DISCUSSIONI L’Aquila celebra lo scrittore accusato di collaborazione con il fascismo. Ciampi: «Nelle sue opere passione e sensibilità»

Darina Silone: «Mio marito spia? L’Ovra potrebbe aver imitato la sua grafia»


DAL NOSTRO INVIATO 
L’AQUILA - Le parole del presidente della Repubblica Ciampi suonano quasi come un invito a smetterla con i sospetti e le insinuazioni sull’uomo Silone. «Nella storia della letteratura italiana ed europea - dice il capo dello Stato -, così come nella storia politica del nostro tempo, Ignazio Silone è stato un personaggio di primaria importanza». 
Le opere dello scrittore, secondo Ciampi, sono «ricche di passione civile e di sensibilità umana» e ci hanno permesso di ricavare «insegnamenti preziosi e conoscenza più profonda della nostra gente». 
Le valutazioni di Ciampi sono contenute in un telegramma inviato al convegno di tre giorni che si svolge all’Aquila e a Pescina per il centenario della nascita dell’autore di Fontamara. 
«Spero - dice la vedova Darina Silone - che le parole del presidente mettano fine a questa fastidiosa polemica. Silone va apprezzato come grande uomo. Domandarsi se era una spia o no mi sembra offensivo e assurdo». La signora Darina aveva suscitato un certo clamore nei giorni scorsi dicendo di riconoscere la scrittura di suo marito nelle note informative trasmesse alla polizia fascista, quei documenti scoperti dagli storici Dario Biocca e Mauro Canali. 
«Sì - dice ora la vedova -, mi sembra che la grafia sia la sua. Però faccio due considerazioni. Numero uno: se lui passò veramente delle informazioni, bisogna riandare all’epoca in cui questo avvenne. Capire le ragioni umane del suo comportamento. Noi non possiamo giudicare. Numero due: potrebbero essere dei falsi. La polizia segreta potrebbe aver imitato la sua scrittura». 
La donna,che ha 84 anni,è determinata a difendere la memoria del marito. «Si è detto che io avrei aperto l’archivio personale di Silone allo storico Biocca. Non è vero. È Biocca che ha portato a me dei documenti per chiedermi cosa ne pensavo. Si è arrivati perfino a presentare sotto una luce ambigua il rapporto di mio marito con l’americano Allen Dulles, che fu in seguito capo della Cia. Invece è tutto chiaro. Silone lo conobbe in Svizzera nel ’42, quando Allen Dulles era rappresentante speciale del presidente Roosevelt. Lo vide come l’uomo della provvidenza, colui che poteva fare del bene all’Italia». 
Sono aspetti non ancora entrati nel dibattito, perché il primo giorno di convegno ha visto alla ribalta i grandi estimatori di Silone, quelli che lo riconoscono maestro di rigore, inflessibile nel denunciare gli orrori del fascismo e dello stalinismo. 
In verità anche loro accettano ormai che Silone ebbe dei rapporti con la polizia fascista, «ma non diede mai informazioni in grado di provocare l’arresto di qualcuno», dice il professor Bruno Bongiovanni, docente all’Università di Torino, il quale ritiene che lo stesso partito comunista fosse stato da Silone avvertito. «Sapeva e consigliava cosa passare all’Ovra». 
L’amaro destino di Silone, secondo il professor Arturo Colombo, che presiede il convegno, «è quello dell’imputato, esattamente come lo sono la maggior parte dei suoi personaggi che risultano di continuo processati o arrestati, ricercati o sospettati, comunque sotto giudizio». 
Dagli Stati Uniti, dove insegna letteratura all’Università di Yale, è venuto l’italoamericano Giuseppe Mazzotta a offrire una lettura originale dello scrittore. «In Italia - dice - si rischia di ridurre Silone a un santino degli abruzzesi, un provinciale. Invece lui era un uomo del mondo. Il suo messaggio è spirituale e contiene l’idea di un tipo di vita alternativo alla cultura occidentale tutta ossessionata dal potere. Lui è il grande critico di ogni forma di potere. Fosse vivo oggi, tuonerebbe contro la globalizzazione. A Yale avevo proposto lo studio di autori italiani come Moravia. Gli studenti si annoiavano. Moravia sì che era un provinciale. Quando ho fatto conoscere Silone si sono appassionati». 

Marco Nese 

Corriere della Sera
30 aprile 2001


Silone

Il lato oscuro di mio marito: parla la moglie Darina


di Susanna Nirenstein

Quella che è stata definita una catastrofe italiana, sta per arrivare alla resa dei conti. Parliamo dell'affaire Silone. Spia o non spia, questa volta non c'è un'uscita di sicurezza: dal 29 aprile al 1 maggio, per il centenario della sua nascita, al convegno internazionale che si aprirà all'Aquila e poi a Pescina, per la prima volta ci saranno veramente tutti: i critici letterari, gli studiosi di totalitarismo, gli storici Dario Biocca e Mauro Canali che hanno scoperto come l'uomo per decenni riconosciuto un maestro di rigore, di antifascismo e di antistalinismo sia stato dal 1919 al 1930, e dunque anche mentre era uno dei massimi dei dirigenti del PCd'I, un informatore della polizia del regno e poi dell'Ovra. Ci saranno infine gli irriducibili: quelli che, contro ogni evidenza, non vogliono credere che Ignazio Silone sia stato una spia. Non è stato facile arrivare a questa soluzione civile. Dopo l'invito a Biocca e Canali del Comitato per il centenario, un esponente del Centro di studi di Pescina ha scritto a entrambi "avvertendoli" di non venire armati della loro "arroganza". Poi è tutto rientrato. Il fatto è che il fronte dei siloniani di ferro non è più compatto. Ce ne rendiamo conto appena Darina Silone, la moglie di Ignazio, accetta questa intervista: è la prima volta che è disponibile. E nel corso del colloquio non avrà remore nell'ammettere che "i documenti trovati da Biocca e Canali sembrano autentici" e che non pensa ci sia stata nei "due storici un'intenzione diffamatoria". Anzi, con Biocca Darina Silone sta ricostruendo alcuni episodi poco conosciuti della biografia siloniana. Le carte però per ora non spiegano a Darina le motivazioni del tradimento, e lei questo non riesce ad accettarlo. Il racconto, che si svolge nella sua casa tra pile traballanti di libri, è fresco, vivo. Attraverso l'incontro e la vita con Silone, uomo difficile e "oscuro", Darina, nata in Irlanda 84 anni fa, attraversa il cuore forte e ambiguo del Novecento. Signora Darina come arrivò in Svizzera, come conobbe Silone? "Ebbi un decreto di espulsione e partii dall'Italia per Berna il 22 giugno '41, il giorno che i nazisti hanno invaso la Russia. A Roma mi trovavo per caso, in quel periodo studiavo alla Sorbona. Ma dopo l'invasione nazista non ero potuta tornarci. Qui, per sbarcare il lunario, davo una mano all'ufficio di corrispondenza del Chicago Daily News e dell'Herald Tribune. Fui sospettata di spionaggio, come tutti gli stranieri. A Berna conoscevo qualcuno alla legazione britannica, un cugino di Churchill. Speravo mi aiutasse a raggiungere Londra. Andai da lui. Mi disse che dovevo incontrare l'addetto stampa e me lo presentò. Era un uomo poco simpatico, piccolo e brutto, molto brutto. Più tardi venni a sapere che era del Soe". E cioè? "Lo Special Operations Executive, l'organizzazione segreta britannica che si doveva occupare della resistenza in Europa. Mi chiese se ero disposta a rispondere a qualche domanda sull'Italia. Mi ricordo che le domande erano 253. Ho risposto a tutte. Sapevo molto dell'Italia, i miei amici erano tutti antifascisti e mi raccontavano". Domande sulla situazione politica? "Sì, certo. Due giorni più tardi mi telefonò per vedermi: il Ministero dell'Informazione mi voleva invitare a Londra a lavorare. Ero contentissima. Ma lui in cambio chiedeva un "piccolo ringraziamento", ed era un ringraziamento "non solo verbale"... Naturalmente non accettai e così non andai a Londra. Se ci ripenso... quel piccolo uomo mi ha cambiato totalmente la vita. Per di più, come seppi più tardi, disse a Silone che ero una spia dell'Ovra". Quando incontrò Silone? "Cinque mesi più tardi. In una biblioteca di Zurigo. Stavo consultando dei libri sull'Italia. Lui vide sul mio tavolino dei volumi su Mussolini. Si incuriosì. Quando seppe il mio nome riconobbe "la spia". Allora mi scrisse una lettera invitandomi per un tè. Era il week end di Pearl Harbour, quando gli americani entrarono in guerra. Domenica 7 dicembre 1941. Dovevamo vederci il martedì. Silone abitava da Marcel Fleischmann, il suo mecenate, una villa che sembrava un museo, con quadri di Modigliani e Picasso. Era un ebreo ungherese, ospitò Silone per ben dieci anni, dal 1934 in poi. "Arrivai alla villa. Ero puntualissima, ma Silone no. Aspettai, e quando arrivò, Silone non fece nessuno sforzo per conversare. L'atmosfera fu gelida. Quando me ne andai pensai di non volerlo vedere mai più". E dopo? "Lui mi cercò". Ma cosa fu che a un certo punto le piacque? "La sua intelligenza". Dunque iniziò a parlarle? Di cosa, di politica, di letteratura? "Di tutto". Le raccontava degli anni in cui era stato dirigente comunista? "Poco. Qualche rara parola". Nemmeno della sua delusione? "No. E' difficile ricordare. Mi parlava di sua madre, di Don Orione, di Nicola Chiaromonte, di Leonhard Ragaz, un pastore protestante socialista svizzero, di una suora incontrata nel carcere di Barcellona nel '23, di altre suore". Parlava più di suore che di compagni. "Sì" (ride). Perché non affrontava con lei quel periodo così importante? "Indubbiamente erano stati anni drammatici". Cosa vuol dire? "Tutto. E poi non era uno che parlava facilmente di sé". Lei diventò socialista allora? "No, non devo niente a Silone né politicamente, né religiosamente. Ero già formata. E non lo consideravo un maestro. Lo guardavo con disincanto". Quali erano gli elementi che vi univano? "Naturalmente l'antifascismo. Ma mi raccontava anche di cose abruzzesi (ride). Storie divertenti che non ha mai scritto". La faceva ridere? "Sì, qualche volta. Avrei voluto che lo facesse di più. Era molto ironico se lo voleva. Ma era anche molto cupo". In una lettera che lei ha scritto al Literary Supplement del Times nel dicembre del 2000, lei ricorda che Silone in Svizzera ebbe frequenti contatti con Allen Dulles, capo dell'OSS, l'Office of Strategic Services americano, quello che nel dopoguerra fu trasformato in Cia e di cui Dulles più tardi fu a capo. Come ebbero inizio questi rapporti? "Lo incontrò ad un pranzo che aveva organizzato il suo editore nel novembre '42. Immagino che abbia visto in Dulles la possibilità di fare qualcosa per l'Italia. Più tardi, quando Silone fu arrestato e fu internato a Davos per sei mesi, nel '43, aveva bisogno di me per comunicare con Dulles. Così lo conobbi anche io. Traducevo molti documenti che Silone dava a Dulles. C'erano scritti critici verso la propaganda alleata in Italia. C'erano appelli o comunicazioni per i gruppi antifascisti italiani. C'erano considerazioni di alto livello, riflessioni di filosofia politica". Ma nelle carte trovate dalle storico Peter Kamber in Svizzera e in altri documenti visti da Dario Biocca a Washington, le comunicazioni di Silone contengono anche informazioni precise. Silone le firmava usando lo pseudonimo Gabriele o un numero in codice, il 475. Suo marito metteva in guardia circa il pericolo di fuga di notizie e la presenza di doppiogiochisti, riferiva sulla consistenza e la strategia dei comunisti, sui socialisti fusionisti di Nenni. Sono comunicazioni di collaborazione stretta. C'è un dialogo ad alto livello, e un piano più operativo, di intelligence. Lei lo sapeva? "Erano loro a dargli un numero di codice o lo pseudonimo, per proteggerlo. Comunque Silone collaborava con gli americani come un alleato, non come spia. E non lo faceva per soldi". Silone sapeva che Dulles voleva dire servizi segreti americani? "La Cia nacque più tardi, e Silone non aveva più niente a che fare con Dulles. Poi nel '50, quando ci fu la fondazione del Congresso per la Libertà della Cultura, era molto sospettoso. Nessuno sapeva che era la Cia a finanziare il Congresso. Quando nel '67 venne fuori la notizia, Silone dette subito le dimissioni, anche da Tempo Presente. Ricordo la sua incredula disperazione". Torniamo alla fine della guerra. Come tornaste in Italia? "Con un aereo americano che ci fornì Dulles. Da Annecy, in Francia. Atterrammo a Capodichino. Lui si sdraiò per terra e baciò l'asfalto della pista. Ci trasferirono a Caserta, nella Reggia dove era il comando alleato. Pranzammo con caffè americano, pane e peanut butter: per Silone fu una stranezza. L'indomani, di notte ci portarono a Roma in macchina: ricordo l'impressione tremenda che ci fecero tutti quei paesi distrutti. Dopo un po' ci trasferimmo all'Hotel Genio di Via Zanardelli. Non c'era luce, non c'era acqua. Ci muovevamo sempre a piedi. Era una Roma pericolosa, piena di soldati americani ubriachi". I rapporti con Dulles, si interruppero? "Non so se Silone abbia continuato a scrivere a Dulles da Roma. So che Dulles tornò a New York verso la fine del '45". Furono anni intensi per Silone, entrò nella Costituente, ci fu la scissione dei socialisti... Lei come li ricorda? "Lui era abituato alla politica clandestina: gli avevo detto che non si sarebbe trovato bene nel mercato delle vacche del palazzo. Non mi ha ascoltato. Era fatto per scriverla, la politica: nella Costituente non ha mai aperto bocca. Comunque qui i miei ricordi sfumano. Certo furono anni interessanti, ma la politica italiana non mi appassionava più di tanto. E mi fu molto difficile riconoscermi nella Roma di allora. Gli uomini parlavano per conto loro e io dovevo comparire con il caffè. Poi qualcuno faceva uno sforzo e diceva: "Signora, le piace il cinema?"". Lei cosa faceva? "Era difficile impegnarmi, oltre a tradurre e fare l'interprete. Qualsiasi cosa provassi a fare, Silone disapprovava. Non era mai rilassato". Ma suo marito aveva amici fraterni? "La mia opinione è che non avesse capacità o talento per l'amicizia". Non fu amico neppure dei collaboratori di Tempo Presente? "Sì, di Nicola Chiaromonte, ma poteva essere molto strano anche con lui. Gli piaceva pensare come amici quelli che erano lontani. Era amico di Leo Valiani, a Milano. Pippo Codignola, Enzo Enriquez, a Firenze, Walter Binni. Di George Orwell, Albert Camus". Ora però mi deve dire cosa pensa del Silone informatore della polizia uscito dalla ricerca di Biocca e Canali. "Al principio ero inorridita, mi sembrava impossibile. Poi lentamente ho cambiato idea. Io negli anni '20 e '30 non c'ero. Penso che Biocca e Canali siano due storici che hanno trovato dei documenti importanti, e non metto in dubbio l'autenticità dei documenti né l'impegno di ricerca degli studiosi. Credo però che l'interpretazione delle carte sia ancora da discutere. Perché la motivazione di Silone non mi è chiara. Bisogna sapere le circostanze e forse non le sapremo mai perché tutti sono morti. Voglio dire che i documenti da soli non spiegano. Perché... chi gliel'ha fatto fare?" Lei nel suo carattere non vedeva un lato oscuro che facesse pensare a una doppiezza di fondo? "Sì, ma perché l'avrebbe fatto? Una doppiezza gratuita..., forse aveva un lato schizofrenico, perché ha fatto veramente anche delle cose molto belle, come Uscita di sicurezza, alcuni articoli di Tempo presente. C'era in lui una certa doppiezza, ma non vedo perché, non vedo perché..." Dopo aver letto Biocca e Canali non ha mai pensato che il personaggio di Murica in Vino e Pane che si confessa spia raccontasse qualcosa dello stesso Silone? "No. Silone mi ha raccontato con orrore di alcuni delatori che c'erano stati tra i comunisti. Uno scrittore ha la capacità di inventare i personaggi. Continuo a pensare che possa averlo creato senza averlo vissuto. Se poi lo ha anche vissuto non lo so. Non mi ha mai detto una parola di tutto ciò. Mai. Di Dulles sì, è un'altra cosa". Lei comunque ha dato il permesso a Dario Biocca di accedere alle corrispondenze private. E so che in questo periodo gli sta anche consegnando ricordi e riflessioni. Dunque non lo considera un profanatore della memoria di Silone? "Di fatto l'ha profanata, ma non credo che fosse lo scopo della sua ricerca. E ora vorrei saperne di più". Silone ha avuto grandi nemici, come Togliatti, che l'ha definito... "Pidocchio". ...o malavitoso della politica. Lo storico Fejtö l'ha paragonato a un santo... "Esagerato". Sofri invece ha detto che non bisogna avere paura a chiamarlo... "Giuda. Non credo abbia ragione". Lei l'ha conosciuto meglio di chiunque altro. Chi era veramente Silone? "In realtà non l'ho conosciuto bene. Credo che nessuno l'abbia mai conosciuto bene. So un mucchio di cose su di lui, ma non so la cosa. Era una persona profondamente triste. Era uno scrittore. I migliori momenti con lui li ho passati leggendo i suoi libri".

La Repubblica
27 aprile 2001

il giallo prosegue.....

E per i servizi americani era "gabriele"

Un'informativa del '44

Ecco il frontespizio di un una relazione di Silone ai servizi Usa del 20 ottobre '44, classificata "Secret" e conservata negli Archivi federali di Washington, dove l'ha trovata lo storico Dario Biocca. Allora a capo del centro estero socialista, Silone tra l'altro mette in guardia il Dipartimento di Stato americano: «Se il movimento operaio cade nelle mani dei comunisti le già deboli speranze di una democrazia in Italia spariranno del tutto... Una fusione tra socialisti e comunisti sarebbe la fine di ogni speranza». Nelle comunicazioni all'OSS che lo chiama "the man with the cool head" lo Silone usa gli pseudonimi di Gabriele e Behr, numero di codice 475.

27 aprile 2001


SILONE INCAGLIATO TRA «GIUDICI» E «STORICI»

LA CARTA E LA VITA


Mimmo Franzinelli

TRA il giudice e lo storico intercorrono analogie significative ma pure -come ha indicato Marc Bloch nell¹Apologia della storia - diversità sostanziali. Entrambi procedono analogamente, per indizi, ma il lavoro del giudice è finalizzato ad una sentenza improntata a caratteri di linearità e di univocità, mentre lo storico deve ricostruire la complessità, consapevole del carattere di parzialità dei documenti (in che misura la carta riflette la vita?). Nel campo storiografico, differentemente da quello giudiziario, il decorso del tempo dovrebbe sedimentare le passioni e agevolare la comprensione degli eventi. Attorno al «caso Silone» la distinzione tra i due livelli è andata smarrita. All¹impostazione deliberatamente processuale di Dario Biocca e di Mauro Canali (autori di serie di saggi e del volume L¹Informatore , Luni), in accezione accusatoria, risponde ora l¹appassionata arringa difensiva di Giuseppe Tamburrano ( Processo a Silone , Lacaita). Serrate polemiche giornalistiche accentuano l¹impressione di una contesa giocata più sul versante paragiudiziario che non sul terreno squisitamente storiografico. Il «gioco» continua, con alti e bassi, da almeno tre anni, con la pubblicazioni di saggi e di postille interpretativa su fasci di documenti ritrovati negli archivi di polizia, dati in pasto alla curiosità del lettore senza adeguata contestualizzazione. Manca ancora uno scavo organico dentro la «dimensione segreta» di Silone, in grado di ricollegare - con un saldo aggancio agli scenari politici e culturali coevi - le sue sfaccettate dimensioni esistenziali ed artistiche. Allo stato degli studi (che hanno segnato il punto più alto con la pubblicazione nei Meridiani di due densi volumi di romanzi e saggi, ottimamente curati da Bruno Falcetto), l¹intellettuale marsicano risulta difficilmente decifrabile, esattamente come lo è la vita. S¹intenda questa riflessione non già in senso minimalista: non è l¹abdicazione dello studioso ma l¹esortazione ad una ricerca equilibrata, certamente sofferta e in qualche momento persino disincantata, ma sempre libera dal condizionamento di tesi cristallizzatesi nel fuoco della polemica. L¹attenzione dedicata dai mass-media sul «caso Silone» è stata notevole, sollecitata probabilmente da una concomitanza di fattori: la pregnanza della sua prosa morale (con i picchi di Fontamara e Uscita di sicurezza ), la suggestiva e travagliata tensione siloniana verso un cristianesimo non clericale, la sperimentazione del comunismo rivoluzionario e poi il suo rigetto con l¹approdo a un anticomunismo democratico; post mortem, le accuse di un lavorio segreto a pro dell¹OVRA. Elementi dirompenti in un Paese con una memoria schizofrenica del suo passato prossimo, segnato da commistioni, contrapposizioni e transizioni - talvolta tragiche, talaltra patetiche - tra cattolicesimo, comunismo e fascismo. Critici letterari, psicologi, biografi s¹interrogano da decenni sull¹opera di Franz Kafka e sul rapporto intercorrente tra i suoi scritti e la sua vita, con una pluralità di ipotesi interpretative. Sintomo d¹indubbia vitalità dello scrittore praghese e, per l¹appunto, dell¹ardua decifrazione della sua esistenza e della sua arte. Nel microcosmo della provincia italiana potrebbe avvenire qualcosa d¹analogo, a condizione di disincagliare con un colpo d¹ala l'«affaire Silone» dalle secche in cui si è arenato. Ci ritroveremmo altrimenti con un «caso» egualmente insoluto, mentre il perdurante accanimento degli inquirenti e dei difensori finirebbe per ingenerare un senso di sfinimento e di noia. 

La Stampa
Martedì 1 Maggio 2001


L’opera di Ignazio Silone

1. Opere principali

Fontamara, romanzo, scritto in Svizzera nel 1930.

  • Edizioni: Zurigo, 1933 (in tedesco); Parigi, 1934; Roma, 1947; Milano 1949 - 1957 - 1967. Tradotto in ventisette lingue.

Pane e vino, romanzo composto in Svizzera nel 1935-’36.

  • Edizioni: Zurigo, 10936(in tedesco); Lugano 1937; Milano, 1955 - 1969. Tradotto in diciannove lingue.

La scuola dei dittatori, saggio critico scritto in Svizzera nel 1937-’38.

  • Edizioni: Zurigo, 1938; Milano 1962. Tradotto anche in inglese e spagnolo.

Il seme sotto la neve, romanzo steso a Zurigo nel 1939-’40.

  • Edizioni: Zurigo, 1941 (in tedesco); Lugano, 1942; Roma, 1945; Milano, 1959 - 1961. Tradotto in cinque lingue.

Ed egli si nascose, dramma scritto a Baden nel 1943.

  • Edizioni: Zurigo, 1944 (in tedesco); Lugano, 1945; Milano, 1965. Tradotto in cinque lingue.

Una manciata di more, romanzo scritto in Italia nel 1950-’51.

  • Edizioni: Milano, 1952 - 1975. tradotto in dieci lingue.

Il segreto di Luca, romanzo scritto a Roma nel 1956

  • Edizioni: Milano, 1956 - 1967. Tradotto in dieci lingue.

La volpe e le camelie, romanzo composto nel 1959.

  • Edizioni: Milano, 1960 - 1974. Tradotto in sei lingue.

Uscita di sicurezza, saggi e racconti scritti in tempi diversi, alcuni precedentemente pubblicati.

  • Edizioni: Firenze, 1965; Milano, 1971. Tradotto in cinque lingue.

L’avventura di un povero cristiano, dramma scritto a Rocca di Cambio (Abruzzo), 1966-’67.

  • Edizioni: Milano, 1968 - 1974. Tradotto in cinque lingue.

Severina, romanzo incompiuto scritto a Fiuggi e a Ginevra nel 1977-’78, pubblicato postumo a cura di Darina Silone.

  • Edizioni: Milano, 1982.

2. Altre opere

Il fascismo - Le sue origini e il suo sviluppo, saggio.

  • Edizioni: Zurigo, 1934 (in tedesco).

Un viaggio a Parigi, racconti.

  • Edizioni: Zurigo, 1934 (in tedesco);. Tradotto in cinque lingue. Ripudiati dall’autore.

Nuovo incontro con Giuseppe Mazzini, saggio.

  • Edizioni: New York e Londra, 1938 (in inglese); Firenze, 1949 (edizione parziale).

Nel bagagli dell’esule, saggio.

  • Edizioni: Firenze, 1954 in Esperienze e studi socialisti.

Un dialogo difficile, epistolario con Ivan Anissimov.

  • Edizioni: Roma, 1958. Tradotto in tre lingue.

Memoriale dal carcere svizzero.

  • Edizioni: Verona, 1979.

3. Scritti sparsi

Atto di rinascita, conferenza tenuta a Zurigo nel 1941.

  • Edizioni: pubblicata in Messico.

Critica delle ideologie, saggio.

  • Edizioni: pubblicato sul “Mercurio”, 1945.

Sulla dignità dell’intelligenza e l’indegnità degli intelletuali, discorso tenuto a Basilea nel, 1947.

  • Edizioni: pubblicato su “La Fiera Letteraria”, 1947.

L’Abruzzo, introduzione al volume del Touring club.

  • Edizioni: Milano, 1948.

La narrativa e il sottosuolo meridionale, discorso tenuto a Roma.

  • Edizioni: pubblicato su “Prospettive meridionali” Roma, 1956.

Parliamo di me, confessioni autobiografiche.

  • Edizioni: pubblicato su “Nuova Antologia”, 1978.

4. Articoli vari

-Sui giornali diretti da Silone:

  • “L’Avanguardia”, 1921-’23; “Il Lavoratore”, 1922; “Information”, 1932-’34; “L’Avvenire dei lavoratori”, 1944; “Avanti!”, 1945-’46; “Europa Socialista”, 1947-’49; “Tempo Presente”, 1955-’68.

-Su altri giornali italiani e stranieri:

  • “Comunità”; “Critica Sociale”; “La Giustizia”; “Socialismo”; “Lotta Socialista”; “Corrispondenza Socialista”; “Il Ponte”; “La Fiera Letteraria”.

 


  PICCOLA BIOGRAFIA

   Ignazio Tranquilli (SILONE) nasce a Pescina dei Marsi (aquila) il 1° Maggio 1900, figlio di un piccolo proprietario terriero e di una tessitrice.
   Frequenta il ginnasio nel seminario della diocesi dell'Aquila. A quindici anni rimasto senza genitori e senza casa a causa del terremoto prosegue il liceo presso      un istituto religioso di Reggio Calabria. Non continua gli studi per dedicarsi alla politica. Nel 1921 partecipa alla fondazione del Partito Comunista Italiano. Redattore del settimanale l'"Avanguardia" di Roma e del quotidiano il "Lavoratore" di Trieste.
Membro della direzione del PCI, attivista clandestino accanto a Gramsci lavora per "L'Unità". Denunziato più volte e braccato dalla polizia fugge in Francia, Spagna, Unione Sovietica.
Nel Maggio 1927 partecipa con Togliatti alle riunioni del Komintern che portano alla condanna e all'espulsione di Trotzki e Zinoviev dando tutto il potere a Stalin. Quelle drammatiche decisioni lo mandano in crisi e lo portano a lasciare il comunismo e il PCI nel 1930 insieme ad altri: Tasca, Tresso, Leonetti Ravazzoli...
Si stabilisce in Svizzera e vi rimane fino all'autunno 1944, diventa scrittore e per dieci anni non si occupa di politica attiva. Pubblica "Fontamara", "Pane e Vino", "Il seme sotto la neve", "La scuola dei Dittatori". Nel 1941 ricostituisce a Zurigo insieme a Modigliani il Centro Estero Socialista, pubblica "L'Avvenire dei Lavoratori" che introduce clandestinamente in Italia con grande successo. Pubblica "Liberare e Federare" e diffonde le sue convinzioni politiche:
- Rifiuto dell'Ideologia Marxista e di ogni altra ideologia
- Federalismo a livello Europeo
- Autonomia in politica interna
- Rispetto di alcuni valori etici che considera fondamentali per ogni convivenza civile.
 Nell'Ottobre 1944 insieme a Modigliani rientra in Italia. E' cooptato alla direzione del Partito Socialista Italiano e diventa direttore         dell'"Avanti!".  Viene eletto all'Assemblea Costituente, rifiuta di candidarsi alle Politiche del 1948: "Le vicissitudini di questo dopoguerra hanno    decisamente contribuito ad accentuare la mia diffidenza verso i partiti e hanno chiarito i miei convincimenti libertari". (Da un articolo su   "Europa Socialista" settimanale da lui fondato).
Nel 1949 è tra i fondatori del PSU (Partito Socialista Unitario) con Romita, Faravelli e Codignola. Si accentua in lui la tendenza a staccarsi dai partiti e dedicarsi all'impegno artistico ma non viene meno la tendenza ad animare incontri e gruppi. Rimane per molti anni presidente dell'Associazione Italiana per la Libertà della Cultura. Dirige il Mensile "Tempo Presente". Nel 1952 pubblica il romanzo: "Una manciata di more" e a seguire "Il segreto di Luca", "La volpe e le camelie", "Uscita di sicurezza", "L'avventura di un povero cristiano".
Silone non abbandona mai il suo interesse per la società e la politica, continua la lotta seguendo la sua impostazione libertaria che si compendia in. "Cristiano senza Chiesa e Socialista senza Partito".
Camus disse di lui: "Guardate Silone. Egli è radicalmente legato alla sua terra, eppure è talmente europeo".

da " cenni biografici" di Vittorio Libera


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina