Dibattito storiografico 

LA STORIA OGGI

di Jacques Le Goff 


Per parlarvi della scienza storica oggi, partirò da un testo di Marc Bloch nella sua Apologia per la storia o il mestiere dello storico. La storia non è solamente una scienza in cammino. È anche una scienza nell'infanzia: come tutte quelle che hanno per oggetto lo spirito umano, questo ritardatario nel campo della conoscenza razionale. O per meglio dire, invecchia sotto la forma embrionale del racconto, a lungo ingombro di finzioni, ancor più a lungo legato agli eventi più immediatamente comprensibili essa resta, come impresa ragionata d'analisi, sempre giovane. Da quando può datarsi la sua comparsa come impresa ragionata? Sono dell'avviso dello storico tedesco Reinhart Koselleck che nella sua opera pubblicata nel 1979, Vergangene Zukunft (Il futuro passato), sostiene che la storia è una nozione e una disciplina nata nella seconda metà del XVIII secolo. È un prodotto dei Lumi allo stesso titolo che le nozioni di politica, di religione e d'economia fino ad allora sconosciute. La scienza storica ha conosciuto una lunga preistoria fino alla comparsa del termine nella Grecia antica nel senso di ricerca, inchiesta più che risultato di questa, narrazione fino alla composizione nel V secolo dell'era cristiana delle Storie di Erodoto, il “padre della storia”. Bernard Guenée ha potuto scrivere nel 1980 una eccellente Storia e cultura storica nell'Occidente medievale, ma non c'è storia ragionata nel Medioevo. L'umanesimo del XVI secolo ha suscitato una duplice spinta alla riflessione storica. Da una parte il ricorso alla morale, all'etica della storia considerata magistra vitae, maestra di vita. In questa linea si colloca Montaigne sempre in cerca dell'“umana condizione”. «Gli storici sono al centro del mio interesse. L'uomo in generale di cui cerco la conoscenza, vi pareva più vivo e più intero che in nessun altro luogo». D'altra parte certi autori della fine del XVI secolo reclamano una storia che non dimentichi alcuna conoscenza importante, da qui il concetto di storia perfetta che, in un contesto e con un contenuto completamente diversi, evoca quella che sarà l'ambizione di storia totale o globale della rivista Annales e l'esigenza di svilupparlo. 

TRE ACQUISIZIONI

I Lumi e il XIX secolo hanno rappresentato un taglio epistemologico che ha costituito la storia come scienza, ma ciò si è fatto ad un tempo in una prospettiva propriamente scientifica, razionale, e in una prospettiva ideologica. Questa è stata quella del progresso collegato all'evoluzionismo. La storia aveva un senso, il progresso rimpiazzava la provvidenza e conservava alcuni dei mali peggiori della teleologia e peggio ancora, per una maggioranza d'occidentali del XIX secolo e per una maggioranza di storici, il progresso s'identificava con la nazione, nella prospettiva di una escatologia nazionalista pericolosa e soffocante. Credo di poter distinguere tre acquisizioni principali della scienza storica nel XIX secolo. La prima è l'elaborazione di metodi d'erudizione - la costituzione di archivi, di istituzioni culturali quali l'Ecole nationale des chartes in Francia, e i Monumenta Germania historica in Germania, a Monaco, ai quali aggiungerei l'Istituto storico italiano per il Medioevo a Roma, oggi brillantemente diretto da Girolamo Arnaldi - la definizione dei documenti come fonti della storia, la messa in piedi di tecniche dette scienze ausiliarie della storia, fra le quali la cronologia; per cui non si dirà mai abbastanza che non c'è storia senza cronologia. Bisogna anche dire con forza che questa erudizione, questi metodi critici restano e resteranno una base essenziale della scienza storica e del lavoro dello storico. Questa formazione distingue anche lo storico professionale dallo storico amatoriale. Ma dal XIX secolo la pratica divenuta tradizionale dell'erudizione ha portato ad un disseccamento della critica storica. Questa si è focalizzata sulla ricerca del falso e ha avuto la tendenza a ridursi quando la critica del documento doveva rispondere a questioni assai più larghe e più ricche. 

LA STORIA È LA SCIENZA DEL PASSATO?

La seconda acquisizione è stata l'elaborazione di una definizione che ha permesso alla storia di prendere pienamente il suo posto nell'insieme delle scienze umane e sociali del XX secolo. La definizione è di Fustel de Coulanges (1830-1889) ed è stata sostenuta e completata da Marc Bloch nella prima metà del XX secolo: “la storia è la scienza degli uomini nella società dei tempi”. I tre termini sono egualmente importanti e la loro forza deriva dalla loro messa in rapporto. Oggetto della storia sono gli uomini e le donne viventi e agenti con tutto il loro essere (corpi, sensibilità, mentalità compresi) in tutti i campi (vita quotidiana, vita materiale, tecniche, economia, società, credenze, idee, politiche eccetera) secondo i loro caratteri individuali ma anche e soprattutto collettivi, da qui l'importanza dello studio delle strutture sociali e del loro funzionamento. Sottolineo ancora “nei tempi”. L'importanza fondamentale per lo storico della dinamica delle società e della storia come scienza del movimento e del cambiamento. Non c'è storia immobile. La storia si trova così definita come una scienza della vita (si può considerare Michelet come il padre di questa concezione), di uomini viventi e dunque mutevoli. Non posso trattenermi dal citare una celebre frase di Marc Bloch. «Sono gli uomini che lo storico vuole afferrare. Chi non li raggiunge non sarà altro che un manovale dell'erudizione. Il bravo storico, lui, assomiglia all'orco delle favole. Là dove fiuta carne umana, là è la sua selvaggina». A quale altra definizione si oppone questa definizione umana, sociale della storia? A questa: “La storia è la scienza del passato”. Il commento di Marc Bloch è senza appello: «L'idea stessa che il passato, in quanto tale, possa essere oggetto di scienza è assurdo. Fenomeni che non hanno altro carattere comune che di non essere stati contemporanei, senza distacco preliminare come possono divenire materia di conoscenza razionale?». Insistiamo, la storia non è la scienza degli uomini del passato e nel passato, è la scienza degli uomini nei tempi, nel cambiamento. La terza acquisizione della scienza storica nel XIX secolo è piuttosto un blocco che un'acquisizione vivente. Risulta da una abdicazione dello storico davanti al documento, da un ingemuo ottimismo nel potere del documento, una volta che la sua autenticità è stata stabilita, di imprigionare la conoscenza storica. In questa evoluzione della scienza storica, l'influenza di Marx fu molto limitata, prima perché il suo bagaglio storico era abbastanza limitato e soprattutto perché la storia nella posterità marxista fu sommersa e completamente pervertita dal marxismo-leninismo. Gramsci ricordò vanamente che nell'espressione materialismo storico la parola importante fosse storico in quanto scientifico e non materialismo in quanto metafisico. 

LA DERIVA POSITIVISTA E L'EREDITÀ DEGLI ANNALI

All'inizio del XX secolo i limiti, le derive di questa storia erudita e storicista che si andava chiamando positivista, evenemenziale, storicizzante, suscitarono sempre più critiche e desideri di rinnovamento. Il movimento fu europeo con un'eco negli Stati Uniti. Vi parteciparono soprattutto lo storico belga Henri Pirenne (1862-1935), lo storico-filosofo italiano Benedetto Croce (1896-1952), autore della celebre frase: «Ogni storia è contemporanea» che critica lo storicismo in una prospettiva ad un tempo idealista e marxista e fonda l'Istituto per gli studi storici, affidandolo alla direzione di Federico Chabod, l'olandese Johan Huizinga (1872-1945), il rumeno Nicolae Iorga (1871-1932), la rivista tedesca Zeitschrift fur sozial und wirtschaftsgeschichte, l'Istituto per le ricerche storiche di Londra (1921) e l'Istituto di studi comparativi delle religioni di Oslo (1925). Il suo punto culminante fu la creazione a Parigi da parte di Marc Bloch e Lucien Febvre della rivista Annales d'histoire economique et sociale (1929). Prima di abbozzare un bilancio dell'eredità degli Annali per la storia di oggi sottolineo che la rivolta contro la storia positivista del XIX secolo, gesto capitale, ha avuto per bersaglio essenziale i concetti del documento, dell'avvenimento, del fatto storico come un tutt'uno. Contrariamente all'ingenua credenza degli storici positivisti ci si è resi conto che, secondo la frase di Paul Veyne, “la storia deve essere una lotta contro l'ottica imposta dalle fonti”, e Michel Focault ne “la messa in dubbio del documento” ha definito la storia come ciò che trasforma il documento in monumento cioè invece di decifrare le tracce lasciate dagli uomini la storia dispiega una massa di elementi che si tratta di isolare, di ragguppare, di rendere pertinenti, di mettere in relazione, di costituire in insieme (L'archéologie du savoir, 1969). Più fondamentalmente l'avvenimento, il fatto storico non sono dati dalle fonti allo storico. Sono la sua costruzione. La storia diventa così definitivamente una scienza che, come tutte le scienze, deve creare il suo oggetto. Vengo infine alla situazione attuale della scienza storica. Cosa resta dell'eredità degli Annali? Anzitutto il campo definito dal titolo. La storia economica e sociale. Ma la storia economica è stata svalutata dall'affossamento del marxismo e dall'impotenza dell'economia ad insinuarsi in una problematica storica. L'instaurarsi di un dialogo tra la storia e le scienze sociali è stato limitato dall'indifferenza delle scienze sociali (sociologia, etnologia, antropologia) ai tempi e all'evoluzione storica.
L'orizzonte di una storia totale o globale che non ha niente a che vedere con l'affermazione che tutto è nel tutto e reciprocamente e che non s'è confusa con una storia universale al posto della quale Michel Focault ha suggerito di elaborare una storia generale, tanto che Pierre Toubert e io stesso proponiamo la scelta di oggetti globalizzanti (il Purgatorio, San Luigi). Gli Annali hanno anche messo alla base del percorso la storia-problema, ponendo alla base di una ricerca e di una riflessione storica un problema e non un fatto o un tema. Gli Annali hanno insisitito sullo studio delle strutture ma secondo una prospettiva dinamica che rifiuta uno strutturalismo indifferente ai tempi e che non oppone il collettivo all'individuale. Infine Marc Bloch in particolare ha assegnato alla storia lo studio delle relazioni reciproche tra passato e presente, meglio definito come l'attuale. Chiarire il presente attraverso il passato come pure il passato attraverso il presente è diventato l'oggetto della storia. Nella sua opera e nella sua vita, Marc Bloch ha dimostrato lo stretto legame che unisce lo storico, l'amatore di storia e il cittadino.

LA REALTÀ DEI FATTI E LA LORO ECO NELLA COSCIENZA

Tra il 1950 e il 1980 diversi complementi importanti sono stati portati alla scienza storica nella linea degli Annali. Fernand Braudel ha attirato l'attenzione sulla necessità di situare la riflessione storica nella lunga durata. Io credo che il congegno dei tempi della storia è più complesso e mette in causa una maggiore pluralità di tempi storici. Bisogna tornare a Marc Bloch: «il tempo umano (…) si dimostrerà sempre ribelle all'implacabile uniformità come alle divisioni rigide del tempo dell'orologio. Ha bisogno di misure accordate alla variabilità del suo ritmo e che per limite accettano spesso, perché così vuole la realtà, di non conoscere che zone marginali. È solamente al prezzo di questa plasticità che la storia può sperare di adattare, secondo le parole di Bergson, le sue classificazioni alle linee stesse del reale, che è, propriamente, il fine ultimo di ogni scienza». E aggiungo, una storia che confronterà sempre il tempo misurato al tempo vissuto. Approfondendo il dialogo con l'etnologia, gli storici usciti dagli Annali hanno elaborato una antropologia storica definita come un atto di totalizzazione o piuttosto di messa in relazione dei diversi livelli della realtà prefigurata nella storia dei costumi di Tocqueville. Egualmente questi storici hanno costruito una storia delle mentalità, delle rappresentazioni, dell'immaginario. Ormai la realtà storica è l'unione di due ante: la realtà dei fatti e della loro eco nella coscienza, realtà fattuale e realtà immaginaria. E la storia delle mentalità si duplica di una storia dei valori, delle idee-forza riflesse nelle coscienze e nei comportamenti, una storia intellettuale e delle mentalità che prende il posto della vecchia storia delle idee, la Geistesgeschichte tedesca. Ma non bisogna esagerare la portata della nuova storia delle mentalità, essa non pesa sull'evoluzione storica come una causalità primaria. Molti storici disarcionati dall'affondamento dell'economia come causalità primaria generale sono ripiegati sulle mentalità per tenere il ruolo. È un altro sbaglio. Nel contempo un nuovo campo si è affermato nella storia: la storia culturale utilizzata come causalità storica generale. La spiegazione della storia e dell'evoluzione storica attraverso la cultura è un errore comparabile all'antica causalità economica anche se la nozione di storia culturale fornisce un ponte con l'antropologia e ha permesso di integrare più facilmente realtà umane che l'idea di civilizzazione integrava meno bene.

TRE PUNTUALIZZAZIONI

Malgrado questi arricchimenti la storia espressa dagli Annali ha dato a partire dal 1980 circa sempre più segni di soffocamento, meglio d'esaurimento ed è stata l'oggetto di una convergenza di critiche che le rimproverano di schiacciare gli uomini sotto le strutture, di tendere a una storia immobile e di sacrificare la specificità della storia alle astrazioni delle scienze sociali al di fuori del tempo. Questa crisi della storia degli Annali si inscrive in una più ampia crisi della storia in generale. Discuterne supererebbe largamente il poco tempo che resta. Mi accontenterò di tre puntualizzazioni. Se si intende per crisi la destrutturazione di un sistema e la fase di disordini e turbolenze che, secondo la concezione gramsciana, prepara la costruzione di un nuovo sistema e che è più ricca di promesse e di inviti allo sforzo intellettuale che di scoraggiata contemplazione delle rovine, allora sì, la storia è in crisi ma preferisco parlare di mutamento poiché ciò riguarda l'avvenire mentre il termine crisi è rivolto verso un passato di cui bisogna riconoscere le eredità viventi ma dal quale bisogna sapersi sottrarre per costruire meglio senza nostalgia, con lucidità, critica costruttiva e volontà. Se dico che questa crisi è legata a quella delle scienze sociali nel loro insieme e questa a quella della nostra società e del nostro sapere complessivo non è voler “stancare l'avversario”, ma è definire l'ampiezza del problema e del compito e sottolineare che non si può agire di ritocchi e sotterfugi ma che è tutto un blocco storico e scientifico che si tratta di prendere di petto. Il problema non è sfuggito al comitato di direzione degli Annali che nel numero del marzo-aprile 1988 ha pubblicato un testo intitolato “Storia e scienze sociali: un tornante critico?”. È arrivato il momento, scrivevamo, di rimescolare le carte e abbozzavamo nuovi metodi, citandone due tra gli altri: “Le scale d'analisi” e “la scrittura della storia e nuove alleanze”, in altri termini ripensare e ridefinire una pratica dell'interdisciplinarietà. E concludevamo: «il momento non ci pareva venuto per una crisi della storia di cui alcuni accettano troppo comodamente l'ipotesi. Abbiamo in compenso la convinzione di partecipare a un nuovo giro di carte ancora confuso, che bisogna definire per esercitare domani il mestiere di storico». Ho la sensazione che non siamo ancora usciti da questa fase ma credo che stiamo prendendo meglio coscienza del carattere generale di un mutamento che oltrepassa la storia. Come stupirsene quando si professa una concezione della storia che la pratica in tutto lo spessore e la profondità delle realtà umane? Ho trattato altrove delle vicende che sembrano occultare l'eredità degli Annali, vicende della storia politica, dell'avvenimento della storia-racconto, della biografia e del soggetto. Per finire permettetemi d'enumerare senza sviluppare, non ne ho più il tempo - i principali compiti della ricerca storia - numerosi e maggiori in questi tempi di mutamento delle scienze sociali, della società e del sapere. Allacciare nuove relazioni con le scienze sociali. Auguro il costituirsi di un'antropologia storica raggruppante storia, sociologia e antropologia animate dalla ricerca e la spiegazione del cambiamento delle società nel tempo su tutti i piani. Questa scienza dovrebbe restare in stretto contatto con la geografia perché una delle linee di rinnovamento della storia si dovrà realizzare attraverso ricerche sui tempi, gli spazi e le loro dinamiche. La storia deve ritrovare un oggetto sintetico e spezzare la catastrofica frammentazione in storia politica, sociale, economica, culturale, storia dell'arte, del diritto, eccetera. La semantica storica, chiarendo i termini e i concetti, al di là di una filologia inerte, in una prospettiva di trasformazione e di creazione, deve permettere una rilettura ripulita dei documenti. Lo studio delle fonti deve continuare a farsi al di là dei testi trasformando in documenti di storia le immagini, i risultati dell'archeologia, le gesta, i paesaggi eccetera. Bisognerà un giorno pensare a tappare i buchi, le lacune della documentazione e a costruire una storia dei silenzi. Questo compito implica una rigenerazione completa delle scienze ausiliarie e una esplorazione della produzione storica della memoria. La scienza storica deve appropriarsi e adattarsi ai nuovi strumenti informatici apportatori di scoperte e di conquiste. La storia deve prendere ormai insieme le serie di fatti e di rappresentazioni. La storia è fatta tanto di immaginario che di realtà positive. La storia comparata augurata da Marc Bloch deve svilupparsi in una prospettiva di storia generale. Per questo deve disoccidentalizzarsi e creare strutture attente alle storie latenti o altre. La storia deve più che mai avere per oggetto gli uomini e la vita, integralmente ma secondo approcci razionali e critici. La storia recente ha lanciato la memoria all'assalto della storia. La storia dovrà continuare a nutrirsi di memoria, produttrice di vita, ma separare la buona memoria appassionata di verità dalla cattiva, corrotta dalle passioni aggressive e corrotte, soprattutto nazionaliste. È necessario che la storia cessi di essere ciò che Hegel chiamava un fardello per realizzare la funzione di mezzo di liberazione del passato che gli assegna Girolamo Arnaldi. Essa dovrà cercare di mordere razionalmente sull'avvenire, compito che le impone lo scacco della futurologia e lo scatenamento delle elucubrazioni divinatorie vecchie e nuove per prolungare prudentemente la padronanza dei tempi al di là del passato e del presente e per cercare di rispondere più pienamente alla domanda: «A che serve la storia?». A rispondere razionalmente all'interrogativo: «Chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo?».
Compito immenso, esaltante. Torno all'inizio. La scienza storica è in fasce. Grandi speranze le sono concesse. Al lavoro! E come lavorare meglio che in questa città che possiede l'esperienza di grandi rinnovamenti, di grandi rifondazioni dall'antichità al cristianesimo e ai diversi rinascimenti?

Testo scritto in occasione del conferimento della laurea honoris causa dal dipartimento di storia moderna e contemporanea della Sapienza di Roma. Nostra traduzione dall'originale in francese pubblicato su: Dimensioni e problemi della ricerca storica, 2/2000

da: Ragionamenti di Storia, mensile online di storia contemporanea 


Non tagliate le ali allo studio della storia 


NICOLA TRANFAGLIA 

Chi ha trascorso una parte notevole della sua vita a studiare il passato (si tratti di quello lontano o di quello più vicino, non cambia molto) ha un soprassalto di gioia e di interesse quando si accorge che da qualche giorno grandi quotidiani, e persino trasmissioni televisive, si occupano dell’insegnamento della storia.
Ma l’interesse, la gioia cambiano di segno e si trasformano in preoccupazione, rammarico o altro ancora quando ci si accorge che se ne sta parlando perché si è vicini a un cambiamento che non promette nulla di buono per le nuove generazioni. 
Insegnando ormai da un trentennio in una Facoltà di Lettere, ho visto, e continuo a veder passare ogni anno durante il mio corso di Storia Contemporanea o di Storia dell’Europa migliaia di giovani usciti dalla secondaria e più di metà dai licei classici e scientifici. Hanno studiato, secondo i programmi vigenti, per tre volte il cammino storico dell’uomo dalla preistoria all’età contemporanea ma sono in gran parte ignari delle grandi coordinate concettuali e cronologiche che consentono di orientarsi all’interno del grande racconto del cammino umano. 
E questa situazione che tutti possono constatare e rispetto alla quale varie Facoltà universitarie (tra le quali quella di Lettere dell’Università di Torino) hanno pubblicato negli ultimi anni ricerche documentate, dipende da una molteplicità di fattori che si possono sommariamente elencare: si va dallo scarso peso che alla storia si dà nella secondaria a vantaggio di altre discipline alla preparazione degli insegnanti che sovente vengono da studi letterari o filosofici piuttosto che storici e ancora da una concezione della storia che privilegia troppo gli aspetti militari e diplomatici e poco quelli sociali e culturali e così appare paludata e barbosa ai giovani, qualcosa di assai lontano dalla loro vita e perciò inutile e poco fruttuoso. 
La retorica è stata a lungo una componente importante della storia e imporla agli adolescenti di oggi, bombardati da una montagna di messaggi mediatici e televisivi, ha scarsa efficacia, costituisce anzi una ragione in più per volgersi ad altri percorsi. 
Insomma diciamo con chiarezza che l’insegnamento della storia nella scuola di oggi versa in una crisi abbastanza grave. Gli interventi, misurati ma pieni di preoccupazione, di Carlo Azeglio Ciampi sulla necessità per gli italiani, che si preparano a diventare europei, a rafforzare il senso della propria identità storica, della propria consapevolezza di un patrimonio di tradizioni, valori, storia a cui riferirsi, partono proprio dal riconoscimento di una simile crisi e suonano come un incitamento costante a rafforzare questo aspetto della formazione culturale e civile delle nuove generazioni. 
Stando così le cose, chi scrive è tra quelli che ha letto con interesse, e senza pregiudizi, il rapporto presentato il 7 febbraio scorso a Roma dal Ministero della Pubblica Istruzione sul lavoro svolto nei mesi scorsi da una commissione di esperti sull’insegnamento della storia (e più in generale sull’ambito disciplinare storicogeografico sociale) e coordinato da D.Antiseri, L. Cajani e G. Mori. 
Sulla base di questo lavoro (ma senza un vincolo preciso a seguirne in tutto gli orientamenti) il ministro De Mauro dovrà, entro i prossimi quindici giorni, emanare un decreto ministeriale per l’attuazione dei programmi della scuola di base che, come è noto, a partire dall’ottobre 2001, incomincerà il processo di riforma prevista dalla legge 30 del febbraio 2000. 
Dalla lettura delle pagine dedicate alla storia si colgono subito gli aspetti positivi del lavoro svolto dalla commissione: si insiste sulla necessità di «far acquisire agli studenti una visione di insieme della storia dell’umanità, attraverso la conoscenza di fenomeni storici su scala mondiale, da esplorare e interpretare utilizzando il linguaggio proprio della disciplina (lessico, concetti e metodologie)» e si prosegue sottolineando il fatto che «la storia ha una valenza educativa trasversale a tutti gli ambiti in quanto le categorie storiche sono una delle chiavi fondamentali di lettura di tutta la realtà» e concludendo con l’affermazione decisa di un curricolo unico di storia per tutti gli studenti fino alla conclusione dell’obbligo, in prospettiva ai diciotto anni. 
Simili premesse riconoscono all’insegnamento della storia il posto centrale che ad esso compete nella formazione culturale degli italiani e parte, a ragione, dalla dimensione mondiale che deve caratterizzare oggi qualsiasi discorso sulle grandi coordinate del quadro concettuale e cronologico. 
Ma, quando si passa dall’impostazione generale alle scelte compiute dalla commissione, si resta inevitabilmente delusi e sorpresi giacché si immaginano programmi che fanno iniziare lo studio sistematico e cronologico della storia dell’umanità nel quinto anno della scuola di base (in pratica a dieci anni) e lo fanno concludere alla fine del secondo anno della secondaria (a quindici anni), riservando all’ultimo triennio della secondaria (fino ai diciotto anni) uno studio tematico delle vicende storiche attraverso la scelta di problemi e momenti del cammino umano. 
Ora io capisco l’opportunità di non ripetere tre volte, come avviene ancora oggi, il programma di storia dall’antico al contemporaneo ma non posso essere d’accordo con l’idea di riservare lo studio delle coordinate cronologiche fondamentali soltanto a un’età preadolescenziale, lasciando alla successiva, che è quella più adatta e in grado di interessare più in profondità i giovani, uno studio per temi e problemi che dovrebbe essere legato, e non disgiunto dalla conoscenza dei nessi cronologici. 
In altri termini la ricerca degli storici ha insistito molto negli ultimi decenni su una concezione della storia che privilegia la lunga durata, i temi specifici riservati agli aspetti economici, sociali, culturali del cammino umano ed è giusto che i risultati di queste ricerche entrino nella scuola ma non possiamo farlo se non siamo sicuri che il quadro concettuale e cronologico sia chiaro ai nostri allievi: ed è praticamente impossibile, nella situazione attuale, che questo avvenga dopo lo studio che ha luogo dai dieci ai quindici anni. 
A me pare necessario che a uno studio insieme cronologico e problematico della storia si attenda negli ultimi cinque anni della secondaria ripercorrendo le vicende e i temi dall’antico al contemporaneo e riservando all’ultimo anno un’indagine soddisfacente dei nostri tempi, cioè del Novecento. 
So che si obietta a questa soluzione fino a che l’obbligo scolastico non sarà esteso ai diciotto anni ma mi parrebbe assurdo procedere a un riordinamento così radicale dei cicli scolastici senza poter contare sull’indispensabile estensione dell’obbligo fino alla conclusione della secondaria. Del resto, se la storia (come si dice nelle premesse) è così centrale occorre fare in modo che si studi in maniera efficace e nell’età adatta al suo apprendimento. Naturalmente per l’insegnamento della storia, come degli altri settori fondamentali, è necessario che gli insegnanti della riforma siano adeguatamente preparati.
Escano, cioè, dall’Università con una preparazione disciplinare effettiva e frequentino una scuola professionale assai meglio organizzata e istituzionalizzata di quanto sono adesso le Scuole di specializzazione degli insegnanti: c’è da augurarsi che, in questa frenetica conclusione di legislatura, né il ministro né il governo facciano decreti o colpi di mano all’ultimo momento in una materia così delicata che riguarda milioni di persone e tutta la scuola italiana.

La Repubblica
17 febbraio 2001


Carlo Maria Cipolla

Una teoria sulla stupidità dopo decine di saggi scientifici

Ai non esperti Carlo M. Cipolla è noto per Allegro ma non troppo (Il Mulino). In quel libro, divenuto un caso nel 1988, proponeva una scherzosa teoria sulla stupidità. Ma, oltre a un centinaio di articoli e studi, Cipolla ha pubblicato 24 testi, affrontando diversi argomenti, a partire dalle ricerche sulla moneta, tema del libro d’esordio ( Studi sulla storia della moneta , 1948) che sviluppò negli anni in diversi saggi, fino a Governo della moneta a Firenze e a Milano nei secol i XIV-XVI (Il Mulino). Ha studiato anche i grandi mutamenti sociali, come dimostrano Cristofano e la peste ; Il burocrate e il marinaio ; Vele e cannoni ; Miasmi e umori ; Conquistadores, pirati e mercatanti (Il Mulino). Diversi manuali per lo studio della storia economica portano la sua firma, compresa la Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo a oggi (Mondadori).

 L.Villari: i pidocchi degli stupidi

 G.Galasso: Cipolla, il volto umano della economia

I pidocchi degli stupidi

È morto ieri a settantotto anni Carlo M.Cipolla, storico, divulgatore e fine umorista

di LUCIO VILLARI


Accade molto raramente che un libro, i suoi contenuti, il suo stile, si identifichino fisicamente con l'autore. Forse qualche eccezione si può fare per i grandi romanzieri dell'Ottocento, i cui ritratti rimangono per sempre nella nostra memoria insieme con i personaggi, le trame, i paesaggi da loro inventati. Ma quando si entra nel campo degli studi scientifici, della storiografia o della filosofia il problema del rapporto estetico tra libro e autore non interessa nessuno.
Eppure, in qualche caso il rapporto esiste e serve ad arricchire l'immagine complessiva di una ricerca e dei problemi che essa pone al lettore. E il pensiero va in questo momento alla figura amabile di uno storico autorevole, di uno scrittore singolare, Carlo M. Cipolla, scomparso ieri all'età di 78 anni. Di uno studioso che aveva cominciato giovanissimo con saggi di storia locale cinquecentesca, soprattutto della sua Pavia, e con ricerche economico-finanziarie particolarissime (cito per tutti uno scritto del 1952 dal titolo Note sulla storia del saggio di interesse, corso e sconto dei dividendi del Banco di San Giorgio nel secolo XVI) non ci si aspetterebbe che uno degli ultimi suoi libri abbia per titolo Allegro ma non troppo, né che la riflessione dello storico parte qui dalla premessa che l'umorismo è un "dovere sociale", "il solvente per eccellenza per sgonfiare tensioni, risolvere situazioni altrimenti penose, facilitare rapporti e relazioni umane".
Il libro, di piccolo formato, un tascabile del Mulino, come lo sono stati quasi tutti i suoi volumi pubblicati tra gli anni '70 e '90, è del 1988 e ha potuto anche per questo inatteso rimpicciolimento stupire qualche lettore abituato a frequentare volumi poderosi di storia economica che Cipolla negli anni precedenti ha pubblicato negli Stati Uniti, dove aveva a lungo insegnato, in Gran Bretagna e in Italia (oltre che presso il Mulino, da Einaudi e Utet). Volumi che avevano tutti avuto una larga diffusione internazionale con innumerevoli traduzioni e consacrandolo come interprete delle fasi più interessanti e problematiche della storia sociale e culturale del "mondo mediterraneo" e dell'Europa tra il Quattrocento e il Settecento. Ma lo stupore del lettore si sarà certamente accentuato leggendo in Allegro ma non troppo due capitoli straordinariamente divertenti e apparentemente incomunicabili tra loro e con il resto del libretto.
Il primo è "Pepe, vino e lana come fattori dinamici dello sviluppo sociale e economico del Medioevo", il secondo "Le leggi fondamentali della stupidità umana". Erano e restano pagine distillate dalla intelligenza degli uomini, dei tempi, della storia, dall'ironia critica di una esperienza intellettuale e non certo dal gusto della brillantezza moralistica e sfottente. Attitudine quest'ultima che non poteva appartenere a uno storico rigoroso come Cipolla e neanche al suo modo di essere, alla sua fisicità. Autore di grandi volumi si rinchiudeva infatti con l'eleganza e la saggistica paradossale ma ricca di informazioni e di indicazioni e trasferiva in tal modo nella scrittura la capacità di comunicazione e conversazione con gli amici e interlocutori.
Chi lo ha conosciuto e frequentato sa che l' identificazione tra lo scrittore e il comunicatore era in lui completa, come se egli mutasse con naturalezza la curiosità per le complicate vicende delle crisi economiche, delle trasformazioni demografiche, delle evoluzioni finanziarie e monetarie, delle epidemie, della povertà nella curiosità per le piccole cose del presente per gli amici, per i sentimenti più semplici. Ecco, ad esempio, nel ricordo di Ezio Raimondi, un incontro con Cipolla durante una sua visita in Italia; i giorni trascorsi con lui a Firenze, a Pavia e a Rovescala, un paesino dell'Oltrepò: "Chi potrebbe dimenticare quei colloqui e quei viaggi, con le soste alle piccole osterie e le incursioni nelle cantine dei compaesani, dal professore al parroco, e gli assaggi in un vecchio negozietto di dolci... Cipolla ci riceveva, ci portava in giro, ci spiegava i pregi di un vino e di un cibo, raccontava di uomini e di cose con la concretezza implacabile e sorridente di chi è avvezzo agli enigmi della storia e li misura sul vero inoppugnabile delle esistenze individuali, delle piccole storie di ogni giorno".
La grande storia e le esistenze individuali: non due soggetti separati ma un unico racconto della travagliata vicenda umana di cui sono stati protagonisti coloro che dovevano combattere oltre che in guerre interminabili con le epidemie e le pestilenze e anche con la difficile igiene di corpi indifesi fossero di ricchi o di poveri. Ed ecco i saggi I pidocchi e il granduca del 1979, Contro un nemico invisibile del 1986 e Miasmi ed umori. Ecologia e condizioni sanitarie in Toscana nel Seicento del 1989. Il burocrate e il marinaio. La sanità toscana e le tribolazioni degli inglesi a Livorno nel XVII secolo del 1992. Ma ecco, contestualmente, un Seicento visto da un altro angolo di osservazione: la crisi monetaria, la "rivoluzione dei prezzi" scoppiata in quel secolo in Europa grazie anche all'inflazione provocata dall'argento spagnolo importato dalle Americhe. E allora la lettura ravvicinata e l'interpretazione storiografica della fine del ruolo propulsivo dell'Italia nell' economia europea; il contributo di Cipolla alla comprensione di quel processo di arretramento di un'Italia che fino al Quattrocento-primi del Cinquecento era stata una centrale propulsiva di imprenditorialità, di spirito mercantile, di iniziative manifatturiere, e che ora comincia a decadere in una feudalità sociale ed economica stanca e ripetitiva.
Un'Italia alla quale la fine del mondo antico e la calata dei barbari avevano solo attivato stimoli a svilupparsi e modernizzarsi e che si troverà alla fine, cioè al momento della fondazione dello Stato unitario nel 1861, in condizioni di salute, di alimentazione e di istruzione quasi analoghe all'Italia romana dell'età di Augusto. Ebbene, questi "oggetti" così pesanti del passato erano trattati da Cipolla con tocchi di leggerezza a conferma anche di uno stile personale che non potrebbe essere meglio definito che col ricordo di un amico caro: "Discreto, attento, conversevole, signorilmente raccolto nell'eleganza negligente di una figura a cui si addicevano, forse, i modi stilizzati di non so quale immaginazione cinematografica".

La Repubblica
7.9.2000


MAESTRI E’ morto a Pavia lo storico della finanza e della demografia divenuto celebre con il bestseller «Allegro ma non troppo»

Cipolla, il volto umano dell’economia

L’accademico che seppe spiegare le avventure della moneta al grande pubblico

Dopo una lunga malattia, Carlo M. Cipolla è morto nella notte tra mercoledì e giovedì all’ospedale San Matteo di Pavia. Lo storico dell’economia, che era nato a Pavia 78 anni fa, lascia la moglie, Ora. N el panorama italiano spicca come una eccezione la carriera di cattedratico e di studioso di Carlo M. Cipolla. La particolarità del suo caso deriva insieme dalla sua personalità e dal suo successo. La personalità era quella di un uomo di cui non era difficile capire quanta ricchezza di interessi umani e culturali si portasse dentro, ma che, sempre più con gli anni, li aveva ammantati di uno spirito finissimo di britannico humor e understatement , indefinibile al di fuori della forma concreta e individuale in cui li espresse Cipolla.
Nel suo ineccepibile aplomb britannico, già nell’abbigliamento e, forse ancor più, nel tratto (gentile quanto riservato) e nella figura fisica (longilinea, magra, sempre composta, con una nota di naturale eleganza), non erano, infatti, andati per nulla perduti i tratti della sua italianità, che lo portava per altri versi a una cordialità e a una vivacità di impressioni e di discorso da cui era generalmente accresciuta la spontanea simpatia che lo circondava. E quel che era vero per questi suoi tratti, era vero pure per il suo tipo di dottrina e le qualità di studioso. La profonda e ineccepibile preparazione tecnico-scientifica in materia monetaria, demografica, finanziaria e in fatto di rapporti fra tecnica, produzione, scambi e sviluppo o di logica complessiva dei processi economici era quanto di meglio si potesse desiderare anche in tradizioni culturali come, ad esempio, quella anglosassone. Ma erano pure vivissimi in lui il senso della storia, il realismo fatto di intelligenza e di esperienza, l’equilibrio di un’intima misura e quel complesso equilibrio fra le nobili prudenze e le idealità di una lunga tradizione umanistica a cui la cultura italiana deve il meglio di sé. Egli stesso riflesse, del resto, i termini di questa duplicità nel solo scritto metodologico che ci abbia lasciato e in cui tratta della storia economica, Tra due culture (come suona il titolo di quel volume), la economica e la storica.
Erano state queste doti, evidenti già nei suoi primi lavori, ad aprirgli giovanissimo, a 27 anni, le porte dell’insegnamento universitario in Italia e fuori d’Italia (negli Usa fu full professor nella prestigiosa Berkeley, fin dal 1959). E furono doti che egli sviluppò con una progressione calma, puntuale, dalla trattazione di temi settoriali abbordati da principio alla elaborazione di vedute ampie e originali sulle massime questioni della storia economica dell’umanità.
I suoi primi lavori furono, infatti, di storia monetaria e dei prezzi, e ne sarebbe venuto, fra l’altro, quel volumetto su Le avventure della lira che resta un punto fermo della storiografia sull’argomento. Il suo secondo settore fu quello della storia della popolazione considerata da un punto di vista economico, e intorno a esso sarebbero fioriti i suoi lavori sulle epidemie, la pubblica igiene e la sanità, con cui conseguì risultati anche più «forti» (per dir così). Personaggi inconsueti compaiono ora nei titoli dei suoi libri: la peste, i pidocchi, i miasmi, i rastelli degli sbarramenti antipeste a Montelupo, l’oscuro funzionario toscano Cristofano, nella peste del 1630. Ma sono allusioni a problemi estremamente specifici e, per lo più, drammatici. Fu nella trattazione di questi temi che egli si foggiò il suo stile della maturità, che ne ha fatto uno degli storici di maggiore e meritato successo di pubblico degli ultimi venti o trent’anni: lo stile conversevole e narrativo che traduce ardui problemi tecnici e statistici in un colloquio persuasivo e coinvolgente. Estensione, credo, di questo interesse si possono considerare i lavori di vera e propria storia della tecnica, che da Vele e cannoni del 1969 lo hanno portato a trattare di «orologi e cultura», di «alfabetismo e sviluppo» e di altri simili temi.
Perché poi, sia ben chiaro, è soprattutto per le sue vedute generali dello sviluppo economico che Cipolla ha dimostrato di essere uno storico non soltanto acuto e attraente. Fin dai suoi primi lavori aveva mostrato di spaziare in un campo vastissimo, europeo e mondiale, storico e teorico. Nel 1959 foggiò quella definizione di «estate di San Martino dell’economia italiana» per la seconda metà del ’500 che è da sola un sunto sorprendente di capacità di penetrazione storica. Poi sono venute la storia economica d’Europa e dell’epoca pre-industriale, in opere personali o da lui dirette con la capacità di una profonda impronta personale. In tutto, poco meno di una trentina di libri, tradotti in una quindicina di lingue, apparsi spesso in prima edizione in inglese e in Italia, dal 1974, quasi tutti pubblicati da Il Mulino, con il quale Cipolla contrasse un matrimonio editoriale dei più felici e benemeriti. E presso Il Mulino apparve pure quel suo scritto su Le tre leggi fondamentali della stupidità umana (poi nel 1988 in Allegro ma non troppo ) che costituisce ancor oggi un caso di eccezionale best seller di uno storico. Forse perché Cipolla non era (lo si sarà capito) soltanto uno storico, e perché dentro il brillare di immagini e moduli stilistici traspariva l’ansia di uno spirito che si chiedeva sempre più perplesso se i grandi trionfi dell’economia e della tecnica che egli ricostruiva ed esponeva non stessero assumendo ritmi e qualità tali da costringere l’umanità a servire ad essi piuttosto che continuare a servire essi l’umanità.


Giuseppe Galasso
 
Corriere della Sera
7 Settembre 2000 


Il ritorno del classico di Marx

Lo stile biblico del Manifesto

di LUCIANO CANFORA


Racconta Eric Hobsbawm di aver letto per la prima volta il Manifesto a 14 anni, a Berlino, nel 1931. «Avevo l’impressione di aver capito tutto - raccontò - e mi precipitai a portare la buona novella al mio professore. Quello mi gelò: Lei è un ignorante! Vada in biblioteca, e quando avrà letto di più torni da me!». Questo ricordo rende alla perfezione il rapporto laico, e perciò fecondo, di Hobsbawm con quel testo. Una iniziativa molto apprezzabile della Bur è stata, da ultimo, di inserire il Manifesto di Marx nella serie «Classici». Diciamo «di Marx», perché, come scrive Hobsbawm nella bella prefazione che precede il volumetto, «il testo conclusivo fu quasi certamente scritto dal solo Marx», sebbene il documento riflettesse chiaramente il punto di vista anche di Engels». Marx lo scrisse «solo dopo aver ricevuto un fermo richiamo, in tal senso, da parte della direzione della Lega dei comunisti». 
La prefazione risplende per freschezza e novità di lettura. Il che è possibile soprattutto coi classici. Innanzitutto lo stile. È la prima volta, credo, che nel Manifesto si studia lo stile. L’opuscolo è scritto «in capoversi brevi, per lo più composti di poche righe (da una a cinque). Solo in cinque casi su più di 200 essi raggiungono o superano le 15 righe». Uno stile assolutamente inusuale nella prosa tedesca ottocentesca. Perciò - nota Hobsbawm -, come esempio di retorica politica, il Manifesto è dotato di un vigore quasi biblico. «È impossibile negare la sua forza come testo letterario». È il più fluente scritto politico dopo la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, redatta sessant’anni prima. 
Di un testo letterario ci si chiede per prima cosa quale circolazione ha avuto. Dopo la Rivoluzione russa diventò un breviario diffuso in milioni di copie ai quattro angoli del mondo. Ma prima? Quando il testo era appena stampato, e l'autore era un giovane e ruggente intellettuale ebreo di estrema sinistra, indisciplinato al punto di meritarsi la rampogna della Lega dei Comunisti per il ritardo nella stesura del documento, il testo ebbe circolazione limitatissima. Alcune delle traduzioni annunziate in premessa non furono neanche fatte, o lo furono, come quella italiana, dopo decenni e decenni. 
Quel ritardo nella stesura fu felix culpa . Permise al Manifesto di apparire due o tre settimane prima dello scoppio della Rivoluzione parigina di febbraio 1848. E parve la profezia di una storia imminente. 
Nei primi anni Sessanta dell’Ottocento, dimenticato ormai il 1848, con Napoleone III in Francia e Bismarck in Germania, il libro tornò nell’ombra. Nessuno gli avrebbe pronosticato un grande futuro. Ancora all’inizio del Novecento il Partito Socialista Tedesco, pur con i suoi milioni e milioni di elettori, stampava tirature del Manifesto di due-tremila copie! 
I classici vivono contemporaneamente due vite: quella contingente, fatta di progressiva perdita di attualità, e quella durevole, dovuta al significato più profondo racchiuso nel testo. La prima delle due vite fu per il Manifesto non diversa da quella di altri classici, e consiste nella progressiva perdita della sua immediata attualità. Scomparsi Metternich e Guizot, la parte del Manifesto riferita al presente divenne, dice Hobsbawm, «obsoleta molto presto»: ad esempio le proposte operative riguardanti la situazione tedesca. 
Se però il breve testo ha serbato la sua straordinaria vitalità, sempre più evidente col passar del tempo, e se essa è ancor più evidente oggi, quando la fine dell’Urss ha spento il maggior propulsore di quel libro nel mondo, ciò dipende proprio dal carattere profetico che lo sorregge. Parla agli uomini oppressi al di là delle barriere del tempo. Bene, osserva Hobsbawm che, quando Marx scrisse il Manifesto , non era ancora marxista. In quella fase iniziale del suo pensiero e del suo cammino, Marx non deduceva lo sbocco comunista della storia umana dall’analisi della natura e dello sviluppo del capitalismo», ma « da un argomento escatologico sulla natura e sul destino dell’uomo». 
È questo il Marx vivente cui si ispirano, e continueranno ad ispirarsi, coloro che non credono, quale che sia la loro fede religiosa o filosofica, che l’ineguaglianza e il profitto siano, l’una, un dato di natura, e l’altro un fine. E pensano invece, come ci ha più volte ricordato un grande vecchio del Novecento, Jean-Pierre Vernanti, che «la storia esiste precisamente perché le cose diventano altre rispetto a quelle vissute o previste». 

Corriere della Sera
22 agosto 2001


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