Verso il semestre di presidenza italiano dell’unione  

di Stefano Milia e Cristiano Zagari

Nella breve storia delle istituzioni europee, le Presidenze italiane sono sempre state riconosciute come occasioni fondamentali per progredire nell’approfondimento dell’integrazione europea. Questo ha fatto si che durante le stesse, con particolare frequenza, sono stati affrontati delicatissimi passaggi legati alle riforme più significative dei Trattati. Questa volta Il governo italiano è chiamato a ricoprire una funzione fondamentale nella definizione del futuro testo costituzionale dell’Unione, una sfida senza precedenti che potrà vincere solamente se riuscirà a mantenere saldo il sostegno delle principali forze politiche, economiche, sociali e culturali del paese. Una sfida che appare agevole superare solamente se saprà valorizzare al meglio la sua profonda e radicata tradizione europeista, battendosi senza ambiguità a favore di una forte integrazione politica del continente.

Definizione e dinamiche della Presidenza dell’Unione

La rotazione semestrale della Presidenza del Consiglio della Comunità/Unione[1] è, già da vari anni, oggetto di numerose critiche, sia dal lato dell’efficienza, sia dal punto di vista della trasparenza delle linee politiche propriamente europee; ora, nel quadro del prossimo ampliamento degli Stati membri, la riforma del criterio di rotazione è uno dei principali obiettivi delle riforme istituzionali, che l’Unione si appresta a varare. Al momento, comunque, continua a rappresentare un’opportunità e una sfida significativa per il Paese che la detiene. Infatti, fornisce maggiori strumenti e autorevolezza per poter agire più efficacemente su almeno due precisi piani di intervento: contribuire al progresso generale del processo di costruzione europea e agire per valorizzare alcuni obiettivi specifici di interesse del proprio paese.

Tra i principali strumenti a disposizione del paese che assume la Presidenza, e che hanno rilevanza dal punto di vista di entrambi i piani prima specificati, vi è la facoltà di predisporre il programma semestrale di lavoro del Consiglio, individuando e coordinando, fin dalle fasi preliminari, settore per settore, alcuni obiettivi e dossier prioritari, nonché organizzando coerentemente i rapporti colle altre istituzioni o organi dell’UE, che partecipano al processo decisionale.

Ciò deve avvenire, sempre più in coordinamento, con le Presidenze che precedono e seguono il semestre interessato (nel caso della Presidenza italiana del 2003: Grecia e Irlanda).

Il cosiddetto elemento del “terreno di casa” sembra invece destinato a giocare un ruolo sempre minore, perché ormai è prassi che la gran parte delle riunioni formali vengano comunque tenute a Bruxelles e solo alcune riunioni informali di ministri, seminari di studio o particolari conferenze internazionali rientranti nel dialogo UE/Stati terzi, vengano ospitate sul territorio del Paese che presiede il semestre. Da questo punto di vista è indicativa, anche se non priva di interrogativi, la scelta dell’Italia di rinunciare, pur non essendovi ancora l’obbligo formale[2], per prima all’organizzazione di un Consiglio Europeo sul proprio territorio.

Unico privilegio formale che sembra al momento ancora resistere è quello della lingua del Paese che detiene la Presidenza, la quale nelle occasioni più informali, dove per prassi è previsto un regime linguistico ridotto (generalmente inglese e francese), viene solitamente mantenuta.

Ma il semestre di Presidenza significa anche opportuni preparativi ai più alti livelli politici, i quali generalmente si sostanziano nel cosiddetto “giro delle capitali” del Presidente del Consiglio e/o degli altri Ministri, onde incontrare i loro omologhi europei per illustrare i punti prioritari del programma elaborato. Tutto ciò contribuirà non poco a evidenziare tempestivamente problemi o convergenze, prima dei passaggi più formali del sistema decisionale comunitario.

Inoltre, detenere la Presidenza dell’UE implica una maggiore visibilità internazionale, in particolare quando si agisce nel quadro PESC, chiamati a esprimere la posizione ufficiale su determinate questioni dell’intera Unione.

Ora l’Italia nell’apprestarsi a svolgere il compito della sua undicesima Presidenza[3] della Comunità/Unione Europea necessariamente potrà e dovrà attingere anche alle passate esperienze che ha vissuto, ai tanti successi che ha saputo ottenere, come al numero più limitato di fallimenti che ha dovuto registrare.

E si accinge a tale impresa con una “squadra” di tipo misto in cui sono compresi uomini e donne già protagonisti - ai più diversi livelli sia amministrativi che più propriamente politici - in occasioni analoghe, ma anche delle forze nuove emerse dai cambiamenti politici più recenti. La capacità di dialogo, la maturità, l’efficienza, la chiarezza di linea e di visioni che tale mix di attori riuscirà al fine a mettere in campo determinerà, in gran parte, la riuscita di tale sfida. D’altro lato, sempre più rilevante appare il ruolo dell’intera società italiana che, se opportunamente coinvolta in questo esercizio, non solo tecnico, ma anche politico, potrebbe costituire un fondamentale valore aggiunto.

La responsabilità della Presidenza coincide oggi nuovamente con una fase cruciale del processo di integrazione, all’indomani della firma dei Trattati di adesione[4] e alla vigilia della fase finale di una riforma “costituzionale”, chiamata a definire gli elementi caratterizzanti dell’Europa futura.  

Le principali caratteristiche delle più significative Presidenze italiane della CEE/UE: 1975, 1985, 1990, 1996

Nella breve storia delle istituzioni europee, le Presidenze italiane sono sempre state universalmente riconosciute come occasioni fondamentali per progredire nell’approfondimento dell’integrazione europea. Ciò è dovuto non solo all’esperienza di paese fondatore delle originarie comunità, ma soprattutto al limpido patrimonio ideale europeista[5] condiviso pienamente da un larghissimo strato delle sue forze politiche, economiche, sociali e culturali.

Tale caratteristica trova la sua origine naturale nello sforzo compiuto proprio da alcuni statisti italiani, tra i quali ricordiamo Alcide De Gasperi e Gaetano Martino, che hanno portato a Roma, il 25 febbraio del 1957, alla firma dei Trattati istitutivi della Comunità economica europea (CEE) e della Comunità europea dell’energia atomica (EURATOM): è però particolarmente evidente anche in successive Presidenze gestite dal governo italiano, soprattutto a cominciare da quella dell’anno 1975.

Un’attenzione singolare allo sviluppo delle strutture istituzionali della Comunità prima e l’Unione poi, adeguato alle crescenti sfide economiche e politiche di cui si è investito: in questi ultimi 46 anni è stata una costante delle Presidenze italiane, che non hanno mai mancato di portare avanti iniziative ambiziose ed elaborare proposte precise che indicassero soluzioni di riforma atte ad avvicinare le istituzioni europee all’obiettivo di “carattere federale”[6], da sempre perseguito dal paese.

La spinta italiana verso riforme istituzionali europee, che conferissero maggiore democraticità, dimensione politica ed efficacia al livello sovranazionale è stata da sempre basata su giudizi che, senza ambiguità, imparando dalle lezioni della guerra e del dopoguerra, andavano chiaramente identificando l’interesse del Paese con il rafforzamento della coesione politica, economica e sociale dell’intera Comunità e, in prospettiva, dell’insieme delle organizzazioni internazionali. Una valutazione corrisposta, all’interno della Costituzione repubblicana, nella disponibilità a cessioni di sovranità contenuta nell’articolo 11 e riconfermata più volte dalle costanti interpretazioni estensive a opera della Corte Costituzionale.

La Presidenza italiana del secondo semestre del 1975 va ricordata nel contesto del governo guidato da Aldo Moro che, durante il Consiglio europeo di Roma dell’1-2 dicembre, malgrado tensioni interne tra i membri della CEE su questioni internazionali e resistenze britanniche e danesi, ottenne che nel comunicato finale ufficiale venisse introdotta la previsione che “(…) l’elezione del Parlamento europeo abbia luogo ad una data unica nel periodo maggio-giugno 1978”. Malgrado il successivo slittamento di un anno[7], si era ottenuta così una delle più grandi conquiste democratiche nella storia delle organizzazioni internazionali: il primo Parlamento sovranazionale, basato sul voto popolare a suffragio universale.

Ugualmente significativo è stato il ruolo svolto dalla Presidenza italiana nel primo semestre del 1985, conclusosi con il vertice di Milano del 28-29 giugno. In quel momento la sfida consisteva nel non far fallire lo slancio riformista, che il Parlamento europeo aveva autorevolmente sostenuto, approvando il 14 febbraio 1984 la risoluzione sul “progetto di Trattato che istituisce l’Unione Europea” (progetto Spinelli) e sul quale il Consiglio non riusciva a fornire una valida risposta. Dopo la presentazione, nel marzo del 1985, di un rapporto elaborato da un comitato ad hoc per le questioni istituzionali[8] (comitato Dooge), il governo italiano, presieduto da Bettino Craxi, decise di porre ufficialmente la questione delle riforme istituzionali europee all’ordine del giorno del Consiglio di fine presidenza, sebbene consapevoli che - su un “progetto di mandato per una Conferenza intergovernativa”, elaborato dal Ministro degli Esteri Giulio Andreotti[9] - non vi fosse il consenso unanime degli altri governi. A Milano, la determinazione dell’esecutivo italiano farà sì che nel comunicato ufficiale conclusivo si stabilisca la convocazione, a maggioranza[10], di una Conferenza intergovernativa (CIG) per l’elaborazione di riforme nel campo della creazione di una politica estera e di sicurezza comune e di adattamenti istituzionali inerenti il processo decisionale in seno al Consiglio, i poteri esecutivi della Commissione, il ruolo del Parlamento europeo e l’estensione delle competenze della Comunità. Tale decisione, fondamentale, ha poi portato all’Atto unico e quindi alla prima sostanziale revisione dei Trattati cui è seguita la stagione delle reiterate revisioni dei testi base del progetto europeo in cui tutt’oggi siamo pienamente coinvolti.

Nel secondo semestre del 1990 l’Italia era nuovamente chiamata a fare da battistrada per promuovere riforme fondamentali per il funzionamento e l’efficacia della Comunità. Questa volta, anche a causa dei grandi sconvolgimenti politici causati dal crollo del muro di Berlino - pur acquisito un accordo generale sulla procedura e il calendario per l’avvio di una revisione costituzionale dei Trattati europei - molte ambiguità resistevano sulla esatta portata delle questioni che ne avrebbero dovuto costituire la sostanza. Particolarmente curata è stata, quindi, da parte della Presidenza italiana, tutta la fase di preparazione del mandato delle due CIG[11], che avrebbero elaborato il nuovo Trattato. Tra le più importanti tappe di tale preparazione: la presentazione del rapporto Carli in materia di unione economica e monetaria; l’elaborazione di un documento d’insieme sui vari aspetti dell’Unione politica; ma anche l’ospitalità assicurata alla Assise congiunta di Parlamentari europei e nazionali, svoltasi a Roma tra il 27 e il 30 novembre.

Anche in questo caso la determinazione italiana - che rendeva tra l’altro ancor più evidente l’isolamento delle posizioni britanniche - fu essenziale per iniziare, senza ulteriori ritardi, la nuova fase di riforme. L’approccio del Ministro degli Esteri Gianni De Michelis, che voleva essere a suo modo innovativo rispetto al tradizionale europeismo dei governi precedenti, ebbe però l’effetto di sacrificare molto dell’aspetto della dimensione più politica, a vantaggio di quella economico-monetaria.

Fu così, comunque, possibile per Giulio Andreotti, in qualità di Presidente del Consiglio dei Ministri, giungere per il vertice di Roma del 14-15 dicembre[12], alla definizione di un mandato unanime per le CIG che avrebbero portato, un anno dopo, alla firma del Trattato di Maastricht sull’Unione europea.

Una sorte analoga capiterà nuovamente all’Italia nel primo semestre del 1996 quando, il 29 marzo, convocherà a Torino una nuova CIG di revisione dei Trattati. L’obiettivo espresso era delineare “Un’Unione più vicina ai cittadini” e “(…) basare i suoi lavori sulla considerazione che i cittadini sono al centro della Costruzione europea” nonché attenersi a “ (…) una visione generale e coerente: il suo scopo è quello di soddisfare le esigenze e le aspettative dei cittadini e al contempo portare avanti il processo di costruzione europea e preparare l’allargamento futuro.” [13]  La Presidenza italiana, nel redigere tale testo di mandato - che influenzerà poi per lungo tempo le riflessioni sulle riforme - sotto la responsabilità del Ministro degli Esteri Susanna Agnelli, si ispirò largamente alle proposte avanzate dall’asse franco-tedesco. Si ricordi, inoltre, che tale Presidenza fu caratterizzata dallo svolgimento di elezioni politiche nel nostro Paese (21 aprile). Tale circostanza, pur non incidendo sulla linea politica generale[14] seguita, non poté non indebolirne sensibilmente azione e autorevolezza.

Il Consiglio europeo di chiusura del semestre, che si tenne a Firenze il 21-22 giugno, non poté quindi, far altro che disegnare un bilancio ancora molto provvisorio riguardo alle questioni inerenti la revisione di Maastricht, oltre che su quelle del programma di lotta europea alla disoccupazione, che aveva rappresentato l’altra priorità del semestre.

I vertici di Torino e di Firenze furono caratterizzati anche da una serie di importanti manifestazioni di piazza che, riunendo trasversalmente sindacati, movimenti europeisti, enti locali e associazioni, erano la testimonianza di una forte richiesta di democratizzazione della struttura istituzionale europea da parte di una larga componente della società italiana. Tali manifestazioni sono un altro aspetto caratteristico delle Presidenze italiane: anche a causa della estesa rete di movimenti europeisti esistente nel Paese, fin dagli anni settanta ogni semestre ha conciso con una particolare mobilitazione delle componenti più pro-europee della nostra società, con un proliferare di iniziative e raduni di massa, tra cui bisogna ricordare quello di Milano del 1985[15].

Anche se appare difficile stabilirne esattamente il peso, il fenomeno è comunque la testimonianza di un’attenzione precoce degli italiani verso tali momenti della vita istituzionale europea che oggi, di fronte alle regolari mobilitazioni con richieste fra le più svariate in occasione dei vertici europei, appaiono anche con un significato pionieristico, sottolineando ulteriormente la sempre più rilevante dimensione politica, che il progetto di integrazione europeo andava e va assumendo.  

Il governo Berlusconi di fronte alla Presidenza del 2003: opportunità ed incognite.

L’organizzazione generale del prossimo semestre procede speditamente, specialmente attraverso iniziative di formazione e di sensibilizzazione interne alla pubblica amministrazione[16] e l’Italia, in stretta cooperazione con la Presidenza greca[17], fissa i dossier settoriali principali[18] sui quali incentrare la propria attenzione. Contemporaneamente, i lavori della Convenzione europea, chiamata a “esaminare le questioni essenziali che il futuro sviluppo dell’Unione comporta e di ricercare le diverse soluzioni possibili[19] da sottoporre alla prossima CIG di revisione dei Trattati, vanno verso la loro annunciata scadenza, il 20 giugno 2003[20], affidando nuovamente al Paese importanti responsabilità nel campo delle grandi riforme costituzionali europee.

Malgrado non si possa ancora prevedere l’esatta portata dei risultati finali della Convenzione, l’Italia da molti mesi ormai sottolinea la necessità di svolgere l’ultima fase delle riforme durante il proprio semestre, a causa del complesso calendario europeo previsto per il 2004, così guadagnando crescenti consensi, sia nelle istituzioni comunitarie sia in molti dei paesi membri. Consensi basati, però, non solamente su motivazioni di tipo tecnico, ma anche su chiare aspettative politiche. La principale è che la tradizione europeista italiana possa contribuire in modo rilevante ad approvare un trattato costituzionale, finalmente abbastanza lungimirante da poter chiudere definitivamente la stagione delle riforme parziali e aprire un capitolo nuovo per l’intero continente.

Su tale previsione pesano però vari interrogativi sia di natura esterna, ma anche di tipo più interno. Il nuovo governo italiano non ha mancato, infatti, di mostrare in varie occasioni che, sul tema delle future riforme per l’Unione, non vi fosse più quel generale consenso sulla “vocazione federale” del processo di integrazione, che aveva caratterizzato praticamente tutti gli esecutivi precedenti; spesso, tra i vari ministri si sono alzate voci molto divergenti[21] sul contenuto della futura Costituzione europea. Il Primo Ministro, Silvio Berlusconi, ha preferito, quindi, adottare una strategia piuttosto “attendista” basata sul futuro ruolo di mediatore[22], in cui si troverà a operare il nostro Paese durante il semestre di presidenza, tacendo sia sulle principali opzioni negoziali per le questioni più controverse, sia sulle possibili alleanze, che si potrebbero delineare in merito alle stesse.

L’analisi compiuta in precedenza solleva alcune perplessità in merito a tale strategia. Infatti, essa dimostra piuttosto come la spinta italiana si sia rivelata fondamentale in molte occasione per far compiere i salti di qualità al processo e compromessi di livello più “alto”, rappresentando essa puntualmente la posizione più sinceramente e coerentemente integrazionista.

Per poter uscire da questi dilemmi, può risultare strategica l’azione intrapresa dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi[23], che propone con forza la ricerca di una piattaforma comune dei sei paesi fondatori la Comunità, il che potrebbe dare quell’autorevolezza necessaria all’iniziativa stessa, tanto da poter influenzare in modo positivo i lavori della Convenzione europea[24].

Indubbiamente, le scelte finali che il governo italiano, insieme agli altri, intenderà assumere si riveleranno, ancora una volta, determinanti per la qualità finale delle riforme. Ma, sempre più che nel passato, giocherà un proprio ruolo anche l’opinione pubblica “europea” che, seppur in modo ancora relativamente lento[25], si sta gradualmente affermando, in modo sempre più partecipato e critico, tra i protagonisti del processo. L’occasione storico-strutturale è da ricercarsi, anche, nell’ampiezza dei partecipanti alla Convenzione e nella maggiore democraticità e trasparenza del metodo di lavoro adottato. Gli sforzi corali di addivenire a un documento unico e completo, che non lasci aperte questioni sulle quali potrebbe fallire il successivo negoziato intergovernativo, dovrebbero essere appoggiati chiaramente dall’Italia[26], nella prospettiva di un successo da coronare sotto il semestre di Presidenza.

Malgrado le migliori intenzioni, il negoziato intergovernativo presenta infatti alcuni vizi originari. Come Altiero Spinelli soleva dire: “(…) i governi nazionali sono nello stesso tempo veicoli e ostacoli nel processo di unificazione dell’Europa” e ancora “(…) il primo postulato dell’azione per costruire la federazione europea è che i governi nazionali non rinunciano mai spontaneamente alla sovranità (…). Se il potere di creare le istituzioni europee è conferito esclusivamente ai governi nazionali, (…) l’esigenza di mantenere la sovranità nazionale a spese di una reale unificazione tenderà sempre a imporsi. Questa è la lezione che possiamo trarre dal fallimento di innumerevoli progetti di riforma delle istituzioni europee promossi dai governi nazionali[27].

Ancora una volta, il progetto europeo si trova di fronte a un bivio e l’Italia avrà in mano strumenti importanti per indirizzarlo; per far funzionare nel modo più efficace il dialogo tra istituzioni e “attori sociali”; per favorire - alla vigilia dell’evento che cambierà radicalmente la natura dell’Unione con l’unificazione della Mitteleuropa e l’adesione di una parte consistente del mondo slavo – scelte che non riguarderanno più questo o quel dettaglio del sistema istituzionale, ma l’alternativa fra la ricomposizione o la decomposizione del processo di integrazione comunitaria.  


[1] Tale sistema è previsto dall’art. 203 (ex art. 146) del Trattato che istituisce la Comunità europea. L’ordine dei turni, che nel tempo si è per vari motivi modificato, viene ora stabilito dal Consiglio stesso deliberando all’unanimità.

[2] Il Trattato di Nizza, infatti, prevede che lo svolgimento di tutti i Consigli europei a Bruxelles entri in vigore soltanto dal 2004 in poi.

[3] L’Italia ha avuto già precedentemente tale incarico (dall’entrata in vigore del Trattato CEE) negli anni: 1959 (2° sem.), 1962 (2°sem.), 1965 (2°sem.), 1968 (2°sem.), 1971 (2°sem.), 1975 (2°sem.), 1980 (1°sem.), 1985 (1°sem.), 1990 (2°sem.), 1996 (2°sem.).

[4] Secondo le decisioni prese al Consiglio europeo di Copenhagen il 12 e 13 dicembre 2002, tale firma dei Trattati di adesione con dieci nuovi Stati (tra i tredici attualmente candidati) avverrà ad Atene il 16 aprile del 2003.

[5] Uno dei punti chiave di tale tradizione viene generalmente riconosciuto nella stesura del cosiddetto “Manifesto di Ventotene” avvenuto nel corso dell’anno 1941 a opera di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, confinati su tale isola dal regime fascista. Tale scritto che delineava magistralmente la strada dell’integrazione che il vecchio continente avrebbe dovuto percorrere dopo la fine della guerra, ha costituito una delle principali basi intorno alle quali si è andato poi sviluppando l’europeismo moderno.

[6] Tale formula è presente in innumerevoli risoluzioni approvate negli anni dal Parlamento italiano, più recentemente la definizione “carattere federativo” è stata utilizzata anche dallo stesso governo Berlusconi nel suo contributo alla riforma delle istituzioni europee, presentato il 25 luglio 2002 alla Conferenza degli Ambasciatori d’Italia tenutasi a Roma.

[7] Le prime elezioni dirette a suffragio universale per il Parlamento europeo si tennero in effetti il 7 e 10 giugno 1979. L’affluenza alle urne in Italia fu quasi dell’86%.

[8] Gli italiani facenti parte di questo Comitato furono: Mauro Ferri come rappresentante del governo italiano e Carlo Ripa Di Meana in rappresentanza della Commissione europea guidata da Jacques Delors.

[9]  In un suo articolo sul Corriere della Sera del 25 giugno 1985 dal titolo “Le tre vie possibili per l’Unione europea” egli insiste sull’impossibilità per l’Italia di allinearsi con coloro che vogliono andare più lentamente aggiungendo che << tra la decisione di fare un nuovo Trattato – che non deve necessariamente essere adottato all’unanimità – e la decisione di emendare il Trattato attuale, all’unanimità, con modifiche che rendano però più efficace il processo decisionale e rafforzino il potere del Parlamento europeo – non vi sono altre soluzioni>>.

[10]  Si espressero come contrari  a questa ipotesi i governi inglese, danese e greco.

[11] Furono infatti convocate due distinte Conferenze intergovernative: l’una con il compito di definire l’assetto finale dell’Unione economica e monetaria e l’altra di delineare l’Unione politica.

[12]Molto recentemente l’attuale membro del direttivo della BCE, Tommaso Padoa-Schioppa, in un convegno ha ricordato come, Giulio Andreotti con estrema disinvoltura riuscì in quella situazione a far figurare sul testo finale delle conclusioni del Consiglio europeo la dicitura “moneta unica”, malgrado formalmente si fosse trovato l’accordo generale solo sul termine “moneta comune”.

[13] Dal mandato per la Conferenza intergovernativa di revisione dei Trattati, approvato il 29 marzo 1996 a Torino.

[14] Si sottolinea che il Primo Ministro uscente, Lamberto Dini, divenne successivamente il Ministro degli Affari Esteri del nuovo governo guidato da Romano Prodi.

[15] Furono più di centomila le persone che da tutta l’Italia e l’Europa confluirono il 29 giugno sulla Piazza del Duomo seguendo l’appello lanciato dalle principali organizzazioni europeiste italiane, tra le quali: il Movimento Federalista Europeo (MFE), il Consiglio Italiano del Movimento Europeo (CIME), l’Associazione italiana dei Comuni e delle Regioni d’Europa (AICCRE), l’Associazione Europea degli Insegnanti (AEDE).

[16] In particolare il Ministero della Funzione pubblica, in collaborazione con altre amministrazioni, ha promosso una serie di corsi riqualificazione di vario livello riservati  ai  funzionari e la prospettiva del semestre di Presidenza è stato anche uno dei temi principali della “1° Conferenza nazionale dell’alta dirigenza statale” tenutasi  a Roma dal 3 al 5 febbraio.

[17] Dai due Stati è stato presentato il 20 dicembre 2002 un programma operativo comune per il 2003.

[18] Nel ambito più prettamente economico si intende dare particolare rilevanza a:  assicurare efficacia alle procedure di attuazione di alcuni punti della strategia di Lisbona (aumento del tasso di occupazione, sviluppo della responsabilità sociale delle imprese, maggiore competitività attraverso lo sviluppo delle reti di energia e trasporto, potenziamento delle infrastrutture specie verso i nuovi Paesi membri, rafforzamento delle politiche a favore della ricerca, integrazione degli obiettivi ambientali nelle politiche di settore, migliore integrazione dei mercati finanziari), una autorevole gestione macroeconomica dell’EURO, la riforma della politica agricola comune, una riflessione sull’importanza delle politiche di coesione, attività in tema di protezione della famiglia e della salute dei cittadini.

[19] Dal testo della Dichiarazione di Laeken sul futuro dell’Unione europea adottata il 15 dicembre 2001.

[20] La Convenzione europea al momento si è impegnata di presentare il testo risultato dai propri lavori durante il vertice finale della presidenza greca che si terrà a Salonicco.

[21] Ci si riferisce in particolare alle ripetute dichiarazioni anti-europee della Lega e all’intervista alla”Stampa” di fine agosto da parte del Ministro Tremonti, come pure dell’atteggiamento tenuto in circostanza della discussione sul mandato di cattura europeo.

[22] In tali termini si è espresso molto chiaramente il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, durante la conferenza stampa che ha concluso il 28 novembre 2002 la visita a Roma del Presidente del Consiglio spagnolo, Jose Maria Aznar.

[23] Tale strategia e presente in una lettera che il Presidente Ciampi scrive il 21 novembre 2002 al Presidente della Repubblica Federale di Germania Johannes Rau e quasi contemporaneamente agli altri suoi omologhi dei sei Paesi fondatori della Comunità. In essa egli scrive<<…appartengo ad una generazione che conserva vivo il ricordo dell’apporto fondamentale assicurato dai Paesi fondatori alla costruzione ed all’integrazione dell’Europa. In ogni passaggio difficile dell’Unione europea essi hanno sempre dato prova di volontà d’avanzamento: questo è stato possibile perché condividono gli stessi ideali.>>

[24] La validità di tale indirizzo è stata riconosciuta anche dal Vicepresidente della Convenzione europea, Giuliano Amato nel suo recente articolo sul “Sole 24 ore” del 5 gennaio 2003. In esso egli riconosce molto più autorevolezza e funzionalità agli interessi italiani ad una tale strategia di alleanze, piuttosto che al solo agire come mediatore, oppure al cercare degli assi alternativi promossi dagli inglesi.

[25] Il rappresentante del governo italiano nella Convenzione europea, on. Gianfranco Fini, lamentandosi della troppa scarsa attenzione dei mass-media italiani sui temi delle riforme costituzionali dell’Unione, ha spesso fatto rilevare come ciò sia dovuto anche ad una specie di paradosso che risiede proprio nella ampiezza dell’appoggio  di cui gode nel nostro Paese il progetto di integrazione politico dell’Europa, che quindi troppo raramente riesce ad essere fonte di polemica tra i partiti italiani.

[26] Potrebbe, quindi, ancora apparire quantomeno prematuro se non controproducente dichiarare, come ha fatto recentemente nel suo articolo sul Corriere della Sera, del 20 dicembre 2002, il Ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini: <<Malgrado i suoi sforzi, la Convenzione non sarà verosimilmente in grado di presentare a Salonicco un progetto condiviso e consensuale.>>.

[27] Da A.Spinelli, Dagli Stati sovrani agli Stati Uniti d’Europa, Firenze La nuova Italia 1950 e dalla Raccolta di documenti istituzionali della Comunità dal 1958 al 1982, a cura del Parlamento Europeo – Lussemburgo 1982


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