La nascita del PSI in Sardegna

La prima sezione, anche se poi si riduceva ad un circolo propagandistico, del Partito Socialista nacque a Tempio per iniziativa di giovani intellettuali borghesi per sensibilizzare i lavoratori del sughero. 
Nel 1895 venne costituito un circolo di ispirazione socialista a Cagliari e nel 1896 a Sassari. 

Le difficoltà generali della situazione sarda non poterono certamente non sentirsi anche e soprattutto dal punto di vista politico.La nascita dei circoli e delle sezioni erano i primi timidi passi di un partito di classe che stentava a crescere dal punto di vista numerico, politico e organizzativo. 
La nascita e l'espandersi dell'organizzazione fu per certi versi un fenomeno indotto, risultato cioè della propaganda e dell'azione di singoli esponenti socialisti agit-pro del partito, oppure di gruppi che esportarono in terra sarda esperienze politiche maturate nelle realtà industrialmente avanzate del settentrione d'Italia. Questa fu la contraddizione propria dell'elaborazione socialista:la trasposizione nella realtà sarda, a preminente economia agricola, di una linea politica nata e sviluppata per un proletariato delle grandi industrie del Nord.

In Sardegna non venne detto nulla a proposito della realtà contadina col solo risultato di far nascere già debole ed isolata l'organizzazione socialista nelle poche, rispetto a tutto il resto, realtà minerarie. 

Il forte carisma e le capacità organizzative di Giuseppe Cavallera riuscirono a dare una svolta nell'organizzare il Partito che nel 1898 fece il suo primo Congresso Regionale proprio in vista di una scadenza elettorale.

Di questo primo congresso, nato prima e principalmente come incontro di quadri di Partito e poi, per la scadenza elettorale divenne una vera e propria assise congressuale, leggiamo un documento prezioso:

Oristano, 28 febbraio :

Fatta la verifica dei mandati si trovano rappresentate le sezioni di Cagliari, Atzara, Cabras, Oristano, Ozieri, Tempio, Terranova, il circolo « Gioventù Socialista » di Cagliari ed i nuclei di Arbus, Guspini, Monastir, Carloforte, Ussana, Villaspeciosa e Sanluri. Non hanno mandato rappresentanti pur aderendo le sezioni di Sassari e Lanusei. Si proclama presidente il compagno prof. Giuseppe Fasola (Terranova) segretario Loi Cesare, medico (Arbus). Si leggono vari telegrammi di adesione e di augurio e su proposta del compagno Tamburlini (Cagliari) si spedisce un telegramma all’Avanti! annunciando ai compagni del continente il Congresso e salutandoli fraternamente. 

Sul 1° articolo dell’ordine del giorno (Relazione morale e finanziaria delle singole sezioni) singoli rappresentanti riferiscono verbalmente la storia delle loro sezioni, che generalmente procedono bene per la parte morale, ma tutte a corto di quattrini per la propaganda ed organizzazione. Cavallera propone, vista la scarsezza dei denari delle sezioni e le molte quote del Partito arretrate, di domandare all’U.E.C. che queste quote vengano condonate a tutte le sezioni Sarde e comincino queste i pagamenti dal mese di marzo; questa proposta è accettata senza discussioni. 

Si dichiara costituita la Federazione Regionale Sarda e se ne approva con leggeri emendamenti lo Statuto preparato dal compagno Cavallera. 


I membri del Comitato Regionale saranno tanti quanti sono i collegi della Regione ove esistano delle sezioni federate. 

Al 3° art. (Elezioni, situazione, condotta da seguirsi) dopo lunga discussione provocata da C. Demartis (Tempio), il quale per il suo collegio e comune desidererebbe una sanatoria dal Congresso, essendo – egli dice – disposta la sezione di Tempio nelle elezioni politiche ad appoggiare l’avv. Moro, repubblicano-socialista alla Colajanni, e nelle elezioni amministrative a fare una lista concordata con la parte meno retriva del paese. 

A lui rispondono energicamente Tamburlini, Cavallera, Casano, ed il Congresso riafferma il deliberato di Firenze dopo un plauso ai compagni di Tempio per l'energica lotta sostenuta contro le camarille locali. Proclama candidato di Tempio e di Ozieri il compagno Demartis Virgilio (Virgilio Demartis per ragioni locali e personali, che non furono ritenute valide dal Consigliere Nazionale portatosi espressamente a Tempio, rifiutò la candidatura. Così anche nei collegi di Tempio e Ozieri si votò per Nicola Barbato) , si riserva sul candidato di Isili e Cagliari, e per tutti gli altri collegi della provincia, i socialisti si affermeranno sul nome di Nicola Barbato. 

Sui metodi di propaganda (art. 4) si delibera la fondazione di un giornale regionale settimanale, e se ne incarica il Comitato Regionale, il quale dovrà pure curare la ristampa degli opuscoli più utili alla propaganda in Sardegna ed alla pubblicazione di un opuscolo originale di propaganda popolare, che sarà ritenuto degno di premio da una Commissione appositamente eletta. Si raccomandano le conferenze in dialetto e le scuole di alfabeto, di socialismo e di propaganda nelle sezioni. Riguardo alle cooperative ed alle leghe di resistenza viene approvato un O.d.G. presentato da Armeni (Carloforte) col quale si lascia piena libertà ai compagni di organizzare le suddette istituzioni, senza che si impegni il partito prima che in esse non si sia recisamente mostrata una coscienza socialista. Si propone che il Congresso accetti che per la Sardegna si diffonda al più presto una tessera di riconoscimento unica con retro caselle per le firme dei pagamenti mensili, e, ritenendo utilissimo questo metodo di riconoscimento, se ne raccomanda l’applicazione all’U.E.C. 
Art. 5 (Manifestazione del 1’ maggio). Essa sarà solenneggiata con la pubblicazione di un Numero Unico, con conferenze nelle sezioni ed in quanti piu circoli si potrà, coll’ astensione dal lavoro, coll’erogazione di tutto o parte del salario della giornata da parte di quei compagni impossibilitati ad astenersi, e con tutti quei mezzi di propaganda riconosciuti idonei all’occasione, talché, il 1’ maggio invece di essere giorno di festa, sia per tutti i socialisti giornata di massimo lavoro di propaganda. 

A Consigliere nazionale è acclamato il compagno Cavallera Giuseppe. 

Sede del Comitato Regionale sarà fino al II Congresso la città di Cagliari, suo segretario Cavallera. 

Art. 8 (Sede e data del futuro Congresso). Sias Giovanni (Atzara) raccomanda al Comitato Regionale, al quale si lascia l’incarico di prescegliere la sede e la data del II Congresso di tener conto nella scelta della sede di quel paese o regione, dove, coi lavori del Congresso, si potrebbe portare un risveglio socialista. Il Congresso si chiude dopo sentiti discorsi di Demartis, Toro, Cavallera, Casano, tra l’entusiasmo generale e inneggiando al socialismo. Sono le 22. Il Congresso aveva cominciato alle 8, ed aveva continuato fino a quell’ora con un solo intervallo di un’ora e mezza per la colazione. 

Il Congresso socialista sardo, in «LOTTA DI CLASSE», An. VI, n. 11, Milano 13-14 marzo 1897. 

DOCUMENTO SUL 1° CONGRESSO DEL PARTITO SOCIALISTA SARDO TRATTO DA "IL MOVIMENTO OPERAIO IN SARDEGNA (1890-1915)" GIROLAMO SOTGIU - CASA EDITRICE SARDA FOSSATARO CAGLIARI-

da "Sardegnaminiere" (http://www.sardegnaminiere.it/index.htm) 


Da 60 anni Bruno Buozzi attende giustizia

di Vittorio Valenza


Nella notte fra il 3 e il 4 giugno del ‘44, mentre gli alleati entravano in Roma, un reparto di Ss in ritirata si portò dietro, su alcuni camion, i prigionieri politici rinchiusi nelle segrete di via Tasso. Sull’ultimo veicolo, insieme ad altri 13 antifascisti, c’era il sindacalista socialista Bruno Buozzi. In località La Storta, sulla via Cassia, l’automezzo si fermò per un guasto. Il tempo stringeva e l’affanno aumentava. A un certo punto, qualcuno diede l’ordine di uccidere i 14 passeggeri. All’alba della Liberazione, a poche ore dalla stipula del “Patto di Roma”, che ridiede vita al sindacato democratico, Buozzi fu assassinato.

Misteri.
Qualche anno fa, Cesare De Simone, nel libro Roma città prigioniera, avanzò l’ipotesi che a comandare le Schutz Staffeln, responsabili dell’eccidio, fosse l’hauptsturmführer Erich Priebke. Ad accusarlo sarebbe stato lo sturmbannführer Karl Hass, personaggio misterioso e controverso. Il 16 agosto 2001, la notizia era stata ripresa anche dal Corriere della Sera. Ma le cose, a quanto pare, non erano andate in quel modo. Infatti, l’Hauptsturmführer, dall’ergastolo, sporse querela. E, nell’ottobre 2001, il Tribunale gli ha dato ragione. Cosicché, su chi diede l’ordine permane il mistero. Ma un altro e più inquietante enigma avvolge ancora la fine di Buozzi: l’oscura vicenda che portò al suo arresto. Nel ‘26, il leader sindacale era espatriato in Francia. In esilio, tenne in vita la Cgl. Diresse il giornale l’Operaio italiano. Militò nella Concentrazione antifascista. All’inizio del ‘41, fu arrestato dai nazisti. Consegnato ai fascisti, fu inviato a Ventotene. Di qui, a Torino, come vigilato speciale. Liberato dopo il 25 luglio, si trasferì a Roma, in quanto nominato “commissario” dei sindacati dei lavoratori dell’industria. L’occupazione tedesca dell’Urbe lo costrinse alla clandestinità. Con i documenti di Mario Alberti, ingegnere di Benevento, abitava in Trastevere, presso un compagno. Qui, il 13 aprile 1944, fu arrestato. Racconta Pietro Bianconi in 1943: la Cgl sconosciuta, “Un giorno viene operata una perquisizione perché il padrone di casa è sospettato di possedere un apparecchio radio clandestino. Il proprietario è assente e la perquisizione ha luogo senza risultato. Nessuno sospetta dell’ingegnere Mario Alberti, ma gli viene chiesta la carta di identità. Poiché la polizia è a conoscenza che al Comune di Benevento sono state sottratte delle carte di identità e il documento mostrato dall’ingegnere proviene da quel Comune, Buozzi viene tradotto in questura per accertamenti, in attesa dei quali lo si assegna al carcere di via Tasso”. Questa ricostruzione ha sempre destato perplessità. Non può sfuggire, infatti, che, all’epoca, Benevento si trovava nell’Italia liberata. E, quindi, c’è da chiedersi come facessero i nazifascisti ad avere quelle informazioni anagrafiche. Ma Buozzi attende anche un’altra giustizia: la giusta valutazione della sua opera. Da sempre, infatti, il suo lavoro è stato o nascosto o stravolto. Eppure, tutta la nostra vita sindacale riporta alla sua opera. La contrattazione e il ruolo delle strutture che ne hanno la titolarità, le “categorie”. Il legame tra i livelli del negoziato e l’organizzazione del sindacato: per esempio, l’idea e la realizzazione delle “commissioni interne”. L’“indennità di carovita”, rivendicata già nel 1920. Anche gli attuali punti di crisi sono tali, perché alcune sue idee non hanno trovato adeguata realizzazione. Per esempio, il nostro pluralismo sindacale ha fatto arrivare al pettine il nodo della rappresentatività del sindacato. Che un accordo sia sottoscritto da un sindacato e non da un altro non dovrebbe destare scandalo. Tuttavia, gli accordi producono degli effetti che interessano tutti i lavoratori. Quindi, per un primordiale principio, un contratto destinato a produrre effetti su tutti deve essere stipulato da chi rappresenta almeno la maggioranza. Ma come si può accertare questa maggioranza, se non ricorrendo a un garante della democrazia. Non è giunto il tempo dell’Articolo 39 della nostra Costituzione? 

Biografia. 
Buozzi era nato a Pontelagoscuro, in provincia di Ferrara, nel 1881. Operaio metallurgico lavorò alla Marelli e alla Bianchi. Giovanissimo attivista della Federazione italiana operai metallurgici, ne divenne segretario nel 1911. Da quel momento, fu uno dei più popolari esponenti della corrente riformista. Finita la Guerra, sotto la sua direzione, le conquiste dei metalmeccanici furono di enorme portata. Tra il 1918 e il ‘21, i salari reali raddoppiarono. I metallurgici furono la prima categoria a conquistare le mitiche “8 ore”. E, poi, le ferie pagate. Il contratto nazionale divenne prassi organica. E, per renderlo inderogabile, furono fatte riconoscere le “Commissioni interne”: il sindacato sul posto di lavoro, con il compito di vigilare sull’applicazione degli accordi. Buozzi fece della Fiom “la punta avanzata del movimento”. La sua filosofia politica è tutta racchiusa nelle parole pronunciate al Congresso della categoria del novembre 1918: “Noi siamo risolutamente contrari alla teoria che l’organizzazione debba sempre seguire la massa anche se disorganizzata. Tale teoria rende inutile l’organizzazione. Serve a formare dei ribelli di un’ora, ma non mai delle coscienze rivoluzionarie; ad organizzare improvvisamente delle migliaia di operai facili da condurre al macello ma che se ne andranno immediatamente non appena finita l’agitazione per la quale si sono associati. La coscienza delle masse si sviluppa e si dimostra con l’opera perfezionata, illuminata e disciplinata, la quale solo attraverso anche a qualche rinuncia che è spesso un segno di forza sa conquistare e conservare per prepararsi a nuove conquiste.” 
Idee chiare e distinte, una idealità razionale, ancoraggio agli interessi concreti dei lavoratori, amore per la partecipazione disciplinata, senso di responsabilità e fiducia nel metodo democratico. 

L’occupazione delle fabbriche. 
La disgraziata vicenda del settembre 1920, l’“occupazione delle fabbriche”, vide lo scontro tra questi principi e il misticismo psudorivoluzionario di dubbio fondamento, ma sempre, ahimè, di alto richiamo. Esemplare prodromo del settembre, è lo scontro che si consumò, a Torino, roccaforte di quelli che nel ’21 diventeranno comunisti, alcuni mesi prima, proprio sull’istituzione delle “Commissioni interne”. Buozzi intendeva la conquista delle “Commissioni interne” come un primo mutamento nei rapporti di potere all’interno dell’impresa. Con la presenza del sindacato in fabbrica, si sarebbe sviluppata la discussione “non solo sui salari, ma sull’effettiva distribuzione del lavoro tra le forze del lavoro e gli industriali”. A questo gradualismo, si opposero i “rivoluzionari” con i soliti argomenti di scuola soreliana: le Commissioni sarebbero state strumenti di collaborazione e avrebbero diminuito l’ardore rivoluzionario. Ad esse, furono contrapposti i cosiddetti “Consigli”, a similitudine dei “soviet”. Alle precise attribuzioni si sostituirono le fumisterie. Poi, con uno di quei tripli salti mortali all’indietro, di cui sono capaci i comunisti, si chiese agli imprenditori il riconoscimento dell’“esercito rivoluzionario”. Seguirono agitazioni e scioperi. E poi, la disfatta. Per prima volta, nel Dopoguerra, gli industriali assaporarono la vittoria. In questo clima, si sviluppò, nel settembre del ’20, l’occupazione delle fabbriche. La storia nacque sul terreno sindacale. Dalla piattaforma rivendicativa presentata agli industriali il 18 giugno: ritocchi salariali, indennità di carovita, armonizzazione delle scale salariali fra zone geografiche. E sul terreno sindacale poteva concludersi. Tant’è che Giovanni Giolitti riuscì, nonostante tutto, a mediare una buona intesa. Ma i “rivoluzionari”, che credevano di avere il vento in poppa e, invece, avevano il fascismo dietro l’angolo, fecero travalicare l’agitazione fuori dalla cornice sindacale, salvo poi, quando fu palese il loro nullismo, remare indietro. Ma ormai era troppo tardi. 

Esilio. 
La Cgl tenne il suo ultimo Congresso nel dicembre 1924. Un’assemblea tetra e depressa. Nell’ottobre del ‘25, il “Patto di Palazzo Vidoni” tra la Confindustria e la Confederazione delle corporazioni fasciste stabilì che quest’ultima sarebbe stata il rappresentante esclusivo dei lavoratori. Le commissioni interne furono soppresse. Nel gennaio del ‘26, Buozzi sostituì Ludovico D’Aragona come segretario di una Cgl in coma. Nell’aprile, fu abolito il diritto di sciopero. Prima della fine dell’anno, Buozzi era in Francia. Segretario generale divenne Battista Maglione. Il Comitato direttivo del 4 gennaio 1927 confermò lo stato di fatto: la Cgl aveva cessato di esistere. Nell’ora della disfatta, i comunisti tentarono l’impresa che non era loro riuscita in regime di democrazia: mettere le mani su tutto ciò che rappresentava la Cgl. Gridando al tradimento, indissero, a Milano, il 20 febbraio 1927, una riunione dei loro quadri sindacali e decisero di mantenere in vita la Cgl come organizzazione clandestina. Ma Buozzi, che dall’esilio aveva rifiutato lo scioglimento della Cgl, denunciò la manovra comunista. Ne seguirono rivendicazioni sull’uso del nome e dei simboli. In realtà, si crearono due Cgl. Quella di Buozzi, sulla linea della tradizione. La comunista affiliata all’internazionale sindacale sovietica. 

La caduta del fascismo. 
Il 25 luglio 1943, portò al governo Pietro Badoglio. Su iniziativa del ministro delle Corporazioni, Leopoldo Piccardi, furono “commissariati” i sindacati fascisti. Il 1° agosto ‘43, Piccardi espose il progetto a Buozzi, il quale, dopo averne parlato con Oreste Lizzadri, Pietro Nenni e Sandro Pertini, aderì all’iniziativa, subordinandola alla clausola “di non corrensponsabilità politica”: “Considerando che la funzione a cui siamo chiamati ha uno stretto carattere sindacale che non implica nessuna corresponsabilità politica, dichiariamo di accettare le nomine nell’interesse del Paese e dei nostri organizzati, per procedere alla liquidazione del passato e alla sollecita ricostruzione dei sindacati italiani, che tenga conto delle tradizioni del vecchio movimento sindacale e tenda ad avviare al più presto gli organizzati a nominare direttamente i propri dirigenti.” Buozzi divenne commissario dell’Industria, con vicecommissari Giovanni Roveda e Gioacchino Quadrello. All’Agricoltura, Giuseppe Di Vittorio fu affiancato da Achille Grandi e da Oreste Lizzadri. La mattina del 14 agosto, Piccardi ufficializzò le nomine. Il 15, i commissari si costituirono in Comitato interconfederale. Presidente fu nominato Buozzi, segretario Lizzadri. Il primo atto del Comitato fu l’accordo, siglato il 2 settembre 1943 da Buozzi e dal presidente della Confindustria Giuseppe Mazzini, per ricostituire le Commissioni interne. 

Il Patto di Roma. 
Tra il settembre del ’43 e il maggio del ’44, socialisti, democristiani e comunisti elaborarono una piattaforma politica per dar vita al nuovo sindacato dell’Italia liberata, unitario e democratico. Il filo conduttore delle trattative si dipanò intorno a Buozzi, sulla cui leadership non vi è dubbio. Era stato l’ultimo segretario della Cgl. Apparteneva al partito della tradizione operaia, il quale, in quel momento, come dimostreranno i dati elettorali del 46, manteneva un primato nelle aree industriali del Paese. Inoltre, come sottolinea Sergio Turone, per il ricordo della sua opera, raccoglieva il consenso della classe operaia del Nord. Tant’è che, mentre si svolgevano questi incontri, veniva convocato a Bari, capitale provvisoria del Regno del Sud, a ridosso del congresso dei Comitati di liberazione nazionale, svoltosi il 29 gennaio ‘44, un convegno sindacale a cui partecipavano 370 organizzatori, i quali si assunsero il compito di ridar vita alla Cgl e acclamarono Buozzi, benché assente, segretario generale. L’adesione di Buozzi alla prospettiva unitaria non era, però, come ci vogliono far credere, priva di riserve. Come scrive Daniel Horowitz: “Buozzi, che era a capo dei sindacalisti socialisti, era più realistico dei molti leaders politici socialisti nel penetrare gli obiettivi dei comunisti, ma lo spirito dei tempi e l’urgenza dei problemi che attendevano i nuovi sindacati fece sì che ogni alternativa all’unità del movimento sindacale sembrasse tradire le aspettative democratiche.” Agli inizi del ‘44, i suoi rapporti con Di Vittorio erano più che tesi. Lo testimoniano le note informative, che quest’ultimo inviava ai dirigenti comunisti. I punti di rottura erano molteplici: il riconoscimento giuridico del sindacato, il ruolo delle federazioni di categoria: “L’amico è riformista nell’anima. Difende le Fed.Naz. e la loro naturale competenza tecnica con un accanimento incredibile.” Il tono, di nota in nota, si fa sempre più aspro: “Mentre sul cattolico i nostri argomenti hanno una presa, su Br., inveterato nelle sue concezioni riformistiche, non ne hanno alcuna.” C’è il timore che Buozzi e i cattolici “si accordino contro di noi”. “Un serio pericolo”, soprattutto perché “è recisamente contrario” a riconoscere “la nostra richiesta di avere il primo posto”. In sostanza, Buozzi era l’ostacolo all’egemonia comunista sul sindacato. E per rimuoverlo, Di Vittorio tentò anche di scavalcarlo, chiamando in causa il Psi. In ciò, il gruppo dirigente del Pci gli diede man forte. Lo testimonia una lettera di Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola inviata, il 2 marzo, da Roma alla Direzione del Pci Alta Italia: “I nostri rapporti col Partito socialista non vanno bene. Bruno Buozzi, nel campo sindacale sostiene tesi del più putrido riformismo; e la Direzione del partito approva anche quelle. Abbiamo immediatamente reagito ed ora prepariamo la controffensiva.” Nella primavera del ’44, le trattative erano dunque giunte a un punto critico. Buozzi aveva, ancora una volta, rifiutato la sua firma al progetto redatto dai comunisti. Ma il 13 aprile fu arrestato.

La Tribuna di Lodi
Sabato 21 Febbraio 2004 


Un socialista al governo
Giacomo Brodolini: il Ministro dei lavoratori


di Vittorio Valenza

Nell’ultimo decennio, il centrodestra e il centrosinistra, la Casa delle libertà e l’Ulivo, sembrano impegnati in una non nobile competizione: demolire, pezzo dopo pezzo, l’edificio delle conquiste economiche e sociali costruito, a partire dai primi anni ’60, per impulso del Partito socialista italiano. 
In particolare, il bersaglio prediletto sono le leggi, vedi lo Statuto dei lavoratori e l’ordinamento previdenziale, che portano la firma di Giacomo Brodolini, “il Ministro dei lavoratori”. Arturo Carlo Temolo Giacomo Brodolini nasce a Recanati, nelle Marche, il 19 luglio del 1920. Studente a Bologna, allo scoppio della guerra è richiamato e partecipa, come ufficiale di complemento, alle campagne di Albania e di Grecia. Rimpatriato, è trasferito in Sardegna, dove rimane fino all’armistizio dell’8 settembre ‘43. Nell’isola, conosce Emilio Lussu, uno dei fondatori del Partito d’azione.E a questo partito aderisce nel 1946. 
Nel 1947, dopo il deludente risultato nella consultazione per l’Assemblea costituente, il Partito d’azione si scioglie. Giacomo Brodolini, insieme a Emilio Lussu, a Riccardo Lombardi e a Francesco De Martino, è tra coloro che scelgono di continuare la milizia politica nelle file del Partito socialista italiano. Segretario della Federazione socialista di Ancona, nel 1950, Brodolini viene chiamato a Roma a ricoprire l’incarico di segretario nazionale della Federazione degli edili della Cgil, la Fillea.Cinque anni dopo, diventa vice segretario della Confederazione che, in quegli anni, è guidata da Giuseppe Di Vittorio. 
Nel 1960, riprende l’attività di partito e, nel 1963, viene eletto vicesegretario nazionale del Psi. Manterrà la carica anche con l’unificazione del Psi con lo Psdi, finché, il 13 dicembre 1968, diventa ministro del Lavoro nel governo guidato da Mariano Rumor. Da subito, manifesta i suoi intendimenti. Trascorre la notte del Natale del ‘68 nella tenda piantata davanti a Montecitorio dagli operai della Apollon, una fabbrica a rischio di chiusura. È l’occasione per dimostrare di non essere il solito ministro della mediazione, ma di stare “da una parte sola, dalla parte dei lavoratori”. Pochi giorni più tardi, il 4 gennaio del 1969, è la volta di Avola. Nel paese agricolo della Sicilia, nel corso di scontri tra la polizia e i braccianti, due lavoratori erano stati uccisi. Giacomo Brodolini accorre. Porta solidarietà ai braccianti in lotta e annuncia la sua volontà di costruire una legge, uno “statuto” che affermi e protegga i diritti dei lavoratori e delle loro organizzazioni. Nei sei mesi successivi - il governo Rumor cadrà, infatti, il 5 luglio del ’69- benché già gravemente malato, tanto che morirà l’11 luglio,la sua azione è travolgente: Giacomo Brodolini si conquista un posto nella storia. Realizza o avvia una serie di riforme sociali che è poco definire decisive e che tuttora rappresentano delle vere e proprie pietre miliari sulla strada dell’emancipazione dei lavoratori: l’abolizione delle cosiddette “gabbie salariali”, la storica riforma delle pensioni, con il passaggio rivoluzionario dal sistema “a capitalizzazione” a quello “a ripartizione”; la riforma del collocamento con l’eliminazione del cosiddetto “caporalato”, cioè dell’odioso mercato della manodopera, il risanamento del sistema mutualistico e, infine, quello che è ancora un fondamentale punto di riferimento: lo Statuto dei lavoratori. 
Leggi e ordinamenti, bollati come “marxisti” dall’allora leader liberale Giovanni Malagodi, che hanno consentito di “alzare il capo” a chi fino allora lo aveva dovuto chinare. Infatti, anche e soprattutto grazie alla sua opera furono messi al bando l’intimidazione, i ricatti, le repressioni e il selvaggio sfruttamento che, come Pietro Nenni aveva denunciato aprendo i lavori del XXI congresso del Psi, nell’aprile 1955, ancora segnavano la vita dei lavoratori nelle fabbriche e nei campi. 
Per questo, Giacomo Brodolini non fu un Ministro del lavoro, bensì “il Ministro dei lavoratori”.


Le riforme dei socialisti con il centro sinistra

L’ingresso del Partito socialista italiano al governo produsse, negli anni ’60, una decisa modernizzazione del cosiddetto welfare state italiano. Le riforme introdotte riuscirono a colmare i gravi divari che separavano la legislazione sociale italiana da quella degli altri principali paesi europei. Gli anni ‘60 rappresentano, dunque, un momento di grande miglioramento nelle condizioni di lavoro e di vita della classe lavoratrice. Molte furono le riforme, gli ordinamenti e i cambiamenti che ebbero come finalità la ridistribuzione del reddito e della ricchezza. Ci limitiamo, qui, a elencare i principali provvedimenti di carattere sociale realizzati tra il 1962 e il 1973. 

Anno 1962: 
• Legge numero 167 del 18 aprile: nuove norme sulle aree edificabili contro la speculazione e a favore dell’edilizia economica; • Legge numero 1338 del 12 agosto: introduzione della tredicesima mensilità e delle aggiunte di famiglia per i pensionati; • Legge numero 1859 del 31 dicembre: estensione dell’obbligo scolastico fino ai 14 anni e istituzione della scuola media unificata. 
Anno 1963: 
• Legge numero 15 del 19 gennaio: estensione della tutela contro le malattie professionali agli artigiani; • Legge numero 77 del 3 febbraio: creazione della gestione speciale per l’edilizia nell’ambito della Cigi (Cassa integrazione guadagni per l’industria); • Legge numero 60 del 14 febbraio: abolizione dell’Ina-Casa e istituzione della Gestione case per i lavoratori italiani (Gescal); • Legge numero 80 del 14 febbraio: introduzione del presalario; • Legge numero 260 del 26 febbraio: estensione dell’assicurazione sanitaria obbligatoria agli artigiani pensionati; • Legge numero 329 del 26 febbraio: introduzione dell’assistenza farmaceutica gratuita; • Legge numero 389 del 5 marzo: introduzione di uno schema assicurativo volontario per le casalinghe. 
Anno 1965: 
* Legge numero 1124 del 30 giugno: Testo unico delle norme in materia di infortuni e malattie professionali; • Legge numero 903 del 21 luglio: rivalutazione delle pensioni, introduzione delle pensioni d’anzianità, istituzione della pensione sociale 
Anno 1966: 
• Legge numero 129 del 29 marzo: aumento dell’indennità ordinaria della Cassa integrazione guadagni dell’industria; • Legge numero 613 del 22 luglio: estensione dell’assicurazione sanitaria obbligatoria ai commercianti. 
Anno 1967: 
• Legge numero 369 del 29 maggio: estensione dell’assicurazione sanitaria obbligatoria ai coltivatori diretti e ai disoccupati; • Legge numero 587 del 14 luglio: estensione degli assegni familiari ai coltivatori diretti, mezzadri e coloni; • Legge numero 765 del 6 agosto: provvedimenti urgenti per l’edilizia, nuovi vincoli sulle aree edificabili. 
Anno Anno 1968: 
• Legge numero 132 del 12 febbraio 1968: riforma della Sanità e trasformazione degli ospedali da Ipab a enti ospedalieri; • Legge numero 44 del 10 marzo: istituzione della scuola materna; • Leggi numero 238 del 18 marzo e numero 488 del 27 aprile: riforma delle pensioni con l’introduzione del sistema retributivo; • Legge numero 1115 del 5 novembre: estensione degli assegni familiari ai disoccupati e introduzione dei trattamenti integrativi di disoccupazione per i lavoratori del settore industriale in caso di chiusura parziale o licenziamento collettivo. 
Anno 1969: 
• Legge numero 153 del 30 aprile: miglioramento della riforma pensionistica realizzata nel 1968; • Legge numero 910 dell’11 dicembre: liberalizzazione degli accessi all’Università. 
Anno 1970: 
• Legge numero 12 del 2 febbraio: introduzione dei trattamenti speciali di disoccupazione per i lavoratori edili; • Legge numero 14 del 2 febbraio: estensione delle integrazioni salariali alle imprese artigiane nel settore edile; • Legge numero 83 del 21 marzo: riforma del collocamento in agricoltura. 
Anno 1971: 
• Legge numero 865 del 22 ottobre: riforma della casa; • Legge numero 1044 del 6 dicembre: disposizioni e impegno finanziario dello Stato per la costruzione di asili nido in ogni Comune; • Legge numero 1058 del 6 dicembre: estensione delle integrazioni salariali ai lavoratori delle imprese minerarie; • Legge numero 1204 del 30 dicembre: nuove norme per la tutela della maternità. 
Anno 1972: 
• Legge numero 4 del 14 gennaio: trasferimento alle Regioni delle competenze in materia sanitaria; • Legge numero 10 del 14 gennaio: trasferimento alle Regioni delle competenze in materia di assistenza scolastica; • Legge numero 9 del 15 gennaio: trasferimento alle Regioni delle competenze in materia di assistenza e beneficenza pubblica; • Legge numero 10 del 15 gennaio: trasferimento alle Regioni delle competenze in materia di formazione professionale; • Legge numero 48 del 5 agosto: estensione dell’assicurazione sanitaria obbligatoria agli ultrasessantacinquenni sprovvisti di reddito; • Legge numero 457 dell’8 agosto: istituzione della Cassa integrazione dei salari per i dipendenti da imprese agricole (Oga). 
Anno 1973: 
• Legge numero 267 del 30 giugno: indicizzazione al costo della vita delle pensioni sociali.

Il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat conferì al Ministro socialista, dopo la sua scomparsa, la Medaglia d’oro al valor civile con la seguente motivazione: “Esempio altissimo di tenace impegno politico, dedicava, con instancabile e appassionata opera, ogni sua energia al conseguimento di una più alta giustizia sociale, dando prima come sindacalista, successivamente come parlamentare e, infine, come ministro per il Lavoro e la Previdenza sociale, notevolissimo apporto alla soluzione di gravi e complessi problemi interessanti il mondo del lavoro. Colpito da inesorabile male e pur conscio della imminenza della sua fine, offriva prove di somma virtù civica, continuando a svolgere, sino all’ ultimo, con ferma determinazione e con immutato fervore, le funzioni del suo incarico ministeriale, in una suprema riaffermazione degli ideali che avevano costantemente ispirato la sua azione”.

La Tribuna di Lodi
Sabato 13 Settembre 2003 


LA CARTA DELLA UNIFICAZIONE SOCIALISTA


La Carta dell'unificazione socialista viene pubblicata dall'"Avanti!" il 31 luglio del '66. Il documento sancisce la nascita del Partito unificato. Dopo la scissione di Palazzo Barberini e i colloqui con Saragat a Pralognan nel '56, la collaborazione nei governi di contro-sinistra aveva segnato un riavvicinamento tra socialisti e socialdemocratici. Tutto lasciava pensare ad una riunificazione. E così fu. Ma il documento di unificazione, seppure ricco di novità - come l'insistenza sulla inscindibilità tra socialismo, democrazia e libertà - non era privo di ambiguità e soprattutto di genericità. Non fu fatto strano, quindi, se il Partito unificato ebbe vita breve.
A nulla erano valso e tal proposito le "cautele" di De Martino, che insisteva sulle diversità esistenti tra PSI e PSDI, malgrado il ceppo comune. De Martino avvertiva fortemente la preoccupazione di non lasciare troppo spazio a sinistra, e a disposizione dei comunisti.



... Il Partito (PSI-PSDI unificati) continua la tradizione del movimento socialista italiano... ne raccoglie, come proprio patrimonio, le esperienze dottrinarie, a cominciare da quella fondamentale del marxismo...
Il Partito non richiede ai suoi militanti l'adesione ad un credo filosofico o religioso ed accoglie, con pari diritto di cittadinanza, tutte le correnti di pensiero che accettano i principi etici e i postulati politici e sociali ispirati agli ideali di giustizia, di eguaglianza e di pace...
Il Partito ha il fine di creare una società liberata dalle contraddizioni e dalle coercizioni derivanti dalla divisione in classi prodotta dal sistema capitalistico e nella quale il libero sviluppo di ciascuno sia la condizione del libero sviluppo di tutti.... Il socialismo è Inseparabile dalla democrazia e dalla libertà, da tutte le libertà, politiche, civili e religiose e non può essere realizzato che nella libertà e con la democrazia, così come la democrazia non può essere attuata integralmente se non col socialismo.
... Il Partito conduce la lotta contro il sistema capitalista e le ideologie che esso esprime, per superarle e costruire una società nuova, autenticamente democratica.
... La evoluzione democratica dal capitalismo al socialismo comporta un periodo di transizione che ha il suo naturale quadro istituzionale nella democrazia repubblicana e la sua caratteristica nelle riforme di struttura della società e dello Stato... tali da permettere di conseguire nella libertà nuove forme di vita associata ed individuale modificando a favore dei lavoratori i rapporti di potere tra le classi e realizzando una effettiva partecipazione di tutti alla direzione della Società e dello Stato...
Ma il problema fondamentale che pone il capitalismo contemporaneo non è più quello della anarchia delle forze produttive... e delle crisi cicliche che spingerebbero il sistema verso la catastrofe.
Il problema fondamentale è quello delle concentrazioni di potere che dispongono dei nuovi mezzi offerti dalla tecnica e dallo sviluppo delle forze produttive. La soluzione socialista è quella di un nuovo assetto che mediante la programmazione democratica e le riforme di struttura crei le condizioni per un impiego di quei mezzi e per l'esercizio dei poteri che essi consentono, conforme alla scala dei valori propria del Socialismo.
... La politica di sviluppo democratico della vita civile, di programmazione economica, di pieno impiego e di riforme atte a modificare la struttura della società ed i rapporti sociali, comporta una dura lotta contro la destra, l'estrema destra e le pressioni conservatrici che benché ripetutamente battute nell'ultimo ventennio, costituiscono pur sempre un pericolo per la democrazia, ogni qualvolta si creano le condizioni di instabilità della direzione democratica del Paese.
Per assicurare questo elemento di stabilità il Partito è favorevole alla collaborazione con altre forze politiche democratiche, su un programma che comporti comuni obbiettivi di progresso e di avanzamento dei lavoratori e del Paese. Ma anche quando il Partito accede ad alleanze di maggioranza o di governo con forze non socialiste, esso non rinuncia alla lotta ed alla critica sistematica del capitalismo, né a perseguire in modo autonomo gli obiettivi che gli sono propri. Il centro-sinistra è la forma politica attuale di tale collaborazione.
Il centro-sinistra ha reso possibile la realizzazione di importanti riforme... ed è fermamente impegnato nella programmazione economica, che riassume in sé un vasto piano di riforme.
Si pone nel nostro Paese più che altrove il problema del comunismo.
Nei suoi confronti esiste per i socialisti una frontiera rigorosa ideale e politica, che scaturisce dal principio che non vi è socialismo senza organizzazione democratica del Partito, della società e dello Stato.
Il dato sempre emergente nel pensiero e nella azione del gruppo dirigente comunista italiano rimane la identificazione acritica con un modello di esercizio del potere che manca di validità per popoli e Nazioni dove il pluralismo della vita democratica e civile ha radici profonde nella storia e nel costume...
In tali condizioni non è possibile una lotta comune per il potere dei socialisti coi comunisti.
Perciò, senza escludere la possibilità di azioni occasionalmente parallele o convergenti, il Partito mantiene ferma l'esigenza di un civile confronto critico e polemico sui contenuti rispettivi del Socialismo e del comunismo.
Il Partito reca all'internazionale il contributo delle esperienze di un movimento rimasto fedele ai principi dell'internazionalismo 
- la consapevolezza dei rischi inerenti ad ogni alterazione unilaterale dell'attuale equilibrio sul quale si regge la pace del mondo, sia pure in modo precario;
- la ricerca di sempre maggiori rapporti tra i Paesi dell'Ovest e quelli dell'Est;
- l'incoraggiamento ai paesi neutrali e non impegnati nel loro sforzo di rinascita politica ed economica e di mediazione pacifica.



Dalla Carta dell'Unificazione (l' Avanti! , 31 luglio 1966)


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