UOMINI E MASCALZONI. NELL´ITALIA POVERA E FIDUCIOSA DEL DOPOGUERRA L´INCONTRO PARALLELO CON TOGLIATTI E DE GASPERI 

di Igor Man 

IN quell´Italia povera ma fiduciosa che elaborava il dopoguerra, accanto al fiume ambiguo della dolce vita (ch´era, forse, come s´è detto, la civile commistione tra ricchi e non ricchi, tra nobili e commercianti, tra scrittori e guardie notturne eccetera), scorreva il fiume limaccioso della Politica. Dove per Politica s´intenda quel magmatico coacervo di Democrazia e Assolutismo, una mistura di albe tragiche e di tramonti speranzosi. Su quel tempo, che oramai appartiene alla Storia (non solo italiana) esiste una bibliografia sterminata ma il Vecchio Cronista una volta ancora raccomanda a chi volesse saperne di più sul decennio invero storico (1945- 1953), un libro senza paragoni: Le paure e le speranze degli Italiani (Mondadori) di Ennio Di Nolfo. Cattedratico insigne al Cesare Alfieri di Firenze, il Nostro si serve, nel suo racconto-analisi di materiali solitamente assenti in opere del genere, e cioè la Poesia, la Letteratura, il Cinema: chiamati a dar testimonianza, appunto, delle paure e delle speranze personali, collettive. Il mio amarcord è incentrato, ovviamente, sulla cronaca, sui personaggi incontrati, in quel tempo lontano, in ragione del mio lavoro. Facevo il mio noviziato professionale a Il Tempo di Renato Angiolillo trascorrendo empiricamente, diremo, dagli elzeviri, ispirati a fatti di cronaca, che comparivano sulla Terza Pagina diretta da Enrico Falqui, accanto a firme prestigiose: Gianna Manzini, Curzio Malaparte, Mario Praz, Antonio Baldini, Alberto Moravia, Vitaliano Brancati, per citarne solo sei, alla impaginazione della Terza ma altresì della Prima Pagina, alle cronache del Palazzo. In fatto raccoglievo materiale di prima mano che, poi, passavo al «notista», Vitantonio Napolitano, che l´annegava nel lunghissimo suo «pastone». Finché, temendo di perdere ogni residua speranza (o illusione?) non pregai Angiolillo di passarmi agli Esteri (diretti dal magistrale Italo Zingarelli) per imparare quanto d´obbligo per di seguito viaggiare il mondo, da «inviato speciale». Nell´inverno del 1945, quando l´euforia del 25 di aprile era oramai scemata e la questione istituzionale (Monarchia o Repubblica), cominciava a motivare nuove paure e novelle speranze, la notte, nella tipografia del Giornale d´Italia impaginavo Il Tempo, spalla a spalla con Guido Gonella, direttore del Popolo, ch´era aiutato da un giovinotto magro e allampanato dal sorriso tra l´amaro e il sarcastico; con Vittorio Gorresio che confezionava in prezioso bodoni il Risorgimento liberale di Pannunzio, Lupinacci e Vittorio Zincone: i giornali, allora, non avevano una tipografia propria. De Gasperi veniva a dare un´occhiata al bozzone della prima pagina de Il Popolo, se ne andava accompagnato da quel giovinotto magro, allampanato di cui ho appena detto, che teneva un gran pacco di giornali sotto il braccio e una sciarpa di lana fatta in casa intorno al collo, a difesa della sizza, la tagliente tramontana di Roma. Quel giovinotto era Giulio Andreotti che di lì a due anni, ventisettenne appena, sarebbe diventato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Il proto della tipografia che vide lo sfratto di Bergamini ad opera di squadristi analfabeti e, poi, il «biformismo» di Virginio Gayda, era un atletico ragazzone marchigiano, filodrammatico sciupafemmine e al tempo stesso padre esemplare, comunista arrabbiato. Una notte scatafasciò: «De Gasperi è un servo del Vaticano», disse al che Angiolillo gli diede sulla voce: «Fesserie, voi non avete capito un tubo: chillo, De Gasperi, è `nu patriota». Anch´io, allora, non avevo capito un tubo verosimilmente. Non detestavo, certo, De Gasperi epperò tutto preso, com´ero, da Ferruccio Parri lo consideravo un concorrente pericoloso del leggendario «Maurizio», paracadutato («arcangelo senza spada», scrisse Angiolillo per indicarne amabilmente la fragilità politica) nella infida Roma dai mille acquitrini (tuttora non bonificati). Parri mi incuteva rispetto, lo stesso che portavo a Romita senior, così onesto e deciso, e poi c´era Nenni con i suoi slogans movimentisti che prospettavano un futuro benefico nel quale, forse, egli stesso non credeva. Sicché sognavamo, chi scrive e tanti altri ragazzi che la Resistenza e la fame patita avevano precocemente maturato, un avvenire invero radioso, sfidando l´incerto presente limaccioso. A distanza di cinquant´anni, e passa, dopo una lunga esperienza (che continua) di accadimenti internazionali, ricca di incontri con uomini (illustri) e mascalzoni (diabolici), sto recuperando (alla buonora) una realtà storica che avevo chiuso nel mio particulare, come il famoso Fabrizio alla battaglia di Waterloo. Ho colto la grandezza storica di Alcide De Gasperi e, per conseguenza, ho capito perché la Democrazia Cristiana si affermò, nel 1948, in maniera direi strepitosa, partito politico egemone. Quel che accadde in Italia tra il 1945 e il 1948 non fu un piccolo episodio limitato allo scambio di intese tra gruppi dirigenti politici e oligarchie finanziarie o tecnocratiche. Come ben scrive il Di Nolfo, «fu una massiccia riscoperta del ruolo della Chiesa e del Cristianesimo nella vita italiana. Dopo secoli durante i quali il nome del Papa e della Chiesa erano stati esacrati (...) accadeva un brusco rovesciamento. L´opinione pubblica, il sentire comune, e dietro di essi (o prima di essi?) larghi settori del mondo intellettuale italiano ravvisavano nella Chiesa un baluardo di libertà e una garanzia di progresso economico; una difesa per la nazione e una sicurezza per il suo avvenire». Furono questi gli elementi sui quali per molti decenni si sarebbe, poi, basata l´egemonia della Dc. Una Democrazia Cristiana che proprio grazie a De Gasperi doveva diventare interclassista e quindi partito di massa. Di più: in Vaticano temperavano la aristocratica personalità di Pio XII due Segretari di Stato complementari: il tormentato intellettuale Montini, il pragmatico pastore Tardini, forgiatori d´un laicato cattolico attento a seguire i problemi del paese, culturalmente preparato a governare e tecnicamente attrezzato a farlo: consapevole d´avere un rapporto con la Chiesa ma risoluto, nelle singole persone, a viverlo come fatto individuale anziché politico e collettivo. (Una sorta di Comunità laica di Sant´Egidio avant lettre, se ci è consentito l´accostamento). 
La sera in cui De Gasperi, primo ministro, strigliò gli emissari di Umberto II (ricordo un irriducibile Leone Cattani), reo di aver diffuso un saluto-commiato suscettibile di scatenare la guerra civile (saggiamente quel grande signore cinico che fu Umberto di Savoia lo corresse), mi infilai appresso al presidente nell´ascensore privato del Viminale, allora sede del governo. Osai domandargli: come farete, presidente, a evitare il muro contro muro? Con De Gasperi ci conoscevamo per così dire di vista: io abitavo in via Alessandro III, a ridosso del Vaticano come lui in via Bonifacio VIII. La domenica lo incontravo, e ci salutavamo con un cenno della testa, a braccetto della moglie diretto in San Pietro, per la Messa, senza scorta o che altro. Sibilando come al solito le parole di tra le labbra asciutte, rispose: «L´Italia non può permettersi scontri frontali che ne impedirebbero il faticoso processo unitario. Lei ha presente il Risorgimento?». Certo, presidente, risposi con giovanile sufficenza. «Ebbene, tenga conto che ne stiamo vivendo un secondo che parte dal `70 e non è ancora concluso». Con improvvida arroganza replicai: e lei, signor presidente, si sente Cavour o Vittorio Emanuele II? De Gasperi lasciò raffreddare la mia petulante domanda, e intanto eravamo arrivati al pianoterra. Poi, sistemandosi il suo piuttosto logoro feltro grigio, un po´ a cacciottella, le falde troppo larghe, sillabò tra lo sferzante e l´indulgente: «Io mi considero al servizio del paese, del contadino del Sud come dell´operaio del Nord. Per ricostruire un paese degno di esser tale, cioè democratico, indipendente, dobbiamo abolire steccati antistorici e puntare al domani». Infine, dandomi la mano per una brusca stretta di congedo, concluse: «E dica al suo direttore che oggi non ha più senso parlare di Monarchia o di Repubblica. Oggi bisogna solo parlare d´Italia». Dopo il Consiglio dei Ministri del 30 di aprile del 1947, uno degli ultimi prima della cacciata delle sinistre dalla camera dei bottoni, riuscii a infilarmi nel famoso ascensore presidenziale, con Togliatti, bruciando sullo scatto il suo segretario. Togliatti sembrò stupirsi della mia presenza e m´apparve furibondo per avergli io detto: De Gasperi a chi gli domandava «a quando lo sfratto delle sinistre?» e se non temesse un conseguente sollevamento comunista avrebbe dichiarato: «I comunisti ci inquietano ma non ci spaventano». Per tutta risposta Togliatti levò la cartella che impugnava con la sinistra a difesa del viso subitaneamente afflitto da un pallore insolito. Cercando di rimediare, incautamente gli rivolsi la parola in russo. Non l´avessi mai fatto: Togliatti alzò anche l´altra mano sì da impugnare la cartella a mo´ di minacciosa difesa. Per fortuna il vecchio ascensore, fermatosi, s´apriva e Togliatti poteva affidare la sua tormentata cartella a un preoccupato Emmanuele Rocco al quale, irritatissimo, domandò chi mai fosse quel «troschista provocatore». Avendo io, più tardi, raccontato a Vittorio Gorresio la grottesca avventura in ascensore, della quale per altro non avrei scritto, Vittorio rise, assicurandomi che avevo commesso una gaffe: «Non si rivolge la parola in russo a un leader del Comintern che si sforza di apparire italianissimo, sempreché non lo si voglia provocare. In ogni caso, nel nostro mestiere l´arroganza non paga», sentenziò. Tempo dopo, pressoché alla vigilia del fatale 18 di aprile che avrebbe visto la devastante sconfitta delle sinistre, Gorresio mi portò alla «Torretta», il ristorante-pizzeria dove il leader venuto di lontano e il giornalista liberale venuto anche lui di lontano, come scherzava vantandosi in realtà d´esser di Cuneo, tra una «capricciosa» e qualche bicchiere di bianco dei Castelli si divertivano a sfottersi in punta di labbra, citando classici ovvero dialogando in settecentesco francese. Guardandolo giuocar semanticamente di fioretto con l´affilatissimo Gorresio, in Togliatti che si rallegrava quando trovavano in lui una (vaga) rassomiglianza con il conte di Cavour, colsi che assomigliava terribilmente a un mugiko. Pareva proprio un russo di povera estrazione, un mugiko, appunto: un contadino. Con un cappotto sino ai piedi e gli occhiali. Ma a lui d´accanto trionfava una ragazza rigogliosa, dal sorriso bello. E Togliatti la guardava, tra un motto e l´altro con Gorresio, la guardava con inimmaginabile finezza, così dolcemente da trasformarsi: non più villico bensì lirico trovadore (anziano). 

La Stampa
1/9/2002


STORIA Il diario di Gaetano Salvemini

Quando Mussolini piaceva ai vecchi politici socialisti


Non sempre i contemporanei riescono a valutare nei loro giusti termini gli avvenimenti dei quali sono testimoni, tanto più quando questi avvenimenti presentano il carattere di forte novità che ebbe l’ascesa al potere del fascismo, avvenuta a soli tre anni e mezzo dalla sua nascita come movimento politico. Il diario che Salvemini tenne nei dieci mesi successivi alla marcia su Roma, ora ottimamente curato da Roberto Pertici per il Mulino, documenta appunto come anche un osservatore assai acuto potesse avere difficoltà a comprendere cosa stava accadendo intorno a lui e potesse dunque formulare alcune valutazioni clamorosamente errate. «In fondo Mussolini vale assai più di Turati e di tutti gli altri deputati socialisti», scriveva ad esempio Salvemini nel novembre 1922. Ma non si trattava di opinioni isolate: tra quanti avevano criticato per anni i difetti della classe dirigente liberale e del socialismo riformista vi furono molti che videro inizialmente nel capo del fascismo colui che aveva almeno liberato il Paese da un ceto politico incapace. La pensava così anche Giovanni Amendola, che nel 1923 confidava a Salvemini l'auspicio che il fascismo non entrasse in crisi troppo presto, poiché questo avrebbe fatto tornare al governo i vecchi esponenti politici. Come osserva Roberto Vivarelli nell’introduzione al volume, tutto il periodo compreso tra la marcia su Roma e la svolta del 3 gennaio 1925 appariva una specie di enigmatico interregno, nel quale potevano prosperare le interpretazioni più diverse (Salvemini, ad esempio, mostrava di considerare il fascismo soprattutto come una creatura dei vertici militari). Questo diario doveva servire al suo autore per raccogliere informazioni, indiscrezioni, giudizi sugli avvenimenti, che potessero poi essergli utili per la ricostruzione storica. Letto oggi, che sull’anno successivo alla marcia su Roma sappiamo pressoché tutto, risulta invece interessante proprio per le valutazioni errate che contiene. Mostra infatti quanto il giudizio storico debba basarsi sulle testimonianze dei contemporanei, ma quanto, anche, debba saperne prescindere. 

Giovanni Belardelli 

Corriere della Sera
15 aprile 2001

GAETANO SALVEMINI 
Memorie e soliloqui. Diario 1922-1923 
Il Mulino, pagine 408, lire 45.000


L'epistolario Sereni

di Giovanni Scirocco

La politica, la religione, l'utopia (così come, è noto, l'amore) si nutrono spesso di ragioni e di emozioni difficilmente comprensibili da chi non le vive in prima persona. Tanto più quando queste ragioni portano a separare il proprio cammino persone legate da vincoli fortissimi, come quelli del sangue. I fratelli Enzo ed Emilio Sereni nacquero (il primo nel 1905, il secondo due anni dopo) in una famiglia ebrea dell'alta borghesia romana. Nel 1927 Enzo, dopo la laurea in filosofia, segue i propri ideali sionistici, emigra in Palestina, dove fonda un kibbutz, lavorandovi come bracciante e attendendo l'arrivo del fratello minore. Emilio, nel frattempo, si è però avvicinato agli ambienti comunisti e decide di continuare la propria lotta in Italia, venendo arrestato nel 1930 e condannato a 15 anni di carcere. Uscirà di prigione nel 1935, rifugiandosi subito a Parigi, dove divenne, sia pure con alterne vicende, uno dei dirigenti del centro estero del PCI. Enzo, invece, dopo aver coordinato, con vari viaggi in Europa e negli USA, l' emigrazione ebraica in Palestina, allo scoppio della guerra si sposta in Egitto, dove organizza la propaganda antifascista tra i prigionieri italiani. Nel '44 si fa paracadutare nei pressi di Firenze per partecipare alla Resistenza: arrestato e incarcerato dai nazisti, riconosciuto come ebreo, viene deportato a Dachau, dove verrà assassinato nel novembre 1944. Emilio, nel dopoguerra, sarà Ministro nel secondo e terzo governo de Gasperi (1946-47), diventando inoltre un noto studioso di storia agraria (tra le sue opere Il capitalismo nelle campagne, 1947 e la Storia del paesaggio agrario italiano, 1962). Queste vicende sono state in parte raccontate, alcuni anni fa, in un bel romanzo, Il gioco dei regni, dalla figlia di Emilio, Clara. Ora è possibile ricostruire, almeno in parte, il dialogo ininterrotto, a distanza, tra i due fratelli, nei momenti di speranza comune e in quelli di rottura, attraverso il loro epistolario, ritrovato da Jakov Viterbo, curatore dell'archivio del kibbutz Ghiv'at Brenner, fondato da Enzo Sereni. Abbiamo intervistato uno dei curatori dell'epistolario, Maria Grazia Meriggi, docente di storia contemporanea all'Università di Bergamo. - Qual è il significato storico ed umano di questo epistolario? - David Bidussa ha illustrato al meglio, nella sua introduzione, il significato dell'epistolario nel descrivere i percorsi della socializzazione di un ben determinato gruppo della comunità ebraica romana; rimando dunque ad essa. Ma è evidente che l¹epistolario illustra anche le passioni e la cultura di quella generazione di giovani che si formano negli anni Venti sotto l'influsso dell¹idealismo, che incontrano il socialismo, il comunismo, il movimento operaio attraverso l'antifascismo. Pochi anni di distanza diventano così determinanti: è lo stesso percorso di Manlio Rossi-Doria o di Giorgio Amendola, per restare nell¹ambiente napoletano. Il classismo di Bordiga sembra loro "arido" e inadeguato, proprio come quello del vecchio Psi delle cooperative e delle leghe. - Vi è, a tuo parere, anche un significato politico attuale? Nella concezione del sionismo di Enzo Sereni, esso può avere successo solo attraverso il coinvolgimento della popolazione arabo-palestinese. - Un significato dolorosamente attualissimo, di fronte alla guerra in corso in Israele e nei territori occupati. Sionismo "del lavoro", antifascismo, militanza nel Pci rispondono ad una esigenza -comune ai due fratelli- di far coincidere la costruzione di una nuova nazione (quella del popolo ebraico e quella italiana dopo la sconfitta del fascismo) con una radicale rigenerazione individuale e collettiva, da operarsi attraverso la promozione del conflitto sociale. Ancora una volta, molte delle affermazioni teoriche e dei comportamenti pratici di Enzo Sereni in questo senso potrebbero essere contrappuntate dalle analisi che Emilio fa del problema posto dai rapporti con gli arabi nella sua tesi di laurea sulla colonizzazione ebraica, scritta fra il '26 e il '27 nel corso del suo avvicinamento al gruppo degli operai comunisti napoletani. I problemi che egli individua sono quelli della proprietà della terra, delle vendite forzate, delle espulsioni di ex affittuari, del rapporto con il territorio. Emilio ne indica la soluzione in un¹alleanza fra lavoratori ebrei e arabi contro i latifondisti locali e nell 'assunzione da parte della borghesia ebraica del compito di modernizzazione dei rapporti proprietari e sociali. Schematismo marxista, dirà il lettore "moderno"! Ma sono i problemi messi in luce da ricerche recenti come quella, da poco tradotta in italiano, di Benny Morris (Vittime, Rizzoli,Milano 2001), che individua i limiti della mentalità coloniale di molti sionisti e le difficoltà di aggregazione degli arabi in forme politiche democratiche. - C'è anche una grande attenzione per la condizione della donna.. - Indubbiamente. E' una caratteristica di quella generazione di militanti della sinistra, ma è anche una caratteristica personale. Anche nelle scelte affettive i due mostrano una indubbia libertà. Emilio sposa una ragazza estranea al suo ambiente sociale (il padre era medico di casa Savoia, uno degli esempi più riusciti di affermazione sociale di un esponente della comunità ebraica romana; la madre apparteneva a una ricca famiglia di imprenditori tessili). La gravidanza prematrimoniale della moglie di Enzo, seguita dall'emigrazione che ai tempi sembrava un'avventura, suscitò critiche nell'ambiente ebraico romano. In alcuni articoli scritti per Israel nei primi mesi del suo arrivo in Palestina Enzo riconosce di sentirsi un po' spiazzato dai modi e dall'aspetto delle donne impegnate in duri lavori agricoli; sua moglie, la cui bellezza e il cui fascino traspaiono dai toni sempre affettuosi con cui lo stesso Emilio le si rivolge nell'epistolario, diventerà una delle organizzatrici dell¹emigrazione clandestina degli ebrei scampati allo sterminio in Palestina. - Quello che colpisce in Enzo Sereni è anche una certa capacità profetica: la certezza della vittoria nella lotta contro il nazismo, la capacità di scorgere i lati deboli ed oscuri della rivoluzione bolscevica. - Potrei dire che ognuno dei due fratelli vede profeticamente i limiti e le contraddizioni del progetto politico dell'altro: l'irrigidimento dogmatico e autoritario dell¹Urss, la degenerazione nazionalistica di Israele in moltissime fasi della sua storia. Ma Emilio continua a credersi sionista in quanto difende l'affermazione degli ebrei come popolo ed Enzo afferma (e lo dimostra con i fatti) di volere costruire prima una nazione democratica che uno stato nazionalistico. La polemica è piuttosto fra socialismo "costruttivo" kibbutzistico e socialismo basato sul conflitto di classe. D' altra parte lo stesso Enzo apprezzerà esplicitamente il ruolo dell¹Urss nella guerra contro il nazismo, nei suoi interventi sul Corriere d¹Italia, il giornale di orientamento azionistico pubblicato in Egitto, a partire dal 1941. Non è possibile proiettare sulle posizioni dei due negli anni Trenta e Quaranta le nostre acquisizioni di oggi. - Anche Emilio (a parte, forse, l¹atteggiamento nei confronti di Trotzky) non appare così politicamente "ortodosso". Ad un certo punto, nel 1937-38, viene addirittura allontanato dal gruppo dirigente del PCI. - Emilio è stato certamente ortodosso, nel senso che ha cercato di applicare il marxismo all¹analisi della questione meridionale e della formazione del capitalismo nelle campagne in prima persona, senza passare per Gramsci (tra l'altro i suoi lavori di storia agraria sono tuttora importantissimi), ma all'interno di questa ortodossia (generazionale e storicamente determinata) è stato un uomo capace di grandi libertà culturali. Arrivato in Francia (le lettere e le note, basate su documenti dell'Archivio di Stato, lo attestano) ha continuato a frequentare persone appartenenti a gruppi e partiti socialisti o vicini ad ambienti ebraici di cultura GL: la discriminante, la bussola era rappresentata dall¹antifascismo. La stessa polizia fascista era rimasta perplessa e spiazzata. Un aspetto della sua fedeltà alla ricerca di un socialismo basato sull¹autogoverno dei lavoratori e sul conflitto sociale, a quella riflessione sulla democrazia economica che aveva appassionato i sionisti "del lavoro" ( almeno nella pratica quotidiana, se non nelle teorizzazioni) e soprattutto gli azionisti è il suo estremo interesse per i Consigli di Gestione. Questo aspetto (come si creano gli istituti della democrazia economica) in tempi come i nostri, di esportazione in politica dell¹autoritarismo imprenditoriale, mi sembra di paradossale attualità.... - Il destino politico dei Sereni è quella di una scelta ideologica forte, ma non è, in fondo, anche una scelta di solitudine? - Sono stati entrambi capaci di scelte di dolorosa distinzione dal loro campo. Ma parlare di solitudine, oggi, per due persone che comunque sono state fino in fondo dentro a straordinari processi collettivi, mi sembra inadeguato. - In conclusione, allora, come li possiamo definire? Visionari, idealisti, utopisti? - Non ritengo che possano essere definiti utopisti nel senso corrente del termine. Sono stati dei militanti irriducibili formatisi negli anni delle scelte obbligate dalla lotta antifascista, consapevoli che senza la mobilitazione consentita da una potente immagine dell'avvenire e da una passione trasformatrice collettiva si fa analisi sociale, si fa (forse) ricostruzione storica ma non si fa politica democratica. Né rivoluzionaria né riformista.

Milano, 18.9.2001

Enzo Sereni - Emilio Sereni, Politica e utopia. Lettere 1926-1943, a cura di David Bidussa e Maria Grazia Meriggi, La Nuova Italia, Milano 2000, pp. 232, £ 39.000


Nel suo nuovo libro, il famoso giornalista rievoca i principali eventi del Novecento. Anticipiamo il capitolo sulla dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940

Addio alla pace, il giorno più lungo

di ENZO BIAGI


Del saggio di Enzo Biagi «Addio a questi mondi» edito da Rizzoli (pagine 322, euro 22,00) pubblichiamo il brano iniziale del capitolo «Dal 10 giugno 1940 a Piazzale Loreto». Il libro sarà fra breve nelle librerie 

10 giugno 1940: era un lunedì. A Bologna, al Cinema Savoia, proiettavano un lungo documentario tedesco: Guerra all’Est . Si vedevano le immense, malinconiche campagne della Polonia. (...) 
Era un pomeriggio caldo. Nemmeno una nuvola spuntava da dietro le colline. Attorno al Nettuno c’erano operai in tuta blu e giovani fascisti in divisa, massaie rurali, ragazze in camicetta bianca e gonna nera, militi, uomini e donne, bambini. Anche piazza Vittorio Emanuele era gremita. Aspettavano, ma non facevano molto rumore, come le altre volte. Non mi pare ci fossero bande o fanfare; soltanto quando lui disse: «Popolo italiano, corri alle armi!» scoppiò un urlo. «L’atmosfera» notò come sempre il cronista «si fece vibrante»; solo una donna con la sporta, chissà chi era, stava in un angolo, vicino alla lapide che riportava il bollettino di Armando Diaz: si mise a piangere adagio, sommessamente (...). 
Ho chiesto a Gianni Agnelli come ricorda quel giorno. Ecco il racconto: «Ero iscritto a Giurisprudenza a Torino, e ci chiamarono in via Po per ascoltare la voce del capo. Stavo assieme agli altri studenti. Ero convinto che non avrebbe dichiarato le ostilità. Fu ascoltato con poco entusiasmo. Alcuni erano tristi, io anche. 
«Pranzai con mio nonno. Aveva visto Mussolini tre giorni prima che ci mettesse nei guai. "Come stanno i lavoratori di Torino?" gli chiese. "Devono essere grati al Duce che tiene il Paese fuori dalla mischia." Non disse nulla e noi continuammo a vendere, fino all’ultimo, camion alla Francia. Approfittai, come molti altri universitari, di quella specie di amnistia che c’era per chi era destinato al fronte: il diciotto assicurato. Diedi l’esame di Scienze delle finanze con il professor Luigi Einaudi. Sembrava non vedesse niente, prendeva i libretti, metteva il voto, firmava, li restituiva. Quando fu il mio turno, senza alzare la testa, sbrigò la formalità e disse: "Con il suo nome si dovrebbe vergognare". Eravamo una decina, c’erano preti, ragazze. Io tacqui, ma un compagno intervenne: "Si vergogni lei, con il suo, a stare dietro a quella cattedra". 
«Mussolini l’ho visto la prima volta da bambino, al Lingotto; ci fu l’adunata nel cortile, il nonno indossava il tight, eravamo nel ’32. Sette anni dopo, invece, a Mirafiori, molte cose erano già cambiate: portava l’uniforme di membro del Senato, io ero in divisa del Guf, stavo sul palco, ma in fondo. Arrivò con una Lancia o un’Alfa, e la cosa fu considerata di pessimo gusto. Poi si rivolse alle maestranze: "Il mio discorso sulla previdenza e sugli orari settimanali, lo avete letto?", chiese. Un lungo, imbarazzato silenzio. "Allora" riprese irritato "andate a casa e leggetelo." 
«In casa mia, erano amici di Galeazzo e di Edda: lui non mi piaceva, aveva la voce chioccia, le calze arrotolate, faceva il critico, l’oppositore, mentre ci stava dentro e ne traeva tutti i vantaggi. Si dava molto tono, non mi seduceva nulla dell’estetica dei camerati. Edda invece era affabile, prepotente, generosa, viziata; l’ho rivista anche dopo, ma non l’ho mai sentita parlare del passato». 
Ecco la testimonianza di Riccardo Bacchelli: «La dichiarazione di guerra l’ho sentita annunciare da Mussolini, ero sul ponte Carignano, a Genova, e la gente l’accolse con un tetro silenzio. Sono realisti e quelle parole li spaventarono. Dall’Etiopia in poi, io pensavo al peggio. Mi sentivo come il cane che durante la pioggia cammina lungo il muro. Quello che mi turbava era il rimbecillimento generale, e ne avvertivo i sintomi». 
Luciano Lama, allora, era studente. «Mi trovavo» racconta «a Firenze, ero iscritto a scienze politiche. Mio padre, ferroviere, sognava per me la carriera diplomatica. Già allora avevo orientamenti antifascisti, ero collegato con un gruppo di Giustizia e Libertà. Ogni tanto distribuivamo qualche opuscolo. Era un’opposizione morale. Dopo sette mesi sono andato alle armi. Pensavo che si potesse vincere e che non fosse possibile liberarci dalla dittatura». 
Il giovanotto Federico Fellini, classe 1920, è redattore del Marc’Aurelio . Se ne è andato da casa per inseguire i suoi sogni. Disegna vignette e scrive pezzi sulle «fidanzatine». Il direttore del periodico è uomo di fede: alle 13, quando la radio trasmette il bollettino delle operazioni, tutti in piedi e sull’attenti. 
Quel giorno Federico è solo in sede, via Regina Elena 68. Ha un lavoro da terminare ed è un pomeriggio afoso. Dal cortile, sale la voce di un altoparlante: «Sentii» ricorda «lui che parlava dal balcone, ma non pensai a niente. Scesi e vidi nel cortile la portiera che stava occupandosi di una gattina che aveva partorito in una scatola di cartone. Mi avviai verso piazza Barberini, uno in bicicletta urlava: "C’è la guerra". Entrai in un caffé e chiesi un Aperol: "Lo vuole con la buccia di limone?" mi domandò il barista. 
«Poi commentò: "Accidenti, che casino!"». 
Giorgio Amendola si trovava in Francia e aveva trovato rifugio a Marsiglia. Era privo di collegamenti e non aveva documenti falsi. «Un bombardamento fascista» racconta «annunciò l’entrata in guerra dell’Italia. Io ero in tram, suonarono le sirene e qualcuno diede la notizia. Sentii un grande dolore e una grande vergogna. Decisi di passare subito alla clandestinità e di non recarmi al luogo dove gli italiani erano invitati a recarsi per regolarizzare la loro posizione. Dovevano presentarsi al campo sportivo. La vergogna nasceva dal fatto che attaccavamo un Paese già caduto, il dolore dalla certezza che l’Italia sarebbe uscita distrutta da quella precipitosa partecipazione al conflitto. L’idea che attraverso la disfatta delle camicie nere si sarebbero create le condizioni del nostro ritorno non mi confortava. Avrei voluto che gli italiani riacquistassero la libertà senza passare attraverso quello che sarebbe stato certamente un periodo tragico».


Corriere della Sera
17 maggio 2002


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