Una paura che viene da lontano
di Georges Ripka

La conoscenza è pericolosa, come hanno potuto constatare Adamo ed Eva quando assaggiarono il frutto dell'Albero della Conoscenza… Quante più cose sappiamo, tanto più potere conferiamo ai nostri figli, nel bene e nel male, e tanta più responsabilità abbiamo di avvertirli in tempo delle catastrofi.

(Freeman Dyson, 1997)

La paura del nucleare e delle manipolazioni genetiche è una realtà che oggi nessuno negherebbe. Ma sarebbe un'illusione pericolosa pensare che la paura e la diffidenza verso la scienza siano una novità. Gli scritti e l'iconografia testimoniano il contrario. Le forme stesse che oggi brandiscono i nemici della scienza, e la dialettica a cui dà luogo il confronto, sono quelle che abbiamo ereditato dal passato, quando i problemi si ponevano a volte in altri termini, ma le reazioni e la percezione dei pericoli erano istintive e dunque le stesse. Questi scritti e questa iconografia ci impregnano fin dalla più tenera età. L'immagine è essenzialmente ambigua. Affascina e spaventa allo stesso tempo. E non va mai dimenticato che impregna alla stessa maniera anche i bambini che ancora non sanno che un giorno diventeranno scienziati. Sulla base dello sviluppo delle scienze della natura distinguiamo tre periodi. Nel primo, la scienza ha scarsa presa sulla natura, confondendosi volentieri con un'attività dello spirito e con la filosofia. È un periodo che rivela di più le motivazione dello scienziato che non le sue realizzazioni; dove si esibiscono desideri più di quanto non si acquisiscano mezzi tecnici; e dove lo scienziato è tentato di sostituirsi alla potenza divina, di cui riconosce la superiorità. A questo periodo - in cui sono le rappresaglie divine a suscitare la paura - associamo sia l'alchimia sia il mito del Golem e quello di Faust. Nel secondo periodo, che coincide all'incirca con i secoli XVIII e XIX, gli scienziati ampliano il loro potere, acquisendo un controllo più tangibile della natura e dell'ambiente. Del resto questo è anche il periodo in cui la scienza promette di accrescere il benessere dell'uomo sfruttando e colonizzando la natura a suo profitto. Il successo delle opere di Jules Verne, per esempio, mostra come il pubblico sia partecipe di questa infatuazione, pur apprezzando le riserve che i vari autori non mancano di esprimere. Ma si avverte già il pericolo degli eccessi, e la paura genera personaggi mitici come Frankenstein, il dottor Moreau, così come dottor Jekyll e mister Hyde. Nel terzo periodo, che si colloca essenzialmente nel XX secolo, la scienza acquista un potere che sorprende e spaventa. Il ruolo e la responsabilità dello scienziato sono messi in discussione, soprattutto nelle opere di H.G. Wells, Aldous Huxley, Friedrich Dürrenmatt e Bertold Brecht. La fantascienza gioca un ruolo crescente nell'esprimere l'angoscia riguardo al futuro che può riservarci una scienza fuori di ogni controllo.

Il potere occulto degli alchimisti

L'alchimia non ci ha insegnato a trasformare le sostanze in oro. Ma questo fallimento non le ha impedito di trasmetterci una molteplicità di concetti e immagini che noi associamo, giustamente, alla scienza e agli scienziati. "La formidabile ricchezza dell'alchimia, la forza delle sue metafore e delle sue analogie si ripercuote ancora se non nelle nostre idee sul nostro linguaggio". Oggi lo scienziato è mosso da motivazioni vicine a quelle degli alchimisti. Dopo tutto, vogliamo forse negare che l'alchimista non fu un vero precursore dello scienziato attuale? Non era già uno sperimentatore di professione? All'epoca il suo lavoro era circondato da mistero, segreto e sospetto. Non sfidava egli il potere divino? Era inevitabile che l'alchimia scoprisse qualche segreto della materia, perché molto spesso è sufficiente riflettere su una questione per svelarne il mistero. È agli alchimisti che dobbiamo la nozione di trasmutazione, ancora portatrice di una carica onirica. Per tutta la vita Newton non smise mai di studiare l'alchimia. Egli scrisse, in privato, che la trasmutazione della materia in oro sarebbe potuta essere "una cosa più nobile, da non divulgare senza far correre un immenso pericolo al mondo". Il chimico Berthelot trascorse molte ore nel suo laboratorio a spulciare antichi manoscritti e a scrivere una storia dell'alchimia in più volumi. La trasmutazione affascina ancora molto, checché se ne pensi. Nel 1901 Soddy e Rutherford studiavano la radioattività in un laboratorio di Cambridge. Già comprendevano che la radioattività segnalava una modificazione fondamentale della materia. A ogni emissione di radiazione un atomo si trasformava in un atomo differente. Il torio radioattivo si trasformava progressivamente in radio. Soddy racconta la scena che ebbe luogo quando compresero veramente ciò che succedeva: "Ero preso da qualcosa più grande della gioia - non so come dire, una specie di esaltazione". E quando esclamò: "Rutherford! È la trasmutazione!", Rutherford gli rispose brutalmente: "Dio santo, non parlare di trasmutazione! Ci prenderanno per alchimisti e ci taglieranno la testa!". Ma qualche istante dopo Rutherford percorreva il laboratorio ballando e strombazzando l'inno Onward Christian Soldiers!". Fin dai primi momenti, la trasmutazione degli elementi acquisì, nella mente degli stessi scopritori, l'alone torbido che circondava gli alchimisti. Non a caso Rutherford intitolò il suo libro di divulgazione The Newer Alchemy, la nuova alchimia. Un anno più tardi, a Parigi, Pierre Curie dimostrava che la radioattività emetteva più energia, per atomo, di ogni processo fino ad allora conosciuto. Gli scienziati ipotizzavano da tempo l'esistenza di una riserva illimitata di energia nell'universo, ma pochi l'immaginavano così potente… Oggi noi cerchiamo il modo di trasmutare i rifiuti nucleari che restano radioattivi troppo a lungo. Perché avere scelto, tra le tante altre possibilità, la trasmutazione della materia in oro? Il cinico affermerà che era un modo senza pari di assicurarsi il sostegno e la protezione del re. L'alchimista protesta. Di solito adduce una motivazione più nobile. La teoria dell'alchimia occidentale poggia sulla possibilità della materia, secondo Aristotele, di trasformarsi in terra, acqua, aria, fuoco. Aristotele inoltre, essendo più biologo che fisico, insegna che la natura evolve sempre verso uno stato di maggiore perfezione. E poiché l'oro è lo stato più perfetto e più nobile della materia, la trasmutazione della materia in oro non è forse un modo di dare una spintarella alla natura per raggiungere il suo scopo? Comunque sia, l'oro offre un potere al quale l'alchimista non può restare insensibile e che è poco incline a condividere. Come gli astrologi, che scrutano il cielo persuasi di scoprirvi una lettura del futuro, gli alchimisti indagano l'intimità della materia convinti di trovarvi la loro fortuna e la pietra filosofale. A partire dal Rinascimento, tuttavia, la ricerca dell'oro era diventata solo una delle loro tante attività. Per esempio, Paracelso (Theophrastus Bombastus von Hohenheim) ricercava le forze latenti della natura e fu il primo a chiamare chimica i trattamenti che infliggeva ai propri pazienti. Gli obiettivi si diversificano: eterna giovinezza, moto perpetuo e creazione della vita sotto forma di omuncolo. "A prima vista questi altri obiettivi sembrano di natura più filosofica che materiale, ma promettono una serie di poteri - sugli uomini, sulla morte e sulle leggi della natura". Fin dall'inizio le scienze sono nate per il desiderio di soddisfare un istinto di potere. Solo i modi di fare sono cambiati. La motivazione, istintiva, è rimasta la stessa. La prudenza consigliava agli alchimisti di mantenere il segreto sui loro lavori. A buon ragione il cinico potrebbe leggere in questo una prova che essi erano convinti di riuscire nei loro scopi. Il segreto permetteva loro di eseguire esperimenti occulti che rischiavano di essere apparentati alla stregoneria, sospetto molto rischioso all'epoca. Allo stesso tempo il segreto alimentava la paura e la diffidenza del "pubblico". Il pubblico era il re, il clero, la corte e altri signori che detenevano un potere politico con cui lo scienziato non poteva misurarsi né a cui poteva sottrarsi. Ma il segreto di cui lo scienziato si circonda ha radici negli strati più profondi della mente. Come chiunque, egli è restio a condividere il suo sapere. Usa volentieri un linguaggio esoterico. Gli ripugna condividere il potere di cui si crede dotato in virtù del suo sapere. La storia delle scienze è piena di esempi di scienziati che pubblicano i loro risultati anni e anni dopo la loro scoperta - a patto di non farsene sottrarre la paternità. La paura dell'alchimia avrebbe presto preso una forma più precisa. Quando i cristiani cacciarono i mori dall'Europa, tradussero in latino i loro testi alchemici, che ben presto si diffusero e vennero associati alla magia nera, ovvero l'eresia. "… il corpo alchemico fu tradotto in latino, verso la metà del XII secolo, da studiosi cristiani divisi tra il nobile desiderio di meglio combattere gli infedeli e la curiosità divorante per il loro sapere". Gli alchimisti, su cui gravava la reputazione di avere stretto un patto con il diavolo, erano temuti. A partire dal 1380 Carlo V proclamò l'alchimia illegale nel regno di Francia. Più tardi, a cavallo dei secoli XVI e XVII, a Praga Rodolfo II diede il suo sostegno all'alchimia e la città divenne ricettacolo di scienziati e intellettuali di ogni parte d'Europa, tra cui Keplero, che arrotondava lo stipendio fornendo a Rodolfo alcune delle sue previsioni astrologiche. Bisogna spiegare le ragioni che ancora ci fanno credere di più nell'alchimia anziché l'astrologia?

Lo scienziato nella letteratura

"Alcuni (scrittori) hanno fornito alla civiltà occidentale dei miti duraturi che le permettono di esplorare ed esprimere le paure, profonde e spesso irrazionali, inconsce e inarticolate, che la società nutre verso la scienza e la tecnologia. Gli archetipi incarnati da Faust, Frankestein, Jekyll/Hyde, Il viaggiatore nel tempo, Il dottor Moreau e L'uomo invisibile hanno permesso la costruzione di miti culturali che ogni generazione può a sua volta decostruire secondo la propria situazione… Ma se i dettagli cambiano, le paure fondamentali restano: paure profonde del nuovo, di una perdita delle nostre radici emozionali e perfino dell'estinzione della razza umana; paure del culto di massa della tecnologia, accompagnata com'è da un potere immenso e da questioni irrisolte relative al suo controllo". Si esprime così Roslynn D. Haynes, in un libro molto rivelatore sull'immagine della scienza quale emerge attraverso le pagine della letteratura (From Faust to Strangelove, 1994). L'autrice porta uno sguardo femminile su un'attività tipicamente maschile come la scienza. È pienamente consapevole della posta in gioco del suo lavoro: "La letteratura non offre solo uno specchio della natura, per esprimere con più eloquenza ciò che è già ben conosciuto e compreso; permette di esplorare ciò che è percepito solo molto indistintamente o per niente, le inquietudini sovversive che non possono essere espresse direttamente perché sfidano troppo i costumi e i tabù della società". La letteratura offre, di fatto, uno strumento meraviglioso per capire il modo in cui la scienza è percepita nel mondo esterno, dai non-scienziati. Lo studio della letteratura è più istruttivo di quanto lo sarebbe un qualunque sondaggio sulle paure che ispirano le scienze. Lo scrittore si esprime meglio dell'uomo interrogato per strada. Il successo di un'opera è una misura della risonanza che essa provoca nell'animo del lettore, che può riconoscervi le proprie preoccupazioni. L'opera introduce nella mente del lettore le forme di cui più tardi egli si servirà per esprimersi. La persona che abbia letto o visto Frankenstein o Dottor Stranamore non è più la stessa persona. Questi mostri abiteranno la sua mente per tutta la vita. Molte opere ci ricordano che un dibattito moderno spesso è solo una traduzione, a volte perfino una ripetizione, di dibattiti già svoltisi a più riprese nel corso dei secoli. Come stupirsi, allora, quando ci si rende conto che il dibattito oppone due istinti antichi come il mondo: quello dello scienziato che cerca di dominare l'universo, e quello che spinge gli altri a credere che non c'è riuscito troppo bene. Nella maggior parte delle narrazioni lo scienziato appare come un essere pericoloso per la società, un apprendista stregone la cui opera si rivolge contro di lui e finisce per minacciare tutti. Bisogna relativizzare? Lo scrittore sa perfettamente che uno scienziato malefico suscita più interesse di uno scienziato virtuoso. Davanti a un quadro sul giudizio universale, si passa infinitamente più tempo a esaminare l'inferno che non il paradiso. Questo fascino del male è universale - salutare nella misura in cui è suscitato dall'istinto della paura - e agisce sullo scienziato tanto quanto sugli altri.

Il Golem e Faust

Il Golem, già presente nella letteratura talmudica, diventa una creatura spaventevole nel XVI secolo, quando esce a Praga la leggenda del rabbino Judah Löw ben Bezulel, che avrebbe creato il Golem a partire da una statua di argilla, dando vita a un mostro. Questa leggenda alimenta la letteratura e i film all'inizio del XX secolo e funge da modello per i mostri che sarebbero poi apparsi nei film dell'orrore americani. Più umano, il dottor George Faust, nato verso il 1480, forse nella città tedesca di Knittlingen, rinasce nelle opere del secolo successivo. Al pari di Don Giovanni, egli incarna il cedimento a una tentazione comune, emergente dal profondo dalla nostra psiche, ma portata all'eccesso e quindi punita da Dio. Mosso da una curiosità insaziabile, Faust vende l'anima al demonio per acquistare un sapere superiore. Dopo Spiess, nel 1587, il tema è ripreso nel 1604 nel dramma di Christopher Marlowe La tragica storia del dottor Faust, dove Faust è combattuto tra il desiderio - tipico del Rinascimento - di trascendere i limiti dell'intelletto umano, e la certezza - piuttosto medioevale - che questo stesso desiderio lo porterà alla perdizione. Faust suscita il medesimo fascino e timore degli alchimisti. Incarna il pericolo morale di un'aspirazione e presunzione intellettuale eccessive. Faust ha una tale risonanza nel pubblico che appartiene ormai al folklore. Nel XIX secolo la sua leggenda è diffusa in Boemia dagli spettacoli di marionette. Il Faust di Goethe (1805 e 1832), nutrito del romanticismo tedesco, che se ne nutrirà a sua volta, si allontana dalla scienza e si avvicina alla magia e all'alchimia per meglio fondersi con i segreti della natura. L'opera è ancora venerata dai teosofi della valle del Reno, che gli hanno dedicato un tempio a Basilea, chiamato Goetheanum. Il Faust di Goethe è meno interessato a sapere di più che a essere di più (Haynes, 1994).

Lo scienziato folle: Frankenstein, dottor Jekyll e mister Hyde, il professor Moriarty e altri

Si conoscono le tendenze antiscientifiche della letteratura romantica del XIX secolo. Si prenda il poeta inglese Wordsworth: "Our meddling intellect, Misshapes the beauteous form of things, We murder to dissect". Oppure Shelley (la cui moglie scrisse Frankenstein): "The cultivation of those sciences which have enlarged the limits of the empire of man over the external world has, for want of the poetic faculty, proportionally circumscribed those of the internal world; a man, having enslaved the elements, remains himself a slave". È nel desiderio di fondersi con la natura che s'inscrive la polemica dei romantici verso la scienza. Ogni esperimento e ogni manipolazione condotti in laboratorio sono visti come un'aggressione, un intervento chirurgico su di sé. Il romantico rifiuta di distinguere tra l'osservatore e l'oggetto osservato. L'oggettività di questo è ripudiata. I diritti della natura si confondono con i diritti dell'uomo. Non c'è nessun bisogno di enunciarli, appartengono alle nostre convinzioni intime. A volte gli odierni ecologisti ripetono questi stessi temi. Le scienze del vivente sono le più prese di mira. Mary Shelley aveva solo diciott'anni quando scrisse Frankenstein, pubblicato due anni più tardi, nel 1818. Il suo eroe, Frankenstein, è un nobile scienziato, idealista e appassionato, che come tanti altri cerca di svelare i misteri della natura. Più che il fascino del sapere lo attrae il potere che questo sapere promette. Si penserebbe di ascoltare il Faust di Goethe quando egli dichiara: "Aprirò una nuova via, esplorerò forze sconosciute e rivelerò al mondo i misteri più profondi della creazione". Frankenstein concepisce però il suo mostro con le idee riduzioniste e razionaliste del XVIII secolo, condannate dai romantici. Le suture ancora visibili sul mostro (nella versione filmata) ricordano tragicamente che Frankenstein lavorava con l'idea che un sistema s'identificasse nella somma delle sue parti. Ma il mostro è più di questo. Mary Shelley imbastisce la sua storia con acume e una conoscenza profonda dell'animo umano. Il mostro uccide il giovane fratello di Frankenstein, così come la fidanzata e l'amico Clerval. Lo scienziato viene così liberato da tutti quelli che cercavano di sviarlo dalle sue ossessioni. La fidanzata in particolare, a cui i suoi esperimenti facevano concorrenza, perché lei gli proponeva una maniera molto più semplice, per non dire più piacevole, di concepire una progenie. Frankenstein protesta e afferma di non aver potuto prevedere le catastrofi da lui provocate. Il testo di Mary Shelley respinge l'affermazione e la giudica socialmente inaccettabile. Gli scienziati non devono ignorare le conseguenze dei loro atti. La Haynes riconosce la profonda acutezza psicologica di Mary Shelley. La scrittrice inglese illustra mirabilmente il modo in cui "la scienza e la tecnologia sono capaci, dietro una maschera di razionalità, di concretizzare dei desideri interiori e, come il mostro, anche di far sorgere pensieri inconfessati dal subconscio del creatore… Sarà necessario aspettare alcuni dei mostri del XX secolo - psicanalisi, energia nucleare, fecondazione in vitro e ingegneria genetica - per chiarire il senso profondo di Frankenstein". Frankenstein venne adattato per il cinema nel 1931, nell'indimenticabile interpretazione di Boris Karloff, e divenne un grande classico. In seguito ci sono state altre riduzioni cinematografiche, tra cui La moglie di Frankenstein (1935), Il figlio di Frankenstein (1939) e La maschera di Frankenstein (1957). In questo XIX secolo, già lontano, ritroviamo molti dei timori che ci sembrano giustificati riguardo alla scienza contemporanea. Ci sentiamo di nuovo solidali alla natura, oggi come non mai minacciata. Ci apprestiamo a vivere una nuova era romantica? Man mano che la scienza accresce il potere dell'uomo sulla natura, il tema dello scienziato folle ricorre sempre di più in letteratura. Nel 1886 Robert Louis Stevenson trasforma chimicamente il dottor Jekyll in mister Hyde, e non è una coincidenza se il dottor Jekyll è uno scienziato. Il potere - per quanto malefico, e forse proprio per questo - esercita un fascino contagioso. Il professor Moriarty, per esempio, questo scienziato folle e malefico, diventa un eroe per Sherlock Holmes: ""È il Napoleone del crimine, mio caro Watson… È un genio, un filosofo, un pensatore astratto. Un cervello di prim'ordine"… Dovevo ammettere che mi trovavo finalmente davanti a un nemico che era intellettualmente mio pari. L'orrore dei suoi crimini era occultato dall'ammirazione che provavo per i suoi talenti". In Armageddon (1898), il romanziere Stanley Waterloo immagina una Pax Americana difesa da uno scienziato statunitense che lavora con accanimento al perfezionamento di una macchina infernale, dotata di un potere di distruzione senza precedenti. Così, ancor prima dell'avvento del XX secolo, l'autore offriva un'enunciazione lucida di quell'equilibrio del terrore che cinquant'anni più tardi sarebbe stato il leitmotiv della Guerra fredda: "Per raggiungere la pace mondiale e controllare le nazioni bisogna ammassare un potere di distruzione che non possa essere messo in dubbio. Costruiremo allora le nostre macchine di distruzione facendo appello a tutto ciò che la scienza può scoprire e realizzare… Quando la guerra significherà la morte certa di tutti, o della grande maggioranza di quelli che vi partecipano, allora ci sarà la pace". Sembra di ascoltare il fisico Edward Teller, che sarebbe nato solo dieci anni più tardi. Oppure Winston Churchill, che nel 1955 dichiarava, alla Camera dei Comuni, che entro dieci anni Stati Uniti e Unione Sovietica avrebbero potuto garantire la distruzione totale di qualunque nemico. Una situazione considerata come stabile e perfino desiderabile. In uno dei suoi ultimi aforismi Churchill prevedeva: "il terrore partorirà una solida sicurezza e la sopravvivenza sarà sorella gemella dell'annichilimento".



Jules Verne, i robot e Asimov

Nel XIX secolo la scienza - soprattutto la chimica - conosce un grande sviluppo in Francia, Germania e Gran Bretagna. E dal momento in cui le sue scoperte cominciano a portare dei frutti, gli scienziati dei romanzi della seconda metà del XIX secolo ridiventano degli eroi. "Il loro diritto di dominare la natura, l'universo o qualunque società indigena incontrino non è messo in discussione, non più di quanto lo siano i regimi imperialisti di cui erano i campioni scientifici o letterari… Il potere della tecnologia era considerato moralmente giusto, quasi per definizione. In questa clima, il progresso era considerato un bene supremo". Nessuno ha espresso questo ottimismo meglio di Jules Verne (1828-1905), con opere come I viaggi straordinari, Cinque settimane in pallone (1863), Viaggio al centro della Terra (1864), Dalla Terra alla Luna (1865), Ventimila leghe sotto i mari (1870), L'isola misteriosa (1874). L'enorme successo dei suoi romanzi rispetto ai contemporanei indica fino a che punto la sua opera rifletta l'allora atteggiamento del pubblico verso la scienza. L'ottimismo di Jules Verne è sfumato. Come il dottor Moreau, il capitano Nemo fugge con il suo Nautilus un mondo che lo delude. Alla fine della sua vita Jules Verne cambia tono. In L'isola galleggiante (1895) e I padroni del mondo (1904) individua i pericoli potenziali di un uso ossessivo della tecnologia. Riconosce la tentazione irresistibile di abusare del potere acquisito dalla scienza. Nei suoi ultimi racconti - Il castello dei Carpazi o Il segreto di Wilhem Storitz - gli scienziati fanno paura. Diventano pazzi o vengono manipolati. Nel 1921 Karel Kapek introduce un nuovo mito: i robot. In R.U.R. (Rossum's Universal Robots) i robot sono degli androidi fatti di protoplasma, anziché strutture metalliche. Dovevano alleggerire l'uomo dai suoi fardelli e permettergli di godere di piaceri illimitati. Rossum, l'inventore del robot, si avvicina a Frankenstein e al dottor Moreau. Vuole usurpare il potere divino. Vuole essere un sostituto scientifico di Dio. Finisce per essere ucciso dalla sua creatura, dopo aver creduto che la ragione scientifica avesse il potere di creare ogni cosa. Il robot diventa una spada di Damocle, offerta dall'informatica e dall'intelligenza artificiale. Un mostro nato dalla nostra stessa intelligenza, che minaccia di sostituirci e distruggerci. I due romanzi di Arthur C. Clarke Odissea (1968) e 2010: Odissea due (1983) descrivono una rivolta del computer. Versione moderna di R.U.R. di Capek. Isaac Asimov offre al contrario un'immagine promettente e liberatrice della scienza e dei robot: la tecnologia deve "alleggerire l'uomo dei compiti faticosi, ripetitivi e degradanti, riservandogli il pensiero creativo in tutti i campi, dall'arte e la letteratura fino alla scienza e l'etica". I robot di Asimov non distruggono i loro creatori come quelli di Capek. Sono concepiti per obbedire alle "tre leggi della robotica". Sono degli eroi che servono gli esseri umani senza condividerne le debolezze. È anche il caso di R2D2 del film Guerre stellari. Sono animali domestici perfezionati. Sono più perfetti degli uomini, ma non hanno anima. Gli uomini finiscono per amare questi servitori incondizionatamente devoti. I robot appaiono futuristi solo nella misura in cui ce ne facciamo un'immagine troppo antropomorfa. In realtà viviamo da tempo in mezzo ad essi. L'automobile è un robot, molto meglio adattato ai bisogni degli uomini di quanto non lo fosse il cavallo. Asimov aveva ragione nel prevedere l'amore degli uomini per i robot. L'uomo ha spesso più amore per la sua automobile di quanto non ne avesse per il suo cavallo. E i computer attuali suscitano amori simili.



La scienza invadente: H.G.Wells e Aldous Huxley

All'inizio del XX secolo la scienza dota l'uomo di un potere sulla natura che può sembrare eccessivo e che rischia di nuocere alla società e alla natura stessa. A partire da questo momento la letteratura scruta non solo le motivazioni dello scienziato ma anche il suo ruolo nella società. La narrativa evoca scenari in cui la società è interamente plasmata da una scienza onnipotente. La fantascienza ne diventa la modalità d'espressione privilegiata. La critica più forte, influente, ambigua e sfumata dello scienziato e della sua scienza esce dalla penna di Herbert George Wells (1866-1946). Prima di diventare scrittore H.G. Wells studia biologia alla Normal School of Science di South Kensington, a Londra, sotto la direzione del biologo T.H. Huxley. La sua opera ha ripercussioni considerevoli e la sua valutazione della scienza è complessa e soggetta ad evoluzione. Il romanzo La liberazione del mondo (1914) influenzerà Léo Szilard, lo scopritore della reazione a catena che è all'origine dell'energia nucleare. La macchina del tempo (1895) proietta l'eroe nell'anno 802701. Due popoli abitano la bella Inghilterra. Uno, gli Eloi, conduce felice una vita vegetariana e alla luce del sole. L'altro, i Morlock, una brutta popolazione che vive nel sottosuolo, dedita alla tecnologia e che governa tutto, adesca e cattura Eloi innocenti, un po' alla maniera degli industriali dell'epoca vittoriana che s'impadronivano dei loro lavoratori per seppellirli in fabbriche dove non vedevano più la luce del giorno. Tuttavia il nostro simpatico viaggiatore nel tempo continua a fidarsi del suo ragionamento, che pure lo conduce sempre più spesso alla catastrofe. E sebbene sia diventato pessimista sull'evoluzione della società, l'eroe s'imbarca per un altro viaggio, come non avesse visto niente. Con La guerra dei mondi (1898) H.G. Wells lancia la moda delle invasioni, soprattutto marziane. Gli scienziati devono inventare macchine fantastiche per sconfiggere i malvagi colonizzatori venuti dallo spazio. Salvando il mondo gli rendono una pace acquisita attraverso il potere della scienza. In Utopia (1908) l'autore mette la scienza su un piedistallo e, sprezzante, dichiara: "Il messaggio che le scienze fisiche rivolgono al mondo è chiaramente il seguente: se le nostre istituzioni politiche, sociali e morali fossero così ben adattate ai loro scopi quanto lo sono una macchina linotype, una fabbrica di antisettici o una tranvia elettrica, il mondo non avrebbe praticamente più bisogno del lavoro; esigerebbe solo un minimo di quella sofferenza, di quella paura e di quell'ansia che tolgono valore alla vita umana… La scienza si presenta come un servitore troppo competente davanti a padroni litigiosi e arretrati, offrendogli risorse, macchine e rimedi che essi sono troppo stupidi per poterli utilizzare". Queste parole fanno paura. Un altro romanziere, Aldous Huxley (1894-1963), nipote del biologo T.H. Huxley e fratello del famoso biologo Julian Huxley, ha intrattenuto per tutta la vita rapporti nostalgici e ambigui con la scienza. "Anche se potessi essere Shakespeare, credo che sceglierei di essere Faraday" dichiarava. Verso la fine della sua vita, e contrariamente a Jules Verne, espresse fiducia nella scienza come mezzo per risolvere i problemi ecologici, in Isola (1962). Ma nel 1926, in Jesting Pilate, scriveva: "Se gli uomini hanno dubitato dell'esistenza reale dei valori, è perché non hanno riposto fiducia nelle loro convinzioni immediate e intuitive. Hanno preteso una prova intellettuale, logica e "scientifica" della loro esistenza… quando cominciate a ragionare a partire dai postulati del materialismo scientifico, questa non può essere trovata. In realtà ogni ragionamento che prenda questi postulati come punto di partenza conduce inevitabilmente a un rifiuto dell'esistenza reale di questi valori". In Brave New World (1932), che si avvicina a 1984 di George Orwell (scritto nel 1939), Huxley esprime con forza una visione molto pessimista. Denuncia le utopie di H.G. Wells e reagisce contro il condizionamento psicologico, che assimila a uno degli aspetti più sinistri della ricerca scientifica - ancora più distruttivi delle energie liberate dalle scienze fisiche o delle pretese dei biologi che promettono una vita eterna. È l'epoca delle purghe staliniane, le cui vittime, sapientemente condizionate, confessavano i crimini che i giudici gli attribuivano. Come H.G. Wells, Aldous Huxley associa il razionalismo scientifico ai regimi totalitari. Lo scienziato è un prodotto disumanizzato del sistema totalitario. In famiglia Aldous Huxley ebbe ampiamente occasione di osservare gli scienziati al lavoro. Egli li considera tanto più pericolosi quanto più la società li vede come esseri normali e li copre di onori, mentre in realtà essi seminano nel loro ambiente miseria, degrado e morte. È il loro riduzionismo metodico che li rende disumani. In Il genio e la dea (1955) descrive così lo scienziato Henry Maartens: "Aveva letto Piaget, aveva letto Dewey, aveva letto la Montessori e aveva letto gli psicanalisti. Era tutto archiviato in una scaffalatura cerebrale, organizzato per categorie, immediatamente accessibile. Ma quando si trattava di fare qualcosa per Ruth e Timmy, diventava disperatamente incapace e, il più delle volte, si nascondeva. Perché, evidentemente, lo infastidivano. Proprio come la maggior parte degli adulti. Come poteva essere altrimenti?… L'umanità era una cosa a cui il povero Henry era, in modo congenito, incapace d'interessarsi".

Paure opportuniste e favori inopportuni

L'impresa che è diventata la scienza può essere minacciosa solo nella misura in cui interagisce con la società. Evocheremo qui il rapporto tra scienza e politica solo per ricordare che la questione, oggi sempre più vasta, esiste da tempo e non nobilita, in generale, né la politica né lo scienziato. La scienza gode a volte di un'infatuazione e di una popolarità dovute alle cause torbide e impure che accompagnano i cambiamenti necessari della società. Le rivoluzioni si servono della scienza per abbattere le vecchie ideologie, soprattutto quelle dove il potere riposa su un diritto divino. Volente o nolente, la scienza si avvicina allora a un'ideologia politica che può giovarle, ma che può anche essere pericolosa. L'opportunismo politico si serve di tutti i mezzi a disposizione. La scienza politicizzata è una scienza deturpata. "Nel 1800, per l'effetto congiunto della rivoluzione francese e di quella chimica, Parigi è la capitale della chimica europea. Nonostante le guerre, la nomenclatura viene tradotta, diffusa e adattata in tutti i paesi d'Europa. Per altro, la guerra ha favorito l'emergere in Francia di un nuovo personaggio: il chimico provvidenziale, che salva la patria. Guyton de Morveau, primo presidente nel 1793 del Comitato di salute pubblica, e il collega Claude-Antoine Prieur de la Côte d'Or hanno ottenuto un successo spettacolare creando un laboratorio militare, segreto, per fabbricare degli aerostati. Il Comitato di salute pubblica fa ancora appello ai chimici perché insegnino ai loro concittadini l'arte del salnitro. Monge, Berthollet, Guyton de Morveau e Chaptal, fatto venire da Montpellier, tengono per un mese un corso rivoluzionario sulla fabbricazione del salnitro e dei cannoni". Certo, l'8 maggio 1794 vieni ghigliottinato Lavoisier, ma "la comunità chimica si ricompone celebrando la memoria del suo "immortale fondatore" e prospera nelle sue nuove istituzioni". Anche la rivoluzione russa ha celebrato la scienza e l'avvenire. Certo, c'è stato l'affare Lyssenko, ma durante il regime comunista i laboratori hanno spesso goduto di una certa liberalità e libertà, di modo che un'indipendenza relativa di pensiero poteva sopravvivere. Perfino le prime esplosioni nucleari sono applaudite dal pubblico. Di recente ne abbiamo avuto la riprova con gli indiani e i pachistani. L'anticlericalismo può favorire l'immagine della scienza. Nei romanzi Il dottor Pascal (1893) e Parigi (1898) Emile Zola sostiene che la bontà umana non può che essere uscita dal forno dello scienziato e che un solo progresso della scienza avvicina l'umanità alla sua meta di verità e giustizia più di cent'anni di politica e rivoluzione sociale. La vita di Galileo di Bertold Brecht è un caso più drammatico. Nella prima versione dell'opera Galileo porta la fiaccola di una verità scientifica rivolta contro l'autorità della Chiesa - che, del resto, per Brecht è solo una delle tante forme di autorità. Galileo è il simbolo del nobile scienziato oppresso nella Germania nazista. Ma a partire del 1947, dopo il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki e in un epoca in cui altri applaudivano ancora la scienza che aveva fatto vincere la guerra, Bertold Brecht assume una posizione radicalmente opposta. Nell'introduzione alla seconda versione del libro scrive: "da un giorno all'altro la biografia del fondatore del nuovo sistema della fisica veniva a leggersi diversamente. L'effetto infernale dalla Grande Bomba colloca il conflitto tra Galileo e le autorità della sua epoca sotto una nuova luce, più forte". Galileo appare ormai come l'archetipo dello scienziato amorale che procede nelle sue ricerche senza preoccuparsi delle conseguenze. Diventa il precursore di Oppenheimer e degli altri scienziati che partecipano al progetto Manhattan. Tutta la scienza viene giudicata responsabile. Questa presa di posizione estremista è il mezzo di cui Brecht si serve per forzare la riflessione. La si ritrova anche in I fisici (1961), dove Dürrenmatt mostra come l'applicazione malefica delle scoperte scientifiche sfugga anche al controllo degli scienziati più brillanti. Gli scienziati si trovano in un manicomio, molteplicemente inteso: simbolo di un laboratorio dove si costruisce una bomba atomica; conclusione logica dello sviluppo delle scienze; luogo dove degli scienziati come Möbius si rifugiano e proteggono la società dalle loro stesse scoperte.

Mobius: "Solo in un manicomio possiamo essere liberi. Solo in un manicomio possiamo perseguire i nostri pensieri... Non dobbiamo essere lasciati liberi nella società...". Kilton (credendosi Newton): "Siamo pazzi ma saggi". Eisler (credendosi Einstein): "Prigionieri ma liberi". Möbius: "Fisici ma innocenti".

Alla fine, naturalmente, Möbius è ingannato dalla dottoressa Mathilds von Zahnd, la direttrice dell'ospedale, che ha copiato tutti i suoi manoscritti e utilizzato le sue formule per fondare un cartello che dominerà il mondo. Dürrenmatt critica l'arroganza di Möbius che pretende di salvare il mondo da solo. "Il contenuto della fisica interessa il fisico, ma le conseguenze interessano tutti noi", scrive. E aggiunge: "Ciò che interessa tutti, può essere risolto solo da tutti… Ogni tentativo di un individuo di risolvere da solo ciò che ci interessa tutti è votato al fallimento". Alcuni scienziati sostengono l'idea che la scienza faccia paura ai politici. "La ricerca scientifica contiene dei germi che mettono in discussione l'ideologia dominante". In Il migliore dei mondi Aldous Huxley precisa: "Ogni cambiamento minaccia la stabilità. Ecco un altro motivo perché siamo così poco inclini a utilizzare le nuove invenzioni. Ogni scoperta della scienza pura è, in potenza, sovversiva; a volte ogni scienza deve essere trattata come un potenziale nemico. Sì, perfino la scienza". È curioso e sintomatico che Aldous Huxley qualifichi come pura la scienza sovversiva. Egli crede a una certa nobiltà della scienza, che ha i suoi martiri, soprattutto quando calpesta gli spazi che si è riservata la Chiesa. Internet oggi non è un agente sovversivo? In Cina l'accesso è già regolamentato.

Il fascino e la paura: ieri il nucleare, oggi la biologia

Il nucleo dell'atomo è stato scoperto solo nel XX secolo. La paura del nucleare è dunque un fenomeno moderno. Il nucleare è apparso in un mondo bellicoso, già molto interconnesso. Il tema è molto ben documentato. Spencer Weart gli ha dedicato un'opera mirabile. Fonte di energia illimitata, generatore di bombe di cui nessuno aveva previsto il potere distruttivo, il nucleare fa sognare e tremare. L'aspetto sociologico del nucleare, che mette in gioco interessi politici e finanziari considerevoli, è ampiamente trattato nei libri, sulla stampa e dai mezzi di comunicazione. Non parleremo qui delle lobby petrolifere che combattono le lobby nucleari, dell'ascesa dei Verdi in politica e delle impennate d'orgoglio delle lobby militari. Descriveremo il nucleare come lo percepisce l'animo umano. È più semplice e meno contingente. La fascinazione e l'entusiasmo hanno preceduto la paura. In generale, le scoperte scientifiche sono ben accolte. Sia che promettano un mondo migliore - com'è il caso dell'elettricità e della radio - sia che affascinino - come la dinamica di Newton, i buchi neri e il big bang. La fascinazione investe gli scienziati come il pubblico, per motivi senza dubbio comuni. All'inizio del XX secolo si pensava che la scienza garantisse l'abbondanza, la fraternità e la saggezza. Il chimico Berthelot dichiarava che nel 2000 la terra sarebbe stata un giardino abitata da un'umanità più gentile e più felice, che avrebbe vissuto un'età dell'oro, con a disposizione ogni ben di Dio. La scoperta della radioattività e dell'energia insospettata racchiusa nei nuclei ha sollevato una speranza analoga. I Curie avevano appena reso noto che il radio emetteva radiazioni spontaneamente, che già i giornali dichiaravano che questo metallo poteva rivaleggiare con il Sole in fatto di emissione di calore e di luce. Secondo Gustave Le Bon, questo scrittore che si faceva passare per scienziato e infastidiva i Curie, "i poveri diventeranno uguali ai ricchi e i problemi sociali scompariranno". Un po' di polvere di radio, esposta nel 1903 al Museo di storia naturale di New York, attira una folla immensa. Nel 1934 Waldemar Kaempflert, redattore scientifico del New York Times, dichiara: "Un solo edificio, delle dimensioni di un ufficio di posta di una piccola città, sarà sufficiente a contenere tutti i macchinari necessari per produrre l'energia nucleare di cui gli Stati Uniti avranno bisogno… Quando la trasmutazione comincerà a essere un processo di ordinaria amministrazione, l'oro diventerà un rifiuto industriale, buono giusto per la copertura delle abitazioni". All'epoca si riteneva anche che la radioattività stimolasse la vita. Nel 1903 Soddy, il collaboratore di Rutherford, suggeriva che ai malati di tubercolosi potesse far bene aspirare del gas radioattivo (la penicillina ancora non esisteva). Pierre Curie e altri scoprivano la presenza di radioattività nelle acque minerali e suggerivano che questa attribuisse loro proprietà benefiche. Fino agli anni '60 alcune acque minerali vantavano ancora, sull'etichetta, di possedere "radioattività naturale". Ma nel 1927 Herman Muller scopriva un tasso anomalo di mutazioni in mosche fortemente irradiate. Questa scoperta, anche se inquietante, all'inizio avrebbe suscitato ancora delle speranze - quella di dare una piccola spinta all'evoluzione. Queste meravigliose promesse si sono rapidamente diffuse nella popolazione. Hanno anche nutrito l'infanzia di quelli che sarebbero diventati i grandi fisici di questo secolo. La paura del nucleare prende forma solo intorno al 1930. I poteri di questi misteriosi nuclei atomici divennero fonte di paura perché ciò che possiede il potere di trasformare la natura vivente possiede anche il potere di distruggerla. I fisici, che spiegavano di dover rompere i nuclei per carpirne il mistero, richiamavano gli alchimisti, i quali volevano anch'essi rompere per ricostruire. Non è un caso se la scienza nucleare aveva un fondo di fantascienza. Un fisico nucleare francese dell'anteguerra diceva che il suo lavoro gli ricordava le opere di Jules Verne. Un altro evocava La liberazione del mondo, dove H.G. Wells prevedeva che la scoperta della radioattività artificiale si sarebbe avuta nel 1933, quella dell'energia nucleare nel 1953 e la prima utilizzazione della bomba atomica nel 1956. Léo Szilard confessa di essere stato direttamente ispirato dal libro di Wells al momento di scoprire la reazione a catena, e lo cita anzi nel suo primo articolo sulla costruzione di un reattore nucleare. La speranza sollevata da queste opere ha contribuito al finanziamento delle ricerche così come al reclutamento dei giovani ricercatori che per decenni hanno portato avanti la scienza nucleare. Il tornaconto, di cui il nucleare rendeva depositari gli uomini, non era l'unico motivo della sua attrazione. Il nucleare alimentava un altro aspetto dell'animo umano: il fascino che esercita sull'uomo ogni potere a lui superiore. Chiunque abbia calpestato il suolo caldo di un vulcano attivo ne avrà avuto esperienza. Le esplosioni delle bombe atomiche non fanno eccezione. Le testimonianze sono numerose, eloquenti, esse stesse affascinanti. Descrivendo l'esplosione della prima bomba atomica in un deserto del Nevada, il generale Thomas Farrell evoca il suono della detonazione: un tuono lungo e potente, restituito dall'eco delle lontane montagne, che "ci ricordò il giudizio universale e ci fece pensare di avere compiuto un atto blasfemo osando giocare con forze che fino ad allora erano riservate all'Onnipotente". In un'altra occasione un osservatore riferisce che i testimoni dell'esplosione reagirono con commenti sottovoce, come a indicare un atteggiamento di venerazione, come se avessero percepito qualcosa che travalicava lo spazio dei mortali. Il fisico Freeman Dyson ha avuto la lucidità di confessarlo: "L'ho sentito di persona lo scoppio dell'arma nucleare. È irresistibile quando la affrontate dal punto di vista dello scienziato. Sentirla emettere quella stessa energia che fa brillare le stelle ed elevare al cielo un milione di tonnellate di roccia". Nel 1947 Oppenheimer espresse quello che divenne immediatamente un cliché, dicendo che gli scienziati avevano "conosciuto il peccato". La fascinazione che prova lo scienziato è facilmente percepita anche dal pubblico, che ne trae così un motivo per credere nel nucleare. Il settimanale Time suggerì che gli scienziati nucleari entrarono in politica perché si sentivano "colpevoli". Einstein disse che quelli che avevano lavorato alla bomba erano spinti a operare per la pace a mo' di espiazione. C.P. Snow fa una distinzione tra gli scienziati e gli ingegneri che hanno partecipato all'ideazione della bomba atomica. "Gli ingegneri… quelli che costruivano le macchine, che utilizzavano il sapere per farle funzionare, erano, nove su dieci, politicamente conservatori, accettando qualunque regime in cui si trovassero, interessati a far funzionare le loro macchine, indifferenti alle conseguenze sociali a lungo termine. Mentre i fisici, che avevano consacrato la loro vita alla scoperta di nuove verità, non trovavano naturale non interrogarsi quando rivolgevano lo sguardo alla società. Erano ribelli, interrogatori, protestatari, curiosi del futuro e incapaci di resistere alla tentazione di plasmarlo. In America, in Russia e in Germania gli ingegneri restavano attaccati al loro lavoro e non davano nessun fastidio. Non era tra le loro fila ma tra quelle degli scienziati che si trovavano gli eretici, i precursori, i martiri e i traditori". Ma C.P. Snow, lui stesso fisico molecolare, non assegna agli scienziati la parte di maggior prestigio? Un altro fisico, Freeman Dyson, offre un'immagine diversa: "Fino al 1982 sei paesi avevano apertamente acquisito lo status di potenze nucleari: Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna, Francia, Cina e India. Per quanto concerne i primi paesi, o forse tutti e sei, è certo che furono gli scienziati e non i generali a prendere l'iniziativa di creare i programmi di costruzione delle armi nucleari. In tutti i casi conosciuti, gli scienziati erano motivati a costruire le armi nucleari da sentimenti di orgoglio professionale e dovere patriottico. La costruzione della bomba era una sfida tecnica che suscitava gli istinti più competitivi… Non è esagerato dire che i programmi nucleari inglesi e francesi erano dettati più dall'orgoglio degli scienziati che da un'analisi accurata delle necessità strategiche. Si può dire la stessa cosa del programma americano per la bomba H". Il doppio risvolto della formidabile e temibile energia riposta nel nucleo dell'atomo si rivelò al momento dell'esplosione delle prime bombe atomiche, nel 1945. Quando il progetto Manhattan fu reso noto al pubblico, fu l'elemento di segretezza ad affascinare. Decina di migliaia di persone vi avevano lavorato senza avere la minima idea di ciò che stavano fabbricando! In realtà il segreto più importante - ossia che le bombe atomiche erano realizzabili - fu rivelato a Hiroshima. I reattori nucleari erano, in origine, semplici e prosaici generatori di vapore acqueo ad alta temperatura. Tuttavia, fin dal momento della loro concezione, erano percepiti come appartenenti a una vasta struttura mitica - di qui un incitamento a costruirli altrettanto forte delle ragioni economiche. Da allora sono condannati a restare attaccati a questa struttura mitica. Gli scienziati stessi contribuirono a diffondere la paura, non tanto perché la provassero essi stessi, ma perché la paura suscitava interesse. Le conferenze tecniche annoiavano, mentre gli avvertimenti sulla fine del mondo elettrizzavano l'auditorio. Perfino le precauzioni prese in laboratorio suscitano la paura. Charles Noël Martin evoca l'immagine di una persona che, dietro un vetro, sorveglia la mano meccanica che apre una bottiglia piena di isotopi radioattivi. In questo legge il simbolo di "un'umanità sempre più meccanizzata, avida di strappare alla natura i segreti eterni e, allo stesso tempo, timorosa dell'ignoto che potrebbe scaturire da questa semplice bottiglia". Rappresentazione moderna del vaso di Pandora. La paura è un istinto facile da scatenare. Avvicinandosi alla località dove si costruiva il laboratorio di Brookhaven, negli Stati Uniti, dei piloti d'aereo, la cui traiettoria sorvolava il futuro laboratorio, chiesero se rischiavano di diventare sterili. Una donna, che abitava non lontano da lì, chiese se la radiazione poteva renderla incinta. Altri abitanti del posto si lamentavano perché gas misteriosi li facevano ammalare. Tutto questo avveniva all'inizio del 1947, prima ancora che a Brookhaven fosse introdotta la minima traccia di sostanza radioattiva. Il cinema è un riflesso fedele di questa paura. Susan Sontag ha suggerito che, non avendo il coraggio di pensare alla guerra nucleare, il pubblico proiettò la sua paura sotto forma di mostri, in modo da venirne a capo indirettamente. Queste creature provocarono un'iconografia particolarmente orribile. Contrariamente ai Dracula della generazione precedente, i mostri radioattivi degli anni '50 erano letteralmente disumani, senza intelligenza né sentimenti. In film come X The Unknown (Hammer, 1958) o Il mostro magnetico (Siodmak, 1953), il mondo era minacciato da "cose" viventi, non animali, una specie di fanghiglia fosforescente che si spostava alla cieca alla ricerca di isotopi. È di gran lunga più utile capire questa paura che farsene beffe. L'evocazione delle distruzioni di massa delle bombe a volte è accompagnata dal sogno di un mondo nuovo. Come un tornado fornisce nuova vita a una foresta eliminando gli alberi deboli e marci, così una guerra buona potrebbe liberare il mondo dai deboli e dai cattivi. È quel che scrive Pat Franck nel libro Alas Babylon. Gli americani precisano che una guerra nucleare potrebbe liberare la terra dai comunisti. Il filosofo e matematico Bertrand Russell l'aveva già preconizzato prima di diventare uno dei più tenaci oppositori della guerra nucleare. Negli anni 1950 il partito comunista cinese spiega che il suo sistema sopravviverebbe intatto tra le rovine dei nemici. Le grandi potenze politiche, poco rassicuranti all'occorrenza, fanno ogni genere di allusioni alla possibilità di purificare la società (degli altri) mediante un passaggio attraverso le fiamme e il caos - esattamente come del piombo trasmutato in oro. Poco a poco la paura invade i settori del nucleare. Un manifesto tipico del SANE dichiarava: "Le bombe nucleari possono annientare ogni vita sulla terra… già oggi gli esperimenti nucleari mettono in pericolo la nostre salute". Il pubblico comincia a preoccuparsi della contaminazione radioattiva. La paura della guerra si aggiunge allo stronzio-90 nel latte. I dirigenti del movimento, tra cui Bertrand Russell, erano perfino convinti che l'esistenza stessa della bombe producesse la contaminazione. Durante la crisi cubana dell'ottobre 1962 la paura del nucleare si fa attualità. Molte persone temono che il giorno dopo potrebbero non esserci più. Ad avere più paura sono quelli che raccomandavano la dissuasione. Il segretario di Stato George Ball chiede a sua moglie di trasformare la loro cantina in un rifugio contro la pioggia radioattiva. Léo Szilard, che durante la sua vita ne aveva già viste altre di situazioni drammatiche, vola in Svizzera. Ma gli atti danno una giusta misura della paura? Solo un americano su otto si costruì un rifugio antiatomico. Un'inchiesta mostrò che un terzo di loro aveva discusso in famiglia ciò che avrebbero fatto se la crisi cubana fosse degenerata in guerra. Ma solo uno su venti pensò di lasciare la propria abitazione. La maggioranza della gente dimostrava coerenza tre le proprie convinzioni e azioni solo nella misura in cui riteneva la guerra improbabile. Le contraddizioni restano comunque presenti. Interrogati sulla probabilità della guerra, un terzo degli americani risponde affermativamente. Nel 1962 Kennedy convocò degli psicologi e li incaricò di analizzare il comportamento dei cittadini. Essi giunsero alla conclusione che i cittadini erano vittime di una "dissonanza cognitiva" - termine allora molto in voga tra gli psicologi - che impediva loro di agire. Secondo questa teoria, le persone nutrivano convinzioni contraddittorie, non interamente espresse. E spinte a riconoscere queste loro contraddizioni, cercavano sia di modificare le loro convinzioni sia le loro azioni. Verso la fine del decennio 1960-70 la paura del nucleare diminuisce in maniera sorprendente. Quando nel 1986 c'è l'esplosione della centrale di Chernobyl la paura e il sospetto verso il nucleare è già un'ideologia ostentata e ben radicata nella mente della gente. Oggi un reattore, intravisto da un treno, fa paura. Più che le migliaia di bombe di cui ancora dispongono le grandi potenze, è la radioattività indotta dal nucleare civile a destare timore. Sotterrare dei rifiuti nucleari, che resteranno radioattivi per millenni, equivale a violentare e avvelenare il pianeta. Che ne sarà di questi rifiuti tra qualche migliaio di anni sembra più preoccupante dell'esaurimento dei combustibili fossili tra un secolo o due. Più preoccupante perfino dell'esplosione demografica che è sotto i nostri occhi. Quando si accenna a un incidente nucleare il pubblico diffida degli argomenti statistici e dei calcoli presentati da specialisti che vantano un sapere non condiviso. Oggi lo scenario già visto con il nucleare si appresta a ripetersi sotto i nostri occhi in biologia, secondo un ritmo accelerato dall'esplosione demografica sul pianeta. Freeman Dyson afferma: "Saper scrivere il linguaggio del Dna e comprenderne tutte le sottigliezze ci fornirà i mezzi per giocare il ruolo di Dio, per costruire uno Jurassic Park e riempirlo di dinosauri che avremo modellato noi stessi". Fobie ancestrali ci proteggono dai serpenti, i ragni, i ratti, le altitudini e, a rigore, i coltelli. Ci è mancato però il tempo per sviluppare una forma istintiva di prevenzione contro strumenti moderni come i fucili e le prese elettriche. La scienza ispira una paura di un altro tipo: quella della non-assuefazione al pericolo. Il sociobiologo Edward O. Wilson ne ha coscienza quando evoca un futuro inquietante: "La genetica umana si sviluppa rapidamente come le altre branche della scienza. Con il tempo si accumuleranno conoscenze sulle basi genetiche del comportamento sociale e l'ingegneria molecolare ci fornirà il modo di modificare i sistemi genetici e di procedere a una selezione rapida attraverso la clonazione. La specie umana è capace di modificare la sua stessa natura. Quale sceglierà? Continuerà a mantenersi in un equilibrio instabile, imbastito su un materiale discutibile, frutto di adattamenti - in parte obsoleti - risalenti all'epoca glaciale? O avanzerà in direzione di una maggiore intelligenza e creatività, accompagnata da una maggiore - o più debole - emotività? Pezzo per pezzo, potrebbero essere instaurati nuovi schemi di comportamento sociale. Potrebbe diventare possibile imitare geneticamente la famiglia quasi perfetta del gibbone dalle mani bianche o le armoniose società sororali delle api. Stiamo parlando dell'essenza stessa dell'umanità. Forse esiste già nella nostra natura qualcosa che ci impedirà di procedere a simili cambiamenti. In ogni caso, e per fortuna, questo dilemma appartiene alle generazioni del futuro".

Lo scienziato in sé

Per diventare tale, lo scienziato studia parecchi anni, durante i quali è selezionato a più riprese a scapito dei suoi concorrenti. Impara le matematiche e si forma in laboratori dove acquista conoscenze e competenze molto specialistiche. Non cerca di isolarsi, ma alla fine del percorso constata di essere solo. Una barriera lo separa da quelli che non l'hanno seguito. Ormai potrà giudicarsi solo specchiandosi nell'immagine di quelli che l'hanno accompagnato. La comunicazione non supera la barriera. I suoi lavori - lui stesso, a volte - sono percepiti con rispetto, ma anche con timore e sospetto. Spesso viene ignorato quanto sia difficile per lo scienziato vivere questo isolamento. Come ogni essere umano egli prova il bisogno di comunicare, di essere compreso dalla famiglia. Famiglia che, in generale, non ha la minima idea di ciò che fa; osserva solo i suoi umori, i suoi avanzamenti di carriera, i suoi viaggi e lo spazio occupato dai suoi libri e dalle sue pubblicazioni. Lo scienziato ne soffre, perché si sente per sempre prigioniero in questa torre d'avorio dove gli altri lo accusano di rifugiarsi. Con un piede nel laboratorio e l'altro nella vita familiare e sociale, conduce una vita zoppicante. Impossibilitato a comunicare con i suoi consimili, come può valutare cosa c'è di disumano nel mestiere che svolge? Inoltre lo scienziato non eccelle nel rassicurare il pubblico. Consideriamo qualche episodio recente. A dodici anni dall'esplosione, nel 1986, del reattore nucleare di Chernobyl, su un massiccio montagnoso si scoprono delle piante rese radioattive dalla ricaduta di quelle polveri. Poi si scoprono dei camion che trasportano rifiuti radioattivi in impianti per il ritrattamento e che esibiscono un tasso di radioattività molto superiore al livello consentito dalla legge. Chi ne ha paura? Non il fisico nucleare, certo, né l'ingegnere che lavora in una centrale. Lo scienziato affermerà che non c'è motivo di allarmarsi, perché egli sa misurare la radioattività e spesso ne ha osservato gli effetti. Se un dubbio sfiorasse la sua mente, misurerebbe la radioattività da sé o, ciò che è più importante, saprebbe a chi rivolgersi per avere informazioni affidabili, espresse in un linguaggio che comprende perfettamente bene. Per tranquillizzarsi, o per allarmarsi, non deve superare nessuna barriera. Quando vuole essere rassicurante, l'esperto scienziato nucleare è creduto solo a metà da quelli che stanno dall'altra parte della barriera. Alcuni scienziati interpretano male la questione e sono convinti che basterebbe educare il popolo ignorante perché cessino queste paure da lui giudicate irrazionali e dettate da superstizione. Il disdegno che traspare da questo atteggiamento è tuttora percepito e giustifica la diffidenza che egli suscita. Lo scienziato nucleare capirebbe meglio il suo pubblico se osservasse la propria reazione ai pericoli che presentano le ricerche in un settore vicino al suo come la biologia. Egli, infatti, teme l'ingegneria genetica, le piante transgeniche e la clonazione né più né meno che il dentista o il parrucchiere. Esistono certamente dei linguaggi comuni - l'uso delle statistiche, per esempio - che possono aiutare il biologo a tranquillizzare l'ingegnere nucleare, e viceversa. Ma questo bagaglio comune non è troppo pesante e la barriera che separa il fisico da un biologo è più o meno la stessa che li separa dagli altri individui. La parola "scientifico" copre dei settori, delle problematiche e delle discipline così distanti che a volte non se ne capisce bene l'utilità.

Conclusione: seduzione e astrazione

Un pericolo incombe sullo scienziato: è l'attrazione estetica che l'opera esercita sul suo creatore. Ogni studio, ogni opera d'arte, ogni sistema si presta a uno sviluppo che costituisce l'essenza del lavoro del creatore. Questo sviluppo è un percorso che segue una propria logica. Travolge e astrae il creatore dal mondo da cui proviene e che condivide con il suo entourage. Man mano che l'opera si articola e che lo sviluppo ne rivela tutta la ricchezza, tra lui e lei si stabilisce un autentico rapporto amoroso. Il creatore sollecita la sua opera, che gli risponde. E la riuscita di un esperimento dà allo scienziato una tale gioia che vuole ripeterlo. È in questo preciso momento che incombe il pericolo. Lo scienziato è tentato di consacrare tutto alla sua opera, quale ne sia il prezzo e la posta. Il rapporto che il creatore intrattiene con la sua opera può essere non più che un gioco innocente quando si tratta, per esempio, della scoperta dell'algebra dei numeri immaginari. Lo è già di meno quando l'esperimento esige il sacrificio di animali, e non lo è più per niente quando l'oggetto d'arte è una bomba atomica. Kafka ha estratto il succo della passione che lega il creatore alla sua opera in un racconto sbalorditivo - Nella colonia penale (1919) - dove un ufficiale si sottopone a delle mutilazioni a opera di uno strumento di tortura che descrive con amore e al quale aveva sottoposto moltissimi condannati. È questa condizione che la letteratura stigmatizza. Lo scienziato può giustamente non riconoscersi in essa, ma deve nondimeno riconoscerne la tentazione se vuole evitare di caderci.

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da "Lettera internazionale" n63


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