ILLUMINISMO LOMBARDO Esce dopo due secoli e mezzo il «Saggio» sulle vicende d’Italia, importante lavoro giovanile di Alessandro. Contraddicendo il fratello Pietro, egli non volle mai pubblicarlo

VERRI  Le passioni fanno la storia

di BARBARA SCALVINI


Sul frontespizio di una copia della Storia d’Italia tenuta con sé fino agli ultimi anni Alessandro Verri nel 1808 appone, quasi ad epigrafe, il proprio stesso reciso giudizio definitivo di condanna: «Opera di mia gioventù, con giudizi arditi, stile bastardo, ansietà di paradossi, troppo scarsa nel racconto per soverchia rapidità, nondimeno composta con molta fatica e diligenza dal vigesimo secondo al vigesimo quinto anno della mia età». Non fu mai pubblicata l’opera alla quale il più giovane dei due fratelli animatori della Milano del Caffè aveva dedicato l’impegno più fervido e le speranze più ambiziose proprio nel biennio 1764-66, stagione della fioritura dell’impresa pubblicistica più audace della Lombardia austriaca. Eppure Pietro Verri a lungo aveva perseverato nell’auspicare e nel preparare l’edizione dell’opera che doveva sancire davanti al mondo i meriti e le doti del più caro dei compagni. A lui, nel sodalizio che univa l’ école de Milan , anche sulle pagine del Caffè spettava la ricognizione storica e il ripercorrimento del processo che aveva condotto allo stato presente, oggetto delle formalizzazioni di Beccaria e del concreto impegno edificatore di Pietro. Il carattere precipuo di Alessandro «caffettista» consiste nella vena storiografica, che lo induce a formulare giudizi misurando istituti, leggi e personaggi sulla loro plausibilità storica, sulla compatibilità con il contesto. 
Alla Storia d’Italia Verri riserva la parte più intensa delle sue energie, e attraverso questa esperienza ricostruttiva va emancipandosi dalle linee programmatiche di Pietro: rifiuta la proposta del fratello di pubblicare per la Francia una raccolta dei suoi articoli di storia istituzionale preservando il proprio materiale dalle sorti di illuminato pamphlet e ricucendolo in un’opera che avrà significamente per qualifica Saggio della Storia d’Italia . Fu il primo esperimento di «nuova storia» compiuto in Italia a mettere a frutto il patrimonio documentario di Ludovico Antonio Muratori e a dar voce ad un’istanza che ormai sollecitava diversi intellettuali operanti nel contesto peninsulare. 
La stesura dell’opera può considerarsi completata nel 1766. Durante il viaggio a Parigi e Londra, che mai conobbe ritorno e che allontanò definitivamente Alessandro dall’ambiente milanese e dalla quotidiana condivisione con Pietro, il progetto editoriale dell’opera venne perseguito da entrambi i Verri, sino a giungere ad una parziale stampa presso Aubert. Il carteggio assiduo tra i due fratelli, proseguito per lunghi anni mentre Alessandro ormai risiedeva a Roma, tratteggia le tappe dello sfumare dell’iniziativa, dai tentennamenti dell’editore, al tepore critico dei padri Minimi censori del primo embrione a stampa, alle perplessità crescenti dello stesso Alessandro, che dai combattivi propositi manifestati nel settembre 1767 giunge ad opporre alla costante determinazione di Pietro una progressiva riluttanza fino all’esplosivo «Non m’importa più» del novembre 1769. 
Eppure la peculiare vocazione storiografica del più giovane dei due Verri resta a lungo fonte prediletta di consiglio e consulenza per Pietro, che nel corso della revisione delle sue Considerazioni sul commercio vi ricorre costantemente, traendone continui richiami ad un rigoroso confronto documentario, ampi suggerimenti di citazioni di fonti, sollecitazioni a prediligere notizie di prima mano e contemporanee rispetto a bibliografie posteriori. 
Il vasto piano dei riferimenti che accompagnano il Verri verso un approccio critico nei confronti dei lumi coinvolge influssi e modelli di matrice britannica. Il maggiore e più determinante di questi è David Hume. Fondamentale testimonianza della preferenza istintiva e convinta che il giovane Alessandro accorda a Hume e alla storiografia inglese in genere è la nota lettera del 5 marzo 1768 al fratello Pietro: «Io vorrei una mansueta filosofia anche contro gli errori del vizio: e vorrei che la sua forza stesse nella verità e non nell’entusiasmo. Lo stile di Hume per questo mi piace assai. Ha detto e provato più lui colla sua tranquilla profondità che non tutti insieme i filosofi francesi, se ne eccettuiamo Voltaire, tremendo fulmine delle opinioni. Hume, dubitando sempre delle forze dell’umana ragione, accrebbe i di lei diritti e, degradandola in apparenza, la esalta in sostanza». Conquistato dallo stesso atteggiamento realistico che consuonava col primato ch’egli sentiva di assegnare alla «natura» sulla «ragione», Verri rilegge il razionalismo montesquieviano solo a condizione di poterlo correggere e integrare con la moderazione che marca l’empirismo humeano, giovandosi di essa come di un irrinunciabile limite. Anzi, nell’ottica generale dell’interpretazione della storia come processo, aderire a Hume significa per Verri rifiutare radicalmente una concezione in qualche modo provvidenzialistica voltairiana o del tutto ciclica dell’evoluzione della società, in favore di una visione «lineare discendente» che si sovrappone all’individuazione dei cicli ricorrenti e afferma la prevalenza di un quid irrazionale che trascina rovinosamente la vita degli uomini verso l’ingovernabilità. 
È da Hume, di cui condivide l’idea del carattere costitutivo delle passioni nella vita umana, che Verri apprende a giudicare gli uomini secondo quella «uniformità naturale» per la quale ogni loro azione, qualunque siano le circostanze, e qualunque sia la pars propugnata, è animata dagli impulsi, che vengono a costituire dunque il vero fondamento del «neutralismo» verriano in opposizione a quello moralistico, per esempio, di Mably. Ancora, la sostanziale sfiducia nella possibilità di ordinare l’ enthusiasm delle masse è la matrice di tanti paragrafi nei quali si guarda con orrore alla «libertà» politica sempre abusata e con sollievo alla soluzione autoritaria: «I fanatismi hanno il lor moto concepito. Si spingono le onde del mare l’una l’altra sino al lido, anche cessato il soffio de’ venti. Una nazione agitata da mille rivoluzioni, sensibile ed inquieta, in tempi di governo feudale divisa in piccoli principati aveva un gran materiale per queste follie. L’uomo sociale ha tante passioni, che gli soliti avenimenti umani non bastano ad esercitarle tutte. Vi vogliono per occuparlo delle rivoluzioni. Le desidera, se ne compiace. Lo spirito di partito è perciò facilissimo a destarsi. È la malatia più comune dello spirito umano. S’introduce in ogni ceto d’uomini. Nissun teatro ne va esente. Le passioni degli uomini condensati nei recinti delle città si urtano violentemente, sembra che non si possano contenere e che rigurgitino» (c. XIX). La soluzione politica, ovvero la scelta della forma di governo, in un quadro di ingovernabile irrazionalità collettiva, assume dunque in linea con Hume, e poi Smith, una connotazione meramente utilitaristica e strumentale. 
Ciò che distacca Verri da Hume è il rifiuto della nozione di « useful prejudice» . Per Verri l’espressione «pregiudizio utile» svanisce in fumosità ossimoriche, risulta inconsistente in quanto l’eccesso superstizioso conduce inevitabilmente a esiti di violenza e lo spazio del controllo strumentale sulle opinioni è pericolosamente ridotto. 
Se Francia e Gran Bretagna avevano tracciato la strada dei nuovi criteri per la storia, essi in Italia dovevano essere resi operativi, in grado di fecondare e non puramente sostituire il pachidermico deposito documentario dell’erudizione. 


Il libro : Alessandro Verri, «Saggio sulla storia d’Italia», a cura di Barbara Scalvini, Edizioni di storia e letteratura (Roma, 2001), pp. 388, lire 134.000. L’articolo qui pubblicato è stato tratto, per la presentazione in anteprima, dall’introduzione della curatrice 


Corriere della Sera
17 giugno 2001


Garibaldi, idealista senza ideologie

Giuseppe Garibaldi è, con Dante, Colombo, Leonardo, uno dei pochi italiani conosciuti in tutto il mondo, l'unico (forse insieme agli stilisti della moda) dei tempi moderni. Alfonso Scirocco (a scanso di equivoci, nessun legame di parentela con l'estensore di queste note) ne ha tracciato una biografia ben scritta, attenta alla contestualizzazione storica, equilibrata, ma che mostra tutta la sua simpatia per il personaggio, con particolare attenzione ai motivi della sua fama, che ne fecero l'eroe per antonomasia, le cui imprese da poema epico colpirono la fantasia delle masse, ma anche di intellettuali come Herzen e Hugo. "Io son fatto per rompere i coglioni a mezza umanità, e l'ho giurato", scrive il giovane nizzardo in una lettera dell'ottobre 1837; "la guerra es la verdadera vida del hombre" è la frase che porrà a chiusura della prefazione delle sue Memorie. In queste due citazioni (che, a ben vedere, sono anche dei propositi di vita) sta, in fondo, il personaggio Garibaldi e, al di là delle apparenze, la sua complessità che Scirocco ha il merito di analizzare nei suoi molteplici aspetti e nei vari periodi della sua vita: dagli anni giovanili passati, spinto dalla precoce "propensione alla vita d' avventura", come marinaio sulle rotte del Mediterraneo (nelle lunghe navigazioni imparerà ad osservare attraverso il cannocchiale il terreno che gli sta davanti, una pratica che gli sarà utile successivamente come soldato, ma che lo spingerà spesso ad aver troppa fiducia nell'avanzata e a prestare poca attenzione alla difesa dei fianchi e delle spalle) alla partecipazione ai primi moti mazziniani, all'esilio in America Latina. Proprio in questi anni, nei quali si troverà impegnato in prima linea nella rivolta indipendentista del Rio Grande do Sul e, successivamente, al comando della marina militare uruguaya impegnata nella "guerra grande" con l' Argentina, incontra la diciottenne Anita, che gli darà quattro figli, prima di perire tragicamente dieci anni dopo, nella fuga da Roma (Garibaldi, alto un metro e 66, non particolarmente bello, ma prestante e dotato di uno straordinario fascino, avrà, fino alla vecchiaia, una vita sentimentale tumultuosa, con altre due mogli e numerosa figliolanza). Nell'aprile 1848 Garibaldi parte dall'Uruguay, approfittando dei cambiamenti politici avvenuti in Italia dopo l'ascesa al trono sabaudo di Carlo Alberto. Pochi anni prima aveva costituito a Montevideo una "legione italiana", avente come divisa una tunica rossa di lana, confezionata in realtà per i lavoratori dei macelli. La sua fama si è ormai diffusa, se lo contendono moderati e democratici, ma torna in Italia senza un compito preciso, solo per aver sentito squillare l' "universal chiamata". Deluso da Carlo Alberto ("Se il re di Sardegna ha una corona, che conserva a forza di colpe e di viltà, io ed i miei compagni non vogliamo conservare con infamia la nostra vita"), combatte a difesa della Repubblica romana e, dopo la sua caduta, torna in esilio, prima a Tangeri, poi a New York (dove, con Antonio Meucci, il futuro inventore del telefono, tenta di intraprendere una fallimentare attività di produttore di candele). Nel 1854 decide di rientrare a Nizza e, l'anno successivo, acquista un appezzamento di terreno nell'isola di Caprera, dove comincia a costruirsi personalmente una casa, a coltivare la terra e ad allevare animali: sarà il buen retiro degli anni della vecchiaia. Con il pragmatismo che, contrariamente a ciò che può sembrare, lo contraddistingue, non intende più gettarsi in avventure compromesse in partenza e, come aveva sempre fatto anche in precedenza, desidera far avallare le proprie azioni da autorità riconosciute. Non sarà "lo strumento che lavora inconsciamente per noi" (come scriverà, nel luglio 1860, Costantino Nigra a Cavour), ma prosegue il suo riavvicinamento alla monarchia sabauda, nella convinzione che eserciti addestrati come quelli austriaci e francesi potessero essere battuti solo da eserciti altrettanto organizzati. Da qui il dissidio con Mazzini ("Mazzini conosce l'Italia colta e ne domina gli spiriti, ma con essi non si mette insieme un esercito", scrive ad Herzen nel 1854), accentuato dal fallimento della spedizione di Pisacane. Garibaldi incontra Cavour e Vittorio Emanuele II, diviene vice-presidente della Società Nazionale e generale dell'esercito sardo, al comando dei "Cacciatori delle Alpi", con i quali combatterà nella seconda guerra d'Indipendenza. La diffidenza nei confronti di Cavour lo porta ad aderire a progetti di ispirazione mazziniana, anche se per le strategie politiche continua ad affidarsi a Vittorio Emanuele II: si dimette dalla Società Nazionale per diventare presidente di una nuova associazione, la "Nazione armata" e sostenere Rattazzi contro Cavour ("Garibaldi non è aquila, ma leone. Il leone si distingue per la forza e non per l'intelligenza", dirà in questa occasione il marchese Pallavicino). Una fiducia nei confronti di Vittorio Emanuele ribadita anche durante l'epopea dei Mille, certamente "una delle più stupefacenti imprese militari del nostro secolo", come scrisse Engels, ma anche circondata da una retorica financo eccessiva (pare, tra l'altro, che nella battaglia di Calatafimi, Garibaldi non abbia pronunciato la celeberrima frase: "Qui si fa l'Italia o si muore", ma un più prosaico "Ritirarsi, ma dove?"). Nel periodo di dittatura sull'isola emergono anzi la sua debolezza politica e le sue contraddizioni: Garibaldi non intende intende deludere la massa dei contadini, ma mentre abolisce la tassa sul macinato, l'appellativo di Eccellenza e il baciamano tra uomini, cerca l' appoggio dei ceti dominanti, fino alla triste pagina di Bronte (descritta da Verga in una delle sue novelle e da Florestano Vancini in un bel film di qualche anno fa). Non c'è da stupirsi quindi se, dopo la vittoria del Volturno, Cavour (e lo stesso re) avranno fretta di mostrare che l'avventura rivoluzionaria era finita e di ristabilire l'ordine. "Degli uomini si fa come degli aranci, spremutone il succo fino all'ultima goccia, se ne getta la buccia in un canto", sarà l'amaro commento di Garibaldi. Fallito ripetutamente (sull'Aspromonte e a Mentana) il tentativo di compiere l'unità italiana per mezzo dell'iniziativa rivoluzionaria, la sua ultima grande impresa sarà la partecipazione alla guerra franco-prussiana a fianco dei repubblicani francesi. "Mai mi era sembrato così grande", scriverà Bakunin. E' in questa fase che si crea un altro mito, quello del Garibaldi socialista ed internazionalista, che tanta fortuna avrà nella sinistra italiana, fino alla Resistenza e al secondo dopoguerra: pensiamo alle Brigate Garibaldi e all'utilizzo della sua immagine come simbolo del Fronte popolare. Un mito che Scirocco circoscrive con attenzione, precisandone i contenuti: "non lo sfiorò mai l'idea di prendere le armi per la lotta sociale. La solidarietà verso gli oppressi si proiettava in un futuro in cui gli ordinamenti repubblicani e la fine delle guerre avrebbero permesso un'equa distribuzione delle ricchezze". Una posizione che provocò l'ironia di Marx (che a Londra, come peraltro, per opposti motivi, la regina Vittoria, non volle incontrarlo) e che è confermata dal giudizio ambivalente verso la Comune e nei confronti dell'Internazionale (che pure definì "il sol dell'avvenire"). Garibaldi muore il 2 giugno del 1882 a Caprera, assillato negli ultimi anni da preoccupazioni finanziarie, per superare le quali riprende l'attività di scrittore di romanzi storici, modesti sul piano letterario, ma interessanti come documento storico ed autobiografico. Lascia disposizioni per essere cremato: non otterrà neppure questo, per l'opposizione delle autorità che insistono perché il cadavere sia seppellito per essere conservato alla venerazione dei posteri (e per non violare la proibizione, da parte ecclesiastica, di questa pratica). "Un idealista senza ideologie", in conclusione, ma anche un realista cosciente dei propri limiti (non volle mai mettersi a capo di un partito politico) che, un anno prima di morire, diede di se stesso, in una lettera a Cavallotti, il ritratto forse più veritiero: "Chi io sia, lo sanno i miei concittadini: un composto di bene e di male come tanti altri, assuefatto a dire il vero a qualunque costo, e professarlo: quindi repubblica, nemico del dispotismo e dell'impostura, che signoreggiano il mondo a dispetto delle generali millanterie di libertà e di civilizzazione" .

Giovanni Scirocco
13.9.2001

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Alfonso Scirocco, Garibaldi. Battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Laterza, Roma-Bari 2001, pp. 434, £ 38.000, Euro 19,63


ELZEVIRO Gli studi sul marxismo

L’«Avanti!» applaudì il «compagno Croce»

di Giuseppe Galasso


Nel 1896, per la nascita dell’«Avanti!», il giornale del partito socialista fondato in Italia nel 1892, Benedetto Croce sottoscrisse mille lire: una somma allora ragguardevole. Nello stesso tempo avviò uno studio intenso dei testi marxistici. Antonio Labriola, il maggiore studioso del marxismo in Italia e suo amico e, per qualche aspetto, maestro, gli dava consigli al riguardo. Nel maggio 1896, sapendo che Croce cercava «dei libri di vecchia letteratura marxista», gli scrisse che era un «caso disperato». Egli stesso aveva letto due anni prima la Sacra Famiglia di Marx e Engels solo «sopra un esemplare venutomi in prestito dall’Inghilterra, assicurato per 500 franchi», e ne aveva fatto «un lungo estratto». Ne aveva poi potuto acquistare «una copia a Vienna, da un inesperto, per venti fiorini»: voleva dire a basso prezzo; ma poi l’aveva «lasciata intonsa», non avendola riletta. Possedeva pure due copie di Miseria della Filosofia , il testo marxiano del 1847 che discuteva il «socialismo piccolo-borghese» di Proudhon, ma una l’aveva «di recente ceduta a Vienna per un’altra rarità». Consigliava, inoltre, a Croce di leggere l’ Anti-Dühring di Engels, che definiva «il più grande libro di scienza generale che sia uscito da penna socialista», anzi «il libro obbiettivamente di maggior valore che ci sia ora nella concezione generale filosofica»; e glielo voleva anche regalare. Labriola - si sa - era volto al marxismo con animo che, se il termine non si prestasse a equivoci, vorrei definire pio. Nel 1892, avendo saputo che Croce conosceva Eleonora Marx-Aveling, gli aveva scritto: «Fate di prestarmi un giuramento, che voi avete visto coi vostri occhi mortali la figlia di Carlo Marx», aggiungendo che si sentiva, in ciò, come «quel provinciale, cui mostrai Mommsen nella bottega di Detken: ma è impossibile, mi disse!». Nell’aprile 1895 aveva pure invitato il suo giovane amico ad abbonarsi al «"Devenir Social", organo marxista», di cui era uscito il primo numero e che egli giudicava «vera rivista, e non "Critica Sociale" alla Turati». Come si può intuire anche da questi accenni, ferveva allora la discussione sul marxismo e fra ortodossi e revisionisti si combatteva più che animatamente. Croce si diede ai suoi studi marxistici con tutta la straordinaria serietà del suo impegno e con la sua ancora maggiore capacità di lavoro. Nacquero così i saggi, che poi raccolse nel volume Materialismo storico ed economia marxistica , pubblicato da Sandron nel 1900 e ora apparso per l’edizione nazionale delle opere di Croce presso le eleganti e accuratissime edizioni Bibliopolis, di Francesco Del Franco, e con una penetrante nota critico-interpretativa di Piero Craveri, a cura di M. Rascaglia e S. Zoppi. 
L’«Avanti!» parlò allora del «compagno Croce». Ma Croce si era interessato al marxismo soprattutto sul piano del pensiero. I suoi scritti in materia ne fecero una critica serrata, procurandogli fama e prestigio nella discussione europea dell’epoca. Il suo atteggiamento verso il marxismo andò cambiando col tempo, da un vivo apprezzamento per la forza e l’acume realistico di quel pensiero a una negazione via via accentuata per la traduzione che esso riceveva nella prassi politica europea, specialmente dopo l’instaurazione del totalitario regime comunista in Russia, con le sue aspirazioni alla egemonia mondiale della sua rivoluzione e del suo socialismo «reale», ma dal volto assai poco umano. In ultimo avrebbe parlato della «spiritosa invenzione del materialismo storico». E, tuttavia, trasceso in teoria e demolito criticamente, il seme di quel primo interessamento qualcosa avrebbe pur sempre contato in lui, anche per dialettica opposizione, fino a suggerirgli nel 1932 le mirabili pagine finali della Storia d’Europa, in cui era anticipato il giudizio che meno di sessant’anni dopo si sarebbe trovato tradotto in realtà. 
Avrebbe lasciato un segno anche nella sua biografia. Quando Giustino Fortunato lo propose a Giolitti, al suo terzo governo fra il 1906 e il 1909, per la nomina a senatore del Regno, emerse, nelle informazioni di ufficio fornite dai carabinieri, la sottoscrizione di dodici, tredici anni prima per l’«Avanti!», e Giolitti dové tener conto di quel precedente, considerato negativo per i criteri dell’epoca. Lo fece, quindi, sapere a Fortunato e Croce fu poi fatto nominare senatore sotto il governo di Luigi Luzzatti nel 1910.


Corriere della Sera
25 ottobre 2001


I carteggi Turati-Ghisleri (1876-1926)

L'edizione dei carteggi Turati-Ghisleri rientra nell'ambito di un progetto editoriale iniziato alcuni anni fa dalla Fondazione di studi storici "Filippo Turati" di Firenze che, nell'intento di dare alla stampe nella loro interezza tutto il corpus degli epistolari turatiani, ha già portato alla pubblicazione di diversi volumi (Filippo Turati e i corrispondenti stranieri. Lettere 1883-1932; Filippo Turati e i corrispondenti italiani in esilio 1927-1932; Filippo Turati e la nobiltà della politica). Il carteggio, proveniente soprattutto dalle carte Ghisleri presso il Museo del Risorgimento di Milano e la Domus mazziniana di Pisa e, in minima parte, dalle carte Turati presso l'IISG di Amsterdam e la Fondazione Feltrinelli di Milano, era già stato parzialmente pubblicato da Liliana Delle Nogare (in "Movimento Operaio", gennaio-giugno 1956) e da Pier Carlo Masini (in "Critica Sociale", gennaio-febbraio 1959), ma viene ora edito integralmente, almeno per il materiale che è stato possibile rintracciare (le ultime lettere di Ghisleri risalgono al maggio 1886). Nella sua lunga introduzione il curatore Maurizio Punzo, docente di storia contemporanea all'Università di Milano, insiste sull'importanza di questo epistolario, sia per l'arco cronologico da esso abbracciato (dal 1876 al 1901), sia per la sua mole, inferiore solo a quello con la Kuliscioff (a proposito del quale una giovane studiosa, Claudia Dall'Osso, ha pubblicato recentemente, per i tipi della Nuova Italia, alcune lettere inedite), sia, infine, perché supplisce, seppure solo in parte, alla perdita di altri epistolari turatiani, come quelli con Leonida Bissolati e Felice Cameroni. Luigi Cortesi, nel suo Turati giovane (Ed. Avanti!, Milano 1962) aveva in effetti già evidenziato l 'influenza di Ghisleri sulla formazione del giovane Turati. Punzo, polemizzando apertamente con Renato Monteleone, il quale, nella sua biografia turatiana apparsa nel 1987, aveva affermato che la personalità politica di Turati potesse dirsi già compiuta agli inzi degli anni '90, accoglie solo in parte le indicazioni di Cortesi, cercando di inquadrare con maggiore chiarezza il significato di questa influenza. Quando, nel 1876, su indicazione di Bissolati, il diciannovenne Turati si rivolge a Ghisleri, di soli due anni più anziano di lui, quest'ultimo aveva già fondato l' "Associazione del Libero Pensiero" e andava pubblicando il giornale "Il Preludio". Inizia da questo momento una corrispondenza fittissima: gli interessi di Turati sono in questa fase prevalentemente letterari (anche se fin dal 1878 dichiarerà la sua adesione al socialismo, sia pure nella sua versione positivistica ed evoluzionistica, distinguendosi così dalle posizioni repubblicane dell'amico) e la sua collaborazione al "Preludio" e alla riviste che Ghisleri andrà successivamente fondando, a partire dalla "Rivista repubblicana", verterà inizialmente sulla propria produzione poetica (di un gusto molto lontano dal nostro, ispirata com'era alla "seconda generazione" romantica e al Prati in particolar modo. D'altronde, lo stesso Turati ammetteva di avere "simpatie codine in fatto di poesia" e non è quindi un caso che nella memoria comune sia rimasto solo l'Inno dei lavoratori) e sugli studi giuridici che andava compiendo. Il giovanissimo Turati stenta a trovare la propria strada e vede in Bissolati e Ghisleri le proprie guide spirituali e morali, soprattutto quando inizia ad essere colpito dai primi sintomi della nevrosi che l'affliggerà per circa dieci anni e che lo porterà a farsi curare dai più celebri medici dell'epoca, da Mantegazza a Lombroso sino a Charcot. La malattia di Turati (la cui guarigione coinciderà con l'inizio dell'attività politica e con l'incontro con la Kuliscioff) è indubbiamente uno degli argomenti centrali di questo epistolario, insieme alla frenetica attività giornalistica e alla ricerca di un impiego stabile da parte di Ghisleri (lo troverà dedicandosi all' insegnamento nei licei, trasferendosi da Matera a Savona a Bergamo, e agli studi geografici). Un legame talmente stretto da spingere Turati a criticare con parole piuttosto aspre l'annunzio, da parte di Ghisleri, del proprio matrimonio. Nel frattempo prende però corpo l'impegno politico di Turati nel nascente movimento socialista, grazie anche all'incontro, tramite Bignami e Gnocchi Viani, col gruppo operaista milanese: lo scioglimento da parte del governo del Partito operaio porterà Turati a rompere coi radical-democratici alla Cavallotti e ad assumere la difesa degli operaisti imputati. Nello stesso periodo Ghisleri dà vita al progetto di "Cuore e Critica". Turati, sebbene inizialmente scettico (soprattutto sul titolo della testata) inizia a collaborarvi sempre più assiduamente, nel tentativo di trovare, come scrive il curatore, "un canale più vasto, nazionale e non partitico, per mantenere i contatti col mondo della cultura e della democrazia in senso lato". Sono questi gli anni di più intensa collaborazione tra Ghisleri e Turati: seppure sempre più impegnato politicamente e professionalmente, Turati partecipa direttamente alla redazione della rivista (anche se confessa di non riuscire a leggere tutti i i libri che recensisce ed invocando quindi scherzosamente l'amico: "Distruggi per carità questa cartolina. perché se mai dovessero farne un epistolario!. Ma no, anzi lascia correre: i posteri, per questo riguardo, saran certo assai peggio di noi"). La parte più significativa di questo epistolario, dal punto di vista storico, è forse proprio quella relativa al passaggio da "Cuore e Critica" alla "Critica Sociale". Dal 1891 Turati assume la direzione della rivista e Ghisleri si dedica con sempre maggiore assiduità agli studi di carattere geografico: la corrispondenza tra i due si fa sempre più rada, anche se continuerà per 10 anni. La rottura avverrà nel 1901, quando Ghisleri assumerà la direzione del quotidiano repubblicano "L'Italia del popolo", spingendolo su posizioni intransigenti e schierandosi, nella dialettica interna al PSI, a favore degli avversari di Turati, con una serie di attacchi personali allo stesso leader riformista. La replica di Turati, affidata nel luglio 1901 ad una lettera indirizzata ai redattori dell' "Italia del popolo" metterà fine alla loro amicizia. Ma l'epistolario non si conclude qui, bensì con tre lettere di Turati del 1926 al vecchio sodale: il fascismo ha ormai vinto e al vecchio Turati non resta che scrivere di rileggere "un solo capitolo: Ricordando i defunti. Che significa, per me, ricordare se stessi"

Giovanni Scirocco

I carteggi Turati-Ghisleri (1876-1926), a cura di Maurizio Punzo, Lacaita, Manduria 2000, pp. 801, £ 50.000


Ironico, lucido e appassionato: pubblicate le lettere famigliari di un grande antifascista 

Ada, qui non ti tradisco

Ernesto Rossi dalla cella rassicura la moglie


«NON ho mai apprezzato tanto la vita da ritenere che per viverla fuori di galera convenga di rinunciare alla tranquillità della propria coscienza». È questo un breve passo di una lettera scritta da Ernesto Rossi il 3 marzo 1933 alla moglie Ada, da lui sposata l’anno precedente in carcere. Vi era tutto l’uomo e l’antifascista. Le righe citate erano state censurate; e noi possiamo leggerle ora grazie all’opera meritoria di Mimmo Franzinelli, il quale, dopo essersene fatto anche restauratore (grazie a tecnich e complesse da lui descritte), ha curato il carteggio di Rossi con la madre Elide Verardi e la moglie Ada Rossi, pubblicato dalla Bollati Boringhieri con il titolo Nove anni sono molti. Lettere dal carcere 1930-39 . Si tratta di un volume di oltre 800 pagine: troppe, può sembrare a prima vista. Ma chi prenda a leggerle, non si pente. Esse sono un capolavoro, una testimonianza altissima, degna di collocarsi accanto alle lettere dal carcere di Antonio Gramsci. Un Rossi, quello che appare, forte e sereno, severo nella sua moralità ma alieno da ogni moralismo, sicuro senza tentennamenti della scelta di lotta al fascismo che gli ha spezzato la vita. Scrive Vittorio Foa, suo compagno di fede e di cella, in una testimonianza che apre il volume, che quelle di Rossi sono le lettere private ai suoi familiari, ma non «normali lettere private», poiché tra Elide e Ada da un lato e Ernesto dall’altro in mezzo vi era «qualcun altro»: il potere fascista con la sua censura. Qu esta è una chiave di lettura essenziale, poiché le lettere di Ernesto non sono scritti di un uomo che possa liberamente esprimersi, anzitutto in tema di politica. Eppure egli trova i mezzi per continuare il suo cammino anche dai fogli ch’era costretto a consegnare al censore. Non può parlare della politica presente direttamente, e allora lo fa parlando di quella passata, di cultura, di correnti ideologiche e politiche, del Risorgimento, della guerra mondiale, di quell’economia che era il suo campo professi onale. E non può parlare a suo agio neppure dei suoi sentimenti né con la madre né, soprattutto, con la moglie a cui era unito solo spiritualmente. Ciò nonostante, quel che passava attraverso la censura comunicava la ricchezza umana di un figlio che adorava la madre e di un marito che amava la moglie, alla quale spiritosamente assicurava di non tradirla. Ernesto scrive di economisti, uomini politici, storici e filosofi, ma poi gli scatta la vena lieve, che lo porta a raccontare con verve della battaglia contro pulci e cimici, dell’amore di gatti di cui ode dalla finestra i furori. L’impressione che il lettore ricava da queste lettere è l’esempio di una desanctisiana serietà della vita, lievitata da un umorismo disincantato che Rossi esprimeva anche nei suoi famosi disegnini. Destinatarie delle lettere sono principalmente la madre e la moglie. Ma le lettere sono popolate di tanti personaggi. Vi sono i compagni di fede e di lotta divenuti compagni di cella, come Bauer, Foa, Mila, Rossi-Doria, con i quali Rossi condivide la grigia quotidianità della prigione illuminata dalle letture comuni, dalle discussioni e anche dagli accapigliamenti provocati da certi dissensi. Gran motivo di disaccordo specie con Bauer era il giudizio sulla filosofia di Croce, verso cui egli provava una sal veminiana insofferenza; a Foa rimproverava l’inclinazione ad affrontare talvolta i problemi con atteggiamento «avvocatesco». Rossi sapeva però convivere anche con compagni diversi, operai, gente del popolo, con i quali trovava modi di un vivo scambio umano e intellettuale. Accanto ai compagni di cella in carne ed ossa, vi erano quelli con cui nutriva il suo spirito, gli autori che leggeva in un ininterrotto colloquio di cui riferiva alla madre e alla moglie. Legge libri e ne fa come rapide e acute recensioni. Accanto agli economisti, Ricardo, Marshall, Ferrara, Wicksteed, Pigou, Keynes, Einaudi, legge Beccaria, Tocqueville, Bryce, Freud, Minghetti, Oriani, Croce, Ruffini, Volpe, Trockij, Trevelyan, ecc., manifestando amori e idiosincrasie alla luce della sua inamovibile pref erenza di neoilluminista empirista per i discorsi chiari e concreti. La riflessione su fatti e realtà contemporanei fu occasione per esporre idee poi oggetto di suoi progetti e opere successive di uomo libero, come quelle relative al servizio industriale obbligatorio e alla piaga della miseria. In quanto liberale e liberista, lo vediamo preoccuparsi per la sempre maggiore invadenza dello Stato tirannico, di cui il comunismo e il fascismo costituivano le massime espressioni, e rivendicare i benefici del mer cato libero e della libertà spirituale e politica; e quindi esaltare le lotte per la libertà nel Risorgimento per sottolineare il male della dittatura. Un posto altrettanto importante ha nel carteggio la letteratura. Rossi legge moltissimi scrittori. Ama Manzoni, Settembrini, Hugo, Dostoevskij, Kafka, Collodi, il giovane Moravia, non Goethe, Balzac, Pellico, per fare solo alcuni nomi. Attraverso questi autori viveva tanta parte della «commedia umana» nelle sue grandezze e miserie. Nelle lettere vero faro di combattente e di uomo appare Mazzini, anche se Rossi ammirava molto di più per le sue qualità politiche Cavour e per il tipo di cultura Cattaneo. Ma Rossi vedeva in Mazzini l’uomo che incarnò la fede nel dovere quale che ne fosse il prezzo. Questa sua etica mazziniana era tanto più notevole, dal momento che egli aveva una concezione pessimistica e machiavellica dell’uomo. Come conciliasse i due termini lo espresse mirabilmente in una lettera alla madre, dove fece con poche pennel late il suo autoritratto: «Tu sai che io non mi sono mai fatto delle illusioni su quello ch’è possibile ottenere dagli uomini, ch’io conosco quali li vedeva il Machiavelli, e non quali li vedeva il Rousseau; ma non reagire contro la malvagità e l’ingiustizia per me vuol dire divenirne complici, e questo istintivamente mi ripugna».

Massimo L. Salvadori

La Stampa
20 giugno 2001


Ricominciamo da Colorni

La nostra parola d’ordine non deve essere 

pura e semplice opposizione alla guerra, 

ma la trasformazione della guerra in rivoluzione. 

Eugenio Colorni da “I problemi della guerra”.

Se si dovesse individuare la causa predominante dei ripetuti singhiozzi del Socialismo europeo di questi ultimi anni, non si avrebbe difficoltà ad adottare la diagnosi di Giorgio Ruffolo ovvero “ le continue oscillazioni del pensiero socialista tra progetti senza soggetto (l’Europa) e soggetti senza progetto (gli Stati nazionali).

Se poi l’eco dei singhiozzi non ha destato la giusta attenzione nell’opinione pubblica è solo perché è stato “coperto” da un “assordante” europeismo di facciata. Oggi in Europa da Blair a Jospin sino a Schroeder si dichiarano tutti europeisti convinti, il che è una cosa bellissima in sé. Peccato, però, che l’europeismo abbia smesso di esercitare la sua nobile funzione poco più di dieci anni fa e, precisamente, quel 9 novembre 1989 momento in cui milioni di europei orientali abbattendo il “Muro della vergogna” davano all’Europa una sua unicità geografica, geopolitica, umana, di destino.

Insomma, per decreto storico, oggi, più che europeisti dovremmo considerarci indissolubilmente europei. L’uso del condizionale trova qui la sua giustificazione in una situazione di fatto in completo contrasto con le suddette premesse storiche.

Accade, infatti che nella predisposizione dei neuroni dell’odierna politica continentale, la dimensione europea  risulti o troppo piccola (vedi la Sinistra europea che si perde in improbabili vertici mondialisti come Davos e Porto Alegre) o troppo grande ( vedi la Destra europea che si rinchiude nelle Piccole patrie).

Nei due casi le parti si trincerano dietro la classica scusa che non esiste un “affectatio societatis europea”. Ma dall’89 a oggi si è provato veramente a spiegare concretamente l’inscindibilità tra il destino del singolo cittadino europeo e l’Europa?

No, nessuna opera di “pedagogia europea” è stata fatta da chi aveva il dovere di farlo, risultato: l’Europa si è spiegata da sola con le sue sfide trasformando quella che doveva essere un’opera pedagogica in punizione. I 16 milioni di tedeschi orientali acquisiti ( per non dire acquistati al prezzo di dieci marchi l’uno) ne sono solo il primo caso: entrati con una ragionevole miscela di sogni e dubbi, essi, si sono presto trovati nella condizione di doversi autoeducare,  per di più in un contesto di sottosviluppo economico. La punizione, qui sta nel fatto che da diversi anni l’Europa deve fare i conti con la recrudescenza di un’ estrema destra social-nazista rialimentata secondo il principio dei vasi comunicanti proprio dai länder orientali.

La panacea europeista non, ha dunque soltanto nascosto una Sinistra ancora un po’ tramortita dalla caduta di qualche mattone del Muro,  ma ha anche fatto si di rilanciare una Destra social-nazista (vedi Rauti in Italia) che il giudizio della Storia sembrava ormai aver sepolto.

Ma i danni provocati dall’europeismo di facciata non finiscono qui: un altro grande tema di discussione a torto oscurato per ragioni di convenienza politica è quello dell’identità europea. In questi anni, non si è detto a sufficienza che in Europa si confrontano due concetti di identità completamente agli antipodi: il concetto di identità alla francese fondato sulla cittadinanza e sui diritti e il concetto d’identità alla tedesca fondato sull’Heimat (piccolo mondo omogeneo in quanto a lingua ed etnia dove si è “al sicuro”). Questi due concetti di identità, hanno ben presto smesso di confrontarsi per cominciare a scontrarsi nel conflitto della ex-Yugoslavia, e più precisamente, nel momento in cui la Germania riconoscendo unilateralmente la Croazia (stato ad identità etnico-linguistica come lei) ha consegnato all’Europa un secondo tipo di Destra, la Destra etnica meglio conosciuta come Destra delle Piccole Patrie (quella di Bossi).

L’europeismo di facciata ha, inoltre, generato un terzo danno ovvero quello di dissimulare “maldestramente” un approccio sin troppo verticistico riguardo alla questione della ripartizione tra competenze nazionali e le competenze europee. In altre parole l’accompagnare la cessione di alcune competenze nazionali al livello europeo senza adeguati meccanismi di controllo democratico ha fatto si che i socialisti europei non solo consegnassero alla Destra uno dei loro tradizionali cavalli di battaglia cioè il tema del Deficit democratico, ma le dessero anche lo spazio politico su cui, rifocillarsi con frange di “estrema destra storicamente scadute”,  rifarsi il trucco (la cosmesi politica è uno sport molto in voga oggi), e perché no, alleggerirsi con operazioni di diuresi (vedi Fiuggi). Oggi nella pratica il risultato concreto lo abbiamo davanti tutti: al Parlamento Europeo c’è un gruppo politico molto bene organizzato guidato da un euro-scettico danese e a cui AN aderisce in blocco che si chiama Sos Democrazia!

La Democrazia sta nel fatto che oggi in Europa si può scegliere tra tre tipi di Destre diverse: la Destra social-nazista, la Destra etnica, la Destra nazional-democratica. Un avvertenza: è impossibile “prenderle” in blocco a meno che…

A meno che vi sia una quarta Destra che le metta d’accordo, meglio un uomo solo (fa più Destra), molto ricco, che decide per tutti (tanto paga lui).

Qualche anno fa l’Europa socialista aveva coniato lo slogan Unità nella diversità peccato che a metterlo in pratica sia stato Berlusconi (del resto era inevitabile perdere la battaglia con uno che  per tutta la vita non ha fatto altro che vendere slogan).

Che fare ?

I signori feudatari del socialismo europeo si sono recentemente riuniti a Berlino con l’intenzione di affrontare la questione del futuro dell’Europa. A dire il vero causa le pressanti scadenze elettorali in alcuni paesi europei come Italia, Regno Unito e Francia l’unico fatto politico nuovo è stato un vago pronunciamento della SPD per l’Europa federale. Notizia, di per se positiva, se non fosse per il fatto che il pallino del gioco è nelle mani di un paese dove i Länder sono tutto o quasi (il resto sono i konzern, i conglomerati industrio-finanziari). E’ un rischio non indifferente, soprattutto alla luce del peso rilevante che assumono Länder ricchi quanto conservatori come la Baviera. Federalismo è un bel termine, ma va anche riempito di contenuti, se questi mancano, infatti, sono i rapporti di forza tra identità alla tedesca e identità alla francese a stabilire in quale direzione questo federalismo opera.

In altre parole se i socialisti europei adotteranno un atteggiamento Federal-chic come fatto per l’idea europea, l’Europa rischierà di dileguarsi in quel federalismo che Proudhon definiva “Federalismo fumoso” e che io attualizzo in federalismo taroccato, contro-mano e sfascista. Non a caso Jospin poche settimane dopo la proposte SPD ha sentito il bisogno di precisare che l’Europa in costruzione deve restare ancorata ai principi di coesione sociale, di ridistribuzione, di sussidiarietà:dobbiamo rifiutare che siano di nuovo di competenza nazionale politiche finora definite e condotte a livello dell’Unione. Sarebbe paradossale suggerire un passo avanti verso una maggiore integrazione europea effettuando nel contempo ripiegamenti nazionali. Penso in particolare ai fondi strutturali”.

Negli stessi giorni di Berlino, qualche centinaio di persone, né vassalli, né valvassori, né valvassini ma solo e soltanto socialisti, in occasione della festa dell’Europa (cadeva il 9 maggio) sono andati a rendere visita ad un grandissimo precursore del socialismo europeo morto prematuramente per mano della polizia fascista nel periodo di Liberazione : Eugenio Colorni ( il personaggio di Colorni ci è conosciuto grazie alla straordinaria opera divulgativa fatta da Leo Solari).

Chi ci vede dal di fuori, potrà forse pensare che a noi socialisti da dieci anni a questa parte non sia rimasto altro che commemorare  i maestri che non ci sono più (uno di questi è il fondatore di questo giornale); ma non è così, i socialisti sono persone che per indole guardano sempre avanti scevri da gabbie dottrinarie e da slogan, contobilanciando tutto il peso del pessimismo storico con un’indissolubile fede nell’umanità (lezione che Francesco De Martino non fa che ricordarci).

Noi, perciò, siamo andati a Via Livorno il 9 maggio scorso, per salutare Colorni uomo di lunga visione (quasi 60 anni fa insieme a Rossi e a Spinelli disegnava quell’Europa che oggi si cerca di edificare) ma soprattutto un uomo d’azione (fu soltanto grazie ai suoi discepoli riuniti nella corrente d’Iniziativa Socialista che il PSI poté partecipare senza l’imbarazzo del suo periodo sovietico pre-56 alle pagine più belle del socialismo europeo in compagnia di Palme, Brandt e Mitterrand).

Noi siamo andati da Eugenio per un motivo semplice e banale : perché il socialismo esiste dove ci sono i socialisti, uomini di pensiero ma anche di azione.

Cristiano Zagari

da Ragioni Socialiste del 30/06/2001


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