Si è rotto un ordine

di  Alfredo Reichlin

     Non so se è vero che, dopo quell’11 settembre in cui le torri di Wall Street sono crollate e il Pentagono è stato colpito, nulla resterà come prima. So, però, anche alla luce dei bagliori di questa strana guerra, che non solo la struttura politica ma la cultura profonda dell’Occidente è sfidata a  interrogarsi su molte cose e a chiedersi se le categorie con cui abbiamo letto finora il nostro rapporto col mondo non debbano essere ripensate.

     Sono le cose che stanno cambiando significato. Che cosa è la guerra? Fino a ieri lo sapevamo. Presupponeva un confine, una bandiera, uno Stato. Ma che cosa diventa quando non si conosce il volto del nemico e l’avversario non è uno Stato ma un intreccio di organizzazioni terroristiche alimentate da odi talmente profondi da spingere all’uso suicida del proprio corpo? Noi non sappiamo nemmeno con chi potremmo un giorno firmare la pace. E poi chi sarà il vincitore? Questo nuovo terrorismo non pensa affatto di misurarsi con la  macchina bellica americana. Esso non è un rigurgito di “rimasugli medioevali”, è un tentativo di conquistare i cuori e le menti delle nuove generazioni del Terzo Mondo. Il suo obiettivo è rovesciare i regimi moderati arabi con l’accusa di tradimento dell’Islam, una accusa che diventerebbe tanto più credibile quanto più l’Occidente si facesse trascinare in uno scontro di civiltà e quindi tra religioni. Perciò il danno fatto da una fanatica come Oriana Fallaci o dall’on. Berlusconi è grande.

     Anche la parola terrorismo non dà conto della novità dei fenomeni. Non si tratta di un pugno di disperati. Ciò che si intravede è il disegno mostruoso di una rete globale la quale sfida ben altro che la potenza americana. Il pericolo è più profondo. E’ quello di colpire l’Occidente nelle sue forme di vita spingendoci tutti verso un imbarbarimento. Ecco perché la libertà di tutti è minacciata. E quindi non possono esserci vie di mezzo nella lotta al terrorismo. Perché cosa avverrebbe se il mondo venisse trascinato in una spirale di violenza, di vendette, di interventi militari? Il risultato non sarebbe solo un colpo alla pace ma la riduzione degli spazi della libertà, del diritto al dissenso, della indipendenza dei popoli, di tutta quella civiltà politica che si basa sulla tolleranza e il rispetto dell’altro. La sinistra sarebbe la vittima principale. C’è poi dietro tutto questo anche un “grande gioco”, alla Kipoling. Perchè a seconda di chi controllerà quella grande regione del mondo che va dall’Afghanistan alle repubbliche asiatiche ex sovietiche, al Pakistan (e che non è un deserto desolato ma un immenso deposito di petrolio che può essere portato con una pipeline direttamente al porto di Karachi, attraversando l’Afghanistan) anche la mappa geografica del mondo è destinata a cambiare.

     Ma a questo punto viene in piena luce anche un grande interrogativo: in un mondo di miliardi di individui in cui le grandi masse umane non possono più essere disciplinate con gli antichi strumenti dell’ignoranza e dell’idiotismo e in cui –per di più- la tecnologia consente a un numero anche ridotto di uomini non solo quello che abbiamo già visto l’11 settembre ma di usare nuove armi micidiali (atomiche in valigia, epidemie causate dallo spargimento di batteri, inquinamenti delle acque) quale tipo di “ordine” può consentire il governo di un mondo così allargato? Basta quello attuale? D’improvviso, il mondo moderno scopre la sua vulnerabilità e avverte  che a garantire la sua sicurezza e la sua fiducia nel futuro non basta una sorta di “blindatura” dell’Occidente.

     Non è per caso se a questo punto si è aperta una discussione sul confronto tra le civiltà. Si sono dette tante cose ma ciò che pochi hanno sottolineato è che in definitiva la forza o la debolezza di una civiltà si misura nel suo rapporto con processi storico-politici più ampi, e quindi con la capacità di corrispondere a un determinato assetto del mondo. Vantare la superiorità di una cultura è sbagliato. Ma non si può ignorare che in un tempo determinato l’una e (non l’altra) esprima una egemonia in quanto i suoi valori e la sua visione delle cose siano storicamente necessari, e come tali ritenuti anche dagli altri. Noi sappiamo benissimo perchè la civiltà cristiana non è pensabile senza la crisi della società schiavista, e che qui sta la ragione per cui i barbari accettarono di farsi evangelizzare in quanto era la Chiesa che li riconosceva. Fino al punto che l’africano Agostino diventò dottore della Chiesa e poi Vescovo e Santo. Sono cose ovvie, come è ovvio  il fatto che l’uomo del Rinascimento e poi dei Lumi è impensabile senza il salto in avanti che fece l’Europa con l’uscita dal feudalesimo e poi con le scoperte geografiche e la nascita del capitalismo.

     Ma se ricordo queste cose è per dire come molti di noi hanno vissuto queste giornate pesanti. Con l’angoscia per quel massacro e, al tempo stesso, con una inquietudine profonda. Con un assillo: quello di capire se l’11 settembre parlava solo della grandezza criminale di quel massacro oppure anche dell’esistenza di qualche altra cosa. Io penso di si, ed è appunto di questo che vorrei discutere.

     Io credo che si tratti del rivelarsi di una debolezza seria, cioè del  venire alla luce di una frattura nello sviluppo della storia, e parlo della storia di questi anni. Una storia che da un lato ha visto il crollo dell’URSS e della ideologia che essa incarnava, e quindi la crescita di una superpotenza assoluta, quale dai tempi della Roma di Augusto il mondo non conosceva. E dall’altro lato il formarsi di un nuovo mondo globale, la cui base (non solo economica, ma politica e anche culturale, e di consenso) non poteva più restare nei limiti precedenti. E ciò per il fatto molto semplice e molto materiale che ormai questa struttura tende a coinvolgere quasi 7 miliardi di persone, con più della metà in Asia. Con in mezzo che cosa? Una Europa che non si decide a diventare sul serio una potenza politica, oltre che economica.

     Stiamo, quindi, molto attenti a non imboccare vicoli ciechi. L’errore peggiore, quello più gravido di rischi sarebbe restringere il nostro pensiero e il nostro orizzonte culturale, oltre  che la nostra visione storico-politica. Dobbiamo allargarlo invece, ma stando molto attenti a come lo facciamo. Come si difende la nostra civiltà? E da che cosa dobbiamo difenderla? E’ questo il problema fondamentale che bisognerebbe discutere. Dall’Islam (in quanto questo sarebbe  il brodo di cultura del terrorismo) oppure dal fatto che si è aperto un grande vuoto tra l’inaudita potenza della finanza, della tecnologia, delle armi, della capacità di produrre e controllare  l’immaginario collettivo, tra tutto questo e la mancanza di regole, di istituzioni e di diritti capaci di dare voce agli esclusi, e quindi, di governare la mondializzazione? Pensiamo all’anacronismo del Consiglio di sicurezza  dell’ONU formato dai vecchi vincitori della guerra mondiale (60 anni fa) e che esclude continenti interi e paesi come l’India e il Brasile.

     So bene che non pongo un piccolo problema. E so che non è affatto chiara la ricetta su come governare un mondo senza frontiere. Anzi, come governare il fatto che nel momento in cui si allentano le frontiere fisiche dei vecchi Stati nazionali vengono alla luce ben altre frontiere, quelle delle menti, della storia, della cultura, del senso che un popolo ha di se e del proprio destino. E’ una impresa molto difficile per affrontare la quale il pensiero politico dell’Occidente dovrebbe rimettere in discussione molte cose. E prima di tutto una certa idea di sé come totalità. Possiamo però cominciare ripensando le lezioni che ci vengono dall’esperienza storica.

Dopotutto la grande forza della cultura greco-romana prima e poi giudaico-cristiana, con tutti i suoi svolgimenti successivi nell’Europa moderna, è consistita nel rifiuto dell’integralismo, nel riconoscimento dell’altro e nel non aver mai accettato di fare “tabula rasa” del passato. La Roma pagana riconobbe il primato greco,  la Chiesa Cattolica, lungi dal bruciare l’Antico Testamento, si è innestata in esso. E forse è stato questo il peculiare “genio” dell’Occidente: quello di “comprendere e di superare accogliendo”. Ma a parte il fatto che non è stato sempre così (lo sterminio degli indiani e di molte altre popolazioni primitive, la tratta degli schiavi africani, l’Olocausto non sono stati certo un modo di “comprendere e di superare accogliendo”) il fatto nuovo è che a questo punto dello sviluppo storico sorge un nuovo interrogativo. Che formulerei così: può ancora reggere l’idea che il governo di un mondo così diverso e, al tempo stesso, così globale possa essere assicurato sostanzialmente da due cose: da un lato un solo grande centro di potere strategico e dall’altro dal fatto che le logiche dei mercati finanziari giunti a questo livello della loro espansione, “surdeterminano” l’economia reale, i beni pubblici, l’allocazione delle risorse. Con in più il controllo assoluto dei “media”. Perché di questo si è trattato. Mi rendo conto che tocco un tasto molto complesso e molto delicato. Mi limito perciò a citare le parole  di Mario Deaglio, economista e presidente della Montedison: “Può essere duro ammetterlo ma dal punto di vista economico, con il crollo delle Torri di Wall street, il terrorismo ha sconfitto, almeno per il momento, il liberismo come guida dell’economia globale; ha posto fine a un  decennio di globalizzazione denso di tensioni, contraddizioni e ingiustizie ma che rimpiangeremo per la sua crescita e il suo dinamismo”.

     Io penso a tutto questo quando dico che con l’11 settembre si è rotto un ordine. Penso anche a quella Costituzione materiale dell’economia mondiale imperniata non su una generica  e generale economia di mercato ma su una peculiare variante di essa imperniata sul fatto che gli Stati Uniti, grazie al signoraggio del dollaro, possono attirare capitali da tutto il mondo (i due terzi del risparmio mondiale) e finanziare uno sviluppo straordinario pur diventando  il più grande debitore del mondo. E ciò perché i disavanzi della bilancia commerciale non vengono saldati a spese del mercato  interno ma semplicemente finanziati. Per cui i consumi degli Stati Uniti possono espandersi senza pagare tributo al vincolo esterno, a differenza di ogni altro paese. Ma questo meccanismo quanto può durare?  E’ vero che alla sua base c’è anche ben altro. C’è la grande capacità creativa americana nel campo della scienza e delle innovazioni tecnologiche che deriva  dalla eccellenza delle Università ma soprattutto dalla qualità del capitale sociale e del capitale umano e dalla sua produttività. Perciò stiamo attenti a come parliamo dell’America, la quale non per caso o per una qualche prepotenza è diventata dominante. E ce ne corre tra il capire come stanno le cose e il mettere in campo un modello alternativo. Ma resta il fatto che il controllo del denaro e dei suoi movimenti a livello mondiale ha creato la immensa potenza dei banchieri e delle grandi centrali speculative. Ed è bastato l’atto criminale di un pugno di fanatici per sconvolgere le borse e mostrare la fragilità di questo modello di  governo dell’economia. Aggiungerei però (e qui sta la complessità del problema) che questo modello economico è parte integrante di una  visione politica e sociale, e perfino di una ideologia che ha trascinato con sé tante cose: una idea di società più moderna ma con sempre meno vincoli, anche per ciò che riguarda la giustizia e l’uguaglianza; e anche una certa idea dell’individuo e della libertà.

     Con ciò non mi confondo affatto con le giaculatorie di una certa sinistra antiamericana. Vedo bene il cammino del progresso che è stato fatto grazie anche a queste cose. Ma non posso fare a meno, giunti a un passaggio così cruciale della storia del mondo moderno, di cominciare a chiedermi come si ripropone il tema della libertà umana nell’era della globalizzazione. E’ un fatto che la libertà, un tempo parola d’ordine della sinistra e dei diseredati, è oggi invocata da grandi potentati per giustificare le nuove forme di dominio: anche scientifico, anche culturale, anche sulla natura e su tutte le forme di vita. Questo è il punto che sollevo. E’ il fatto che la globalizzazione fa emergere profondi interrogativi sulla guida del processo storico, tanto è vero che ha già rimesso in discussione le idee tradizionali sui rapporti tra sovranità politica, identità nazionale e libertà. Non è irrilevante il fatto che i patrimoni di alcune società multinazionali superano il prodotto nazionale lordo della maggior parte delle nazioni del mondo, e che decisioni che riguardano la vita quotidiana di milioni di persone vengono prese ogni giorno da istituzioni tecniche  che operano senza nemmeno un’apparenza di garanzia democratiche.

     Spetterebbe, quindi ai veri amici dell’America mettere in guardia  dall’illusione che la missione dell’Occidente possa consistere nell’imporre a tutta l’umanità la creazione di un solo mercato globale in cui capitale, risorse naturali e lavoro umano non sono nulla di più che fattori di produzione in una ricerca senza fine di una produttività e di un profitto sempre maggiore. E quando parlo degli amici dell’America penso all’Europa la quale avrebbe il dovere di costituirsi in una potenza politica autonoma anche per assolvere al compito che la storia, giunta a questo passaggio così pericoloso, le impone. Che è quello di creare le condizioni (anche grazie a un accresciuto ruolo internazionale dell’Euro) per impedire che la globalizzazione assuma una  sola forma o che l’economia aperta richieda un passo indietro rispetto alla tutela sociale e ai diritti di libertà dei cittadini.

     Il rischio se non si fa questo –ecco il mio assillo- è che le nuove generazioni oscillino tra l’apatia e il disprezzo per l’impegno politico e nuove suggestioni velleitarie ed estremiste. E noi non evitiamo questo rischio se non  costruiamo  un intreccio nuovo tra la questione sociale e il problema dei diritti, anche individuali. Il problema, quindi non è tornare indietro rispetto all’apertura delle frontiere (“no-global”: che sciocchezza!) ma chiedersi sotto quale controllo questo processo andrà avanti. Perchè è da questo interrogativo che dipende quello che a me appare come il problema politico e sociale più importante del XXI secolo: il rapporto tra globalizzazione e libertà, tra le potenze che la guidano e la democrazia.

     E’ alla luce di questo insieme di cose che si spiega  anche perché la crisi della  sinistra è così profonda. E perché il suo destino dipende non solo da un aggiustamento di linea politica ma dalla capacità di darsi un nuovo pensiero, un pensiero autonomo, storicamente fondato, capace di leggere questo nuovo mondo. Il che non è facile, ridotti come siamo ridotti, squalificati dal fallimento del comunismo e dei suoi miti e intimiditi dal fatto di essere arrivati in ritardo a scoprire il riformismo, ma ancora quel riformismo che si era misurato con le vecchie sfide di ieri dell’industrialismo, quando è chiaro che le sfide di oggi sono molto cambiate.

     E allora qual è oggi la sostanza  di un nuovo pensiero riformista? Non pretendo di dare la risposta. Sollecito però l’apertura di una ricerca. Ci  mettiamo in grado di cominciare a discutere seriamente queste nuove grandissime questioni, come quella –per esempio- se il sistema economico così come si è andato configurando negli ultimi anni può continuare a funzionare come strumento fondamentale per l’accumulazione e l’allocazione, (più o meno razionale) delle risorse, senza nuove istituzioni che regolino i mercati globali e soprattutto senza che si creino quei nuovi fattori esterni, la cui esistenza è vitale per tutti ma anche per il capitalismo?

      La sola cosa che io mi sento di fare è un  appello alla storicità. Temo che la sinistra continuerà a restare subalterna fino a che essa continuerà a confondere il mercato con il capitalismo, quasi dimenticando che mentre quello esiste da alcune migliaia di anni, questo nasce alla fine del Medioevo e si sviluppa negli ultimi 300 anni. E ciò grazie non all’esistenza (antichissima) dei mercati ma alla creazione di quei nuovi e potenti fattori extraeconomici resi possibili essenzialmente dalla costruzione degli Stati moderni. Altro che le giaculatorie contro la politica. E’ la politica –ci ricorda Wallerstein- che ha creato quei fattori i quali si chiamano saccheggio delle colonie, nuove legislazioni a garanzia dei diritti di proprietà, libero scambio della merce lavoro, repressione delle spinte rivendicative, esternalizzazione dei costi, servizi pubblici. E sono questi fattori che hanno consentito sia quelle rendite di monopolio e sia quei grandi balzi nell’accumulazione del capitale senza i quali il sistema del capitalismo occidentale non avrebbe dominato il mondo. Del resto, non è per caso che il capitalismo è stato fino a ieri un fatto essenzialmente occidentale, non separabile da questo tipo di società (il suo modo di essere, la sua cultura, le sue istituzioni statali e civili). Il che –sia detto tra parentesi- apre un interrogativo grandissimo su cosa vorrà dire capitalismo laddove sarà plasmato e plasmerà la civiltà cinese o quella indiana, cioè popoli e costumi che fanno da soli un terzo del genere umano.

     Ricordo queste cose perfino ovvie per una sola ragione: per  potermi avvicinare a una lettura un po’ più concreta,  storica oltre che strutturale, della cosidetta mondializzazione. Si è detto perché il capitalismo nasce europeo. Ma perché nel 900 è avvenuto quell’enorme balzo del suo sviluppo? Grazie a quali fattori? Pier Luigi Ciocca ci ricorda un dato che è impressionante: l’apporto del capitale fisico e delle ore lavorate spiega soltanto per un decimo l’enorme crescita del prodotto pro-capite. Il resto è dovuto a quei fattori che si riassumono nella triade qualità sociale-organizzazione-tecnologia. E questi fattori Ciocca li chiama “residuo”. Il che la dice lunga anche sulla pochezza di quelle visioni  “da sinistra” dell’imperialismo ridotto  all’idea che la nostra ricchezza dipende dalla povertà degli altri. Il saccheggio delle materie prime esiste ancora ma è un fatto sempre meno centrale. Più l’economia si dematerializza più la sinistra dovrebbe cominciare a ragionare in altro modo.

     Il “residuo” è dunque quel fattore politico e sociale che si è potuto esprimere non solo e non tanto grazie alle logiche spontanee del mercato (il che non nega il suo ruolo fondamentale come luogo dello scambio e misuratore dell’efficienza) ma grazie ad altri input, e tra questi, fondamentale, l’esistenza dello Stato. Dice Marcello De Cecco: se dovessi definire, da economista, questo secolo direi che esso ha visto il trionfo e la nemesi della sovranità economica dello Stato. Si riferisce al cosidetto compromesso socialdemocratico, quel meccanismo durato 20 anni (l’età dell’oro) grazie al quale la produzione di massa di beni consumo durevoli in grandi fabbriche che concentrano grandi masse lavoratori ha generato quel grande aumento della produttività che si è tradotto in maggiori redditi che a loro volta si sono tradotti, da un lato, in maggiori consumi (e quindi nuova domanda di quei beni) e dall’altro in investimenti in nuovi beni pubblici. (il Welfare). Il tutto regolato dal bilancio statale (più entrate fiscali, più spesa pubblica).

     Ecco che cosa intendo con l’espressione “ordine”. Questo è stato un “ordine”. Ed è questo “ordine” che è venuto meno negli anni ’70 per una serie di ragioni che basta appena ricordare: la fine della stabilità monetaria non più garantita dalla convertibilità del dollaro; la crescita del potere contrattuale dei sindacati che alza il costo del lavoro e erode i profitti; la decisione dei paesi produttori di petrolio che moltiplicano di parecchie volte il suo prezzo; la cosidetta crisi fiscale degli Stati per il fatto che le entrate riescono sempre meno a coprire i costi crescenti dei servizi e dei sistemi previdenziali.

       La mondializzazione è anche la risposta a questa crisi. Il fenomeno è grandioso ma anch’esso non si mette in moto spontaneamente, cioè per le logiche spontanee del mercato. Grandi decisioni vengono prese dalle autorità politiche come quella di deregolare i movimenti di capitale. La banca centrale americana rivaluta il dollaro e alza a livelli mai conosciuti prima il tasso dell’interesse. In questo modo attira capitali da tutto il mondo (specie del Giappone) mette in difficoltà le imprese europee concorrenti, manda in rovina i paesi debitori cioè quei paesi dell’America Latina e del mondo sottosviluppato che si erano indebitati ai precedenti bassi costi del denaro per finanziare il loro decollo. E per avere una idea di questo fenomeno gigantesco basti pensare che i movimenti giornalieri dei capitali sul mercato finanziario internazionale raggiungono in pochi anni (dalla metà degli anni ’70 alla fine degli ’80) una cifra superiore di molte volte a quella degli scambi commerciali. L’economia di carta si mangia l’economia reale.

     Si crea così una gigantesca economia finanziaria che da un lato redistribuisce la ricchezza e il potere a favore di una nuova oligarchia degli affari, ma dall’altro consente anche quei grandi investimenti “reali” che si rendono necessari per finanziare quella nuova grande “distruzione creatrice” che è stata l’avvio della  terza rivoluzione industriale dopo la prima dell’ottocento e quella elettro-chimica dei primi del novecento, vale a dire la rivoluzione elettronica e informatica, le nuove tecniche di calcolo, di informazione e di comunicazione istantanea. Vince così non chi produce la merce ma ciò che  c’è prima e dopo di essa, cioè la conoscenza, l’organizzazione, i nuovi materiali, il marketing, la finanza, i sistemi complessi. Le economie vincenti si dematerializzano, si trasformano sempre più in economie di  servizi. Negli USA questi coprono ormai  il 75 per cento del PIL, in Italia il 60 per cento.

       Le conseguenze sono immense. Si accrescono le distanze non solo tra chi ha e chi non ha ma tra chi produce le innovazioni e chi le subisce e questo crea nuove grandi differenziazioni anche all’interno del mondo del lavoro. Ma soprattutto (torno così al tema politico posto all’inizio) cresce il divario tra la potenza e il potere, cioè tra la potenza dei mercati e di chi controlla la conoscenza e il potere della politica, cioè dell’interesse generale, dei diritti collettivi, della libertà degli uomini di pensare e organizzare il proprio futuro. Eppure, al tempo stesso, il mondo, pur in presenza di queste laceranti differenze, si unifica, nel senso che entrano sulla scena popoli finora ai margini della storia, l'informazione raggiunge ogni angolo della Terra, masse fino a ieri sottomesse e sfruttate fino alla schiavitù esprimono nuovi bisogni, avanzano rivendicazioni sociali, reclamano nuovi diritti.

     Mi rende conto di dire cose dette e ridette, e me ne scuso. Però se ho voluto ricordarle è per rendere più chiaro perché a me pare sia questa  la contraddizione che noi non possiamo più ignorare se vogliamo davvero capire il rischio che il mondo moderno precipiti verso un nuovo Medioevo attraversato da guerre di religione. E non sono convinto che alla base di  tutto questo ci sia la fame. E non perché la povertà non  esista e non arrivi a tali abissi che gridano vendetta. Ma perché c’era anche prima. Non è la mondializzazione che l’ha portata con sé. Anzi, in molti luoghi si sono create le condizioni (risorse finanziarie, diffusione delle conoscenze e delle tecnologie) per rompere la trappola della miseria. Ciò che la mondializzazione sta determinando –per le forme che ha assunto e per le forze che la condizionano– è altro. E’ l’esclusione, una miseria ancora più insopportabile di quella materiale. Pensiamo al fatto che soprattutto i giovani del cosidetto Terzo Mondo si sentono esclusi dal circuito dove si creano e non si subiscono le nuove conoscenze e si  partecipa quindi a quel potere primario e a quel diritto essenziale che consiste nel padroneggiare il proprio futuro. Popoli senza futuro, dice Galimberti, uomini e donne indotti a odiare e perfino a concepire gesti disperati perché trovano indegna e insignificante una vita decisa da altri.

     Il problema quindi, a mio parere, è anche economico (certamente) ma non è più essenzialmente economico. Dopotutto la quota di ricchezza materiale mondiale che si concentra nelle mani degli Stati Uniti e dell’Europa tende a diminuire, è scesa sotto il 50 per cento. Il problema è la concentrazione di quella  ricchezza immateriale che consiste nel controllo della conoscenza, è quel potere dei poteri che consiste nel dominio delle menti. E questa concentrazione non so se tende a salire ma certo non si allenta. Vorrei ricordare che la forma fondamentale del potere sociale è il potere di definire che cosa è la realtà. I monopoli della conoscenza questo rappresentano: la capacità di certi gruppi di determinare la visione globale del mondo; di  produrre, quindi, una visione  della realtà che consente di controllare l’azione umana. Ciò che la cosidetta destra compassionevole ma anche una certa sinistra caritatevole non ha capito è che questo potere non viene neppure scalfito quando gli attuali detentori della conoscenza si dicono pronti a offrire a chiunque ne faccia richiesta i loro telefonini, i loro film,  le loro “soap opera”, nonché a garantire l’accesso a tutte le informazioni in loro possesso.  Il problema non è questo. Esso consiste piuttosto nel mettere in discussione, e quindi nel sottoporre a vaglio critico la concezione generale che sta dietro quelle scelte tecnologiche (perché queste e non altre?) sapendo che la conoscenza non è una somma di informazioni e che qualsiasi lettura della realtà rimanda necessariamente a un apparato concettuale a una idea di sé, a una visione. Ed esattamente questa è stata ed è la forza dell’Occidente.

      Non è in discussione, quindi, la forza e la  gloria di una cultura e di una civiltà che ha anche usato le armi ma che non si sarebbe imposta come dominante se non avesse espresso un pensiero più alto perché più capace di leggere la  realtà, di interpretarla e di guidarne il movimento. E ciò grazie a una grande idea forza, l’idea di progresso e di libertà, il valore dato alla persona umana. Perché è questo che ha formato la mente occidentale e che, liberandola dagli incubi oscuri del passato e dagli impulsi ciechi del primitivo, ha dato ad essa l’arma più potente, quella della ricerca e dello spirito critico. Ripeto. Non è questo ciò che oggi dovrebbe essere messo in discussione. Dopotutto, questa è la nostra gloria. Piuttosto è la capacità nostra di capire gli altri nel momento in cui gli altri escono dal silenzio e dall’anomia.  E’ la difficoltà dell’Occidente a non considerarsi come il “tutto”, una totalità, ed accettare l’alterità degli altri, a confrontarsi con essi su un piano di parità.

     E io credo che questa difficoltà viene fuori essenzialmente per la novità di quel dato storico-politico, cioè per  il  fatto che il mondo è diventato globale. Perchè è questo fatto che ci costringe a ridiscutere la visione del mondo e la coscienza  di noi stessi e quindi l’insufficienza del modo di governarlo che abbiamo elaborato. Capire non significa affatto diminuirsi né tanto meno vergognarsi. Ho letto che il presidente del Senato ci ricorda che le istituzioni democratiche le abbiamo inventate noi, non gli arabi.  E aggiunge che a un certo punto della storia dell’occidente, noi l’Islam l’abbiamo battuto anche perché non ci siamo fermati ad Averroè, ma abbiamo portato sul mercato del mondo  Galileo Galilei.  Il prof. Marcello Pera dimentica però una cosa. Che Galileo per affermare la sua visione nuova  dell’Universo, e quindi della realtà, ha dovuto combattere duramente contro l’Inquisizione. La quale a sua volta difendeva che cosa se non il vecchio potere della Chiesa di produrre un sistema di pensiero completo, una sua visione della realtà, attraverso  il controllo non solo dei rituali ma delle arti e della scienza? Perciò Galileo è una gloria dell’Occidente ma non solo di esso, della umanità intera. Perché negò il potere della Chiesa di decidere che cosa potesse essere reale, di stabilire essa ciò che era la verità e quindi di decidere che cosa potesse essere considerato conoscenza.

     Ecco allora che cosa potrebbe voler dire quella frase secondo cui dopo l’11 settembre nulla resterà come prima. Vuol dire che siamo entrati in una nuova storia la quale richiede per essere letta e, quindi, governata un nuovo pensiero. Del resto, questa è sempre stata la condizione per andare avanti. Carlo Marx si può considerare superato per tante cose ma resta il fatto  che il suo aver gettato uno scandaglio più profondo nella società arrivando a leggerla  come qualcosa in cui la carne delle azioni umane non è separabile dallo scheletro dei rapporti di classe e degli interessi materiali ha dato al pensiero di tutti una nuova dimensione. E così l’indagine di Freud sull’inconscio.

     La novità della sfida rivolta oggi alla politica ma anche alla cultura è di questo tipo. La crescita della interdipendenza tra i popoli e gli Stati si accompagna a una crescita altrettanto stringente delle interdipendenze tra la sfera economica e il resto della realtà sociale (il “residuo”). Ed ecco perché io penso che se vogliamo cominciare a pensare un “nuovo ordine” per questo mondo globale dovremmo partire proprio da qui: dal fatto che il dato nuovo, oggettivo è che l’interazione tra l’economico, il sociale e il politico-istituzionale si fa sempre più stretta. Perciò non è vero che la  politica sia destinata a non incidere più  su nulla. Deve però acquistare una nuova dimensione.

     Il tema allora è quale progetto politico di governo della società. Del resto, ricordiamoci che  il capolavoro della vecchia sinistra, davvero storico, fu che inventò una dimensione del tutto nuova della politica e della cittadinanza: l’irruzione delle masse nella sfera politica, i partiti come potenze politiche relativamente autonome del potere economico. Fece davvero una nuova costituzione. E la fece perché riuscì a “quadrare il cerchio”: sviluppo economico (e quindi uscita dalla povertà); inclusione sociale (e quindi servizi, occupazione); democrazia (nuovi diritti e tali da “incivilire” il capitalismo). E così  condizionò le logiche spontanee del mercato.

     Quel cerchio si è rotto. Ricostruirlo a livello non più della sola Europa è il compito storico del nuovo riformismo.

Roma, 9 ottobre 2001


Note

1 Stiglitz (1998a).

2 Throughout this speech, I have in mind a somewhat different conception of the Washington consensus than the one orginally outlined by my colleague John Williamson (1990), who coined the term. As Williamson (1997) himself notes, the term has evolved over time to signify a set of "neoliberal" policy prescriptions, rather than the more descriptive usage that he originally intended in discussing reforms undertaken by Latin American economies in the 1980s. The policies that now fall under the "Washington consensus" rubric are often - and, as I argued in my WIDER lecture, incorrectly - taken to be both necessary and sufficient for substantial development.

3 While the fraction of the world's population in absolute poverty -- living on under $1 a day -- has declined from an estimated 30.1 percent in 1987 to 29.4 percent in 1993, the total number of poor has increased, from 1.23 billion to 1.31 billion (World Bank 1996). The soaring population in some of the poorest countries makes the battle against poverty an uphill fight.

 4 For instance, Deininger and Squire (1996) find that 77 out of 88 decade-long periods of growth were accompanied by reductions in poverty. While from today's vantage point this may not seem surprising, it seems at odds with the conventional wisdom of the Kuznets curve. Kuznets argued that in the early stages of development, growth would be associated with increases in inequality; in fact, Deininger and Squire find that inequality fell as often as it rose during periods of growth. Kuznets, however, lacked the extensive cross-country datasets we have today, and his conclusion was based on data from only a handful of countries.

 5 Ironically, the growth theory literature that helped give rise to this conception of development emphasized that higher savings rates would lead to higher growth rates only temporarily.

6 See Stiglitz (1994).

7 The inadequacy of the traditional perspectives is nowhere more apparent than in the experience over the past decade in the former Soviet Union (discussed below), particularly in contrast to the successful experiences in China, which managed to find strategies well adapted to its particular situation. One measure of China's success in devising a strategy: if the separate provinces of China were treated as separate "data" points, the 20 fastest-growing economies in the world between 1978 and 1995 would all have been Chinese (World Bank 1997a).

8 Though, to be sure, these had been important components of the U.S. development strategy in the nineteenth century.

9 See World Bank (1993) and Stiglitz (1996).

10 See, for instance, Furman and Stiglitz (1998) and Stiglitz (1998b) and (1998c).

11 The arguments for bailouts, as well as the presence of bailouts themselves, provide overwhelming support for the view that there may be marked discrepancies between private and social net return to short term capital movements. These discrepancies at the very least call for a review of feasible government actions to redress this market failure, which has imposed such huge costs on millions and millions of people (though to be sure, some of these costs might have been reduced if the crisis-response polices had been better designed).

12 See Furman and Stiglitz (1998) for a discussion of both the evidence and the theory explaining why the result that liberalization does not yield higher growth (see, e.g. Rodrik 1998) should not come as that much of a surprise.

13 Research by Demirgüç-Kunt and Detragiache (1998) in fact shows the systematic relationship between financial market liberalization and economic crises.

14 The bailout has raised a lot of questions that put a new perspective on the charges in East Asia: Did the bailout represent crony capitalism, given that one of the partners in the hedge fund was a former vice-chairman of the Federal Reserve Board? Did the regulators really not realize the size of the threat? And if so, what does this say about the supervisory capacity of supposedly the most sophisticated regulators in the world, with the longest tradition of regulation, extending for almost a century and a half? If not, what does this say about their understanding of financial markets? Or was the defense of the government role - the threat of contagion - just a cover-up? While Federal funds were allegedly not involved, did the discretionary regulatory powers provide implicit threats (of tighter supervision in the case of non-cooperation) and promises (of regulatory forbearance if the bailout proved costly)? Was there a deliberate attempt by all participants to restrict transparency, by not revealing to the market all the relevant information?

15 For instance, there is no evidence that government pressures caused the excessive real-estate lending in Thailand.

16 See, in particular, Furman and Stiglitz (1998). They show that transparency in East Asia on average (at least as gauged by standard measures) was no less than in other countries that did not experience a crisis; the crisis countries of East Asia had had three decades of remarkable growth, yet if anything transparency had increased rather than decreased prior to the crisis.

17 For an analysis of the effects of hyperinflation, often caused by such an imbalance between resources and objectives, see Bruno and Easterly (1998).

18 See Jimenez and Sawada (1998).

19 See King and Ozler (1998).

20 Whether or not these groups are representative needs to be borne in mind, of course, when we assess the weight that should be accorded this voice in the expression of development strategies.

21 See World Bank (1998b), Isham, Narayan, and Pritchett (1995), and World Bank (1995).

22 For a description of the Strategic Compact, see http://www.worldbank.org/html/extpb/annrep97/overview.htm.

23 See the 1997 World Development Report, The State in a Changing World (World Bank 1997b).

24 See Wolfensohn (1998) and World Bank (1998a).

25 Russia's recent experience offers an excellent, if sobering, example. Almost a decade after the process of transition to a market economy began - after the inefficient system of central planning was replaced by a more decentralized, market-oriented system, after the distortionary pricing patterns were, by and large, eliminated, and after private property was supposed to restore incentives that seemed so lacking under the previous regime - output remains a third below what it was before the transition started. The underlying resources may have deteriorated slightly, but the human capital and knowledge base remains. The explanation: the destruction of organizational and social capital, a process which had in fact begun under the previous regime, continued. Policymakers made inadequate efforts to develop new bases, and to provide the the legal infrastructure necessary for markets, including bankruptcy, competition, and contract laws and their effective enforcement.

26 See Rostow (1960, pp. 143-144).

27 For a discussion of the concept of an international public good, see, for instance, Stiglitz (1995).

28 See, for example, Romer (1994).

29 See, for example, Sachs and Warner (1995).

30 The most important gains from trade may come from the increased variety of goods - particularly goods that are inputs into production processes - to which an open trading system offers access (Rodriguez-Clare 1996 and Stiglitz 1997b). That is, rather than just reducing the price of goods that are already available domestically, trade also offers access to many goods (such as semiconductors or numerically controlled machine tools) that simply were not available at any price under autarky. The new inputs bring down costs and spur innovation in the importing economy.

31 The 1998/1999 World Development Report (World Bank 1998) focuses on these issues, emphasizing that it is knowledge (broadly defined) and not just inputs of physical or even human capital that matters. In standard economic models,  Q = A f(x, y),  where Q is output, A is a measure of efficiency, x is a vector of factor inputs, and y is a vector of traded inputs. The standard theory argues that y, the vector of traded inputs, is a function of market prices v; distortions in v caused by autarky lead to lower Q for any given x. By contrast, in the newer perspective discussed above, trade may play its most important role in increasing A.

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