PROGETTO GENOMA
Un futuro biotech
di Domenico Siniscalco
Nei dintorni di Washington, sull'Interstate 270, si trova la cosiddetta "Dna-Alley": la più grande concentrazione del mondo di centri di ricerca sul genoma. In soli 24 chilometri, infatti, si incontrano la Food and drug administration, che regola il settore
farmaceutico e alimentare; l'università Johns Hopkins, l'Institute for Genomic research e il Nih di Bethesda, l'istituto medico nazionale, famoso nel mondo per la qualità e la quantità della sua ricerca genetica.
Di fianco a questi colossi della ricerca pubblica troviamo le più note e dinamiche imprese private di biotecnologie: la Celera genomics, fondata nel 1998 da Craig Venter; e poi Gene-logic, Human genome sciences e una miriade di piccole start-up, tutte impegnate nel
brevettare sequenze di geni e farmaci basati sulla genetica.
Nonché alcuni fondi di venture capital, come Genomics fund e Fbr emerging technologies, specializzati nel biotech.
In questo straordinario distretto tecnologico si è combattuta la gara per la mappatura del genoma umano tra Craig Venter, fondatore di Celera e Francis Collins direttore Nih. Una gara in cui Venter, con fama di scienziato ribelle e brillantissimo, sembra aver battuto
il Nih, obbligando i ricercatori pubblici a raddoppiare più volte produttività e investimenti per tentare almeno di tenere il ritmo di Celera e pubblicare risultati in contemporanea.
Data l'importanza fondamentale della ricerca genetica, la corsa alla mappatura del genoma umano è già stata oggetto di numerose analisi dal punto di vista economico. E gli studi più convincenti hanno dimostrato che i successi recenti sono stati ottenuti grazie alla
coesistenza e all'interazione tra ricerca privata, scienza pubblica e regolamentazione. La ricerca privata, finanziata da fondi di venture-capital attratti dalle prospettive di profitti, dà efficienza e competizione all'ambiente della ricerca. La scienza pubblica,
finanziata dai Governi, crea competenze, capitale umano e garantisce la trasparenza dei risultati attraverso la continua revisione scientifica dei risultati via-via raggiunti. La regolamentazione garantisce la pubblicazione dei risultati e assicura una corretta
sperimentazione in un campo oggettivamente cruciale quanto sensibile per l'opinione pubblica.
In effetti, gli sviluppi più recenti della genetica sono insieme fondamentali e inquietanti. Sono fondamentali, come osserva Renato Dulbecco, perché la ricerca, in tutti i campi della biologia, della medicina e dell'agricoltura, adopererà sempre più modificazioni
genetiche di tutti i tipi, dai virus, ai batteri, alle cellule, a piante e animali, tra cui l'uomo. Sono inquietanti, come osservano alcuni biologi, perché l'uomo - per la prima volta nella sua storia - può modificare radicalmente il corso dell'evoluzione,
sconnettendola dai meccanismi della selezione naturale. Per questo motivo la politica della ricerca, in tutti i Paesi più avanzati, sta compiendo un grande sforzo per tenere insieme scienza, tecnologie e sicurezza. E per lo stesso motivo elementi tradizionali come
brevetti, sostegno pubblico alla ricerca, regolamentazione e informazione vengono ricombinati in maniera innovativa. In questa chiave, per così dire di sistema, occorre valutare la decisione di ammettere brevetti (e dunque diritti di proprietà) su sequenze di geni, o
la richiesta di rendere pubblica, anche da parte di Celera, la sequenza del genoma umano.
In questo quadro, stride il recente dibattito italiano sulla ricerca genetica, sugli Ogm e sulle cellule staminali.
Permeato da motivi dogmatici e religiosi, il nostro dibattito si è concentrato con virulenza su questioni astratte, come la libertà di ricerca e non affronta invece pragmaticamente i nodi di una politica per la ricerca, come le relazioni tra pubblico, privato e
regolatore, che pure sono oggetto del recentissimo Piano nazionale per la ricerca che stanzia risorse importati per il genoma. In questo contesto, una decisione di rallentare e ostacolare tout-court la ricerca genetica, in agricoltura o in medicina, se fosse mai
attuata, porterebbe sicuramente al peggiore degli esiti possibili. Da un lato bloccherebbe l'accumulo di conoscenze e di capitale umano, lasciando ad altri Paesi la ricerca; dall'altro non fermerebbe comunque gli eventuali effetti negativi di possibili
"degenerazioni tecnologiche", perché malattie e alterazioni indesiderate si propagano comunque attraverso canali estranei alla ricerca. Gli scienziati italiani hanno senz'altro ragione a sostenere l'importanza fondamentale della ricerca e chiedere più
risorse e meno sbarramenti, visto il clima di generale diffidenza verso il loro lavoro nel campo della genetica. Per questo proviamo una naturale simpatia nei confronti delle loro richieste.
A questo proposito, occorre tuttavia notare che la controversia si è eccessivamente radicalizzata, perché ciò che in gioco non è la libertà della ricerca, ma soltanto la possibilità (negata) di sperimentare gli Organismi geneticamente modificati in campo, ma non
in serra o in laboratorio. Il guaio è che ciò che è teoricamente consentito poi di fatti viene ostacolato, negando o rallentando permessi, autorizzazioni e visti burocratici.
In ogni caso, quello che stupisce nel dibattito di questi giorni è l'eccesso di polemica e la povertà dell'informazione. Per comprendere le ragioni della scienza e per varare politiche appropriate occorrono innanzitutto trasparenza e comunicazione sul lavoro degli
scienziati. E occorre evitare le guerre di religione per concentrarsi sugli aspetti concreti della politica della ricerca: fondi, brevetti, meccanismi di finanziamento, regolamentazioni. Evitando, questa volta almeno, discorsi sui massimi sistemi.
Il Sole 24Ore
13 febbraio 2001
NOI, IL DNA E I MOSCERINI
I geni dell'essere umano e quelli dei moscerini
di RENATO DULBECCO
C'È MOLTO rumore riguardo l'annuncio che il sequenziamento del genoma umano è stato finalmente completato, con il risultato che esso contiene circa 30mila geni, solo il doppio di quelli presenti nel moscerino della frutta. La sequenza del genoma umano così si
aggiunge a quelle di un buon numero di altri organismi sequenziati in precedenza. Questi risultati suscitano molto orgoglio nei ricercatori, perché un progetto così vasto e complesso è stato completato in un tempo breve, portando a conseguenze di straordinaria
importanza per tutti gli esseri viventi e specialmente l'uomo.
SI PREVEDONO grandi sviluppi in molti campi, specialmente in quello della medicina. Questo risultato, però, sembra anche aver causato sconforto in molti, che sembrano avviliti da un numero così basso di geni, mentre pensavano che ne avessimo almeno 100 mila, come
segno della nostra superiorità sugli altri esseri viventi.
Su questi punti bisogna fare due osservazioni. La prima è sulla determinazione del numero dei geni. Inevitabilmente nella descrizione attuale del genoma umano ci sono molti buchi, segmenti che, per la loro composizione, non possono essere decifrati con le tecniche
usate. Non si può dire quanti geni saranno presenti in essi, forse non molti perché i geni sono una frazione molto piccola di tutto il Dna; ma finché i buchi non saranno colmati non si potrà dire precisamente quanti geni esistono nel genoma.
In aggiunta il metodo usato per identificare i geni non ha un' accuratezza del cento per cento. Perciò il numero di cui si parla è solo un'approssimazione, e dovrà essere perfezionato col progredire ulteriore della ricerca. Però certo è una buona approssimazione.
L'altra osservazione è sul signicificato del numero dei geni per l'organismo. Paragonare la complessità di due specie usando solo tale numero può condurre a conclusioni sbagliate. Infatti il numero dei geni in una specie è solo un elemento per misurarne la
complessità; altri elementi, che possono influenzare fortemente il risultato finale, sono i metodi con cui i geni determinano la loro influenza sull' organismo.
Noi tutti sappiamo che ciò avviene attraverso le funzioni delle proteine, costruite su istruzioni contenute nei vari geni. Ma il numero delle proteine non corrisponde a quello dei geni. Infatti i geni sono costituiti da segmenti distinti che possono raggiungere il
numero di parecchie decine; una proteina può essere determinata da una parte di tali segmenti, cosicché un gene per lo più causa la formazione di parecchie proteine, che possono avere funzioni diverse. Perciò la complessità funzionale del genoma dipende dal numero
delle proteine, non dal numero dei geni. E il numero delle proteine presenti nei vari organismi non è nota.
Un altro problema è che le proteine, una volta fatte, possono essere modificate in vari modi, aumentando la complessità; quanto questo sia frequente in varie specie non lo sappiamo.
Un altro fattore di massima importanza è come i geni sono funzionalmente connessi tra di loro. Ogni gene per dar luogo alle sue proteine deve ricevere segnali da altri geni, e perciò tutti i geni sono connessi a una rete d'informazione. In questa rete un gene non ha
necessariamente un solo ruolo, per lo più ne ha parecchi, o perché influenza vari gruppi di altri geni in modo vario a seconda delle circostanze, o perché le sue proteine hanno funzioni diverse in cellule diverse dell'organismo. Il numero delle funzioni totali del
genoma è perciò molto più grande del numero dei geni, ma come differisca in specie diverse non lo sappiamo.
Infine un altro elemento importante è che i geni funzionano spesso in relazione all'ambiente che circonda l'organismo. Per esempio, nell'uomo queste interazioni determinano molte caratteristiche, specialmente nello sviluppo e funzionamento del cervello, per cui la
complessità di ogni specie è molto più grande di quella costruita solo dai geni. Di nuovo, come questo influenzi la complessità di specie diverse non lo sappiamo.
Ciò significa che la complessità funzionale dell'uomo non è necessariamente solo il doppio di quella del moscerino della frutta. Però quale sia il rapporto lo sapremo quando la ricerca ci dirà in dettaglio come si comportano i geni delle due specie ai vari livelli
di espressione. Ma certamente, avere lo stesso numero di geni non significa avere la stessa complessità funzionale.
La Repubblica
14 febbraio 2001
La sfida della nuova biologia
di Edoardo Boncinelli*
L’uomo ha manipolato e modificato da sempre gli enti di natura che lo interessavano. Ha prodotto il grano, i piselli, il pomodoro, il cane, il cavallo e la gallina. L’abilità di allevatori e coltivatori nel produrre varietà e specie animali e vegetali
sempre più rispondenti alle loro necessità impressionò Darwin stesso e gli ispirò la teoria della selezione naturale. Quello che mancava ai tempi di Darwin e che è mancato fino ai primi di questo secolo era la conoscenza dei meccanismi genetici alla base
dell’eredità dei caratteri biologici.
Con l’avvento della genetica prima e dell’ingegneria genetica poi, l’uomo è penetrato nei meccanismi dell’ereditarietà e dell’azione genica e ha potuto operare sempre più spesso a ragion veduta. Questo gli ha fornito degli strumenti che non sono
qualitativamente diversi da quelli di un tempo ma che dal punto di vista quantitativo ci appaiono di una potenza incomparabile e secondo alcuni preoccupante.
L’avvento dell’ingegneria genetica ha implicato innanzi tutto la possibilità di isolare i singoli geni, cioè gli elementi nei quali può essere scomposto il patrimonio genetico, dalla massa di tutti gli altri, che nel caso dell’uomo sono circa
centomila. Il gene che contiene le istruzioni per produrre un certo carattere biologico può così essere analizzato e caratterizzato, per poi eventualmente modificarlo e reinserirlo in una cellula o in un organismo ed osservare poi cosa succede. Tutto ciò che ne è
seguito ha condotto a grandi successi sulla strada della comprensione degli esseri viventi e a enormi progressi nelle applicazioni pratiche.
Conviene esaminare tutto ciò procedendo lungo tre direttrici principali: la produzione di conoscenze, la produzione di beni e servizi di interesse economico; la tutela e il miglioramento della salute dell’uomo. Personalmente sono interessato quasi
soltanto al primo aspetto, senza il quale fra l’altro non ci può essere nessun altro tipo di avanzamento. La possibilità di isolare un gene ha permesso di osservarlo, di determinarne la struttura nel più intimo dettaglio e di tentare di capirne la funzione,
osservandolo nella sua forma normale o nelle sue varie forme mutate.
Dopo aver compreso i rudimenti del meccanismo d’azione dei vari tipi di geni, l’uomo si è riproposto di determinare: il numero totale dei geni delle varie specie; la natura dei vari tipi di geni; il meccanismo d’azione dei vari geni; la regolazione dell’azione
dei vari geni; le eventuali interazioni fra due o più geni; le interazioni fra i vari geni e l’ambiente; la patologia associata alle mutazioni dei diversi geni. Si registrano continui progressi nella determinazione del numero e della natura dei vari geni delle
diverse specie d’interesse.
Per quanto concerne la nostra specie, ci è stato promesso che entro il 2001 conosceremo il numero esatto e la natura almeno approssimata di tutti i 100.000 geni umani. In quei centomila geni composti da tre miliardi di nucletotidi sta racchiuso il segreto della nostra
natura, almeno della nostra natura biologica. Sarà interessante vedere, tra le altre cose, che cosa effettivamente ci separa dallo scimpanzé che condivide con noi più del 99% del suo patrimonio genetico.
Il primo capitolo delle applicazioni della moderna genetica molecolare riguarda La produzione di beni e servizi di interesse economico. Con questo termine vogliamo intendere quell’insieme di applicazioni pratiche che conducono al miglioramento di piante e
di animali di interesse per l’uomo e alla loro utilizzazione a fini vecchi e nuovi. Spesso si tratta di aumentare il prodotto –più grano, più riso, più latte, più carne, più lana, più cotone, più seta- delle varie specie e/o ridurne il costo.
Distinguiamo quindi la produzione di: sostanze naturali a prezzo minore; sostanze naturali di qualità migliore; sostanze naturali rarissime; sostanze nuove; sostanze di sintesi. Per quanto concerne le sostanze naturali rarissime e quelle di nuova concezione, la
disponibilità di animali e piante (o anche batteri) capaci di sintetizzarle a comando diviene una necessità sempre più impellente e certamente una prospettiva irrinunciabile per il futuro più o meno immediato. L’era della produzione di particolari anticorpi, di
fattori di coagulazione del sangue o di nuove molecole ad azione antitumorale da parte di piante coltivabili o di animali da fattoria è già iniziata e tutto lascia pensare che questo particolare tipo di produzione diverrà una voce sempre più importante
dell’economia delle varie nazioni.
Tutto ciò può piacere e non piacere, ma avverrà. Chi non sarà pronto e non avrà perfezionato tutte le tecniche necessarie per questa produzione e per il controllo degli eventuali rischi individuali e sociali ad esse connessi si troverà in posizione di
svantaggio e ad inseguire affannosamente un mondo che comunque va. Questo non vuol dire che non ci siano rischi. La strategia più matura è quella di accettare i rischi, cercando al contempo di minimizzarli.
Non c’è dubbio però che il campo che ci sta più a cuore e nel quale sono stati fatti i progressi più esaltanti sia quello della tutela e del miglioramento della salute dell’uomo. Distinguiamo un certo numero di voci: la diagnosi di malattie
ereditarie monofattoriali, malattie multifattoriali, tumori. La prevenzione e i relativi concetti di predestinazione, predisposizione. La terapia, e più precisamente, la terapia farmacologica, i trapianti, la terapia genica. L’invecchiamento e la senescenza e in
questi, il controllo del logoramento, il controllo degli orologi biologici e della morte programmata delle cellule.
La medicina si articola da sempre sulla triade “diagnosi-prevenzione-terapia” e la medicina moderna, o come la chiama qualcuno la medicina molecolare, non fa eccezione. Abbiamo aggiunto la voce sull’invecchiamento per il suo particolare interesse e
perché forse per la prima volta l’uomo può fare qualcosa di realistico e di sensato in questa direzione. Non c’è dubbio che i più grossi successi la moderna genetica molecolare li ha riportati e li sta riportando nel campo della diagnosi e della prevenzione.
Il numero di malattie genetiche causate da un solo gene (malattie monofattoriali) di cui si conosce la natura e per le quali si possiede uno strumento diagnostico, è già notevole e in continuo aumento. Malattie ereditarie come la talassemia, la distrofia
muscolare, la fibrosi cistica o la malattia di Huntington non sono oggi più un mistero e ogni giorno si registra la caduta di un altro ostacolo verso la comprensione della nostra patologia genetica nel suo complesso. Meno reclamizzati e meno noti sono i progressi nel
campo delle malattie causate da più geni (le cosiddette malattie multifattoriali) come il diabete, la dislocazione congenita dell’anca, la poliposi del colon, la predisposizione a malattie cardio-circolatorie e alcune delle malattie psichiatriche maggiori.
E’ mia convinzione che questo sarà il campo di battaglia principale della medicina del futuro. Il motivo è semplice. Le malattie monofattoriali sono tristissime, producono sofferenze strazianti e causano inconvenienti tragici, ma sono relativamente rare.
Le malattie multifattoriali sono invece molto più diffuse e il loro impatto sociale è enorme. Il campo però nel quale personalmente mi aspetto i più grandi successi è quello della diagnosi sempre più precoce dei tumori. Con l’allungamento della vita media,
questi assumeranno un’importanza sempre maggiore, ma nessun tumore è letale e neppure nocivo se preso in tempo. Mi immagino, non so con quale fondamento, che un domani ciascuno di noi possa passare a intervalli regolari, ogni sei mesi o una volta l’anno, attraverso
una specie di metal detector che segnali la presenza di un piccolo o piccolissimo tumore in crescita in una regione del suo corpo. Le conseguenze della disponibilità di un presidio diagnostico del genere appaiono incalcolabili.
Due parole ancora sulla prevenzione. La biologia moderna ci insegna che alcune malattie sono determinate dalle mutazioni in alcuni geni. Altre invece sono solo agevolate da una o più mutazioni. E’ il concetto di predisposizione, che comincia ad
affacciarsi oggi e che dominerà la genetica medica di domani. Alcune persone nascono più predisposte di altre a certe malattie, congenite o acquisite. Predisposizione però non significa predestinazione. Su base statistica però le persone predisposte rischiano di più
e il saperlo per tempo, anche se psicologicamente sgradevole, può alleviare o prevenire le conseguenze di questa predisposizione. Anche queste opportunità comportano dei rischi. La scienza mette a disposizione dell’uomo un certo numero di conoscenze e di strumenti
pratici. Sta alla società e ai singoli farne buono o cattivo uso.
Sul fronte della terapia, ci appoggiamo ancora largamente sulla terapia farmacologica, che contempla però anche i farmaci nuovi, come abbiamo appena ricordato.
Una voce in continuo aumento è rappresentata dai trapianti d’organo. Qui si profilano all’orizzonte due grandi rivolgimenti: da una parte la possibilità di trapiantare organi di animali diversi dall’uomo (xenotrapianti); dall’altra la possibilità,
remota ma non troppo, di trapiantare organi prodotti in laboratorio a partire da alcune cellule dello stesso individuo che dovrebbe ricevere il trapianto. Se e quando ciò si realizzerà, sarà importante giocoforza, affrontare consapevolmente molte questioni di liceità
e di eticità, in un dibattito civile e informato.
La terapia genica mira a individuare all’interno di certe cellule di un organismo un gene mutato e a sostituirlo con una sua copia sana o anche semplicemente ad affiancare una copia sana a quella mutata. Per certe particolari patologie la terapia genica è
già una realtà e la sua importanza crescerà probabilmente sempre più negli anni.
Un certo numero di scoperte ci mettono in grado di comprendere per la prima volta qualcosa delle basi biologiche dell’invecchiamento. Noi invecchiamo perché i nostri componenti si logorano, come quelli di una qualsiasi macchina. Ebbene, esistono geni che
controllano questo logoramento. Ma invecchiamo anche perché possediamo alcuni geni che controllano che certi processi biologici abbiano una vita limitata e che certe cellule muoiano al momento giusto. Non è inconcepibile pensare che agendo su questi due tipi di
controllo, si possa arrivare ad un miglioramento complessivo delle condizioni di invecchiamento, fermo restando l’insegnamento di Seneca: Quam bene vivas refert, non quam diu.
Questa relazione è stata presentata nell'ambito del convegno "WWW Welles' War of the Worlds" durante la dodicesima edizione di Spoletoscienza organizzata dalla Fondazione Sigma-Tau. Spoletoscienza si concluderà il 16 luglio. Per ulteriori informazioni
potete collegarvi al sito della Fondazione Sigma-Tau
*Edoardo Boncinelli dirige il laboratorio di Biologia molecolare dello sviluppo presso l’Istituto scientifico San Raffaele e insegna all’Università Vita-Salute di Milano. Ha percorso le tappe fondamentali della sua carriera scientifica all’Istituto Internazionale
di Genetica e Biofisica del CNR di Napoli, divenendo nel tempo uno dei maggiori esperti mondiali nello studio dei geni che regolano la disposizione delle varie parti del corpo durante lo sviluppo embrionale.
E’ autore di molte ricerche pubblicate sulle principali riviste scientifiche internazionali. All’attività di ricercatore affianca quella di divulgatore. Tra i suoi libri: I nostri geni. La natura biologica dell’uomo e le frontiere della ricerca (Einaudi,
1998), Il cervello, la mente e l’anima (Mondadori, 1999), Le forme della vita. L’evoluzione e l’origine dell’uomo (Einaudi, 2000) e, insieme con Umberto Galimberti e Giovanni Maria Pace, E ora? La dimensione umana e le sfide della scienza (Einaudi, 2000).
Liberare la scienza
di Armando Massarenti
Le accuse, la manifestazione nei palazzi della politica, l’udienza dal presidente del Consiglio, Giuliano Amato. Poi un mezzo accordo: sicuramente una tregua, forse la pace. Gli scienziati, scesi in campo per denunciare l’"oscurantismo" che minerebbe il loro settore (si veda «Il Sole-24 Ore» di ieri) alla fine apprezzano quello che considerano un primo importante risultato. La sperimentazione sugli organismi geneticamente manipolati in campo aperto sarà possibile. Il ghiaccio è rotto, dicono in serata rendendo merito ad Amato e, con lui, al "nemico" numero uno, il ministro verde delle Politiche agricole, Alfonso Pecoraro Scanio. «Forse possiamo davvero integrare i diversi punti di vista», azzarda Rita Levi Montancini uscendo da Palazzo Chigi.
Una prima sperimentazione in "campo aperto" (finora era limitata ai laboratori e alle serre) sarà avviata sotto la sorveglianza di un comitato di esperti e seguendo un nuovo protocollo sulle biotecnologie sicure che dovrà conciliare la «grande prudenza» rivendicata dagli ambientalisti con l’esigenza di rivitalizzare questo e tutti gli altri settori della ricerca italiana. Il protocollo dovrà essere definito in tempi brevi (un paio di mesi al massimo, promette Pecoraro Scanio) da un apposito tavolo di lavoro, al quale parteciperanno anche i delegati degli scienziati che hanno dato vita alla protesta.
È tregua, ma la pace è tutta da costruire. Anche perché il Governo deve comunque pagare qualche stridore interno. Se infatti Pecoraro Scanio accetta nel pomeriggio quel che aveva negato perfino in mattinata in un’intervista radiofonica («nessuna sperimentazione in campo aperto») e fa rientrare prontamente le dimissioni minacciate dopo l’aperto sostegno alle tesi degli scienziati venute dalla maggioranza (oltre che dall’opposizione), i Verdi non sembrano ammorbidirsi più di tanto.
«Chiederò a Grazia Francescato se non sia il caso di lasciare l’Ulivo» tuonava nel pomeriggio, nonostante la tregua siglata, il capogruppo al Senato, Maurizio Pieroni. Convinto che l’accordo di ieri, raggiunto da una delegazione degli scienziati direttamente a Palazzo Chigi subito dopo la manifestazione tenuta da oltre mille ricercatori, non rappresenti altro che «un servile gesto ai potenti portato da ministri ed esponenti della maggioranza».
Scienza servile o scienza repressa? Un appello alla ragione, proprio nel pieno della baraonda, è venuto ieri dal Presidente della Confindustria, Antonio D’Amato. Bisogna «smettere di fare demagogia» e la ricerca sulle biotecnologie «va governata con intelligenza e attenzione, non con la caccia alle streghe pregiudiziale» avverte D’Amato. «Il nostro Paese — insiste — rimane sempre ai margini della ricerca o a causa delle polemiche o a causa della politica. Questo è successo ad ogni importante appuntamento» quando invece «non si possono pregiudicare a monte innovazioni e ricerche, con la conseguenza di tenere fuori il Paese dai processi di sviluppo, di marginalizzarlo, con il rischio di fuga dei migliori cervelli».
Con gli scienziati il Governo comincia comunque a ragionare. Dopo la prima sperimentazione sulla manipolazione genetica prevista dall’accordo di ieri si valuterà — spiega lo stesso Pecoraro Scanio — se e come proseguire su questa strada. Ma una prima base di verifica potrebbe venire già dalle valutazioni conclusive della Commissione scientifica sulle biotecnologie del ministero dell’Ambiente che €” lo ha annunciato il ministro Willer Bordon — potrebbero essere pronte fra un paio di settimane.
Gli scienziati, intanto, si attrezzano con una vigilanza "armata". Nella manifestazione di ieri mattina hanno imbastito tra l’altro un forum per la libertà di ricerca e un difensore civico per tutelare il lavoro dei ricercatori anche dal punto di vista legale. Il forum — spiega il biologo molecolare Angelo Spena, dell’Università di Verona, uno dei mille firmatari dell’"Appello Dulbecco" per la libertà di ricerca — nascerà nell’ambito dell’osservatorio bioetica promosso dalla Fondazione Einaudi. Comincerà a funzionare entro l’estate e si affaccerà sul mondo esterno con un sito Internet accessibile a tutti. «Dopo 60 anni di silenzi — avverte Spena — marcheremo stretto il prossimo Governo».
Il Sole 24Ore
15.2.2001
Affollatissima manifestazione a San Macuto. Appello ai parlamentari per la ripresa delle ricerca transgenica
Gli scienziati: "Vogliamo il difensore civico"
E dopo il convegno per la libertà di sperimentazione una delegazione ricevuta da Amato e Pecoraro
di CLAUDIA MORGOGLIONE
ROMA - Una manifestazione pubblica contro quello che definiscono "oscurantismo": per presentare un appello ai parlamentari a favore della ricerca trasngenica, "messa a repentaglio - è scritto nel documento - da alcune iniziative del ministro Alfonso Percoraro Scanio"; per chiedere l'istituzione di un forum per la libertà della ricerca; per proporre la creazione di un "difensore civico", che assista i ricercatori anche sul piano legale, in caso di controversie con l'amministrazione su contenuti e scopi della loro attività. Sono queste, le iniziative prese oggi dai circa 1.500 scienziati che hanno partecipato all'iniziativa di protesta che si è svolta a San Macuto, nella capitale; gli stessi che avevano già aderito al "manifesto Dulbecco" per la difesa del progresso scientifico, "minacciato da alcuni ambienti cattolici o ecologisti".
Il martedì della "protesta del Nobel" comincia alle 10, in una straordinaria ressa di partecipanti e giornalisti. L'apertura dei lavori, in una sala gremita e assolutamente insufficiente a contenere tutte le persone convenute, spetta a Rita Levi Montalcini, con uno slogan che sintetizza il senso dellam manifestazione: "Controlli sempre, proibizione mai". Spetta invece al biologo molecolare Angelo Spena illustrare le proposte concrete, prima fra tutte quella del difensore civico: "Una figura - spiega - particolarmente urgente, visto il clima italiano". Altra richiesta, questa più consueta: un aumento dei finanziamenti.
Ancora più duri i toni dell'appello a deputati e senatori, consegnato nel pomeriggio a Montecitorio. Nel testo, con dovizia di particolari, i ricercatori denunciano il nuovo indirizzo del ministero della Politiche agricole, volto a frenare ogni sperimentazione sui cibi transgenici. Una decisione, denuncia il documento, che "non ha nulla a che vedere con considerazioni di tipo precauzionale: l'attività di studio già rispetta norme precise e specifiche direttive europee". Insomma, secondo gli scienziati, il ministro Pecoraro Scanio ha fatto del tema "una bandiera politica". Conseguenza: "La comunità scientifica non può accettare questi attacchi intimidatori, sulla base di pregiudizi ideologici". Segue l'appello a politici e società civile, perché sostangano le ragioni della ricerca.
Alle 13, una delegazione degli organizzatori è salita a Palazzo Chigi: a riceverli, Amato e lo stesso Pecoraro Scanio. Segue l'incontro con Silvio Berlusconi: i firmatari del manifesto hanno infatti preparato anche una sorta di intervista per i due candidati premier, con domande del tipo: "qual è la posizione del governo da lei presieduto sulla ricerca agro-bio-tecnologica"? Al leader di Forza Italia, e al suo avversario Francesco Rutelli, l'ardua risposta".
La Repubblica
13 febbraio 2001
di EDOARDO BONCINELLI
Alcuni uomini politici vanno affermando che la scienza non può essere completamente libera, che anche la scienza deve avere i suoi limiti e che si deve evitare una «scienza pazza» e una scienza contro l’uomo. Anche molte persone della strada o che partecipano a convegni e dibattiti sull’argomento esprimono spesso preoccupazioni del genere. E non si tratta sempre di persone che abbiano atteggiamenti retrogradi e antistorici. Vale forse allora la pena di chiarire che la scienza ha già oggi i suoi limiti, intrinseci e estrinseci. I limiti intrinseci sono ovvi. Le ricerche devono possedere una coerenza metodologica, le conclusioni devono seguire logicamente dagli esperimenti (e non devono essere inventate) e chiunque deve essere messo in grado di ripetere gli esperimenti e di verificare se conducono o meno alle conclusioni annunciate. Questi sono i limiti interni di un’attività umana che ha la sua etica, un’etica intellettuale stringentissima ed esigentissima, quale i non scienziati non si immaginerebbero mai e che certo non si applica ad altre attività umane.
Se poi qualche individuo si avventura, più o meno consapevolmente, a infrangere queste regole, ci pensa la comunità scientifica nazionale e internazionale a riportarlo alla realtà.
La ricerca scientifica è insomma pluricontrollata e, se è tanto difficile e impegnativa, è in parte anche per questo motivo. Tanto impegnativa e tanto poco remunerativa, va detto di passaggio, che si trovano sempre meno giovani che vogliano intraprenderla. La comunità scientifica impone però anche altri limiti, diciamo così estrinseci, al ricercatore, ad ogni ricercatore. Per poter fare una ricerca occorrono dei fondi, delle attrezzature e del personale. I risultati devono poi essere pubblicati e magari brevettati. Esistono quindi altrettanti passi nei quali la ricerca da fare, come pure quella fatta, vengono analizzate e scrutinate in base a principi metodologici e di logica di ricerca, ma non solo.
Quando si fa una richiesta di fondi si devono descrivere in dettaglio le procedure sperimentali così che le loro implicazioni etiche e sociali possano venire considerate e valutate da chi eroga i fondi. Soprattutto se le ricerche interessano animali o esseri umani, ciò che si intende fare deve essere descritto nei minimi particolari e la ricerca può non essere affatto approvata. Questo la gente per lo più non lo sa e non le viene detto, ma si tratta di una realtà quotidiana per chi fa ricerca. Tutte queste procedure e queste serie di vagli se le sono imposte gli scienziati stessi.
Sono nate, va detto, proprio in quei Paesi nei quali la ricerca è più avanzata e che qualcuno in casa nostra considera Paesi senza preoccupazioni morali o decisamente immorali, come l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Là il dibattito sui limiti delle pratiche scientifiche è vivo da decenni, ha prodotto altrettanti avanzamenti quanti la ricerca stessa. Le sue conclusioni e raccomandazioni si sono poi diffuse, lentamente, agli altri Paesi, compreso il nostro. Insomma certe ricerche non si possono fare perché avrebbero implicazioni etiche e sociali considerate negative. Questo nella realtà, non in teoria.
Ma non basta. Se pure uno fosse così ricco da finanziarsi da solo, le sue ricerche dovrebbero comunque passare un’altra serie di esami, quando questi le volesse pubblicare o brevettare. Una ricerca che non porta a una pubblicazione o a un brevetto non ha alcun senso e per pubblicare i risultati di un lavoro sperimentale occorre affrontare un ulteriore vaglio, riguardante la bontà della ricerca, ma anche la sua ammissibilità etica e sociale. Anche quando si parla di libertà della ricerca non si intende quindi una libertà assoluta, qualunque cosa questo voglia dire, ma si chiede che non vengano applicati limiti aggiuntivi, in maniera unilaterale e superficiale. È chiedere troppo?
Corriere della Sera
12 febbraio 2001
Il ministro per le Politiche agricole blocca le ricerche transgeniche nei campi
Rita Montalcini attacca: «Non fermate la scienza»
di CARLA MASSI
ROMA - «Frenando la ricerca bloccate anche l’evoluzione dell’uomo». Gli scienziati puntano il dito e si scagliano contro ecologisti e cattolici accusati di ostacolare il cammino dell’umanità. L’ultima scintilla è stato lo stop alle coltivazioni transgeniche in Italia (tutte sperimentali) deciso dal ministro per le Politiche agricole Pecoraro Scanio. Con i premi Nobel Rita Levi Montalicini e Renato Dulbecco in testa gli scienziati hanno deciso di scendere in piazza, martedì a Roma, per alzare la voce contro ogni forma di "censura" al loro lavoro.
Sotto accusa i cattolici che in diverse occasioni, dalla clonazione alla fecondazione artificiale, hanno opposto resistenze etiche alle proposte degli uomini di scienza. Ma anche gli ecologisti che vengono considerati essenzialmente dei «catastrofisti». E, contro queste due posizioni "anti-scientifiche", si schiera con passione e durezza il premio Nobel Rita Levi Montalcini: «Non è possibile mettere il chiavistello al cervello e quindi alla ricerca scientifica tesa a migliorare la qualità della vita ed a debellare la malattia. E, con questa, anche il dolore fisico». La scienziata attacca chi mette in discussione l’uso delle cellule staminali, quelle neonate, non specializzate e potenzialmente in grado di svilupparsi e riprodurre qualunque tipo di tessuto dell’organismo. Quelle al centro del documento sulla clonazione varato alla fine dell’anno scorso con il "ni" dei cattolici. Contrari all’uso degli embrioni. «C’è una richiesta religiosa - commenta Rita Levi Montalcini - che chiede anche qui di sospendere ogni ricerca sull’uso e la speriemntazione delle cellule staminali, che non sono affatto persone umane. Questo divieto super cattolico non ha senso. La persona umana c’è solo quando ha acquisito la capacità di intendere e di volere. Ma per un timore tutto da dimostrare non si può arrivare a dire che bisogna fermare tutto».
Parlano Dulbecco («Sbaglia chi vuole abolire la ricerca genetica») e la Montalcini e il coro immediatamente si ingrossa. Edoardo Boncinelli, genetista di fama mondiale e uno dei 1150 studiosi che hanno firmato il manifesto che porterà in piazza gli scienziati rincara: «Non mettete il bavaglio alla ricerca e, se possibile, trovate qualche soldo in più».
La vicenda del transgenico coltivato sembra essere, per gli uomini di scienza, l’ultimo smacco al lavoro in laboratorio. Si sentono attaccati su più fronti e temono che, a forza di spingere, si restringa il campo d’azione. Il granturco modificato geneticamente è pericoloso, ripetono le Cassandre verdi. «Timori psicologici», risponde secco il premio Nobel Renato Dulbecco che, su incaritco del ministro della Sanità Veronesi, ha guidato il gruppo di lavoro sulla clonazione. E la polemica è destinata a durare.
Rita Montalcini, nel suo intervento di ieri durante un convegno della Fondazione Cesare Serono sulle frontiere terapeutiche per la sclerosi multipla (in Italia i malati sono 40mila) ha parlato delle speranze che arrivano dalla "nuova scienza", la genetica. «Anche se non si può dire quando, ci sono nuove possibilità di curare questa malattia degenerativa attraverso la sperimentazione delle cellule staminali».
Il Messaggero
Domenica 11 Febbraio 2001
Il premio Nobel in prima fila nella protesta degli scienziati
"La ricerca transgenica non deve far paura"
Parole dure contro chi la vuole bloccare: "Solo le dittature possono pensare di fermare il progresso"
ROMA (c.m.) - "Sì, l'ho detto e lo ripeto: l'atteggiamento di parte del governo, e in particolare del ministro Pecoraro Scanio, è oscurantista". Non ha peli sulla lingua, il premio Nobel Rita Levi Montalcini, non teme di arroventare un clima già caldo. E così si schiera, ancora una volta, in prima fila, nella battaglia degli scienziati italiani a favore di "tutta" la ricerca, compresa quella sugli alimenti transgenici, e contro la fuga di cervelli che rischia, a suo giudizio, di diventare emorragia.
Dottoressa Levi Montalcini, voi siete contro il controllo della scienza da parte della politica. E allora chi deve stabilirne i limiti?
"Semplice, c'è solo una categoria che possa stabilire i limiti alla scienza: gli scienziati. Che non sono affatto delle persone irresponsabili. Anzi. E naturalmente tenendo l'opinione pubblica costantemente informata".
Ma allora perché in molti casi, all'opinione pubblica, la scienza fa paura?
"La scienza intimorisce solo chi non la conosce. Colpa anche delle distorsioni dei mass media. Ma in realtà la scienza è l'unica cosa che distingue l'homo sapiens dal resto delle creature viventi. Va coltivata, non certo bloccata".
Insomma, per lei è una questione di libertà...
"Sì. E oggi più che mai questa libertà non può essere messa in discussione, in gioco c'è il futuro stesso dell'umanità. Solo i regimi dittatoriali, di destra e di sinistra, hanno negato questa libertà, con gli esiti tragici che noi tutti conosciamo".
La vostra battaglia non è solo su principi generali, in gioco ci sono molti interessi, come nel caso degli alimenti transgenici.
"Nessuno studio o sperimentazione ha mai dimostrato che i cibi transgenici siano nocivi, anzi finora si è dimostrato il contrario. E comunque io sono d'accordo con quanto già dichiarato dal ministro Veronesi: non si può non uscire di casa per il timore che un'automobile ci investa. E' un atteggiamento pericoloso e senza senso".
La Repubblica
13 febbraio 2001
Cinque anni per un finanziamento, 500 miliardi inutilizzati: così si uccide la sperimentazione
Dalla bioelettronica alle biotecnologie: i «sistemi innovativi» diventano obsoleti
ROMA - La stessa amministrazione pubblica, per giustificare i ritardi, ammette che le procedure con cui lo Stato finanzia la ricerca scientifica sono «storicamente lunghe, pesanti e farraginose». La magistratura contabile aggiunge che in alcuni casi non rispondono ai principi della trasparenza amministrativa. Che solo parte dei progetti viene conclusa nei tempi previsti dalla legge. Che occorrono anche cinque anni dal momento del decreto ministeriale che fissa criteri e indirizzi dei programmi e il giorno della firma del contratto con l’impresa che beneficerà dei fondi. E che in questo modo, alla fine, «si vanifica quell’esigenza di competitività e di sviluppo industriale cui sono finalizzate le risorse pubbliche in materia di ricerca applicata».Mentre due opposte concezioni della ricerca scientifica polemizzano a distanza, lo stato del settore emerge impietosamente dalla prima relazione della Corte dei conti sul tema, presentata in Parlamento solo alcuni giorni fa. L’innovazione che si insegue con risorse pubbliche riguarda settori di frontiera, dalla bioelettronica alle biotecnologie avanzate, ma i tempi di finanziamento degli investimenti hanno ancora i ritmi della burocrazia più estenuante. La sezione controllo della magistratura contabile ha passato in rassegna l’ultimo decennio di gestione dei fondi statali e tracciato un quadro che rende poco onore all’efficacia dell’opera del ministero della Ricerca Scientifica. Oltre 500 miliardi sono rimasti inutilizzati. Mentre appena due anni fa risultavano impegnati e ancora non spesi circa 2000 miliardi, anche per programmi definiti anteriormente al 1994: «E da allora ad oggi non è cambiato molto», afferma il consigliere Gennaro Saccone, relatore dell’indagine.
Alcuni esempi aiutano a capire. Oggetto: il finanziamento di sistemi di produzione innovativi. Il decreto ministeriale viene firmato a novembre del 1994, i partecipanti al progetto vengono scelti a maggio del 1996, l’affidamento delle ricerca avviene a settembre del 1998, la stipula del contratto con le aziende è di giugno 1999. Oggi quella ricerca è ancora in corso, si concluderà fra due anni, i risultati di un programma finanziato con denaro pubblico vedranno la luce quando quei «sistemi innovativi», probabilmente, saranno già obsoleti.
Non va meglio per i programmi nazionali di ricerca approvati nel corso del 1996. Alle fine del 1999 - sottolinea la Corte - non solo manca «la stipula del contratto per numerose tematiche dei singoli progetti, ma per talune di esse manca anche l’individuazione del soggetto cui affidare la ricerca».
In particolare per il programma agroalimentare, alla data del 30 aprile del 2000, «nessun contratto risulta ancora stipulato».
Più di una le distorsioni prodotte dai ritardi. In molti casi la ricerca da parte delle aziende più ricche è iniziata ancora prima della delibera ministeriale: «In questo modo - scrive la Corte - il contributo è divenuto un pagamento a saldo, anziché un’erogazione progressiva in relazione alla verifica della gradualità dello sviluppo della ricerca. Le aziende con minori risorse finanziarie sono invece «costrette a rimandare l’avvio della ricerca al momento della stipula del contratto» con l’amministrazione.
Si è speso quasi sempre molto meno di quanto si poteva. Soprattutto nel settore dei progetti di ricerca di importo superiore ai dieci miliardi. Nel 1998 erano disponibili quasi duemila miliardi, ne sono stati impegnati solo 266. Appena un anno prima erano pronti 1589 miliardi, ma solo 513 sono stati destinati. Spiega la stessa amministrazione pubblica: «Negli ultimi anni il panorama si è caratterizzato per una assoluta predominanza di imprese piccole e medie. Attualmente il 90% delle imprese non raggiunge i 50 dipendenti. Appare evidente, quindi, come tali imprese possano difficilmente impegnarsi in investimenti in ricerca in progetti di importo superiore ai 10 miliardi». Appare meno evidente come solo un anno fa sia stato modificata la norma dei 10 miliardi, che per molto tempo ha strangolato la voglia di innovazione di centinaia di aziende.
Marco Galluzzo
Corriere della Sera
14 febbraio 2001