Settant'anni fa moriva a Parigi Filippo Turati

IL PADRE DEL SOCIALISMO ITALIANO

Filippo Turati non amava la definizione "riformisti", ma la riconosceva perché permetteva di contraddistinguere la sua corrente.
Egli fondò nel 1892, a Genova (dove i congressisti si riunirono per usufruire degli sconti ferroviari concessi per le Celebrazioni Colombiane - 400° anniversario della scoperta dell'America) il Partito dei Lavoratori, divenuto poi Partito Socialista Italiano, insieme ad Andrea Costa e ad Anna Kuliscioff.
Turati fu un grande 'leader' (diremmo oggi) del socialismo italiano ed europeo. Si identificò con il PSI quanto meno dalla fondazione (1892) sino al 1912 quando venne messo in minoranza. Tuttavia sino al 1926 fu la personalità eminente del socialismo e, dopo la sua fuga in Francia, fu tra i capi più ascoltati ed apprezzati dell'antifascismo. Aveva ereditato da Arcangelo Ghisleri la rivista culturale di orientamento positivista 'Cuore e Critica', che, con Anna Kuliscioff (la sua compagna della vita e della politica) egli denominò, nel 1891, 'Critica Sociale'. La nuova pubblicazione, che aveva una cadenza quindicinale, fu la più importante del socialismo italiano. Ad essa collaborarono, tra gli altri, Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Olindo Malagodi.
Turati morì il 29 marzo 1932, settant'anni fa, a Parigi, in casa della famiglia di Bruno Buozzi, in Boulevard Raspail, dove era ospitato.
Venne considerato un perdente, perché non riuscì ad impedire l'avvento di Mussolini e del regime fascista, di cui aveva lucidamente e profeticamente intuito le intenzioni totalitarie, al contrario di Gramsci e Togliatti (e della stessa Kuliscioff) che prevedevano una breve durata della 'parentesi' Mussolini.(1) 

Fu a lungo dimenticato

Turati fu poco ricordato dopo la seconda guerra mondiale (eccezion fatta per Saragat, per il PSDI e per il gruppo della 'Critica Sociale' - la rivista creata con la Kuliscioff nel 1891 - i cui redattori, Ugo Guido Mondolfo e Giuseppe Faravelli, insieme ad altri, tra cui Antonio Greppi, erano stati suoi giovani discepoli). 
Il 'riformismo' infatti era bandito nei due maggiori partiti del movimento operaio, il PCI e il PSI, uniti tra loro dal patto di unità d'azione, sottoscritto prima della guerra e rimasto in essere sino al 1957. Se l'oblio non coincise con la 'damnatio memoriae', poco ci mancò. 
Per la verità nell'ottobre 1948 la traslazione delle ceneri di Turati e di Treves, dal 'Père Lachaise' di Parigi al Cimitero Monumentale di Milano, avvenne in un mare di folla. Ma fu l'ultimo riconoscimento delle 'masse' ai grandi costruttori del socialismo italiano.
Le feroci parole che Togliatti su 'Lo Stato Operaio' dell'aprile 1932 dedicò a Turati = '…una intiera vita politica spesa per servire i nemici di classe del proletariato - per servirli nel seno stesso del movimento operaio… la sua abilità di parlamentare incarognito… corrotto dal parlamentarismo… rifugiato all'estero (e Togliatti dov'era? n.d.r.) …rimasticava i luoghi comuni della mistica democratica… = lasciarono il segno nei decenni successivi nei confronti del riformismo. Il dirigente comunista Giorgio Amendola, figlio di Giovanni, protagonista con Turati della secessione 'aventiniana' (astensione dei deputati democratici antifascisti dai lavori della Camera dopo l'assassinio di Matteotti) parlando nel dicembre 1957 = (dopo la repressione sovietica della rivolta d'Ungheria il PSI aveva preso le distanze dall'URSS e dal PCI) = all'assemblea delle fabbriche di Milano, esprimeva la sua preoccupazione perché, "…abbiamo assistito, e non possiamo negarlo, al rapido crescere in alcuni settori del movimento operaio di una influenza riformista nei suoi vari aspetti, del riformismo socialdemocratico, del riformismo cattolico e anche del semplice qualunquismo…forme in cui si esprime la rinuncia rivoluzionaria…" (riformismo = qualunquismo - sic!).(2) 

Craxi rilanciò il riformismo
Fu Craxi, con la sua volontà revisionistica e con la sua politica, a restituire al riformismo socialista la sua dignità, a ricordare che senza i riformisti il PSI non sarebbe cresciuto, non sarebbero nati sindacati e cooperative, non sarebbero stati conquistati diritti fondamentali per il mondo del lavoro e per il movimento operaio.
Craxi anche formalmente, al congresso del PSI di Palermo (1981) diede il nome di riformista alla propria corrente, ricollegandosi idealmente al riformismo turatiano.

Naturalmente il riformismo liberalsocialista di Bettino Craxi aveva caratteristiche differenti rispetto a quello dei primi anni del novecento. Erano trascorsi 60 anni dal periodo più felice per il PSI di Turati. Erano cambiati i tempi e i problemi. Ma non cambiavano il metodo e la volontà di percorrere la strada delle innovazioni e del rinnovamento delle istituzioni e della società, a vantaggio di un mondo del lavoro diverso e molto più vasto e nell'interesse della maggioranza dei cittadini e della nazione italiana. Era la riaffermazione definitiva della democrazia e della libertà come scelte di fondo di una sinistra indipendente dall'URSS, legata agli interessi italiani ed europei, svincolata dal massimalismo e dall'estremismo, capace di governare il Paese e di difendere i lavoratori senza 'spaventare' i moderati.

Vent'anni fa i comunisti più corretti diedero ragione a Turati
In seguito a questo 'rilancio' del riformismo, proprio nel 1982, in occasione del 50° della morte di Turati in esilio, e in parallelo all'evidente crisi del sistema sovietico e del comunismo, ci fu finalmente un dibattito storico politico su scala nazionale che investì la sinistra ed ebbe eco sui grandi organi di stampa e in televisione. Autorevoli dirigenti e fondatori del Partito Comunista, come Umberto Terracini, riconobbero che Turati aveva avuto ragione. 
Nel suo profetico discorso al Congresso di Livorno del 1921 (quello della scissione che diede luogo al Partito Comunista d'Italia) aveva tra l'altro detto: 
"…Ond'è che quand'anche voi aveste organizzato i soviet in Italia, se uscirete salvi dalla reazione che avrete provocata e se vorrete fare qualcosa che sia veramente rivoluzionario, qualcosa che rimanga, come elemento di società nuova, voi sarete forzati a vostro dispetto - a ripercorrere completamente la nostra via (riformista) la via dei socialtraditori di una volta, perché essa è la via del socialismo, che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimane dopo queste nostre diatribe…".

Non fu quindi solo un perdente, Filippo Turati. Certo dovette soccombere al fascismo, commise degli errori tattici, fu prigioniero della sua lealtà verso il PSI la cui maggioranza massimalista e velleitaria considerava tradimento la partecipazione dei socialisti a un governo democratico di coalizione con 'partiti borghesi' (che avrebbe salvato l'Italia). Ma vide giusto e lontano, purtroppo inascoltato.
La sua considerazione dell'estremismo di sinistra come comportamento pernicioso per la crescita e le lotte del partito socialista e del movimento dei lavoratori non fu dissimile da quella di Lenin che, pur attestato su altra sponda, vedeva i pericoli del settarismo.
Le sue 'compromissioni' (una delle accuse dei massimalisti) con i governi Giolitti (con cui ebbe anche scontri notevoli) riguardarono le garanzie (ottenute) per il lavoro delle donne e dei fanciulli, le 'otto ore' lavorative, il suffragio universale, le leggi per le cooperative.

Il riformismo socialista nel suo periodo storico
Il primo decennio del secolo vide progressi generali del Paese e notevoli conquiste del mondo del lavoro.
Il riformismo socialista era la lotta per la democratizzazione dello stato, per farne strumento anche economico della collettività. Era diffidenza della violenza come matrice della storia. Era l'affermazione dell'umanesimo e della ragione. Era la difesa di una civiltà (che veniva messa in discussione dal nazionalismo esasperato e dall'irrazionalismo). Era il gradualismo nei cambiamenti.
Il riformismo socialista fu peraltro 'di opposizione' in quanto il PSI non era né al Governo, né al potere, e fu, in origine, bracciantile e contadino: "…il riformismo è il necessario corollario delle organizzazioni dei contadini: probivirato agricolo, contratti di lavoro, assunzione collettiva dei lavori agricoli, cooperative, scuole con insegnamento di agricoltura…l'indirizzo politico della nostra frazione può trovare una base solida ed estesa in mezzo alla popolazione organizzata dei contadini e delle contadine, forse più che in mezzo al volubile, incostante, fluttuante proletariato industriale…" - scriveva nel 1908 la Kuliscioff a Turati.
Il riformismo socialista trovò il suo terreno di coltura 'di governo' nei comuni: le politiche sociali, dall'assistenza all'igiene, l'estensione dell'istruzione, le biblioteche popolari, la progressività delle imposte locali, il contenimento dei prezzi dei generi di prima necessità, l'introduzione dei servizi pubblici a bassa tariffa (dai trasporti all'energia) - furono gli elementi portanti di un'azione amministrativa tutta tendente a favorire i cittadini a più basso reddito e i lavoratori. Bologna e Milano, ma anche tante altre città, furono gli esempi di ottima amministrazione, socialmente avanzata, ma oculata e ben vista e votata da una parte della borghesia liberale.

La crisi
L'azione di stimolo verso i governi Giolitti, che portò molti risultati al mondo del lavoro, non si tramutò in partecipazione al governo. Turati rifiutò tale prospettiva nel 1911. Giolitti offriva, per un governo liberale-radicale-socialista, suffragio universale e stabilizzazione delle assicurazioni sulla vita per devolverne gli utili alla Cassa di Previdenza dando il via alle pensioni operaie, ma il 'leader' socialista (malgrado l'opinione differente di Bissolati e Bonomi) non ritenne maturi per tale scelta, né i tempi, né il PSI.. Poco dopo, la decisione di intraprendere la guerra di Libia (subita da Giolitti) riportò Turati e i.socialisti su una linea di ostilità al governo anche se la storiografia più documentata e più attenta ha individuato posizioni socialiste 'variegate' verso la guerra coloniale.
Il voto sull'annessione della Libia registrò la spaccatura tra i riformisti, che diede luogo all'espulsione, al Congresso di Reggio Emilia del 1912, di Bissolati, Bonomi, Cabrini, Podrecca e altri nove deputati, che diedero vita al Partito Socialista Riformista.
Si fa risalire a questo anno la crisi del riformismo e l'inizio del declino di Turati.
Certo egli uscì indebolito, dopo l'espulsione dei riformisti di destra (voluta dai massimalisti e in particolare da Mussolini, direttore dell'Avanti! - che finì vittima delle stesse regole disciplinari nel 1914) ma mantenne una autorevolezza che nessun altro aveva nel campo socialista.
Dovette battersi contro Mussolini, che sosteneva i sindacalisti rivoluzionari, lo sciopero generale 'politico' e svalutava il gradualismo in cui gran parte del PSI si riconosceva (per la verità il futuro 'duce', abile opportunista, si smarcò dalle amicizie pericolose e fece attenuare l'offensiva nei suoi confronti).

La guerra
Dopo Serajevo si scatenò in Europa il finimondo, da tempo in preparazione. La scelta dei socialisti fu subito per il neutralismo, peraltro smentito a livello internazionale dal comportamento di altri partiti socialisti che seguirono politiche 'nazionali' a difesa delle nazioni di appartenenza. 
Tuttavia le posizioni dei socialisti italiani non furono così compatte, schematiche e antinazionali come si è superficialmente detto.
Già Anna Kuliscioff nel 1914 aveva intuito che i socialisti e l'Italia, pur mantenendo la neutralità, avrebbero dovuto schierarsi con le nazioni 'più democratiche', cioè quelle dell'Intesa, e non per ragioni di rivendicazioni nazionalistiche, ma per motivi ideali e politici (per questo fu costretta a dimettersi da 'La difesa delle lavoratrici' giornale schierato sulla linea dei massimalisti per un neutralismo assoluto e intransigente).
Anche Turati, pur con un atteggiamento più rigido contro la guerra, guardava con interesse al neutralismo 'attivo' (a favore dell'Intesa).
Brunello Vigezzi, nel suo "Giolitti e Turati un incontro mancato" (1976) ricostruisce il dibattito allora in corso nel PSI, mettendo in evidenza come ci fossero vicinanze, sia pure non concordate, tra i riformisti di sinistra del PSI (gli altri stavano nel PSRI) e Mussolini. Anche Prampolini dava ragione al Direttore dell'Avanti! che però, dopo l'articolo del 18 ottobre favorevole al neutralismo attivo, venne messo sotto accusa dalla direzione massimalista del PSI ed espulso dalla sezione milanese (Turati assente). La posizione equilibrata e per nulla antinazionale di Turati e dei riformisti, del resto emerse nei giorni di Caporetto, quando essi si schierarono nettamente e senza incertezze per la difesa dei confini della patria.

Verso il fascismo
Il dopoguerra vide alle elezioni del 1919 (con la legge elettorale proporzionale e il suffragio universale) il trionfo dei socialisti e il successo dei cattolici. 
Gli orientamenti massimalisti e comunisti del PSI che predicavano l'avvento della rivoluzione e la necessità di istituire i soviet, portarono, dopo l'occupazione delle fabbriche, al disastro.
Si è detto ripetutamente che Turati, il quale previde in tempo le conseguenze nefaste dell'ondata massimalista e velleitariamente rivoluzionaria, avrebbe dovuto con decisione rompere il PSI e costituire un governo con cattolici e una parte dei liberali per bloccare il nascente fascismo. 
Anche in questo caso la storiografia contemporanea ha potuto chiarire come le cose non fossero così semplici e non dipendessero da Turati.
Giolitti era ormai diffidente verso i socialisti. I cattolici pure. I riformisti erano una parte minoritaria del PSI. Il danno era già stato fatto nel 1919-1920 quando i moti 'rivoluzionari' avevano provocato la reazione e compattato i ceti medi con l''establishment' agrario, industriale e clericale. 
Non fu sufficiente il magnifico e solido intervento 'Rifare l'Italia' con il quale Turati compose alla Camera un moderno programma di governo: "…un discorso socialista e nello stesso tempo un programma di ricostruzione e di rinnovamento per tutto il Paese …il programma fondamento di un governo democratico socialista…" suggerì la Kuliscioff, la quale aveva esortato il suo compagno anche a prendere in considerazione l'impostazione di politica internazionale del Presidente americano Wilson che prevedeva, tra i '14 punti', l'autodeterminazione dei popoli e l'uguaglianza economica.
La scissione da cui nacque il PC d'Italia nel 1921 e l'espulsione di Turati, Treves e Matteotti che fondarono il PSU nel 1922 - furono alcuni degli atti che facilitarono l'ascesa di Mussolini alla Presidenza del Consiglio. Non fu una breve parentesi, come aveva intuito Turati.
L'assassinio di Matteotti mise definitivamente in luce che cosa si stava profilando dietro il governo Mussolini.

Turati sconfitto e invecchiato non perse mai la sua grandezza d'animo e la visione lucida del dramma che aveva vissuto. Dopo la fuga del 1926 in Francia, rimase, sino alla morte, il faro dell'antifascismo democratico italiano.
Redasse giornali, tenne viva la Concentrazione antifascista, favorì l'unificazione socialista in esilio con Nenni (1930), sempre denunciò il carattere totalitario e liberticida del comunismo sovietico.
La visione del socialismo di Turati e dei riformisti fu, per i tempi, moderna e democratica. 
Le loro mancanze furono la conseguenza del prevalere, nel PSI, delle spinte pseudorivoluzionarie della maggioranza massimalista che, inebriata dalla rivoluzione d'ottobre, ma priva di iniziativa, non vedeva i pericoli della reazione che provocava.
Ristudiare Turati, che di nuovo viene dimenticato, farebbe bene alla sinistra italiana.

CARLO TOGNOLI

1)Angelo Ventura: 'A.Kuliscioff e la crisi dello stato liberale' - Convegno di Mondo Operaio su 'L'età del riformismo', Milano 1976)
2)Ugoberto Alfassio Grimaldi - supplemento al n.3 di Critica Sociale, marzo 1986, dedicato alla Kuliscioff)


«Il mio secolo vissuto a San Marino l’unica vera repubblica socialista»

Remy Giacomini, 90 anni: il muro di Berlino? Per noi non è mai caduto


SAN MARINO - «Sì, qui esiste ancora il partito socialista. Il crollo del muro di Berlino? Non si è sentito. Sopravvive anche la Democrazia cristiana, anche se ora è in corso una crisi di governo. Le sembrerà strano, ma questa piccola repubblica che voi italiani conoscete poco e capite ancora meno è stata rifondata - da mio padre e dai suoi compagni - proprio negli anni successivi alla guerra. Ed era una repubblica socialcomunista, l’unica al mondo, a parte l’Inghilterra, ad avere già dal 1955 la sanità libera e gratuita per tutti, le farmacie e gli ospedali nazionalizzati. C’erano dal 1945 i patti agrari, la legge sul pieno impiego che imponeva e impone tuttora il diritto all’occupazione, la sicurezza sociale, le pensioni per tutti, l’organizzazione del sindacato. E anche adesso, i sanmarinesi se la passano piuttosto bene. Ma quante battaglie, quante bastonate, quanto coraggio ci sono voluti, per realizzare il sogno utopistico di mio padre». Tardo pomeriggio d’inverno, nello studio dell’ingegner Remy Giacomini, 90 anni portati come fossero 60, «alleno il corpo facendo cyclette e la mente con la Settimana Enigmistica », una lucidità e un piglio straordinari, una storia di famiglia lunga trecento anni in questo piccolo fazzoletto di terra dove tutti vorrebbero vivere (o almeno pagare le tasse). 
Sono arrivata qui per ascoltare la storia di tre generazioni di patrioti che hanno costruito un sistema politico-fiscale a metà fra Montecarlo e Leningrado, riuscendo nel miracolo di prendere tutto il meglio delle due realtà. 
«Mio nonno Remo fu il più giovane garibaldino d’Italia, e per questo ebbe una medaglia: a tredici anni partì da qui per andare ad aiutare le camicie rosse negli scontri con i francesi, a Monterotondo e a Mentana, vicino a Roma. Dopo un viaggio bestiale, tutto a piedi, si presentò a Garibaldi, c’era da affrontare il problema dei nuovi fucili dei francesi. Mi raccontò che lui gli disse: è vero, loro hanno la retrocarica, sono più veloci, ma voi non spaventatevi, le loro pallottole vanno verso l’alto: i fucili nostri sono più precisi. Dopo l’unità d’Italia, rientrò qui in borgo e aprì un caffè-biliardo. Anche mio padre Gino cominciò a fare politica da giovanissimo: a 14 anni, apprendista barbiere a Rimini, collaborava con i giornaletti di allora, erano dei rivoluzionari. Ecco, qui, vede (mi mostra una raccolta di scritti del padre), prima della fine dell’Ottocento lui già scriveva che bisognava emancipare i lavoratori e riscattare la nostra Repubblica dall’oligarchia che allora la governava. Lui fu tra i fondatori del partito socialista italiano, nel 1892, e un anno dopo - in tredici - fondarono il partito socialista sanmarinese, a Cailungo, intorno ad una quercia, tenendosi per mano. Faceva parte della direzione socialista italiana quando, nel 1921, ci fu la scissione comunista. Ecco, vede, questa è una lettera di Lenin che commenta l’intervento del compagno Giacomini». 
Maestro elementare, poi direttore didattico, Gino Giacomini studiava e scriveva. Leader dei socialisti, si batteva contro la tangentopoli sanmarinese del primi anni del Novecento, storie di pasticci su francobolli e onoreficenze, infiammava le popolazioni delle campagne contro i latifondisti che li tenevano come schiavi e denunciava il clericalismo: «Tanto che ogni anno, il giorno del primo maggio, alle nostre feste, i preti si vendicavano, affacciandosi alle finestre per farci le corna. Seguii mio padre e la vita del partito fin da bambino: lui mi portava con sé nei viaggi a Roma, ricordo l’incontro con Giovanni Giolitti, sulla scalinata di Montecitorio, era il 1923 e io avevo 12 anni. Con l’avvento del fascismo, arrivarono le bastonate, l’olio di ricino, le squadracce. Papà partì per Roma, doveva finire subito in galera, per fortuna Italo Balbo, che lo stimava, lo avvertì in tempo: scappò a Genova, dal compagno Giuseppe Giulietti, il capitano marittimo fondatore della Garibaldi, il sindacato del porto». 
«Due anni di pace, io feci lì il ginnasio - come sanmarinesi non pagavamo le tasse e potevamo permetterci di studiare - ma poi la Garibaldi fu assalita dai fascisti, Giulietti fu avvisato un attimo prima da Gabriele d’Annunzio, che era suo amico. Strano, no? D’Annunzio suggerì a Mussolini il colpo, ma volle salvare il leader». 
Giacomini racconta e sfoglia gli album delle fotografie - una lunghissima vita, tantissime istantanee in bianco e nero. I volti antichi dei capi socialisti di una volta, le bandiere, la caricatura di Turati, il busto di Carlo Marx. Tanti processarono suo padre, dal 1900 fino agli anni Cinquanta, «ma lui fu sempre difeso dal popolo e se oggi San Marino vanta un record mondiale, l’uno per cento di disoccupazione maschile, si deve anche alle sue battaglie per la giustizia sociale». 
I sanmarinesi nel mondo sono in tutto 35 mila, di cui 25 mila residenti nei 9 castelli (Città, Borgo Maggiore, Domagnano, Serravalle, Acquaviva, Fiorentino, Montegiardino, Faetano, Chiesanuova). La superficie dell’intero territorio è di 61,19 chilometri quadrati, da qui ogni anno passano tre milioni e duecentomila turisti, che comprano souvenir e francobolli, il vero tesoro del piccolo stato. Al vertice delle istituzioni, i due Capitani Reggenti che restano in carica soltanto sei mesi. Ci sono poi un parlamento, il Consiglio Grande e Generale di 60 eletti che si rinnova ogni cinque anni e un governo, il Congresso di Stato. 
Un paradiso fiscale per le imprese e le società - l’aliquota fissa è al 24 per cento - ma soprattutto per le merci. Una formula definisce «imposta monofase» la tassa sulle importazioni, che viene pagata una volta per tutte. Il bilancio della Repubblica è in attivo, ogni anno, di diversi miliardi di lire e per fare affari qui è stato scritto perfino un libro-guida destinato ai commercialisti di tutto il mondo, «Investire nella Repubblica di San Marino», in italiano e in inglese, curato dalla società di consulenza Ernst & Young. 
Il modello sanmarinese - socialismo realizzato e benessere per tutti in un borgo da favola - deve molto alla famiglia Giacomini, arrivata nel Settecento da Fossombrone. Remy si definisce con orgoglio un ateo, ma tiene dietro la scrivania una stampina del santo che dà il nome allo Stato. La leggenda vuole che si trattasse di uno scalpellino della Dalmazia del sud, venuto a costruire il porto di Rimini agli ordini dell’imperatore Diocleziano: convertitosi al cristianesimo, Marino fu perseguitato e dovette rifugiarsi sul monte Titano, dove fondò una piccola comunità attorno all’anno 301 d.c., data di fondazione della piccolissima nazione. 
Fin dall’inizio gelosissimi della loro autonomia, romagnoli nel dialetto e nell’orgoglio, questi italiani sono e intendono restare stranieri. La loro attuale ambasciatrice da noi è una donna, Barbara Para, molto attiva e presente. Il signore che mi racconta e mi spiega la storia e la vita di questa strana comunità, Remy, è stato segretario di Stato alle Finanze, segretario del partito socialista, presidente della Cassa di Risparmio, ambasciatore a Roma dal 1974 al 1986. Amico personale di Lombardi e Nenni, di De Martino, stimatissimo da Togliatti, Berlinguer e Pajetta, ricorda, «ci ritrovavamo assieme nei viaggi in Urss: sono stato amico di Bettino Craxi, era un po’ autoritario con i suoi compagni, ha sbagliato, ma contro di lui hanno infierito troppo». 
Semplice nei modi e nel tratto, allegro ed energico, si rattrista soltanto quando pensa alla sua adorata moglie Clara, scomparsa un anno fa: con lei ha vissuto tutta la vita, «sessantadue anni di matrimonio, dal 1938 al 2000, non posso pensare che lei non sia più qui. Ci sono i figli, i nipoti, sono bisnonno, ma come mi manca la sua voce: la conoscevo da quando eravamo rifugiati a Roma: dalla finestra, in via Gioberti, lei abitava all’angolo, ci corteggiavamo con l’alfabeto muto, era bellissima, elegante, mi sopportava, si faceva anche ritrarre volentieri da un pittore dilettante come me. Vuole vederla?». 
(Torniamo a sfogliare gli album di famiglia: scorrono gli anni, i Natali, i bambini, le estati. Ci fermiamo: su una barca a vela, la signora Clara - maglietta e shorts bianchi, i capelli al vento, gli occhiali neri anni Cinquanta, le gambe abbronzate e lucidate dal sole e dal mare - sorride felice).

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Remy Giacomini ha 90 anni, a San Marino è stato segretario di Stato alle Finanze, segretario del partito socialista, presidente della Cassa di Risparmio. Dal 1974 fino al 1986 è stato ambasciatore di San Marino a Roma. Il nonno di Remy Giacomini,Remo, fu il più giovane garibaldino d’Italia: aveva 13 anni. Suo padre Gino fu tra i fondatori del partito socialista italiano, nel 1892 e, un anno dopo, del partito socialista sanmarinese. 


Corriere della Sera
12 febbraio 2001


 

Il ministro dell'Interno Giuseppe Romita legge i risultati del referendum istituzionale del 2 giugno 1946
(Publifoto, Milano) 


Addio a Mosca: battezzò il primo centrosinistra


Saranno celebrati domani (l’ora è da definire), nella chiesa di Santa Maria Segreta in piazza Tommaseo, i funerali di Giovanni Mosca, 73 anni, l’ex vicesegretario del Psi di Francesco De Martino, l’uomo che da leader della federazione ambrosiana contribuì alla nascita (nel ’61) della prima giunta di centrosinistra guidata da Gino Cassinis. La salma sarà tumulata nel cimitero di Casalpusterlengo, il suo paese. Di famiglia operaia, dopo la gavetta nel sindacato braccianti e alla Fiom, aveva guidato i socialisti milanesi dal ’60 al ’64 per poi passare alla Cgil come segeretario generale aggiunto. Lasciò per divenire nel ’72 vice di De Martino assieme a Craxi. Deputato dal ’63 al ’79, nel ’76 si dimise dalla segreteria per la sconfitta elettorale prima dell’avvento di Craxi: «Due persone diverse, spesso divise, ma entrambi riformisti moderni», considera Luigi Vertemati. Carlo Tognoli lo ricorda come «un socialista di estrazione popolare, di grande intelligenza, che ha vissuto la politica come una sorta di riscatto». Sorride: «Sì, ci sono stati contrasti con Craxi, Bettino era nenniano mentre lui era demartiniano. Ma questo, in fondo, non è importante: entrambi venivano dalla tradizione del socialismo classico». 

Corriere della Sera
10 dicembre 2000


BRUNO BUOZZI

Bruno Buozzi nasce a Pontelagoscuro, in provincia di Ferrara, nel 1881. Operai e poi capo reparto alla Marelli e alla Bianchi iniziò bene presto attività sindacale nella Fiom (Federazione italiana operaia metallurgici).
Dopo la Grande Guerra fu uno dei massimi rappresentanti, con Ludovico D’Aragona, dell’attività sindacale durante la il “biennio rosso”.
Da sempre di fede socialista viene eletto al Parlamento nel 1919, 1921 e 1924.
Nel 1926 espatriò in Francia dove continuò l’attività antifascista unitaria nella Concentrazione antifascista in cui assunse posizioni riformiste in continuità con la tradizione migliore del socialismo italiano, quella di Turati e di Treves.
Nel 1942 fu arrestato dai tedeschi e consegnato al governo fascista italiano che lo condannò al confino da cui fu liberato, dopo l’8 settembre dal nuovo governo Badoglio che lo nominò commissario per i sindacati dei lavoratori dell’industria.
Nel 1944 i tedeschi in fuga lo arrestarono e lo assassinarono fucilandolo a La Storta, nella provincia romana.


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