Una deriva plebiscitaria
Il gioco competitivo deve dunque essere compreso in un gioco superiore. E questo non può che essere il gioco politico. Nei giochi politici più antichi il mercato era un sistema marginale. Stava al di fuori delle "mura" della città, all'inizio anche non metaforicamente. Il mercante era figura ambigua, non rassicurante. La modernità ha realizzato un equilibrio tra mercato e politica, grazie al capitalismo e alla democrazia, le due forze che la fondano e la promuovono, in un rapporto - come direbbe Kant - di insocievole socievolezza.
Ora, è proprio questo equilibrio - il vero segreto della superiorità dell'Occidente - che si sta rompendo e corrompendo sotto i nostri occhi. La progressiva riduzione dei beni pubblici a beni privati rischia di intaccare questo bene pubblico supremo che è la democrazia politica.
La ricchezza della democrazia sta nel fatto che essa - come abbiamo detto - coglie positivamente la caratteristica essenziale della complessità: l'interdipendenza dinamica. Società stratificate e immobili sono inquadrabili in schemi politici autoritari, piramidali, gerarchici. Le società capitalistiche hanno bisogno di un sistema politico flessibile e in costante ricambio: un processo cooperativo e partecipativo che si svolga attraverso un confronto continuo e aperto. In questo confronto sta l'essenza e la ricchezza della democrazia.
È proprio questo che non capiscono coloro che si appellano continuamente alla "sovranità del popolo", intesa semplicemente come conta dei voti o, più sbrigativamente e immediatamente, dei sondaggi: come radiografia dello stato delle preferenze individuali. Insomma, a una democrazia plebiscitaria, nella quale le grandi istituzioni della mediazione democratica - partiti e parlamenti - sono svuotate delle loro funzioni decisionali e sostituite da riproduzioni e rappresentazioni mediatiche istantanee dell'opinione pubblica. Il rischio supremo della mercatizzazione privatistica è l'evacuazione della politica democratica. Se la politica diventa il puro e semplice suggello di una gara che si svolge sul mercato, al popolo sovrano non resta che esprimere un voto per sanzionare il premio al vincitore. Proprio come nel gioco privatistico del Grande Fratello. A quel punto, possiamo concordare con la Vecchia Signora: la società? non esiste.
Quali nuove regole?
Scopo di questo saggio era di esplorare, sia pur sommariamente, le principali
antinomie che possono spiegare il paradosso della crescita: il fatto, cioè, che
essa si accompagna, in questa fase della storia del capitalismo avanzato, con
segni crescenti di malessere sociale, di "pubblica infelicità".
Per tentare di spiegare questo paradosso abbiamo lasciato da parte due
formidabili problemi: quello degli squilibri della crescita mondiale, che lascia
fuori del suo raggio miliardi di persone affamate e ammalate; e quello dei suoi
effetti distruttivi sulla sostenibilità dell'ambiente umano.
Abbiamo constatato come, dopo aver provocato nella sua prima parte il più
immane massacro della storia, il Novecento abbia generato, per una buona metà
della seconda parte, la sua stagione più felice, ma limitata a una minoranza
dell'umanità: due decenni, gli anni Cinquanta e Sessanta, di prosperità
economica e di progresso sociale. Per quanto limitatamente a una parte del
mondo, quei decenni potevano sembrare una promessa di felicità anche per il
resto del mondo.
Abbiamo tentato di individuare il segreto di quel successo nel felice incontro
del mercato capitalistico con una politica democratica, di fronte ai fallimenti
dei tentativi di instaurare regimi di capitalismo senza democrazia, e di
democrazia senza capitalismo.
Abbiamo constatato quanto difficile e vulnerabile fosse quell'equilibrio. Esso
si basava su certi assetti dell'organizzazione internazionale e
dell'organizzazione industriale che sono entrati in crisi verso l'inizio degli
anni Settanta. Un capitalismo messo alle strette da pressioni esterne e interne
sui costi della produzione ha reagito con una controffensiva di ampia portata,
mondiale e tecnologica, che ha pregiudicato quell'equilibrio, aprendo una nuova
fase storica di instabilità, nella quale viviamo: ansiosa e rischiosa.
Non è scopo di questo saggio formulare previsioni e fornire precetti. Soltanto,
è possibile sostenere, a conclusione, l'impossibilità di restaurare i vecchi
equilibri, a causa dell'irreversibilità dei processi storici; e la necessità,
quindi, di costruirne dei nuovi.
Poiché gli squilibri si sono prodotti nel senso di una ri-mercatizzazione
dell'economia, che minaccia di incrinare la coesione sociale e la stessa
democrazia politica, la direzione lungo la quale si dovrebbe ristabilire
l'equilibrio è una ri-regolazione, ma compatibile con i nuovi assetti
tecnologici che esigono flessibilità e con le nuove aspirazioni sociali alla
promozione individuale.
Proviamo solo a indicare le piste lungo le quali queste nuove regole possono
essere costruite. La prima è la ricostruzione di un ordine monetario e
finanziario internazionale, sconvolto dalla deregolazione degli anni Settanta e
Ottanta, della moneta e dei capitali, che fa gravare una minacciosa nuvola nera
sull'orizzonte della economia mondiale.
La seconda è una nuova regolazione dei mercati del lavoro, attraverso una
qualificazione e una gestione attiva dell'offerta, che permetta di realizzare la
piena occupazione senza sacrificare la buona occupazione e senza rassegnarsi
alle ricrescenti disuguaglianze.
La terza è la costituzione di un sistema di programmazione nazionale, basata
sulla politica della spesa, sulla politica fiscale e sulla politica dei redditi,
che consenta di realizzare una allocazione delle risorse più equilibrata tra i
gruppi sociali e tra beni pubblici e privati. Ciò richiede la definizione di un
quadro coerente di obiettivi e di traguardi, una visione del modello di sviluppo
desiderato in una prospettiva di medio periodo, e una indicazione rigorosa degli
strumenti che si intende usare per conseguirlo.
La quarta è lo sviluppo di un terzo sistema di economia associativa, affiancato
ai due grandi sistemi del mercato e dello Stato, alimentati dalla contribuzione
e dall'impegno volontario dei cittadini, che produca attività sociali e
culturali prive del fine di lucro.
La ri-regolazione ha bisogno di nuovi strumenti, flessibili e non burocratici.
Essa è però necessaria, se si vuole impedire una privatizzazione
destrutturante della società, con gravi conseguenze per la coesione sociale e
per la democrazia.
Ovviamente, la condizione fondamentale è che all'umanità non venga a mancare
la Terra sotto ai piedi. Il tema che è rimasto fuori della portata di questo
saggio è, dunque, quello veramente "vitale".
Giorgio Ruffolo
Alain Touraine : come liberarsi del liberismo
I movimenti contro la globalizzazione
La nostra società è ancora capace di intervenire su se stessa con le proprie idee, i propri conflitti e le proprie speranze? Da ogni parte ci vogliono persuadere che a questo interrogativo va data una risposta negativa.
I liberali ci invitano a sbarazzarci di un'eccezionalità che ritengono ingombrante, e a farci guidare dai mercati. Dall'altra parte, l'ultrasinistra si limita a denunciare l'oppressione e a parlare in nome delle vittime, che sarebbero private del significato della loro condizione. Queste reazioni sono largamente condivise anche in altri paesi, ma in Francia hanno più peso che altrove. È. qui, infatti, che si è diffusa l'idea ossessiva di soggiacere al famoso "pensiero unico" cui destra e sinistra si sarebbero uniformate, al punto che la scelta fra l'una e l'altra non avrebbe più senso. La fede nell'onnipotenza dell'economia globalizzata genera l'idea che le vittime possano solo mettere in luce le contraddizioni del sistema, mentre ricadrebbe sugli intellettuali e sui militanti politici la responsabilità di indicare la strada da seguire.
Queste due posizioni contrapposte, che potremmo definire "pensiero unico e contropensiero unico", hanno in comune un elemento essenziale:
entrambe escludono che possano formarsi soggetti sociali autonomi capaci di esercitare un'influenza sulle decisioni politiche.
Pessimismo che provoca, per contraccolpo, una difesa quasi fondamentalistica delle istituzioni, considerate l'unica barriera efficace contro lo stato di disgregazione già avanzato della società. Non diversamente da quelle cui si contrappongono, nemmeno queste idee, definite repubblicane, riconoscono l'esistenza di soggetti sociali. Anzi separano deliberatamente la difesa delle istituzioni dalle rivendicazioni sociali, il che porta i fautori di questa terza posizione a difendere i "garantiti" contro gli "outsiders", emarginati o esclusi, per riprendere la terminologia di Norbert Elias. Una prassi ben diversa da quella che, in passato, era consistita nel difendere la Repubblica come spazio di uguaglianza e di solidarietà.
Queste tre correnti di pensiero, indubbiamente contrapposte ma anche connesse l'una all'altra, dominano sempre più il paesaggio sociale, alimentando la convinzione che ilo cambiamento sociale e politico non sia possibile. Possiamo definire con una sola frase l'essenza comune a tali tre interpretazioni: contro il dominio economico, l'unica azione possibile è la rivolta e la rivendicazione della diversità, e questo porta a una disgregazione sociale che può essere combattuta solo da istituzioni collocate al di sopra delle diversità e delle istanze sociali. Ho scritto questo libro proprio per controbattere le tre affermazioni citate, che a mio modo .di vedere sono più complementari che contrapposte.
Cercherò qui di sostenere tre idee.
- La prima è che la globalizzazione dell'economia non elimina la nostra capacità di azione politica.
- La seconda è che i ceti più svantaggiati non agiscono solo insorgendo contro il predominio, ma anche rivendicando alcuni diritti, in particolare diritti culturali, e imponendo così una concezione innovativa (e non soltanto critica) della società.
- La terza è che l'ordine istituzionale è inefficace, o addirittura repressivo, se non è fondato su rivendicazioni di uguaglianza e di solidarietà.
Si tratta di sostituire alla logica dell'ordine e del disordine una logica dell'azione sociale e politica, dimostrando che fra un ordine istituzionale puramente difensivo e rivolte che sarebbero solo contestatrici esiste, va riconosciuto e riattivato uno spazio pubblico capace di coniugare conflitti sociali e volontà di integrazione.
Cent'anni fa le nostre società assistettero all'espansione mondiale del capitalismo finanziario, la cui brutalità, restia a qualsiasi forma di controllo, provocò rivoluzioni anticapitalistiche. Ma alla fine i paesi occidentali compresero che si poteva instaurare quella che gli inglesi furono i primi a chiamare democrazia industriale, e che si trasformò prima in politica socialdemocratica e poi, dopo la Seconda guerra mondiale, in Stato assistenziale. Ciò dimostrava che non era impossibile intervenire sul terreno stesso dell'economia, anche quando fosse così aperta al mondo come lo era quella inglese all'inizio del secolo. Coloro che credevano nella necessità di una rottura radicale furono spinti a instaurare sistemi totalitari, mentre chi veniva chiamato con disprezzo riformista (perché credeva nella possibilità che si affermassero nuovi soggetti sociali) infuse nuova vita alla democrazia.
Oggi, come ieri, occorre scegliere fra questi due approcci e queste due politiche. Chi crede nell'implacabile predominio delle forze economiche non può credere nella possibilità di un movimento sociale; tutt'al più potrà vedere nel movimento sociale l'espressione delle contraddizioni interne al sistema, il manifestarsi di una sofferenza e di una miseria oggettive. E questo può condurre sia a un pessimismo radicale senza sbocchi, sia alla ricerca delle famose leggi "scientifiche" che "govérnano" la storia. Il popolo oppresso e alienato dovrà allora affidarsi all'intervento di intellettuali divenuti dirigenti politici, considerati in grado di lottare contro il predominio economico in nome di una visione più razionale della società.
Il procedimento opposto, basato sull'idea che l'azione è possibile, approda a trasformazioni non soltanto necessarie, ma anche efficaci dell'assetto sociale. In altri termini, davanti alla sofferenza e all'esclusione, e per uscire da una posizione puramente difensiva, le alternative sono due: affidarsi a ideologi che si attribuiscono il monopolio dell'analisi e dell'azione oppure riconoscere che anche le vittime sono soggetti, dal momento che si richiamano a principi generali come la giustizia e l'uguaglianza, suscettibili di raccogliere intorno a sé forze maggioritarie. Crediamo nella necessità di una rottura assoluta o, al contrario, nella possibilità di un movimento collettivo che rafforzi la capacità di azione di ceti sociali oppressi ma non completamente alienati? Come si sarà capito, io sostengo la seconda posizione. E non soltanto per ragioni di principio, ma perché la realtà attuale provoca in effetti la nascita di nuovi soggetti. Tuttavia non si può negare completamente la pertinenza della posizione opposta. Sta di fatto che, soprattutto in Francia, si è persa la fiducia nell'azione politica, mentre incombe la consapevolezza di un continuo e irrimediabile deterioramento della situazione sociale, soprattutto di quella dei lavoratori colpiti dalla disoccupazione e dalla precarietà. Insomma, il fatto che si formino movimenti di disperazione e di rivolta è facilmente comprensibile, eppure sono proprio questi i portatori di aberrazioni ideologiche fondate sulla falsa idea dell'impotenza delle vittime. Questa convinzione tuttavia è pericolosa nella misura in cui fa imboccare alla protesta il vicolo cieco della difesa di uno statalismo ormai superato, che avvantaggia solo gli ideologi che parlano in nome di un popolo incapace, secondo loro, di perseguire consapevolmente i propri interessi e di migliorare la propria condizione.
Possiamo distinguere tre tipi principali di critica sociale nel periodo attuale.
Il primo, quello meno in grado di comprendere e di preparare l'azione collettiva, lotta contro la globalizzazione, denuncia il degrado delle istituzioni nazionali e tende ad appoggiarsi ai settori ancora garantiti per rallentare la precarizzazione. Ma non si vede davvero come la difesa dei diritti acquisiti o dello Stato come protagonista economico possa migliorare la condizione di chi è senza lavoro e di chi è costretto a un'occupazione precaria, o addirittura favorire la creazione di nuovi posti di lavoro.
Il secondo tipo di critica è costruito meglio. Non se la prende con la globalizzazione dell'economia, ma, più direttamente, con il potere, più finanziario che economico, che la favorisce. Denuncia la miseria e la disuguaglianza verso cui sono trascinati paesi, ceti sociali e settori economici. Contrappone, o pare contrapporre, a questa politica liberista l'interventismo dello Stato; ma di rado avanza proposte concrete.
Il terzo tipo di critica, che ha ispirato questo libro, si oppone a tutte le concezioni che escludono la possibilità di azioni positive. Afferma, viceversa, che si stanno profilando nuovi soggetti che rivendicano diritti e identità. Ritiene, inoltre, che proprio la rivendicazione di diritti culturali consenta oggi la comparsa di nuovi soggetti e che solo così possa rinascere quella capacità di azione che nell'ultimo ventennio si è andata indebolendo principalmente perché le forze di resistenza e di opposizione si sono smarrite nella difesa di un modello economico da tempo inadeguato, i cui effetti perversi continuavano a moltiplicarsi.
Solo così è possibile analizzare una situazione, definirne i possibili soggetti e anche spingersi a suggerire quale possa essere una nuova politica sociale.
Ma per comprendere la natura e la possibilità di un'azione collettiva, occorre anzitutto respingere l'invadente tematica della globalizzazione, che agisce su di noi come una droga. Si tratta di una concezione puramente ideologica che esprime la disperazione e le angosce di chi è effettivamente vittima delle nuove tecnologie, della concentrazione industriale, dell'avventurismo finanziario e del trasferimento di determinate attività verso i nuovi paesi industrializzati. Circolo vizioso che va interrotto in primo luogo con l'analisi. Nella misura in cui siamo sommersi dai discorsi sulla globalizzazione - o sulla mondializzazione, che è la Stessa cosa - veniamo privati della dimostrazione concreta della nostra impotenza sociale e politica nei confronti di quella che dobbiamo chiamare con il suo vero nome: un'offensiva capitalistica. Niente infatti consente di affermare che tutt'a un tratto le politiche sociali siano divenute impossibili, che le politiche industriali abbiano solo effetti negativi, che la tecnologia sia esclusivamente al servizio degli interessi finanziari dominanti, che il crollo delle vecchie forme di gestione statale dell'economia porti solo al trionfo di mercati selvaggi. Questo tipo di approccio induce ad allearsi con chi denuncia le carenze e i vicoli ciechi dell'economia amministrata, che non sortisce nemmeno gli effetti egualitari che alcuni le attribuiscono. Sì, bisogna uscire del tutto dall'economia amministrata, sia perché è economicamente distruttiva, sia perché l'apertura ai mercati mondiali consente, anzi esige, il rinnovamento delle politiche sociali, la ricerca della partecipazione e della giustizia.
Smettiamola di vaticinare e di ripetere il catechismo del pensiero unico, la cui idea centrale, condivisa tanto dagli avversari quanto dai sostenitori, è che la globalizzazione dell'economia rende impotenti gli Stati nazionali e i movimenti sociali. Affrontiamo piuttosto la realtà a partire dalle tre seguenti asserzioni.
1. La globalizzazione è solo un insieme di tendenze, tutte rilevanti ma poco solidali fra loro. L'affermazione che sta nascendo una società mondiale, essenzialmente liberista, governata dai mercati e impermeabile agli interventi politici nazionali, è puramente ideologica.
2. Anche le proteste più fondate possono condurre a vicoli ciechi se chi le esprime non crede nella possibilità collettiva di trasformare la società e di instaurare nuove forme di controllo sociale dell'economia:
3. Questo lavoro di ricostruzione presuppone una complementarietà, non priva di tensioni e di conflitti, fra azione sociale e interventi politici. Nel corso dell'analisi farò riferimento costantemente alla situazione sociale e alle azioni collettive attuali per dimostrare che recano in sé almeno due significati: da un lato, la denuncia senza speranza delle contraddizioni del sistema capitalistico, che può condurre solo a rivolte marginali o al ricorso a un potere autoritario; dall'altro, la volontà di aiutare le vittime a trasformarsi in soggetti. È evidente che più il primo significato prevale, più il secondo tende a perdersi. Ecco perché l'analisi deve essere critica non contro il cosiddetto movimento sociale, ma contro le interpretazioni più alienanti che ne vengono date e che sono accettate con facilità in un paese che, da vent'anni, è ben consapevole di vivere una crisi e di assistere all'ineluttabile deteriorarsi della propria condizione sociale sotto i colpi assestati dai mercati mondiali.
Va infine riconosciuta la particolare responsabilità degli intellettuali. Dipende da loro, più che da ogni altra categoria, se la protesta dovrà degradarsi in una denuncia priva di prospettive o se, al contrario, porterà alla formazione di nuovi soggetti sociali e, indirettamente, a nuove politiche economiche e sociali.
Ma questa analisi critica non approderebbe a niente se il potere politico restasse indifferente alle lotte sociali, le guardasse con diffidenza e si accontentasse di una politica centrista, coniugando una gestione liberista dell'economia con l'unica preoccupazione dell'ordine e della sicurezza pubblici. Se la maggioranza al potere non si sente in dovere di rappresentare i settori più svantaggiati della società, come stupirsi se questi si lasciano sedurre dai profeti della rottura e della catastrofe?
Quasi tutta l'Europa occidentale è governata da partiti o coalizioni di centro-sinistra. Ma questi governi sembrano ancora esitanti fra una politica centrista, sempre più sensibile agli interessi della vasta classe media che va difesa e rassicurata, e una politica di lotta attiva contro l'esclusione sociale. Per qualcuno è opportuno aumentare, sia con le parole che con gli atti, la distanza che separa le lotte sociali dai programmi politici. Io, invece, auspico che i governi si diano un contenuto sociale più marcato. In definitiva, è per sostenere movimenti
sociali indipendenti e, nel contempo, politiche più attive di lotta contro l'esclusione che ho scritto questo libro.
(Dall'introduzione dell'Autore, pag. 9-17)
| Alain Touraine Come liberarsi del liberismo I movimenti contro la globalizzazione 2000, Saggiatore Editore Sito: http://www.saggiatore.it/ |
(*) Questa
edizione on-line è in attesa di autorizzazione dall'editore Saggiatore![]() |
Economia
di mercato e capitalismo
Il ruolo della politica per il
movimento socialista e
democratico
La polemica intorno alla
"terza via" verte in
ultima analisi su una
contrapposizione precisa: il
capitalismo va accettato e il
problema è come regolarlo e
modificarlo oppure il
capitalismo può determinare
freni allo sviluppo delle
forze produttive e la
rimozione di questi freni può
portare ad una nuova e diversa
formazione economico sociale,
senza modelli precostituiti.
Non è inutile ricordare, a
proposito di questi temi, le
riflessioni di Braudel su
"La dinamica del
capitalismo" (Il Mulino
1988). Egli si domanda se sia
possibile distinguere il
"capitalismo" dalla
"economia di
mercato" e risponde
affermativamente, anche se non
ci si debba aspettare una
distinzione perentoria del
tipo "l'acqua sta sotto e
l'olio si distribuisce alla
sua superficie". Ma
nell'economia di mercato non
sono infrequenti, atti e
fatti, piccoli o grandi, che
si possono definire
"scambi ineguali"
coi quali la "libera
concorrenza", regola
essenziale della cosidetta
economia di mercato, viene
più o meno compressa,
limitata, contestata nel suo
dispiegarsi.
Sono gli "scambi
ineguali" che
interrompono il rapporto
lineare e diretto tra il
produttore e il consumatore,
grazie al "denaro"
posseduto da chi opera questa
interruzione.
Braudel sostiene che nel
Medioevo è il commercio
"a lunga distanza"
che progressivamente enuclea
uno strato di grandi mercanti,
che diventano anche banca e
manifattura, vale a dire
"capitalisti". E
aggiunge: "C'è bisogno
di dire che questi
"capitalisti" sono
amici del principe, che
sovvenzionano e sfruttano lo
Stato, che valicano i confini
"nazionali" per
costruire reti di accordi coi
loro simili delle piazze
straniere?"
E ancora: " Questi
mercanti hanno una
superiorità che deriva loro
dalla conoscenza, dalla
intelligenza e dalla cultura.
Essi sono in grado di
assicurarsi tutto ciò che
c'è di buono da prendere
intorno a loro: terre,
immobili, rendite."
Secondo Braudel "Il
capitalista è l'uomo che
controlla l'immissione del
capitale nell'incessante
processo di produzione al
quale tutte le società sono
destinate. Il capitalismo è,
in linea di massima, il modo
in cui è gestito, con
finalità generalmente poco
altruistiche, questo gioco di
costante immissione."
E prosegue: "Se di solito
non distinguiamo capitalismo
ed economia di mercato, ciò
dipende dal fatto che l'uno e
l'altra sono avanzati di pari
passo". Ma "esistono
due tipi di scambio: uno
rasente il suolo,
concorrenziale, quasi
trasparente; l'altro, di più
alto livello, sofisticato,
dominante.
Questi due tipi di attività
non sono regolati né dagli
stessi meccanismi né dagli
stessi agenti e .. al secondo
livello si situa la sfera del
capitalismo"
Il capitalismo finanziario è
nato coi mercanti del
medioevo, "ma il suo
successo però non è mai
stato di lunga durata, come se
l'edificio economico non fosse
in grado di pompare energia
fino a queste alte
vette". Esso "si
affermerà solo nel XIX secolo
....... quando l'economia
avrà acquistato abbastanza
vigore per sostenere
definitivamente l'intera
impalcatura."
Dice ancora Braudel: "Il
capitalismo è stato spesso
presentato come il principio
motore del progresso
economico, mentre in realtà
il peso di tale sviluppo è
stato sostenuto dalle enormi
spalle della vita
materiale" (autoproduzione
e autoconsumo) . Se essa
lievita, tutto progredisce,
l'economia di mercato si
dilata rapidamente a spese
della stessa vita materiale e
tende le sue reti.
Il capitalismo beneficia
sempre di questa estensione.
Per questo non credo che
Schumpeter abbia ragione a
considerare l'imprenditore
come il deus ex machina.
Persisto nella mia convinzione
che il fattore determinante è
il movimento d'insieme....
l'estensione delle economie
sottostanti" (mercato e
vita materiale).
Infine un'ultima citazione:
"Privilegio di pochi il
capitalismo è impensabile
senza la complicità attiva
della società. Che è fatta
di diversi insiemi :
economico, politico, culturale
e quello della gerarchia
sociale. Lo Stato moderno non
ha costruito il capitalismo ma
lo ha ereditato. Talora agisce
a suo favore, tal altra ne
ostacola i propositi; a volte
gli permette di espandersi
liberamente, ma in altri casi
distrugge le sue
risorse". In altri
termini per Braudel il
capitalismo può trionfare
solo quando si identifica con
lo Stato, "quando è lo
Stato" (Città stato
italiane: Venezia, Genova,
Firenze - L'Olanda del XVII
secolo - L'Inghilterra del
XVIII secolo - La Francia solo
dopo il 1830)
Si può pertanto affermare che
lo Stato, anche nel caso in
cui si identifichi col
capitalismo, risponde ad
esigenze più ampie
dell'economia, che concernono
vari aspetti e momenti della
società.
Esso pone comunque delle
regole all'attività
economica. O a tutela della
libera concorrenza in tutti i
campi (liberismo - modello
USA) o anche per problemi di
sicurezza e coesione sociale
(modello Europa - per il lungo
lavorio della
socialdemocrazia)
Molto significativo a questo
proposito il contrasto insorto
tra lo Stato liberista degli
USA e un grande gruppo
capitalistico, leader mondiale
nel suo campo, come la
Microsoft di Bill Gates. La
prima sentenza di una
complessa vicenda giudiziaria,
ha stabilito che una rilevante
innovazione di prodotto non
deve tradursi in un processo
monopolistico che limita la
libera concorrenza (cioè lo
sviluppo di altre
innovazioni). Una conferma, se
si vuole considerare il
problema sotto questo profilo,
di una tendenziale
contraddizione tra capitalismo
e società di mercato. Il
liberismo, o meglio anche il
liberismo può entrare in
conflitto col capitalismo, in
nome del diritto
dell'individuo, di tutti gli
individui.
Il "nucleo di
verità" del liberismo è
quindi concreto. Ma c'è chi
obietta (come Napoleone
Colajanni "Dov'è la
sinistra?" ed. Ponte
delle Grazie) : "Il
liberismo non fornisce alla
società un punto di
riferimento". Obiezione
seria, non eludibile. Il mito
che la "mano
invisibile" di Adam Smith,
mette tutto a posto, prima o
poi, è appunto un mito.
Ancora Braudel: "In tutto
questo c'è, senza dubbio, una
parte di verità, una parte di
malafede, ma anche di
illusione: si può forse
dimenticare quante volte il
mercato è stato manipolato o
alterato da monopoli di fatto
e di diritto?" E ancora:
"il mercato è solo un
legame imperfetto tra
produzione e consumo; non foss'altro che per il fatto
che tale legame è, per molti
aspetti, incompleto. Tengo a
sottolineare la parola
incompleto. Mentre credo nelle
virtù e nell'importanza
dell'economia di mercato, ciò
che non mi convince è la sua
funzione di fattore assoluto,
esclusivo."
Nella nuova fase della
globalizzazione lo Stato
nazionale è sempre meno in
grado di esercitare la propria
azione di regolazione e di
supplenza alla
"incompletezza" del
mercato. Sempre più si sente
l'esigenza di regolazioni a
livello continentale ed anche
planetario. Anche in questo
caso sono significative le
recenti critiche e discussioni
sulle modalità d'intervento
del FMI nelle crisi
finanziarie di Stati o gruppi
di Stati (Messico, Sud Est
asiatico, Russia).
Significativa è pure la
domanda di regole per il
sistema finanziario mondiale
avanzate, con preoccupazione
per le sorti dell'economia
mondiale, da Soros, uno dei
più grandi speculatori
finanziari del mondo.
Significativa è la vecchia
proposta di Tobin, premio
Nobel, per una tassazione
delle transazioni finanziarie
mondiali di tipo speculativo.
Primi approcci nella ricerca
di soluzione a problemi
inediti, evidenziati anche
dall'azzeramento del debito
dei paesi poveri di cui si
parla. Lo "scambio
ineguale" è mondiale.
La domanda di regole quindi è
ampia e si riferisce sia alla
tutela della libera
concorrenza che alla tutela
delle condizioni di
accettabilità sociale del
dispiegarsi dell'attività
economica e finanziaria.
In altri termini al potere
pubblico, alla politica
(nazionale, continentale e
mondiale) si chiede di
intervenire sia per impedire
limiti alla innovazione, sia
per rendere più giusta la
società. Che questo
intervento sia in parte
diverso da quello realizzato
nell'epoca fordista è del
tutto evidente. Ma escludere
interventi diretti ed
affidarsi al solo ruolo
regolatore, rischia di essere
una autolimitazione assurda.
Come rimediare alla
"incompletezza" del
mercato? Come contrastare la
tendenza al monopolio del
capitalismo per ricondurre il
tutto alla libera concorrenza
del mercato?
Il potere pubblico e la
politica, quindi, non cessano
di essere decisivi. Certamente
per il movimento socialista e
democratico, nazionale,
europeo e mondiale.
Un esempio per l'Italia: è
pensabile che senza un
energico intervento pubblico,
con ingenti risorse dirette,
sia possibile invertire
l'attuale inaccettabile
condizione di subalternità e
insufficienza della ricerca
nel nostro paese?
Certo si può dire che dovendo
cambiare molti vecchi modi di
pensare l'intervento pubblico,
è forse utile sottolineare
gli elementi di novità
(mercato, individuo,
libertà/responsabilità).
Tuttavia anche se è utile
sottolineare l'innovazione
necessaria, si farebbe un
cattivo servizio al movimento
pensare di eludere, sorvolare,
minimizzare le questioni di
fondo dell'identità
socialista e democratica.
Alla luce di queste
considerazioni, sembra del
tutto evidente che si può
legittimamente sostenere che
il movimento socialista e
democratico oggi possa e debba
sostenere la validità del
mercato (che per sua natura ha
bisogno di regole).
Ma ciò non significa che
debba necessariamente avere un
atteggiamento di accettazione
del capitalismo, che ha in
sé, anche nei settori di
punta del progresso
tecnologico, come nel caso
della Microsoft, la tendenza a
violare il mercato nella sua
regola principale, la libera
concorrenza, e quindi ad
ostacolare l'innovazione, o
secondo la vecchia
formulazione, lo sviluppo
delle forze produttive.
Il potere pubblico, la
politica deve quindi
intervenire con le regole
perché il mercato funzioni e
funzioni bene. Ma deve anche
intervenire direttamente
quando nella società si
formano ostacoli allo sviluppo
delle forze produttive ed alla
coesione sociale, vuoi per la
"incompletezza" del
mercato, vuoi per le pulsioni
del capitalismo.
E' bene tuttavia non
dimenticare che limiti allo
sviluppo delle forze
produttive possono anche
sorgere ad opera di altri
soggetti, agenti nelle
società e che nulla hanno a
che fare col capitalismo.
Il fondamentalismo religioso o
quello ecologista oggi spesso
tendono a negare la liceità
della libertà della ricerca,
cosa assai diversa
dall'impiego sempre e comunque
delle sue possibili
applicazioni pratiche.
Altri vincoli nascono dalla
limitazione delle libertà
politiche, che non di rado
sono il necessario ambiente
per lo sviluppo della economia
e dei suoi vantaggi per tutti.
Infine il micronazionalismo
etnico, che costituisce spesso
la negazione allo sviluppo di
democrazia, libertà e
sviluppo economico, oltre che
essere fonte di barbarie e di
tragedie umane.
In questo senso è accettabile
lo slogan "la lotta di
classe è finita, ma la lotta
per la libertà comincia
adesso". Come pure
quell'altro: "siamo per
un'economia di mercato, non
per una società di
mercato"
Il socialismo, nelle mutate
condizioni, conserva in pieno
le sue ragioni, a condizione
che i suoi orizzonti siano
più ampi, che meglio
consideri il ruolo
dell'individuo, e che sappia
forgiare nuovi strumenti, più
adeguati, per la nuova
situazione.
Maurizio Mottini
novembre 1999