Un partito e un'idea per il centrosinistra 

di GIORGIO RUFFOLO

Certo che il centrosinistra, a capo del nuovo anno, sembra messo piuttosto male. È privo di un leader: come contraddire Berlusconi su questo punto? Sulla sua tolda, ci sono solo comandanti in seconda: troppi. È disorganizzato in una coalizione malferma: basta seguire il recitativo televisivo serale dei suoi molteplici portavoce per deprimersi. Fa l'opposizione, sì, ma ponendo resistenze e ostacoli alla maggioranza, non opponendogli un'alternativa di governo. Questo terzo aspetto è senz'altro il più decisivo e critico, per una forza politica che fa del riformismo la sua bandiera. Il fatto è che le «riforme» e le controriforme, le sta facendo la destra. Una destra che non manca certo di contraddizioni, ma che un progetto ce l'ha e lo sta realizzando. Le sue mosse le sta mettendo in campo. E queste si collegano implicitamente a una visione della società che può essere senz'altro sgradevole: mercatistica, privatistica, affaristica; ma che è a suo modo coerente e non certo priva di una base ampia di consenso. Dove si riconoscono le riforme del centrosinistra? Se per riforme intendiamo non i popperiani interventi a spizzico, ma cambiamenti istituzionali di fondo ispirati a un progetto di società, di riforme di questo genere i governi di centrosinistra ne hanno promosse due, rilevantissime: l'ingresso nell'Unione monetaria europea e la riforma della Costituzione. La prima sono riusciti a realizzarla, suscitando nel paese una autentica tensione di consenso e acquisendo un merito storico imperituro. La seconda è fallita. Qualcuno ha parlato di una Canne. Ma dopo Canne il Senato romano andò incontro al console Varrone per ringraziarlo di non aver disperato della Repubblica. Sul console D'Alema sono piovuti i sarcasmi più vili e più ingiusti. Ha fatto degli errori? Delle omissioni? È possibile. Ma il disegno era grande e giusto. È stato a un passo dal realizzarlo. E il suo fallimento non è stato dovuto solo al ribaltamento del tavolo di chi non si sentì alla fine tutelato sufficientemente nei suoi interessi più o meno inconfessabili. Ma anche al sabotaggio di quella coalizione sommersa di radicalismo estremista e di conservatorismo corporativo che, da sinistra, ha sempre contrastato il riformismo. Oggi, all'opposizione, il centrosinistra si trova totalmente privo di un progetto riformista d'insieme. Non sta in questo la ragione essenziale della sua crisi? Quale credibilità può avere e quale grado di consenso può suscitare una forza politica «riformista» che non dice per quali riforme -di quel tipo strutturale che s'è detto - intende battersi? E sulla base di quale progetto politico? Per la verità il più grande partito del centrosinistra, dei Ds, si impegnò nella elaborazione e poi nell'approvazione solenne di un progetto, che avrebbe dovuto concretamente marcarne l'identità e orientarne la politica. Ma nessuno dei suoi massimi dirigenti pensò mai di usarlo davvero come bussola. Fu inalberato per qualche settimana come vessillo, e poi ammainato e riposto chi sa dove. Radicata nella cultura dei partiti di origine marxista è la convinzione del progenitore che alla storia non si mettono mutande: con il risultato, talvolta, di ritrovarcisi. Quanto agli altri partiti componenti dell'Ulivo, il pensiero di sobbarcarsi a quella fatica non li ha mai neppure sfiorati, impegnati già severamente com'erano a comporsi ricomporsi e scomporsi in complesse configurazioni floreali. È strano. A nessuno di questi riformisti immaginari (ricordo il titolo del libro di Vittoria Ronchey) viene in mente che le grandi riforme dell'età socialdemocratica sono state ideate in progetti scritti, come talvolta si afferma con sarcasmo, «a tavolino» (e dove mai li si dovrebbe scrivere?): che si tratti di Keynes o di Beveridge o dei fabiani, tutti comodamente seduti alle loro belle scrivanie. Quelle grandi riforme sono figlie di grandi riflessioni, che erano possibili allora e non più adesso, dato che i più eminenti intellettuali della sinistra sono costantemente e affannosamente impegnati a spostarsi, come le «squillo» di un famoso romanzo di Arthur Koestler, da un convegno e da una tavola rotonda all'altra, senza soluzione di continuità. Sta di fatto che il riformismo della sinistra italiana volteggia, ma non atterra. È gonfio di parole, ma povero di cifre, di date, di appuntamenti. In queste condizioni penso che Berlusconi e la sua maggioranza possano star sicuri che il «loro» riformismo, in parte, certo, mediatico, non avrà mai rivali preoccupanti per lungo tempo. Se i leader del centrosinistra avessero un po' di tempo, potrebbero concentrarsi su due impegni non del tutto frivoli. Il primo sarebbe quello di costruire finalmente una proposta riformista d'insieme, seria e circostanziata, al paese. E centrata su un'idea forza. Se l'ideaforza fondamentale della destra è il privatismo, in tutte le sue forme, l'ideaforza della proposta della sinistra dovrebbe essere la solidarietà, in tutte le sue forme: dalla lotta alla povertà alla difesa dell'ambiente, dallo sviluppo della spesa sociale e dei beni collettivi - la scuola, la salute, la sicurezza personale, la sicurezza sociale - alla promozione della cultura, dalla modernizzazione delle amministrazioni e dei servizi pubblici alla espansione e all'arricchimento dell'economia associativa e dell'autogestione sociale. Un'ideaforza formidabile davvero, poiché è sempre più chiaro che il malessere delle società ricche del nostro tempo dipende dalla scarsità di beni pubblici, non certo di beni privati. Il secondo impegno potrebbe essere quello di costruire un partito, un grande partito di tutti i riformisti italiani, fondato e impegnato su quella proposta: un nuovo Soggetto, nato da quel Progetto. Un partito, non una coalizione, fatalmente centrifuga. Nuovo, non «inventato»: e cioè radicato nelle tradizioni storiche della sinistra, collocato nello spazio geopolitico del socialismo europeo; ma libero finalmente dai condizionamenti di una nomenklatura che sopravvive a tutte le stagioni, e che attinge le fonti della sua perennità non da un progetto di società, ma dal manuale Cencelli. I dirigenti del nuovo partito dovrebbero nascere per naturale fecondazione gioiosamente scaturita dagli incontri con la società aperta e non per clonazione burocratica. Come vecchio ex trotzkista, detesto i burocrati. Penso sempre che, in quanto classe (o quasiclasse? Fate voi) bisognerebbe eliminarli. Senza fare prigionieri: perché si riproducono anche in cattività. 


la Repubblica
29 dicembre 2001


Anche questi, pasaràn!

Non so il cinese. Ma mi sembra - l'ho letto da qualche parte - che l'ideogramma cinese della parola crisi contenga in sé due significati: quello di rischio e quello di occasione. Se è così mi parrebbe il più adatto a rappresentare graficamente il concetto centrale di questi scritti di Alfredo Reichlin. I quali sono soprattutto un appello accorato e preoccupato alla sinistra a superare questa sua fase di sbandamento e di disorientamento politico per riconsiderare la realtà che attraversiamo nella sua essenziale drammaticità di svolta storica di un certo assetto mondiale e sociale, che si apre a nuovi grandi rischi e a nuove grandi occasioni. 

Guardare il presente come storia (la bella espressione è di Paul Sweezy): questo mi sembra, in fondo, l'invito di Reichlin: ricollocare la politica nelle grandi correnti, nelle correnti pesanti che vengono dal passato e che attraversano il presente per andare: dove?
Su dove stanno andando non abbiamo certezze, come credevamo di avere una volta, quando il futuro ci si presentava come un copione già scritto per l'essenziale. Ma possiamo formulare delle congetture, estrarre da quelle delle domande, e dare a queste delle risposte. Se la storia non è già progettata, possiamo, dobbiamo tentare di progettarla. Nel mondo dell'incertezza, l'unica certezza di cui disponiamo è la nostra volontà. In questa scommessa sta l'impegno fondamentale della "grande politica".

Una politica ispirata alla "storicità" (così la chiama giustamente Reichlin, non "storicismo", che è ideologia e non metodo) consente di eliminare con il rasoio di Occam i "pettegolezzi", le futilità, le chiacchiere, le trame e le trappole del politichese per fare emergere dalla nebbia nella quale siamo avvolti i problemi veri del nostro tempo. Quelli alla stregua dei quali domani lo storico misurerà la statura della nostra politica. 
La rassegna che Reichlin fa di questi temi duri, tosti, è vasta e suggestiva, anche nella dimensione stringata dei suoi saggi. Ne vorrei evocare tre, "con parole mie", in forma di chiose al suo discorso. 

C'è, anzitutto, il tema della "svolta mondiale", della rottura di un ordine mondiale. Ordine inteso - si capisce - in senso oggettivo, come assetto più o meno stabile, non come giudizio di valore. Questo ordine, dice Reichlin, è andato in pezzi l'11 settembre scorso. Io sono propenso a credere che la crisi dell'ordine mondiale instaurato nel dopoguerra, basato, alla scala del pianeta, sull'equilibrio del terrore del duopolio nucleare e, nel campo capitalistico, sugli accordi e sulle istituzioni di Bretton Woods, si sia progressivamente dissolto a partire dalla metà degli anni settanta, sotto i colpi successivi della sostanziale denuncia americana di quegli accordi nel 71-73 e della implosione dell'Unione Sovietica nel 1989. Ma è indubbio che l'attacco terroristico del settembre scorso segna una nuova e terribile tappa verso il disordine mondiale.
Alla base di quel disordine c'è una crescente ingovernabilità sociale: un varco sempre più ampio tra la potenza economica e tecnologica e il potere politico: tanto più ampio in quanto la potenza dell'economia si esprime ormai in un mondo reso globale dalla fitta interdipendenza dei mercati, mentre il potere politico resta frazionato tra 130 stati sovrani, a livelli diversissimi di capacità. Questo varco può essere ridotto, teoricamente, in due modi. O si abbassa il grado di interdipendenza. O si crea un livello di sovranità politica più elevato.
In fondo, la proposta implicita nel movimento cosiddetto no global è la prima. Ed è una proposta, non soltanto irrealistica, ma reazionaria. Reichlin giustamente dice: una sciocchezza. Carlo Marx, che nel Manifesto ha descritto con entusiasmo la prima grande globalizzazione del capitalismo, si indignerebbe al modo suo. La seconda - quella della costituzione di un governo mondiale, non è ormai, più utopistica, sta diventando sempre più realistica. Chi non si è ancora accorto che per metà del tempo i governi del mondo sono oggi impegnati nella costruzione di reti e sistemi di regole decisamente non più inter, ma super-nazionali? Che, a parte l'Europa (ma è difficile considerare "a parte" la seconda grande aggregazione politica del mondo) si profilano dappertutto sul pianeta disegni di unificazione di mercati e progetti di "coalizioni politiche" sopranazionali?
Utopistica è, se mai, la convinzione che si possa stabilizzare uno stato delle cose che conduce inevitabilmente all'anarchia mondiale. Dall' "ordine" mondiale fondato sull'equilibrio del terrore nucleare tra le due Superpotenze e sull'egemonia americana sancita e garantita dagli accordi e dalle istituzioni di Bretton Woods nel campo capitalistico, si è passati gradatamente al disordine di un mercato capitalistico diventato in larga misura un casinò e all'esistenza della sola Superpotenza vittoriosa nel duello mortale con la rivale: sola, ma anche solitaria e terribilmente vulnerabile. Una vulnerabilità purtroppo rivelatasi nel modo più clamoroso e spaventoso l'11 di settembre. In quella data abbiamo potuto capire quanto giustamente ha affermato Shimon Pèrez: che il terrorismo è il risvolto tragico della globalizzazione. 
Qui si pone per la sinistra il grande tema del terrorismo internazionale. Di come comprenderlo. Di come combatterlo. C'è la strategia pacifista, chiamiamola così. Da vecchio combattente della sinistra marxista Reichlin non nutre alcuna simpatia verso ogni forma di giustificazionismo molle (il terrorismo è comunque figlio, o nipote del capitalismo, dell'imperialismo americano e via sociologizzando) e di pacifismo ludico-espressionistico; e conosce bene, e rifiuta, il pacifismo strumentale a senso unico, con indignazione regolata e controllata. Se il terrorismo è il risvolto tragico della globalizzazione, è perché esso prospera nel vuoto politico e spirituale che essa ha creato, ma si nutre di un oscurantismo barbarico che non è conseguenza di una civiltà di cui dovremmo pentirci, ma è l'antitesi di una civiltà - quella occidentale - che è la nostra: quella illuministica, razionalista, scientifica e umanistica, la civiltà da cui nasce la sinistra. Ai no global terzomondisti egli ricorda che se l'America è l'America, questo non è il risultato dello sfruttamento imperialistico, ma della superiorità teconologica, che sta alla base del successo storico dell'Occidente. Che il terrorismo è diretto contro la base di quella civiltà, e vorrebbe spingere il mondo all'imbarbarimento. E che dunque, combatterlo con la forza, e non con gli avvisi di garanzia o con gli 007, come suggeriva Bertinotti, è il primo dovere della sinistra. 
Ciò non relega in secondo piano, anzi sottolinea con forza, la necessità di affrontare il "disordine" in cui quella nuova barbarie prospera. Proprio qui si riafferma il bisogno storico ormai maturo di un governo mondiale. Ma non (soltanto) come autorità giuridica, giudiziaria, preventiva e repressiva che stenda una rete di protezione, uno "scudo" globale contro la minaccia globale del terrorismo; e che sia capace di reagire con forza alle sue guerre. Ma, proprio come governo, che sia capace di stabilire limiti alla strapotenza dei mercati, regole per l'esercizio di un vero diritto delle genti; di fondare legittimazione, di creare capacità concrete per l'uso internazionale della forza.
Questo è il più "urgente" compito della sinistra: tradurre in progetti concreti l'utopia kantiana del governo universale. Alzare lo sguardo al più alto livello della problematica mondiale. Congiungere in una visione costruttiva il comandamento etico della pace e l'organizzazione pratica della convivenza globale. E' un compito che non può essere lasciato soltanto alle diplomazie. Deve essere assolto gradualmente, attraverso la costruzione di una rete di grandi nuovi attori mondiali. Uno, il primo di questi nuovi attori, è l'Europa. Ne parleremo tra un attimo. Ma il governo mondiale ha bisogno di fondarsi anche, e soprattutto, su un grande movimento di solidarietà mondiale, di vero e positivo pacifismo, di sostegno alle iniziative spontanee e creative che già proliferano in tutto il mondo, e che hanno bisogno di finanziamenti, di incentivi fiscali, di supporti infrastrutturali, informatici, culturali. Un esempio: l'organizzazione di un vero e proprio esercito di pace europeo cui l'Unione e i Governi contribuissero con mezzi mobilitati su vasta scala darebbe un enorme impulso alla offerta genuina di solidarietà (tempo, energie, competenze) e una occasione perché il pacifismo si manifesti concretamente, e non solo espressionisticamente, tra canti e suoni. 

C'è il tema del rapporto tra capitalismo e democrazia. Come Reichlin ricorda sono venuti meno, in questi ultimi decenni, i presupposti del grande compromesso socialdemocratico, travolti da una "controffensiva" capitalistica che aveva nella deregolazione dei mercati finanziari e nella nuova rivoluzione tecnologica le sue due punte di lancia. L'equilibrio tra capitalismo e democrazia si è rotto a vantaggio del primo. Le politiche keynesiane, praticabili solo entro una cornice nazionale, sono state rovesciate. I governi dell'Occidente, guidati dall'America, hanno adottato politiche monetarie rigide per domare l'inflazione e politiche restrittive della pressione fiscale e delle spese sociali per dare lo spazio più ampio possibile agli investimenti privati: insomma, politiche dell'offerta, antitetiche a quelle keynesiane. Quanto alla domanda, gli americani hanno risolto il problema brillantemente. Le aspettative di profitto, promosse dalla rivoluzione tecnologica e dalla globalizzazione dei movimenti di capitale, hanno spinto in alto i corsi delle azioni, innescando un boom popolare del mercato finanziario, cui masse di cittadini hanno attinto per alimentare le loro spese. Questo meccanismo di autocombustione è stato opportunamente battezzato "modello Wall Street". Esso spingeva in su il dollaro, e il Superdollaro drenava da tutto il mondo capitali. Questi poi rialimentavano l'economia americana, che poteva permettersi così un gigantesco disavanzo della bilancia dei pagamenti correnti: insomma, una specie di Piano Marshall al contrario.
E' ancora presto per dire se i prodromi della recessione, inaspriti dal tremendo colpo vibrato al cuore di Wall Street, determineranno una crisi forte di quel modello squilibrato. Due cose sembrano evidenti. La prima: che le profezie degli yuppi-economists, di "fine del ciclo economico" e di una indefinita era di prosperità hanno fatto la stessa fine di quelle della fine della storia. La seconda: che le profonde ingiustizie ed emarginazioni internazionali e sociali prodotte da quel modello mal si conciliano con la domanda di coesione politica sociale e morale implicite nella mobilitazione generale contro il terrorismo. Anche qui, una storia ispirata dalla ragione dovrebbe suggerire una svolta a U delle politiche liberiste. Già oggi, il "combinato disposto" della crisi internazionale e dell'incipiente recessione adombra questa svolta, nella forma di politiche pseudokeynesiane di sostegno e di intervento pubblico, ispirate però molto più che dall'ideale del welfare state, da quello del welfare business.
E la sinistra? La sinistra, in Europa come in America, sembra più preoccupata di difendere le vecchie posizioni che di concepire strategie nuove. A metà del secolo trascorso essa fu capace di dare uno sbocco umano alla crisi del capitalismo con le gloriose risposte del grande riformismo socialdemocratico. Il periodo storico che attraversiamo segna una drammatica cesura con quelle risposte. La sinistra ha di fronte a sé un capitalismo profondamente trasformato, ricco di un vasto potenziale tecnologico e, a differenza di quello di Ford e di Charlot , sostenuto da un ampio retroterra di consenso sociale. Esso esige risposte nuove e diverse, ma dello stesso livello di quelle che traevano ispirazione da Beveridge, da Keynes, dai fabiani. E invece le sue risposte sono di portata molto minore. La "terza via", per esempio, mi sembra, più che altro, una pista di emergenza che corre parallela alla grande autostrada del neo liberismo.
Ci sono, mi pare, due direttrici lungo le quali la sinistra riformista può recuperare il respiro necessario per promuovere un nuovo compromesso storico alto con il capitalismo.La prima è la costruzione di un grande spazio europeo, al livello del quale politiche di piena occupazione stimolate dalla domanda e politiche di redistribuzione ridiventino possibili. Ma i partiti socialisti europei non sembrano capaci di cogliere appieno la grande occasione che la costruzione dell'Europa rappresenta per la sinistra. Essi restano pateticamente attaccati alla grande nutrice dello Stato nazionale. E così, finiranno per essere ancora una volta battuti dalla destra, uno dopo l'altro, come i Curiazi.
La seconda direttrice comporta il rilancio del settore pubblico, con l'abbandono della sudditanza politica e psicologica verso il mercatismo imperante. Lo abbiamo detto e ripetuto: l'economia di mercato va benissimo, la società di mercato va malissimo. Una società che non voglia consegnarsi al mercato, "privatizzandosi" (una contraddizione in termini) ha bisogno di grandi infrastrutture pubbliche, di una scuola ricca e permanente, di un ambiente fisico e urbano sostenibile e decongestionato, di una vasta copertura dei rischi sanitari, di una assidua protezione dei beni culturali, di un forte impulso allo sviluppo culturale e allo sviluppo della solidarietà: due beni pubblici in senso proprio. Altro che "più mercato"! Le scimmiette sapienti del mimetismo mercatistico di sinistra dovrebbero imparare che, se non altro a causa dei divari di produttività tra settore pubblico e settore privato, la sfera del settore pubblico deve aumentare relativamente a quella del settore privato, a prestazioni costanti (c'è un famoso teorema dell'economista William Baumol, in proposito, ma le scimmiette non leggono). Si tratta dunque, se mai, di migliorare la produttività del settore pubblico, non di ridurne le prestazioni: introducendovi la competizione, programmandone la spesa, differenziandone i livelli, realizzando l'autogestione dei cittadini e, non certo da ultimo, incoraggiando lo sviluppo dell'economia associativa. Insomma, non si tratta di retrocedere da un welfare state a una market society, ma di procedere verso una welfare society.

C'è infine, in questi scritti di Reichlin, e vi ha gran parte, il tema della sinistra italiana. Reichlin ne ripercorre a volo il dramma, i tormenti e le estasi, e mette in campo la sua propria visione (sulla quale si può in alcuni punti più o meno consentire) sempre in modo lucido e onesto; e invitando altri a fare altrettanto. Un invito da cogliere: non per recriminare, una volta ancora, ma per capire insieme, finalmente. Capire perché la sinistra si è ridotta nelle condizioni attuali. E soprattutto - questo è il suo vero "assillo" - capire il rapporto che lega la sinistra italiana alla grande "quistione" dell'unità nazionale.
I momenti alti della sinistra italiana sono stati quelli nei quali essa ha saputo dare un senso storico a questa questione: che si trattasse del riformismo popolare socialista, che educò politicamente le grandi masse operaie e contadine rimaste estranee al processo risorgimentale; o dell'incontestabile merito dei comunisti, che le guidarono nell'incontro popolare e nazionale con la Repubblica.
Quella sinistra si è consumata per decenni in un duello che ha lasciato alla Democrazia Cristiana - grande partito moderato e popolare - l'"obbligo" di governare, e ha deformato per mezzo secolo lo schema politico della democrazia italiana rispetto a quello tipico delle altre democrazie europee. La storia di quel duello è fatta di occasioni perdute: per lungo tempo, per colpa dei comunisti e del loro disgraziatissimo fattore kappa; poi dei socialisti assetati di rivalsa e attaccati alla biga del governo quando già perdeva le ruote; e poi ancora dei comunisti, assetati di vendetta, e convinti di poter approdare alla piena legittimazione, senza pagare il dazio socialista, anche grazie alle tempeste giudiziarie abbattutesi sui rivali. Storia di ieri, che è costata alla sinistra italiana (la più grande d'Europa), il suo dimezzamento. E che ha aperto le porte all'irruzione di una destra aggressiva, capace di coagulare antichi e nuovi umori e pulsioni autoritari e privatistici, populisti e secessionisti. Altro che DC!
Al posto di quello che avrebbe finalmente potuto formarsi in Italia subito dopo l'implosione dell'Unione Sovietica, un grande partito socialdemocratico e riformista moderno, si è formata una coalizione democratica, che ha saputo contrastare, dopo una prima sconfitta, la marcia della destra, grazie a un sapiente sfruttamento delle sue divisioni; e che, soprattutto, ha saputo, grazie alla sua capacità di esprimere una classe di governo di primo ordine, guidare il paese, attraverso la stretta fatale del risanamento finanziario, nell'unione monetaria europea: suo imperituro merito storico. Ma non ha saputo costruire un progetto riformista di ampio respiro capace di innestarsi nella storia d'Italia, ritrovandovi le ragioni profonde dell'unità nazionale. Non ha saputo cogliere le domande sociali di nuovi ceti nati dalle profonde trasformazioni economiche e sociali del paese, che invece a suo modo la destra riusciva ad esprimere, in modo rozzo ma immediato. Non ha neanche provato ad offrire al paese la visione e la prospettiva di ciò che avrebbe potuto divenire, attraverso un grande processo di riforme istituzionali sociali e civili.
Una volta tagliato il traguardo europeo - che aveva costituito un "progetto" mobilitante, capito dal paese - la tensione si è allentata, il vuoto progettuale è emerso, e con esso la litigiosità delle persone e delle etnie. Proprio mentre la destra si ricomponeva. Di qui è nata la seconda e più grave sconfitta. A questa sconfitta non è estranea la pretesa dei "nuovisti" di edificare una nuova forza democratica sulla base di un "pensiero debole" della politica, di partiti "inventati", di contaminazioni pasticciate.
Qui emerge il messaggio gramsciano di Reichlin: "i partiti non si inventano". E oggi si pone alla sinistra di questo paese il compito di costruirlo, finalmente, un partito forte. Non più però sulle sole basi della sinistra tradizionale. Un partito che abbracci le attuali forze dell'Ulivo e oltre, ma che si riconosca in una chiara dimensione e collocazione europea; e in un progetto che definisca i termini concreti di un riformismo altrimenti retorico. In quel partito dovrebbero essere sciolte le nomenklature che hanno imprigionato gli eredi del partito comunista, nell'impossibile compito di rappresentare tutta la sinistra senza perdere i loro caratteristici costumi.

Le ultime bellissime pagine di questa antologia sono una dichiarazione d'amore. Per la politica. La nostra generazione (quella di Reichlin è anche la mia) ha avuto la fortuna di incontrarla quando la primavera della sua vita coincideva con la primavera della nostra democrazia. Quando i tripodi di cartone elevati dal Regime a Via dell'Impero si erano accartocciati. I ragionieri di una "giornata particolare" avevano nascosto l'orbace. Il duce del fascismo era sceso dai carri armati di latta su cui si issava prorompente, per camuffarsi sotto un elmetto tedesco. Quando echeggiavano nelle nostre strade i rauchi comandi delle truppe del Reich. E gli spari nella notte. Quando i "ragazzi di Salò" torturavano i nostri compagni, i nostri fratelli nelle celle delle ville tristi. Quando nel formicaio sconvolto dai bombardamenti un popolo vero brulicava operosamente per ricostruire la sua vita. Quando nella rabbia della vergogna, nel dolore e nel rischio noi imparammo finalmente ad amarlo, questo nostro popolo, e tanti dei nostri presero le armi, e combatterono e morirono per riscattarne la libertà e l'onore.
Tutto questa era Patria. Tutto questo era Politica.
E tutto questa era Sinistra, per noi.
Noi sentivamo dentro di noi, dice bene Reichlin, un'onda piena di felicità. Così ci riconoscevamo nel paese che era diventato nostro, modesto, fraterno e coraggioso. 
Molti di noi di sinistra credettero allora di identificare le sorti di questo nostro paese con quelle di una rivoluzione che aveva generato un'armata eroica e vittoriosa, ma anche un impero plumbeo, oppressivo, criminale. Ed altri invece si domandavano con vera angoscia come quelli potessero sacrificare la loro fresca libertà e il loro autentico patriottismo a quella religione ritualistica oscurantistica e barbarica. 
Anche questa fu politica. Anche questa fu passione e scontro amaro, che segna una vita. 
Perché il nostro impegno fu gioioso, ma non frivolo,
Com'eravamo? Allegri e dissacranti, eravamo. Anche presuntuosi e insopportabili. Intolleranti verso ogni traccia di kitch plebeo. Pagammo poi questa spocchia, questa puzza sotto il naso, con il distacco di una sinistra troppo aristocratica dalle cose e dai gusti della gente semplice, che non si nutre sempre alle fonti della alta cultura e non parla il linguaggio delle recensioni. Di questo, certo, non dovremmo avere nostalgia.
Non è questa del resto, la nostalgia, il sentimento che anima le pagine di Reichlin. "Com'eravamo?" Sì, ma, tutto considerato, come siamo restati, consapevoli dei nostri errori, ma anche dei valori che portiamo, della fiducia in un paese grande e generoso, dell'orgoglio per la sua storia, delle speranze del suo futuro. 
Certo che tanto è cambiato. Chi avrebbe potuto scommettere, allora, sul trionfo dei "soldi" e degli "affari propri" come ideale apolitico? Sulla prevalenza dei tanti che "si sbattono" del conflitto di interessi, dell'evasione fiscale, delle esportazioni illegali di capitale, e magari del riciclaggio, in nome della "libertà". Altro che kitch plebeo! O addirittura che, nelle generose terre del risorgimentale lombardo veneto sarebbero comparsi, non gli elmi romani di cartone dei fascisti, ma i cimieri di plastica con le corna druidiche dei leghisti?
No, non ci faremo sopraffare da queste videate. Tanto meno dalle tentazioni dell'esilio e dal disprezzo per la nostra gente. In alto i cuori, Alfredo. Anche questi, prima o poi, pasaran!


Giorgio Ruffolo

(questa è la prefazione che Giorgio Ruffolo ha scritto per il saggio di Alfredo Reichlin di imminente pubblicazione)
19 dicembre 2001


Lezione sul riformismo

di Giuliano Amato

(Testo tratto dalla lezione su "Riformismo e riformismi nella lunga tradizione e transizione italiana" tenuta da Giuliano Amato a Milano il 12 ottobre 2001 in un incontro organizzato da Casa della Cultura e Fondazione Italianieuropei)

Oggi c'è ancora spazio per il riformismo, oppure anch'esso è stato travolto dalla fine del XX secolo? La mia risposta è positiva, perché in questo mondo sono enormi i rischi di esclusione, di divaricazione economica e sociale, di conflitti ingestibili. Non è venuto meno il bisogno, anzi si è esteso su scala planetaria, con una acuita domanda di riequilibrio nei confronti di un'economia che è largamente sfuggita alle regolazioni statuali ed è quindi in condizioni di riprodurre le sue originarie spinte squilibranti e addirittura devastanti.

Il termine riformismo, pur mantenendo un proprio significato originario, è stato fatto proprio nel tempo da tradizioni diverse della cultura e dell'azione politica. 

Nel linguaggio corrente della politica sentiamo infatti parlare di riformismo socialista, di riformismo cattolico-popolare, di riformismo liberal-democratico, fino ad arrivare a coloro che parlano di riformismo thatcheriano. In termini generali, quindi, il termine riformismo finisce per includere l'orientamento di chiunque voglia riformare l'esistente, in qualunque senso ed in qualunque direzione.

A ben guardare questa definizione ha un suo senso, e questo sta nel fatto che la distinzione conservatori/progressisti non significa semplicemente che i primi vogliono lasciare immutato lo stato esistente delle cose, mentre solo i secondi lo vogliono cambiare. Può esservi chi vuole modificare gli aspetti esistenti, per rimuovere garanzie e difese sociali, che ritiene di ostacolo alla dinamica del mercato. Esattamente in questa direzione agì il governo della signora Thatcher, che pose in essere una politica riformista per i fini e con il sostegno di chi era politicamente conservatore.

In Italia il genus è inteso in senso più ristretto e tende ad includere quelle culture politiche che si ripropongono una innovazione volta a realizzare una maggiore eguaglianza sociale, favorendo le possibilità di inclusione di coloro che sono esclusi o che possono ricadere fra gli esclusi. In questo senso si assimilano diverse culture che fanno capo al centro-sinistra, ciascuna delle quali ritiene di portare il proprio contributo riformista; la triade che esse formano (riformismo socialista, cattolico-popolare e liberal-democratico, con l'ambientalismo che li arricchisce tutti) possono essere declinate come le culture dell'Ulivo.


Le critiche di Bernstein
Ma questa stessa definizione, ancorché più ristretta della precedente, rimane un'accezione generica perché nei suoi connotati storici originari il riformismo appartiene alla tradizione della cultura politica socialista. Un piccolo esempio basterà a dimostrarlo. Guardando sulle comuni enciclopedie, alla voce riformismo le definizioni suonano tutte più o meno così: "Impostazione politica volta a modificare lo stato esistente delle cose con metodi legali". È chiaro a tutti che altri riformismi, si pensi a quello cattolico-popolare, non si sono mai posti il problema della legalità e quindi dell'uso illegale della forza per raggiungere il loro scopo. È dunque questa definizione con la sua semplicità a farci entrare nella storicità del riformismo socialista, il quale nasce in contrapposizione al progetto di modifica dell'assetto esistente con metodi rivoluzionari e appartiene alla dialettica intema al mondo socialista fra la seconda parte del secolo XIX e l'inizio del XX. La contrapposizione tra riforme e rivoluzione si collega fondamentalmente alle due interpretazioni alle quali fu assoggettato il pensiero di Marx. C'è l'interpretazione secondo la quale i sistemi di produzione capitalistica portano con sé il crescente sfruttamento dei salariati, alimentando il proprio sviluppo attraverso la acquisizione del plusvalore generato dal loro lavoro. La tensione creata da questo processo (insieme alla coscienza di sé e all'organizzazione che lo stesso processo genera fra i salariati) porta alla fine al rovesciamento di questo modo di produzione in nome di un nuovo sistema che sottrae alla proprietà privata i mezzi di produzione. È evidente che questa interpretazione di Marx indica come sbocco la rivoluzione.

Chi l'ha criticata con gli argomenti che ne hanno fatto poi il padre più lucido del riformismo è stato Bernstein, che ne ha messo in discussione gli snodi cruciali. Bernstein nega che lo sviluppo sia affidato al crescente sfruttamento dei salariati. Le modalità organizzative dell'impresa capitalistica e le innovazioni tecnologiche che la interessano, nota Bernstein, consentono una crescita costante della produttività, che da una parte alimenta gli investimenti ulteriori, dall'altra può essere condivisa in termini di migliori salari dai lavoratori, che usino le libertà borghesi per farsi valere. È così contraddetta l'ipotesi secondo la quale soltanto un crescente depauperamento della classe operaia renderebbe possibile il funzionamento della macchina produttiva. È altresì messa in dubbio la scomparsa dei ceti medi, che potranno anzi allargarsi grazie al miglioramento delle condizioni di vita dei salariati. È infine sottolineato che le libertà borghesi offrono spazio all'affermazione dei diritti di cittadinanza dei deboli. La mia è una sintesi molto schematica, ma è sulla base di questi argomenti che Bernstein concluderà affermando che quel che conta non è la finalità ultima, ma è il movimento. "Il movimento è tutto" è una famosa frase di Bernstein che sintetizza le sue conclusioni e che è mal capita da chi pensa che si faccia riferimento al "movimento" così come oggi ne sentiamo parlare a proposito della globalizzazione. Bernstein intendeva dire che il risultato non è affidato al fine ultimo e che è la dinamica della realtà che produce di per sé esiti migliorativi. I primi riformisti della storia accettano il cuore delle argomentazioni di Bernstein, ma in fondo non pensano che il movimento sia tutto, bensì che esso serva - e lo si debba utilizzare - per arrivare comunque al fine, cioè alla trasformazione dell'assetto produttivo sino alla realizzazione della proprietà socialista dei mezzi di produzione. Questa è la linea che emerge fra i riformisti del partito che è il nonno di tutta la sinistra italiana, e cioè il Partito Socialista Italiano nato nel 1892. Quei riformisti sono dei "gradualisti". Per loro essere riformisti vuol dire puntare al superamento finale del sistema capitalistico, ma arrivandoci attraverso il movimento, come dice Bernstein. Negli stessi termini il riformismo prende forza nel più grande partito del socialismo europeo del tempo, l'Spd, la socialdemocrazia tedesca.

Occuparsi del presente
Il riformismo di inizio secolo, dunque, ha un germe finalistico, e non a caso la leadership delI'Spd guarda a Bernstein come ad un eretico, proprio perché egli nega l'importanza del fine ultimo a vantaggio delle dinamiche che di volta in volta consentono progressi sociali. E tuttavia, per quanto finalistico, quello stesso riformismo di inizio secolo impara da Bernstein ad occuparsi del presente, delle condizioni attuali di coloro che si riconoscono nel movimento socialista e quindi ad adoperarsi, attraverso il conflitto sociale e la negoziazione all'interno delle istituzioni, per migliorarle.

Di qui inizia il processo delle conquiste riformiste rivolte al presente. Ci si batte perché possa esservi un conflitto sociale senza che i carabinieri si schierino con i padroni, perché illegale non sia scioperare, ma solo usare la violenza non giustificata da legittima difesa. Ci si batte perché l'orario di lavoro per le donne e i bambini non debba essere di diciotto ore ma di quattordici, e poi di dodici e poi ancora di meno. Ci si batte perché chi lavora possa creare le premesse per ottenere un trattamento pensionistico nella vecchiaia e un reddito che lo assista nei periodi in cui non può lavorare perché si è rotto una gamba. Ci si batte perché il latte, il gas e la luce possano essere forniti da aziende di proprietà pubblica che, in quanto non motivate da profitto, sono disposte anche a portarlo a quei clienti che il gergo degli economisti definisce marginali e per i quali il costo può superare la remunerazione del servizio. Tutte queste sono le conquiste del riformismo socialista, in particolare italiano, nel primo periodo della sua storia. Esse sono il frutto di un'azione che si svolge a più livelli: fornendo libertà e diritti nella lotta sociale, modificando le istituzioni locali, modificando legislazioni nazionali, creando nuove istituzioni. 
Quali ne sono gli effetti? Il primo - il più ovvio - è quello di migliorare concretamente le condizioni di vita dei rappresentati. Il secondo è quello di rendere più gestibile e vivibile il conflitto sociale, non più immediatamente schiacciato da una repressione in cui lo stato assiste unilateralmente una sola delle parti. Il terzo è quello di assicurare governabilità e progressiva coesione all'assetto sociale esistente. Questo è un punto di straordinaria importanza: al di là dei traguardi che raggiunge nell'immediato, l'azione del riformismo ha l'effetto più profondo di rimuovere le ragioni della più forte conflittualità e, offrendo soluzioni che sono utili ad entrambe le parti in conflitto, stabilizza l'assetto sociale. Faccio un esempio banale. Richieste come quella di avere l'assicurazione per l'invalidità, un trattamento di vecchiaia, una qualche forma di assicurazione sanitaria maturano nella lotta sociale e sono poste quindi da ciascun segmento operaio alle proprie controparti datoriali. Nessun datore di lavoro avrebbe potuto da solo fornire questi servizi, neppure in forma di quote aggiuntive di salario, perché per ciascuno di loro i costi sarebbero stati proibitivi. Il modo di risolvere questioni del genere era solo quello di collettivizzarle così da ripartirne i rischi. È quello che ha fatto l'azione riformista, in forme diverse da paese a paese, e in tal modo ha ridotto il potenziale di conflitto e contestualmente ha innalzato il livello di civiltà di ciascuno dei paesi in cui questo è accaduto. 

L'effetto quindi è stato quello di rendere più governabili e più civili le nostre società. La naturale unilateralità sfruttatrice della macchina capitalistica, così come inizialmente si era messa in moto nelle prime fasi dello sviluppo industriale, è stata bilanciata da un'azione che ha sottoposto il conflitto ad un intervento pubblico regolatore. Attraverso la regolazione e le istituzioni pubbliche il riformismo ha così ottenuto risultati riequilibranti a benefìcio sia dei deboli che dell'insieme.


Il modello europeo
Il primo riformismo dell'inizio del secolo non ha peraltro dirette responsabilità di governo, né assume apertamente una responsabilità nazionale. La esercita tuttavia nelle cose, perché, chiedendo ed ottenendo riforme, previene la violenza, riduce le distanze sociali e produce coesione. Applica così il paradigma secondo il quale nessuna società è governabile se le disuguaglianze superano il limite che le rende insostenibili e porta quindi all'avvitamento violenza/autoritarismo. 

Poggeranno su questo fondamento le esperienze riformiste più compiute della prima parte del secolo, quelle cioè dei paesi in cui i partiti socialisti vanno al governo in situazioni di crisi economica a seguito della grande depressione degli anni 1929 e 1950. Nel Regno Unito, in Svezia, in Belgio i partiti socialisti vengono chiamati a governare proprio in ragione di difficoltà che portano la maggioranza dell'elettorato ad affidare le sue speranze alle forze politiche che promettono più protezione e più equilibrio sociale. Assumendo responsabilità di governo i partiti socialisti trovano già nella loro pur breve tradizione il paradigma che fa coincidere l'interesse della parte che rappresentano con l'interesse nazionale. Ed è proprio questa la ragione per la quale sono poi accettati come guida politica dello stato. Ma nell'applicarlo, a differenza dei loro predecessori, lo nutrono e lo arricchiscono con culture anche diverse da quelle dell'origine. Se all'inizio del secolo le impostazioni del riformismo erano i autoprodotte (l'azienda pubblica non motivata dal profitto, che fornisce i servizi essenziali è frutto proprio dell'elaborazione interna alla cultura socialista) a partire dagli anni trenta è Keynes il grande ispiratore dei governi socialisti. Ma il nuovo eclettismo culturale mantiene le vecchie finalità: sostenere il reddito delle famiglie, fare in modo che si creino e non si distruggano i posti di lavoro, evitare l'esclusione. E' qui che entra Keynes, quando insegna che il risparmio come tale non serve a nulla se non diventa investimento, perché l'investimento genera posti di lavoro, che generano reddito, che poi viene speso e mantiene alto il Prodotto interno lordo. È il circuito virtuoso di un'economia che funziona a pieno ritmo e che allarga, anziché ridurre il benessere. 

È anche il circuito virtuoso del riformismo, ma questo non cancella le dispute che hanno caratterizzato la storia dei partiti socialisti. Al contrario, quelli che continuano a pensare alla finalizzazione ineludibile, cioè al rovesciamento del sistema capitalistico, vedono nell'impegno riformista il rischio che esso impedisca alla lunga di arrivarci. È l'atteggiamento tipico dei massimalisti, i quali, per decenni interlocutori dialettici dei riformisti, temono che le riforme, riducendo lo spirito combattivo della classe operaia ed assimilandone gusti, modi e aspettative al ceto medio la rendano inutilizzabile per il giorno della chiamata al rovesciamento. E in Italia che cosa è successo? Il vero problema italiano è che la sinistra nel 1921 si è divisa. In quell'anno i riformisti italiani non vivono un momento esaltante della loro storia. Non è vero infatti che la scissione è il frutto della decisione dei comunisti di non stare più con i riformisti. Il conflitto determinante oppone i (futuri) comunisti alla inconcludenza dei vecchi massimalisti che hanno la maggioranza nel partito. Se Turati, e quindi il riformismo, appare come la vittima di quella vicenda è perché i vecchi massimalisti si stringono intorno a lui e alla sua opposizione a una scissione, che egli legge con grande lungimiranza. 
La storia darà ragione a Turati, che vede nel comunismo la fonte di regimi caratterizzati dalla mancanza di dialettica interna e di libertà e quindi degli strumenti essenziali alla classe operaia per migliorare le sue stesse condizioni. 

La storia darà ragione a Turati, ma quei regimi non entreranno in Italia. L'Italia si trova con un partito socialista che è l'erede naturale del riformismo, ma è privato di larga parte del suo substrato sociale, e con un partito comunista che intreccia il suo destino con quello dell'Intemazionale Comunista e dell'Urss e che tuttavia riesce anche a costruire un solido radicamento nazionale per una pluralità di ragioni: l'acquisizione della rete sociale e organizzativa del vecchio partito; il ruolo che esercita nella lotta contro il fascismo, che lo fa avvicinare da molti giovani, spinti più dall'antifascismo che da adesione al comunismo; il ruolo del sindacato che rimane un luogo nel quale socialisti e comunisti continuano a lavorare insieme. 

Una volta superata l'unità d'azione nata nella lotta al fascismo e messa in discussione dalla solidarietà del Pci con la repressione sovietica della rivolta di Budapest del 1956, la divisione fra socialisti e comunisti diviene aspra e irrimediabilmente dannosa. Aspra perché ci si contesta la legittimazione a rappresentare le ragioni della sinistra e si è concorrenti sullo stesso mercato. Irrimediabilmente dannosa, perché i due partiti avevano ciascuno risorse di cui anche l'altro avrebbe avuto bisogno per valorizzare al meglio le proprie. Erano più pronti e ricettivi i socialisti nel cogliere le ragioni del cambiamento sociale alle possibili risposte, erano più capaci i comunisti di trasmettere i loro indirizzi in forma di missione nazionale, condivisa come impegno civile. Ma il conflitto fra le due parti fece sì che avessimo da una parte indirizzi vitali insufficientemente tradotti in missioni nazionali, dall'altro missioni sprovviste di indirizzi vitali. 

La divisione non venne mai meno e finì per essere conflitto all'ultimo sangue. Eppure, chi ne legge le vicende non può non accorgersi dei fili comuni che attraversavano entrambi i partiti. Erano i fili del massimalismo, che era ben presente anche nel Psi (di sicuro più nel primo, però, che non nel secondo centro-sinistra). Ed erano i fili del riformismo, che era ben presente nello stesso Pci. Un celebre convegno sul capitalismo italiano organizzato dall'Istituto Gramsci nel 1962 illustra le due tesi che animano in quegli anni la discussione interna ai comunisti. C'è la tesi, allora ingraiana, per cui bisogna incrementare il conflitto perché è solo così che si possono raggiungere risultati significativi, prevenendo riforme che sarebbero di pura razionalizzazione capitalistica. E c'è la tesi di Amendola, il quale ritiene che il capitalismo italiano sia ancora troppo arretrato per tollerare una conflittualità elevata. E pensa che sia meglio rimuoverne le ragioni per non svegliare altrimenti la tigre reazionaria. È un'impostazione trasparentemente vicina a quella dei riformisti dell'inizio del secolo. 

L'eredità del massimalismo
Ciò nondimeno sappiamo tutti com'è andata a finire. Oggi non ci sono più né quel partito socialista né quel partito comunista. Ma c'è ancora spazio per il riformismo, oppure è stato travolto anch'esso dalla fine del XX secolo? 
Certo molte, moltissime cose sono cambiate e sono cambiate in direzioni che si allontano molto dalle impostazioni che il riformismo aveva seguito nel secolo scorso. Il riformismo |era stato statalista in duplice senso: perché aveva promosso in modo accentuato la gestione pubblica dell'economia, attraverso le imprese pubbliche nazionali e locali, e perché aveva costruito, in ciascuno stato, le sue reti di regolazioni, di riequilibrio e di tutela sociale. Oggi, da un lato c'è molta meno fiducia nelle imprese pubbliche (che dopo decenni di esperienza sono parse in più casi meno provvide per gli utenti di una ben regolata concorrenza) e c'è dall'altro lato l'oggettiva impossibilità di regolare lo sviluppo e la diffusione del benessere entro i confini statali, perché su di essi incidono ormai variabili sovranazionali, se non globali. Il riformismo aveva contato sulle grandi identità collettive cresciute entro i grandi agglomerati della prima fase dell'industrializzazione del fordismo. Oggi quei grandi agglomerati si stanno assottigliando, l'organizzazione delle imprese e la tipologia dei lavori sono diverse, viviamo sempre più in società frammentate. Il mondo è così da una parte smisuratamente più grande, dall'altra ricondotto alle ragioni e ai bisogni di ciascuno di noi, di tante individualità distinte.
E allora, che cosa può dire ancora il riformismo? Può e deve dire ancora tantissimo, perché in questo contesto, non meno e forse ancora di più che in quello in cui nacque, sono enormi i rischi di esclusione, di divaricazione economica e sociale, di conflitti ingestibili; non è venuto meno il bisogno di riformismo, si è all'opposto esteso a scala planetaria, con una acuita domanda di riequilibrio nei confronti di un'economia che è largamente sfuggita alle regolazioni statuali ed è quindi in condizioni di riprodurre le sue originarie spinte squilibranti e addirittura devastanti. 
Né confrontarsi con società di individui, con persone che si sentono tali, che hanno o vogliono avere una loro professionalità sul lavoro, che vogliono essere liberi di (e quindi liberi di scegliere) e non solo liberi da (e quindi essere protetti) dovrebbe spaventare i riformisti. È in fondo il segno del futuro che essi hanno sempre cercato di costruire, quello di una società in cui non solo i pochi, ma i più possono sentirsi liberi, non grazie a ricchezze finanziarie che già hanno alle spalle, ma grazie alle conoscenze e alle competenze di cui li si aiuta a dotarsi. E qui inizia il nuovo capitolo del riformismo. Per questo se ne può concludere, con fiducia, la storia fin qui realizzata.


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