Romita, figlio d’arte del socialismo
di Alessandro Pietracci

Pierluigi Romita è morto a Milano il 23 marzo, alle soglie degli ottant’anni.

Con lui scompare una delle grandi figure del socialismo democratico italiano del dopoguerra.

Romita è "figlio d’arte", come Giacomo Mancini, Matteo Matteotti, Giuliana Nenni, avendo proseguito fin da giovane nel Partito e nel Parlamento, sulla scia politica paterna. Suo padre Giuseppe, infatti, è stato deputato e Ministro degli Interni (fu lui a guidare il Viminale durante il Referendum tra Monarchia e Repubblica) e successivamente guidò il dicastero dei Lavori Pubblici.

Nato a Torino nel 1924 aderì ancor giovanissimo al Partito Socialista Italiano, partecipando durante la guerra alla ricostruzione clandestina del Partito e rimanendo sempre al fianco di Giuseppe Saragat, anche quando nel gennaio del 1947 il leader socialista uscì dal Partito guidato da Pietro Nenni, per fondare a Palazzo Barberini il PSDI.

Nella sua lunga vita politica Romita è stato Segretario del PSDI dal 1976 al 1978, e più volte Ministro.

Era entrato in Parlamento per la prima volta nel 1958, dopo aver seguito l’impegno universitario di professore ordinario di Idraulica Agraria all’Università Statale di Milano, che non abbandonerà mai. 

Rimase in Parlamento per 9 legislature consecutive. L’ultima volta entrò a Montecitorio nel 1992, eletto nelle liste del PSI, partito nel quale era confluito nel 1989, rispondendo all’appello all’unità socialista lanciato da Bettino Craxi. 

Era entrato nella Direzione Nazionale del PSDI nel 1959, iniziando una carriera che lo porterà a ricoprire più volte la carica di Sottosegretario, in particolare alla Pubblica Istruzione, e poi di Ministro. Nei governi Moro, fu Sottosegretario ai Lavori Pubblici, divenendo nel 1972 per la prima volta, Ministro alla Ricerca Scientifica, nel secondo governo di Giulio Andreotti.

Alla guida del Partito Socialdemocratico giunse nel 1976, succedendo a Giuseppe Saragat, in un momento delicatissimo della recente vita italiana: quello della terribile stagione del terrorismo che così pesantemente ha segnato la storia del nostro paese. Tornò successivamente al Governo, come Ministro della Ricerca nel dicastero guidato da Forlani e con il quinto governo Fanfani.

Dal giugno 1979 all’ottobre 1980 fu Vice Presidente della Camera dei Deputati.

Ministro delle Regioni con Bettino Craxi, nel 1984 assunse la guida del Ministero del Bilancio, per passare nel VI eVII governo Andreotti all’incarico di Ministro per il coordinamento delle Politiche Comunitarie. Il funerale si è svolto mercoledì 26 al Cimitero del Verano a Roma.


Vittorelli, da azionista a socialista liberale

di Francesco Gozzano

Con la scomparsa di Paolo Vittorelli, avvenuta nei giorni scorsi a Torino all’età di 88 anni, se ne va forse l’ultimo rappresentante di quella classe politica antifascista che si formò nell’esilio parigino e che rappresentò un anello di congiunzione fra le figure del prefascismo e la classe dirigente che avrebbe governato l’Italia nel dopoguerra. Uomo di profonda cultura e di attenta sensibilità ai problemi internazionali - che lo portarono a ricoprire importanti incarichi in seno all’Internazionale Socialista - Vittorellli non faceva mai pesare la sua passata esperienza, non insegnava a noi redattori dell’Avanti! come fare il nostro mestiere (egli era stato per lunghi anni giornalista sia in Francia che in Egitto, dov’era riparato durante l’occupazione nazista, e poi aveva diretto "L’Italia libera" organo del partito d’azione) ma al contrario partecipava al nostro lavoro con un’assidua presenza e una sicura competenza. Vittorelli faceva parte di quel filone azionista che era confluito nel Psi (come De Martino, Lombardi, Codignola, Foa, ecc.) e questa sua origine, che lo aveva portato ad essere fra i più attivi protagonisti del movimento "Giustizia e Libertà" al fianco di Carlo Rosselli, si avvertiva nella chiarezza con la quale partecipava al dibattito politico e la sua ferma fiducia in un socialismo democratico e liberale quale unica strada per il progresso del paese. Così in politica internazionale, il suo terreno d’azione preferito, egli vedeva in una forte presenza europea non subordinata ai due blocchi l’unica strada da seguire per affermare una concreta autonomia del nostro continente. Nelle numerose occasioni che ebbi di accompagnarlo in missioni all’estero ne apprezzai la competenza e il realismo con cui affrontava i problemi, doti che gli venivano riconosciute da tutti. Era un uomo che anche dopo aver lasciato incarichi ufficiali in Parlamento (era stato presidente dei senatori socialisti e deputato per due legislature) ebbe modo di tenersi attivamente impegnato (aveva fondato l’Istrid, istituto di studi sul disarmo) e di contribuire alla sprovincializzazione della cultura politica italiana. Lo rimpiangeremo, ringraziandolo per gli insegnamenti che ci ha lasciato.

Avanti!della domenica 
anno 6 - numero 13 del 30 marzo 2003 


Fausto Vigevani, socialista

Il 5 marzo scorso ci ha lasciati dopo lunga malattia Fausto Vigevani, Senatore eletto nel collegio di Fidenza-Salsomaggiore nella XII e XIII legislatura, Sottosegretario di Stato nel Governo Prodi e nel primo Governo D'Alema, dirigente politico e sindacale.
Nato nel 1939 a Perino di Coli sull'Appennino piacentino, fu allievo e amico di Riccardo Lombardi, Fernando Santi e Alberto Jacometti, uomini di cui condivise l'impegno politico e sindacale nel Partito Socialista e nella CGIL.
Guida giovanissimo la Camera del Lavoro di Piacenza e successivamente quella di Novara, mentre negli anni settanta e ottanta diviene dapprima segretario generale dei chimici della CGIL, membro della segreteria generale e infine segretario generale dei metalmeccanici della FIOM, il primo socialista dopo Bruno Buozzi.
Ho conosciuto Fausto Vigevani nel 1994 e ho condiviso con Lui l'ultima parte di un percorso politico e culturale che lo aveva portato come Parlamentare e uomo di governo ad un impegno in quelle Istituzioni che già aveva servito in tanti anni di impegno sindacale, conducendo il movimento dei lavoratori al loro interno per rafforzarle sulla base di un consenso democratico, formale e sostanziale. È opportuno ricordare di questi tempi come non esitò - di fronte ad un documento di sostegno alle BR da parte di alcuni quadri di un importante ente statale - ad espellerne gli autori dalla CGIL, ottenendo in cambio un volantino di condanna a morte che lo costrinse a vivere sotto scorta per diversi mesi.
Ed è sempre per le istituzioni e per i lavoratori che nel 1992-93, come segretario della FIOM, è uno dei principali protagonisti degli accordi interconfederali sul costo del lavoro sottoscritti coi Governi Amato e Ciampi; accordi passati alla storia per aver posto le basi del risanamento finanziario, dell'ingresso nell'Unione Economica e Monetaria e della sconfitta dell'inflazione.
L'impegno diretto nelle istituzioni comincia nel 1994, quando viene eletto al Senato della Repubblica. Presiede la delegazione progressista in Commissione Finanze, ma il sostegno convinto e leale del Governo Dini non gli impedisce di condurre, da solo ma con una tenacia e una convinzione non comuni, una battaglia per la restituzione delle cosiddette "quote prezzo", indebitamente richieste dall'ENEL agli utenti privati dopo l'abbandono del nucleare.
Serietà, onestà intellettuale, rigore etico e scientifico nell'analisi dei problemi e delle relative soluzioni portano Fausto Vigevani ad assumere incarichi di governo come Sottosegretario di Stato al Ministero delle Finanze dal 1996 al 1999. Gli vengono affidate deleghe importanti come quelle al personale, alla Guardia di Finanza e ai Monopoli di Stato; di questi ultimi avvia la riforma e la successiva privatizzazione. Spesso chiamato a sostituire il Ministro nelle discussioni parlamentari, si distingue per la competenza tecnica, per la fermezza delle posizioni politiche espresse e per l'apertura al confronto leale, costruttivo e mai fazioso con le opposizioni.
Sono anche gli anni in cui, nonostante l'impegno parlamentare e di governo, percorre l'Italia intera per presentare e discutere la riforma delle pensioni del 1995 e i numerosi provvedimenti economici e fiscali che portano a compimento il risanamento dei conti pubblici. A questo proposito mi piace ricordare che Fausto Vigevani, pur essendo stato per tanti anni dirigente sindacale, non amava i comizi: "ragioniamo" era l'espressione che preferiva e questo voleva che avvenisse in assemblee pubbliche dove chiunque potesse intervenire e confrontarsi sugli argomenti in discussione.
La riforma delle pensioni - o meglio del Welfare, come amava precisare - era ovviamente per Lui, sindacalista e socialista, uno degli argomenti che più gli stavano a cuore: invitava a ragionare sul fatto che il sistema di protezione sociale italiano, se confrontato con quello degli altri paesi europei, si distingue per la preponderanza che in esso ricopre la spesa previdenziale e che le economie di scala realizzabili con la riforma delle pensioni avrebbero dovuto finanziare altri settori pesantemente deficitari, quali la tutela della disoccupazione involontaria, le politiche attive del lavoro, la scuola. Il tutto in una logica generale in cui il sistema del welfare, fatte salve le sue compatibilità macroeconomiche e il suo carattere di universalità, potesse consentire al singolo individuo quali percorsi di vita e di lavoro scegliere nella corso della propria esistenza.
E pur essendo un laico, Fausto Vigevani veniva apprezzato anche da chi proveniva da altre culture riformiste di impronta cattolica, giacché in tema di politiche per la famiglia riteneva che queste non potessero fare riferimento a modelli standard o a generiche forme di finanziamento, ma che dovessero essere calibrate e differenziate a seconda delle difficoltà e delle specificità delle situazioni familiari. 
Ho già ricordato come ebbi modo di conoscere Fausto Vigevani nel 1994, allorché venne candidato nel nostro collegio senatoriale: insieme a tanti altri compagni di strada ci colpì da subito, prima ancora della sintonia su alcune questioni politiche fondamentali, il Suo senso dell'amicizia, la capacità di conversare con tutti su temi complessi in modo semplice, la generosità, la sobrietà dei costumi e dei modi di vita, che rivelavano quelle origini montanare dalle quali proveniva e delle quali era orgoglioso.
Veniva sempre molto volentieri a Fidenza e nei comuni vicini, un territorio per il quale - parole sue - si era "messo a disposizione" e che seppe valorizzare non con logiche clientelari, che erano quanto di più alieno potesse esserci per un uomo della Sua statura morale, ma attraverso la concertazione e la collaborazione fra diversi livelli di governo, ciascuno nell'ambito delle proprie competenze e della propria autonomia. L'istituzione dell'Agenzia delle Entrate a Fidenza è uno dei Suoi tanti meriti e il nostro auspicio è che il Suo lavoro non sia vanificato dagli attuali progetti di riorganizzazione delle strutture periferiche del Ministero dell'economia.
Terminato l'impegno parlamentare nel 2001, volle dedicarsi a tempo pieno all'attività culturale, attraverso quella Associazione Labour che aveva creato nel 1993 e il contributo, sia concreto che intellettuale, ad alcune riviste di approfondimento politico. Due i temi principali: l'unità sindacale e il proseguimento del processo di ricomposizione della sinistra italiana sulla base del riformismo socialista di stampo europeo, una cultura politica della quale era uno dei più lucidi interpreti.
Per concludere, ricordare Fausto Vigevani significa per me affermare che se ho l'onore di far parte di questo Consiglio Comunale, lo devo anche e soprattutto a Lui, al Suo sostegno, ai Suoi continui inviti a non dimenticare mai, neppure nei momenti più difficili, l'impegno civile nei confronti di quei cittadini che mi avevano accordato la loro fiducia. 
Sono sicuramente più significative delle mie le parole di colui che Fausto riteneva "una persona eccezionale", il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi: "Il suo appassionato impegno civile e politico è stato ispirato dalla prestigiosa tradizione di pensiero e cultura democratica sviluppata nel corso di una lunga e convinta esperienza sindacale, dedicata all'affermazione e al consolidamento dei diritti sociali. Da Sottosegretario ha contribuito a costruire attraverso il metodo del dialogo e del confronto le garanzie di equilibrio e di crescita per il rinnovamento della società italiana."

Davide Vanicelli

Consiglio Comunale di Fidenza, 7 aprile 2003


Formica: tra Pci e Psi un gioco all'eliminazione reciproca

Rino Formica, più volte ministro dei Trasporti, delle Finanze e del Lavoro, è stato un esponente di punta del socialismo autonomista, molto vicino a Bettino Craxi.

Che valutazione si può dare oggi dell'opera politica di Enrico Berlinguer?

A mio avviso bisogna partire da una premessa. I capi del Pci hanno sempre avuto margini ristretti per condurre la loro linea politica, perché quel partito era una grande macchina condizionata da forti vincoli di comportamento derivanti dalla strategia dell'Urss. Nel blocco sovietico i partiti si erano sovrapposti allo Stato, mentre in Occidente i Pc erano una sorta di avanguardie del campo comunista in terra ostile. Quindi dovevano adattarsi alle direttive di Mosca: avevano il compito di espandersi, ma senza la prospettiva di andare al potere. Il Pci ha sempre cercato, già con Togliatti, di aumentare i propri margini di autonomia, per svincolarsi in qualche modo da una dipendenza troppo rigida. Ma il legame con l'Urss rimaneva saldo. Quindi Berlinguer è il leader di un partito che oggettivamente ha una posizione conservatrice, perché le sue possibilità di movimento sono gravemente limitate da fattori ínternazionali. Inoltre lui stesso ha un atteggiamento personale di separatezza nei confronti del mondo politico esterno, si comporta più da sacerdote che da condottiero di una forza che aspira a governare. Teniamo poi presente che Berlinguer diventa segretario negli anni Settanta, mentre in Unione Sovietica il blocco militare-industriale si chiude in se stesso e giungono a saturazione tutte le possibilità di sviluppo del sistema, fino a determinare una vera e propria stagnazione. In Occidente, soprattutto nella Germania del cancelliere Helmut Schmidt, si temeva che la dirigenza del Cremlino, di fronte alla crisi di una società sovietica soffocata dalla fine di tutte le spinte innovative interne, potesse tentare qualche azzardo irresponsabile. L'installazione dei missili Ss20 puntati contro l'Europa venne interpretata come un segnale di questo genere. Ricordo che Schmidt fece forti pressioni sul Psi affinché si schierasse a favore degli euromissili della Nato, perché se l'Italia non li avesse accolti sul suo territorio, neppure la Germania, dove era molto forte il movrmento pacifista, avrebbe potuto farlo.

Non pensa che Berlinguer abbia comunque fatto molto per prendere progressìvamente le distanze da Mosca?

Berlinguer non intendeva adeguarsi passivamente alla linea immobilista del Cremlino, che rispecchiava 1'involuzione e la decadenza del sistema sovietico,
ma al tempo stesso era l'uomo più inadatto a effettuare uno sganciamento da Mosca in chiave di adesione al socialismo europeo. Appariva innovatore perché contrastava il breznevismo, ma di fatto era un conservatore, perché incapace di rompere con la tradizione ideologica comunista.
La discussione sul modello sovietico comincia nella sinistra italiana alla fine degli anni Cinquanta. Pietro Nenni, dopo il XX° Congresso del Pcus e l'invasione dell'Ungheria, dichiara che il problema non è il culto della personalità di Stalin, come diceva Krusciov, perché in Urss c'è un sistema malato, che non si può considerare socialista. Invece i comunistí sostengono che la realtà sovietica resta fondamentalmente sana, anche se ammettono che ci sono degli elementi degenerativi. In questo senso è significativo il passo di Tatò, citato da Craveri, in cui si afferma che 1'Urss è comunque molto superiore ai paesi governati dalla socialdemocrazia. Tatò - non dimentichiamolo - era il più stretto collaboratore di Berlinguer.
Nella mentalità dominante all'interno del Pci non c'era la cultura dell'innovazione. I mutamenti di linea erano sempre concepiti e presentati, da Berlinguer e da tutto il gruppo dirigente, come frutto non di un'autentica innovazione, ma di un semplice adattamento: ci si adeguava alle condizioni particolari e alle contingenze storiche, ma senza mai mettere in discussione i cardini della dottrina, soprattutto di fronte alla base dei militanti. Non dimentichiamo che il Pci, dopo il 1945, si era formato come partito di massa sul culto dell'Urss vittoriosa.

Eppure Berlinguer operò il cosiddetto "strappo", proclamò che si era esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione d'Ottobre. Non si tratta di una svolta radicale?

Nonostante tutto, Berlinguer manteneva due punti fermi: la continuità e la diversità. Una rottura netta con Mosca, con il conseguente inserimento nell'alveo del socialismo europeo, gli avrebbe imposto di rinunciare alla logica secondo cui il partito, come una grande istituzione religiosa, non sbaglia mai finché resta fedele ai suoi principi fondanti. Nella visione comunista il senso della continuità ha un ruolo essenziale, perché è la garanzia che la casta sacerdotale non ha tradito i dogmi ideologici su cui basa la sua legittimità.
Il secondo elemento cui Berlinguer non intendeva affatto rinunciare era la diversità, per giunta tutta giocata sul terreno della superiorità morale. Craveri ricorda le forti riserve avanzate da Nilde lotti su questa impostazione. Io, quando ero capogruppo del Psi alla Camera, ho avuto un'assidua frequentazione con lei, che era presidente dell'assemblea. Ricordo che una volta, mentre infuriava lo scontro frontale tra Berlinguer e Craxi sulla scala mobile, mi confidò i suoi dubbi sulla linea intransigente della segreteria comunista: "Così si uccide la politica", mi disse. La lotti aveva un culto tutto togliattiano del rapporto negoziale, era convinta che anche nei momenti di contrasto più aspri bisogna tenere aperto un canale di dialogo.
Va aggiunto poi che il riferimento ossessivo alla diversità è devastante soprattutto quando viene fatto valere nei rapporti con le forze più vicine e tendenzialmente affini. Questo richiamo non preclude il compromesso con gli avversari ideologicamente molto distanti, in quanto essere diversi da loro è un dato naturale, quasi scontato, mentre con i partiti contigui crea fratture incomponibili, perché in tal caso l'esaltazione della diversità, essendo minore il divario sul piano politico, finisce per assumere un carattere etico.

Quindi in questo modo il conflitto tra socialisti e comunisti diventa insanabile. Ma è solo responsabilità di Berlinguer?

In realtà le premesse dello scontro venivano da lontano. Pci e Psi, dopo l'Ungheria, percorrono strade divaricate. I socialisti si avvicinano alla Dc e diventano una sinistra di governo; i comunisti, ancora legati a Mosca, restano una sinistra d'opposizione senza concrete prospettive di governo. Questa condizione dura per un periodo molto lungo, nel corso del quale vengono meno, anche per motivi anagrafici, le classi dirigenti unitarie che avevano guidato i due partiti nell'immediato dopoguerra. Con l'avvento di generazioni nuove, nel corso degli anni Settanta e Ottanta, la divaricazione si approfondisce, con l'indebolimento progressivo dei momenti di raccordo unitario nel sindacato, nelle giunte locali e nelle istituzioni sociali. Il risultato è che le due sinistre, rese diffidenti l'una verso l'altra da una lunga separazione, finiscono per giocare all'eliminazione reciproca. Per condurre questo gioco entrambi i partiti devono appoggiarsi a un grande centro, la Dc. Il Psi ne ha bisogno per governare, emarginando i comunisti all'opposizione. Il Pci ne ha bisogno per raggiungere un compromesso di solidarietà nazionale che tolga ogni respiro ai socialisti. La situazione si aggrava man mano con la crescita dei nuovi quadri dirigenti: nel Psi e nel Pci c'è una proliferazione di piccoli Craxi e piccoli Berlinguer, la cui cultura politica è decisamente antiunitaria. Oggi i " craxini" sono stati spazzati via da Tangentopoli, ma i "belinguerini" restano in campo ed hanno gravi responsabilità nella pessima condizione attuale della sinistra.

Tra l'altro i contrasti erano inaspriti dalla polemica ideologica dovuta alla decisione del Psi craxiano di assumere una posizione apertamente riformista.

Il riformismo non aveva mai goduto di una buona fama nella sinistra italiana, neppure tra i socialisti. A uomini come Filippo Turati e Claudio Treves si rimproverava la loro debolezza di fronte al fascismo. Per giunta il nuovo corso inaugurato da Craxi nel 1976 si distingue nettamente dall'impostazione riformista tradizionale, che si fondava pur sempre sulla lotta di classe e perseguiva la socializzazione dei mezzi di produzione, anche se puntava a raggiungerla in modo graduale, attraverso il metodo della democrazia parlamentare. Il nostro riformismo si basa invece sul concetto di modernizzazione, giudica superata la lotta di classe tradizionale, non considera più il capitalismo un nemico da abbattere, guarda con attenzione ai nuovi ceti che emergono sull'onda delle trasformazioni sociali.

E questo accentua l'ostilità dei comunisti nei vostri confronti.

In realtà anche loro avevano capito che le vecchie formule non funzionavano più, ma non erano in grado di metterle realmente in discussione, anche perché non avevano di fronte a loro la prospettiva del governo. Una grande revisione teorica è sempre un'operazione difficile. La può compiere un partito che ha come orizzonte concreto l'ingresso nel governo, ma il Pci, per le note ragioni di natura internazionale, poteva solo sperare di accrescere il suo potere di condizionamento esterno, non di entrare direttamente nell'esecutivo a livello nazionale. Il Pci non era un partito estremista e antagonista, che rifiutasse di andare al governo perché contava sul crollo finale del sistema borghese, ma era prigioniero della sua logica di espansione fine a se stessa. Visto che la sua identità storica non gli consentiva di essere riformista, si limitava ad essere moderato, perché si era dato la missione di sopravvivere e allargarsi in un territorio ostile.

Eppure nel Pci voi socialisti avevate diversi interlocutori, alcuni molto autorevoli.

Sì, anche nei momenti di contrapposizione più dura qualche spiraglio si apriva. Per esempio poco dopo la morte di Berlinguer, nel luglio del 1984, i capigruppo del Pci alla Camera e al Senato, Giorgio Napolitano e Gerardo Chiaromonte, che avevano una posizione tendenzialmente unitaria, proposero di avviare un dialogo con il governo Craxí per studiare insieme la riforma fiscale. Io stesso, come presidente del gruppo socialista, scrissi un articolo sull'"Avanti!" in cui c'era un'ampia apertura di credito nei loro confronti. Ma subito dopo il Pci iniziò la raccolta di firme per il referendum contro il decreto sulla scala mobile. E così ogni ipotesi distensiva venne stroncata sul nascere.

Probabilmente certe oscillazioni erano dovute alla necessità di non scontentare la base comunista, che era su posizioni molto più oltranziste rispetto al gruppo dirigente

Non c'è dubbio. Ma Berlinguer non faceva nulla per smuovere i militanti da quelle posizioni arretrate. In fondo aveva una visione fatalistica: era convinto che l'unica forza di sinistra fosse il Pci e che non valesse la pena di trovare un'intesa con noi. Del resto la sua valutazione della crisi in corso tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta era radicalmente diversa dalla nostra.

Approfondiamo questo punto, che è sicuramente fondamentale, anche in rapporto alle questioni trattate da Craveri nel suo saggio.

Ci troviamo in un periodo nel quale la Dc entra in una crisi molto grave, prima politica e più tardi anche elettorale, che segna l'esaurimento della sua egemonia incontrastata. Il paese è cambiato ed è in preda a mutamenti profondi, di cui il terrorismo costituisce solo un'escrescenza patologica. Si logora il sistema rigido incardinato sui partiti, che tutti in qualche modo praticavano il centralismo democratico leninista: anche la Dc in fondo era un grande aggregato di correnti, in ognuna delle quali vigeva una disciplina ferrea. Negli anni Settanta si verifica un forte smottamento del sistema, viene meno la indiscutibilità della decisione oligarchica.

E qui s'inserisce l'iniziativa dei socialisti.

Craxi vede che la crisi della Dc rischia di travolgere le istituzioni, per cui si pone il problema di preparare l'alternativa. Ma il timore che il sistema non regga e che la democrazia venga messa in discussione finisce sempre per frenare la sua iniziativa. Qualcosa di simile avviene anche tra i repubblicani. Nel 1981 all'interno del Pri si determina un contrasto tra Bruno Visentini e Giovanni Spadolini, il quale respinge l'idea del governo dei tecnici, giudicandola un'avventura. Infatti questa ipotesi verrà realizzata solo nel momento più grave della crisi italiana, nel 1993 con la presidenza Ciampi e poi nuovamente, con il governo Dini, nel 1995.

Però i socialisti un'ipotesi alternativa l'avevano elaborata: quella di riformare le Istituzioni tn senso presidenziàlista. Perché non se ne fece nulla?

A tal proposito vorrei ricordare un passaggio molto significativo. Nel 1991, al Congresso del Psi di Bari, Craxi riconosce l'errore compiuto nel referendum sulla preferenza unica e dice di voler presentare al partito una "memoria difensiva". In realtà lo fa solo in forma indiretta, citando una frase di Ugo La Malfa ripresa da un libro di Spadolini. Il concetto espresso da La Malfa era più o meno il seguente: se volessi cavalcare la protesta prenderei milioni di voti in più, ma non avrò mai quei consensi perché sono un uomo del sistema.
Ebbene, anche Craxi si sentiva un uomo del sistema. Solo così si spiega perché in lui c'è sempre un'evidente sproporzione tra avvio e conclusione delle iniziative politiche. Partiva in avanti con grande determinazione e poi all'improvviso frenava, non si spingeva mai fino in fondo. Qualcuno sostiene che ciò fosse dovuto a una forma di opportunismo, ma non è vero. In realtà Craxi temeva di mettere in moto forze incontrollabili. E non aveva torto: coloro che hanno giocato la partita della rottura del sistema, a partire dal 1992, hanno messo fuori gioco il paese per dieci anni. Dopo il collasso della Prima Repubblica non abbiamo avuto alcuna revisione democratica, tutto è avvenuto surrettiziamente. Solo l'effetto d'urto della crisi del sistema e della legge elettorale maggioritaria ha prodotto una finta alternativa, ma nei fatti i vecchi equilibri si vanno ricomponendo. Proprio in Sicilia, dove la crisi dei partiti era cominciata con l'irruzione della leadership personale di Leoluca Orlando, ora emerge un grande centro che raggiunge percentuali elevatissime. Secondo me è probabile che si finirà per tornare al proporzionale, magari con una soglia di sbarramento.

Ma proprio Tangentopoli non ha dimostrato che la critica di Berlinguer al sistema dei partiti aveva un fondamento?

No. Ha dimostrato come la via indicata da Berlinguer portasse la sinistra al disastro. In fondo l'alternativa democratica proposta dal Pci nel 1980 era speculare alla proposta Visentini di un governo dei tecnici. Anzi bisogna dire che l'ipotesi era stata lanciata per la prima volta, all'indomani del terremoto in Irpinia, da un articolo di fondo del "Corriere della Sera", all'epoca notoriamente controllato dai piduisti. La storia della P2 è molto complicata, la si potrà scrivere forse tra molti anni, ma questo è un dato indiscutibile. In fondo si trattava della solita manovra per tagliare fuori i partiti, tentata regolarmente nei momenti di crisi dalle oligarchie economiche e sociali. Il Pci, con Berlinguer, ebbe il torto di prestarvisi, giocando allo sfascio. Nel 1980-81 quel disegno falli, ma il Pds sarebbe ricaduto nello stesso errore tra il 1992 e il 1994, con i risultati che oggi sono di fronte agli occhi di tutti.
Berlinguer e i suoi successori hanno peccato di presunzione. Hanno creduto di poter guidare il disfacimento del sistema perché erano la forza più robusta e organizzata. Pensavano di mandare avanti le oligarchie, i "ricchi senza popolo", per imporre poi la propria egemonia: non perché fossero avventuristi, ma perché sopravvalutavano se stessi. In fondo questo è l'ennesimo frutto velenoso del richiamo alla diversità, della convinzione di essere i migliori, di una mentalità che gli eredi di Berlinguer non hanno ancora abbandonato, benché siano ridotti al 16 per cento. Solo pochi di loro - penso per esempio alle riflessioni di Giuseppe Vacca - mostrano di aver capito la gravità dell'errore compiuto.

Ventunesimo Secolo 1, 2002


CARTE INEDITE DAGLI ARCHIVI DI BUFALINI: COSÌ ALL´XI CONGRESSO DEL PCI, NEL 1966, NACQUE E MORÌ L´IDEA DI UNA FORMAZIONE UNICA CON I SOCIALISTI 

Il partito mai nato 


ALTRI tempi, certo. Altro linguaggio, altro stile, altra severità. Tempi di ferro, anche. Tempi in cui il dissenso era scoraggiato e imbrigliato, la linea doveva essere e apparire monolitica, e la disciplina di partito faceva premio sulla libera e «sregolata» articolazione delle idee. Ma il materiale custodito da Paolo Bufalini, e che la rivista Le ragioni del socialismo diretta da Emanuele Macaluso presenterà in un convegno dedicato alla figura del grande dirigente comunista scomparso un anno fa, documenta un frammento molto importante nella storia della sinistra italiana ed è testimonianza di un nodo tuttora irrisolto della sua identità. Documenta un punto cruciale di svolta, situato nel biennio `65-´66, nella vicenda del Pci e testimonia ancora una volta la centralità della «questione socialista» nella fisionomia politica e culturale della sinistra. Il materiale contenuto nell´archivio Bufalini si riferisce al dibattito serrato apertosi nel Pci nella prospettiva dell´XI congresso del partito. Il primo congresso del dopo-Togliatti. Con il centrosinistra già avviato, che aveva sancito la rottura tra socialisti e comunisti. E con la prospettiva della riunificazione (destinata, peraltro, a vita effimera) tra i socialisti di Pietro Nenni e i socialdemocratici di Giuseppe Saragat. Il Pci, come ebbe modo di spiegare minuziosamente lo stesso Bufalini in un lungo articolo pubblicato dal Ponte nel 1992, veniva messo di fronte a un bivio. Nel novembre del `64 Giorgio Amendola, rispondendo a una lettera aperta di Norberto Bobbio in cui veniva severamente criticato il metodo con cui era stato destituito Krusciov, lanciò l´idea del «grande partito nuovo della classe operaia»: una formula che stava inequivocabilmente a significare la possibilità di riunire le forze separate dalla scissione di Livorno. Naturalmente la proposta amendoliana non nascondeva affatto un «cedimento» politico e culturale dei comunisti nei confronti delle ragioni dei socialisti. Anzi, essa veniva motivata dalla convinzione, che oggi appare inevitabilmente datata, secondo cui «nessuna delle due soluzioni prospettate alla classe operaia dei paesi capitalistici dell´Europa occidentale negli ultimi 50 anni, la soluzione social-democratica e la soluzione comunista, si è rivelata fino a ora valida al fine di realizzare una trasformazione socialista della società». Ma la semplice prospettiva di «partito unico» della sinistra italiana ebbe l´effetto di un terremoto nel partito orfano di Palmiro Togliatti. Bufalini racconta l´opposizione di Mario Alicata e soprattutto della «sinistra» interna guidata da Pietro Ingrao. Ma il segretario Luigi Longo incaricò proprio Bufalini di redigere un documento per motivare, racconta il protagonista, «una nostra proposta per l´unità socialista». Altri tempi. Altre liturgie. Altri liguaggi. Bufalini scrisse un corposo documento, quello oggi riproposto da Le ragioni del socialismo, di ben 57 pagine. Ma «il mio vecchio amico Ingrao con affettuosa cortesia manifestò insoddisfazione e dubbi profondi» su quel testo. A Ingrao venne perciò chiesto di rivederlo e di modificarlo. Ma il leader della sinistra interna non si accontentò di varianti minime e la sua revisione si concretizzò nella riscrittura delle prime 35 cartelle del documento in cui l´ipotesi amendoliana del «partito unico» della sinistra veniva radicalmente ridimensionata e rimessa in discussione. In un partito abituato a soppesare ogni parola, a limare con prudenza curiale ogni formula, quella drastica riscrittura non poteva che essere emblema di un dissenso radicale, destinato a manifestarsi nel corso dell´XI congresso del Pci nel `66 dominato dalla contrapposizione tra Amendola e Ingrao. Il seguito della storia fu tormentato e pieno di ostacoli. Una commissione composta da Longo, Amendola, Enrico Berlinguer, Ingrao, Bufalini, Rossanda, Secchia, Li Causi e Gerratana venne incaricata di redigere un nuovo documento sull´«unificazione socialista». Ma «emersero divergenze sostanziali», con «l´opposizione di sinistra» (Ingrao, Rossanda, Secchia, Gerratana) convinta che «l´unità dovesse perseguirsi tra forze rigorosamente e coerentemente classiste e marxiste». «Nelle votazioni Longo, Berlinguer e Bufalini venivano spesso messi in minoranza» racconta Bufalini, e ne risultò un documento «per tanti aspetti giusto e pregevole, ma per altri compromissorio e incerto e nel quale l´incisività di Longo non c´era più». Altri tempi, perché Bufalini non avrebbe voluto presentare un testo troppo diverso dalla «svolta» che avrebbe dovuto annunciare: «ma allora nel Pci non si usava comportarsi così. Perciò seguii la risoluzione della maggioranza e presentai io il nuovo documento, che d´altra parte riproduceva posizioni unitarie. Vi furono un certo numero di voti contrari "da sinistra". "Da destra" (si fa per dire) per le mie stesse riserve sopra accennate, votò contro Gerardo Chiaromonte». L´ipotesi amendoliana di un «partito unico della sinistra» che comprendesse comunisti e socialisti venne di fatto svuotata e nell´XI congresso del 1966 lo scontro verrà sterilizzato e ricomposto con un esito immancabilmente (per i tempi) «unitario». Resta la testimonianza di una contrapposizione molto dura e di cui le due versioni del documento scritto da Bufalini e «corretto» da Ingrao (le cui rispettive parti dedicate al «partito unico» della sinistra vengono qui parzialmente riprodotte a mo´ di confronto) sono il segno più significativo. Resta la percezione di un´occasione perduta e del rifiuto di una svolta che avrebbe costretto i due partiti maggiori della sinistra italiana ad accelerare un chiarimento culturale e politico che si riproporrà drammaticamente solo molti anni più tardi, con le macerie del muro di Berlino e soltanto quando il terremoto giudiziario destinato a travolgere la politica italiana altererà per sempre il confronto tra i socialisti e gli ex comunisti e dopo anni di «duello a sinistra» senza esclusione di colpi in cui l´idea dell´«unità socialista» non riuscirà a decollare. Per colpa di inerzie e radicalismi ideologici che Paolo Bufalini aveva sempre contrastato.

Pierluigi Battista



Pubblichiamo il passaggio sul problema dell´unità con i socialisti del documento del 1965 di Paolo Bufalini. E, dopo, le correzioni proposte da Pietro Ingrao. 


IL DOCUMENTO PER L´UNIFICAZIONE 


OGNI forza porta in questo grande orientamento contenuti particolari in relazione alle diverse posizioni e tradizioni di classe, politiche e ideali. E in tale differenza non vi è solo una difficoltà nuova e profonda per realizzare l´unità, ma vi è anche una nuova ricchezza di contributi positivi. Questa differenziazione è, comunque, la conseguenza e l´espressione di una avanzata, di una estensione del socialismo e come tale deve essere da noi, prima di tutto, considerata. Da qui sorge con forza nuova l´esigenza dell´unità in senso più largo. Da qui deriva il compito preminente di promuovere e costruire una nuova unità... Il problema decisivo che ci sta dinanzi - a noi, come a tutte le forze socialiste e democratiche - è quello di far sì che tutte le forze, i movimenti, le idee che tendono a dare soluzioni democratiche e in senso socialista alle grandi questioni, riescano a pesare nella vita nazionale molto più di quanto non abbiano fatto finora, in misura corrispondente alla loro effettiva consistenza ed estensione, e possono costituire un fattore determinante di tutta l´evoluzione politica nazionale. «Non si tratta sia ben chiaro - ha detto Togliatti - di proporre un ritorno al fronte popolare» bensì di «aprire, di fronte alle masse popolari, un dibattito programmatico, politico e anche organizzativo per affrontare e risolvere il problema di come sia possibile, oggi, riuscire a dare un´unità a tutte le forze che si richiamano al socialismo». Secondo questa giusta impostazione, l´azione unitaria non ignora differenze e contrasti, ma sollecita il dibattito e l´azione sui punti programmatici, sugli indirizzi politici e anche sulle questioni organizzative. Per una tale via, si può e si deve giungere a superare e porre fine a ogni forma di anticomunismo e di discriminazione politica a sinistra e a porre fine al processo di frantumazione delle forze di sinistra. 
Paolo Bufalini

INGRAO: CORRIGE 


IL grado di unità delle forze politiche che combattono per il socialismo acquista un peso determinante. Si presenta la necessità di superare la crisi dell´unità d´azione, che negli ultimi anni ha indebolito seriamente la lotta delle forze di orientamento socialista, che ha finito per riflettersi anche sulla forza del movimento rivendicativo e che appare ancora più dannosa nella fase attuale in cui determinati sbocchi politici sempre meno possono essere il risultato di convergenze spontanee e sempre più si presentano come il frutto di un coordinamento di azioni condotte in diversi campi. Ma non si tratta solo di questo. Si presenta il problema di una formazione politica nuova che, per la sua concezione della storia e della società, per le sue basi di classe, per il suo programma politico rispondente ai fini socialisti, per il suo carattere di organizzazione di lotta e per il suo regime di democrazia interna sappia unire in un solo partito di classe il massimo delle forze di ispirazione marxista e sappia impegnarle in una via d´avanzata al socialismo corrispondente alle condizioni del nostro Paese. L´esigenza risponde innanzitutto alla necessità di evitare la frantumazione delle forze, sia di quella che si produce al livello dei quadri e dei militanti in rapporto alla crisi del Partito socialista, sia di quella disgregazione e dispersione silenziosa che si verifica alla base, tra le masse lavoratrici ma va assai oltre tale problema. Essa è motivata dal fatto che siamo in una fase in cui tutto lo scontro di classe investe questioni più avanzate e di fondo e in cui tutta la battaglia per il socialismo - nei suoi contenuti immediati, nella sua strategia generale, nelle sue forme di organizzazione - deve essere adeguata a questo livello e alla posta in gioco». 
Pietro Ingrao

La Stampa
10/6/2002

Due lettere - una di Emanuele Macaluso, ed una di un lettore della "Stampa", con imbarazzata ed impacciata risposta, su una questione di civiltà: ma come si può fare un film "impegnato" senza ricordare che Placido Rizzotto era socialista? 

Rizzotto assassinato anche perché socialista

Caro direttore, io non ho ancora visto il film «Placido Rizzotto» di Pasquale Scimeca e non posso dare un giudizio sull’opera, ma sono uno dei pochi sopravvissuti che ha conosciuto Rizzotto (in quegli anni ero segretario della Cgil siciliana) e con lui ebbi rapporti intensi, a Corleone e a Palermo, fui io a commemorarlo nella sua città. Le scrivo perché mi ha stupito la risposta del regista ad Ottaviano Del Turco (mi riferisco al «Corriere della Sera» di ieri) il quale faceva notare che nel corso del film non si dice mai che Rizzotto era socialista. La risposta di Scimeca è questa: «Non mi sembra così importante chiarire l’appartenenza ad una sigla». Il Psi non era una sigla e per ricostruire una storia l’appartenenza politica non è irrilevante anche perché - ecco il punto - se il regista avesse letto la relazione di minoranza alla commissione antimafia (febbraio 1976) redatta da Pio La Torre, forse non avrebbe risposto così. Infatti La Torre scriveva: «Nel corso della campagna elettorale (1948) furono commessi alcuni dei più efferati delitti di mafia contro esponenti del movimento contadino. Voglio ricordare in modo particolare tre episodi: Placido Rizzotto a Corleone, Epifanio Lipuma a Petralia, Cangelosi a Camporeale, dirigenti contadini di queste 3 zone fondamentali della provincia di Palermo, e socialiste. Perché tra i socialisti? Gli assassini si susseguirono a distanza di giorni. Vi era stata la scissione socialdemocratica e il movimento contadino restava, invece, unito; occorreva dunque dare un colpo al movimento e la mafia sviluppò una campagna di intimidazione verso i dirigenti socialisti». Se l’analisi di La Torre era giusta, l’appartenenza non era irrilevante. Lo stesso La Torre in quella relazione ricorda che nel processo contro gli assassini di Rizzotto l’imputato Luciano Liggio venne difeso da un avvocato del Psdi, Rocco Gullo. E, aggiungo io, la parte civile fu sostenuta da un avvocato socialista turatiano, Francesco Taormina. Un segno dei tempi. Ma la storia è questa. 

Emanuele Macaluso 

Corriere della Sera 
16 ottobre 2000

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Non dimentichiamo il socialismo


GENTILE signor Del Buono, in questi giorni viene proiettato in tutte le sale cinematografiche del Piemonte, nel quadro della Rassegna Grande Schermo 2000, il film Placido Rizzotto di Pasquale Scimeca: finalmente ritorna, nel nostro cinema, l’impegno politico, dopo tante storie più o meno insulse e più o meno comiche. Premesso che proprio perché è cinema politico, gli autori non possono essere neutrali, non possono né devono esserlo, ma devono rispettare la realtà di quanto si racconta, questo sì, o almeno così dovrebbe essere. Ad esempio, per Placido Rizzotto si è omesso di dire che era un giovane socialista, segretario della sezione del PSI di Corleone; e socialisti erano pure, tra tanti altri, Epifanio Li Puma, Calogero Cangelosi e Salvatore Carnevale, segretario della Camera del Lavoro di Sciara, vittime mirate della mafia agraria siciliana negli anni che vanno dal 1947 al 1956. Penso quindi che i socialisti, a ragione, devono far notare la grave omissione politica: risponde ad una giusta esigenza di rispetto della memoria storica del loro movimento. D’altra parte questa omissione compiuta dal regista del film, che risponde a un tentativo in atto in questi anni di rimuovere tutto quanto sa di socialista, non è un caso isolato. Già Bertolucci, nel suo grande affresco Novecento , omise di ricordare il grande ruolo svolto dai socialisti in quell’epoca, nelle grandi lotte in Emilia-Romagna che caratterizzarono la storia contadina e fondarono la grande rete delle cooperative... Signor Del Buono, sono socialista da sempre perché tali sono le mie radici famigliari e sono per un socialismo «dal volto umano», come diceva il buon Nenni, ma mai sono stato rampante né voltagabbana... Un’altra raccomandazione per i registi dei film politici, in particolare per quello di Placido Rizzotto : devono essere meno ossequiosi al colore politico dei produttori... Mario Marini , maestro 

Viguzzolo (AL) 

GENTILE Mario Marini, lei ribadisce quella «cancellazione dei socialisti» che il ministro Del Turco ha più volte denunciato in varie sedi, proprio in occasione del film Placido Rizzotto . Come lui, lei ha ragione: è scorretto e sciocco ignorare l’importanza storica dei socialisti. E’ anche vero che all’inizio del secolo ( Novecento di Bertolucci) era ovvio che le lotte dei lavoratori venissero condotte dai socialisti (un partito comunista neppure esisteva); mentre nell’immediato dopoguerra degli anni 1947-’56 socialisti e comunisti erano legati da un patto di unità d’azione così stretto da aver creato l’aggettivo «socialcomunisti» e da rendere difficili troppe distinzioni. 
Oreste del Buono


La Stampa
Mercoledì 20 Dicembre 2000


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