Ricordo di Fernando Santi
Discorsi pronunziati al Teatro Regio di Parma l’11 ottobre 1970 in occasione del primo anniversario della morte

RICCARDO LOMBARDI

Compagni, amici, cittadini di Parma, della Parma della Resistenza, della Parma d'Oltretorrente, della. Parma di Picelli, della Parma di Fernando Santi, voi comprendete la mia profonda emozione nell'introdurre questa commemorazione di colui che, senza nessuna affettazione, posso considerare, oltre che il mio più caro compagno, il più caro amico di decenni.
Fernando Santi è stato uno di quegli uomini la cui figura, il cui insegnamento - egli che si dava delle arie così poco pedagogiche - risulta sempre maggiore quanto maggiore è la distanza nel tempo dalla sua scomparsa; oggi misuriamo davvero, ogni giorno di più, quello .che ci è mancato, quello che ci manca.
Tutti ricordate la sua figura umana, quel suo modo ironico e scanzonato che appariva agli indifferenti o ai superficiali come un atteggiamento scettico, ed era invece un atteggiamento di pudore; quel suo pudore che gli consigliava, e gli consigliò sempre l'enorme responsabilità che egli attribuiva ad ogni parola, ad ogni comunicazione, poiché le parole, per Fernando Santi, erano generatrici di azioni e quindi premessa di una responsabilità, per chi parlava e per chi ascoltava.
Egli ebbe questa straordinaria capacità di tradurre in termini semplici, non semplicistici, le elaborazioni, i risultati più complessi, anche i più sofisticati. Questa sua capacità di semplificazione, di ridurre all'osso - come egli diceva - i problemi essenziali, era davvero stupefacente. Alle volte sembrava che egli scavalcasse tutto il corso di un'elaborazione . critica per arrivare immediatamente alla conclusione, e in realtà questo era il suo stile di pensiero, il suo stile di parola.
Egli non parlava di cose alle quali attribuiva un'importanza vitale, per sé, per il Partito, per il movimento operaio, con la pretesa di sofisticarle e renderle difficili; egli aveva cioè quella capacità di tradurre in senso comune le elaborazioni più difficili e anche teoricamente più complesse del pensiero socialista, quello che appunto Carlo Marx domandava come premessa, anche morale e psichica, per il passaggio al socialismo, vale a dire la critica al sistema capitalistico, con tutti i suoi orrori, con tutta la sua irrazionalità, con tutta la sua stupidità, ridotta non soltanto alla dimostrazione dei teorici, ma a senso comune.
Fernando Santi capiva che il socialismo avrebbe fatto il passo decisivo in avanti quando fosse finita l'egemonia che ancora su tutti noi esercita, come residuo, e qualche volta non solamente come residuo, la cultura, la concezione, la scala di valori della borghesia.
Egli capiva questo e riduceva tutto alla necessità di far diventare senso comune la rivolta contro il capitalismo: quel giorno la battaglia per il socialismo sarebbe stata vinta.
Ecco perché egli ci appare oggi limpido, chiaro, efficace nella sua prosa volutamente disadorna, e che pure era il frutto di una lunga elaborazione, di un lungo affinamento.
Egli faceva un poco come Michelangelo, nel senso di togliere, non di aggiungere. Lavorava, quando egli preparava il modo come manifestare il suo pensiero, la sua opinione, come trovandosi davanti ad un blocco di marmo da cui doveva essere tolto il superfluo perché la figura apparisse in tutto il suo staglio ed in tutta la sua evidenza.
Ed e' per questo che oggi noi - parlo della mia esperienza, ma anche di quella di molti amici che gli sono stati cari, che hanno vissuto con lui fino agli ultimi anni, fino agli ultimi giorni, una vita intensamente comune di pensiero, anche di preoccupazioni - ricordiamo questa sua straordinaria capacità di rendere limpido il discorso che lo fa rimanere, anche nella storia della letteratura e della saggistica italiane, come uno degli scrittori classici nella forma, classici nel sistema di esposizione e profondamente moderno in quello che diceva, in quello che auspicava, in quello che proponeva.
Noi, che gli siamo vissuti così vicini, nel Partito, sappiamo che cosa voleva dire il pensiero di Santi. Era naturale in noi, istintivo, quando anche tra di noi c'erano, come ci sono sempre, dissensi, incertezze, preoccupazioni, il fatto che l'ultima parola la riservavamo a Santi, perché sapevamo che egli sarebbe stato in grado, non necessariamente di conciliare, ma di dire quello che importava; quello che era decisivo, di estraneo dalle polemiche, dai dissensi, il nocciolo di verità che finiva per imporsi a tutti.
Ed è così che noi amiamo ricordare Santi, vivo, com'era vivo fino agli ultimi giorni, quando dovevamo continuamente informarlo, prima che da Roma si trasferisse a Parma. Ci tempestava di telefonate, voleva che si andasse non a fargli compagnia, ma ad informarlo su che cosa succedeva nel Partito, su che cosa succedeva nel sindacato, ogni particolare. Egli si sentiva tutto una cosa con noi, col movimento politico, col Partito Socialista e si sentiva tutto una cosa con il movimento operaio, con il sindacato, con tutta l'espressione del movimento operaio.
Veramente - e credo senza nessuna indulgenza retorica - si può dire che egli fra di noi fu l'uomo più completo, cioè l'uomo in cui esigenze culturali, esigenze pratiche, necessità di concessioni, necessità di intransigenza formavano un tutto, una sintesi da cui nasceva l'uomo politico, ma nasceva soprattutto l'uomo, questa splendida figura, anche fisicamente bello, da giovane e da anziano, nei cui occhi traluceva questo suo immenso amore per gli umili, questo suo immenso amore, questa sua infinita solidarietà con la gente che ha ragione ed alla quale la ragione viene negata.
Ecco perché, compagni, amici e cittadini di Parma, questa commemorazione non deve essere e non sarà certamente una semplice rievocazione, come d'uso; deve essere intesa a farci ricordare, non soltanto a farci rimpiangere, - come è ovvio, ma a farci ricordare che c’è un insegnamento prezioso, e non soltanto di contributi, ma anche di stile di vita e di stile politico che Fernando Santi ebbe, una figura veramente fulgida.
Ad essa mandiamo il nostro commosso ricordo, alla sua famiglia, alla cara sua moglie che è qui, con noi, che lo seguì in tutte le sue vicissitudini, affettuosa, fedele, sempre pronta a condividerne la durezza della vita, ad essa mandiamo il commosso saluto dei socialisti.


PIERO BONI - Segretario Confederale della CGIL

Cittadini, amici e compagni, la CGIL, l'organizzazione di Fernando Santi, nella quale egli entrò a 18 anni, dirigendo là Camera del Lavoro della sua città natale, lo ricorda oggi con immutato affetto, rinnovando l'impegno che essa ha assunto qui, salutandolo un anno or sono.
Ad un anno dalla sua scomparsa, noi possiamo ancora misurare la conferma della validità del patrimonio che egli ci ha lasciato. Forse raramente avviene, quando scompare una forte personalità del movimento operaio, di compiere, a così breve distanza di tempo, una verifica dei suoi insegnamenti e delle sue battaglie, ma noi possiamo proprio in questi giorni ricordare qui alcune di quelle che furono le linee fondamentali cui Santi ispirò la sua azione e con le quali tanto diede alla CGIL ed a tutto il movimento sindacale italiano.
Diceva Santi, nel Congresso della CGIL del 1949, quando postulava l'impegno per le riforme che è stata una linea costante di battaglia e di azione del nostro movimento sindacale: " l'esigenza di queste riforme non è stata sviluppata sufficientemente forse perché non era chiaro in ognuno di noi ché le riforme che si realizzano e che incidono nel profondo sono quelle che sorgono radicate nella nostra coscienza, nella nostra consapevolezza, che sono soprattutto il frutto delle nostre lotte e del nostro sacrificio ".
Ad un anno di distanza, mentre questa battaglia per le riforme, che ebbe in Fernando Santi uno dei suoi alfieri migliori, comincia ad assumere concretezza per i lavoratori italiani, porta ad essi dei primi, significativi risultati in due fondamentali direzioni, quello della riforma sanitaria, quello di una nuova politica edilizia, l'ammonimento di: Fernando Santi risuona in tutti noi: " valgono le riforme che sono il frutto della lotta, che sono certamente maturate nel profondo della nostra coscienza ".
Ritorna in noi, proprio in questi giorni, l'altro suo grande ammonimento: guardiamo tutto con realismo; se qualche passo è stato fatto in avanti, certo molto, anche in direzione delle riforme, resta da conquistare; molto resta ancora da chiarire, anche di quello che si è convenuto. Guardiamo quindi a questi obbiettivi con realismo cosciente per il cammino che ancora c’è da percorrere, con quel gradualismo a cui egli ci esortava, di cui egli assumeva con fierezza l'impegno, che - egli stesso definiva gradualismo rivoluzionario, in quanto aveva il senso profondo della conquista incessante - del sindacato, del sindacato che deve rendere conto ogni giorno ai lavoratori del suo operato.
Ci ricordava, lasciandoci al Congresso di Bologna della CGIL: " il sindacato non può dare appuntamenti alla storia, i partiti, entro certi limiti, sì e quindi egli postulava un'azione incessante del sindacato, questa sua conquista quotidiana che fa valide e forti le coscienze; conquiste che entrano nel patrimonio civile di tutta la nostra società nazionale, perché il sindacato era per lui questo progresso, era educazione, era elevazione del proletariato.
In questa sua azione incessante ebbe sempre fermo e chiarissimo - vale ricordarlo ai giovani, proprio in questi giorni - il senso dell'autonomia sindacale. In questa sua azione incessante di progresso e di conquista civile ed umana il sindacato deve conservare chiara,
limpida e cristallina la sua autonomia, deve rifiutare ogni integrazione nel sistema.
Per me questo problema non si pone per il sindacato - diceva ancora nel suo congedo di Bologna - questo sindacato autonomo, che conserva la sua autonomia non soltanto nei confronti del Governo, del padronato e dei partiti, ma conferma questa profonda autonomia operaia, che è espressione di democrazia e di avanzamento in ogni sistema, che è condizione prima di uno dei profondi insegnamenti che egli ci ha lasciato, questa eredità pesante di cui è duro essere all'altezza, quello dell'unità sindacale, della sua profonda e sostanziale battaglia unitaria.
Proprio in questi giorni, in cui certe conquiste sono certamente il frutto della lotta e dell'unità dei lavoratori italiani, ma sono il frutto anche di quell'unità che Santi voleva, che si costruisce nella dialettica, che non è accordo di vertici, che non è conformismo. Di fronte a certe libere scelte, che sono naturali e legittime all'interno del movimento sindacale, compresi anche i dissensi sull'opportunità o meno di fare un'azione, si sono riunite nel nostro Paese, al di fuori dello schieramento sindacale, su certa stampa e su certe pubblicazioni, ma talvolta anche all'interno dello schieramento sindacale, esortazioni alla rissa, ritorno di accenti molto lontani, ritorno a quell'esasperazione tra i lavoratori contro cui Fernando Santi condusse tenacemente la sua battaglia.
Nei giorni difficili del nostro sindacalismo, nel luglio 1948, all'epoca della prima scissione del sindacalismo unitario sorto dalla Resistenza, fermo fu il discorso di Fernando Santi contro ogni settarismo, contro ogni tentativo di rissa, contro ogni tentativo di crescere le divisioni
Dobbiamo costruire un sindacato - disse nella CGIL, in quel momento difficile - nel quale non ci siano né eletti né reprobi, né tollerati, né padroni di casa.
Su questo rifiuto del settarismo, su questa tolleranza, su questa profonda convinzione unitaria l'unità è andata avanti, proprio per il suo contributo ed il suo appello e la sua azione nella CGIL non sono certo caduti nel vuoto.
Raccogliamo oggi quest'insegnamento, in questo momento forse difficile, ma in cui la prospettiva grande e luminosa dell'unità sindacale è vicina; lo raccolgano tutti i lavoratori italiani, lo raccolgano tutti i suoi compagni socialisti militanti in ogni organizzazione.
Siano fedeli a quest'insegnamento ed a questo grande obiettivo; portiamo avanti questa grande garanzia di democrazia e di progresso, non soltanto per i lavoratori, ma per tutto il paese.
Sì, Fernando, i lavoratori italiani saranno fedeli 'alla tua memoria, sapranno costruire una nuova e luminosa unità sindacale.


FRANCESCO DE MARTINO

Compagni, è difficile per me commemorare Santi, qui, nella sua terra, dove egli tornò per morire, non solo per l'emozione profonda che suscita il suo ricordo nell'animo nostro e che ho sentito vibrare nelle parole del compagno Riccardo Lombardi, ma anche perché sento la mia debolezza, il fatto di non essere legato, come lui era, alle tradizioni originarie del socialismo e sento che il compito è difficile e quindi vorrei pregarvi di essere indulgenti per quello che dirò, ispirato soltanto dall'idea di raccogliere dall'opera di Santi quell'insegnamento che è vivo e che noi abbiamo il dovere di considerare una parte essenziale del patrimonio del Partito Socialista che dobbiamo trasmettere nel futuro.
Santi era nato qui, a Golese, a due passi da Parma il 13 novembre del 1902 e a sedici anni si iscrisse al Partito Socialista, divenendo ben presto, nel 1920, Segretario della Camera del Lavoro di Parma, dalla quale poi passò a reggere la Segreteria della Federazione Giovanile che, lo ricorda nelle sue stesse descrizioni, in uno di quei deliziosi racconti ai quali si riferiva Lombardi, era sorta con riunioni, che si tenevano in una stalla, di giovani ai quali egli trasmetteva il messaggio socialista.
Segretario della Camera del Lavoro di Torino nel 1921, nel 1925, e poi impegnato nella lotta antifascista che sorresse in Italia. fino a quando fu costretto, nel 1934, all'emigrazione in Svizzera, per tornare in Italia all'epoca della Resistenza e partecipare alla Liberazione di Milano.
Dopo la Liberazione la sua forte personalità ebbe subito il giusto riconoscimento. Segretario della Camera del Lavoro di Milano e poi, rapidamente, nel 1947, Segretario Generale della Confederazione Generale Italiana del Lavoro, carica tenuta fino al suo ritiro dall'attività sindacale nel 1965.
Membro della Direzione del Partito credo ininterrottamente. deputato in quattro legislature, in ogni campo della sua azione egli ha lasciato un'orma incancellabile.
Ci ha lasciato il 15 settembre del 1969, dopo avere con grande stoicismo, al pari di un altro grande compagno che egli era vicino, il compianto Brodolini, sofferto le sofferenze di un inesorabile male.
Egli descrive la sua origine, che era origine proletaria, in uno di quei racconti che giustamente Lombardi ha definito come classici della letteratura, racconti nei quali egli è riuscito, con. semplicità di espressione, senza retorica, a rendere vivo, ad evocare quello che voleva narrare. Credo che nulla di più bello può essere scritto e detto sulla sua origine di quanto egli stesso ha scritto ne " I primi passi di Milano ", in cui racconta la sua vita milanese durante i primi anni del fascismo e rievoca la lunga miseria dalla quale egli e la sua famiglia uscivano.
" Quella nuda povertà - cioè quella che soffriva a Milano nei primi tempi. del fascismo - era cosa per me naturale; mio padre l'aveva ereditata da suo padre e suo padre dal padre di suo padre.
Di mia madre non dico. I suoi erano braccianti della Bassa, verso il Po, gialli di secolare polenta, sotto la scorza nera. dell'aria e del sole. Fin da bambina aveva preso ad andare per i campi, quando l'estate chiama tutte le braccia, o a spigolare grano o in cerca di radicchio selvatico per la sera.
Le lunghe serate le passava al telaio, un telaio di legno sul quale tesseva una ruvida tela. Fu quella l'unica cosa che portò mia madre in dote.
L'inverno andava a servire in città e fu lì che conobbe mio padre ferroviere ".
Questa era l'origine di Fernando Santi, uomo nato dal proletariato padano e uomo che dal proletariato padano ha attinto l'ispirazione fondamentale per la lotta del socialismo prima ancora che dagli studi teorici o scientifici o politici.
L'ambiente nel quale viveva ce lo rievoca in un altro scritto di estremo interesse, "Quaranta morti al mio paese", che è una rievocazione di un episodio della guerra, di un bombardamento che colpi queste povere case. Non so se fingendo di inventare il racconto per cose reali, egli descrive quest'ambiente, la miseria antica, l'esistenza degli operai e dei braccianti, parla di quello che facevano, del timore dell'inverno che porta il freddo ed il gelo e l'interrogativo sconsolato del domani, del sorgere delle prime idee socialiste, del diffondersi dei primi giornali, delle riunioni che allora si tenevano tra questa povera gente, dove veniva maturando una coscienza nuova.
Questi quaranta morti furono quaranta morti colpiti da una bomba perché si era scavata una sorta di diga ed è estremamente interessante il rilievo di Santi, che entra nel più profondo della psicologia di questa gente, del loro senso del collettivo, quando egli dice, rimproverando a se stesso di non essere stato nel suo paese per consigliare come fare per sfuggire alla morte: "Gli avrei detto - egli dice - quando vengono le bombe sperdetevi nei campi, lungo i. fossati, nel canale, sotto gli alberi, ma forse non mi avrebbero obbedito"; ecco l'annotazione sul senso profondo del collettivo, che è determinata dall'unità delle sofferenze e della miseria. "Forse non mi avrebbero obbedito, abituati a stare tutti assieme, a ridosso come le loro quattro case e quando vi fu il pericolo dell'incursione si addossarono nello stesso fossato e furono tutti colpiti".
In questi scritti, dei quali ho voluto dare qualche citazione estremamente significativa, si avverte anche lo' stile dell'uomo, uno stile degno dei più grandi scrittori della letteratura moderna, uno stile scarno, semplice, estremamente efficace, in cui vive la figura tratta dalla realtà.
Questo stile, egli ha recato in tutta la sua attività di sindacalista e di politico e la sua grandezza, la sua tipica grandezza è di essere stato ad un tempo un grande sindacalista ed un grande politico.
Forse questa così piena unità di tutte le attività che fanno un grande dirigente del movimento operaio derivava appunto dal fatto di avere partecipato alle lotte nella Valle Padana, dirette dal riformisti, alle quali, almeno secondo versioni ed interpretazioni storiografiche che mi sembrano corrette, si è ricominciato a dare il valore profondo che esse avevano come importanti lotte di classe. Santi in tutta la sua vita, ed anche nei suoi ultimi giorni, ha sempre rivendicato di essere collegato con la tradizione riformista.
In questa tradizione riformista nascevano quegli uomini pieni di umanità, come Fernando Santi, pieni di bontà, pietosi, talvolta perfino patetici nel loro senso umano, però duri., ostinati, intransigenti nella difesa degli interessi del proletariato, un riformismo che traeva la sua origine dalle lotte di classe, che poneva a base della lotta dei lavoratori l'unità di classe, non il pseudoriformismo dei tempi nostri, al quale taluni si richiamano senza averne alcun diritto perché riformisti nel senso giusto non sono e non possono essere.
Probabilmente da questo collegamento si spiega anche il fatto che egli ha potuto essere ad un tempo un grande dirigente sindacale ed un grande politico, perché questo fu caratteristico delle lotte dei vecchi riformisti nella Valle Padana, in cui si trattava di organizzare i braccianti poveri, contro uno Stato che aveva relegato, nel periodo del capitalismo nascente e della borghesia egemonica, il proletariato, ed in particolare i contadini, ai margini della società, senza diritti politici, considerandoli come sovversivi e nemici dello Stato.
Il movimento operaio, ed in particolare il movimento contadino, in quell'epoca non aveva altra scelta che di unire le lotte rivendicative alle lotte politiche; fu uno dei tratti più caratteristici del riformismo di allora quest'inscindibilità tra le azioni rivendicative che riguardavano le condizioni di vita dei lavoratori ed i problemi politici, cioè i problemi della democrazia, la richiesta del suffragio universale, della libertà di associazione, del diritto di sciopero e così via.
Santi probabilmente aveva attinto da un'esperienza vissuta, oltre che dal legame con i vecchi riformisti, quella coscienza che spiega anche molte caratteristiche che fanno il movimento sindacale italiano diverso dal movimento sindacale degli altri paesi, che ha più carattere - rivendicativo, mentre il movimento sindacale italiano, nei suoi sviluppi ed anche nelle sue contraddizioni o incertezze ha pure avuto sempre, come elemento caratteristico, che è oggi nella sua dimensione maggiore, di non limitare le sue finalità al momento rivendicativo, ma perseguendo invece fini politici, fini di riforme, che possono incidere sulla struttura e modificare profondamente i rapporti di classe.
Credo dunque che sia abbastanza giusta la definizione, che anche un giovane collaboratore del compagno Santi, in un saggio che sta predisponendo ha dato, traendola da un riesame delle lotte sociali e politiche della fine del secolo scorso, la definizione di Santi come un riformista padano, ma un riformista nel senso che abbiamo detto, cioè di uno che traeva dal legame inscindibile con le masse lavoratrici la volontà di rinnovamento e di riforma e la convinzione che occorreva un processo graduale di riforme, fino a giungere al socialismo ed alla instaurazione di una società nuova.
Inspirato da queste idee egli è stato profondamente coerente in tutta la sua attività, come sindacalista e come politico, ed alcune idee le troviamo ricorrenti; sempre le stesse, con un'intransigenza e coerenza ideale che dimostrano che il compagno Santi dava preminenza a questi valori ideali rispetto a qualsiasi altra considerazione di carattere contingente o pratico; anche se la politica naturalmente induce a compromessi o accomodamenti, egli non ha mai perso di vista certe idee fondamentali che hanno diretto la sua attività, sia nell'azione sindacale che nell'azione politica.
Nel campo sindacale - lo ha ricordato Boni - immediatamente dopo la scissione del 1948, l'azione svolta da Santi all'interno della CGJL, fu non solo per limitare le conseguenze, che sarebbero state rovinose per i lavoratori, della scissione sindacale, ma anche per correggere gli. errori che esistevano all'interno dell'organizzazione, per riaffermare l'esigenza di una profonda democrazia, di una democrazia reale, per dare all'esistenza delle correnti non solo il carattere di formazioni non necessariamente antitetiche, ma per consentire lo sviluppo della dialettica tra le correnti, in vista del conseguimento di una unità più elevata ...
Fin da allora, fin da quel tempo in cui pareva folle pensare alla possibilità della ricostituzione dell'unità sindacale, la sua idea, il suo fine proclamato è stato sempre questo.
Perciò più tardi, allorché nel 1956 si cominciò a parlare dell'unificazione socialista, tra P.S.I. e P.S.D.I. il compagno Santi, non avversando allora quest'eventualità ma collegandola al quadro più generale della ricomposizione dell'unità della sinistra; e del movimento operaio italiano, si espresse chiaramente contro l'idea, che in quel tempo era abbastanza diffusa in alcuni circoli politici, del sindacato di partito, opposizione che poi sviluppò ancora più energicamente al tempo in cui si venne preparando l'unificazione socialista, nel 1965.
Da allora infatti egli osservava che l'idea del sindacato di partito, anche se di un sindacato ad ispirazione socialista, non era la via giusta per risolvere il problema sindacale e non era la via giusta per aiutare l'unificazione socialista.
Al contrario: "se l'unificazione, come taluni vorrebbero, dovesse comportare ulteriori divisioni sindacali essa sarebbe giudicata negativamente da milioni di lavoratori non socialisti, la cui opinione sarebbe un delitto ignorare e ai quali dobbiamo invece cercare di estendere la nostra influenza, rendendoli beneficiari del processo di sindacale, cioè l'idea dell'autonomia e della democrazia, una democrazia come la intendevano i vecchi organizzatori delle leghe contadine della Valle Padana, che voleva dire partecipazione attiva dei lavoratori alle decisioni.
Così egli intendeva la democrazia interna nel sindacato come necessità di far partecipare all'elaborazione della linea sindacale ed anche alle singole decisioni gli iscritti, i lavoratori.
L'autonomia del sindacato, autonomia dai partiti, naturalmente autonomia dai governi, autonomia che egli venne precisando quando si cominciò a parlare di una politica di centro-sinistra e di uno incontro tra socialisti e cattolici, autonomia nel duplice senso, cioè che il sindacato non può essere concepito - come qualcuno avrebbe potuto concepirlo - come una specie di cinghia di trasmissione dei socialisti se fossero entrati nel Governo, e quindi come un sindacato filo-governativo, ma nemmeno il contrario, cioè come un sindacato pregiudizialmente avverso ed all'opposizione.
Queste idee di autonomia e di democrazia, di democrazia come fatto di base, di democrazia che viene dal basso, queste furono le idee importanti, fondamentali che egli sostenne costantemente nell'azione sindacale e che credo rimangano l'eredità migliore di Fernando Santi per quanto riguarda i suoi contributi dati a questa grande causa dell'unità dei lavoratori.
Oggi possiamo giudicare quanto le sue idee siano attuali; quando confrontiamo oggi la condizione in cui si trovano i sindacati, la loro realizzata unità d'azione, il fatto che il processo unitario sia in corso, con il 1948, che fu l'epoca della scissione sindacale, oggi vediamo come per fortuna nella storia di un popolo la causa dei lavoratori non si può cristallizzare in nessun momento e che se vi è un'idea giusta, un interesse giusto, alla lunga queste idee e questi interessi prevalgono e nessuno è in grado di impedire che essi prevalgano.
Santi lo aveva previsto, e per questo si era sempre battuto ed aveva dato grandissima importanza a quanto avveniva nel movimento cattolico, ed in questo forse differenziandosi dai vecchi socialisti che avevano conservato dalla eredità risorgimentale quel tipo di anticlericalismo che pesò negativamente sulla politica italiana di allora.
Ma lui no, lui non aveva questa caratteristica di alcuni vecchi socialisti e guardava con estremo interesse a quanto avveniva all'interno del movimento organizzato dei lavoratori cattolici ed e' sintomatico quello che egli ha detto - come ricorderò più tardi - ai Convegno di Vallombrosa delle ACLI nel 1968, che in qualche modo possiamo considerare il suo testamento politico.
Si era battuto per questo, per l'idea dell'unità, le cui premesse erano autonomia e democrazia, democrazia reale, non apparente, democrazia che nasce dal basso.
Su questa base, sull'idea cioè che sono i lavoratori protagonisti della democrazia, e non le burocrazie che si sovrappongono ai lavoratori, su quest'idea egli aveva sempre lavorato e nelle grandi difficoltà di allora, e specialmente degli anni intorno al 1948, quando il movimento operaio era sotto la suggestione dello stalinismo Santi ha proseguito la sua azione.
I risultati oggi sono sotto gli occhi di tutti. L'unità è andata avanti, vi sono ancora, certo, difficoltà, contraddizioni, si continuano a commettere degli errori, ma nessuno più è in grado di fermare il processo dell'unità sindacale, perché è entrato profondamente nella coscienza dei lavoratori, i quali dalla realtà delle cose hanno potuto trarre l'insegnamento necessario e convincersi della loro forza e potenza se sono uniti.
Sono perciò assolutamente convinto che, quali che siano le vicende o ancora la via travagliata che bisogna percorrere, l'unità sindacale in Italia sarà realizzata e sarà un grande evento, che modificherà le condizioni sociali, economiche e politiche del nostro paese e costringerà anche i partiti a fare i conti con la loro realtà ed a ricercare le vie del rinnovamento, essendo estremamente difficile conciliare l'esistenza di un movimento sindacale unitario di tutti i lavoratori con la frammentazione politica che è ancora caratteristica della situazione attuale del nostro paese.
Queste mi sembrano le caratteristiche principali di Santi come sindacalista e non entro, naturalmente, per ragioni di brevità, nell'esame dei singoli contributi che egli ha dato all'elaborazione dei programmi di azione sindacale, sempre tenendo di vista fini generali, come un altro grande dirigente sindacale con il quale egli fu strettamente legato e con il quale lavorò intensamente, il compagno Giuseppe Di Vittorio, che non aveva, come Santi, l'origine dei riformisti della Valle Padana, ma un'altra esperienza non meno tremenda, quella della miseria dei contadini pugliesi. Anch'egli non concepì mai il sindacato come fine a se stesso, come organizzazione per migliori salari, ma come un'organizzazione che guardasse più innanzi e più lontano, che si proponesse fini più profondi.
Il piano, del lavoro, che fu la prima elaborazione concreta della Confederazione; Generale Italiana del Lavoro, fu appunto l'espressione dell'idea che gli interessi dei lavoratori non si tutelavano semplicemente richiedendo dei salari, ma si tutelavano se si poteva intraprendere un tipo di politica economica che modificasse i rapporti sociali e mirasse a risolvere quei problemi angosciosi che in una parte del Paese fortunatamente sono stati risolti, quelli della piena occupazione dei lavoratori, ma che in un'altra parte, in specie nelle regioni meridionali, sono ancora maledizioni che pesano sulla nostra società.
Santi aveva collaborato intensamente a questa formazione del Piano del Lavoro così come a tutti gli altri contributi che sono stati diretti nel corso degli anni ad indicare politiche concrete, politiche riformatrici e di cui oggi siamo giunti alla maggiore espressione quando vediamo che i. sindacati, non trascurando certo uno dei loro compiti fondamentali, cioè quello di battersi per migliori condizioni di vita dei lavoratori sul terreno salariale, nello stesso tempo pongono come loro fini specifici i problemi delle riforme, suscitando in un primo momento lo scandalo dei benpensanti o di coloro che credono che la democrazia è qualcosa di puramente formale, che esiste nella presenza delle istituzioni o nella garanzia di taluni rapporti istituzionali tra Governo e Parlamento, uno scandalo che nasconde probabilmente una cattiva coscienza, l'opposizione non alle forme, ma al fatto che i sindacati divenivano protagonisti non più soltanto di una lotta di carattere salariale, ma di una lotta politica, che ha come obiettivo le riforme sociali.
Oggi, per fortuna, vediamo che i sindacati hanno acquistato questa coscienza che diventa la coscienza collettiva, e lo diventerà sempre più, dei lavoratori italiani, i quali dall'esperienza di venticinque anni di lotte sono giunti alla conclusione che non basta conseguire degli aumenti salariali se non si risolvono un complesso di altri problemi che determinano la loro condizione di vita altrettanto quanto il salario e forse ancora di più del salario e che quindi è giusto battersi per una moderna riforma dell'assistenza sanitaria, per il diritto alla casa, per una scuola che sia una scuola democratica e moderna e, in particolare, per una politica economica che non faccia pagare in termini di inflazione oppure di recessione quei miglioramenti di vita che i lavoratori riescono a strappare mediante lotte che sono talvolta lotte drammatiche e che impongono ad essi immensi sacrifici.
Ecco quanto di nuovo oggi emerge sulla scena politica e sindacale e noi abbiamo il dovere di riconoscere che un grande contributo a questo processo è stato dato dal compagno Santi con i suoi scritti, con la sua attività, e probabilmente con quell'attività che sfugge a tutti e che soltanto i più stretti collaboratori saranno in grado di ricostruire, quell'attività che si svolge giorno per giorno, senza che nessuno la conosca e che pure costituisce una parte importante dell'attività politica o sindacale di un dirigente come Fernando Santi.
Come politico - l'ho già detto - egli si vantava di essere un riformista, ma un riformista nel senso che abbiamo già precisato, un riformista che era ben cosciente, e lo divenne sempre di più allorché il capitalismo subì i mutamenti che sono tipici della nostra epoca, che consentono taluni margini per provvedere a delle esigenze civili e sociali, ma che rimane pur sempre il capitalismo dominato dalla brutale legge del profitto ...
Santi sapeva che per battere questo sistema le condizioni storiche del nostro paese richiedono non riforme marginali, le quali hanno solo la finalità, certamente utile, di rendere il sistema più umano o meno odioso o meno ingiusto, ma riforme capaci di modificare la struttura del sistema e quindi, mediante passaggi graduali, preparare l'avvento del socialismo.
In questo senso egli era un riformista coerente e lo rimase fino al termine della sua vita e non aveva timore di dirlo, anche in una epoca in cui, bisogna dirlo, con abbastanza ingiustizia il riformismo italiano non ha avuto una buona stampa, sebbene oggi giovani storiografi della sinistra comincino più esattamente a valutare l'importanza che a quei temi ebbe il movimento guidato dai riformisti.
Anche nel campo politico il compagno Santi ha avuto un'assoluta coerenza, ispirandosi sempre ad idee che sono restate fondamentali nella sua concezione; anche se le vicende politiche sono .state diverse e gli schieramenti si sono modificati via via, spesso intrecciandosi, nel Partito Socialista Italiano, le sue idee sono restate le stesse, le idee ispiratrici e fondamentali.
Ricordo che cominciò la battaglia di Partito nel 1949 al Congresso di Genova assieme a Lombardi ed a Pertini. Allora una lieve maggioranza del Partito era -. diciamo pure - di sinistra, sebbene queste definizioni siano tutte sempre un po’ discutibili ed il compagno Santi ed. il compagno Lombardi si battevano nel 1949. - bisogna dare atto di questo, anche se poi si sono venuti a trovare su una posizione diversa - per l'autonomia del Partito e probabilmente avevano veduto, prima ancora di altri, quest'esigenza come essenziale per il socialismo.
L'autonomia del Partito e la sua democrazia interna, che sono poi fatti inscindibili, erano concepite come mezzi e non per rompere l'unità della classe lavoratrice, ma per consolidarla o farla avanzare.
La polemica che vi fu al Congresso di Genova pose chiaramente in luce in quali limiti si intendeva in quel tempo - da Santi e dai suoi amici - questa battaglia per l'autonomia e la democrazia del Partito Socialista Italiano.
Più tardi Santi ha aderito alla corrente autonomista, ma non ha abbandonato queste idee fondamentali ispiratrici, ma anzi .ha recato contributi importanti, che erano anche il frutto della sua straordinaria capacità di adeguamento alle condizioni reali e, nello stesso tempo, di una coerenza con le convinzioni ideali ed i fini politici quali si ispirava.
Così ha aderito alla corrente autonomista ed ha sostenuto il centro-sinistra alle origini, avendo del centro-sinistra una versione che non sempre è stata poi quella realizzata nella pratica, cioè la versione di una politica seriamente rinnovatrice, una politica cioè che mediante le riforme incidesse sulle strutture.
Già nel momento in cui aderiva a questa politica, il compagno Santi ammoniva dal pericolo, che era reale e che abbiamo poi - confessiamolo pure - corso e di cui abbiamo pagato le conseguenze, il pericolo che, impegnati in una politica di governo ed attratti dai problemi che sono specifici di una collaborazione di governo finissimo, se non col perdere, almeno con l'allentare i contatti con le masse popolari e con i lavoratori.
Dal primo momento, cioè da quando giudicò che fosse positivo intraprendere questo nuovo corso, che voleva dire appunto spazzare il centrismo, l'immobilismo di quel decennio, che aveva consentito la ricostruzione capitalistica in Italia e la ricostituzione del vecchio apparato dello Stato, e quindi aprire una via nuova, Santi tuttavia ammoniva sui limiti di questa strada, sui pericoli di cui essa era cosparsa ed invitava il Partito a non perdere mai la sua caratteristica di partito che si ricollega alle esigenze fondamentali dei lavoratori italiani,
Anche nei rapporti con la Democrazia Cristiana, sebbene, come ho detto, egli fosse sempre estremamente attento ai fenomeni che avvenivano nei lavoratori cattolici, anche nei rapporti con la Democrazia Cristiana egli era ben cosciente che non si iniziava un idillio, ma che sarebbe stato qualcosa di difficile, estremamente complesso, per la diversa natura dei partiti .che partecipavano a quest'esperienza.
Sarebbe ingiusto non riconoscere che i fatti, in grande misura, gli hanno dato ragione e che in molti poi, alla fine, ci siamo. trovati a criticare una certa versione del centro-sinistra ed alcuni limiti che ne hanno certamente indebolito, almeno nel passato, la sua capacità di corrispondere alle esigenze reali del paese.
Con la sua ironia, talvolta pungente e sarcastica, spesso trattava grandi questioni in gioco; .. ricordo la polemica che il compagno Santi svolgeva in quel tempo, già dopo il primo avvio del centro-sinistra, contro la degenerazione moderata di esso e contro i dorotei, come egli diceva,. i dorotei di ogni partito, compresi i dorotei del mio partito.
La sua posizione al tempo dell'unificazione socialista fu di netta avversione, anche se, al momento in cui l'unificazione venne decisa dal Congresso del Partito, egli dette la sua adesione leale ed annunciò l'impegno suo e dei compagni che facevano parte della sua corrente, che non avevano favorito l'unificazione socialista, di restare nel Partito non per recarvi una semplice testimonianza, ma per continuare una lotta politica e per salvaguardare le fondamentali esigenze di un Partito Socialista.
Da questo lato a me sembra che, non solo per ragioni di democrazia interna e di rapporti tra le correnti, ma per ragioni essenziali, l'opera di Santi e - debbo dire - l'opera della sinistra del Partito è stata molto importante, anche se numericamente non forte, perché ha aiutato forze. ampie esistenti nel Partito Socialista a mantenere ferme certe esigenze e questa necessità di collegamenti profondi con le masse popolari e, in particolare, la chiara coscienza che il fine di un Partito Socialista, nelle condizioni storiche del nostro paese, è il socialismo, non è una modifica marginale del sistema capitalistico o il renderlo meno incivile e più umano, come invece è sostanzialmente, se non la teoria proclamata di tutta la socialdemocrazia europea, certamente la pratica, almeno di gran parte di essa e indubbiamente, nella teoria e nella pratica, anche la posizione della socialdemocrazia italiana.
È quindi evidente che l'unificazione, essendo nata tra le due forze politiche le quali avevano una visione storicamente diversa del divenire del socialismo, difficilmente avrebbe potuto recare frutti positivi e Santi Io aveva compreso, restando nel Partito e battendosi appunto perché il Partito mantenesse le sue caratteristiche socialiste.
Egli è stato all'opposizione nel Partito; certo, negli ultimi anni lo abbiamo avuto all'opposizione, un'opposizione che non abbiamo mai considerato come un'opposizione estranea ai fini ed ai compiti del socialismo, ma come una opposizione necessaria, utile, che si sarebbe dovuta inventare se non fosse esistita.
Da questo lato i rapporti, oltre che politici anche umani, sono restati rapporti tra compagni, di stima reciproca, di apprezzamento dei contributi che ciascuno poteva dare alla causa comune e perciò ancora oggi noi sentiamo il dolore della sua scomparsa, il fatto che in momenti come quelli attuali, che sono di trasformazioni così importanti, nei quali sentiamo che il nuovo sta sorgendo, ma non è ancora sorto e dobbiamo valutare le opportunità politiche di spingerci un po' più innanzi o di essere più prudenti, ecco che il consiglio di un uomo esperto, leale, che ha avuto soltanto di mira l'interesse del proletariato e del socialismo, quel consiglio ci sarebbe stato certamente prezioso e dobbiamo ora sforzarci di trarlo dal suo insegnamento e da quanto ci ha lasciato.
La sua idea del socialismo - l'ho già osservato - era di una conquista graduale che gli stessi lavoratori compiono mediante lotte che trasformano lentamente, via via, i rapporti di forze e giungono all'instaurazione di una società che sia un'autentica società socialista.
Sebbene egli abbia condotto una battaglia politica importante non solo per l'unità sindacale, ma anche per l'unità dei lavoratori, non ha mai esitato a sostenere una polemica, talvolta anche dura, con i comunisti, sui loro ritardi e sui loro errori, in particolare combattendo lo stalinismo, ma anche dopo la caduta dello stalinismo combattendo i residui dello stalinismo o al centralismo, perché così, cioè combattendo i ritardi che costituiscono un freno allo sviluppo dell'avanzata verso il socialismo, si rafforza la condizione del movimento politico dei lavoratori.
Tipica, in questo senso, fu la lettera che egli diresse al compagno Giorgio Amendola dopo un attacco molto violento che Amendola aveva fatto alle tesi di Ingrao, tesi che erano risultate in minoranza. In quella lettera Santi manifestava la sua delusione per questa posizione e principalmente ribadiva le caratteristiche indispensabili di democrazia interna perché sì possa sviluppare un dialogo fecondo per la ricostituzione dell'unità politica.
Perciò mentre nel Partito Socialista e all'interno, su una linea di opposizione, contrastava le linee della maggioranza, in particolare quelle che si spingevano più verso la socialdemocrazia, così nei rapporti esterni non mancava di esercitare la sua polemica verso gli errori, i gravi errori che esistevano ed esistono tuttora nel Partito Comunista Italiano e che rendono appunto più difficile l'avanzata verso il nuovo, che pure deve nascere, essendosi trasformata la nostra società, e potendosi prevedere che tra cinque o dieci anni avremo una società organizzata a livello europeo occidentale e che quindi dovremo adeguare a questa società le forme di organizzazione politica, se vogliamo giungere sul serio ad un azione socialista che incida sulla struttura.
Santi è stato sempre intento a scorgere quanto di nuovo avvenisse nel mondo politico, e non solo in quello comunista che naturalmente, come ad ogni socialista, interessava moltissimo per l'importanza che i comunisti hanno nella società italiana, ma anche nel movimento cattolico.
Egli ebbe appunto occasione di esprimere questo suo interesse partecipando al Convegno delle ACLI del 1968, in cui chiaramente lanciò l'idea della necessità di creare una nuova situazione politica in Italia, che avesse come elemento essenziale la costruzione di una forza autenticamente democratica, non egemonizzata da nessuno, di una forza capace di condurre la lotta per il socialismo, una forza che ovviamente non escludeva, ma includeva correnti anche organizzate di lavoratori cattolici, se erano in grado di compiere una scelta socialista.

Ecco, anche su questo tema, quanto è attuale il pensiero di Fernando Santi. Come non sentire tutto quanto sta accadendo nei sindacati, nei partiti, nella società, e come gli schieramenti di un tempo siano inadeguati ad esprimere questa realtà; come non raccogliere il suo insegnamento, o almeno raccogliere il suo legato ideale, quando ci pone questo tema della creazione di una forza più ampia, che sia seriamente democratica, che non consideri la democrazia come un'apparenza formale, ma come la sostanza stessa, nella diretta partecipazione dei lavoratori alla creazione del futuro, del loro avvenire e come non raccogliere questo legato quando pone a noi anche al P.S.I., il problema di operare - dico sempre con la prudenza che le cose consigliano e con i limiti che esistono nella realtà - guardando lontano, e convinti che non vi è nulla di eterno nella politica e che, per fortuna, la storia degli uomini cammina e noi vogliamo augurarci che anche la storia dei lavoratori italiani potrà camminare, rinnovando noi stessi, sindacati, partiti, alla fine la società, e giungere al fine agognato, cioè al socialismo.
Questo è stato, compagni, come politico e come sindacalista e come grande compagno, Fernando Santi, un uomo attento a quanto poteva interessare il movimento dei lavoratori, un uomo attento alle vicende interne dei comunisti, che certo non condivideva le tesi del 'Manifesto', ma criticava coloro che mostravano al loro interno l'incapacità di una dialettica democratica, attento, nonostante che le scissioni lascino sempre tante conseguenze tristi anche tra gli uomini, a quanto avveniva nel P.S.I.U,P., dove anche noi - dobbiamo dirlo - sappiamo che esistono alcune forze che vengono dalla vecchia tradizione socialista e non si sa perché, mutando le condizioni politiche, debbano essere separate dal vecchio tronco socialista.
Egli, come uomo attento ed impegnato a scorgere qualsiasi elemento nascesse nella realtà per rendere più agevole la strada delle lotte dei lavoratori e delle loro conquiste, ci ha lasciato anche un grande insegnamento e lo ha lasciato a tutti, a noi socialisti come ai cattolici, come ai comunisti, l'insegnamento che ciascuno ha la sua parte di responsabilità.
Per quanto riguarda il nostro partito, credo che esistono forze importanti che sono coscienti di questa responsabilità, le quali sanno che abbiamo il dovere di garantire governi democratici al paese e non dobbiamo compiere atti che ci espongano a delle avventure che potrebbero ricacciare indietro la democrazia ed i lavoratori, ma nello stesso tempo sappiamo che essere responsabili del governo di un paese non vuol dire avere rinunciato ad una lotta che consideriamo storica, cioè la lotta per il socialismo, una trasformazione profonda della società italiana.
Questa responsabilità egli ce l'ha lasciata, e noi la sentiamo, e vogliamo augurarci che tutti la sentano, per l'interesse generale della democrazia e del socialismo.
Adesso permettetemi di parlare di Santi come uomo, uomo semplice, buono, forte anche nella sua statura fisica, coerente nelle sue convinzioni, ma comprensivo di quelle degli altri, sarcastico alcune volte, pungente se erano in gioco questioni grosse, ma senza malvagità; legato profondamente alla sua famiglia, alla sua sposa diletta, di cui spesso parlava e di cui ha lasciato una commovente descrizione in quello scritto sui " primi giorni di Milano " quando, giovani sposi, abitavano in una piccola misera stanza.
La sua vita l'ha concepita come missione, come milizia. Il fine della sua vita non erano gli onori, tanto meno gli agi, era di avere servito onestamente in questa milizia, quella che gli avevano insegnato i vecchi braccianti poveri del suo paese.
La sua massima ambizione fu quella che ha lasciato espressa nel discorso di commiato alla CGJL: " Se uno di questi lavoratori parlando di me, ha potuto dire una volta sola: è uno dei nostri, di lui ci possiamo fidare ".
Questa è stata la sua più grande ambizione, e così noi lo vogliamo ricordare e vogliamo dire che il proletariato italiano si è potuto fidare di Santi e i socialisti si potranno fidare di Santi e del suo insegnamento, che conserveranno come uno dei contributi più importanti al loro patrimonio ideale e politico.


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