PROPOSTE
PER LA SINISTRA ITALIANA DEL XXI SECOLO
di
Luca Molinari
“Vorrei notare che siamo entrati in un’epoca nuova ed il socialismo
nelle sue varie versioni ottocentesche è finito. Ma le esigenze di liberazione
dell’uomo dall’ingiustizia e da qualsiasi servitù sono più vive che mai. E
si intravedono all’orizzonte molte nubi che si addensano sull’economia
cosiddetta di mercato e sulle sue possibilità di trasformare le grandi
conquiste della scienza e della tecnica in benessere egualmente diffuso, il
compito degli eredi del socialismo è di dare le risposte originali che il
sistema non riesce a dare. E principalmente di non dimenticare mai che essi sono
per natura i difensori della parte più debole del genere umano”.
(Francesco De Martino)
Una buona sinistra per una buona qualità della vita
Le esperienze e la storia stesse
delle democrazie europee dal secondo dopoguerra in poi hanno dimostrato come una
delle principali qualità della sinistra sia quella di sapere realizzare sistemi
politici in cui anche gli esclusi sono chiamati a condividere i benefici dello
sviluppo ponendo, così, le condizioni per apprezzabili standard di vita
diffusi.
Il regime politico democratico, seppur imperfetto, è il
miglior sistema in cui sia auspicabile vivere. Una forte democrazia è come il
motore di un’automobile: devono esistere e cooperare un buon motore e dei
freni efficiente. Il ruolo di accelerazione e di spinta innovativa proprio del
motore è compito della sinistra e delle forze progressiste in generale. Invece
la destra e le forze conservatrici svolgono le funzioni e i compiti del freno:
ogni tanto devono rallentare e raffreddare alcuni processi. Insieme entrambe le
forze (sinistra e destra) hanno il compito di contribuire al buon mantenimento
della carrozzeria, altrimenti il sistema democratico e la qualità della vita
dei cittadini e delle cittadine di uno stato rischiano di essere seriamente
compromesse e drammaticamente incrinate.
Crediamo che sia un bene che la sinistra governi
(bene e a lungo) perché essa rappresenta e interpreta le fasce più deboli ed
indifese della società. La sinistra si fa carico (o almeno così dovrebbe!) dei
bisogni e delle aspirazioni di persone e cittadini che non hanno altro modo che
la politica per cercare di ottenere risposte alle proprie domande. I gruppi
sociali della cui rappresentanza le forze progressiste si fanno carico sono
privi di ogni altro canale di inserimento nella vita pubblica e collettiva se
non quello di un’accurata e incisiva rappresentanza negli organi dello stato
democratico. Altre fasce sociali (associazioni di imprenditori, Chiese, ecc.
…) possono far sentire la propria voce e difendere i propri interessa anche
attraverso altre forme (appelli pubblici, attività di lobby, campagne
attraverso l’uso dei mezzi di comunicazione di massa posseduti, ecc. …) che
non siano quelle dell’attività politica e della democrazia rappresentativa.
Alla base della differenza tra destra e sinistra
vi sono una serie di valori ed una visione del mondo (ideologia?) ben definita.
Per usare le parole del filosofo Norberto Bobbio, ciò che differenzia destra e
sinistra è il rapporto con l’idea di eguaglianza. L’uguaglianza e tutte
quelle scelte politiche che contribuiscono a diffonderla e a farla affermare,
costituisce la “stella polare” dell’attività della sinistra.
Contrariamente alla destra (anche nei suoi settori più illuminati) la sinistra
non si limita a declamare una indistinta e generica uguaglianza fra tutti gli
essere umani, ma agisce realmente per cercare di rimuovere le cause della
diseguaglianza volendo provare di assicurare a tutti i membri della collettività
le medesime opportunità di realizzazione e di azione nella società.
Una buona sinistra che mantenga la
guida politica del Paese a lungo e che riesca a diffondere i propri valori di
tolleranza e di lotta per l’eguaglianza nella maggior parte degli strati della
popolazione è sicuramente un fattore di benessere e di crescita prosperosa per
l’intero corpo sociale.
La ricerca e la “costruzione”
di politiche volte a combattere la disuguaglianza tra gli esseri umani deve
avvenire senza mortificare o mettere a repentaglio la libertà individuale di
ogni singola persona e quella collettiva della comunità sociale. Il compito
della sinistra è quello di saper far convivere l’interesse comune ed i
diritti specifici del singolo. Queste due realtà, in apparenza opposte le une
alle altre, si devono fondere realizzando una sorta di chiasmo libertà e
giustizia sociale si coniugano assieme in maniera virtuosa.
Una buona e forte sinistra che si faccia
portatrice di buone ed incisive politiche pubbliche contribuisce a realizzare un
società meno ingiusta e più solidale assicurando, così, migliori livelli e
standard di vita per i cittadini e le persone che vivono in tali realtà.
2001: Odissea
della sinistra italiana
All’inizio
del primo decennio del nuovo millennio la sinistra italiana è uscita duramente
sconfitta nelle elezioni politiche generali. Siamo solo al culmine di una
parabola di crisi che, ormai da oltre un decennio, ha investito la sinistra
italiana e che ha segnato la scomparsa di quelle forze che per oltre un
cinquantennio l’avevano rappresentata a livello politico-partitico. Come
Ulisse la sinistra italiana sta affrontando un lungo viaggio in un mare
burrascoso, ma del paziente Odisseo le manca, molto spesso, la curiosità e
necessaria attenzione verso il nuovo.
Il partito egemone, il Pci, ha dovuto compiere una seria e profonda
trasformazione della propria struttura e della propria ideologia di riferimento
ben prima che gli avvenimenti internazionali del biennio 1989-1991 (crollo del
Muro di Berlino, fine delle “democrazie popolari”, scioglimento dell’Urss,
rinascita dei nazionalismi nell’Europa centro-orientale) segnassero la fine
dell’utopia comunista. Le peculiarità del Partito Comunista Italiano avevano
fatto si che già da molti decenni i comunisti italiani avessero sviluppato una
propria peculiare linea politica nazionale ed internazionale. Dalla “via
italiana al socialismo” (Togliatti) allo “strappo” (Berlinguer) vi era
stato una progressiva emancipazione dai modelli e dai riti della casa madre
sovietica ed un avvicinamento a nuovi partner internazionali.
La seconda forza della sinistra italiana, il Psi, è praticamente
scomparso a seguito delle sventure personale dei principali esponenti del gruppo
dirigente che ne aveva retto le sori da metà degli anni ’70.
L’atomizzazione del Psi ha dato origine ad una vera e propria diaspora a
seguito della quale al forza (elettorale e politica) del socialismo si è
frantumata ed è quasi scomparsa. L’impossibilità di mobilitare e di portare
alle urne il grosso del corpo elettorale dello scomparso Partito Socialista ha
privato l’intera sinistra italiana di una delle sue preziose componenti (in
termini di idee e di voti).
In sintesi la sinistra italiana si trova ad affrontare le sfide del nuovo
millennio in una posizione fortemente difforme dalle altre sinistre continentali
e non. Se, dopo decenni di differenze e di divisioni, il grosso delle formazioni
della sinistra italiana sono culturalmente ed ideologicamente (europeiste e
socialdemocratiche) alle consorelle europee, il peso specifico dei partiti
socialisti (e della sinistra nel suo complesso) negli altri paesi europei è
quasi il doppio di quello delle numerose e rissose formazioni politiche di
sinistra in Italia.
Alle elezioni del maggio 2001 la sinistra italiana si è presentata al
corpo elettorale divisa in cinque differenti liste. Se le divisioni del
centrosinsitra hanno fatto perdere le elezioni all’Ulivo e a Rutelli, le
divisioni a sinistra hanno fatto perdere le elezioni ai Ds ed alle altre forze
di sinistra che si trovano ai loro minimi storici (16-17 % Ds, 5,4 % Prc, 2-3 %
Sdi-Verdi, 1,7 % Pdci).
A sinistra c’è troppa frammentazione, 5 partiti che a vario titolo si
richiamano al progressismo (Ds, Pdci, Prc, Sdi, Verdi) sono un lusso che in
questa situazione non ci si può permettere. Occorre, sul modello di quanto
fatto al centro dalla Margherita, raccogliere e raggruppare al massimo le forze
per creare una scelta politica unitaria, in modo da offrire agli elettori una
opzione chiara, di sinistra e riformista all’interno della comune alleanza di
centrosinistra guidata da Francesco Rutelli e Piero Fassino.
Ciò deve passare attraverso una chiara discussione che porti anche alla
nomina di una leadership (segretario e gruppo dirigente) in grado di ridare
slancio e progetto alla sinistra italiana ed alla sua grande tradizione di
governo.
Recuperando e coagulando esperienze ed energie è possibile dare nuovo
slancio alla sinistra italiana, ma ciò deve avvenire collocandosi all’interno
della tradizione del movimento operaio e delle esperienze del socialismo
europeo. Vanno superate le antiche divisioni personali e ricomposte le fratture
che oltre un secolo di storia hanno provocato nel mondo progressista italiano.
Le antiche divisioni, le discussioni (spesso aspre al limite della lotta
fratricida) che hanno spesso impedito alla sinistra di sfruttare a pieno tutte
le proprie potenzialità devono essere consegnate alla storia. Da quelle
litigiosità e da quelle fratture bisogna saper cogliere solo gli aspetti più
avanzati di confronto per passare ad una fase di azione unitaria pur nel
rispetto delle diverse tradizioni. Mai come oggi è attuale l’ammonimento con
cui Enrico Berlinguer invitava a costruire “l’unità
nella diversità” (e nella chiarezza dei programmi ci permettiamo di
aggiungere).
Per dirla con le parole di Giorgio Amendola, il socialismo è come un
grande albero con molte radici e molti rami. Ramificato, ma pur sempre un albero
dal comune unico fusto. Un fusto robusto in cui scorre la linfa. Una linfa
vitale il cui DNA ha i cromosomi stessi della sinistra: la lotta per
l’eguaglianza e per il miglioramento della vita degli individui.
In
ogni goccia, in ogni frammento è contenuto l’insegnamento di Pietro Nenni,
per il quale “Il Socialismo è fare
andare avanti chi la Storia ha condannato a restare indietro”.
Oltre che a strutture e forme unitarie la sinistra ha bisogno proprio di
questo contenuto che, adeguatamente comunicato, costituirà la propria
peculiarità rispetto alle forze conservatrici e reazionarie. Uno sviluppo
sostenibile e che ripartisca i propri benefici ad ampi settori della popolazione
costituisca l’obiettivo dell’azione delle forze socialiste. In un paese a
basso senso civico come il nostro ciò deve avvenire anche attraverso un
costante richiamo della popolazione ai propri doveri civici e collettivi. Alla
parola diritti la sinistra deve cominciare ad affiancare la parola doveri. Degni
eredi della tradizione del Partito d’Azione (con la sua carica di
intransigenza morale ed etica) bisogna far crescere un senso di appartenenza
alla collettività per cui i diritti di uno sono, inevitabilmente, doveri per
altri.
Nuovi obiettivi e
nuove priorità per nuovi programmi
Lo
sviluppo economico, la circolazione delle idee, l’emancipazione di gruppi
sociali fino ad ora emarginati e il fenomeno dell’immigrazione hanno posto sul
tavolo della politica nuove tematiche e nuove domande cui bisognerà dare ben
presto risposta. Questi sono i terreni sui quali la sinistra deve misurarsi e
dove può raccogliere quei consensi e quelle energie che le permettano di
riacquistare le posizioni perdute.
Le nuove tematiche rispetto con cui un grande
partito della sinistra italiana deve confrontarsi sono essenzialmente legati
alla riforma del welfare state (ridistribuzione e nuova distribuzione dei
diritti sociali) e dei diritti civili, politici e sociali di vecchi e nuovi
emarginati.
Un tema da affrontare (e su cui si possono riscuotere adesioni e
consenso) è quello del riconoscimento dei diritti per le coppie di fatto e per
le persone (e coppie) omosessuali. Il superare, pur nel rispetto di tutte le
sensibilità, antiche e sorpassate fobie figlie di obsoleti pregiudizi non può
che fare bene sia ai singoli interessati, sia alla società nel suo insieme.
Anche in questo caso la sinistra svolgerebbe a pieno il proprio compito di
aiutare la società a migliorarsi. Inoltre crediamo sia molto più semplice
mobilitare coscienze e persone su queste tematiche piuttosto che sul conflitto
d’interessi, tema si grave ed importante, ma che non può essere l’unico
argomento di contrapposizione con le forze conservatrici-reazionarie.
La
sinistra deve tornare a dettare l’agenda politica del paese facendosi
promotrice ed interprete di queste nuovo istanze che nascono dalla popolazione e
dalla società che non potranno mai avere risposte dai conservatori. Per questi
ultimi la politica non è che un mix di élite e di populismo e per i quali i
nuovi conflitti sociali (spesso gravi e preoccupanti) si riducono a fenomeni di
ordine pubblico, piuttosto che una ricomposizione di interessi e la domanda di
risposte soluzioni efficienti ed innovative.
Altro tema che potrebbe diventare un cavallo di battaglia nella
costruzione di eguali opportunità di affermazione è rappresentato dall’alfabetizzazione
informatica. Nelle sezioni socialiste di inizio novecento e poi in quello del
Pci nel secondo dopoguerra, si cercava di insegnare a “legge, scrivere e far
di conto” ai figli degli operi perché potessero far carriera e condurre una
vita migliore di quella dei loro padri. Il nuovo analfabetismo è rappresentato
dall’ignoranza delle moderne tecnologie informatica e dalla difficoltà di
accedervi per alcuni settori della popolazione. Tali deficit finiscono per
divenire veri handicap per chi ne è colpito. Non solo si rischia di essere
emarginati nel mondo del lavoro, ma si è anche privati di importanti fonti di
informazioni e di crescita culturale. Per fare (oltre che dire) qualche cosa di
sinistra si deve continuare ad incalzare (peraltro proseguendo sulle linee
tracciate in 5 anni di governo) perché l’istruzione pubblica si faccia carico
di porre tutti i “nuovi e giovani cittadini” in grado di avere una comune e
paritaria formazione di base con annessa alfabetizzazione informatica.
Sinistra, mondo
cattolico e “voti del cielo”
La
sinistra italiana quando è stata compartecipe del governo del Paese lo è
sempre stata in accordo con settori (più o meno ampi, egemoni o minoritari) del
mondo cattolico politico militante. Così fu per il Psi ai tempi del primo
centro-sinistra (accordo con la Dc di Fanfani e Moro), così è stato per il
Pds-Ds-Altri nell’esperienza dell’Ulivo (accordo con il mondo cristiano
sociale di Prodi e del Ppi).
L’alleanza strategica e politica con tali settori (che, in accordo con
forze laiche si stanno strutturando in un partito unico, la Margherita, premiato
dagli elettori) è da ritenersi irreversibile e strategica. Come in tutte le
democrazie europee l’elettorato cristiano e cattolico militante (ossia di
coloro che compiono le scelte politiche ed elettorali influenzati anche
dall’opinione delle gerarchie ecclesiastiche o di gruppi, associazioni,
sindacati, ecc. … di orientamento cristiano e cattolico) si divide quasi
equamente tra il centrosinistra ed il centrodestra.
Anche in questo caso lo spartiacque è rappresentato dall’idea di
eguaglianza: per quei militanti credenti che operano nell’area progressista
occorrono politiche pubbliche e scelte a favore della ridistribuzione della
ricchezza e delle opportunità. Per chi si pone su posizioni clericali e
conservatrici, invece, il compito della politica è limitarsi a quello di
osservatore delle dinamiche e di mantenere l’ordine pubblico conservando i
valori e le tradizioni esistenti. Il clerical-conservatori dimenticano che
valori (religiosi o no) e usi tradizionali perdono il loro significato
intrinseco mantenendo solo l’aspetto ritualistico qualora non siano vissuti da
chi li pratica. Obbligare una comunità mantenere l’esistente con il potere
d’imperio non aiuta la sopravvivenza di tali valori. Anzi li danneggia.
Tradizioni, valori e credenze non devono essere lettera morta, ma trovare
conferma (e condivisione) nel quotidiano confronto con possibili alternativa. Il
tutto nel reciproco rispetto e nell’ottica di una crescita comune.
In tutta Europa esistono persone mosse dal loro sentimento religioso che
operano nei partiti socialisti (Delors in Franci, Heinema nella RFT degli anni
’70, Cripps nella Gran Bretagna anni ’50, ecc. …). In Italia, invece, tali
soggetti hanno preferito, nella maggior parte dei casi, darsi una struttura
autonoma anche se posta all’interno della coalizione democratica e
riformatrice di centrosinistra.
Tutto questo (come esposto dal prof. Arturo Parisi al convegno
cristiano-sociale di Camaldoli) però non impedisce di dire che la divisione
degli elettori cattolici non sia già avvenuta. Una parte ha scelto (in nome
della solidarietà e del senso della comunità) di collocarsi nel centrosinsitra,
un’altra (in nome della conservazione della supremazia e di certe tradizioni)
si è collocata nel centrodestra.
Quindi la divisione dei cosiddetti “voti del cielo” (M. Franchi) è già avvenuta. La sinistra per aumentare i propri consensi non deve rincorrere chi si è collocato (naturalmente, coerentemente, stabilmente e legittimamente) nel Polo, ma deve conquistare i voti di altre componenti della società anche attraverso la proposizione degli argomenti di laicità e di emancipazione diffusa di cui si è accennato nel paragrafo precedente. Ciò senza paura di urtare con parti delle gerarchie ecclesiastiche, ma ben sapendo che sono temi su cui è possibile coinvolgere ed avvicinare ampi settori del corpo elettorale, soprattutto di quello femminile e giovanile.
Un breve accenno
alla sfida dell’immigrazione
L’immigrazione di cittadini e cittadine straniero
nel nostro territorio nazionale è contemporaneamente una necessità (bisogno di
manodopera), una ricchezza (il contatto fra culture diverse le arricchisce
entrambe) e un problema (necessità di adeguate politiche pubbliche e tenuta
dell’ordine pubblico).
Necessità
perché tali lavoratori sono indispensabili per il funzionamento delle nostre
industri. Ricchezza perché permettono di entrare a contatto con culture e realtà
differenti che, convivendo con la nostra, sono foriere di un reciproco
arricchimento. Problema (spesso legato alla criminalità ed all’ordine
pubblico) perché non è facile la coesistenza tra gruppi con storie e
tradizioni diverse e, soprattutto, spesso non si è attrezzati
(psicologicamente, culturalmente e organizzativamente) per fare ciò.
Ma il tema della gestione virtuosa dell’immigrazione è l’altra
grande frontiera che la sinistra deve affrontare. Per il bene di se stessa,
degli immigrati e della cittadinanza nazionale.
Questi flussi migratori hanno interessato soprattutto le aree più ricche
del nostro Paese in quanto, spesso, gli immigrati sono richiesti come manodopera
non qualificata e a buon mercato per essere impiegati in molte attività
(cantieri, assistenza agli anziani ed agi infermi, allevamenti di bestiame,
raccolta di frutta e verdure, ecc. …) non più svolte dai lavoratori locali
che preferiscono ambire ad occupazioni più remunerative e di maggiore
prestigio.
L’integrazione
tra persone provenienti da Paesi diversi, portatrici di religioni e culture
differenti è di per se molto difficile e richiede sforzi molto grandi per
superare pregiudizi, diffidenze ed incomprensioni che sorgono inevitabilmente in
molti momenti della vita civile. Nel caso specifico si aggiunge un senso di
paura che attraversa ampi strati della popolazione italiana (soprattutto
anziani) quando si affronta il tema dell’immigrazione poiché una parte (molto
minoritaria, ma ben visibile) d’immigrati non trovando occupazioni (e neppure
strutture in grado di fornire assistenza) oppure per pagare debiti contratti per
finanziare il viaggio, cade vittima della criminalità organizzata diventando
manovalanza di quest’ultima.
Spesso
questi fenomeni sono forieri di paure giustificate in larghe fasce della
popolazione locale, ma a volte, anche a causa di indebite pressioni e
strumentalizzazioni da parte di terzi, queste paure degenerano in fobie
isteriche che, aprendo la strada a rigurgiti di razzismo che viene individuato
come una soluzione (e un’opposizione al “nuovo” e al “diverso” che,
per definizione, fanno sempre paura!) al problema, fanno perdere di vista io
nocciolo duro della questione e delle politiche pubbliche e delle scelte che
vanno affrontate.
Il
razzismo ed il rifiuto a priori di ogni diversità non solo non attua la giusta
diversificazione tra galantuomini e farabutti (entrambi le categorie sono
ampiamente rappresentate sia tra gli immigrati, sia tra i cittadini autoctoni),
ma funge da panacea di tutti i mali, una sorta d’esorcismo collettivo e
generale di una società che, per pigrizia e scarsa leadership, si rifiuta di
affrontare il cuore del problema, analizzandone le diverse caratteristiche e i
differenti aspetti approntando, alla fine, le giuste e necessarie soluzioni.
Senza immigrazione le nostre economie (e la nostra stessa società sempre più composta di anziani e con tassi di natalità molto bassi) non sarebbero in grado di mantenere a lungo gli attuali livelli e standard medi di vita. Bisogna poi anche tenere conto che i milioni di immigrati che si spostano dalle zone più povere della terra verso la parte più ricca ed opulenta del mondo (Europa occidentale e Nord America) fuggono da una miseria e da una situazione di indigenza che è stata, molto spesso, causata dalle dissennate ed egoiste politiche delle potenze occidentali (dal colonialismo classico dei secoli XVII-XVIII, all’imperialismo dell’’800-‘900 ed al neocolonialismo dei grandi trust economici e finanziari degli ultimi decenni del XX secolo): vi è anche una sorta di dovere morale nel prodigarsi nell’aiuto a queste persone. È ovvio che l’immigrazione e la sua gestione devono saper commisurare e bilanciare tutti i diversi aspetti del problema ricordandoci che ogni crimine, proprio in nome dell’idea di giustizia universale prima ricordata, deve essere punito.