Le opere di Ignazio Silone Una breve biografia L'Aquila lo celebra Tra giudici e storici
In difesa : non fu una spia A.Sofri :il caso Silone, nellItalia dei delatori Il "lato oscuro"  

Ignazio Silone :se non faremo l’Europa, la nostra generazione potrà considerarsi fallita

DISPUTE Un libro bianco della Fondazione Nenni, diretta da Giuseppe Tamburrano, risponde alle accuse di Dario Biocca e Mauro Canali e sostiene che l’autore di «Fontamara» non fu una spia del fascismo

SILONE In difesa di un «povero cristiano»

di DARIO FERTILIO

Sarà pure, come dichiarano i difensori di Silone, un nuovo «caso Dreyfus». Persecuzione o no, sta di fatto che la spy story nata intorno allo scrittore, accusato di essersi comportato da «spia fascista», contiene ormai tutti gli ingredienti del dramma vero, compresi i colpi di scena, i pamphlet, le polemiche a puntate fra detrattori e innocentisti. Un po’ come, all’inizio del secolo, la Francia si divise pro o contro Drefyus, l’ufficiale ebreo accusato di aver complottato con il nemico tedesco. A differenza di quello, tuttavia, questo è un giallo postumo, lo scrittore abruzzese, tanto tormentato in vita quanto inconsapevole delle polemiche che avrebbe alimentato da morto, riposa ormai da 22 anni a Pescina, suo paese natale. Ma le storie spionistiche, si sa, non hanno riguardo per nessuno; anzi, più sono sporche e intricate, più coinvolgono gli appassionati. Ecco perché, mentre si annuncia un libro bianco della Fondazione Nenni in difesa di Silone, nessuno ormai saprebbe più dire con certezza quali obiettivi storici siano perseguiti dalle due parti, né tantomeno quale sentenza finale ci sia da aspettarsi. Di sicuro c’è soltanto che la tesi di Dario Biocca e Mauro Canali, i due storici colpevolisti, mira a presentare lo scrittore come una spia del regime fascista fin da giovanissima età, con l’aggravante di aver profittato del suo ruolo di dirigente comunista internazionale, sia pure in esilio, per incastrare alcuni compagni di partito e fornire al regime importanti informazioni sulla resistenza antifascista.

Altrettanto certo è che lo storico Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni, aiutato da due ricercatori, Giovanna Granati e Alfonso Isinelli, non ha esitato dall’inizio a prendere le difese di Silone. Lo ammette lui stesso: «Il libro nasce dal fatto che istintivamente, come Montanelli, Bettiza, Bobbio o lo scomparso Herling, ho rifiutato l’accusa rivolta a Silone, e ho ritenuto che il mio rifiuto dovesse essere corroborato dalle prove». Morale: Tamburrano e i suoi hanno passato al microscopio i documenti accusatori, pubblicati su quotidiani, riviste e, soprattutto, nel saggio «L’informatore. Silone, i comunisti e la polizia», a firma di Biocca e Canali. L’indagine, poi, si è allargata, sicché il libro bianco, almeno «all’85 per cento» si può considerare già scritto.

Va da sé che i difensori di Silone sono convinti di poter smontare tutte le tesi probatorie dell’accusa, riabilitando pienamente la figura dello scrittore. Non si tratta di una battaglia combattuta esclusivamente sui documenti: Tamburrano tiene a precisare che molti argomenti sono squisitamente «logici», tengono conto cioè del contesto storico in cui si svolsero i fatti. Alcuni di questi interrogativi, in effetti, inducono a riflettere. Non appare «logico», ad esempio, il comportamento della polizia segreta fascista, l’Ovra, la quale si astiene dal chiedere al suo informatore, arruolato (secondo Biocca e Canali) ormai da molti anni e, nel frattempo, asceso ai vertici del Partito comunista clandestino, rapporti più dettagliati e decisivi di quelli molto generici che lui invia. Un’elementare tecnica spionistica, sostengono gli autori del libro bianco, insegna alcune cose: se si vogliono ottenere rapporti più precisi da una spia già compromessa, la si può facilmente ricattare; si compila subito un dossier su di lui, anche se l’agente è coperto, e tanto più se collocato in una posizione chiave del fronte nemico (di questo dossier invece, fino al 1928, non vi è traccia); se le minacce non ottengono i risultati voluti, si può bruciare la spia denunciandola ai suoi compagni. Opportunità, quest’ultima, che si sarebbe presentata ai fascisti, per così dire, servita su un piatto d’argento: Silone, esule all’estero, una volta smascherato come spia sarebbe stato esposto alle rappresaglie dei comunisti. E perché i professionisti dell’Ovra non avrebbero dovuto ricorrere a questa tecnica, infame quanto si vuole ma, in fin dei conti, giustificata dalla logica di guerra? Se lo avessero fatto, avrebbero, se non altro, ottenuto di chiudere la bocca a uno scrittore già famoso, un intellettuale che con il romanzo «Fontamara» aveva formulato un’accusa durissima contro il fascismo, colpevole non solo e non tanto di aver abolito la libertà, quanto di infierire contro un popolo di cafoni sfruttati.

Fra le considerazioni centrali del libro bianco c’è poi, per esprimerci con linguaggio processuale, la mancanza di un plausibile movente: perché Silone avrebbe dovuto diventare spia nel 1919, quando i socialisti sembravano destinati a conquistare il potere, e confidandosi poi a un piccolo funzionario della Questura di Roma? Perché avrebbe dovuto restare, paradossalmente, fedele a Mussolini nell’ottobre del 1924, quando il Partito fascista sembrava in ginocchio dopo il delitto Matteotti? E perché, se davvero il regime avesse tenuto al suo illustre informatore, avrebbe lasciato morire in carcere il fratello Romolo? Nel libro bianco esistono poi alcune prove documentarie, come la richiesta da parte del ministero dell’Interno ai questori abruzzesi di cercare qualche episodio infamante per screditare Silone all’estero: che bisogno ne avrebbero avuto, se fosse stato una spia ufficiale? Anche le ricerche fatte nei vari archivi, da Tamburrano e dai suoi collaboratori, non hanno prodotto nulla che incolpi Silone, soltanto vaghe tracce di suoi contatti con la polizia, spiegabili con l’intento di aiutare il fratello e per le quali i ricercatori ipotizzano addirittura un possibile avallo da parte di Togliatti. Come dire: la «colpa» di Silone era così lieve da poter essere compresa e scusata persino da «rivoluzionari di professione».

Naturalmente, nemmeno in calce a questo libro bianco si potrà scrivere davvero la parola fine. I colpevolisti osserveranno che, in genere, negli archivi «gli storici trovano soltanto quello che vogliono trovare». Per cui, il giallo non finisce qui: ma, per ora, Silone, il «povero cristiano», non finirà all’inferno.


Per saperne di più : il saggio di Biocca e Canali «L’informatore. Silone, i comunisti e la polizia» è edito da Luni; il libro bianco della Fondazione Nenni uscirà entro l’anno.

Corriere della Sera

2 Settembre 2000

Non fu una spia :un libro bianco di Tamburrano

- Tra chi non vuole credere che Ignazio Silone sia stato un informatore della polizia c'è senz'altro lo storico Giuseppe Tamburrano: oggi, prima del Convegno nazionale a cui non parteciperà, presenterà un "libro bianco" intitolato "Processo a Silone:la disavventura di un povero cristiano" ed edito da Lacaita che scagionerebbe completamente l'autore di Fontamara, Vino e Pane, Uscita di sicurezza... Tamburrano, insieme ai ricercatori Gianna Granati e Alfonso Isinelli, ha condotto una ricerca (in cui include una «importante» perizia calligrafica) che smonterebbe «il castello di illazioni montato dagli storici Dario Biocca e Mauro Canali» ovvero i documenti che attestano una lunga collaborazione (dal 1919 al 1930) dell'allora dirigente comunista prima con la polizia del regno e poi con l'Ovra.

ROMA 27 aprile 2001


Il caso Silone nell'Italia dei delatori

di ADRIANO SOFRI

FORSE bisogna riconoscere che il "caso Silone" è una catastrofe italiana, e che non può più essere tenuto nei confini di una disputa archivistica o di passioni biografiche. Una catastrofe: cioè un doloroso cimento della morale italiana del passato prossimo, e soprattutto del presente.
In che cosa consista il caso è noto: dei giovani storici hanno trovato documenti di una lunga collaborazione di Silone (dal 1919, addirittura, al 1930) con la polizia del regno e poi fascista. Ora, Ignazio Silone (1900-1978) è stato un maestro civile di antifascismo e di antistalinismo in Italia e, grazie a una forte e fortunata opera di narratore e saggista, fuori d'Italia. Ed è stato un maestro della "condizione degli ex".
Nel tempo di cui si tratta fu militante socialista, poi del P.C.d'I., giungendo a coprirvi incarichi di primario rilievo. L'impegno politico comunista di quegli anni furenti portava con sé una comunanza senza residui di vita, di amori e amicizie. Chi tradisse, tradiva tutto.
Mentre Silone era all'estero, il suo fratello minore Romolo (avevano perso presto il padre e altri fratelli, e, nel terremoto marsicano del 1915, la madre), appena entrato nell'agone clandestino sulle sue orme, fu arrestato e torturato nel 1928 e morì in carcere nel 1932. Questa tragedia aveva finora spiegato le generiche notizie su un tentativo di Silone di utilizzare contatti con la polizia del regime. Le ricerche di Dario Biocca e Mauro Canali escludono questa ipotesi tranquillizzante, retrodatando l'attività di confidente (Silone stesso, in una lettera del 1929 al poliziotto Bellone cita "i nostri rapporti di 10 anni fa", cioè del 1919). Dai documenti emerge un'attività di Silone informatore che va dal registro "alto" dell'analisi politica, a quello bassissimo delle notizie utili a identificare esponenti comunisti in Europa e in Italia: indirizzi, fotografie, descrizioni somatiche, informazioni sugli spostamenti e sui complici. Sono queste ultime, mi pare, la grave novità, rispetto ai "rapporti" politici, nei quali Mimmo Franzinelli segnalava invece l'"assenza di riferimenti delatori" (in I tentacoli dell' Ovra, Bollati Boringhieri 1999).

L'autorità morale dell'autore di Fontamara e di Uscita di sicurezza (e del condirettore di Tempo presente), un'autorità accresciuta dal tempo, man mano che si smascheravano potenza e prestigio dello stalinismo e del togliattismo, spiega la riluttanza ad accogliere le rivelazioni su Silone. Intanto, c'è una discussione aperta sull'autenticità dei documenti. Un rovello speciale sta nel rapporto personale e pressoché esclusivo che il Silone "informatore" tenne con quell' alto funzionario di polizia, Guido Bellone, difficile da spiegare solo in termini di ricatto, o di interesse (benché Silone ricevesse del denaro), e tanto meno di doppiezza ideale, cioè di un'impensabile adesione occulta di Silone, se non al fascismo, all' ordine costituito. E' impressionante che il Silone "fiduciario" prostituisca la parola "lealtà" nel liquidare, nel 1930, i suoi rapporti col poliziotto: "Questa mia lettera a lei è un'attestazione di stima. Ho voluto chiudere un lungo periodo di rapporti leali, con un atto di lealtà".

C'è anche, meno impulsiva di quanto appaia, una posizione, espressa recisamente da Indro Montanelli, che rifiuta di prendere in considerazione e perfino in esame i documenti, per una specie di tutela delle proprie opinioni e dei propri affetti: non ci credo, dice Montanelli, e non ci crederei nemmeno se venisse Silone in persona a confermarmelo. Questa posizione ha dalla sua anche il disgusto verso uno scavare nella storia da beccamorti: voga oggi senz'altro robustissima. Tuttavia, simpatici o meno che siano gli studiosi che si sono imbattuti nei documenti (io non ne so niente), stanno facendo il loro mestiere. Trovati quei documenti, avrebbero potuto voltarsi dall'altra parte, come si fa quando per sbaglio si entra in uno spogliatoio privato: ma questa scelta non è prevista né dalla cattedra di storia, né dalla morale comune. Anch'io, quando la questione arrivò sui giornali, ne ebbi una pena e una renitenza forte, in particolare di fronte ai titoli spicci: Silone era una spia. La lettura dei testi e dei commenti riuniti ora in volume da Biocca e Canali, L'informatore: Silone, i comunisti e la polizia (prefazione di Piero Melograni, Luni editrice), rende la questione più urgente e penosa.

La rende, appunto, una catastrofe "nazionale". Proverò a spiegarlo. Sulla vicenda personale di Silone non so avanzare nessuna interpretazione, ma qualche avvertimento sì. In particolare questo: che un momento dopo essere comparse, col loro suono scandaloso di incredibilità e di offesa, le rivelazioni su Silone sembrano non solo verosimili, ma quasi ovvie e attese. Le vecchie osservazioni più penetranti dei suoi critici, rilette ora, sembrano averne intuito quel fondo fangoso e nascosto. (La "materia autobiografica dolente di questo Silone che oserei dire notturno" di cui parlò Geno Pampaloni).


Si rilegge tutto Silone, e si pensa: ma come non essersene accorti, non ha fatto altro che parlare di questo, che guidarci a questa rivelazione. La confessione di Luigi Murica, in Pane e vino, sembra descrivere per filo e per segno il primo incontro romano fra Silone e Bellone. Penso tuttavia che bisogni tenere a bada questa suggestione e i suoi effetti troppo risolutivi. Ho inoltre l'impressione che Silone abbia sì messo al centro della propria vita di scrittore il doppiofondo, la verità ulteriore che sta dietro ogni verità ("Dietro ogni segreto ce n'è un altro. Strappato un velo, se ne trova uno più fitto"), il rimando elusivo fra il volto e la maschera. Ma anche mi pare che Silone si sia arrestato sul confine tagliente fra doppiezza e tradimento. E' impossibile condividere, nella lettera più tormentata e finale, il bilancio che Silone, passando a nuova vita, trae della propria doppiezza: "Ho la coscienza di non aver fatto un gran male né ai miei amici né al mio paese". Rimozione, forse, o autoindulgenza. Bisognerà tornare a quella confessione di Pane e vino, e alla consolazione che la chiude: "Mi spiegò che non bisogna amare il male, ma, purtroppo, il bene nasce assai spesso dal male, e che probabilmente non sarei mai diventato un uomo senza passare per quelle infamie e quegli errori per i quali ero passato. Mi sembrava di essere rinato". 


Intanto, la distinzione fra doppiezza e tradimento mi porta al punto, che muove dalla vicenda personale di un maestro della buona Italia e arriva all'Italia smarrita di oggi. E a una questione decisiva per la tempra morale di una comunità come il sentimento corrente sul "fare la spia". Fare la spia è odioso - imparavamo fino a ieri. Fin dalla casa, fra fratelli, e poi dalla scuola. (Silone racconta un cruciale episodio d'infanzia, col prete che scandalizza il bambino esigendo che faccia la spia, perché mentire è peccato). E' la "scuola dei dittatori" ad addestrare alla delazione fin nell'intimità. 


Nel mondo di ieri, di fronte alla debolezza delle fedeltà statali, si stabilivano obbedienze particolari - di parentela, di setta, di partito, di malavita. Lealtà e omertà, tradimento e infamia si mescolavano senza conflitti troppo gravi. Le cose poi si fecero complicate. Nelle mafie, dove l'omertà era diventata sempre meno lealtà (sia pure deviata) e sempre più ricatto e sopraffazione, le prime crepe coraggiose e misconosciute sono precipitate, da un punto in avanti, in vera e propria rotta: come in ogni obbedienza troppo rigida e infrangibile (come nel terrorismo politico, una volta che il dogmatismo dell'ideologia si fu intaccato) la crisi coincise con il tracollo. Si è visto allora che il culto dell' uomo d'onore trapassava di colpo nel suo rovescio, nella fuga cannibalesca e magari nella riproduzione di una fedeltà statale calcata sulla vecchia obbedienza mafiosa. 


In questa salutare e disonorevole frantumazione del mito dell' omertà mafiosa (e, per lunga usurpazione, dell'omertà siciliana) è finito travolto e interdetto anche il normale concetto della lealtà. La cattiva morale degli "infami e sbirri" va in rovina, ma non è chiara l'alternativa. La "legalità"? La "legalità" è una condizione alternativa, ma non la esaurisce. Non solo perché lo stato, che dovrebbe esserne garante, spesso non ne è capace o a sua volta la viola. Ma soprattutto per la ragione che la "legalità" non è larga né profonda quanto la vita, e lascia fuori una quantità di affetti e legami, ed è giusto che sia così. Non ricordarsene, significa inciampare in quel travisamento italiano che ha fatto passare la necessità per virtù, che ha moralizzato scelte utili ma non morali, che ha chiamato pentimento la resa interessata e spesso maligna dei farabutti.


Sofismi? Non credo. Non è un caso che ai "pentiti", anche dopo che erano diventati una folla parasindacale, si sia spesso dedicata più cura che non ai testimoni spontanei e coraggiosi di delitti di mafia: questi sì, testimoni esemplari e non delatori.


Uso di proposito questo lessico. Ho appena letto un testo di Gherardo Colombo per MicroMega in cui si ribadisce puntigliosamente, sulla scorta del vocabolario, che delazione è la "denuncia segreta presentata per motivi riprovevoli". Riprovevole, spiega Colombo, è la denuncia il cui scopo contrasti con l'etica o con il diritto: "la vendetta, l'invidia, un tornaconto personale e così via". (Quanto alla segretezza, mi pare che non sia più un connotato essenziale della definizione, se non altro per ragioni quantitative). Ora, mi pare molto difficile trovare delle "collaborazioni di giustizia" che non abbiano in sé qualcuno di questi moventi, se non tutti insieme: cosicché quello che è auspicabile e lodevole sul piano giudiziario e dell'utilità, non cessa di essere riprovevole sul piano morale. Ma, soprattutto, l'esemplificazione di Colombo non prende in conto la spregevolezza del tradimento. Chi decide di rompere coi suoi, e di consegnarli al nemico di ieri, qualunque movente lo ispiri, tradisce una fiducia, una vicendevole appartenenza. Quando lo faccia per la più nobile e indiscutibile delle ragioni - impedire il male minacciato contro qualcuno - proverà tuttavia il dolore di fare all'altro quello che l' altro avrebbe potuto fare a lui fino a un momento fa. Ho l'impressione che Colombo abbia espunto dal suo orizzonte il tradimento, forse per distrazione, forse per deformazione professionale (sia detto senza ironia). "Chi ha reso una denuncia veridica", dice, "non è, per la giustizia, un delatore. Ma un collaboratore". Già: per la giustizia. "Qual è il discrimine fra delazione e collaborazione?", si chiede polemicamente Colombo. Questo: il tradimento. 


A Colombo sta a cuore, si capisce, la vicenda cosiddetta di Tangentopoli. Anche a me sembra un termine di confronto importante. Nell'euforia e nel panico dell' onda alta di Tangentopoli ci fu una corsa vasta e imbarazzante alla confessione e alla chiamata di correo da parte di imprenditori affaristi e amministratori di ogni rango, spaventati di esser colti in flagranza di peccato ed esposti in quell'inatteso anticipo di giudizio universale, e ancora più spaventati dall'incubo di passare una notte a San Vittore, coi topi e gli arabi. Questo rintocco savonaroliano - un po' negli officianti, un po' negli officiati - della rivoluzione giudiziaria contro la corruzione prevalse sull'eventualità che essa, agendo nel proprio ambito, fosse però raccolta come l' occasione di un riconoscimento di sé da parte di una società che alla corruzione (non solo delle tangenti e del denaro) aveva fatto una tale abitudine da non sentirvi niente di anormale. Poteva essere una prova di rigenerazione della classe dirigente italiana - non solo di quella parlamentare e partitica - e di riflessione di tutta una comunità. Non successe. Molti, moltissimi "collaborarono", anche non cercati, anche mettendosi in coda. (Non c'è uno zelo italianissimo, nella coincidenza fra auge delle confessioni giudiziarie e crollo di quelle religiose?) Denunciarono colleghi, compagni, a volte famigliari. Per la giustizia, collaboratori, certo. Per la perduta lingua della morale comune, delatori fino a un momento prima corrotti, e perciò stesso candidati a ricominciare da un momento dopo - passata la piena. Colpa dei "giudici"? Ma no: salvo che abusassero, al dettaglio, delle manette, o all'ingrosso, della loro immagine pubblica. Colpa di una classe dirigente sfibrata e indisposta a reinterrogarsi su se stessa: pronta piuttosto - sia detto sommariamente, dunque con un certo arbitrio - a precipitarsi all'uscita di sicurezza calpestando chiunque nel tragitto.

Colombo vede una rivincita della "cultura dell'omertà" in certi meccanismi del "giusto processo". Non so. Ma sulla questione generale sto saldo. Nel Segreto di Luca di Silone (1956) c'è il pubblico accusatore di un innocente, ora pensionato, che sghignazza: "Un cafone capace di preferire il carcere a vita alla rivelazione di un segreto? Ah, ah, ah". (Si dirà che lo spregio della legalità appartiene oggi ai ricchi e agli arroganti, e che Silone dava voce ai suoi cari cafoni e agli asini, "che sanno tutto e sono come i cafoni della terra" - e oggi non ci sono più, né i cafoni né gli asini: ma ci sono, basta volerli vedere).

Il discrimine mancato fra collaborazione e delazione allarma Colombo; allarma me quello fra legalità e feticismo della legge. Esiste l'amore, l'amicizia, la lealtà, la dignità. Esiste la fedeltà ai morti. Esiste quella che Silone chiamò "la spregiudicata carità". Esistono una quantità di altre cose, che non entrano nei codici penali. O che si possono anteporre alle previsioni dei codici, accettando di pagarne il prezzo. Il limite insuperabile è il male che possa venirne ad altri. Parlo del male concreto e degli altri concreti, non delle loro figure astratte.

Sento che questi argomenti possono essere messi in conto di una mentalità familista e antistatuale, anarchica e non so che altro. Un'altra volta questa seria discussione arrivò alle soglie di un confronto importante, per ricadere subito senza frutto se non di risentimenti, e fu durante i 55 giorni del sequestro di Moro. Anche lì si opposero familismo e statalismo, la legalità della ragion di stato (quale stato, per giunta) e il primato della legittima difesa e del soccorso. E le loro caricature.

L'Italia di oggi barcolla fra lo sdegno per la svelta promozione a pentiti di criminali ripugnanti e il consenso a qualunque emergenza. Non può più esclamare a cuor leggero: "Porco Giuda". Forse Giuda era stato prescelto, col cuore spezzato, perché il disegno della salvezza esigeva uno che tradisse. Forse si sentiva lui, il tradito. E anche in altri campi, non si è fatto lo stesso abuso della demonizzazione dei traditori? Nel comunismo autoritario, per esempio, dove i dissenzienti fuorusciti - come Silone - si insultavano come "rinnegati". Così la gente non sa più che cosa pensare dello stesso tradimento. In amore è consigliato, nell'amicizia è inevitabile. Quanto alla ripugnanza per il tradimento che consegna i propri vicini di ieri alla polizia, non sarà il retaggio di un'Italia di contadini pastori e briganti in cui lo Stato era estraneo e i suoi funzionari sbirri e nemici? Vedo però che nella statalissima Germania Helmut Kohl invoca a difesa del suo silenzio il rispetto della parola data: sincera o no, è una motivazione impressionante.

Non traggo nessuno spunto dalla mia esperienza giudiziaria: non in pubblico. Dai suoi effetti sì, perché quelli non sono opinabili. Nella galera di oggi, la delazione è moneta corrente: spiccioli, per lo più, perché i tagli grossi si sono già spesi nelle caserme e nelle procure e in tribunale. La malavita di una volta, che non se la cantava, è estinta, o se ne sta in un angolo in esilio. Ora tanti poveracci se la cantano per poco più di niente: e vengono ammaestrati a spiarsi a vicenda, fra compagni di cella, fra concorrenti a un posto di scopino. E' la rieducazione. In nome di che cosa un ragazzo dovrebbe resistere?

Un'altra esperienza personale ho, che riguarda Lotta Continua. Negli anni successivi, e poi durante il mio processo, ho appreso di alcuni che erano stati nostri compagni, e che avevano agito da confidenti. Facevano la spia. Decisi avrei dimenticato i loro nomi. Non era più tempo. Con tutte le differenze, capisco perché Montanelli non voglia saperne di Silone che faceva la spia. Di Silone, tuttavia, non voglio dimenticarmi. L'altr'anno uscì lo studio di Sandro Gerbi su Guido Piovene, Tempi di malafede, lo lessi con una certa ripugnanza, ma senza troppa pena, se non per il tradito, Eugenio Colorni. Silone è un'altra cosa. Silone era l'altra Italia, e la sua era stata un'altra scuola. A me sembra che senza Fontamara non ci sarebbe stata la Lettera a una professoressa. Quando si trattò di fermarsi e fare un po' di conti - per me fu più o meno vent'anni fa - l'ombra di Silone tornò fuori dalla provincia degli antenati esiliati. Né le rivelazioni basteranno a sloggiarlo. Ma è già chiaro che bisognerà pensare che la vita delle persone (come dei popoli) può cominciare, o ricominciare, dal punto della loro caduta, e che non c'è peccato originale se non quello che ciascuno si procura, a volte il più brutto e il più tortuoso, per provare a farselo perdonare e perdonarselo. Intanto non mi libero dal pensiero molesto del tempo in cui avevo diciotto anni, mi chiedevo come fosse stato possibile lasciare che Gramsci si consumasse nelle galere fasciste, e se sarei stato capace di affrontare la tortura senza cedere, e altri pensieri ridicoli di allora. Se avessi saputo allora di Silone che faceva la spia? Ed è giusto, perché è passato tanto tempo, togliere ogni valore al giudizio che uno di diciott'anni avrebbe pronunciato su quel traditore?

La Repubblica

15 aprile 2000


Ignazio Silone : sull'Europa

Per misurare il regresso da noi subito _ se non altro nell’impostazione dei problemi _ in questi soli due anni trascorsi dalla fine della guerra, basti ricordare il fervore quasi unanime che allora suscitava nei movimenti di resistenza dei vari Paesi l’idea di una non lontana unificazione politica dell’Europa. L’idea della Federazione europea, certo, era tutt’altro che nuova, ma, per la prima volta, essa svegliava in noi un’emozione che simili formule politiche di per sé non danno se non quando stanno per realizzarsi.

Nell’estate del 1941 avemmo sentore di un manifesto elaborato da un gruppo di confinati politici nell’isola di Ventotene. Poco più tardi ricevemmo un appello analogo dal Movimento «Libérer et Fédérer» di Tolosa, nel quale militava anche il nostro caro ed indimenticabile Silvio Trentin. Più tardi conoscemmo appelli e testi analoghi che provenivano dai gruppi francesi di «Combat», di «Franc-Tireur» e di «Liberté», dal Movimento del lavoro libero in Norvegia, dal Movimento Vrij Nederland in Olanda e anche da sparsi gruppi di tedeschi antinazisti, alcuni dei quali pagarono con la vita la loro avversione alla tirannia.

A questi gruppi di combattenti clandestini diedero un’espressione universale personalità conosciute come Albert Camus, Jacques Maritain, Thomas Mann ed altri. E più tardi, ma prima ancora della fine della guerra, l’uno dopo l’altro i partiti politici in via di riorganizzazione, i socialisti, i cattolici, i democratici radicali, i liberali, presero anch’essi posizione favorevole ad una rivendicazione immediata dell’unità europea.

Di quelle molteplici voci, assai recenti nel tempo _ e che tuttavia suonano affievolite come se decenni ci separassero da esse _ io voglio ora ricordarne particolarmente una: quella di Eugenio Colorni ucciso dai nazifascisti qui a Roma, pochi giorni prima della liberazione, mentre si recava in una tipografia clandestina in cui si stampava l’«Avanti!», di cui egli era redattore.

* * *

Certamente è utile per tutti noi evocare questi nomi: essi aggiungono gravità ed elevatezza al nostro incontro di oggi. La testimonianza di Colorni ha d’altronde un valore più che individuale, perché nell’inverno 1944 egli redasse una dichiarazione, con la quale l’intero socialismo italiano si dichiarò federalista. Vale la pena di ricordarne alcune affermazioni, per gli immemori.

«I socialisti italiani _ scrisse dunque Colorni _ vogliono che dalla pace che seguirà alla presente guerra siano poste le basi solide di un ordinamento che tenda a creare una Federazione libera degli Stati Europei».

E dopo aver spiegato, in termini analoghi a quelli qui esposti poco fa, dall’amico Calamandrei, che cosa fosse da intendersi per federazione di liberi Stati Europei, egli aggiungeva: «I socialisti italiani ritengono che questa prospettiva _ che poteva sembrare un lontano ideale ancora pochi anni fa _ si troverà nel periodo che seguirà la presente guerra molto prossima alla sua realizzazione e sono convinti che tale meta è strettamente collegata ai fini che essi si propongono in quanto socialisti, giacché la formazione di un’unità federale europea sarà evento di tale portata rivoluzionaria, da non poter avvenire se non con l’attivo concorso delle masse e nell’ambito di un profondo e generale rinnovamento sociale del nostro Continente. Per l’Italia, come per tutti i popoli che usciranno vinti da questa guerra, una tale soluzione costituirebbe, tra l’altro, l’unico modo di evitare la sconfitta, la mutilazione territoriale, lo aggiogamento economico. Il Partito Socialista Italiano ritiene che proprio l’atteggiamento delle masse possa avere un’azione decisiva a questo proposito, creando situazioni di fatto di cui i vincitori non potranno non tener conto, provocando episodi e contribuendo a far precipitare la situazione internazionale, nel senso dell’unità europea».

* * *

A rileggere oggi queste parole suggerite da Eugenio Colorni al socialismo italiano sembra di ricordare un sogno di un’alba di primavera. Sono parole scritte appena tre anni fa; ma, confrontate con le nostre attuali condizioni, esse ci sembrano assai più remote.

La loro rievocazione deve pertanto servire a stabilire le dimensioni del nostro distacco dagli ideali e dai propositi del tempo della liberazione. Sembra quasi che stia per avverarsi una scherzosa profezia di un alto prelato romano, che alcuni di voi forse già conoscono. Dopo la marcia su Roma delle camicie nere, il Cardinale Gasparri, allora Segretario di Stato, ricevette uno scrittore americano, il quale gli chiese quanto tempo, a suo giudizio, potesse durare il nuovo regime. E il Cardinale, con la prudenza propria di tutti i profeti, rispose: «Potrà durare due anni, ma potrà durare anche due secoli». Ma la curiosità dello scrittore americano non fu soddisfatta; egli insisté: «E dopo due anni, o dopo due secoli, chi succederà a Mussolini?». «Ah! in ogni caso, Giolitti», rispose il Cardinale senza esitazione.

Sono molti i quali accettano come definitivo l’avveramento di quella previsione: altri invece discutono se l’attuale regime non sia piuttosto da paragonare a quello di Depretis. Ad ogni modo, la risposta scherzosa del prelato non era fondata soltanto sull’antico scetticismo cattolico verso la capacità democratica degli italiani; ma anche sulla esperienza che dopo le guerre e le guerre civili una stanchezza e apatia fatale minacciano di impadronirsi dell’opinione pubblica.

Vi è oggi nel nostro Paese un diffuso disorientamento, un tono di vita assai depresso, uno sterile accanirsi su questioni secondarie o fittizie. Corre un abisso tra i problemi veri ed essenziali del benessere e dell’incivilimento e le preoccupazioni quotidiane della maggior parte dei dirigenti della nostra pubblica opinione.

* * *

In queste nostre penose condizioni, parlare di nuovo agli italiani dell’unità europea equivale a porre un problema essenziale, un problema vero, autentico, fondamentale, distogliere un momento la loro attenzione dall’accanirsi in lotte deleterie per fini astratti o fittizi. E porre di nuovo con estrema energia questo problema equivale anche ad un richiamo ai sopravvissuti della Resistenza, ai delusi, agli assenti, e rivolgere ad essi e a noi una questione grave, la più grave per la coscienza di un uomo: «Al punto in cui siamo e considerata la piega che prendono le cose del nostro Paese e nei Paesi vicini, che uso vogliamo fare della nostra vita?».

Questo di oggi è il contrario, insomma, di un invito a rifugiarsi nel sogno e nell’astrazione, e non è la parola d’ordine settaria di un partito. Una ripresa della lotta per l’unità europea è una necessità di vita dei Paesi liberi del vecchio Continente; è la sola via della loro salvezza.

Alcune melanconiche constatazioni dianzi esposte non mettono in dubbio, si capisce, la buona volontà dei protagonisti. La gravità della situazione, infatti, è ammessa da tutti; universale è l’apprensione per la fragilità di questa pace. Vi è perfino attualmente una gara tra i partiti a chi si dichiari più pacifista degli altri. Ma, non dobbiamo nascondercelo, è ancora un pacifismo indeterminato, non alieno dalle tradizionali debolezze del vecchio inconcludente pacifismo. Che significa praticamente una lotta per la pace se non è una sincera buona volontà di tutti i giorni per risolvere i contrasti dai quali può scaturire la guerra? Non esiste una lotta particolare contro la guerra, separata da una giusta e coraggiosa politica generale.

Sarebbe ozioso, io penso, attardarsi ora ad una nuova critica del vecchio pacifismo e delle sue insufficienze, ozioso ricadere nella disputa sulla sua premessa dottrinaria, inaccettabile a quanti sentono che vi sono valori la cui difesa può giustificare il sacrificio volontario. Ma in un senso più strettamente politico, è doveroso almeno ribadire che il pacifismo non soddisfa nessuno il quale voglia realmente allontanare il pericolo di nuove guerre, perché nelle sue astratte formulazioni si ritrova bensì l’immagine seducente di un’umanità affratellata, però non l’indicazione precisa e concreta delle vie, dei mezzi, delle forze che a quella possono condurre, né l’indicazione degli ostacoli da abbattere. La divisa dei veri pacifisti, pertanto, non può essere che questa: «se vuoi la pace, prepara le condizioni della pace»; le condizioni politiche, economiche, sociali.

Ora a questo riguardo è particolarmente grave e doloroso di dover constatare che si trovano al di fuori e lontane da una via realistica di una concreta lotta per la pace anche quelle forze che sarebbero da supporre in essa le più interessate: alludiamo alle organizzazioni del movimento operaio e ai partiti socialisti.

La storia è stata generosa col socialismo. Dopo il fallimento del 1919-23 essa gli ha offerto un’occasione di rivincita. Ma non sembra ch’esso intenda trarne profitto. L’attuale smarrimento ed inefficienza del socialismo sul piano europeo non è da spiegare forse unicamente o prevalentemente con la deficienza degli uomini. Il fatto è che il socialismo si è trovato nella nostra epoca coinvolto in una trasformazione dello Stato e della vita politica, che ne ha enormemente accresciuto le possibilità materiali, privandolo, però, di alcuni suoi requisiti più positivi. Noi abbiamo assistito ad un lungo processo, durato decenni, che si può chiamare la socializzazione dello Stato; il suo corrispettivo è stato però la nazionalizzazione del socialismo (e dico nazionalizzazione quasi nel senso tecnico che la stessa parola ha nelle espressioni analoghe di nazionalizzazione del carbone o dei trasporti).

Non ho bisogno di dilungarmi per ricordarvi come e perché ciò sia avvenuto. La crisi mette in pericolo il profitto dei capitalisti, il salario degli operai e la rendita degli agricoltori. L’esigenza di una sicurezza economica e sociale viene perciò avanzata da tutti i ceti senza distinzione e si rivolge oggi unanimemente allo Stato. E questo ha prodotto negli ultimi anni risultati assai gravi. Uno di essi è che ovunque hanno avuto luogo riforme di struttura, esse sono state operate nei limiti nazionali, con carattere nazionale, e con la tendenza a rafforzare il legame di tutti i ceti ai particolari interessi nazionali. Un altro risultato è che lo Stato nazionale non è più considerato dal popolo uno strumento di oppressione, un ostacolo allo sviluppo sociale, uno strumento da riformare o da distruggere, o le cui prerogative debbano essere limitate a profitto d’istituzioni sociali, sebbene come il solo garante e responsabile di ogni sicurezza, a cui bisogna lasciare ogni potere. Ma poiché la crisi economica non ha cause e limiti nazionali, i rimedi nazionali non fanno che aggravarla e ogni serio contrasto economico turba i rapporti tra gli Stati.

Lo Stato nazionale, questo anacronismo del XX secolo, ha ricevuto, dunque, poteri inauditi proprio nell’epoca storica che doveva assistere al suo assorbimento in formazioni politiche più vaste. Il suo potere è mostruoso. La ripartizione del profitto economico non dipende più, come voi sapete, dal contributo che gl’individui e i ceti danno alla produzione, ma dalle leggi dello Stato. Cosicché, se una volta poteva apparire a molti che una via sicura per arrivare ad avere autorità fosse la ricchezza, oggi è palese a tutti che per arrivare alla ricchezza la via più breve e sicura è quella del potere. D’altro canto le stesse categorie lavoratrici vengono compensate non per la qualità o le fatiche che richiede la prestazione della loro opera, ma in misura dell’influenza politica che esse esercitano sui poteri statali.

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Quanto più, dunque, aumenta l’importanza della condizione nazionale per l’esistenza materiale dei singoli e delle classi, tanto più nella coscienza dei singoli e delle classi aumentano d’importanza le differenze nazionali stesse, fino ad arrivare ad una totale identificazione. Questa identificazione nella nostra epoca si è chiamata «nazional-socialismo»; essa resta tale, resta degna di questo nome famigerato, anche se lo stesso concetto è inconsapevolmente accettato e ripetuto da socialisti sedicenti marxisti.

In altri Paesi, come voi sapete, questo fenomeno è ancor più evidente che nel nostro: il socialismo si è lasciato facilmente annettere allo Stato nazionale, che ne ha avuto bisogno per le sue nuove funzioni nei rapporti con le masse. Così il socialismo, anche in questo dopoguerra, o almeno nei primi anni successivi alla guerra, è mancato nuovamente alla sua funzione storica ed è caduto vittima delle soluzioni meramente nazionali.

Nei Paesi europei dove si è molto nazionalizzato, è ora diffuso il riconoscimento che sia grave errore di assimilare il socialismo con la nazionalizzazione, benché questa, in certi casi, naturalmente, sia utile e non da escludere.

È un fatto però che le nazionalizzazioni in alcuni casi si sono rivelate altrettanto antieconomiche e parassitarie delle precedenti imprese private. È stata misura necessaria e indilazionabile la nazionalizzazione del carbone inglese; ma non è certo un progresso parlare di carbone francese, di carbone belga, di carbone olandese, di carbone tedesco ed affidarne la gestione agli impiegati di Stati rivali. Non è un progresso, ripeto, in nessun senso, perché ciò non corrisponde né ad un dato naturale, né ad una necessità tecnica, né ad un vantaggio sociale. Sono sopraffazioni egoistiche a danno dell’interesse generale.

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Malgrado questi errori, malgrado che il socialismo attualmente si dibatta nei vicoli ciechi della politica nazionale, tuttavia è su di esso, è sulle sue riserve, sulle sue possibilità ancora inespresse che bisogna principalmente contare nell’inventario delle forze motrici per la ricostruzione e l’unificazione del nostro Continente. La nostra fiducia è giustificata perché la vera forza, la forza inesauribile del socialismo, non è nella psicologia, sovente assai mediocre, dei suoi dirigenti, ma nella condizione proletaria in seno alla società moderna. E se il socialismo, malgrado tutti i suoi disastri, malgrado la sua decennale sparizione forzata dalla scena della politica, è tornato ad essere il fattore principale della vita politica di vari paesi, è appunto per questo: la sua vitalità è legata a qualche cosa di permanente e di indistruggibile della società moderna. La forza proletaria, la condizione proletaria nella società moderna, resta pertanto la leva decisiva di ogni rinnovamento politico e sociale. Se essa viene a mancare, c’è poco da sperare.

Presentare oggi come necessaria ed urgente una lotta per un’impostazione europea dei nostri problemi fondamentali, equivale dunque, in primo luogo, a rivolgere un appello al socialismo, equivale a richiamare il socialismo alla sua storia, alla sua natura, alla sua vera missione, ad ammonire il socialismo a non vendere i diritti della sua primogenitura per una scodella di lenticchie.

La funzione internazionale del movimento socialista è oggi una immediata ed urgente necessità europea.

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La vera questione non è oggi se i popoli europei debbano migliorare la propria sorte mettendosi assieme, oppure se debbano conservare la propria attuale sovranità. La questione è se essi debbano cercare di sopravvivere, mettendosi assieme, oppure uno dopo l’altro, ognuno a modo suo, sparire. E questo vuol dire che essi perderanno ugualmente la propria sovranità, chi in un modo e chi in un altro; ma non volontariamente, con l’adesione ad una formazione statale superiore in cui entrerebbero su un piede di uguaglianza, ma decadendo inevitabilmente nella condizione umiliante dei protettorati e delle colonie. In molti Paesi, come voi sapete, questo è già avvenuto, e l’assoluta sovranità statale, alla quale non si vuole rinunciare, vi è mera apparenza.

 

Nella valutazione dei partiti politici vi saranno dunque molti giudizi da rivedere, appena saranno saggiati alla pietra di paragone di concrete iniziative per l’unità europea o per la federazione di gruppi di popoli europei. Le attuali designazioni di «destra» e di «sinistra» appariranno allora etichette arbitrarie.

Questo concetto io l’ho ritrovato espresso con grande chiarezza in un manifesto del gruppo di Ventotene, al quale ho già fatto allusione. «La linea di divisione tra partiti progressisti e partiti reazionari _ venne detto in quel manifesto _ cade perciò ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie, lasciando solidificare la lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo e risorgere le vecchie rivalità, e quelli che, invece, vedranno come compito centrale la creazione di un solido Stato internazionale e indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, l’adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale».

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In questa manifestazione iniziale è forse anche necessario confutare brevemente alcune obiezioni preliminari. Una di esse, la più ovvia, è che bisognerebbe rinviare le grandi riforme politiche a tempi migliori. Gli uomini, ci si dice, hanno ora bisogni più urgenti: il nutrimento, la casa, il vestiario. E questo è un argomento illusorio, perché i grandi mutamenti della storia sono stati sempre compiuti in mezzo ai disastri, sono stati sempre opera di uomini affamati, di uomini senza, casa, di uomini senza scarpe; nessun grande avvenimento storico è stato opera di un popolo felice, d’un popolo soddisfatto, contento di se stesso.

Un’altra obiezione viene talvolta da persone intimamente persuase della necessità di un superamento delle anacronistiche sovranità nazionali, ma le quali temono i mutamenti di qualsiasi specie, per paura di un peggio non troppo ben definito. Tra questi timidi sono anche da annoverare gli intellettuali e le persone di cultura, che temono per la sorte dei cosiddetti valori spirituali. Ad essi bisogna anzitutto ricordare le parole di Proudhon: «Il solo mezzo di evitare una rivoluzione è di farla». Il solo mezzo di evitare le false soluzioni, le soluzioni violente, le soluzioni estreme, è di soddisfare gli stessi bisogni da cui quelle scaturiscono, e di soddisfarli con soluzioni giuste, con soluzioni migliori. 

Dipende dall’unità e dall’indipendenza del continente europeo se la rivoluzione della nostra epoca _ oltre alle forme già note e temute della tecnocrazia e del collettivismo burocratico _ ne conoscerà anche una in cui le necessità del benessere collettivo siano armonizzate con i valori culturali del passato, con i valori tutt’altro che superati, o superabili, della Grecia, del Cristianesimo e della rivoluzione liberale.

Nella misura in cui ai popoli di Europa riuscirà di superare gli egoismi nazionali per una ricostruzione più economica, più razionale del continente, nella misura in cui ad essi riuscirà di salvaguardare la democrazia e la libertà politica, pur nella adozione di forme assai spinte di economia pubblica, essi creeranno un modello esemplare per tutti gli altri popoli della terra, essi affermeranno un primato, che non sarà di tipo militare o materiale, ma un primato di civiltà, secondo la tradizione europea, che è quella di adattare incessantemente alla misura dell’uomo e della sua dignità le condizioni esteriori dell’esistenza.

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Servendo la causa dell’unità europea, noi sappiamo, perciò, di rendere un servizio anche ai popoli degli altri continenti: fare una politica su scala europea, significa per noi fare una politica mondiale.

Noi ci troviamo ora in una situazione tragica che mi ricorda talvolta quella dei minatori di un bellissimo film tedesco dell’altro dopoguerra: «Kameradschaft». Vi sono in Renania vaste zone carbonifere che si estendono, senza soluzione di continuità, al di qua e al di là della frontiera; i segni della separazione degli Stati sono posti non soltanto alla superficie della terra e sulle vie di traffico, ma anche _ per mezzo di robuste inferriate_ nelle stesse gallerie sotterranee di scavo. Un giorno, dunque, avvenne in una galleria, un terribile scoppio di grisou: l’incendio si propagò nei vari cunicoli, immobilizzò gli ascensori, rese impossibili e pericolosi i tentativi di soccorso dall’esterno. Allora, non senza pericolo per sé, i minatori «stranieri» delle gallerie adiacenti, senza chiedere permesso ad alcun commissario di polizia, si scagliarono contro le inferriate che separavano la frontiera sotterranea, la scardinarono e salvarono dall’asfissia i loro compagni.

Noi siamo minacciati dalla stessa morte, se non abbattiamo la cortina di ferro della miseria e delle sovranità nazionali.

Per finire, ho da dirvi solo questo: se non faremo l’Europa, la nostra generazione potrà considerarsi fallita.


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