Ma al governo italiano la ricerca non interessa...

Blair:scienza libera, contro i pregiudizi

Dulbeccco: un male antico

Paura della scienza?
Ma..i cervelli fuggono Qualche dato Futuro biotech Dulbecco: noi, il dna ed i moscerini
Ma la scienza non è pazza E.Boncinelli: la sfida della nuova biologia Appello contro i pregiudizi La via italiana alla clonazione terapeutica
Pecoraro blocca; Montalcini risponde Levi Montalcini: oscurantisti Liberare la scienza Gli scenziati in piazza

 

Diana Bracco, imprenditrice leader nella diagnostica: «Berlusconi ora deve dare un segnale forte altrimenti il paese non riuscirà a capire che il futuro si gioca sull'innovazione» 

di Flavia Podestà 

SILVIO dacci un segnale, altrimenti il Paese non riuscirà a capire che il suo futuro si gioca sull´innovazione e, dunque, sulla Ricerca». In modo così diretto Diana Bracco - che, senza smanie di primo piano, riesce a coniugare il ruolo di imprenditrice di successo (lei sì impegnata davvero, con la Bracco che è ormai uno dei gruppi leader mondiali nella diagnostica, sulle frontiere avanzate della ricerca) con quello di consigliere di Confindustria incaricato per la ricerca - non si sarebbe mai espressa: a Berlusconi si sarebbe rivolta con un "Caro presidente". Eppure quello, in estrema sintesi, era il succo dell´appello che l´imprenditrice voleva rivolgere al premier: non tanto e non solo a nome del comitato promotore che ha organizzato, per conto di Confindustria, la prima giornata della Ricerca, ricevendo il plauso e il sostegno del presidente della Repubblica. Ciampi, ancora una volta, la figura istituzionale più sensibile alle prospettive del Belpaese che non può più illudersi di affrontare le nuove sfide poste dalla globalizzazione della competizione con le scorciatoie. Per l´Italia, la ricerca della alternativa astuta, con cui raggiungere i primi in classifica senza averne i pregi e l´impegno, è un vezzo antico: una volta batteva tutti (o quasi) sull´export con le svalutazioni competitive; oggi tenta di fare lo stesso con la delocalizzazione produttiva nei paesi dell´Est per abbattere il costo del lavoro. «Fatica sprecata nell´arco di pochissimi anni - dice Diana Bracco - perché in realtà i paesi industrializzati sempre meno riusciranno a reggere la competizione sulle produzioni povere. E, visto che l´unico confronto possibile sarà quello sulle produzioni a più alto valore aggiunto, l´innovazione è ormai la discriminante fondamentale». Del resto, anche senza disturbare il Nobel Robert Solow, tutti i maggiori centri di analisi avvertono che quasi un terzo della crescita nei paesi industrializzati è frutto delle nuove tecnologie e che l´occupazione nei comparti ad alta tecnologia cresce a tassi quattro volte superiori alla media del settore manifatturiero. Eppure il governo italiano - che pure dovrebbe essere più preoccupato di altri vista la scarsa funzionalità rispetto agli investimenti in R&D della struttura del nostro sistema produttivo, basato su imprese bonsai - su questo tema ha fatto orecchie da mercante.


Possibile che il silenzio del governo significhi scarsa fiducia nella capacità dei nostri centri di ricerca? 

«Mi auguro che non sia così, perché anche in Italia esistono distretti in cui ci potrebbero essere delle opportunità in questo campo. Credo però che, visti i ritardi accumulati, vadano riconosciute delle priorità e ci si muova velocemente. In fondo anche noi abbiamo aree in cui c´è un discreto concentrato di eccellenze e competenze. E più realtà potrebbero essere aggregate su obiettivi specifici. Non ci mancano nemmeno le imprese che - per la loro consuetudine a lavorare in circuiti internazionali - possano funzionare da capi drappello se sono lasciate muovere in libertà». 

E´ convinta davvero che in Italia ci sia un numero sufficiente di imprese capaci di funzionare da catalizzatori, sulla ricerca? 

«E´ vero che alla giornata della Ricerca abbiamo portato due persone per tutti: l´ingegner Pistorio della StMicroelectronics leader nei circuiti integ+rati e l´ingegner Della Porta della Saes Getters specialista nel fare il vuoto assoluto (esportando il 90% della sua produzione). Ma ce ne sono: non tantissime, ma neppure poche. E sono imprese di successo perché, quando un´impresa sceglie la ricerca come fattore chiave di sviluppo riesce a raggiungere i suoi obiettivi in modo brillante». 

Il caso Catania - lo sviluppo di un´area industriale attorno alla impresa leader che attrae altre iniziative e lavora a stretto contatto di gomito con l´Università e l´ente locale (come era successo con il progetto Athena purtroppo interrotto dal primo cittadino Scapagnini) - lo testimonia. Secondo lei questo tipo di sviluppo sarebbe riproponibile in altre aree problematiche del paese? 

«Sono sicura di sì. Del resto proprio Pistorio sta lavorando ad un altro progetto nell´area napoletana e anche noi come Bracco stiamo facendo un progetto sulla diagnostica con nuovi materiali nella stessa zona, dove fa premio il fatto che si possa lavorare bene con l´Università - la Federico II°, che è un centro di eccellenza - e con il Cnr. Anche Theleton ha portato il laboratorio di ricerca genetica, a Napoli: qualche ragione ci sarà pure. Voglio dire che, anche se alcune partite le abbiamo perse, qualche speranza di poterci inserire in modo vincente in partite nuove dobbiamo pure nutrirla». 

Che cosa manca per fare il salto di qualità? 

«Manca la scelta di fondo, non si è ancora deciso se la ricerca è importante oppure no per il paese. Quando si sia data risposta affermativa all´interrogativo, allora è indispensabile scegliere su quali ambiti convogliare le risorse disponibili». 

Il governo aveva fissato come obiettivo di indirizzare in ricerca l´1% del Pil al 2006, ma la Finanziaria ha fatto il passo del gambero. Per di più il poco che resta potrebbe, come d´uso essere erogato a pioggia. Come la mettiamo? 

«Ci vuole assoluta selettività: sia degli obiettivi, sia delle realtà - università, centri di ricerca, singoli ricercatori - da finanziare. Mi riferisco, ovviamente alla ricerca di base che in buona parte richiede comunque l´intervento pubblico, anche perché va predisposta un´infrastruttura di laboratori di ricerca. Diverso il discorso della ricerca applicata, dell´innovazione che può fare l´impresa, dove il meccanismo deve essere diverso per forza. Sul lato delle imprese ritengo che la leva fiscale sia lo strumento principe, ma mi rendo conto che in questa fase di ristrettezze di bilancio si possa fare poco. Un mezzo per raggiungere l´obiettivo è il credito d´imposta, che ha il vantaggio dell´automatismo: dovendosi applicare a tutti coloro che certificano l´investimento compiuto in ricerca». 

Niente più scelte discrezionali e niente più fondi per raccogliere consenso elettorale o per aiutare l´amico di turno. Il decalogo di proposte stilate da Confindustria sembra ritenere che l´Italia possa avere un suo ruolo nel campo delle Scienze della Vita. 

«Per le condizioni di partenza e per le ricadute che quel settore produce sul territorio. Il nostro paese dispone di cervelli, di alcuni centri di ricerca eccellenti, di imprese già inserite nei circuiti internazionali. Quel settore - richiedendo uno spettro molto ampio di prospettive, di discipline e di competenze - coinvolge un numero elevato di settori produttivi (dalla chimica alla farmaceutica e alla diagnostica, dalla biologia alla nuova genetica, dall´informatica all´elettronica, dalle nanotecnologie ai nuovi materiali e così via) e svariate tipologie di aziende (dalle multinazionali per lo sviluppo dei farmaci, alle imprese bonsai per certe biotecnologie). Solo che in questo campo è necessario che ci sia una scelta forte a livello di paese» 

Che cosa ci vuole, oltre alla volontà politica per affrontare una volta per tutte questa scommessa? 

«Ci vuole il coraggio di selezionare i centri di ricerca. Credo che si dovrebbero costituire laboratori virtuali dove sperimentare le collaborazioni pubblico privato, imprese università centri di ricerca , nelle due o tre aree in cui ci siano le eccellenze in questi campi. E vanno rivisti i meccanismi di selezione di chi è abilitato a partecipare a certi progetti che debbono avere un ruolo determinante per il paese». 

Come dire che il merit system deve essere applicato anche da noi, insomma? 

«Non c´è dubbio. Non si può far finta che tutti siano uguali, per ragioni di campanile: così non avremo mai centri di eccellenza capaci di reggere il confronto con i grandi centri americani. Eccellenza nel pubblico, eccellenza del privato, coraggio delle imprese (perché investire in campi di frontiera è un rischio oltre che una opportunità economica), inserimento nei circuiti internazionali: il gioco ad incastro è sempre complesso ma può dare grandi risultati, purché si sappia che queste scommesse richiedono impegni di anni». 

Non trova suggestivo che il governo pretenda di finanziare la ricerca con la legge di bilancio dello Stato? 

«Non c´è dubbio. E´ così. Ed è per questo che noi abbiamo ribadito l´urgenza di dare stabilità agli investimenti in ricerca, fissando già dal 2003 quello che verrà stanziato in percentuale sul Pil». 

Cosa altro serve ? 

«Che si riduca drasticamente la burocrazia che ingessa anche i centri di ricerca. Che anche l´Università si interroghi sulle sue condizioni operative: non è semplice trasporre da noi il campus americano, ma non c´è dubbio che negli Usa il rapporto tra i professori e gli studenti è più intenso, la circolazione delle idee e della conoscenze più costante; e sono più numerosi che da noi i docenti che fanno ricerca. Il loro impegno va misurato e noi proponiamo che l´assegnazione di una cattedra non sia il punto di partenza, ma quello d´arrivo». 

Il vostro modello è quello americano, ma per renderlo accettabile da noi dovreste suggerire che al ricercatore vada riservato un trattamento analogo a quello in vigore negli States. 

«E´ quello che noi proponiamo. Va rivisto tutto il sistema di remunerazione dei docenti e dei ricercatori. Sa qual è la ratio di un sistema mortificante come il nostro? Alla base del nostro sistema c´è la mancata percezione del valore della ricerca come fattore di crescita». 

Non mi pare che Berlusconi si sia discostato dal vecchio cliché? 

«E´ per questo che chiediamo al premier di dare un segnale forte, che sia intelligibile anche dalle imprese. Noi, come Confindustria, diciamo alle imprese che debbono crescere, conquistare la massa critica per poter incominciare ad entrare in un circuito di innovazione da cui riuscire a generare risorse da reinvestire per fare altra innovazione. Il governo però un segnale di apprezzamento per questo impegno dovrebbe pur darlo». 

Come? 

«Non importa come. Noi abbiamo detto che tutto - dall´8 per mille, agli interventi delle Fondazioni, alla devoluzione alla ricerca di una quota dell´eventuale inasprimento del prelievo sui tabacchi - può andare bene. Torno a dire che se non si sostiene la ricerca, si rinuncia a costruire il futuro». 

La Stampa
16/12/2002 


ALLA ROYAL SOCIETY DISCORSO DEL PREMIER BRITANNICO IN DIFESA DELLA RICERCA

Scienza libera, contro i pregiudizi 

di Tony Blair


[CL801']L´IDEA di tenere questo discorso mi frullava per la testa da tempo. La spinta finale è arrivata a gennaio quando, a Bangalora, ho incontrato un gruppo di accademici, che erano anche in affari nell´ambito delle biotecnologie e che mi dissero molto schiettamente: l´Europa ha la mano leggera sulla scienza, noi vi sorpasseremo e voi perderete il treno. Consideravano assolutamente stupefacente il dibattito europeo sugli organismi geneticamente modificati. Ci vedevano del tutto sopraffatti dai contestatori e dai gruppi di pressione, che usano l´emozione contro la ragione. E pensavano che noi non avessimo la volontà politica di sostenere la buona scienza. Potrebbero aver ragione, se noi non miglioriamo la nostra comprensione della scienza e del suo ruolo. Cominciamo dalla cosa più difficile da raggiungere in politica: l´equilibrio. Secondo alcune critiche noi, appoggiando la scienza, vogliamo un mondo governato dal dottor Stranamore, con la morale eclissata da una ideologia fredda e senza cuore, pilotata dagli scienziati. La scienza è solo conoscenza. E la conoscenza può essere usata da gente malvagia per scopi malvagi. La scienza non sostituisce il giudizio morale. Si limita a estendere l´ambito della conoscenza entro cui si formulano i giudizi morali. Ci consente di fare di più, ma non ci dice se fare di più sia giusto o sbagliato. La scienza è anche fallibile. Le teorie cambiano. La conoscenza si allarga e può contraddire il pensiero precedente. Tutto questo è vero, ma non dovrebbe fermare la scienza che cerca di raccontarci i fatti. Eppure a ogni generazione c´è chi pensa che i fatti possano portarci fuori strada, possano indurci a fare male. In un certo senso, hanno ragione. Con il progresso scientifico c´è una più grande capacità di fare danni, perché c´è una più grande capacità tecnologica - per esempio, le armi nucleari. La risposta giusta però non è disinventare la fusione nucleare. La risposta giusta è una più grande fibra morale, un giudizio migliore e un´analisi più accurata di come indirizzare la conoscenza al bene e non al male. Un giudizio morale miglior va di pari passo con una scienza migliore 
.... 
SCIENZA E GOVERNO. La Gran Bretagna può ricavare enormi benefici dal progresso scientifico. Ma proprio perché il progresso è così grande, la gente si preoccupa. E, naturalmente, molte di queste preoccupazioni sono giustificate. Io però non vedo nessuna prova seria di rischi per la salute nelle coltivazioni geneticamente modificate, mentre ci sono giuste preoccupazioni per la biodiversità e il trasferimento di geni e interrogativi morali sulla clonazione umana. I progressi tecnologici negli armamenti rendono il mondo meno sicuro. Per la prima volta, l´umanità ha la capacità di creare un´immensa prosperità o di distruggere tutto. La gente ha una comprensibile preoccupazione per la velocità del cambiamento, per il nuovo e l´ignoto. E´ preoccupata che la tecnologia disumanizzi la società. E´ preoccupata vedendo che gli scienziati si contraddicono l´un l´altro, o possono essere inaffidabili. Ed è preoccupata per quella che considera l´incapacità del governo a regolare correttamente la scienza. In alcuni casi queste preoccupazioni si trasformano in paura, che poi viene amplificata dai media. Alcune di queste preoccupazioni non sono nuove. Non occorre risalire a Galileo per trovare degli esempi. I parafulmini di Benjamin Franklin venivano buttati giù perché si riteneva andassero contro la volontà di Dio. Quando fu introdotto il vaccino antivaiolo, ci furono sommosse nelle strade. Oggi il vaiolo è stato debellato. Inizialmente i trapianti di cuore furono attaccati come innaturali e disumanizzanti, mentre oggi sono considerati uno dei più benefici risultati della scienza moderna. 
A volte la scienza è ingiustamente accusata per errori commessi da altri. Prendiamo il caso della mucca pazza. Qui la scienza ha correttamente identificato un nuovo problema. Lo scienziato americano Stanley Prusiner ha vinto il premio Nobel per aver scoperto i prioni e aver stabilito il nesso tra la Bse e la sindrome Cjd. Non è stata la cattiva scienza a diffondere mucca pazza; è stata la cattiva agricoltura, insieme a un governo inadeguato. La risposta del governo dev´essere quella di incoraggiare l´apertura, la trasparenza e l´onestà, con dibattiti pubblici e diffusione dell´informazione su Internet. C´è molto da imparare anche dal modo in cui abbiamo trattato il dibattito sulle cellule staminali embrionali. In primo luogo abbiamo stabilito i fatti scientifici con grande cura. Poi c´è stata una lunga discussione, che ha dato tempo e modo a tutti i gruppi di rendere noti i loro punti di vista. Tutto questo ha portato a un dibattito parlamentare molto equilibrato, che è sfociato in un´accurata cornice legislativa. Come risultato, per questo ambito cruciale abbiamo regole intelligenti ed equilibrate. Non esiste ancora al mondo quella che potremmo chiamare una comunità di esperti di cellule staminali - la scienza è troppo nuova - ma la Gran Bretagna parte con una forte reputazione nella biologia dello sviluppo e con un certo numero di istituti famosi nel mondo. Io voglio rendere la Gran Bretagna il miglior posto al mondo per questo genere di ricerca, cosicché i nostri scienziati, insieme a quelli che stiamo calamitando dall´estero, possano sviluppare nuove terapie per danni cerebrali o malattie degenerative. 
SCIENZA E SOCIETÀ. Abbiamo bisogno di metodi più forti e più chiari per mettere in comunicazione la scienza e la gente. Il pericolo sta nell´ignoranza dei punti di vista reciproci, la soluzione sta nel capirsi. La distinzione fondamentale è tra un processo in cui la scienza ci dice i fatti e noi ci facciamo un giudizio; e un processo in cui giudizi a priori limitano la ricerca scientifica. Abbiamo il diritto di giudicare ma abbiamo anche un diritto a conoscere. Un giudizio a priori bollò Darwin come eretico, i fatti scientifici dimostrarono la sua straordinaria intuizione. Così, lasciateci conoscere i fatti; poi esprimeremo il giudizio su come utilizzarli. Nulla, detto per inciso, dovrebbe poi limitare il principio di precauzione. Una scienza e un processo decisionale politico responsabili agiscono in base al principio di precauzione. Quel principio dovrebbe però farci procedere con attenzione sulla base dei fatti, e non impedirci di procedere sulla base di un pregiudizio. Un piccolo gruppo può, com´è accaduto nel nostro Paese, distruggere coltivazioni sperimentali prima che se ne possa determinare l´impatto ambientale. Io non so quali sarebbero state le conclusioni di quella ricerca. Né lo sanno quelli che l´hanno contrastata. Ma io voglio arrivare a un giudizio dopo che dispongo di fatti, non prima. Ovviamente ci devono essere dei limiti che noi giustamente imponiamo agli scienziati, attraverso controlli sulla salute e la sicurezza, attraverso una legislazione che limiti la sperimentazione animale e, più recentemente, attraverso il divieto della clonazione umana. Ci sono forti ragioni etiche per cui noi abbiamo uno dei regolamenti più rigorosi in materia di sperimentazione animale. Se però, negli anni recenti, avessimo bloccato tutti gli esperimenti animali, non avremmo potuto sviluppare, ad esempio, il vaccino contro la meningite né la terapia contro l´Aids. Ora c´è il problema del nuovo centro di ricerche neurologiche che l´Università di Cambridge vorrebbe costruire, ma che viene osteggiato da parte dell´opinione pubblica perché, per testare le future cure contro l´Alzheimer e il Parkinson, si devono usare i primati. Noi non possiamo permetterci di veder bloccate ricerche di importanza vitale solo perché controverse. Per questo abbiamo bisogno di dialogare con la gente, di ristabilire la fiducia in modo che la scienza possa dimostrare le sue nuove opportunità e le sue nuove soluzioni. Questo compito sarà più facile se noi riusciremo a far crescere nella nostra società un atteggiamento più maturo nei confronti della scienza. Io rifiuto l´idea delle due culture. L´uomo ha un profondo bisogno umano di capire e la scienza ci ha svelato così tanto del nostro straordinario mondo. La scienza è una parte centrale, non separata, della cultura, insieme all´arte, la storia e le scienze sociali e umane. (Traduzione di Marina Verna) 

La Stampa
24/5/2002


Tra speranze e ostacoli antichi così fuggono i cervelli

Io stesso appena laureato fui costretto ad andarmene Mi ero rivolto a un professore che fu chiarissimo: "Può restare solo se dispone di mezzi economici"

In Italia l´interesse per la ricerca è inferiore a quello degli Usa. Lo dimostra anche il numero molto basso di finanziatori pronti a sostenere progetti innovativi

di RENATO DULBECCO


IL FENOMENO della fuga dei cervelli dall´Italia è ben noto, specialmente per quello che riguarda i giovani ricercatori, che dovrebbero costituire il futuro del paese. Questo è un fenomeno di cui si parla spesso, facendo ipotesi sulle sue origini e proposte sui metodi da adottare per evitarlo. Ora abbiamo un documento che ci dà informazioni più sicure sulle cause e le modalità del fenomeno, basato sulle risposte a domande precise date da 737 "cervelli in fuga".
Da questo documento risulta che la ragione principale è la difficoltà di fare buona ricerca in Italia, associata all´insufficienza di trattamento economico in paragone con ciò che avviene all´estero.
Per capire perché avviene la fuga, bisogna riconoscere che il giovane ricercatore è un sognatore. Si è impegnato in un filone di ricerca che ha scelto per ragioni sue, ed è deciso a lavorare accanitamente per realizzare il suo sogno, che è quello di fare una scoperta. Per raggiungere questo scopo deve trovare un laboratorio che lo ospiti, e gli dia i mezzi per portare avanti il suo sogno, con tutte le attrezzature e l´aiuto tecnologico necessario. All´inizio la sua ricompensa economica sarà minima, ma egli spera che migliorerà con il tempo come riconoscimento delle sue scoperte. Al momento quello di cui egli ha bisogno è la possibilità di lavorare, senza ostacoli burocratici o politici: questa è una necessità assoluta.
Queste conclusioni sono confermate dall´analisi riportata nel documento. Ma le situazioni specifiche dei vari ricercatori possono essere molto diverse l´una dall´altra, pur avendo un comune denominatore. Come esempio possiamo considerare me stesso, essendo stato anch´io un cervello in fuga. Quando presi la laurea in medicina, decisi di continuare la direzione della ricerca medica che avevo seguito durante i sei anni del corso. Dapprima pensai a un tipo di ricerca clinica, e andai a parlare al professore, spiegandogli cosa volevo fare. Mi ascoltò benignamente, non mi chiese alcuna informazione su quello che avevo già fatto, e poi mi diede la dura risposta: se volevo entrare nella clinica mi sarei trovato al punto più basso, senza alcuno stipendio, e senza possibilità di lavoro indipendente fino a che tutti quelli avanti a me non avessero trovato una sistemazione. Perciò, a meno che non avessi mezzi finanziari adeguati, non avrei dovuto nemmeno pensarci.
Questa fu la fine del mio primo tentativo. Che delusione, tutto ciò che avevo fatto nel passato era inutile, e anche quello che avrei potuto fare nella clinica non aveva alcun peso. Infatti il professore non me lo aveva nemmeno chiesto. Evidentemente altri fattori erano determinanti.
Perciò dovetti ritornare al mio laboratorio, alle mie ricerche, che mi piacevano molto, ma che non potevo perseguire come volevo, per mancanza di un ambiente di lavoro adatto. Il mio sogno erano i geni, ma a quel tempo in Italia nessuno se ne interessava, e nei laboratori mancavano le attrezzature necessarie per il loro studio.
Ma fui fortunato. Un giorno arrivò al laboratorio un ex studente che era emigrato anni prima negli Stati Uniti, e che conoscevo. Parlando in modo informale, lui mi domandò che cosa avessi fatto nella mia ricerca, volle conoscere tutti i dettagli; poi mi chiese dei miei piani, e di nuovo volle sapere come li avrei perseguiti. Dopo averli esaminati a fondo, mi disse che lui aveva dei piani simili. Alla fine riconobbe che ero idoneo, e mi offerse di andare a lavorare nel suo laboratorio negli Stati Uniti. Così io diventai un «cervello in fuga»; e non me ne sono mai pentito. Era una necessità, se fossi rimasto in Italia non avrei mai potuto fare ciò che ho fatto in quel paese.
Tra quel paese e l´Italia ci sono alcune differenze fondamentali. Là c´è grande cameratismo tra i ricercatori, ci sono strumenti adeguati, personale tecnico adeguato, e mezzi sufficienti. Il riconoscimento dei ricercatori è basato sul loro merito, senza considerazioni politiche o di anzianità. In Italia ci sono ricercatori estremamente abili, ma i mezzi a loro disposizione sono spesso insufficienti. Spesso essi non sono incoraggiati a lavorare perché il loro merito non è riconosciuto a sufficienza: nel processo dominano i metodi burocratici e politici. Naturalmente ci sono alcune eccezioni.
In Italia non c´è grande interesse nella ricerca, come esiste negli Stati Uniti: ciò è dimostrato dalla scarsezza di donatori che l´aiutino finanziariamente, specialmente tra le persone con grande capacità finanziaria.
È appunto per questo che, durante la mia partecipazione al Festival della Canzone a Sanremo, nel 1999, io dichiarai che avrei dedicato il mio compenso (una piccola cosa in realtà) ai giovani ricercatori, donandolo per questo scopo a Telethon. E infatti Telethon iniziò con esso il sistema delle «Carriere», che cerca di offrire a giovani cervelli fuggitivi condizioni di lavoro in Italia paragonabili a quelle che esistono all´estero, in modo che possano ritornare. Una ventina di cervelli sono già ritornati in questi ultimi tre anni seguendo questa offerta, un grande successo. Ma la loro vita non è facile, perché le vecchie ragioni persistono. Ed io sono stato un po´ deluso, perché speravo che il mio gesto avrebbe stimolato altri a fare lo stesso: ma non mi pare sia successo.
Si parla molto di quel che si dovrebbe fare per cambiare questa situazione, e dare modo ai giovani di affermarsi. Certo i mezzi e le attrezzature sono cose importanti. Ma c´è un altro fattore: la scarsità dei posti a disposizione dei ricercatori. Una parte gravemente deficitaria in Italia è quella basata sulle possibilità di lavoro nell´industria, che rappresenta una parte notevole in altri paesi. Però ho l´impressione che in questo campo le cose stiano cambiando, e questo sarà il mezzo più importante per evitare la fuga dei cervelli.

la Repubblica
12 giugno 2002


Un'indagine Censis, promossa dalla Carive, conta ben 2678 ricercatori emigrati. L´85% non aveva alternative

"Troppi baroni, pochi soldi" fuga dei cervelli all´estero
L´essere giovane da noi costituisce un handicap, in Usa fa punteggio. Imprese e sponsor italiani assenti sul fronte degli stanziamenti

Lo studioso in fuga ha fra i 30 e i 40 anni e decide di partire dopo aver già avuto esperienze accademiche Negli altri paesi fa spesso carriera

ALESSANDRA CARINI


VENEZIA - Sono un piccolo esercito sconosciuto e silenzioso, una élite, che ha deciso di lasciare l´Italia. Il bagaglio che si porta dietro non è composto né da valigie di cartone né da più moderne ventiquattro ore: è fatto di idee, di voglia di sperimentarle, di necessità di mettere in pratica una ricerca. Sono quelle élite che una società dovrebbe corteggiare e coccolare perché sono il nerbo delle strutture universitarie e, alla fine, uno dei fattori determinanti del suo sviluppo. Ma in Italia i ricercatori sono spesso bistrattati e respinti da un sistema accademico che penalizza la meritocrazia, da una società che non dedica abbastanza fondi nè sforzi alla ricerca. Così molti vanno all´estero a studiare generando quello che è diventato un fenomeno preoccupante: una fuga di cervelli, un´emorragia di giovani ma anche di vecchi ed emeriti studiosi. Quanti sono? Chi sono? Perché hanno lasciato l´Italia? Ci tornerebbero?
Una ricerca del Censis fa il punto per la prima volta sul fenomeno arrivando a censire ben 2678 persone che negli ultimi anni hanno lasciato l´Italia (più del doppio di quanti non ne stimi il ministero degli Esteri). La ricerca, che è curata da Gianni Toniolo e promossa dalla Cassa di Risparmio di Venezia, verrà presentata a fine settimana in un convegno insieme ad un´indagine della commissione europea illustrata da Renato Brunetta. La novità sta non solo nel tentativo di dare una dimensione al fenomeno ma anche nell´indagine a tappeto sulle motivazioni che ne stanno alla radice.
L´identikit del ricercatore "emigrato" è quello di un uomo (ma circa un terzo sono donne) tra i 30 e i 40 anni con una laurea, ovviamente italiana e che, dopo avere avuto qualche esperienza di lavoro o accademica (quasi due terzi del totale) ha scelto di andare all´estero. E lì decide di restare dato che, in media, ognuno di loro vive fuori da oltre quattro anni.
Le ragioni di questa scelta non sono quasi mai personali o familiari. Sono prettamente lavorative. Si lascia il sistema italiano per andare soprattutto negli Stati Uniti, ma anche in altri paesi europei dove c´è maggiore disponibilità di risorse, stipendi più alti, più rapidi sviluppi di carriera. Insomma l´85% di quelli che se ne vanno (ma la cifra sale alla quasi totalità di chi lavora negli Usa) sceglie l´impegno all´estero per un complesso di ragioni che riconduce a carenze e disfunzioni del sistema di ricerca italiano, soprattutto quello accademico. E qui l´atto di accusa che emerge dalle risposte ai questionari non potrebbe essere più chiaro: rapporti gerarchici e frustranti, troppa burocrazia, gerontocrazia invece della meritocrazia, incertezze sui tempi della carriera, scarsa autonomia dei giovani, scarsa presenza delle imprese che fanno ricerca, scarsi rapporti con quelle che la fanno con l´ università. Gli altri paesi, a cominciare dagli Stati Uniti vengono vissuti come un sistema esattamente opposto: un luogo dove si può ricercare un´autonomia, dove i rapporti sono rispettosi di opinioni e valutazioni, dove essere giovane è una connotazione positiva e non un handicap.
Che fare? Secondo gli "emigrati" bisognerebbe rovesciare attraverso una sorta di rivoluzione cultural-finanziaria, i connotati del sistema italiano: si parte dall´aumento delle risorse da destinare alla creazione di centri post-laurea autonomi dalle università, per arrivare ad una maggiore trasparenza e meritocrazia nella selezione dei ricercatori. Secondo Toniolo un ruolo determinante sia dal punto di vista finanziario che istituzionale potrebbe essere svolto dalle Fondazioni bancarie con le loro risorse e le loro possibilità di joint venture per la creazione di centri di ricerca.

la Repubblica
12 giugno 2002

Non c'è solo un grave problema di mezzi, c'è anche un problema di procedure «storicamente lunghe, pesanti e farraginose» : Così muore la ricerca

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