Carlo Tognoli ha presentato all'Arengario di Milano,con l'intervento che pubblichiamo, una importante mostra sulla storia del PSI (1892-1992)

Un forte richiamo all'autonomia e al riformismo socialista

Il PSI di Nenni e di Craxi è stato il partito delle riforme, dello stato sociale, delle libertà e dei diritti civili. Questa mostra è l'iniziativa di coloro che non vogliono rinunciare alla propria storia perché, per dirla con Paul Valery, non hanno "bisogno di sconfessare per sopravvivere ciò che promettevano per esistere".

di Carlo Tognoli

La storia del socialismo italiano è un pezzo della storia del nostro Paese,importante per le conquiste raggiunte nel campo dei diritti e delle libertà. Dalle `otto ore' dei primi del XX secolo, allo Statuto dei diritti dei lavoratori del 1969 - dal voto a suffragio universale, alle leggi sul divorzio e sull'aborto - le battaglie socialiste hanno contribuito alla crescita della democrazia. 


Riformismo e massimalismo

Nel movimento socialista hanno convissuto, con molti contrasti e ripetute lacerazioni, l'anima riformista e quella massimalista. Questo si è verificato nei primi anni di vita del Partito Socialista, sino al fascismo. Si è ripetuto nel secondo dopoguerra. I riformisti di Turati, fondatori del PSI con Andrea Costa, furono spesso minoranza, malgrado l'enorme contributo dato alla costruzione del partito dei lavoratori, del sindacato, del movimento cooperativo. Il socialismo gradualista e concreto fu spesso battuto dal massimalismo velleitario e illusionista. Il Partito Comunista nacque dall'ala massimalista, nel 1921, sull'onda della rivoluzione bolscevica. Profetiche furono le parole di Filippo Turati al Congresso di Livorno, nel quale si consumò la scissione comunista: "...il mito russo sarà evaporato... sotto le lezioni dell'esperienza le vostre affermazioni di oggi saranno da voi stessi abbandonate...Il nucleo solido che rimane di tutte queste cose caduche, è l'azione: l'azione, la quale non è l'illusione, il precipizio, il miracolo, la rivoluzione in un dato giorno, ma è l'abilitazione progressiva, libera, per conquiste successive, obbiettive e subbiettive della maturità proletaria alla gestione sociale. Sindacati, cooperative, poteri comunali, azione parlamentare, cultura, ecc., tutto ciò è il socialismo che diviene. E, non diviene per altre vie. Ancora una volta vi ripeto: ogni scorcione allunga il cammino; la via lunga è anche la più breve...perché è la sola... Ond'è che quand'anche voi aveste impiantato il partito comunista e organizzato i `soviet' in Italia, se uscirete salvi dalla reazione che avrete provocata e se vorrete fare qualche
mento di società nuova, voi sarete forzati... a ripercorrere la nostra via, la via dei socialtraditori di una volta...perché essa è l'unica via..."


Il centro sinistra 

Nel secondo dopoguerra si sono ripetute le divisioni nella sinistra italiana, e anche all'interno del PSI. Il prevalere del Partito Comunista Italiano, peraltro affiancato dal PSI sino al 1956, ha reso impossibile ogni alternativa progressista alla coalizione centrista guidata dalla DC. Dopo i fatti d'Ungheria (1956) la ripresa di autonomia del PSI che uscì dalla subordinazione frontista al Partito Comunista, permise la formazione dei governi di centrosinistra
che determinarono una vera rivoluzione sociale in Italia. Riforme importanti come la nazionalizzazione dell'energia elettrica e l'introduzione della scuola media unica, l'incremento sostanzioso della pensioni, l'innalzamento dei salari a livello europeo,contribuirono ad una ridistribuzione della ricchezza che non aveva precedenti in Italia.
Fu Nenni il protagonista di quel periodo che ritrovò un punto d'incontro con Saragat che aveva tentato con minore fortuna elettorale la via socialdemocratica già nel 1948, dopo la drammatica scissione di Palazzo Barberini. 
Craxi,alcuni anni dopo,ripropose -riuscendo ad uscire dalle nebbie del compromesso storico e dei governi di unità nazionale - il centro sinistra allargato al Partito Liberale. L'intesa tra il riformismo socialista e laico e cattolico fu ancora una volta foriera di risultati e proprio i governi Craxi portarono il Paese fuori dalla crisi e lo rilanciarono a livello internazionale.

Il socialismo liberale di Craxi ed i rapporti con il partito di Berlinguer

Il socialismo liberale di Craxi, basato sulla grande riforma,della società e dello stato, non era una politica 'avventurista e pericolosa per la democrazia' come sosteneva Berlinguer. Era una linea di riformismo moderno, che anche Blair, per esempio, adottò in Gran Bretagna.
Una mostra storica non deve essere l'occasione di nostalgie e tantomeno di strumentalizzazioni. Ma qualche questione la deve porre. Una di queste riguarda i rapporti nella sinistra,tra il PSI di Craxi e il PCI, e in particolare tra Craxi e Berlinguer. E' un tema che anche Fassino ha toccato recentemente con una versione onesta, ma tardiva, sulla vicenda del decreto sulla scala mobile, con un riconoscimento alle ragioni della politica economica e sociale del governo Craxi.
Tuttavia bisogna chiarire anche altre cose, come quelle della presunta ostilità di Craxi verso Berlinguer. Non è vero che il 'leader' socialista avesse preclusioni assolute verso il PCI. Certo Bettino perseguiva una politica concorrenziale con il PCI, che considerava ancorato a vecchie impostazioni e ancora poco autonomo da Mosca.
Tuttavia questo non impedì che in vari modi si mantenessero aperti dei canali di dialogo e di collaborazione tra PSI e PCI.

L'esperienza di Milano

Alcuni di questi erano proprio a livello degli enti locali. 
Nel 1980 a Milano la sinistra non aveva più la maggioranza e il PSDI era determinante. Craxi si adoperò affinché venisse riconfermata la giunta di sinistra. Sono stato personalmente testimone dei suoi interventi in questa direzione.Qualche anno dopo, nel 1988, dopo una parentesi di giunte pentapartito,sempre a Milano, Craxi favorì la costituzione di una coalizione di sinistra `rosso verde'.
Era un altro segnale di apertura e di volontà di dialogo con il PCI. La verità è che Berlinguer chiuse a Craxi, e ai socialisti e, con una parte consistente del PCI, privilegiò il rapporto con i cattolici. 
C'era nel Partito Comunista un diffuso e radicato antisocialismo.Che anche oggi non è scomparso nella sinistra e permane sotto le spoglie di un giustizialismo che non ha precedenti nel movimento socialista.

Il significato di questa mostra

La nostra mostra non è uno strumento di politica militante. Tuttavia sta significare che ci sono molti che si riconoscono in queste battaglie e le hanno condivise. Ci sono ancora molti socialisti che attendono i dovuti riconoscimenti per quello che il PSI ha fatto per il Paese.Il PSI di Nenni e di Craxi è stato il partito delle riforme,dello stato sociale,delle libertà e dei diritti civili.
Questa mostra è l'iniziativa di coloro che non vogliono rinunciare alla propria storia perché, per dirla con Paul Valery, non hanno "bisogno di sconfessare per sopravvivere ciò che promettevano per esistere".


La Tribuna di Lodi
Sabato 27 Settembre 2003


Cent’anni di Socialismo in mostra all’Arengario

 

ARENGARIO / 1892-1992: manifesti, foto e documenti della Fondazione Kuliscioff raccontano le alterne vicende del Psi
Un secolo di Socialismo fra luci e ombre
Carlo Tognoli: «Una mostra per non rinunciare alla propria storia»


di GUIDO VERGANI


Quanta Milano vive sulle pareti e nelle bacheche dell’Arengario che ospita la mostra «Socialismo italiano. Cent’anni di storia. 

Il Psi 1892-1992». Ecco il primo numero di «Critica Sociale» di Filippo Turati e Anna Kuliscioff che nacque al 23 dei Portici Galleria Vittorio Emanuele. Ecco la prima Camera del Lavoro al Castello e, qualche tempo dopo, in via Crocefisso. Ecco, in via San Pietro all’Orto 16, la redazione del settimanale «La Lotta di Classe», organo centrale del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Ecco, la repressione di Bava Beccaris nel maggio del 1898, le barricate in corso Venezia, in largo La Foppa, i morti e, al Castello, l’aula del tribunale speciale che condannò a 1.488 anni di carcere 668 degli 803 imputati. 

Ecco, la Milano del proletariato e della borghesia illuminata che reagisce e che, alle elezioni amministrative del 1899, strappa Palazzo Marino ai conservatori. Ecco la lettera di Osvaldo Gnocchi Viani, un padre del socialismo, al giornalista milanese Paolo Valera con la ricetta di un unguento per lenire i dolori delle bastonate poliziesche. Ecco, nel 1906, a Milano, il varo della Confederazione Generale del Lavoro. Ecco Milano che, insieme con Bologna, è nel 1914 il primo grande Comune a guida socialista, con il sindaco Emilio Caldara. Ecco la Milano riformista diventare ribalta del massimalismo di Benito Mussolini e della sua abiura nel fascismo. Ecco la dittatura, la lotta clandestina, la Liberazione, il sindaco socialista e socialdemocratico Antonio Greppi e, via via negli anni, il frontismo, il primo centrosinistra italiano, l’autonomismo che qui ebbe, con Bettino Craxi il suo fulcro.
Quanto del meglio e del peggio di questa città, dal finire dell’Ottocento e lungo tutto il secolo scorso, è raccontato da tutti i materiali che la «Fondazione Kuliscioff», voluta e alimentata dalla passione e dalla ricerca di quel grande e intelligente galantuomo che fu Giulio Polotti, più volte assessore a Palazzo Marino, ha raccolto nel tempo. Sono manifesti, manoscritti, documenti, giornali, «mattinali» delle questure, quando nel 1894, il partito, fondato da Andrea Costa, Filippo Turati e Guido Podrecca, fu sciolto dalla legge crispina, disposti in un percorso storico nel quale ci si può incamminare anche a ritroso, partendo dal 1992, l’anno di Tangentopoli, del crollo per quello che qualche protagonista del Psi, non accecato dal pregiudizio, considera «un golpe a cui abbiamo offerto un’arma letale, la corruzione del sistema».
L’ultimo documento è un appunto di Craxi del novembre 1999. Due mesi dopo morirà. Vi si legge: «... in questa trama di odio e di menzogne, devo sacrificare la mia vita per le mie idee. (...) Sono certo che la storia condannerà i miei assassini. Solo una cosa mi ripugnerebbe: essere riabilitato da coloro che mi uccideranno». Accettabile o non accettabile che sia, secondo il libero giudizio di ciascuno, è un terribile epilogo o un terribile inizio della mostra che narra un grande movimento spesso dilaniato dalle scissioni, un pezzo importante della nostra storia e ne rivendica, con orgoglio, gli infiniti meriti dalla conquista delle «otto ore» allo Statuto dei Lavoratori, al suffragio universale, al riformismo, alle leggi sul divorzio e sull’aborto, al liberalsocialismo.
Nel discorso che ha inaugurato, giorni fa, l’esposizione, Carlo Tognoli, uno dei curatori con Walter Galbusera, Giorgio Gangi e Ugo Finetti, ha detto: «Questa mostra è l’iniziativa di coloro che non vogliono rinunciare alla propria storia, malgrado la "damnatio memoriae" di questi anni. Il Psi è stato lo strumento dell’emancipazione delle classi subalterne, è stato il partito delle riforme, dello Stato sociale, delle libertà e dei diritti civili». 
Anche per questo la mostra detta sentimenti di melanconica rabbia per il tanto che è stato ingiustamente sprecato, quando, insieme all’acqua sporca, si è buttato anche il bambino.
Corriere della Sera
9 ottobre 2003 

SOCIALISMO ITALIANO - CENTO ANNI DI STORIA. IL PSI 1892-1992. 

Arengario, piazza Duomo. ORARIO: 9.30-18.00; lunedì chiuso, ingresso libero. Fino al 12 ottobre


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