Ha avuto un grande successo l'iniziativa del 23 ottobre 2001 al Circolo di via De Amicis (in collaborazione con la Casa della Cultura). I moltissimi compagni intervenuti - da tempo non si registrava un così forte interesse- hanno seguito con viva partecipazione la relazione di Giorgio Ruffolo, gli interventi dei compagni - tra cui Alfredo Reichlin,Federico Coen, Antonio Duva e Mario Artali - e le conclusioni di Piero Fassino. In attesa di disporre degli atti riportiamo nelle pagine seguenti i documenti disponibili, e, per Piero Fassino, l'intervista al Corriere della Sera, in cui ha con chiarezza e coraggio riproposto la tesi - che condividiamo pienamente - sulla "necessità" di costruire il partito del socialismo europeo in Italia. Seguono anche contributi importanti, quali quelli dei compagni dello SDI milanese e...una rievocazione sulla rinascita del Socialismo in Francia, al tempo di Mitterand.
Il messaggio di Giuliano Amato
Giorgio Ruffolo: per la rinascita della sinistra riformista, europea, socialista.
G.Amato:lezione sul riformismo
Quando Mitterrand rifondò la sinistra
Giorgio
Ruffolo: per la
rinascita della sinistra riformista, europea, socialista.
In queste
settimane sono cambiate tante cose. Una, in particolare: la rinnovata coscienza
storica che le cose cambiano. Insomma, non era vero che la storia fosse finita.
La profezia del professor Fukuyama, benché lo stesso professore insista nel
ritenerla valida, con argomenti, secondo me, autodistruttivi, non si è
avverata. Le profezie storiche di solito, del resto, non hanno successo. Alla
fine dell’Ottocento Emile Faguet prevedeva un Novecento tranquillo e un po’
noioso. Verso la fine del Settecento il marchese di Condorcet pronosticava un
secolo senza guerre e senza rivoluzioni, pochi anni prima della rivoluzione
americana e dalla rivoluzione francese. Soprattutto, non prevedeva che sarebbe
stato ghigliottinato. Da questo punto di vista Fukuyama é stato più fortunato
di lui.
Come gli
altri due precedenti, anche il nuovo secolo, che apre il nuovo millennio, é
stato preceduto da una stagione di esaltazione euforica: questa volta
tecnotronica, turbocapitalistica, super-informatica.
L’11 di
settembre ha sconvolto questi scenari e raggelato questi entusiasmi. Forse é
proprio da questa data che si deciderà di far cominciare questo nuovo secolo,
breve o lungo che sia. In quel giorno la
nostra civiltà, la civiltà dell’Occidente, si é improvvisamente scoperta
terribilmente vulnerabile. Ha scoperto che le tecnologie della globalizzazione,
che sembravano prometterle l’onnipotenza, potevano esserle rivolte contro. E
oggi all’euforia sta subentrando l’angoscia.
I più
angosciati di oggi sono i più entusiasti di ieri. Ora, il primo comandamento é
proprio di non farci sopraffare dall’angoscia.
Poiché la storia continua, dobbiamo assumerne responsabilmente le sfide,
a cominciare da questa, del terrorismo globale, che é tremenda, ma che può
essere fronteggiata e vinta.
Poiché tutto
é cambiato, come si dice, dobbiamo cominciare dall’aggiornare la nostra
agenda politica. Nella quale si pone il Congresso del nostro partito. E’
sperabile che la ventata, lo
spostamento d’aria di questi eventi tragici spazzi via le diatribe e i
pettegolezzi per riattivare la discussione, il confronto serio con il momento
che attraversiamo.
A questo confronto abbiamo voluto dare un contributo, sottolineando nella nostra dichiarazione di voto di adesione convinta alla mozione Fassino alcuni temi che riteniamo particolarmente rilevanti. L’avevamo scritta in tempo di pace. Sono convinto che ciò che é successo e che sta succedendo non solo non fa scadere l’attualità di questi temi, ma ne esalta l’importanza. E’ inevitabile che il Congresso sia coinvolto nella disputa sulla guerra, sui modi e mezzi di combattere il terrorismo. Ma non in un confronto manicheo tra pacifisti e interventisti.
1.
Pacifismo e antiamericanismo
Su questo tema vorrei dire tre brevi cose.
La
prima è che il terrorismo costituisce – è banale ripeterlo – una minaccia
globale. Come ha detto Shimon Perez, è il risvolto tragico della
globalizzazione. Questa minaccia globale deve essere affrontata subito
nei suoi effetti, non può essere affrontata subito nelle sue cause. Se
scoppia un incendio bisogna mandare subito i pompieri, non i sociologi.
In questo senso gli inviti ad affrontare il terrorismo alle radici è
radicalmente vacuo.
La
seconda è la totale assenza, nelle posizioni pacifiste, di una strategia contro
la violenza terroristica. La sola posizione coerente sarebbe quella di un
pacifismo integrale, di un rifiuto assoluto della forza, che vale per Saddam
Hussein come per Bin Laden come per Hitler. In nessun caso e per nessuna ragione
bisogna far ricorso alle armi? Credo che nessuno la sostenga. Né il Papa, né
la Rossanda.
Le
alternative proposte mi sembrano due: il negoziato e la polizia. La prima, che
era già vagamente ridicola quando erano in campo Saddam e Milosevic, è
chiaramente improponibile a chi è convinto di avere a che fare con il demonio.
La seconda è praticabile di fronte ai terrorismi locali e circoscritti, come
lo sono stati e lo sono quelli delle brigate rosse, degli irlandesi, dei
baschi. Non contro un terrorismo “globale” sostenuto da governi che lo
alimentano e coltivato in paesi che lo ospitano. La guerra, totalitaria e
illimitatamente spietata, è cominciata l’11 settembre, è una scelta già
compiuta. Come altrimenti bisogna chiamare la strage simbolicamente apocalittica
di Manhattan?
La
terza considerazione, secondo me la più importante, è che il pacifismo, per
molti dei suoi proseliti è la maschera di quella passione politica che si
chiama antiameriKanismo e antioccidentalismo.
Ciò
era del tutto evidente quando c’era l’Unione Sovietica. Quando le colombe di
Picasso non sorvolavano i gulag. Quando ci si indignava per il Vietnam ma non
per l’Afghanistan. Oggi si dissimula in una posizione di neutralismo già
sperimentata al tempo del terrorismo nostrano: né con lo Stato né con le
brigate Rosse. Oggi: né con Bin
Laden né con Bush. Io trovo questi slogan francamente ripugnanti. Come si può
mettere sullo stesso piano lo Stato democratico e gli assassini delle Brigate
rosse? Come si può mettere sullo stesso piano la democrazia americana e i
fanatici di una setta assassina islamica?
Non
credo che un vero comunista, a cominciare da Marx, avrebbe mai sostenuto questo
motto stupido. Tanto meno può accettarlo chi si dichiara socialista e
democratico.
Il
socialismo democratico non può non denunciare gli errori e i misfatti della
Superpotenza americana. Non può, ci tornerò tra un attimo, non criticare
l’identificazione attuale della politica americana con il grande business
economico e finanziario. Deve essere consapevole dei disastri che le politiche
di globalizzazione sregolata hanno provocato in tanti paesi del terzo mondo.
Ma
sarebbe prova di un manicheismo ottuso attribuire tutti i mali del terzo mondo,
la povertà, la sovrapopolazione, la devastazione ambientale, la presenza di
regimi autoritari, all’”imperialismo” americano. E considerare il
terrorismo come una inevitabile risposta alle politiche della superpotenza
americana.
Quei
mali, quei disastri, sono il risultato di un lungo e complesso processo storico
in cui certo il capitalismo, quello europeo più di quello americano, ha svolto
una parte di violenza e di mortificazione rilevantissima. Ma anche del
fallimento del processo di modernizzazione di quei paesi, delle loro classi
dirigenti, che essi pagano con la subalternità alcuni, con il fanatismo
reazionario altri, o con un misto di questi due fenomeni che si incrociano e si
combattono tra loro.
Un
democratico europeo può e deve essere rispettoso delle altre culture. Ma non
deve dimenticare di essere parte di una tradizione illuministica che persegue
nella storia un progetto di civilizzazione universale, di diritti umani
condivisi, sanciti da due rivoluzioni, quella americana e quella francese. Non
deve dimenticare che in nome di quei diritti l’America ha combattuto in Europa
due guerre massacranti. Che in nome di quella comune civiltà ha sostenuto la
resistenza europea al nazismo, alleandosi con l’Unione Sovietica.
Noi
democratici della sinistra europea facciamo bene a criticare gli americani
quando vengono meno a quei principi, come nel caso della pena di morte. Ma
saremmo dei tartufi a non opporci con tutte le nostre forze a chi attacca
l’America in nome di principi che stanno all’opposto di quelli: in nome del
fanatismo religioso, dell’oppressione maschile, dell’oscurantismo culturale.
Né con l’America né con Bin Laden? No, decisamente, con l’America contro
Bin Laden e la sua crociata assassina.
Vengo
rapidamente ai temi che sono stati posti all’ordine del giorno del nostro
Congresso dalle mozioni presentate. Ripeto che abbiamo sottoscritto quella
presentata da Fassino. La ragione sostanziale è che ci pare essa rifletta bene
la scelta, fondamentale per noi, del socialismo democratico europeo come campo e
orizzonte della nostra azione. Mentre la posizione alternativa riflette un certo
eclettismo, dietro il quale sospettiamo ci siano più ragioni di nomenklatura
che di strategia: tanto vero che di fronte alla concreta questione del
terrorismo e della guerra mi pare che quella posizione abbia già dimostrato la
sua fragilità.
Abbiamo
ritenuto di esprimere in una dichiarazione di voto il nostro pensiero su alcuni
temi che ci paiono particolarmente critici e sui quali vorremmo essere ancor più
chiari ed espliciti. Ne tocco solo due: la globalizzazione, e il modello
economico e sociale europeo.
2.
Globalizzazione e governo mondiale
Dire
che è un bene se la si governa non basta. Bisogna dire come la si deve
governare. Su questo punto la sinistra, tutta, è carente.
La
globalizzazione ha aperto un enorme varco tra la potenza della tecnologia
e dell’economia e il potere della politica.
Fino
al 1914 il sistema politico europeo si reggeva sull’equilibrio
delle potenze.
Dal
1945 al 1989 il sistema politico mondiale fu caratterizzato dal duopolio USA
URSS: il cosiddetto equilibrio del terrore.
Dal
1989 è retto da quello che Stiglitz chiama il G 1: la sola Superpotenza
rimasta: quella americana. Tutte le tensioni si scaricano su questo punto. Ha
ragione Chris Patten: l’America dovrebbe riflettere sulle ragione dell’odio
che si scatena su di essa e attorno ad essa.
Mi
paiono rilevanti due aspetti.
Fatalmente
una America superpotenza solitaria tende a passare dall’egemonia alla
prepotenza. Così fu al tempo di Nixon, nel 1971, e del disancoraggio del
dollaro dall’oro. Così fu per il Vietnam, l’alleanza con lo Scià,
l’organizzazione dei colpi di Stato in Grecia e in Cile, nell’età di
Kissinger. Questa prepotenza è in parte espressione degli spiriti animaleschi
della destra americana. E in parte della “solitudine” americana. La
superpotenza solitaria è anche la meno informata. E quindi la più soggetta a
errori di valutazione
Il
secondo fattore è l’identificazione del potere politico americano con il
potere economico del turbocapitalismo. La grande America di Roosevelt e di
Kennedy non compì questo errore. Anche Eisenhower denunciò il complesso
militare industriale americano. Reagan e Bush, padre e figlio, vi si sono
identificati. Ciò ha gravemente allargato il varco tra la potenza e il
consenso.
Il
sistema finanziario delle multinazionali e delle banche che ha innescato la
globalizzazione ha bisogno di una regolazione politica. Altrimenti crea
squilibri internazionali all’esterno e squilibri sociali all’interno degli
Stati Uniti.
Quanto
ai primi. E’ evidente la funzione destabilizzante svolta negli ultimi decenni
dalle grandi istituzioni di regolazione del sistema economico mondiale create a
Bretton Woods per stabilizzare il sistema. E’ ancora Stiglitz, l’ex
Consigliere di Clinton ed ex Vice Presidente della Banca Mondiale, a
denunciarlo. FMI e BM, è inutile dirlo, dipendono direttamente dal G1. Stiglitz
ripercorre la storia delle crisi finanziarie dell’ultimo decennio. E cita un
esempio significativo. Durante la crisi asiatica, che noi abbiamo seguito in
televisione, ma che per i paesi dell’Asia sud orientale è stata devastante,
“il Fondo Monetario Internazionale riuscì a trovare 150 miliardi di dollari
per sussidiare le banche che si erano cacciate nei guai, ma non riuscì a
trovare 1 miliardo di dollari di sussidi alimentari per coloro che avevano perso
il lavoro. (pag. 22) ? Del resto 120 crisi finanziarie e valutarie si sono
susseguite nel mondo nei venti anni
seguenti l’abbandono del sistema di Bretton Wood.
Questo
significa che il sistema economico mondiale è in continua perturbazione. Finora
si è evitato il crack, ma a costi enormi che sono stati posti a carico dei
paesi e delle fasce più povere.
La
conclusione che ne ricava Stiglitz è che bisogna passare dalla governance
al government. Da un sistema di regole fondate essenzialmente sui
rapporti di forza a un sistema di istituzioni legittimate dal consenso
democratico. Bisogna dire chiaramente che è ormai all’ordine del giorno il
problema del governo mondiale nell’ambito di un processo che parta
dalle regole e dalle istituzioni di un nuovo ordine monetario e finanziario
mondiale.
Tornare
a Bretton Woods? No, nessuno torna indietro. Ma al metodo di B.W., sì. Alla
cooperazione, non alla competizione sregolata. Affidare l’ordine economico
mondiale alle forze del mercato non significa autoregolarlo ma affidarlo alla
compagnia dei muratori ciechi. Prendiamo per esempio la Tobin tax, la ricetta
formulata a suo tempo da Tobin, che nel frattempo si è stufato di essere
santificato dalla sinistra di Genova, non funziona. Ma una qualche disciplina può
essere adottata da un gruppo di paesi che rappresenti un’area valutaria e
finanziaria consistente. Penso ovviamente ai paesi dell’Unione Europea. C’è
una risoluzione del PE - l’abbiamo votata proprio oggi - che avanza
suggerimenti interessanti in proposito.
E
a proposito di Unione Europea. E’ evidente che il suo allargamento e il suo
sviluppo come grande soggetto politico possono costituire un progresso non
soltanto com’è ovvio per l’Europa ma per il mondo intero, se la si intende
come pilastro di una struttura di
governo mondiale costruita su grandi aree ecopolitiche. Una risposta efficace
alla sfida dell’interdipendenza promossa dalla globalizzazione comporta dunque
una radicale ristrutturazione della partitura e dell’orchestra.
3.
Quante terze vie?
La
globalizzazione e la rivoluzione tecnologica e informatica hanno provocato
enormi disuguaglianze non solo tra i paesi, ma anche all’interno dei paesi, di
quelli avanzati e di quelli poveri.
La
democrazia moderna vive su un compromesso storico con il capitalismo, su un
certo equilibrio tra il mercato e lo Stato, diciamo tra il sistema
neurovegetativo e il sistema nervoso centrale.
Negli
anni settanta questo equilibrio si era rotto a vantaggio dello Stato.
Conseguenze: il superpotere sindacale e l’inflazione. Che con la crisi del
petrolio diventò stagflazione.
Da
quella crisi cominciò la riscossa, la controffensiva capitalistica, giocata su
due fronti. La rivoluzione tecnologica del tempo reale, la rivoluzione
finanziaria dello spazio globale. Negli anni ottanta queste due rivoluzioni sono
sboccate nella grande offensiva neoliberista, guidata dal binomio anglosassone
Thatcher- Reagan.
Bene,
ora siamo nella condizione opposta. La corda della mercatizzazione si è tesa
troppo provocando instabilità economica e diseguaglianza sociale. L’economia
americana, colpita dallo sgonfiamento della bolla speculativa, ha cominciato a
perdere colpi anche sul piano dell’economia reale. La parola fatale,
recessione, era sulla bocca di tutti già prima che le torri crollassero. E
proprio come negli anni sessanta gli sceicchi avevano costituito la variabile
esogena moltiplicativa di una crisi già latente, i terroristi islamici hanno
costituito la variabile imprevedibile e tremenda di un ciclo che si stava
indebolendo, di un miracolo che stava impallidendo.
Come
ha reagito la sinistra riformista socialista alla controffensiva capitalistica?
In ordine sparso. In difesa. Alla ricerca di una terza via, tra socialismo
statalistico e capitalismo sregolato.
Ora
c’è un numero indeterminato di terze vie. Il problema è di individuare
quella giusta. Non mi pare che la sinistra europea l’abbia imboccata.
La
terza via è apparsa finora per quella che era. Io non dirò un thatcherismo dal
volto umano, che è un modo poco cavalleresco di trattare una Lady: ma insomma
una variante compassionevole del
neoliberismo. Si è accettata la linea fondamentale di quello: meno spesa
pubblica, meno tasse, meno Stato, più mercato. E si sono inseriti qui e là dei
cuscinetti, come nei circuiti della formula Uno, che non sono affatto inutili,
anzi, hanno salvato tante vite. In effetti i governi socialdemocratici sono
stati in grado di ammortizzare gli choq. Hanno evitato le gravissime
disuguaglianze del modello americano: quello che fino a ieri ci era
predicato dai nostri yuppies. Ma non hanno fondato un vero modello economico e
sociale europeo, che è proprio quello che occorre costruire. Non hanno corretto
la deriva disegualitaria, la tendenza al prodursi, anche in Europa, di una
frattura sociale.
L’Europa
appunto avrebbe potuto essere il campo di elaborazione e sperimentazione di un
nuovo compromesso storico tra mercato e Stato, tra economia e politica. Là dove
gli Stati nazionali europei non hanno le dimensioni per recuperare il potere di
regolazione politica perduto, l’Unione federale lo avrebbe potuto. Invece si
è creato sì un livello economico europeo. Ma con una politica monetaria
affidata a una Banca che, più che indipendente, vive di una totale solitudine
politica. E con una politica fiscale stretta nella protesi del patto di stabilità.
Vedrete
che le cose cambieranno presto. E a ristabilire un equilibrio meno mercatistico
tra lo Stato e il mercato, tra l’economia e la politica, non sarà la
sinistra, ma, ancora una volta. la destra. Sì,
perché, come dice l’Economist, Big Government is back. Sta
ritornando il Grande Stato. Ma nella forma peggiore. Quella dei sussidi, dei
fondi perduti. L’America si accinge a mobilitare 300 miliardi di dollari di
spesa pubblica. Sarà questo il nuovo miracolo americano? richiamare alle armi
Keynes? Si aprono le dighe della politica monetaria, a botte di otto ribassi del
tasso d’interesse in un anno, e di un allargamento dei cordoni della politica
di spesa.
A
Lisbona, sembrava che l’Europa si fosse riscossa dal torpore. Erano stati
indicati obiettivi ambiziosi e precisi di crescita. Era stato recuperato quello,
centrale e fatidico, della piena occupazione. I risultati finora, però,
non sono affatto incoraggianti.
Bè,
io credo che se le politiche macroeconomiche prevalenti in Europa non
cambieranno radicalmente, gli obiettivi di Lisbona ce li potremo scordare. Perché
l’economia sia rilanciata sulla via della crescita e della piena (e buona)
occupazione, bisogna ridare allo Stato e alla politica
- a livello europeo e a quello nazionale - un ruolo di guida del processo
economico.
Bisogna
togliere l’ingessatura alle politiche monetarie e fiscali. Bisogna riscuotersi
dalla condizione di subalternità agli idoli del neo liberismo, ai quali abbiamo
sacrificato troppo in questi anni. Bisogna tornare a capire che parlare dello
Stato non è parlare del diavolo. Che lo si può modernizzare e rendere
efficiente, come lo sono le poste francesi e non lo sono le ferrovie private
britanniche, in corso di ri-nazionalizzazione (mentre persino le ferrovie
italiane tornano in attivo). Che il consenso della gente non si vince
promettendo più sgravi fiscali ai privati, rincorrendo vanamente la destra su
questo fronte. (Crederanno sempre più alla destra, anche se non mantiene le
promesse). Che la modernizzazione e il progresso sociale ed economico esigono
scuole migliori, sanità migliore, infrastrutture migliori. Si può finalmente
accontentare Nanni Moretti dicendo qualche cosa di sinistra: e cioè, che è
meglio più spesa pubblica e sociale ben programmata e ben gestita, che fornisca
servizi sociali di prima qualità, che restituire soldi a privati che li
spenderanno per procurarsi servizi scadenti e iniqui.
Dovremmo
capire che la sfida della flessibilità del
lavoro - che è un problema - la potremo vincere: primo, se sapremo rilanciare
la crescita, e secondo, se sapremo offrire ai lavoratori non la garanzia di quel
posto di lavoro ma di una carriera di lavoro, attraverso una costante
assistenza nelle fasi di
disoccupazione, di formazione , di riqualificazione: ridando ai sindacati
attraverso la gestione di una agenzia del lavoro quella rappresentanza
dell’intero mondo del lavoro che hanno perduto. La risposta alla
rozza richiesta di libertà di licenziare (come se il problema della
disoccupazione del Sud, del 20%, potesse essere risolto licenziando al Nord dove
sta attorno al 4,5%) sta in una
grande politica dell’offerta di lavoro, che può essere gestita
in modo programmatico e in una visione “lunga” sulla base di
un’intesa tra lo Stato, gli imprenditori, i sindacati.
4.
Il partito
Vengo
all’ultimo punto: il partito. Una volta il partito comunista era un partito di
massa. La più alta espressione del modello del partito di massa. Era la più
forte risposta al fordismo capitalista, al suo livello. Diciamo la verità: una
forza formidabile, di cui qualche volta affiora anche nei più severi critici
del comunismo, come noi siamo stati, la nostalgia.
Ora
se ne é andato il fordismo e se ne é andato il partito di massa. Non vorrei
però che si debba dire che é morto
il gatto ma che é rimasto il suo ghigno. Voglio dire, il suo apparato.
Impoverito, smagrito, ma ancora capace di filtrare attraverso di sé, delle sue
tradizioni, dei suoi usi e costumi, delle sue solidarietà corporative, e delle
sue dialettiche conflittuali di potere interne,
il flusso della sua produzione politica.
Intendiamoci.
Il personale di questo apparato é quanto di più decente ci sia, dal punto di
vista dell’onestà e della professionalità. Dico di più: non rinuncerei per
niente al mondo a un patrimonio del genere, o a quel che dignitosamente ne
resta. Non è dalle fondazioni culturali o dai club intellettuali per quanto
prestigiosi che potremo mai attenderci quella
generosa mobilitazione politica ed elettorale sulla quale ancora questo partito
può contare.
Ma
abbiamo fatto, noi socialisti, l’esperienza della sua impenetrabilità. Tutto
scorre nei suoi solchi. E di ricambio, di apertura vera alla società, alle
culture diverse, ce n’é poco o punto.
Ora,
nell’epoca post fordista, un partito formato solo del suo apparato, senza
forze che lo aprano al ricambio ideale e culturale, é un partito a perdere.
Ci
sono state due occasioni, abbiamo fatto due tentativi di rinnovamento della
classe dirigente, della sua struttura e della sua cultura, entrambi
falliti.
La
prima occasione è stata la Cosa Due. Si è verificato quello che alcuni
di noi temevano. Si è ridotta quella che doveva essere una grande rifusione
della sinistra riformista nel segno del socialismo democratico ad una modesta e
mortificante operazione di assemblaggio burocratico di truppe ausiliarie, di
piccole etnie, ciascuna nei suoi caratteristici costumi, tenute ben lontane
dalle sedi di decisione.
La
seconda occasione è stata il progetto. E’ diventata una operazione di
pura facciata, condotta senza neppure utilizzare le sue potenzialità mediatiche.
Avevamo proposto che il nuovo partito nascesse sulla base di una vasta
ricognizione e riflessione sui temi fondamentali del riformismo, un Forum, forse
qualcuno se lo ricorda. Quella che doveva essere una “interrogazione” del
mondo della sinistra diventò una serie di striminziti seminari ai quali il
Segretario del Partito neppure si presentò mai, inviando al suo posto qualcuno
che appena arrivato apriva il giornale o si appendeva al cellulare. A Torino il
Progetto, cui aveva lavorato con entusiasmo tanta brava gente, fu sì,
solennemente approvato ma poi, non dico volgarmente gettato nel cesso, che pure
è un severo luogo di riflessione, ma semplicemente rimosso. Peggiore sorte toccò
alla Conferenza programmatica, finita nel brusìo profano di una assemblea
preoccupata solo di fare la conta dei voti.
Sono
recriminazioni? Ma no. Come dicono gli americani, non c’è niente di
personale, figuriamoci, abbiamo lunghe esperienze di questi fallimenti ed altre
fonti di conforto. C’è invece l’amarezza di un rammarico che dovrebbe
essere collettivo; e un insegnamento da trarre, da cui può nascere una
iniziativa concreta.
L’insegnamento
è che nessuno può tirarsi su prendendosi per i capelli. La pretesa che una
classe politica dirigente allevata e addestrata in un certo modo mutasse da sola
struttura e natura era eccessiva. Sono convinto che di queste cose Fassino è
pienamente convinto, gli auguro con grande simpatia tutta la fortuna di cui ha
bisogno, spero che ne tragga le conclusioni. La prima è di aprire porte e
finestre, di aprire veramente una fase ricostituente della sinistra, di non
permettere che sia gestita soltanto nelle forme e nei riti di un apparato
autoreferenziale. La seconda è di non contare sulle riforme degli statuti e
degli organigrammi, che sono fatti per essere ignorati da chi non ha alcun
interesse ad applicarli. La terza è la sollecitazione di iniziative culturali e
politiche autonome che non si sostituiscano al necessario e buon lavoro degli
apparati, ma che lo integrino, lo sollecitino, lo sfidino.
L’iniziativa
concreta, modesta ma spero utile, che possiamo prendere è la promozione di una Associazione
cui si potrebbe dare il titolo ambizioso di Europa Socialista. Si tratta,
nelle nostre intenzioni, di un centro - ve ne parlerà nel suo intervento
Federico Coen - come dire di programmazione politica socialista, che si
propone di proporre al partito idee e iniziative nell’ambito di quella
vasta operazione che non vorrei chiamare rifondazione, perché non porta bene,
ma, con parola squisitamente italiana, rinascimento della sinistra
riformista, europea, socialista.
Milano 23 ottobre 2001