Giuseppe Saragat, ovvero il liberal-socialismo incompiuto 

di Claudio Martelli

Consideriamo i momenti cruciali di una biografia politica e intellettuale straordinariamente chiara e così coerente che in Giuseppe Saragat il punto di partenza e il punto di arrivo sembrano coincidere. Così è in effetti: la sua visione politica davvero moderna e lungimirante, e la sua azione politica risoluta, talvolta determinante per le sorti della democrazia italiana, si stagliano nelle burrasche e nelle viltà di un secolo con il profilo di un roccioso coraggio. Il giovane Saragat studia con Luigi Einaudi e si laurea in economia e commercio: i libri e la coscienza prima dell'esperienza lo avvicinano al socialismo. Le sue sintesi sono limpide, calde e ragionate. Le ragioni del proletariato sono quelle della libertà di tutti gli uomini, il socialismo non antitetico alla libertà. Tutt'al contrario di Lenin e seguendo l'interpretazone umanistica e democratica di Marx del grande Rodolfo Mondolfo, anche il marxismo è un umanesimo che si fonda sulla comprensione del dolore, della miseria e della schiavitù; un umanesimo critico e costruttivo che non deve inventare nessuna dittatura propria per liberarci da quelle che già esistono. 
In Giuseppe Saragat il tema della libertà ha un'accentuazione fondativa più profonda e più radicale di quella che deriva dall'arte e dalla necessità ambientale in altri leader socialdemocratici ed era già così nel giovane Saragat, nella sua ammirazione per Benedetto Croce, nel suo amore per Goethe. Nella Torino di Pietro Gobetti e della sua sognata «Rivoluzione liberale» e di Antonio Gramsci e del suo sognato «Ordine Nuovo», tutto ciò che avanza e che fermenta senza imputridire è ispirato e intriso di un vitalismo esagerato, un irrazionalismo potente che pretende di dover distruggere per poter creare. La guerra ha cambiato tutto: si può vincere con la forza, la forza è entrata nelle abitudini e, in fondo, la politica non è che la continuazone della guerra con altre armi. Si può fare la rivoluzione come in Russia o la controrivoluzione come in Italia. Bisogna, innanzitutto, sbarazzarsi dei rinunciatari, dei codini e delle loro ubbie liberali, socialdemocratiche, positiviste e gradualiste. Sul terreno fecondato dall'arretratezza russa e dal messianesimo condito di lotta di classe europea esplode l'Ottobre comunista, il colpo di Stato come premessa e condizione della rivoluzione.
In Italia il Psi si frattura già scisso a destra con Mussolini nazionalista, si scinde anche a sinistra con la frazione comunista che si fa partito, che proclama una rivoluzione che non sa fare ma intanto distrugge il partito che c'era. La storia racconta che Lenin pretese e impose oltre i venti punti di resa totale alla potenza sovietica anche l'espulsione di Turati e dei turatiani. La maggioranza fusionista e massimalista del Psi - i cosidetti terzini - barcolla e poi cede. Il nido espelle il padre e accoglie l'uovo del cuculo che farà di tutto per sterminare la progenie.
Gli esempi di potenza vitalistica inebriano e inebetiscono una generazione che cerca il suo scopo in una società inasprita, contratta e precipitata nella modernità. Tra le fascinazioni del vitalismo fascista e mussoliniano e quelle del rivoluzionarismo comunista, il giovanissimo Saragat compie una scelta davvero ribelle, davvero grande e coraggiosa: sceglie il vecchio maestro Turati e le turatiane vie maestre del socialismo: la lotta di classe, non un «duello» mortale. La libertà di tutti non si conquista con la dittatura di qualcuno o di qualcosa, fosse anche l'Esercito della salvezza morale o l'Annata del bene comune. La libertà e la democrazia non sono un optional, la lotta di classe motore della storia ha come fine la libertà, perciò non può non avere come mezzo la libertà; e non può esserci un interesse del proletariato contrapposto all'interesse generale, non c'è una libertà borghese e una libertà socialista, una libertà formale e una sostanziale, tale comunque da giustificare la soppressione delle libertà esistenti. La democrazia non è una macchinetta che automaticamente produce progresso per le classi umiliate in assenza di una lotta costante, coerente, graduale.
Matteotti, Rosselli, Saragat, i giovani leoni che hanno scelto il Psu di Turati abbandonando il vecchio Psi per non tradire libertà e democrazia. Lottano contro il fascismo e contestano il comunismo. Unità d'azione, ma ciascuno con la sua storia: l'obiettivo non può essere la rivoluzione, non deve essere una dittatura da contrapporre a un'altra dittatura: l'obiettivo è la democrazia, le libertà pubbliche, la repubblica. Poiché ha tenuto il punto in quel momento tragico, dopo l'assassinio di Matteotti e dopo quelli di Amendola e di Gobetti e ancora dopo l'assassinio dei Rosselli, Giuseppe Saragat non poteva non tenere lo stesso punto quando si trattò di alleare l'Italia alla Nato, all'Occidente libero e all'Europa democratica. In verità la scelta era la medesima anche se il contesto era finalmente cambiato perché il fascismo era stato effettivamente debellato e sconfitto. Di nuovo, nel secondo dopoguerra, nel momento di una nuova accecante crisi della maggioranza socialista contro Nenni divenuto segretario generale, che lo aveva definito «il migliore di tutti noi», Saragat deve scegliere e, di nuovo, sceglie una posizione indipendentemente dal calcolo realistico delle forze interne. Di nuovo sceglie le sue libere convinzioni, il dovere di affermarle e di rappresentarle, e di nuovo esse si svolgono in piena coerenza con la visione di sempre, con i comportamenti di sempre.
Negli anni della ricostruzione e nelle angustie del centrismo, Saragat non smise di battersi in difesa dell'equilbrio democratico possibile, con lucida determinazione politica e anche tattica, sempre personalmente disinteressato, sempre amico di molti e sempre intimo solo con se stesso. Indimenticate le battaglie sul fronte sociale, secondo una schietta ispirazione pragmatica: lotta all'inflazione e alla disoccupazione, riscatto del sud, riforma agraria, case scuole e ospedali. Toglatti, Pajetta, Longo e Berlinguer sono i segugi e i rapaci che lo braccano e lo artigliano: «socialdemocristiano» e poi «socialfascista» e «socialtraditore» rinverdiscono, nel clima infuocato ma non sanguinario degli anni Cinquanta, gli epiteti e gli scontri di mezzo secolo concentrati e spesi sull'unica questione davvero essenziale: America o Russia, libertà o comunismo?
Tutte le ragioni che Saragat ha accumulato da allora rischiano solo di ombreggiare e di quietare la forza di contestazione invincibile di un uomo e di una minoranza che deve lottare con i compagni per affermare un'idea umana del socialismo. Amici mi hanno raccontato che quando Giuseppe Saragat era annunciato per un comizio in qualche piazza della Padania o dell'Emilia rossa, i militanti comunisti si passavano parola di presentarsi al comizio con la giacca rivoltata: bisognava far capire al popolo che quello era un voltagabbana. Forse solo Bettino Craxi dopo Giuseppe Saragat ha conosciuto un odio così sistematico e così profondo. Esorcismi e diffamazioni così smisurate si possono nutrire solo verso chi ha smascherato errori e delitti apparentemente di famiglia e dunque con un alto grado di credibilità.
Temeva la repubblica presidenziale e i rischi di derive bonapartiste ma esercitò in sommo grado la funzione governante del Presidente della Repubblica per impedire quello che Berlinguer auspicava: governi in balia dell'assemblea parlamentare. L'esperienza di certe maggioranze socialiste e dei loro metodi a fronte delle prove di De Gasperi e della Dc, per non dire delle forze di democrazia laica a cominciare dal Pri di Ugo La Malfa e dell'ininterrotto dialogo con Pietro Nenni, lo confermarono nelle collaborazioni elettorali e di governo del centrismo e del centrosinistra. Non rinunciò mai all'obiettivo della riunificazione socialista e nemmeno all'appuntamento con il cambiamento del Pci. Ma poiché il Pci non cambiava, Saragat mantenne ferma la sua contestazione e la sua scelta. L'eredità di Saragat è inequivoca, può essere ambita, non disputata. È l'eredità della più schietta e lungimirante tradizione del socialismo italiano: del marxismo umanista e democratico, impegnato nella collaborazione tra quel che allora era la classe operaia non comunista e i ceti medi, quel che allora erano il mondo cattolico e la democrazia laica e socialista. Arciconvinto che senza quella scelta la Dc sarebbe finita in balia dei condizionamenti clericali e dei revenants del fascismo, mentre la sinistra comunista era stalinista e quella socialista riceveva il premio Stalin.
L'eredità di Saragat è inequivocabile: essa tuttavia non appartiene solo a coloro che lo compresero allora, che lo seguirono, che lo amarono; appartiene a un interesse più generale, legato anche alla sua personalità - amico di molti, intimo di nessuno - e soprattutto appartiene alla profonda connessione tra le sue libere convinzioni e le sue libere scelte. Non possiamo coprirci dietro le sue spalle, caricare a lui le nostre responsabiltà, eventuali abusi o anche semplici fraintendimenti. Troppa acqua è passata sotto i ponti per paragonare i dilemmi di ieri e quelli di oggi, la situazione di ieri e quella di oggi. Come sono anche lontanamente affrontabili le due guerre mondiali e le due guerre civili italiane che ne seguirono, con questa fine secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle? Tutto sembra nuovo e inedito, un incipit continuo, mercuriale, parossistico e chiunque accenni alla memoria, anche solo per tenerne conto, per non ripetere gli errori più triviali, è già nostalgico, vecchio e superato. Forse l'analogia è solo un'impressione, eppure negli anni Novanta mi è parso di vivere un terzo dopoguerra. Non c'è stata un'aperta guerra civile come negli anni Venti e negli anni Quaranta. Però l'analogia ha più di un addentellato. Era finita la terza guerra mondiale, una guerra diversa, una guerra fredda combattuta con armi non tradizionali, né prevalentemente militari né apertamente golpiste. Una neonata, fragile democrazia che pur ha condotto l'Italia dalla distruzione postbellica alla rivoluzione industriale post-contadina e da questa alla società dell'informazione, entro un sistema di regole e soprattutto di abitudini largamente consociative tra la maggioranza e l'opposizione giunta a nuovi dilemmi, questa volta, una volta di più, imposti dall'agenda internazionale. Una volta di più tra la modernizzazione del Paese - a partire dalla modernizzazione del suo assetto politico - e la sua coerenza democratica si è incuneato il problema comunista. Crollato il comunismo internazionale, cambiato il nome e in cerca di un riposizionamento sul mercato politico, il Pci-Pds con le sue contorsioni, i suoi paludamenti, le sue scissioni si è salvato imponendo all'opinone pubblica, circuitata tra Procure e media, l'evidenza della sua diversità morale rispetto alla corruttela generale. Mentendo, ma mentendo sistematicamente, ha sconfitto, delegittimandoli moralmente, gli avversari e, cioè, partiti e uomini che avevano governato contro di loro e con loro l'Italia. I «ragazzi di Berlinguer» hanno imparato la lezione alla perfezione ma gli italiani ormai li «leggono», li prevedono, li precedono, anche grazie a Giuseppe Saragat.


Relazione al convegno della Fondazione Liberal 
"Il liberismo sociale" (Roma, 20 ottobre 2000)


http://www.liberalfondazione.it/archivio/speciali/il_liberismo/Saragat.htm


L' ordine di pagamento fu impartito nel gennaio 1964, un mese dopo l' uscita dal Psi di Nenni dei "carristi" contrari alla formazione del primo governo di centrosinistra

Quando con i rubli di Mosca nacque il Psiup

Cinque anni fa furono scoperti i documenti sul partito di Basso, Lussu, Foa e Vecchietti Per Suslov la scissione avrebbe fatto danni al movimento operaio Per Macaluso non fu solo un partito alla corte dell' Urss

di Fernando Proietti 

L' ordine di pagamento fu impartito nel gennaio 1964, un mese dopo l' uscita dal Psi di Nenni dei "carristi" contrari alla formazione del primo governo di centrosinistra Quando con i r ubli di Mosca nacque il Psiup Cinque anni fa furono scoperti i documenti sul partito di Basso, Lussu, Foa e Vecchietti Per Suslov la scissione avrebbe fatto danni al movimento operaio Per Macaluso non fu solo un partito alla corte dell' Urss ROMA - D ei rubli, meglio dei dollari, ricevuti dal Psiup nel gennaio del ' 64, alla vigilia della scissione socialista del teatro "Brancaccio" - la seconda dopo lo strappo di Palazzo Barberini operato nel ' 48 da Saragat - fu trovata conferma cinque anni fa negli archivi segreti di Mosca. La scoperta si deve a un cronista de "La Stampa", Cesare Martinetti, che riusci' a mettere le mani su un fascicolo, preziosissimo, che cosi' recitava: "(...) stanziare 240 mila dollari per il Psiup da bilancio del Fond o sindacale internazionale per l' assistenza alle organizzazioni operaie di sinistra presso il Consiglio nazionale dei sindacati della Romania (...). Assegnare al Kgb il compito di consegnare la somma attraverso il Pci". La data dell' ordine di pagam ento, attraverso i servizi segreti dell' Urss, 6 gennaio ' 64, non e' un dettaglio di poco conto. L' uscita dei "carristi" del Psi dal partito di Nenni, per impedire l' esperienza del centrosinistra, si sviluppa, infatti, tra il 4 - 15 dicembre del ' 63 (con il no al voto di fiducia al governo Moro e, poi, con l' assemblea del "Brancaccio") e il 10 gennaio del ' 64, atto di nascita al Palazzo dei Congressi dell' Eur del Psiup di Basso, Valori, Foa, Vecchietti, Lussu. Va anche ricordato che se il Kgb mise mano al portafogli, la nomenklatura russa diffidava dell' operazione politica. "(...) La scissione del Psi rechera' un grave danno al movimento operaio italiano", riferiva al comitato centrale del Pcus Mikhail Suslov. Togliatti la considera va una "sciagura". Parola di Emanuele Macaluso. Fin qui la storia, documentata, di una vicenda politica che sin dall' allora sembrava scritta non soltanto sui verbali delle assemblee sindacali, ma anche sui libri mastri del Kgb. Qualcuno ricorda anco ra quando a Torino nell' agosto del ' 68 Lucio Libertini, contrario a votare un documento di piena condanna per l' invasione della Cecoslovacchia da parte dei carri armati sovietici (il Pci di Longo espresse, invece, "disapprovazione e dissenso"), al la fine di una assemblea incerta sul che fare si lascio' sfuggire questa battuta: "Compagni, prima di lasciare la federazione ricordatevi di spegnere la luce perche' la bolletta la paga Mosca!". Silvano Miniati, oggi impegnato nel sindacato pensionat i dell' Uil, in un agile e prezioso volumetto ("Psiup. 1964 - 1972, Vita e morte di un partito", Edimez editore 1981), rivela come il suo partito avesse fatto "ricorso alla solidarieta' internazionale anche sul piano finanziario". Nel suo ultimo libr o, "Oro da Mosca" (Mondadori), Valerio Riva dedica un intero capitolo, "50 miliardi per abbattere Nenni", all' operazione scissione tra i socialisti di Nenni e i "carristi" di Basso e Vecchietti. Infine Bettino Craxi. "Ricordo che poco prima di morir e Lelio (...) mi disse che non reggeva piu' la vita nel Psiup. Fu chiarissimo. Mi disse che il Psiup era un partito finanziato dall' Urss e sistematicamente al servizio dell' Urss", ha raccontato nei giorni scorsi l' ex leader del Psi a Gianni Pennac chi del "Giornale". Gia' , "un partito alla corte di Mosca". Eppure alla scissione del ' 64 parteciparono in molti. Alcuni giovanissimi e di estrazione politica diversa. Osserva Emanuele Macaluso nel saggio "Da cosa non nasce cosa" (Rizzoli) scritto a quattro mani con Paolo Franchi: "Teniamo conto che nel Psiup non confluisce solo la componente morandiana, di sinistra, ma tutto un composito pezzo del socialismo italiano. C' erano Basso e Foa. C' erano vecchi massimalisti come Malagugini, Schiave tti, Targetti. C' era Emilio Lussu (...)". Al momento di respingere il "primo abbraccio della sinistra alla Dc", sono una folla al teatro "Brancaccio". C' e' chi scorge un giovanissimo Giuliano Amato tra gli scissionisti. "L' ho letto da qualche parte, io non lo ricordo. Ma in quegli anni Giuliano era un professorino alle prime armi (...)", rileva Fabrizio Cicchitto che non aderi' al Psiup. "Dei giovani socialisti se ne andarono in tanti, ma non Vincenzino Balzamo, che lavorava al giornalino del la Fgs "La conquista", aggiunge l' ex deputato del Psi. Ma nella nuova avventura si buttano senza esitazioni Alberto Asor Rosa, uscito dal Pci proprio dopo l' invasione dell' Ungheria, Silvano Andriani, oggi consigliere del Monte dei Paschi di Siena, Fausto Bertinotti, allora giovane sindacalista della Cgil, Luigi Genise, poi portavoce di Craxi, Andrea Margheri, che ora e' consulente di Palazzo Chigi, Giacinto Militello, ex presidente dll' Inps, Alessandro Menchinelli, proboviro del Psi sia con Craxi sia con Benvenuto. L' elezione del primo consiglio nazionale del Psiup riserva altre sorprese. Nel "parlamentino" entrano Gianni Alasia e Walter Alini, segretari delle Camere del lavoro di Torino e Milano, Giuseppe Avolio dell' Alleanza contadi ni, i professori universitari Alberto Cirese, Cesare Musatti e Bruno Pincherle. Nonche' numerosi deputati e senatori del Psi di Nenni. "La nascita del Psiup non fu un evento imprevisto", osserva ancora Silvano Miniati. "Alla sua costituzione si arriv o' - prosegue - attraverso un lungo e contraddittorio processo sviluppatosi all' interno del Psi". Ma non fu una "diaspora" tra socialisti. La sua fine e' , invece, nota. Dopo la batosta elettorale del ' 72 i militanti del Psiup si ritrovano a Firenze. Tocca a Silvano Miniati ordinare di sciogliere le righe. Ma Vittorio Foa non ci sta: "Nell' atto di separarci dai compagni coi quali abbiamo avuto una apprezzabile esperienza comune dobbiamo guardare al di la' del nostro partito". Gia' , "la politica non ha scorciatoie".

 

Corriere della Sera

7 ottobre 1999


 

 

Rodolfo Morandi, uomo politico e studioso di problemi filosofici ed economici, nacque a Milano nel 1902. 

Iniziò a collaborare a riviste di cultura ancor prima di conseguire la laurea in giurisprudenza e nel 1931 pubblicò la Storia della grande industria in Italia, la sua opera più famosa in cui delinea il progressivo sviluppo delle concentrazioni finanziario-monopolistiche, mettendo in luce i rapporti tra le classi subalterne e lo sviluppo capitalistico, insieme alle lacerazioni fra nord e sud. Attivo nel movimento antifascista e collaboratore dal 1926 della rivista clandestina Politica Socialista, nel 1937 fu condannato a dieci anni di carcere. Liberato nel 1943, partecipò all'organizzazione della lotta partigiana, assumendo nel 1945 la presidenza del Comitato di Liberazione Nazionale per l’Alta Italia. Nel 1948 fu eletto senatore nelle liste del Partito Socialista Italiano e divenne direttore della rivista Socialismo. Morì a Milano nel 1955. Alcune sue opere da ricordare sono: La democrazia del socialismo, Lettere al fratello, Democrazia diretta e ricostruzione capitalista, Lotta di popolo, Il partito e la classe. 


ANNA KULISCIOFF


La dottora dei poveri e la rivoluzionaria
Donna eccezionale, riunì in sé l'impegno politico e scientifico,una grande capacità d'amore, la ferma volontà di creare una società giusta


di Paola Macchi 

Femminista, rivoluzionaria e terrorista, passionale nella vita privata e nell'azione politica, Anna Kuliscioff ha abbracciato qualunque movimento ideologico le potesse fornire le armi necessarie per l'emancipazione delle classi oppresse: dalla propaganda pacifica coi seguaci dei fratelli Zebunev, all'anarchismo internazionale di Bakunin; dal terrorismo violento e sovversivo a difesa del popolo contadino russo, fino al socialismo legalitario. Anja Rosenstein, vero nome della Kuliscioff, nasce a Moskaja, in Crimea, il 9 gennaio di un imprecisato anno tra il 1853 e il 1857, in una bella e ricca casa di un commerciante ebreo. Dopo un'infanzia trascorsa serenamente grazie alle amorevoli attenzioni da parte di tutti i membri della sua famiglia, decide, a circa 18 anni, di seguire i corsi di Filosofia presso l'università di Zurigo. 

Zurigo, per la sua posizione centrale in Europa, per il fatto che tutte le sue facoltà, anche quelle tecniche, sono aperte alle donne e per la libertà di pensiero che vige, ospita in questi anni parecchi studenti tedeschi, russi, polacchi e scandinavi, che per amore degli studi hanno dovuto abbandonare, spesso clandestinamente, i loro paesi e le loro famiglie. Lo spirito di bohème che si respira, fatto di discussioni ai caffè, pubbliche letture e liberi contatti con gli esuli di ogni paese, combinato con gli animi infiammabili degli universitari, dà origine a personalità rivoluzionarie, desiderose di cambiamento, che tentano di dare una chiarificazione teorica al proprio dissenso politico. Anna trova qui il suo ambiente ideale e da questo momento tutta la sua vita sarà contrassegnata da una continua lotta per le libertà. Tuttavia dalla lettura delle sue biografie e degli scritti che ci ha lasciato, non si evince sempre chiaramente se ciò che muoveva la Kuliscioff fosse unicamente la profonda esigenza di uguaglianza, parità e giustizia, o se, a tratti, non emergesse in lei un non meglio identificato spirito di ribellione contro ogni tipo di autorità costituita. 

Dopo essere stata costretta a rimpatriare dalla Svizzera per ordine dello zar che cominciava a preoccuparsi per il dilagare del contagio politico in atto, Anna si unisce ad altri giovani russi nella cosiddetta "andata verso il popolo": si reca cioè presso i mir e i villaggi dei poverissimi per predicare libertà, giustizia e ribellione, per lavorare al fianco dei contadini sfruttati dal regime e condividere con loro il peso della miseria; è il periodo dell'utopia rivoluzionaria durante il quale la Kuliscioff si va convincendo della necessità dell'uso della violenza.

Ma quel terrorismo maturato in reazione al dispotismo degli zar e all'efferatezza delle persecuzioni dell'Ochrana, la terribile polizia politica russa, viene perseguito, nei primi anni, anche nella pianificazione dell'azione sovversiva in Europa occidentale. Nel tempo Anna andrà assumendo posizioni, se non meno estremiste, sicuramente di matrice legalitaria, ma il passato peserà costantemente sulle sue scelte: alcuni anni dopo, ritornata in Europa, durante una riunione notturna di anarchici, la Kuliscioff insisterà più volte sulla necessità dell'uso dei mezzi violenti da adottare nell'azione comune e Andrea Costa, suo compagno di vita, la zittirà bruscamente definendo "compagnia della morte" chiunque parli ancora anche solo di rivoluzione. 

Nel '78 Anna viene arrestata ed espulsa dalla Francia e pochi mesi dopo è processata anche a Firenze con l'accusa di cospirare con gli anarchici per sovvertire l'ordine costituito. Firenze è notoriamente una delle più importanti sedi della riorganizzazione dell'anarchismo e dunque più soggetta all'azione di repressione. Durante l'interrogatorio Anna sostiene insistentemente di essere venuta nel capoluogo toscano non per fare politica ma per perfezionarsi in storia e filosofia e di essere di fede socialista e non internazionalista, ma non è la verità: appena giunta in città, la Kuliscioff si è realmente recata a casa di Francesco Natta per partecipare ad un convegno politico di anarchici provenienti da varie parti d'Italia. Alcuni mesi dopo, il terzo arresto a Milano. In questo periodo Anna si avvicina alle posizioni del socialismo di più ampio respiro, ma le sue frequentazioni continuano ad essere pericolose e le riunioni tenute segretamente di notte costringono il governo a pedinarla. Nell'81 si separa da Costa, che ha appena fondato l'"Avanti!" ed è, insieme ad Enrico Malatesta e Carlo Cafiero, uno degli instancabili agitatori ed organizzatori di moti insurrezionali tra il proletariato delle campagne.

La separazione è dolorosa soprattutto per un animo malinconico come quello di Anna che scrive: "Tu cerchi in me il riposo, io in te la vita; tu non vuoi o non puoi capire che l'abbandono, la pienezza non sono che la conseguenza di una vita reciproca, piena di comprensione dei pensieri, dei sentimenti, delle aspirazioni. L'uomo non sente questo bisogno" (A. Kuliscioff, Lettere d'amore, p. 293). In realtà Andrea Costa, a detta di Anna, è tradizionalista e maschilista: egli vorrebbe trovare nella sua compagna un sostegno ed un collaboratore fedele, ma anche una donna reclusa tra le pareti domestiche come si addice al suo rango di femmina. Ciò non è tollerabile dalla Kuliscioff, che si porta appresso il pesante fardello ideologico ereditato dai nichilisti russi che teorizzano e vivono l'assoluta uguaglianza tra i sessi.

Questa differenza di vedute non può non avere ripercussioni anche in ambito politico. Costa infatti concepisce un'azione politica di tipo locale o regionale, quasi campanilistico; la Kuliscioff ha una visione più ampia e internazionalista della stessa questione e infatti, all'interno de l'"Avanti!" si occupa della corrispondenza Dalla Russia. Nei suoi articoli Anna testimonia la profonda conoscenza e l'attaccamento affettivo per la sua patria e in particolare dedica grande spazio alle donne rivoluzionarie russe.

In un appassionato articolo del 7 maggio 1881 narra della giovane russa Jesse Helfmann, condannata a morte e che "non aspetta che di sgravarsi per porgere il collo delicato alla corda dello strangolatore"; e quindi esorta "le madri che sentono agitarsi in seno il frutto delle viscere loro, quelle che furono, quelle che sono madri, quelle che saranno" a levare la voce contro Alessandro III (Dalla Russia, in "Avanti!", 7 maggio 1881). 

Divisa dall'amato Andrea che le ha anche dato una figlia, Anna torna in Svizzera e si iscrive alla facoltà di medicina cominciando una vita di isolamento, di studio accanito e di malattia. Ha infatti contratto la tubercolosi nel carcere di Firenze e la tosse, accompagnata da perdite di sangue, non le dà tregua. Inoltre la nostalgia di Andrea è pur sempre forte e gli studi, con gli estenuanti tirocini obbligatori, non le lasciano il tempo di interessarsi da vicino alle vicende italiane così cruciali in questo periodo. 

Alle elezioni politiche dell'autunno '82 infatti Costa si presenta per la prima volta in una lista democratico-radicale e riesce ad entrare in parlamento: è il primo deputato socialista della storia d'Italia. Dopo circa due anni passati in Svizzera, pensando che un cambiamento climatico possa giovarle alla salute, la Kuliscioff si trasferisce a Napoli. È qui che ottiene la laurea e che avviene l'incontro con Filippo Turati. Anna, che non ha mai smesso di tenere contatti con gli anarchici e di prodigarsi per gli esuli politici, si è fatta promotrice di una raccolta fondi a favore degli esuli nichilisti russi e Turati, che sul giornale "La Bandiera" esorta ad aprire una sottoscrizione per i "fratelli pel riscatto dei popoli", entra in contatto con lei. L'incontro tra i due è un autentico colpo di fulmine degno delle più romantiche favole d'altri tempi: "Ecco il nostro malato grave trasformarsi tutt'a un tratto in cavaliere errante, ansioso e trasognato come si confà ai poeti" scrive Turati con un orribile senso poetico con cui pensa di imitare Carducci, ora il poeta percorreva le strade d'Italia dal nord al sud sospinto da un fortunato destino.

Aveva sentito parlare della giovane nichilista russa, Anna Kuliscioff, dalle bionde chiome, dagli occhi azzurri, rivoluzionaria ardente, cinta dall'aureola di chi ha pagato di persona attraverso l'esilio e il carcere e sognato la dolcezza di un incontro" (F. Turati, Lettere dall'esilio, p. 26). Gli fa eco Anna in una lettera all'amico Colajanni: "L'armonia tra genialità e cuore è così rara, e questo è il dono raro di Turati. L'anima inasprita si riposa incontrando delle nature come la sua e principia a riconciliarsi un po' col genere umano che nella maggior parte degli individui è una brutta bestia" (Lettera a Colajanni del 27 aprile 1885, in P. Pillitteri, Anna Kuliscioff, una biografia politica, pp. 75-76). 

Nell'88 Anna si specializza in ginecologia prima a Torino e poi a Padova e con la sua tesi scopre l'origine batterica delle febbri puerperali aprendo la strada alla scoperta che salverà milioni di donne dalla morte post partum. E trasferendosi a Milano in via San Pietro all'Orto n° 18, comincia la sua attività di "dottora dei poveri" come la soprannominano le milanesi. Per tutto il giorno riceve visite o si reca di persona nei quartieri più poveri della città venendo a contatto con le peggiori condizioni di miseria: violenze, sopraffazioni, povertà ai limiti della sopravvivenza e a tutti, oltre che la visita medica, concede preziosi momenti del suo tempo prestando orecchio ai lamenti, a volte disperati e suggerendo una parola di consolazione.

Ma il lavoro sul campo va di pari passo con quello teorico e intellettuale: nell'89 fonda con Lazzari e Turati la Lega socialista milanese, il cui programma consiste nell'affermazione dell'autonomia del movimento operaio dalla democrazia borghese, nel riconoscimento del carattere prioritario delle lotte economiche, nell'esigenza di collegare queste lotte con quelle politiche e di inquadrarle in un progetto generale avente come obiettivo la socializzazione dei mezzi di produzione. 

In sintesi, tutto il marxismo che la Kuliscioff ha studiato e assimilato negli ultimi anni e che diventa decisivo per orientare l'impostazione del socialismo di Turati. Il 27 aprile del '90, sviluppando il tema del rapporto uomo-donna, esordisce con una Conferenza al circolo filosofico milanese, diventando la prima donna protagonista al Circolo. Il tema dell'incontro è Il monopolio dell'uomo. La sala è gremita; giovani fanciulle sfuggite all'ordine paterno di non partecipare ad una conferenza tenuta da un'ex terrorista, si accalcano a ridosso delle prime file di sedie per non perdersi nemmeno una parola. Se nel contenuto il discorso vuole semplicemente essere un rapporto di tutti i casi in cui la donna viene discriminata, con accenni alle radici storiche di questa discriminazione, lo stile enfatico e passionale con il quale Anna espone, conquista tutto il pubblico: si percepisce distintamente che la conferenziera si sente profondamente coinvolta in tutto quello che riporta. Turati stesso si meraviglia dell'atteggiamento degli uditori e non senza una punta di orgoglio riferisce ad un amico: "Avrebbero dovuto buttarla dalla finestra per quello che diceva". 

La Kuliscioff addita tra le cause del servilismo sotto il quale è ridotta la donna, il parassitismo di una piccola minoranza di donne della borghesia timorate di Dio "che non vivono che di frivolezze, di visite di toelette... tutta l'intelligenza e le energie di queste donne è tesa a compiacere all'uomo e la loro arma di difesa è l'astuzia e la finzione e tutti i sentimenti migliori, soprattutto quello bellissimo ed elevatissimo della maternità degenerano necessariamente in grettezza, avarizia ed egoismo domestico" (A. Kuliscioff, Il monopolio dell'uomo, Tenerello editore, Palermo, reprint, 1979). 

Secondo la Kuliscioff solo il lavoro sociale e egualmente retribuito potrà portare la donna alla conquista della libertà dignità e rispetto mentre il matrimonio non fa che umiliarla in una via crucis perpetua che le toglie la personalità e l'indipendenza nel concedersi anima e corpo ad un marito e a dei figli che non le appartengono: "la donna maritata è l'essere più degno di commiserazione". E sempre sullo stesso tono, nel 1891 su "Critica Sociale", la rivista teorica del socialismo italiano fondata da lei e da Turati, in risposta alla lettera di una signora di Torino preoccupata che l'emancipazione della donna predicata dalla Kuliscioff possa intaccare la santità della famiglia, Anna con un'aggressività che spesso la contraddistingue, risponde che vi sono "due forme oggi imperanti di servitù della donna nei rapporti sessuali: la prostituzione propriamente detta e il matrimonio a base mercantile" (La santità della famiglia, in "Critica Sociale", 15 gennaio 1891).

Nell'autunno del '91 si trasferisce in un appartamento di Portici Galleria al numero 23 con una spettacolare vista sulle guglie del Duomo. Il salotto di casa viene trasformato in studio e redazione della "Critica sociale": mucchi di giornali e plichi di libri, tra cui l'opera omnia di Marx ed Engels in tedesco, occupano tutta la stanza e circondano le due grandi scrivanie al centro della stanza, una affiancata all'altra dove Anna e Filippo lavorano insieme. A ridosso di una parete c'è un piccolo divano verde dove la Kuliscioff riceve i visitatori ad ogni ora del giorno: dal fior fiore della cultura e della politica milanese, alle sartine che cercano e trovano in Anna un'amica discreta e una confidente sincera. Paolo Treves, figlio di Claudio Treves, uno dei più stretti collaboratori e intimi amici della coppia, racconta che nella stanza non mancavano mai le violette che Anna amava tanto e che Turati non si dimenticava mai di regalarle, "ella fumava le Macedonia spezzandole in due e incapsulandole in un corto bocchino, anche verde cerchiato di nero, che a fatica reggeva tra quelle mani deformate dall'artrite..."; "non fece mai nessuna concessione al piccolo trucco delle apparenze... non assunse mai la più brutta e la più odiosa delle pose, quella di far da maleducata per piacere ai maleducati e simular di essere una sciattona per avere la simpatia degli sciattoni" (Paolo Treves, Portici Galleria 23, in "Esperienze e studi socialisti", La Nuova Italia, Firenze, 1957, p. 332-336). 

Ma il lavoro nel salotto più famoso di Milano viene bruscamente interrotto l'8 maggio 1898, alle cinque della mattina, quando un gruppo armato fa irruzione nell'appartamento. Anna viene immediatamente arrestata con l'accusa di aver "concertato o stabilito di mutare violentemente la costituzione dello stato e la forma di governo e far sorgere in armi gli abitanti del regno contro i poteri dello stato, associata con altri, coll'istituire circoli comitati riunioni e leghe di resistenza, con discorsi e conferenze pubbliche e private e con scritti pubblicati a mezzo stampa" (U. Levra, Il colpo di Stato della borghesia, Feltrinelli, Milano, 1975, p. 111).

Era successo che un improvviso aumento del prezzo del pane provocato da un cattivo raccolto e dal blocco delle importazioni di cereali dagli Stati Uniti in seguito alla guerra di Cuba, aveva generato sommosse popolari un po' in tutto il paese. A Milano in particolare le sommosse furono del tutto spontanee, anche se a forte maggioranza operaia. Turati e la Kuliscioff sospettavano che il governo Di Rudinì non aspettasse altro che una buona occasione per colpire i movimenti socialisti, che dopo la formazione del Partito Socialista nel '95, si stavano mobilitando ovunque. Turati stesso, temendo il peggio, si era fatto largo tra la folla durante una di queste manifestazioni e aveva cercato di invocare la calma. Ma venne proclamato lo stato d'assedio col conseguente passaggio dei poteri alle autorità militari: a Milano il comandante della guarnigione Bava Beccaris provocò circa cento morti e più di cinquecento feriti sparando sulla folla inerme. Persino il convento dei cappuccini di Porta Monforte venne preso a cannonate perché ritenuto un covo di rivoltosi. Seguirono gli arresti: Turati, Romussi, direttore de "Il Secolo", Costa, Paolo Valera, collaboratore di "Critica Sociale", Gustavo Chiesa, direttore de "L'Italia del Popolo", don Albertario direttore de "L'osservatore cattolico" e Anna Kuliscioff che viene condannata a 2 anni mentre Turati a 12. Per reati d'opinione.

La vita carceraria è dura soprattutto perché Anna non può stare col suo "Filippin": "Fui tanto felice di vederti, di baciarti, ma il lasciarti fu più che mai doloroso. Sono uscita dal portone del reclusorio con lo strazio alla gola" (F. Turati-A. Kuliscioff, Carteggio, vol. I, Einaudi, Torino, 1977, p.422). 

A dicembre Anna è fuori per indulto, Turati dovrà aspettare un anno. Nel maggio del 1901 il Partito Socialista, per tramite di Turati, presenta al Parlamento il suo programma, e la legge Carcano a tutela del lavoro minorile e femminile, messa appunto dalla Kuliscioff, viene approvata. Secondo Marina Addis Saba, una delle più autorevoli biografe della Kuliscioff, è fuori dubbio che se Turati è apparentemente da solo in prima linea, ha in realtà sempre mosso i suoi passi sotto lo stretto controllo di Anna. "Non è un mistero che Turati non facesse un passo importante senza l'approvazione di lei" ci dice anche Paolo Treves. Come quando nel '98 Anna aveva preparato e diretto le trattative di cui Turati si fece portavoce con Giolitti sulla questione delle risaiole e delle roncatrici di canapa di Molinella scese in sciopero per ottenere una riduzione dell'orario di lavoro e l'aumento di salario di un centesimo: dopo varie trattative i datori di lavoro avanzarono una controproposta decisamente accettabile. 

Stando all'interpretazione della Addis Saba, dunque Turati nelle sue posizioni forti e rivoluzionarie (si suppone quindi anche nella fondazione del Partito dei lavoratori al congresso di Genova del '92) avrebbe semplicemente attuato direttive e orientamenti concertati e suggeriti dalla Kuliscioff. E quando intorno al 1910 nasceranno contrasti di natura politica tra i due, sarà fondamentalmente a causa di un disaccordo profondo "tra la natura 'burocratica' di Turati (la definizione è di Anna) e quella di lei che ha conservato della giovinezza qualcosa di anarcoide e ribelle, proclive alle insofferenze verso la politica di cauti riformismi troppo spiccioli in cui Turati è maestro" che si affanna sempre "per le sue leggine che migliorano la vita quotidiana dei piccoli burocrati" (M. Addis Saba, Anna Kuliscioff, pp. 245,236).

Nel 1901 Anna è sinceramente convinta dell'importanza di trattare col ministero di Giolitti che Turati definisce "uomo di testa molto fredda che non si scompone facilmente e più furbo del diavolo" e spinge Filippo a rompere drasticamente i rapporti con gli intransigenti come Salvemini e Labriola, contrari a qualunque forma di collaborazionismo col governo: "Le masse meridionali analfabete... si capisce non abbiano altra arma per ribellarsi che la rivolta. Labriola subisce l'ambiente ma è miope e unilaterale se vuole imporre anche a noi regioni più civili questi metodi arretrati" (Carteggio, vol. II, p. 62). Parole, quelle della Kuliscioff, che, se nel contenuto dimostrano ragionevolezza, nella forma fanno emergere la sua intransigenza, durezza e forza polemica, tantopiù che già un anno dopo la stessa Kuliscioff proclamerà con risolutezza la necessità di cessare ogni rapporto col governo Giolitti. Anna Maria Mozzoni è un altro degli obiettivi polemici della Kuliscioff. Di estrazione borghese, la Mozzoni rappresenta uno dei leader più combattivi del femminismo italiano; essa è convinta che la democrazia non farà un solo passo avanti se non si risolve prima di tutto il problema della donna. Nel 1881 fu tra le fondatrici della Lega promotrice degli interessi femminili, ma benché partecipò alla gestazione del Partito socialista, non vi entrò mai. La Kuliscioff non glielo ha mai perdonato.

La definisce con disprezzo una borghese che lotta per ideali astratti come il diritto di voto, quando le contadine e le operaie sfruttate reclamano un'immediata presa di posizione a loro favore: "Un voto per le signore, mai fu fatta una commedia da godere da rudere, da divertisti" ironizza il 25 giugno del 1906, quando viene presentata alla Camera la petizione Mozzoni-Benetti Boncompagni per l'estensione del voto alle donne appartenenti a certe categorie, "Giolitti" scrive ancora la Kuliscioff" si pavoneggia e di fronte a signore e a signorine armate di penna, di nastri, di pizzi e di toiletta primaverile... Quando tutti quei cappellini piumati, almeno nella loro élite, sapranno schierarsi tra i partiti politici che lottano e le teste scoperte delle operaie sapranno rinforzare di fatto il movimento operaio, allora speriamo che il secondo ingresso simbolico alla Camera sarà un po' meno pacato del primo" (ib., p. 502). 

Ma nel 1908 Anna cambia idea e decide che è venuto il momento di lottare per ottenere la piena cittadinanza per le donne e non lasciare a qualcun'altra, nella lotta, la parte da protagonista. La questione su cui si devono affinare i coltelli, secondo la Kuliscioff, è quella tipicamente classista e marxista: le donne devono lavorare, rendersi indipendenti e chiedere di conseguenza la parità dei diritti: "il voto è la difesa del lavoro e il lavoro non ha sesso". Secondo Anna in Italia le donne non hanno sviluppato ancora tra di loro una solidarietà che non prescinda dall'appartenere alla classe, e d'altra parte unirsi con le borghesi per ottenere un voto elitario, questo non lo farà mai. Ma il vero ostacolo è rappresentato dal clero e dagli stessi socialisti. Il clero con la sua concezione antimodernista teorizzata e riaffermata dal Pio X con l'enciclica Pascendi, non fa che radicalizzare la posizione di inferiorità e sottomissione della donna. 

I socialisti invece, nella lotta per il suffragio maschile, temono che l'allargamento della richiesta a favore di tutte le donne possa prolungare i tempi e demandare all'infinito la risoluzione della questione. Turati risponde ad Anna che il sillogismo secondo cui alla donna spetti il voto perché le spetta il lavoro, non sta in piedi dato che novecentonovantanove donne su mille sono assenti dalla vita politica. 

La Kuliscioff, più spronata ad agire che indignata da queste parole, parte all'attacco in una poderosa azione volta ad indurre tutto il partito socialista italiano ad accogliere nel programma generale la causa della donna, forte anche del fatto che gli altri partiti socialdemocratici europei hanno già fatto della parità dei diritti la loro bandiera: Clara Zetkin nella sua relazione al Congresso della Seconda Internazionale a Stoccarda nel 1907, aveva appena ribadito che il voto dovesse essere rivendicato in ogni paese sia per gli uomini che per le donne. Su ogni numero di "Critica Sociale" compaiono articoli di Anna di tono polemico-esortativo; non c'è infatti tempo da perdere dal momento che il governo sta per prendere una decisione in merito: "Ebbene se le donne sono assenti dalla politica, sarà questo un motivo per non chiamarle?
E cosa ha fatto sino ad ora il Partito Socialista... per educare i lavoratori ad un senso e a una pratica di un dovere più nuovo, più alto, più umano nei rapporti con le loro sorelle di lavoro e di stenti...? E poiché il partito lamenta una tendenza religiosa nelle donne che dissimula, in fondo, l'incosciente anelito ad un riscatto, cosa ha fatto esso per essere verso le donne meno ingannatore delle religioni, meno prete dei preti?" (A. Kuliscioff, Suffragio universale a scartamento ridotto, in "Critica Sociale", 16 aprile 1910). 

Parole queste che riassumono molto bene il pensiero della Kuliscioff, un pensiero sorprendente, un socialismo erompente, a tratti idealistico, che sferza la staticità di una cultura dominante che, nonostante tutto, si sente paga di se stessa; ma è anche un pensiero che non accetta il confronto con nessuno se non con se stesso, rischiando così di fare dell'uguaglianza il principio della discriminazione. 

Nel 1911 col sostegno di Anna nasce il Comitato Socialista per il suffragio femminile e l'anno dopo viene fondata la rivista "La difesa delle lavoratrici" dove confluiscono tutte le migliori penne del socialismo femminile italiano: Linda Malnati, Giselda Brebbia, Angelica Balabanoff, Maria Gioia, Argentina Altobelli, Margherita Sarfatti. Si riuniscono in casa di Anna, direttrice del giornale, con un intento di concretezza, e cioè quello di stabilire un rapporto di comunicazione diretta con le operaie e le contadine e renderle consapevoli della loro condizione, del diritto di associarsi, di difendere il proprio lavoro e naturalmente del diritto al voto. Il lavoro è immane perché si tratta di parlare a persone analfabete, cresciute ed educate secondo i canoni della tradizione che impone alla donna di rispettare un ruolo subalterno, ma la mobilitazione riesce egregiamente. 

Ma la primavera del 1912 il governo dice no alle donne con una legge di Giolitti che "concedendo il voto a tutti i maschi anche analfabeti, adduce poi l'analfabetismo tra le cause che inducono a non estendere il voto al sesso femminile" (Per il suffragio femminile. Donne proletarie a voi!, Milano, ed. "Avanti!", 1913).

Per Anna comincia un periodo nero fatto di scoraggiamento e senso dell'abbandono. Nel rapporto con Turati i dissensi politici si mescolano con le questioni personali turbando il quieto vivere: "non è la questione delle donne, che fu semplice episodio, è tutto l'avviamento vostro verso un democratismo più sbiadito e insulso..."; sugli articoli di "Critica Sociale" la Kuliscioff si firma Omega dato che si sente, come lei spiega, "come l'ultima ruota del carro". Ma la stessa rivista, la loro figlia di carta, non la soddisfa più: "e allora... la comporremo nel sonno eterno prima che cominci il mio". È un periodo di grande disorientamento per gli stessi socialisti: Croce, che aveva sempre dimostrato grande simpatia per il socialismo, ora sostiene che "è ora di mettere Marx in soffitta", mostrando attraverso un'analisi delle varie fasi del socialismo, dall'utopismo al marxismo al sindacalismo soreliano, come queste forme si siano progressivamente esaurite. Inoltre cominciano a trapelare le prime avvisaglie di un movimento antisocialista e nazionalista che si manifesta a tratti come violento e di cui Anna ne percepisce, con sgomento, tutta la portata. 

E non a torto: quella stessa violenza accompagnerà il suo corteo funebre per le strade del centro di Milano il 29 dicembre 1925, quando alcuni fascisti facinorosi, scagliandosi contro le carrozze e strappando i drappi e le corone, trasformeranno il funerale in una dichiarazione di guerra.

http://www.societaperta.it/ 


EPISTOLARI Pubblicata la corrispondenza inedita fra Turati e la Kuliscioff all’inizio del ’900. Tenerezze e tanta delusione per la politica romana

«Cara Anna», «caro Filippo»: l’amore al tempo del riformismo


È consolante avere tra le mani un libretto di questa importanza e scoprire che è frutto della revisione di una tesi di laurea. Claudia Dall’Osso ha ordinato per La Nuova Italia un carteggio eccezionale, tra Filippo Turati e Anna Kuliscioff, che colma un vuoto assai strano. Di tutto l’epistolario dei due protagonisti del socialismo italiano tra Ottocento e Novecento mancava proprio una parte significativa, quella degli anni fondamentali per la nascita del riformismo italiano. Ieri ne hanno discusso, a Roma, Sergio Zavoli, Ottaviano Del Turco, Giorgio Napolitano, Mariuccia Salvati, Giuseppe Vacca e la giovanissima autrice. Naturalmente il discorso non poteva che concentrarsi sulle vicende assai complesse del socialismo e del riformismo, ma del libro c’è anche un’altra lettura non meno interessante: i due personaggi sono moglie e marito, il loro rapporto durerà tutta la vita. 
Per Anna si tratta del secondo amore, dopo il romanticissimo rapporto, passionale quanto poco duraturo, con Andrea Costa. Con Filippo la relazione è completamente diversa. Prendono il sopravvento la tenerezza e la complicità politica. Le cartoline postali, così odiate da Turati, ci offrono resoconti minuziosi della giornata politica, ma non mancano mai frasi affettuose. È come assistere a una scena che si ripete: il parlamentare neoeletto lascia la sua città e la famiglia, comincia la corvée del pendolare. A Roma è impegnatissimo. Nelle sue lettere non mancano le lamentele: lo snervamento prodotto dallo scirocco romano, il «mal di pancia» che inesorabilmente colpisce chi è costretto a mangiare sempre in osteria. E poi le delusioni. Il Parlamento visto da vicino perde gran parte del suo fascino e Turati si lascia sfuggire: «Qui si è al di sotto della scuola elementare: si è all’asilo infantile. E poi nessuno sta all’argomento». Egli stesso non sfugge alla peste del parlamentare: con gli occhi troppo vicini al potere si vedono con minore chiarezza i problemi. La moglie inesorabilmente glielo fa notare: «Mi pare che quando sei a Roma, perdi assolutamente la tua orientazione mentale». I due personaggi sono così pervasi di politica che tutto, anche il privato, diventa politica. I tempi non permettono distrazioni, è in corso una grande ondata reazionaria, il socialismo costruisce con difficoltà la sua pratica riformista. La Kuliscioff vede con più chiarezza dello stesso marito, irride ogni forma di massimalismo, preferisce Giolitti al «riserbarsi nell’aceto per l’agitazione nel Paese». 

Enzo Marzo 

Il libro: «Amore e socialismo. Un carteggio inedito» a cura di Claudia Dall’Osso, La Nuova Italia ed., pagine 120, lire 29.000 


Corriere della Sera
17 marzo 2001


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