nella sua vita politica: e cioè una grande formazione riformista e maggioritaria, frutto di cultura aggiornata e di senso etico .
Detto questo ad introduzione della nostra riunione, debbo adesso precisare, anche a nome dell'amico
Aniasi, l'ordine dei nostri lavori.
Parleranno anzitutto Giorgio Ruffolo, Giorgio Bogi, Valdo Spini e Orazio Petracca, per un quarto d'ora ciascuno. Seguiranno gli altri amici che hanno già previsto il loro intervento. Il tempo che abbiamo a disposizione fino alle 13,25 non è molto. Nessuno rimprovererà perciò la presidenza, spero, se nel comune interesse la presidenza cercherà di essere implacabile nel cercare di far rispettare un tempo di intervento di non più di 7 m inuti (che equivalgono peraltro a due cartelle dattiloscritte, non poche) . Alle l3,25 Aniasi proporrà un documento di cui esiste già una bozza che a cura della presidenza sarà aggiornato sulla base della discussione. Alle l3,3O avremo terminato. Infine, è tra noi il segretario dei DS Piero Fassino: e ringraziandolo per la sua presenza e la sua attenzione spero che egli ci esporrà il suo giudizio sulla situazione politica non meno che sulla nostra iniziativa.
Giorgio Ruffolo: una svolta per una nuova forza, per una nuova proposta
Scusatemi se comincio dai fatti nostri. Dall'esperienza mia e dei compagni che con me hanno aderito, anzi, hanno fondato a Firenze il partito dei DS.
Sono contento che Piero Fassino sia qui, lo ringrazio di essere venuto. Sono sicuro che ascolterà con la consueta pazienza. E che apprezzerà la franchezza.
Perché non è stata una esperienza esaltante.
Era cominciata con grandi speranze.
Pensavamo di costruire insieme con esponenti significativi di tutte le correnti del riformismo italiano un grande partito del socialismo europeo in Italia, che fondasse la sua credibilità su un progetto di società.
Il progetto di società è apparso e scomparso.
Quanto al partito, ha dimostrato con la sua nomenklatura rissosa all'interno ma impermeabile all'esterno, di ispirarsi, più che al progetto, al manuale Cencelli, e ha reso evidente la sua totale incapacità a trasformarsi in un organismo agile e aperto, in cui tutti i riformisti della sinistra potessero sentirsi a casa propria. Disse d'Alema una volta in un'assemblea di socialisti, conquistandola: dovete essere fieri di voi, perché Graecia capta ferum victorem cepit.
Macché Grecia. Manco la Ciociaria.
Il nostro è un grido di dolore? Forse, ma non certo per noi: per il partito stesso, che perde i pezzi ma non i vizi rischiando di chiudersi entro spazi di autoreferenza che si restringono: altro che victorem!
Non voglio certo dire che le cose avrebbero potuto andare diversamente se si fosse lasciato più spazio alle componenti della Cosa Due, praticamente emarginate dalla struttura centrale erede del PCI-PDS. Ma è certo che quest'ultima ha fallito la prova. E, indipendentemente dalla stima che ciascuno di noi ha per le singole rispettabilissime persone, ho forti dubbi che esso possa realizzare quella rigenerazione riformista che è stata con tanta giusta enfasi - "o si cambia o si muore" - invocata a Pesaro.
Se si volge lo sguardo all'insieme della coalizione di centro sinistra, non ci sono motivi di conforto. Abbondano sulla sua tolda i comandanti in seconda, ma l'ammiraglio non c'è. Anche qui, gli 88 punti del programma dell'Ulivo sono spariti dal video. I leader dei suoi partiti e partitini sembrano più impegnati a comporsi e a scomporsi in complesse configurazioni floreali che a definire una chiara sintetica riformistica e coerente alternativa di governo.
Intanto, la destra porta avanti scompostamente ma risolutamente la sua offensiva
E' pericolosamente cresciuta la sua arroganza e la sua prepotenza. Si sono accentuate le sue tendenze autoritarie e plebiscitarie. Si è gonfiata in modo preoccupante la paranoia e la megalomania del suo capo.
Questo comporta certamente una opposizione dura, battagliera, mobilitante. Ma anche intelligente ed efficace. Per questo occorrono due cose che mi pare facciano gravemente difetto: capacità selettiva e capacità di iniziativa.
Selettività di temi e di toni. Sparare a zero su tutto con la stessa intensità favorisce la strategia di una maggioranza che fonda la sua compattezza interna e il suo consenso esterno proprio sulle contrapposizioni frontali e semplificate. Per dislocarla bisogna suonare su una tastiera, non battere con monotonia su un tamburo. Individuare i punti più deboli e critici, e distinguerli da quelli controversi ma discutibili. Ci sono cose sulle quali il dialogo, persino l'intesa, sono necessari. Ci sono cose che è possibile discutere e modificare, secondo una corretta dialettica democratica. Ci sono cose sulle quali l'opposizione può e deve essere durissima: per esempio, l'antieuropeismo strisciante, che minaccia di far deragliare l'Italia; durissima, ma non delegittimante, poiché essere euroscettici è politicamente pericoloso ma non illegittimo. E infine ci sono cose contro le quali bisogna allarmare e mobilitare la coscienza civile del popolo, perché sono in gioco i principi fondamentali di un ordinamento liberale e democratico: anzitutto, il conflitto d'interessi, sul quale - a dire la verità - il centro sinistra ha la coscienza sporca. E l'intollerabile devastante offensiva populista mirante a istituire una democrazia illiberale, che sottrae gli "eletti" all'osservanza della legge, e l'osservanza della legge al giudizio di una indipendente magistratura. Ma qui anche bisogna distinguere. Altro è la sacrosanta difesa della indipendenza dei giudici dalla politica, altro è la dipendenza politica dai giudici. Dove tracciare la linea del Piave, è la politica che deve deciderlo, non i giudici.
Capacità di iniziativa. L'iniziativa è nelle mani della destra. Una destra che non manca certo di contraddizioni; che può anche perdere fiducia, ma non perderà consenso (ha ragione Diamanti) fin che mancherà una alternativa credibile. Non vorrei che questa alternativa, la sinistra la confidasse a variabili esogene: che so io, la rivolta della magistratura o l'intervento dell'Europa o quello del Presidente della Repubblica, o peggio. Se ci mettiamo per questa strada, non ne faremo molta. Soprattutto, non illudiamoci che sia sufficiente cavalcare l'indignazione che i comportamenti più sbracati e visibilmente strumentali ad interessi privati suscitano negli strati più sensibili dell'opinione pubblica, per rovesciare un consenso che è generato da correnti profonde della nostra società.
Se vogliamo contrastare questa deriva, è necessario agire d'anticipo e non di rimessa. E' necessario, come dice Reichlin, prendere le misure di questa destra. E soprattutto costruire un'alternativa positiva di governo e non solo contare su mobilitazioni occasionali. E' necessario svoltare decisamente. Nel senso e nel metodo della azione politica. Oggi questa azione non è orientata da un progetto e da una proposta riformista d'insieme al paese, fondata su un'idea forza mobilitante. Ed è affidata a una faticosa manovra di pezzi sulla scacchiera.
Penso che bisognerebbe rovesciare i termini dell'equazione. Porre al centro della strategia del centro sinistra, la proposta, il progetto: e far nascere da quello un nuovo soggetto, attraverso la ricomposizione unitaria dei "pezzi" esistenti.
Una proposta centrata su un'idea-forza. Se, come io credo, l'idea-forza essenziale della destra è il privatismo, in tutte le sue forme, l'idea-forza della sinistra dovrebbe essere la solidarietà, in tutte le sue forme: dalla lotta alla povertà alla difesa dell'ambiente, dallo sviluppo della spesa sociale e dei beni collettivi alla promozione della cultura, dalla modernizzazione delle amministrazioni e dei servizi pubblici all'espansione e all'arricchimento dell'economia associativa e dell'autogestione sociale.
E' da una proposta centrale e sintetica di questo tipo che potrebbe nascere un nuovo soggetto politico di quella che chiamerei la Grande Sinistra, che abbracciasse tutta la sinistra riformista italiana. Un Soggetto del tutto nuovo. Una Federazione? Una coalizione? Un partito?
Vedete: se gli obiettivi fossero finalmente chiari, nella nostra mente e nella percezione del popolo italiano: se su quelli si raccogliesse un forte consenso, e una energia mobilitante, questo diventerebbe un problema, non dico tecnico, ma certo pratico.
Per conto mio, non credo nella capacità dinamica delle coalizioni, quando non vi è l'attrazione fatale di un Capo, come oggi vi è a destra, e non certo a sinistra. Quando non c'è, le coalizioni diventano fatalmente litigiose e centrifughe. E quindi mi sono convinto che a tentare di rimettere costantemente insieme i pezzi attuali sulla scacchiera si consuma energia e non si acquista forza. Mi sono convinto, come lo era il Grande Fonditore di bottoni del Peer Gynt di Ibsen, che, quando i bottoni non sono riusciti, bisogna rifonderli. Ma questo è un processo di fusione che può riuscire solo se si raggiunge un'alta temperatura.
Ecco perché ritengo che la formulazione della "proposta", del "progetto", non dovrebbe essere più affidata all'ordinaria amministrazione dei partiti, ma a un processo costituente vero cui partecipino di tutte le istanze significative del mondo della Grande Sinistra: non solo i partiti, ma anche le istanze sindacali, cooperative, associative, culturali di quel mondo. Non una serie di seminari accademici.
Mi auguro che non si ripeta la deludente esperienza della Cosa Due. Concepita come un coccodrillo, una volta che fu inserita nella nocciolina burocratica, ne nacque una lucertola.
Quel che qui ci interessa, comunque, è la linea strategica.
Io sono ben consapevole che la prospettiva di un soggetto unitario della sinistra riformista, legata in Europa al polo socialista, possa sembrare anatèma a quanti considerano l'attuale geografia politica come se fosse inscritta nel codice genetico di identità politiche irrinunciabili. Ma di quali identità, realmente, si tratta? Molte distinzioni storiche, la storia se l'è portate via da tempo. In Europa la storia ha preso un altro corso, con due grandi formazioni politiche che sintetizzano le aree del centro sinistra e del centro destra. Perché mai l'Italia, così europeista, sarebbe politicamente tanto diversa da ribadire la sua anomalìa, al punto che nel Parlamento europeo la sua coalizione di centro sinistra si sfascia: chi va di qua, chi di là, e chi ancora non si sa?
E poi: si tratta proprio di identità genetiche? O non piuttosto di consorterie politiche? Per non dire, talvolta, di cricche, piccoli feudi, enclaves nei quali finissimi ricamatori tessono i loro sapienti intrighi? E per difendere queste supposte identità dovremmo rinunciare a una risposta storica efficace che risolva, finalmente, l'eterno problema della nostra frammentazione? L'utopia della moneta unica si è realizzata in Europa e quella della sinistra unitaria sarebbe irrealizzabile in Italia?
La verità è che questa nostra geografia politica descrive forze sempre più sfiatate. La domanda politica, la passione politica, sta altrove, fuori da quei laboratori obsoleti. Domande diverse. Da una parte, domande di interessi di nuovi ceti emergenti. Dall'altra, domande di senso di giovani irrequieti. Domande che si tratta di elaborare e di orientare in direzioni compatibili: in modo che non siano attratte rispettivamente dall'autoritarismo plebiscitario e dal sovversivismo sterile. Il nostro problema è quello di raggiungere queste domande con risposte nuove e con soggetti non logorati da un ormai fatale discredito. Ecco il compito della grande politica. Ecco la funzione di una Grande Sinistra.
Penso che nei nostri partiti, e nel partito dei DS in particolare, esistano le potenziali premesse di questa risposta.
Ho espresso prima critiche aspre ed amare. Ma siamo lontani, molto lontani dalle posizioni disfattiste di segno opposto: sia di coloro che in nome di una incontaminata intransigenza coltivano le pulsioni di un radicalismo fondamentalista. Sia, soprattutto, di quelli che esasperano il loro scandalo nei riguardi della sinistra per meglio preparare le loro valige.
La nostra grande insoddisfazione è motivata proprio dalla nostra convinta adesione a un riformismo predicato ma non praticato. E di più: dalla consapevolezza che nel partito, in cui molti di noi lealmente militano, vi sono energie e passioni politiche autentiche, che possono esprimersi ben al dà dell'attuale angusto cerchio.
Pensiamo che queste energie, unite a quelle presenti in tutta l'area dell'Ulivo, possano essere investite in una svolta: nella costruzione di una nuova forza che rivolga al paese una nuova proposta.
Roma, 20 gennaio 2002
Valdo Spini: c'è bisogno dell'area laico-socialista
Se vogliamo riprendere consenso nel paese, c'è bisogno di una nuova opposizione, coerente, rigorosa, credibile e progettuale, capace di interpretare i valori di libertà e di solidarietà. C'è in altre parole bisogno della presenza e della visibilità dell'area laico-socialista, dell'eredità rosselliana del socialismo liberale. Per questo dobbiamo riprendere l'iniziativa. Abbiamo in questi anni delegato ad altri tale iniziativa. Ma oggi dobbiamo dire che se temi come il conflitto di interesse o il recepimento dell'accordo sulle rogatorie fossero stati portati a termine nella scorsa legislatura, oggi non saremmo nelle condizioni difficili in cui versiamo. La responsabilità è di atteggiamenti tatticistici, che non sono più accettabili nel momento in cui l'opposizione ha bisogno di una sua riconoscibilità nel paese. Occorre affrontarli con la coerenza morale dell'area laico-socialista. No a mediocri compromessi con la maggioranza di governo.
Si è diffuso nel gruppo dirigente DS una specie di tiro al bersaglio sul processo che portò alla nascita dei Ds. stessi. Ciò ha portato all'uscita dal partito di tanti dirigenti regionali e provinciali, nonché all'emarginazione dell'area laico-socialista dagli organismi dirigenti a livello nazionale. Sia chiaro, che non sono stati certo i cofondatori ad imporre la nascita dei DS. Noi abbiamo accolto con piacere l'invito a concorrere alla formazione di una forza nuova, con la rosa del socialismo europeo nel suo simbolo e ci siamo impegnati nel conseguente lavoro politico con pieno impegno e dedizione. Se si afferma la tendenza a svalutare questa operazione, ci si domanda se non valga la pena di riprendere la nostra autonomia, sottraendoci a questa sorta di spegnimento progressivo della nostra presenza. Abbiamo più volte rappresentato con preoccupazione questi problemi ai dirigenti del partito, ricavandone solo una cortese sopportazione, che non è più accettabile.
Vi è una perdita di peso dei DS nel centro-sinistra che si esprime visivamente nella diarchia tra Francesco Rutelli presidente della Margherita e numero uno dell'Ulivo e Piero Fassino segretario dei DS e numero due dell'Ulivo. Questa diarchia non assicura né la risoluzione dei problemi dell'Ulivo, che ha bisogno di un rilancio, per conseguire il risultato di quello che è stato chiamato "il di più" della coalizione, né la risoluzione dei problemi dei DS , che non possono essere messi in una condizione di subalternità. Quanto all'area laico-socialista, essa è assente anche negli organi dirigenti dell'Ulivo.
Credo si possa, e si debba, ricordare i meriti riformistici di Craxi e del nuovo corso socialista, senza dover rinnegare - per chi l'ha fatto - di avere posto per tempo i temi della questione morale. L'area laico-socialista non intende quindi delegare agli ex PCI-Pds la propria rappresentanza né nel possibile processo di unità socialista, né nel necessario, doveroso rilancio dell'Ulivo.
Occorre affermare una radicalità dei valori dell'area laico-socialista e del socialismo liberale su cui di fonda. Non si può una volta essere vicini ai giudici, una volta lontani, una volta per una scuola laica, una volta rivolti al compromesso con la scuola privata, una volta per la difesa della RAI, una volta per la vendita delle sue reti e così via. Insistendo sui valori, si tornerà a farsi capire dalla gente e si farà meglio l'opposizione al centro-destra. Quanto al movimento sindacale, si potrà essere più vicini ad esso, se saremo in grado di esprimere un programma economico-sociale che sia avvertibile nella vita quotidiana della gente, senza farci scippare temi come l'adeguamento dei minimi di pensione per i supersettantenni.
Sul piano organizzativo interno, tutto il congresso di Pesaro è stato circondato dall'attesa sull'apertura del gruppo dirigente DS alle esperienze che non venivano dalla tradizione PCI-PDS, (vi era stato addirittura chi aveva parlato di fifty-fifty negli organi dirigenti) ed invece, dalla composizione della Presidenza del congresso in poi, si è fatto solo il contrario. Si vede che c'è una forza di conservazione interna - trasversale alle correnti- più forte delle buone intenzioni. Dobbiamo con grande rincrescimento prenderne atto. L'idea di creare un nuovo partito senza pagare il prezzo di un rinnovamento della sua classe dirigente è stato del resto sconfitto dall'elettorato, anche se non si vuole prenderne atto.
Il nostro convegno vuole creare non un nuovo partito o un nuovo gruppo, bensì un luogo di incontro, ma anche di stimolo e di iniziativa, che non sia limitato ai DS, ma che si proponga di ricucire i rapporti con una vasta area politico-culturale, che può se non altro, avere lo stesso atteggiamento riformista di merito e di metodo nei confronti della coalizione dell'Ulivo. Per questo il convegno non sarà che il primo di una serie di appuntamenti di rilancio della nostra area. Può sembrare strano e paradossale, ma spetta forse proprio all'area laico-socialista porre con forza il problema del rilancio dell'Ulivo.
DOCUMENTO CONCLUSIVO DEL CONVEGNO POLITICO DELL'AREA LAICO-SOCIALISTA
La crisi dello schieramento del centro-sinistra e la sua necessaria ristrutturazione richiede un rigoroso rilancio dei valori fondamentali dell'area laico-socialista.
Questo è il senso del convegno di Roma del 20 gennaio. Il problema politico che l'area culturale laico-socialista pone in primo luogo ai DS, ma non solo, è quello della natura e della forma di un'alternativa credibile di centro- sinistra, e quindi dell'Ulivo.
Infatti, mentre oggi non si può porre immediatamente l'obiettivo di un partito unico, risulta tuttavia impossibile perseguire l'alternativa di governo al centro-destra senza una prospettiva unitaria, senza un'idea condivisa di società, senza un'identità programmatica fissata da impegni comuni.
Niente risulta più ostico al paese della frammentazione politica fondata su esigenza di auto-conservazione partitica o interessi di potere. E niente risulta perciò più necessario di un'azione politica-culturale che riesca a superare nel centro-sinistra la logica di ruoli politici diversi e di posizioni competitive inevitabilmente confliggenti.
E'la sconfitta elettorale, sono le difficoltà attuali del centro-sinistra che richiedono la freschezza di un nuovo inizio: di un lavoro che reinquadri i fenomeni multiformi della modernità, i ritardi derivati quasi sempre da logiche corporative di tutela.
I tempi di questo lavoro non possono essere dettati dalle esigenze dei partiti: sono i tempi imposti dallo straordinario ritmo di trasformazione delle società in tutto il mondo, dal mutamento dei rapporti internazionali, dai nuovi bisogni di sicurezza , dalla globalizzazione.
Al centro-sinistra non è consentito altro spazio, in Italia e in Europa, che quello di realizzare, nel bipolarismo, strumenti politici retti da visioni omogenee, da un'approccio culturale unitario e da collocazioni politiche conseguenti,
secondo quanto del resto insegna l'esperienza dell'evoluzione culturalmente complessa nell'incontro con la liberaldemocrazia della socialdemocrazia europea, ispirata dalla nuova e più complessa condizione del mondo moderno.
L'area laico-socialista, nel momento stesso in cui esclude ogni tentazione di costituirsi in partito o in corrente di partito, punta con convinzione alla costituzione di un nuovo grande soggetto politico riformista italiano nel quadro del bipolarismo europeo.
Ritiene perciò che il suo primo compito sia oggi quello di individuare, sui grandi problemi del paese, un progetto che individui l'identità e la riconoscibilità di una sinistra moderna.
E' perciò un'opera inconciliabile col perseguimento di compromessi politici tattici e contingenti.
Al contrario essa mira ad identificare con nettezza le posizioni corrispondenti alle esigenze effettive della realtà e della politica di riforma : dai grandi problemi civili della scuola, della giustizia, della laicità dello Stato, della comunicazione, ai grandi problemi interni ed internazionali riproposti sul terreno economico-sociale dai fenomeni di globalizzazione, ai problemi delle istituzioni, dell'etica pubblica della scienza momenti fondati dalle trasformazioni e dalle soluzioni.
E quindi in questo senso l'area laico-socialista intende promuovere una serie di iniziative politiche concrete che consentano la continuità dell'iniziativa che oggi è stata assunta.
Roma - 20 gennaio 2002
Aldo
Aniasi, che insieme ad Adolfo Battaglia e Rosario Olivo ha presieduto
l'incontro, ha così commentato al termine del convegno:
"la scelta riformista operata in modo inequivocabile dal Congresso dei DS a Pesaro è stata contraddetta dalle decisioni e dai comportamenti successivi.
I dirigenti a tutti i livelli confermano la scelta del socialismo europeo ma sono timorosi di apparire nei fatti socialisti in Italia.
Questa convinzione dei partecipanti al convegno non si è modificata dopo il discorso del segretario Piero Fassino confermando la preoccupazione che se non si cambia rotta c’è il rischio di pesanti conseguenze per il Partito."
Critiche a Fassino per la tesi sui consensi proCavaliere e per il ruolo della Fondazione di D'Alema
Ds, la minoranza dà battaglia "Ci muoveremo anche da soli"
ROMA — La mozione Berlinguer si organizza in "area politica", all'interno dei Ds: si darà una struttura che, «rispettando la dialettica interna al partito tra maggioranza e minoranza», punta a condizionare la politica di Piero Fassino. Due giorni di dibattito, molte polemiche nei confronti dell'intervento del segretario (contestata soprattutto la tesi dell'«allargamento dei consensi» a Berlusconi), e alla fine la minoranza della Quercia esce dal dibattito ancora più decisa a dare battaglia alla linea Fassino.
Contestata, intanto, anche dall'area socialista dei Ds, visto che Spini, Bogi, Ruffolo e altri rimproverano al leader di aver di fatto emarginato la componente laica del partito, e preannunciano «iniziative politiche».
Stessa cosa fa la neocostituita corrente Berlinguer, che però intende aprire "a sinistra" del partito. Proprio Giovanni Berlinguer ha preso di mira in particolare un passaggio dell'intervento di Fassino (che aveva parlato nella prima giornata di lavori): quello sul ruolo della Fondazione Italianieuropei di D'Alema e Amato nel progetto di ricomposizione della sinistra riformista. Un compito che invece, sostiene il correntone, spetta al partito.
«La tesi di Fassino — ha detto Berlinguer — comporta una lacerazione nella funzione del partito, perchè vuol dire: ai Ds l'attivismo e alle Fondazioni i programmi e le idee». Le Fondazioni, osserva Berlinguer, non hanno una legittimazione democratica in quanto strutture private. Possono essere «uno dei soggetti» per contribuire all'elaborazione di una strategia che però «deve essere demandata al partito». Al seminario romano, con seicento persone in platea, ieri gli interventi (una ventina in tutto) hanno ribadito «unione e coesione» fra le varie anime del correntone che mette insieme i "nuovi riformisti" (gli ex veltroniani Folena, Mussi, Melandri), la sinistra di Fumagalli, Buffo e Mele e l'area Salvi.
«Oggi — ha detto Folena — nasce un'area politica di tutte le forze che hanno sostenuto la mozione Berlinguer, con una soggettività politica forte, che intende promuovere iniziative forti e avrà forma associativa che si apre all'esterno». I rapporti con la maggioranza del partito? «Noi siamo unitari dentro i Ds — spiega Marco Fumgalli — ma non accondiscendenti sulle cose che non condividiamo. Proporremo alcune cose ma se il partito non ci sta le faremo da soli senza chiedere il permesso a nessuno». D'accordo Cesare Salvi, favorevole ad un tipo di organismolaboratorio per la nascita di una federazione delle sinistre aperta al Prc, «i punti di vista diversi che ci sono tra noi possono essere un motivo di ricchezza e far crescere dal basso la forza della mozione». Per Salvi c'è un vuoto a sinistra, il problema è ricostruirla, il che non significa però «un nuovo partito o fare una scissione».
la Repubblica
21 gennaio 2002
Quercia divisa, nasce la corrente Berlinguer
ROMA — La chiamano "associazione di tendenza", ma la notizia è che ieri l'opposizione interna si è fatta corrente.
A sottolineare la distanza col segretario Piero Fassino. L'obiettivo della sinistra diessina guidata da Giovanni Berlinguer (nella foto) — e raggruppata sempre sotto la mozione "Per tornare a vincere" uscita sconfitta dal congresso di Pesaro — è dichiarato: «Condizionare la politica del segretario».
La dialettica Naturalmente, «nel rispetto della dialettica interna». Ma in ogni modo è guerra a Grissino di ferro. Né sono serviti i recenti tentativi di disgelo del leader della Quercia. Anzi. La riproposizione della tesi (prospettata anche da D'Alema), che alla sinistra sia mancato un progetto di innovazione e che su questo la destra abbia fatto di meglio, li ha fatti infuriare.
Per non parlare dei titoli sui giornali di ieri, tutti centrati sulla crescita di consensi di Berlusconi e sulle conferme, in tal senso, della coppia segretario-presidente della Quercia.
E' arrabbiato il correntone.
Ma non per questo vuole lasciare la casa madre. «Ci davano per divisi. Siamo diversi, ma uniti», ha chiarito Berlinguer, a proposito delle ipotesi di scissione circolate dopo Pesaro e che avrebbero diviso quel correntone che ora, nelle parole di Pietro Folena, mira a diventare punto di riferimento nei Ds «per i tanti che non condividono questo stato di cose». Ossia, tra gli altri, no global e Rifondazione.
Perentorio anche Marco Fumagalli, altro esponente di spicco della minoranza: «Proporremo alcune cose, ma se il partito non ci sta le faremo da soli senza chiedere il permesso a nessuno».
Applausi della platea. Quanto alla forma che questa associazione-corrente dovrà assumere, il dibattito è aperto. «Dovrebbe essere uno strumento di lavoro per una sinistra plurale che lavori soprattutto all'esterno del partito», ha auspicato Fulvia Bandoli.
Dettagli, comunque. Quello che conta è il fuoco di fila verso una segreteria definita «sempre più incerta, ondivaga e indefinibile».
Una segreteria attaccata da sinistra quanto da destra.
Perché l'inquietudine è tanta anche nell'area laico socialista del partito.
Ossia il gruppo di Valdo Spini , Giorgio Bogi e Giorgio Ruffolo. Che lamentano di essere stati emarginati. Sostengono di non essere più visibili. Un problema nato già all'indomani del Congresso di Pesaro, quando venne impostato il quadro dirigente dei Ds. E dei socialisti si perse la traccia.
Il gruppo dirigente «Non ci faremo mettere fuori», avverte Spini, inanellando tutti i casi («e sono già tanti») di esponenti di quest'area — tra senatori, deputati e consiglieri locali —, migrati in altri partiti.
Motivo per cui l'area socialista dei DS preannuncia «un'iniziativa politico culturale per dare il via ad un'operazione di rilancio».
Ma non si tratterà di una corrente. «Fassino deve fare scelte conseguenti al congresso di Pesaro e alla scelta socialdemocratica. A Pesaro era stata annunciata l'apertura del gruppo dirigente Ds alle esperienze che non venivano dalla tradizione Pci-Pds. Invece si è fatto esattamente il contrario.
Si vede che c'è una forza di consevazione interna trasversale alle correnti, più forte delle buone intenzioni ».
E se il segretario non capisse l'antifona? «In tal caso passeremo all'opposizione interna».
Ma Fassino, secondo quanto riferisce lo stesso Spini, avrebbe riconosciuto lui stesso le resistenze interne e la fondatezza delle critiche dei
laico-socialisti.
«Lo attendiamo alla prova dei fatti».
m. asc.
la Nazione/il Giorno
MANOVRE DI AVVICINAMENTO NELL'AREA EX PSI
Non se ce ne stiamo accorgendo, forse, ma i disastri di Berlusconi, da una parte e di Fassino, dall'altra, potrebbero alla fine giovare a ricompattare i socialisti. Tutti i socialisti: da quelli in area governativa fino a quelli in area diessina.
Stefania Craxi bacchetta Fassino sul mensile del migliorista Macaluso, "Le Ragioni del Socialismo", elencando i silenzi e le mancate scelte degli eredi del Pci, anche in relazione al deludente Congresso di Pesaro. L'area socialista dei DS, composta tra gli altri da Giorgio Ruffolo, Valdo Spini e Aldo Aniasi, emarginata proprio da quel Congresso, è in situazione di tale disagio nel partito di Fassino, che potrebbero a breve decidere di emigrare. Gli onorevoli Craxi e Milioto, dai bachi divisi del Nuovo PSI, firmano il pacchetto delle proposte di legge sulla giustizia lanciato dallo SDI in Parlamento. Pacchetto che contiene anche la 'famigerata' proposta di separare le carriere dei magistrati, che grande scorno provoca a molti ulivisti.
Sì, forse, la deriva 'leghista' di Berlusconi e quella 'berlingueriana' di Fassino, potrebbero compiere il miracolo di far riprendere il discorso tra i vari socialisti. Ugo Intini, su "Mondo Operaio", tracciando un bilancio equilibrato dei rapporti tra PCI e PSI negli ultimi cinquant'anni, propone di ripartire da un ''heri dicebamus''. ''Heri dicebamus'', ieri dicevamo, ma questo clima avvelenato dallo scontro tra politica e giustizia, pare lo stesso di ieri e quindi, almeno gli eredi del PSI, dimostrino di aver imparato la lezione. Tornino a parlarsi insieme, senza vergogna, sia chi è stato anticraxiano che chi è stato filo-craxiano
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14.01.2002