Macaluso:Mancini, una lezione per la sinistra divisa 

Anima scomoda del socialismo I funerali: il "suo" popolo ed i garofani rossi I socialisti milanesi e lombardi I giovani della sinistra

 

Il Presidente del Circolo De Amicis ed i compagni del direttivo partecipano con profondo dolore e rimpianto la scomparsa di 

Giacomo Mancini

compagno e maestro, fiero combattente per la libertà ed il socialismo.

Milano, 9 aprile 2002

Partecipano al lutto: Stefania ed Aldo Aniasi, Bruna e Mario Artali, Felice Besostri, Gabriele Baccalini, Adriano Fiore, Gianni Mariani, Bruno Pinciara, Arnaldo Sciarelli, Luigi Vertemati

Alla Amministrazione Comunale di Cosenza


Partecipiamo con profonda commozione al dolore e al lutto della città di Cosenza per la scomparsa del proprio Sindaco Giacomo Mancini. Cosenza città che ha tanto amato e servito con passione.
Con Giacomo Mancini scompare una parte rilevante della storia del Partito Socialista Italiano.
Giacomo Mancini è stato un compagno, un militante, un leader.
Sempre presente nel vivo delle vicende politiche italiane,attento ai mutamenti sociali, difensore dei diritti civili, interprete del socialismo riformista meridionale con un legame particolare con il riformismo milanese e lombardo.
Per molti decenni con lui abbiamo combattuto comuni battaglie per difendere e consolidare la democrazia, estendere le libertà e i diritti.
Mancini, ispirandosi al socialismo riformista di Turati e di suo padre Pietro, primo deputato socialista di Calabria, da sempre garantista ha lottato per una " Giustizia Giusta ".
Gli siamo stati affettuosamente vicini nella amarezza degli anni nei quali è stato perseguitato con accuse infamanti e pienamente assolto dopo anni di sofferenza.
Il suo insegnamento ci impegna a continuare la lotta per il riformismo socialista perché resti un solido riferimento per tutti i democratici italiani.
Nel porgergli l'ultimo saluto, con grande dolore e rimpianto lo ringraziamo per esserci stato fraterno compagno e maestro.

 Aldo Aniasi 
Mario Artali Guido Alberini  Roberto Biscardini Pia Locatelli
Gabriele Baccalini  Marte Ferrari Clara Lazzaroni Luigi Vertemati 
Guido Baruffi Felice Besostri Alberto Grancini Maurizio Noci
Enzo Collio  Gianni Mariani  Renato Tacconi Nando Vertemati

Milano, 8 aprile 2002

IL RICORDO DI EMANUELE MACALUSO A SEI MESI DALLA SCOMPARSA DEL POLITICO SOCIALISTA 
Mancini, una lezione per la sinistra divisa 


SONO trascorsi sei mesi dalla scomparsa di Giacomo Mancini e vorrei ricordarlo non con parole retoriche e di circostanza, ma attraverso una riflessione politica. Un ragionamento come quelli che, in tanti anni, facevo insieme a lui nei nostri incontri pubblici in tante occasioni, anche a Cosenza, e nelle nostre conversazioni a casa sua (più spesso), a casa mia o in trattoria. Giacomo era un conversatore amabile, un osservatore acuto delle vicende politiche nazionali e internazionali, una grande capacità di sintesi anche quando esprimeva concetti complessi. Oggi la sinistra attraversa un momento difficile, anzi difficilissimo e mi manca un confronto su ciò che vediamo, con Mancini. Il quale, ecco il primo punto che vorrei sottolineare, nella buona e nella cattiva sorte, nei momenti in cui si celebrava una vittoria o si registrava una sconfitta, con serenità stava sempre con la sinistra, con la sua storia e i suoi travagli. Ci stava con le sue idee che difendeva con straordinaria determinazione, ci stava quando era in una maggioranza, anche come segretario del Psi, e quando si trovava, spesso debbo dire, in minoranza. Nel suo partito e nella sinistra nel suo complesso: basti pensare agli anni del terrorismo e delle leggi eccezionali che, quasi solo, avversò attirandosi gli strali di chi nel Pci osò definirlo «un fiancheggiatore». Ma non si ritrasse. Questo tratto ci è stato, in molte occasioni, comune. Negli anni del giustizialismo fu vittima designata da un coacervo di forze che nella politica e negli apparati dello Stato non avevano mai tollerato la sua battaglia garantista contro la mafia, come contro il terrorismo. Il processo che lo coinvolse è una delle pagine più nere della giustizia italiana. E abbiamo le carte in regola per dirlo, diversamente da Berlusconi, che si è svegliato garantista, dopo aver cavalcato quel giustizialismo che nel 1994 lo portò alla presidenza del Consiglio, e di quella destra (non tutta) illiberale che alzava, anche in Parlamento, il cappio. Ma torniamo al discorso sulla sinistra (e sull´Ulivo) che oggi, mentre il governo di centro-destra è in grave difficoltà, si divide perché non ha voluto fare i conti con se stessa e sino in fondo per ridefinire il suo profilo di forza di governo. Per farlo avrebbe dovuto recuperare il nucleo vitale riformista che pure ci fu nel Pci e nella storia del socialismo italiano, dei suoi valori, di cui Giacomo Mancini fu assertore. Le oscillazioni e gli equivoci, l´essere e non essere, alla lunga, in politica non paga. E la scelta di una collocazione netta sul piano internazionale è decisiva. Il Pci pagò l´errore del 1956, quando sostenne l´Urss nella repressione della rivoluzione ungherese e il Psi fece invece la scelta che lo ricollocò nell´alveo del socialismo europeo. Il Pci, anche grazie alla sua politica riformista, aderente ai bisogni dei lavoratori, anche dopo quell´errore guadagnò consensi sino ad ottenere, nel 1976, il 34,5% dei voti. Ma alla lunga, nell´89, non bastò la tardiva svolta di Occhetto a dargli il profilo di forza socialista ed europea. Anche perché, le oscillazioni, tra il radicalismo massimalista e riformismo socialista sono continuate, sino alla vicenda odierna che ha diviso i Ds e frantumato l´Ulivo. L´assenza di una forza autenticamente socialista ha infatti reso tortuosa la via per ricostruire una grande sinistra, ed equivoca la convivenza con forze democratiche moderate nell´Ulivo. Questo scenario era prevedibile e con Giacomo ne avevamo tante volte discusso. Ma io che, come lui, in ogni caso, resto sulla nave in cui, come lui, mi imbarcai sessanta anni addietro - e la nave è la sinistra - penso che se c´è una battaglia politica aperta e forte, la rotta si troverà. Come hanno trovato tutti i partiti socialisti europei, anche quando hanno navigato mari in burrasca. Vorrei fare un´ultima considerazione e riguarda il Mezzogiorno. La Finanziaria ha messo in maggiore evidenza il fatto che il Mezzogiorno è sempre più emarginato e resta fuori dalle politiche di sviluppo. La dura polemica tra il presidente della Confindustria e il ministro Tremonti è un segno dei tempi. Ma la sinistra dov´è e che cosa fa? La sinistra meridionalista degli Amendola, dei Gullo, dei Li Causi e dei Mancini dov´è? Dove sono quelli che dovrebbero essere i loro eredi? Amendola e Mancini furono, insieme, negli Anni Quaranta-Cinquanta all´opposizione. Ma anche quando Mancini fu uno dei leader del centro-sinistra e Amendola o Alicata dell´opposizione, il Mezzogiorno ebbe la sua guida politica. Quando nel 1966 la frana di Agrigento mise in evidenza un disastro urbanistico dovuto al saccheggio del territorio, Mancini non solo denunciò con energia i guasti e i responsabili, ma promosse i primi strumenti legislativi atti a bloccare la speculazione. E dall´opposizione Mario Alicata diede un sostegno deciso e decisivo all´opera risanatrice e riformatrice di Mancini. Nessuno cambiò campo, ma a sinistra c´era una classe dirigente che aveva autorità politica e intellettuale. Se non si ricostruisce una politica e una classe dirigente il Sud non ha speranza. E oggi non c´è né a destra né a sinistra. So bene che anche Mancini, Amendola, Gullo, De Martino, Li Causi e Alicata fecero errori. E li fecero Gaetano Martino, Mario Scelba, Giuseppe Alessi, Franco Restivo, Emilio Colombo, Riccardo Misasi e altri che espressero il centro. Ma c´era una dialettica reale e classi dirigenti che tentarono di cambiare il volto del Sud. Non è, la mia, nostalgia dei tempi che furono. No. In quegli anni il Mezzogiorno perse la sua partita. Ma la giocò. Oggi la sta perdendo senza giocarla. Ricordare Mancini, se come dicevo non si vuole fare retorica, significa anzitutto dire, a chi oggi è impegnato nella politica, di recuperare autonomia dai poteri, dignità di fronte ai nuovi padroni, determinazione nel perseguire obiettivi di sviluppo per il Sud. Ecco perché, in questa ricorrenza ritengo attuale la lezione di Giacomo Mancini.

Emanuele Macaluso

La Stampa
8/10/2002


Il ricordo

Addio a Giacomo Mancini, anima scomoda del socialismo

di PAOLO FRANCHI


Con Giacomo Mancini se ne va un altro pezzo, e che pezzo, della storia socialista, democratica e repubblicana di questo Paese. E forse non sta bene dirlo, ma molti di noi cronisti ormai di lungo corso, di quelli che hanno scarpinato per tanti anni alla ricerca di notizie, di indiscrezioni e anche di ragionamenti, sentono anche di aver perduto un vecchio amico. Non era davvero un personaggo facile, Mancini. Ed è giusto, e naturale, che fosse così. I pezzi di storia di un mondo in cui la politica non era patinata dovevano essere per definizione complessi e contraddittori in vita. Lo restano in morte. 
Fu socialista. Forse neanche per scelta o vocazione, ma perché non avrebbe potuto essere altro. Suo padre, Pietro, fondatore del partito, grande avvocato, era il socialismo a Cosenza e in Calabria. Il giovane avvocato Giacomo volle raccoglierne l’eredità. Ci è riuscito appieno, ha resistito anche alla tragedia che ha squassato il socialismo italiano, e poi per sette lunghissimi anni all’accusa infamante di aver concorso, dall’esterno, all’attività criminale delle più potenti cosche calabresi: l’ultima assoluzione, dopo che per testimoniare in suo favore era sceso in Calabria il fior fiore della sinistra italiana, è del novembre ’99, e lui se ne è andato a ottantasei anni come voleva andarsene, da sindaco della sua città. 
Fu socialista. Ma sarebbe più giusto essere precisi e dire che, almeno fino a quando si occupò in prima persona di politica e del partito, fu socialista autonomista, nenniano, come si diceva un tempo e come si poteva essere nenniani nel Mezzogiorno e in Calabria. Alla Camera entrò nel ’48, 26 mila voti di preferenza tra la sua gente, eletto nelle liste del Fronte Popolare: ci resterà per nove legislature. Giorgio Napolitano, che come Paolo Bufalini, Gerardo Chiaromonte, Emanuele Macaluso, Rosario Villari lo conobbe negli anni delle lotte meridionaliste, ricorda Mancini come un autonomista sempre fiero delle proprie ragioni, e ostinato nel difenderle, che non fu mai, però, anticomunista. Si tratta, crediamo, di un giudizio onesto, per quel tempo e anche per le stagioni successive al 1956, quando, all’indomani della feroce repressione sovietica della rivoluzione ungherese le strade dei socialisti e dei comunisti si separarono, e Mancini fu chiamato da Nenni a occuparsi di un’organizzazione, quella del Psi, che non voleva essere più vassalla della ben più potente organizzazione di Botteghe Oscure. 
Fu socialista. Autonomista, nenniano, uomo di governo nel centro-sinistra, ministro nei governi Moro e nei governi Rumor. Da ministro della Sanità impose l’introduzione del vaccino antipolio Sabin, alla faccia delle resistenze burocratiche e degli interessi economici consolidati. Da ministro dei Lavori pubblici fu severo verso gli speculatori, come all’epoca proprio non usava, dopo la frana di Agrigento. Sbagliò anche, tantissimo, come testimonia il disastro del quinto centro siderurgico nella sua Calabria. 
Fu socialista. E quindi, ovviamente, antifascista: nel ’44, a Roma, era nell’organizzazione militare clandestina della Resistenza. Della destra missina fu uno dei bersagli prediletti. Quando il Candido di Giorgio Pisanò funse da capofila nella campagna sullo scandalo Anas. Ma anche, e molto più, una decina di anni dopo, quando Reggio Calabria quasi insorse con i «boia chi molla» di Ciccio Franco, contro Catanzaro diventata capoluogo regionale, contro Roma, contro Mancini e quello che già allora si chiamava il «mancinismo», un’idea e una pratica spregiudicate, cioè, della politica, nel tentativo di far fronte alla Dc sul suo stesso terreno. E anche in materie a dir poco delicate, come l’industria di Stato, e i servizi. 
Fu socialista. Autonomista, nenniano, riformista. Si battè per l’unificazione tra Psi e Psdi, ma quando questa rapidamente fallì non arrestò la sua corsa e, nel 1970, divenne segretario del partito. Durò solo un paio di anni, ma furono anni importanti. Qualcuno, più tardi, vi scorse anche una premessa, un’anticipazione della stagione di Craxi, una sorta di variante meridionale di quella politica di collaborazione sì, ma anche di competizione a muso duro con la Dc che Bettino avrebbe condotto in stile milanese. Di certo Mancini non apprezzò affatto la linea del suo successore, Francesco De Martino, di cui pure era personalmente amico: né la teoria degli «equilibri più avanzati» né, tanto meno, l’idea che il compito dei socialisti fosse essenzialmente quello di favorire l’imminente compimento dell’evoluzione del Pci. Altrettanto certamente fu lui, nel luglio del ’76, a pilotare il Comitato centrale del Midas, che dopo la sconfitta elettorale aveva defenestrato De Martino, verso l’elezione di Craxi: un po’ perché quel suo vicesegretario che conosceva così poco non gli dispiaceva, molto perché pensava che, debole come all’epoca Craxi era, sarebbe stato facile guidarlo da padre nobile. Un altro errore, in tutta evidenza. Scontato con una rapida emarginazione nel partito. 
Fu socialista. Autonomista, nenniano. E garantista, come a un socialista si conviene. Si battè sempre in primissima linea per i diritti civili: a cominciare dalla battaglia per il divorzio. Negli anni di piombo non si associò al fronte della fermezza contro il terrorismo, e gli furono rimproverate, in specie dai comunisti, debolezze e simpatie personali verso esponenti di primo piano dell’Autonomia. La sinistra extraparlamentare gli era lontana mille miglia: ma per libertarismo e anche per calcolo politico non le sbatté mai la porta in faccia. 
Fu socialista. E calabrese. E cosentino. Può darsi, come pensano in molti, che questo sia stato il suo limite più forte. Ma lui lo ha vissuto come un suo tratto distintivo, e un suo merito. 


Corriere della Sera
9 aprile 2002


Corteo di almeno due chilometri

Funerali di Mancini, migliaia di garofani e l’orazione di Piperno

Le esequie celebrate ieri. Il cartello di un gruppo di nomadi: «Il nostro tetto, il tuo paradiso»



DAL NOSTRO INVIATO 
COSENZA - Ai fiorai era stata chiesta una gran quantità di garofani rossi. Così ne han portati mazzi bellissimi, quasi sbocciati nella notte, e c’è chi non s’è fatto pagare. «Per Giacomino, questo e altro», dicono alzando lo sguardo oltre il muro della folla, che aspetta l’arrivo del corteo funebre, nella piazza del Comune. Sono andati a prenderlo a casa, nei vicoli del centro storico: Giacomo Mancini s’era fatto sfuggire questo desiderio qualche settimana fa. Dicono sia stato, fino all’ultimo, lucido e passionale. 
Il corteo sarà lungo almeno due chilometri. Avanzano in testa gli uomini della Protezione civile con un numero impressionante di cuscini e di corone fiorate. Seguono i gonfaloni di tutte le città della Calabria, i sindaci con la fascia tricolore e i vigili urbani in alta uniforme. La gente applaude, piange, si tiene per mano. Ci sono signore elegantissime, di nero vestite, accanto a studentesse con il piercing all’ombelico. Preti e operai, handicappati e impiegati comunali. Scolaresche schierate in fila per due. I negozianti davanti alle saracinesche abbassate. Carabinieri sull’attenti e nomadi che, riconoscenti per l’attenzione con cui il sindaco Mancini seguì le loro sorti, tengono alto un cartello: «Il nostro tetto, il tuo paradiso». 
C’è un sole forte: Marco Minniti, dei Ds, sfoggia un paio di occhiali scurissimi. Lo precede il ministro Giuseppe Pisanu, venuto a rappresentare il premier Berlusconi e a rendere omaggio «ad un grande socialista». I socialisti - pochini - stanno in ordine sparso, tra gli amici di una stagione politica durata più di quarant’anni. C’è Enrico Boselli, segretario Sdi, e c’è Giorgio Ruffolo. L’ex ministro democristiano Emilio Colombo è dietro al giornalista Lino Jannuzzi. I fotografi, inutilmente, cercano Claudio Martelli. I figli dell’uomo che fu segretario, ministro e deputato del Psi, «ma anche e soprattutto patriarca di questa città», letto il messaggio del Capo dello Stato Ciampi, affidano a Franco Piperno, ex leader di Potere Operaio e amico personale del padre, la prima orazione funebre. «Fu tra i pochissimi a rifiutare l’idea delle "leggi eccezionali". Intuendo che, nei momenti difficili, non bisogna ridurre le libertà del cittadino, ma aumentarle». Poi va al microfono l’ex dirigente del Pci, Emanuele Macaluso. «Giacomo fu un costruttore di democrazia. A volte, purtroppo, incompreso». 

Fabrizio Roncone 

Corriere della Sera
12 Aprile 2002


La Sinistra giovanile di Spezzano Sila si unisce con grande tristezza al cordoglio per la scomparsa del compagno Onorevole Giacomo Mancini, un grande politico, ma soprattutto un grande uomo, vicino agli umili e sempre pronto a difendere la democrazia del nostro paese.
Uno fra i pochi politici italiani che ha fatto della questione Meridionale una ragione di vita, non fermandosi solo alle parole, ma agendo seriamente e tenacemente per il riscatto del Sud.
La Presila tutta non potrà mai dimenticare il "Vecchio Leone socialista", sempre molto vicino alla nostra zona e anche al nostro paese.
Ricordiamo con orgoglio la costruzione della SuperStrada 107 da lui fortemente voluta, un'importante arteria stradale che ha contribuito anche alla nostra crescita economica.
Mancini ha dimostrato altresì un grande coraggio nella presa di posizione nella vicenda degli arresti dell'intera Giunta comunale del PCI Fabiano, quando affermò che il fatto era uno strategico attacco del CentroDestra calabrese di allora per sgretolare la roccaforte rossa presilana.
Fermamente convinto dell'onestà di quegli amministratori, fece addirittura un'interrogazione parlamentare al Ministro di Grazia e Giustizia di allora Vassalli, affinchè facesse chiarezza sulla vicenda, conclusasi dopo 13 anni con l'assoluzione degli stessi con la sentenza:"il Fatto non Sussiste".
Anche noi non abbiamo avuto nessun dubbio sulla sua onestà quando venne accusato di collusioni con la ndrangheta da parte di alcuni pentiti e infatti venne anche lui assolto pienamente.
Politico di grande spessore, uomo di profonda cultura, calabrese tenace e legato alla sua terra, è così che vogliamo ricordare "il vecchio elefante"della politica(come si è definito lui stesso in alcune occasioni).
Ciao Giacomo....

La Segreteria della Sinistra giovanile di Spezzano Sila

La Federazione Provinciale della Sinistra Giovanile di Cosenza partecipa con profondo cordoglio al lutto per la scomparsa del onorevole Giacomo Mancini, un insigne personaggio che ha contribuito moltissimo allo sviluppo della Calabria,della Provincia, della città di Cosenza.
Già segretario nazionale del Partito Socialista Italiano, più volte ministro del Governo, deputato, Sindaco della sua amata città Cosenza, è stato uno dei pochi politici italiani che alle promesse in campagna elettorale ha fatto seguire fatti concreti mantenendo sempre gli impegni presi.
Lo testimoniano le grandi opere fatte tra cui l'autostrada Salerno-Reggio Calabria e la Superstrada Paola-Crotone, il contributo alla creazione dell'Università degli Studi della Calabria e soprattutto il volto nuovo della città di Cosenza, città non più provinciale ma a dimensione Europea.
Noi giovani ammiriamo Giacomo Mancini non solo per le ultime opere pubbliche modernissime come Viale Parco e il Planetario ma soprattutto per aver reso la città di Cosenza molto più vivibile e sicura che nel passato rccente.
Infatti l'affluenza di turisti di giorno e di molti giovani nelle ore notturne da tutta la provincia nel Centro Storico di Cosenza è stata frutto del successo della valorizzazione attuata dal Sindaco.
Ringraziamo il "grande leone" della politica Giacomo Mancini per tutto ciò che ha fatto per noi Calabresi.


Ufficio Stampa Sinistra giovanile
Federazione Provinciale di Cosenza

9 aprile 2002


È morta Giuliana Nenni figlia del leader socialista


ROMA – E' morta, ieri, all'età di 90 anni a Roma, nella sua abitazione di Piazza Adriana, Giuliana Nenni, figlia del leader socialista Pietro. Una vita sulle orme del padre, un'esistenza spesa fino all'ultimo a difendere la libertà e i valori del socialismo. Questa è stata la vita di Giuliana Nenni, figlia di uno dei padri del socialismo, ma anche e forse soprattutto la più stretta ed amata collaboratrice. Perché Giuliana, nata mentre il padre era in carcere (in cella – quasi per un contrappasso anticipato – con l'allora socialista Benito Mussolini), si dimostrò subito la più combattiva e volitiva delle figlie di Nenni. Nell'esilio parigino divenne redattrice del giornale socialista «Populaire», nel 1936 a 25 anni fu nominata segretaria del Comitato di lotta antifascista. Poi arrivano i tempi duri della guerra di Spagna, dell'invasione tedesca della Francia. E così Giuliana divenne sempre di più il braccio destro del padre e nel '42 stampa il «Nuovo Avanti». Poi venne il tempo dell'impegno istituzionale: Giuliana Nenni è stata deputata dal '53 al '58 e senatrice dal '58 al '63. Elegante, minuta, riservata ma con grande tenacia si è battuta da subito per i diritti delle donne; fu una delle più strenue sostenitrici del voto alle donne ed esponente di spicco dell'Udi (Unione donne italiane) per lungo tempo. Fu anche la prima parlamentare a proporre una legge sul divorzio che, visti i tempi – il 1958 – fu chiamata del «piccolo divorzio». Una passione, quella per la politica, anzi per il socialismo, che ha accompagnato Giuliana Nenni anche negli ultimi anni di vita. Poco meno di un anno fa partecipò ad una manifestazione pubblica dello Sdi ed intervenne. Aveva frequenti contatti con Boselli, Amato, Vassalli ma – racconta la nipote Maria Vittoria Tomassi – «le era rimasto un unico cruccio: quello di vedere alcuni ex socialisti militare in Forza Italia. Quelle non sono le nostre idee”, mi diceva». Idee che lei, invece, ha professato fino alla fine. Non ci sarà alcun funerale ma una commemorazione al Senato. Rispettando le ultime volontà di Giuliana Nenni i parenti hanno deciso di commemorare la loro congiunta con una cerimonia laica che si terrà domani alle 16 nelle sale dell'ex hotel Bologna al Senato. Sempre rispettando le ultime volontà di Giuliana Nenni il suo corpo sarà cremato e l'urna con le ceneri verrà ospitata nella tomba di famiglia al Verano dove si trova la tomba di Pietro Nenni. I deputati hanno reso ieri omaggio, con un minuto di silenzio alla Camera, alla memoria di Giuliana Nenni. Al termine del minuto di raccoglimento c'è stato un lungo applauso da parte dei deputati di tutti i settori dell'aula. Tra i numerosi messaggi di cordoglio, quelli di Enrico Boselli, Gianni De Michelis, Bobo Craxi, Walter Veltroni, Valdo Spini, Margherita Boniver e di Luciano Violante. 

La Gazzetta del Sud
3/20/2002


EMILIO LUSSU (1890-1975) 


Dopo aver combattuto valorosamente nella Grande Guerra (da ricordare il suo diario "Un anno sull'Altipiano") é stato uno del fondatori, nel 1919, del Partito Sardo d'Azione.
Deputato nel 1921, partecipa all'Aventino; é arrestato nel 1926, é confinato a Lipari, da dove evade nel 1929 con Carlo Rosselli. Fonda a Parigi con Rosselli il movimento Giustizia e Libertà. Dopo la Liberazione milita nel Partito d'Azione, é ministro nel governo Parri e nel primo governo De Gasperi.
Deputato alla Costituente, é poi eletto al Senato. Nel 1947 é tra i fautori dell'adesione del Partito d'Azione al Partito Socialista Italiano; é stato presidente del gruppo parlamentare del Partito Socialista.

La storia di Emilio e Joyce

Note biografiche


La storia di Emilio Lussu e Joyce all’ombra della lotta antifascista

di SILVIA BALLESTRA


Autunno 1932. Durante una visita al fratello Max deportato a Ponza con l’accusa di far parte del gruppo romano di Giustizia e Libertà, alla giovane Joyce Salvadori viene affidato un incarico: deve portare un documento scritto fitto fitto e contenente un progetto di evasione a Emilio Lussu e consegnarlo a lui e a lui soltanto. Joyce, ventenne, bellissima, alta, bionda, colta ed elegante, arrotola quella carta, la infila nel manico cavo della sua valigia in fibra e parte alla ricerca di mister Mill (questo il nome finto di Lussu che vive da clandestino). Inizia proprio così, esattamente come un romanzo, o come un film, la storia fra Emilio e Joyce. A quell’epoca Emilio Lussu è un personaggio davvero «leggendario». Valoroso capitano dell’eroica brigata Sassari nella prima guerra mondiale, tornato in Sardegna ha partecipato alla nascita del Partito Sardo d’Azione. Nel 1921, a trent’anni, è stato eletto deputato. Ma sono soprattutto i fatti avvenuti dopo la presa di potere di Mussolini a renderlo un essenziale riferimento: fiero oppositore antifascista, nel 1926 è stato aggredito a Cagliari da mille squadristi che l’hanno assediato con l’intento di farlo fuori. Da dentro casa, armato di fucile, ha tirato: un giovane fascista è morto e per questo, nonostante la legittima difesa, Lussu è finito prima al carcere duro - dove si è ammalato di polmonite cronica - e poi al confino. Da Lipari, la sera del 27 luglio del 1929, con Carlo Rosselli e Fausto Nitti, è riuscito a scappare a bordo di un motoscafo guidato da Dolci e Oxilia (durante questa rocambolesca, impossibile e spettacolare, fuga, è rimasto a terra Paolo Fabbri). Una volta arrivati a Parigi, accolti da Salvemini, gli evasi hanno potuto raccontare a tutta l’Europa cos’è il fascismo in Italia e cominciare a organizzare Giustizia e Libertà. 
Joyce Salvadori proviene da una famiglia «anglo-marchigiana». E’ nata a Firenze e da lì è scappata in Svizzera una sera del 1924, dopo che il padre e il fratello sono sopravvissuti miracolosamente a un pomeriggio di torture e violenze fasciste. Il padre Willie, infatti, uno dei primi laureati in Sociologia e libero docente all’Università, è vicino a posizioni socialiste nonostante la famiglia, ricchi proprietari terrieri di Porto San Giorgio, sia di orientamento opposto (per questo, lui e sua moglie Giacinta, hanno rotto coi nonni). Da quella terribile sera, la piccola Joyce, non ancora dodicenne, ha ricavato una radicale determinazione alla lotta contro la viltà e la violenza. Essere donna, si è detta, non è un privilegio o una scusa per non esporsi ai rischi e all’azione. 
Sulle rive del lago Lemano, Joyce frequenta la Fellowship School, un collegio libertario, cosmopolita e pacifista. Ogni tanto torna nelle Marche, dai nonni, e a Fermo consegue la licenza liceale da privatista. Scrive poesie e, diciassettenne, conosce Benedetto Croce che la accoglie con amicizia e la incoraggia pubblicandola sulla Critica . Nel 1931 decide di andare ad Heidelberg per studiare filosofia. Suoi professori sono Jaspers e Rickert e Joyce si mantiene lavorando come istitutrice. Grande però è lo shock quando, in primavera, determinata assieme agli studenti di sinistra a fare un contraddittorio con Hitler arrivato per un comizio, vede dispiegarsi in piazza la potenza militare e violenta dei nazi inquadrati sotto il palco. I suoi professori sembrano non rendersi conto di quello che sta succedendo, hanno un atteggiamento di sufficienza ma Joyce, che viene dall’Italia fascista, sa. Capisce. Li riconosce. E, compreso che la filosofia in quel momento è inane, decide di partire. E’ il 1932. 
Dunque, col suo messaggio nascosto in valigia, Joyce gira a lungo prima di riuscire a trovare Emilio: ha letto del famoso personaggio su tutti i giornali ma non sa che faccia abbia. Quando lui è passato a casa Salvadori in Svizzera, per portare una copia del suo libro La Catena , lei era all’estero. Ora lo cerca ovunque, a Parigi, in Belgio, in Alta Savoia. Alla fine, le fanno sapere, poiché Lussu è ad Annemasse a respirare aria di montagna, l’appuntamento è fissato a Ginevra, in casa del repubblicano marchigiano Chiostergi. 
L’incontro fra l’affascinante e «prestigioso rivoluzionario» e la ragazza «proletarizzata dalla lotta e dall’emarginazione economica e sociale» è assolutamente romantico e travolgente. «L’amore era stato immediato e totale, il colpo di fulmine dei romanzi dell’Ottocento.» Così racconta Joyce. «Nella deflagrazione interiore innescata dal primo sguardo c’era già tutto: dall’intensa attrazione fisica al sincero rispetto, dal bisogno d’affetto alla passione politica.» 
Una prima notte abbracciati in un letto a una piazza in una casa svizzera, un breve periodo insieme e poi la decisione di lasciarsi: Emilio non vuole, non può, impegnarsi in un rapporto. 
È malato, ha ventidue anni più di lei, è un rivoluzionario refrattario alla vita di famiglia. Si lasciano ma Joyce è convinta di essere la donna adatta per lui. Continuerà a sentire un richiamo fortissimo per quell’uomo così interessante, così completo, anche da molto lontano. Anche se la separazione è assai lunga e i contatti praticamente impossibili. 
Passano sei anni. Nel frattempo, Emilio è stato operato al polmone e ha trascorso molto tempo in sanatorio, a Davos, in Svizzera, dove ha scritto Un anno sull'altipiano . Dopo essere stato in Spagna a combattere con la brigata Garibaldi, è rientrato a Parigi con Nenni per i funerali dei fratelli Rosselli, il 19 giugno del 1937. 
Joyce, come si è detto, non ha mai smesso di pensare a lui. In quei lunghi anni è stata in Africa, in Kenia e nel Tanganica, dove ha lavorato come operaia in un’industria per la brillatura del riso. Tornata in Europa, non potendo rientrare in Italia per via dei documenti scaduti, è stata in Svizzera e poi a Parigi dove, da studentessa lavoratrice, si è iscritta alla Sorbona. 
Incontra Emilio e si rimettono insieme: stavolta per sempre e con l’obiettivo di costruire un tipo nuovo di unione, in cui la famiglia non sia una trappola ma semmai la base più solida anche per fare della robusta militanza. Eppoi una coppia felice non rientra negli schemi della polizia per cui all’epoca «un rivoluzionario era un irregolare, un fanatico, un individuo antisociale». Dunque, come scrive Emilio, è proprio «grazie alla compagnia di Joyce e alla sua collaborazione che io potei svolgere in quegli anni una costante attività antifascista illegale, senza cadere.» 
Abitano prima all’Hotel de l’Université, poi trovano un piccolo appartamento nel Quartiere Latino e celebrano una specie di «matrimonio politico» in casa di Emanuele Modigliani concedendosi anche un piccolo viaggio di nozze, nelle campagne vicino Parigi. Nel 1940, all’entrata dei nazisti nella capitale francese - entrati senza che fosse sparata una sola cartuccia - Joyce ed Emilio escono di casa con una leggera borsa ciascuno (lui ha preso anche l’ombrello perché il cielo è coperto) e cominciano a camminare. Si trovano in un fiume spaventoso di gente disperata e in rotta: è una visione epica e terribile, Joyce è scoraggiata tanto da pensare di prendere la pillola di cianuro che si portano dietro per le peggiori eventualità. Emilio la rimprovera e insieme marciano fino a Tolosa. Da lì passano a Marsiglia dove mettono su un’organizzazione di espatrio clandestino. 
Emilio si occupa di contatti e problemi logistici, Joyce, curva in uno sgabuzzino, prepara decine di documenti falsi: grazie alla loro audacia e abilità tecnica, molti anarchici, repubblicani, socialisti e giellisti riescono a mettersi in salvo in Africa. 
Emilio, nel frattempo, lavora anche a un piano di sbarco in Sardegna e, per questo, decidono di partire per il Portogallo, paese neutrale. Lisbona è diventata un crocevia importante per le attività di diplomazia che Lussu deve imbastire con gli inglesi e i fuoriusciti italiani a New York. Joyce si è iscritta all’Università e studia portoghese: vivono sempre con nomi falsi e Joyce ha una doppia identità, quella vera per gli studi e quella falsa per girare. Da Lisbona si spostano a Londra, e mentre Emilio tratta col War Office, Joyce viene arruolata in un corso di addestramento delle ausiliare britanniche. Apprende tecniche di guerriglia, l’uso degli esplosivi, impara l’alfabeto Morse e a trasmettere per radio. Tutte cose che verranno utili per fare la guerra partigiana. 
Quindi tornano nell’Europa occupata. Nel ’42 sono di nuovo a Marsiglia dove riprendono a organizzare l’azione verso l’Italia. Non stanno sempre appiccicati, Joyce ed Emilio: capita anche che passino lunghi periodi separati, impegnati in missioni differenti. Emilio, per esempio, parte per New York su una bananiera armata. E succede che Joyce, dopo aver aiutato i coniugi Modigliani a passare la frontiera svizzera, venga arrestata da soldati italiani che la credono francese. 
Dice lei, però, che non si trattava di vere separazioni, che entrambi «sentivano» se l’altro stava bene o correva dei pericoli. Intanto non si faceva mai l’ipotesi peggiore e poi c’era fra loro una sorta di telepatia che scaturiva dalla profonda conoscenza e dalla forte volontà di stare insieme. Ma oltre che brava è anche fortunata, la coppia Emilio-Joyce: durante un tentativo di passaggio in Svizzera per rientrare finalmente in Italia, vengono arrestati da una pattuglia tedesca e si salvano perché Joyce conosce la lingua e può smussare le contraddizioni dei loro interrogatori. Alla fine, nel ’43, riescono a rientrare: Joyce prima, Emilio in seguito, dopo quattordici anni di esilio. 
Nel giugno del 1944 Emilio e Joyce, col falso nome di coniugi Raimondi, abitano in piazza Randaccio, al quartiere Prati, Roma. Joyce è incinta di nove mesi. Durante l’anno precedente le è capitato di salvare l’intero gruppo dirigente del Partito d’azione riunito in casa di Ines Berlinguer da morte sicura: stavano giocherellando con dell’esplosivo credendolo materiale per costruire una radio. 
Nel settembre del ’43, con Emilio, così come era successo a Parigi, aveva assistito all’entrata a Roma della Wermacht. Il 20 settembre era partita per conto del Cln con l’incarico di passare le linee e prendere contatto cogli alleati per un lancio di armi per le bande partigiane. 
Ora si era al 6 giugno del 1944, appunto, e i nazisti erano stati cacciati il giorno prima da Roma. Ma ancora vigevano le leggi fasciste che imponevano il matrimonio, per poter riconoscere all’anagrafe il bambino. Così, alla presenza di un assessore della Giunta appena insediata in Campidoglio dal Cln, con, per testimoni, la portinaia dello stabile e un passante, vengono sposati coi loro veri nomi. 
Qualche giorno dopo nasce il piccolo Giovanni. E qui inizia un’altra storia. Altrettanto bella ed emozionante ma del tutto nuova: quella della famiglia Lussu. In un paese che deve essere ricostruito ma che è finalmente libero e democratico. Anche grazie ad Emilio e Joyce.

Corriere della Sera
24 agosto 2001


Una coppia unita da una forte intesa intellettuale e amorosa


Emilio Lussu, nasce ad Armungia, un villaggio nella provincia di Cagliari, nel 1890. Laureato in giurisprudenza, è favorevole all’entrata in guerra contro l’Austria. Partecipa alla prima guerra mondiale. Rientrato in Sardegna nel 1919, è tra i fondatori del Partito sardo d’azione. Viene eletto deputato nel ’21 e nel ’24. Dopo il delitto Matteotti, partecipa alla «secessione aventiniana». Nel ’26 viene assalito a casa da un gruppo di fascisti. Per difendersi spara un colpo di pistola e uccide uno squadrista. Viene condannato a cinque anni di deportazione a Lipari. Nel ’29 riesce a evadere. Va a Parigi. Scrive Marcia su Roma e dintorni. Insieme a Gaetano Salvemini e a Carlo Rosselli, dà vita a «Giustizia e Libertà», movimento antifascista. Nel ’36 viene ricoverato in un sanatorio in Svizzera dove è sottoposto a un intervento chirurgico ai polmoni in seguito all’aggravarsi della malattia contratta nelle carceri fasciste. Scrive Teoria dell’insurrezione e tra il ’36 e il ’37 Un anno sull’altipiano. Nel ’43 rientra in Italia e partecipa alla Resistenza. Finita la guerra, nel 1945 fa parte del governo Parri e del successivo governo De Gasperi. Prima entra nel partito socialista e nel ’64 partecipa alla costituzione del Partito socialista di Unità proletaria. Muore nel 1975. 

Joyce Salvadori Lussu nasce a Firenze nel 1912, con origini familiari anglo-marchigiane. I genitori antifascisti sono costretti ad allontanarsi da Firenze, dopo aver subito un brutale pestaggio. In esilio in Svizzera Joyce e il fratello Max ricevono un’educazione cosmopolita e anticonformista. Studia filosofia a Heidelberg e si laurea prima in lettere alla Sorbona, poi in filosofia a Lisbona. Dal 1933 al ’38, intraprende rischiosi viaggi in Africa e compone le sue prime poesie, apprezzate anche da Benedetto Croce. Nel 1938 va a Ginevra per incontrare clandestinamente Emilio Lussu. L’amore tra i due è immediato e le loro vite rimangono unite in un tenero rapporto coniugale di forte intesa intellettuale e politica. Joyce riceve la medaglia d’argento della Resistenza come staffetta partigiana. Il suo impegno continua con la scrittura, impegnandosi per la conquista dei diritti civili delle culture più emarginate, come il popolo curdo. Traduce il più grande poeta turco: Nazim Hikmet e la poesia d’avanguardia africana e asiatica. Cerca di diffondere soprattutto tra i giovani la memoria storica, base della consapevolezza e responsabilità morale. Muore nel 1998, lasciando oltre 20 opere scritte sui temi che più l’hanno coinvolta e interessata. 

Corriere della Sera
24 agosto 2001


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