di Fernando Santi
Discorso pronunciato al VI Congresso Nazionale della CGIL, Bologna, 31 marzo – 5 aprile 1965, in cui Santi annuncia la sua decisione di lasciare la segreteria della CCIL.
Il cammino del sindacato in Italia
Questo Congresso è l'ultima occasione che mi è offerta per intrattenermi con voi. E non mi è facile parlarvi, dar corso cioè in modo adeguato ai sentimenti che in questo istante si agitano in me. Siamo stati molti anni insieme, fin dal lontano 1947. Insieme abbiamo camminato per le strade difficili, lottato e sofferto. Comuni ci furono le amarezze degli insuccessi e le gioie delle vittorie. Comuni ci furono e comuni ci restano le grandi attese ideali. In questo giorno di commiato, reso necessario dal fatto che le mie condizioni fisiche non mi consentono di far fronte con pienezza di forze alle fatiche sempre più impegnative della direzione confederale, voglio dirvi soltanto alcune cose. Non intendo infatti intervenire nel dibattito congressuale, per un dovere di elementare correttezza. Sarebbe inoltre cosa di cattivo gusto, per me che me ne vado. Non ho, d'altra parte, nessun testamento politico-sindacale da affidarvi. Anche perché non sono morto, non intendo venire commemorato e tanto meno commemorarmi. Né posso, infine, presumere di prodigarvi esortazioni e insegnamenti particolari. Quel poco che benevolmente si dice e si dirà ancora per qualche giorno di me, per la mia attività alla Cgil in questi 18 anni che restano indimenticabili nella mia vita: il senso del dovere, la fedeltà alla causa dei lavoratori, l'attaccamento alla Cgil e all'unità sindacale e - aggiungo io - la stessa ansia e talvolta la disarmante certezza di sentirsi impari ai grandi compiti e alle alte responsabilità, lo devo sì alla mia fede di socialista e di sindacalista che mi accompagna dall'adolescenza, ma lo devo anche al vostro esempio, di voi che avete lavorato, lavorate, lavorerete in condizioni ben più difficili di quelle che si incontrano alla attività di direzione della Cgil.
Vi sono, compagni, nella vita di ogni uomo momenti nei quali è difficile mentire o tacere. In questi giorni mi sono chiesto di frequente: se dovessi per singolare prodigio della sorte ricominciare da capo la mia esperienza confederale, come mi comporterei? Quale linea cercherei di portare avanti? Rifarei le cose che ho fatto? La mia risposta è: sì compagni, rifarei le cose che ho fatto. Certo mi sforzerei di evitare gli errori commessi, brucerei i ritardi che si sono verificati, colmerei le lacune ed eliminerei le insufficienze riscontrate. Ma non mi sentirei, nella sostanza, di mutare la linea di fondo portata avanti dalla Cgil da allora ad oggi.
Per l'età che già mi pesa, ho il privilegio di essere stato uno dei pochi sindacalisti italiani che all'esperienza consumata dalla Liberazione ad oggi, può sommare quella giovanile degli anni prefascisti. Alla Camera del Lavoro di Parma nel 1920, alla segreteria della Camera del Lavoro di Torino negli anni 1924-25, i tempi insanguinati di Brandimarte. Sono quindi in grado di misurare - non nella veste di storico ma in quella assai più modesta di testimone talvolta - il cammino percorso dal sindacalismo italiano, il suo divenire adulto, il suo maturarsi a rappresentare sempre più con gli interessi dei lavoratori, quelli generali della collettività nazionale.
In realtà il processo di rinnovamento del sindacalismo italiano che esige una permanente verifica della realtà produttiva economica e sociale nella quale esso opera e che è condizione della sua efficienza e del suo potere, ha seguito e segue una linea di sviluppo costante, anche se talvolta noi stessi avremmo voluto imprimere a tale processo un ritmo più intenso e incisivo. Il sindacalismo italiano ha da vicino adeguato la sua linea alle trasformazioni verificatesi in Italia, da paese agricolo arretrato a paese agricolo industriale con punte di avanzata modernità, con tutti gli squilibri che ne conseguono. Ed è mia convinzione profonda che la Cgil abbia saputo nel complesso marciare coi tempi e, sia pure con taluni ritardi, salire a nuove e più alte responsabilità verso i lavoratori e verso il paese, elaborando e rinnovando nella continuità una linea di politica sindacale aderente alle nuove esigenze e arricchendola di iniziative che spesso apparvero illuminanti e precorritrici.
I compiti del sindacato
Sempre, ad ogni modo, pur operando in diverse condizioni storiche, il sindacato da noi ha assolto e continua ad assolvere al compito per il quale, fenomeno sociale di maggior rilievo del mondo moderno, il sindacato è sorto: la difesa degli interessi economici, professionali, sociali, morali dei lavoratori in ogni momento e in ogni sede, difesa che chiede pertanto la presenza attiva e autonoma del sindacato laddove si operano le grandi scelte che determinano direttamente o indirettamente le condizioni del lavoratore nella fabbrica e nella società. In questo quadro assumono rilievo preminente la natura, la politica e l'azione della Cgil erede naturale del sindacalismo dei nostri pionieri, fondendo in sintesi unitaria le varie scuole e le varie esperienze: di chi voleva impaziente forzare le tappe e di chi voleva marciare con passo più lento perché più sicuro.
Più che mai c'è da credere alla funzione del sindacato come stimolo permanente al progresso tecnico, economico, sociale, culturale del paese. Se il sindacato non potesse liberamente e autonomamente dispiegare tutta la sua forza di sollecitazione, lo stesso sviluppo del paese non potrebbe mai raggiungere i livelli che caratterizzano oggi un paese moderno e progredito. Il sindacato nel suo significato storico è anzitutto un fatto di democrazia e di libertà. Un fatto di civiltà. Un'immensa forza liberatrice. Per me personalmente il nostro sindacato è stato anche una grande scuola di formazione umana. Mi ha consentito di calarmi da vicino, direttamente, nella realtà viva della condizione operaia. E più ho trovato questa condizione avvilita dalla miseria, dallo sfruttamento, dall'abbandono, più ho trovato alta la fiamma delle aspirazioni, delle speranze più nobili e più vere. Solo chi ha fame apprezza il sapore del pane, solo chi ha sete di giustizia sa dare alla giustizia il suo vero volto: giusto e umano. Ma il sindacato oggi non si occupa di solo pane. Il benessere che vogliamo conquistare per i lavoratori non è fine a se stesso. E' una delle condizioni per una dignità umana e sociale senza la quale l'uomo - che per noi è il fine di tutte le cose - si sente lo stesso umiliato e offeso, estraneo al consorzio civile, nemico agli altri e a se stesso.
Il sindacato è strumento naturale di democrazia. Ecco perché chiederci se siamo nel sistema o fuori dal sistema è porre un falso dilemma. Per la somma degli interessi particolari e generali che rappresenta, per i fini che si propone di giustizia sociale e di difesa della personalità umana, per il suo operare nell'ambito della legalità costituzionale, il sindacato è un'autentica forza democratica, garanzia di libertà.
Condizione perché l'iniziativa e l'azione del sindacato possano manifestarsi a ogni livello e in ogni luogo - incominciando da quello di lavoro - è la sua autonomia da ogni e qualsiasi forza esterna: padronato, partiti, governi. Riconosciamo che questa autonomia può essere quotidianamente insidiata e che pertanto va salvaguardata ogni giorno. L'esigenza dell'autonomia effettiva del sindacato, così come la sua unità, nasce dalla necessità del sindacato di non delegare ad altri quelli che sono i suoi compiti naturali. Di non soggiacere alla pressione padronale, alle esigenze politiche di questo o quel partito, di questo o quel governo. L'autonomia del sindacato trova concreta espressione nella sua politica che deve partire dalla realtà obiettiva dei rapporti di lavoro, delle esigenze dei lavoratori e della collettività popolare nazionale.
L'unità del sindacato - ebbi già occasione di dirlo - quando è perduta non si rimpiange ma si conquista. L'unità si conquista e si mantiene con una linea sindacale che porti avanti le giuste rivendicazioni dei lavoratori, volute dalla maggioranza dei lavoratori, a quel momento dato, in quelle obiettive condizioni, così come la realtà le promuove e le rende possibili come dimensione, e da conquistarsi con un intelligente uso delle nostre forze e con metodi di lotta che siano accettabili dai lavoratori.
Io credo al valore dell'esempio, alla funzione delle avanguardie, sale della terra, che gettano luce su domani ancora oscuri per molti. Ma teniamo presente che il compito delle avanguardie, anche se talvolta può essere di sola testimonianza, non è, come criterio generale, quello di farsi isolare. Ma è quello di aprire la strada al grosso dell'esercito col quale esse devono essere costantemente collegate. Una delle caratteristiche sostanziali del sindacato è infatti quella di essere un'organizzazione di massa. E' fatto di uomini, di uomini come noi esattamente, con opinioni politiche diverse o senza opinioni, l'animo aperto a suggestioni mutevoli, con timori e speranze. Uomini che talvolta marciano a passo diseguale ma che comunque vogliono andare avanti, che ogni giorno acquistano coscienza della loro condizione e della necessità di mutarla.
Ecco perché io penso che vi è una legge invisibile che presiede - lo vogliamo o no - all'azione del sindacato: la legge della gradualità. Il sindacato non può dare appuntamenti alla storia. I partiti lo possono fare, ed entro determinati limiti anch'essi. Il sindacato deve ogni giorno rendere conto del suo operato. Ogni giorno direi deve conquistare qualche cosa. Ecco perché dobbiamo rifuggire da sterili impazienze come da abbandoni colpevoli. Io credo nella sicura conquista di ogni giorno, credo nella necessità di trasferire nel costume, negli ordinamenti, nelle leggi le conquiste operaie perché siano salvaguardate e diventino patrimonio civile di tutta la società nazionale. Non possiamo rinunciare, per un malinteso senso di autonomia, a chiedere allo Stato quello che uno Stato democratico ha il dovere di fare nei confronti dei lavoratori. I padroni non chiedono forse come noi, più di noi, e non ottengono forse più di noi?
Perciò dobbiamo batterci per conquistare nei fatti e nelle leggi i diritti sindacali e democratici che discendono dai principi generali di libertà che la Costituzione sancisce. Quella Costituzione che afferma nel suo articolo fondamentale che l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Cosa stupendamente bella in teoria, che vuoi dire, in teoria, che il lavoro - e i lavoratori dunque - sono la base delle nostre strutture economiche sociali e giuridiche, che gli interessi dei lavoratori sono prevalenti nei confronti di quelli delle forze sociali con le quali il lavoro si trova in una naturale posizione di antagonismo. Ciò vuoI dire che chi attenta al lavoro, ai suoi diritti, ai suoi stessi interessi, alla dignità dei lavoratori, attenta alle basi stesse del nostro ordinamento democratico. Cose queste stupendamente belle, dicevo, che la realtà regolarmente smentisce. Perché manca la volontà politica di realizzare la Costituzione in modo conseguente. Questa volontà, esplicita o meno, è nei lavoratori: noi lottiamo dunque per aprire serie prospettive di rinnovamento e di progresso democratico del paese.
Il sindacato per le riforme
La nostra lotta rivendicativa ha il suo punto di fuoco nella fabbrica dove passa la linea della battaglia immediata per la ripartizione del reddito. Giusto. Ma dobbiamo riconoscere che l'azione salariale da sola non è in grado di rompere o valicare le strutture esistenti, che reagiscono e si irrigidiscono chiamando in loro soccorso tutte le forze politiche e sociali conservatrici. Noi dobbiamo lottare anche per riformare queste strutture, aprire nel muro d'argento del sistema il varco attraverso il quale passare con la somma delle nostre rivendicazioni quantitative e qualitative. E per questo fine non possiamo rinunciare, pur nella nostra autonomia, al concorso di tutte le forze socialmente avanzate ovunque esse si trovino collocate, all'opposizione e al governo. Riforme, riformismo, riformisti: certo nel senso che spero traspaia da questo mio intervento, io sono un riformista. Vale a dire credo nella trasformazione graduale democratica della società attuale in una società più libera e più giusta. Credo nei valori permanenti di democrazia e di libertà che devono accompagnare l'ascesa delle classi lavoratrici, a garanzia appunto dell'auspicata nuova società. Cerco di richiamarmi all'insegnamento di quegli uomini del riformismo emiliano e italiano nella galleria dei quali si è voluto ieri - come atto di stima e di affetto - collocare il mio ritratto. Uomini umani, civili, onesti, di fede ma, badate bene, uomini tutt'altro che accomodanti, duri nelle lotte, intransigenti nei principi. Nobile razza che oramai pare estinta senza lasciare eredi.
E credo nella autonoma funzione del sindacato in qualsiasi tipo di società civile, anche nella società socialista, per il suo compito, ovunque necessario, di sollecitazione, di verifica, di rappresentanza degli interessi specifici dei lavoratori. Come credo nell'esigenza dell'unità sindacale, nella unità della Cgil. Ciò richiede effettiva autonomia, operante democrazia interna, tolleranza, libero confronto delle opinioni, onesto sforzo da parte di tutti, rispetto di ogni credenza politica o religiosa, politica sindacale che sia genuina espressione delle esigenze dei lavoratori, rifiuto di qualsiasi strumentalismo. E non escludo talvolta l'onesto compromesso che, volto al superamento di difficili situazioni contingenti che magari la realtà si incaricherà di liquidare fra qualche mese, non può essere considerato deteriore tatticismo.
E necessario anche accentuare gli sforzi per l'unità sul piano europeo, rimuovendo tutti gli ostacoli veri e supposti, di comodo cioè, in funzione di alibi, che possono annullare questi sforzi. Se c'è un movimento nel mondo per sua natura internazionalista, è quello sindacale. Noi riaffermiamo con fierezza questo spirito internazionalista che ci rende compagni ai lavoratori di tutto il mondo, senza distinzioni d'ideologia, di regimi sociali, di nazionalità, razza e colore. Operare sul piano europeo. Non sorprendetevi se mi dichiaro europeista, fautore di una Europa democratica senza preclusioni suicide. L'Europa diviene sempre più una realtà anche se questo processo in campo economico è ancora promosso e dominato dai monopoli. Sono europeista perché la lotta della classe dei lavoratori varca le frontiere e sale a livello europeo. Il giorno nel quale gli operai della Fiat, della Renault e della Volkswagen sciopereranno insieme per comuni rivendicazioni, quel giorno l'Europa democratica e popolare, quella che vogliamo noi, avrà cominciato a vivere e potrà collocarsi come elemento di pace tra i popoli.
Ci attendono momenti difficili
Ma torniamo, per avviarmi a concludere, qui da noi in Italia. Per rilevare che molte cose si chiedono oggi al sindacato. E da più parti. E da talune di queste parti certo in buana fede. Io dico che è giusto, compagni. E' un riconoscimento della nostra forza, del nostro ruolo determinante nella società.
Senso di responsabilità ci si domanda. Siamo forse stati irresponsabili nel passato? Non lo credo. Comunque io non mi spavento di questa parola. Se essa, come credo, vuoi dire quello che noi intendiamo: autonoma capacità di decisione, autonoma capacità di scelte da operare nell'interesse dei lavoratori, nel quadro degli interessi non dei gruppi privati ma di quello della collettività popolare e nazionale. Compagni, non formalizziamoci. In realtà molte cose si possono chiedere al sindacato. Soltanto una non può essere chiesta: che il sindacato rinunci ad essere se stesso, che rinunci alla sua responsabile ma autonoma amministrazione della forza lavoro, che esso deleghi ad altri, partito o governi, la propria naturale funzione senza la quale il sindacato decade e scompare.
Stanno davanti a noi momenti difficili, se pure è vero che il movimento sindacale non ha mai avuto dinnanzi a sé momenti facili. Avrete letto le dichiarazioni del ministro Colombo a illustrazione della politica dei redditi, che gli valsero gli applausi generali e convinti dell'assemblea della Confindustria, alfine placata, paga, soddisfatta, liberata dalla grande paura degli anni '60. Nessun aumento di salari che non derivi da un aumento della occupazione, rigido rapporto salari- produttività. Si tratta, ha aggiunto Colombo, di passare ora dalle parole ai fatti. Ma Colombo non si illuda. Sulla strada dei fatti ci saranno i lavoratori, i loro sindacati, ci sarà la Cgil. Momenti difficili dunque ci attendono, vi attendono. Non saranno difficoltà di un giorno, di un mese, di un anno. Dureranno molto di più. Il che accresce il nostro impegno, esige di unire e moltiplicare le forze dei lavoratori. Un ruolo determinante spetta dunque ai lavoratori, compete alla Cgil.
Le difficoltà appaiono tanto più serie se pensiamo alle condizioni generali del movimento operaio e democratico italiano, nelle sue varie articolazioni. Molti miti sono stati infranti, vecchie prospettive sono cadute. Esperienze nuove sono in corso, guardate con fiducia da taluni, contrastate con convinzione da altri. A mio avviso è necessario un profondo ripensamento delle esperienze variamente consumate per creare nuove prospettive, reali e non illusorie, per tutto il movimento operaio, inteso in senso lato. So che questo non è compito del sindacato. Se ne parlo qui è solo perché in questo necessario ripensamento - o revisione se non abbiamo paura delle parole e io non ho paura - se ne parlo qui, dicevo, è perché l'esperienza del sindacato, l'azione del sindacato, può essere non un modello ma un punto di riferimento istruttivo per determinare nuove condizioni e nuove prospettive che ridiano slancio alle masse popolari italiane per un serio rinnovamento della nostra società, un rinnovamento sulla via della democrazia, della libertà, del progresso sociale. Ho detto che è un discorso che non va fatto qui. Va fatto a livello politico, v'a fatto fuori di qui. E' il grande discorso della sinistra italiana, nella sua complessa realtà; ma è un discorso che va fatto. Il tempo che ancora si può perdere è poco sappiatelo, sappiamolo, lo sappiamo.
Compagni, vi saluto ancora una volta con affetto profondo. E saluto i delegati stranieri. Se volessi essere patetico vi potrei dire con il linguaggio degli innamorati: vi lascio ma non vi abbandono. Vi dirò invece: non vado in pensione. Non ho nessuna intenzione di andare in pensione. In campi diversi da quello sindacale, in modi e forme diverse, sia pure con diminuite energie, io resto un militante battagliero del movimento operaio e socialista. E lasciatemi l'illusione che anche fuori, lontano da noi, dal sindacato, io possa fare lo stesso qualcosa per tutto il movimento sindacale e per la Cgil che resta la mia organizzazione.
Un 'altra cosa voglio dirvi. Sappiate che i compagni che mi sostituiranno sono bravi quanto me, se bravo io sono stato, fedeli quanto me alla causa dei lavoratori, alla causa della Cgil. Accoglieteli con fiducia.
Ho ricevuto in questi giorni - che non sono di letizia per me - immeritate e numerose attestazioni di stima e di simpatia. Dai compagni della segreteria confederale prima ancora che rendessi ufficiale il mio ritiro, dai compagni della mia corrente dai quali ebbi prove affettuose ben superiori ai miei meriti, dalle organizzazioni della nostra Cgil, da numerosi sconosciuti lavoratori. Potrei dirmi più che pago, dunque. Ma vi confesso che sono uomo di molte ambizioni e che la soddisfazione più grande sarebbe quella di potere avere la certezza che un bracciante, un operaio, un lavoratore solo, nei corso di questi 18 anni abbia detto, pure una sola volta di me: è uno dei nostri, di lui ci possiamo fidare. Per potergli oggi rispondere: puoi fidarti ancora, compagno.
Preti, sindacalisti, socialisti, una volta
A Parma, una volta, tutti avevano la politica nella pelle. Portavo ancora i calzoni corti che andavo già ai comizi, prima della guerra del '15, Ne ricordo uno, nel Salone della Cooperativa Bevitori del Cornocchio, tenuto da Pulvio Zocchi, anarco sindacalista, finito poi ingenuamente, nei suoi tardi anni nella Repubblica di Salò.
L'uditorio era composto da diverse decine di persone, cassonieri, braccianti, spesati, ferrovieri, qualche donna vestita di scuro con il figlio piccolo in braccio. In fondo alla sala alcune giovani coppie con il suonatore di fisarmonica, che attendeva di prendere il posto dell'oratore per attaccare le danze domenicali con La mazurca di Migliavacca o Il ballo dell'usignolo. A questo pubblico pomeridiano Pulvio occhi chiedeva perentoriamente di "buttare a mare i poliziotti", cosa non facile a Parma. Parlava in piedi su un tavolo addossato alla parete, sulla quale spiccava un grande quadro di Gesù Cristo, con una fiammante tunica rossa. Gesù Cristo, il primo socialista, mi diceva mio padre, che aspettava con gioia il suo scontro annuale con il prete di Fognano quando per Pasqua andava a benedire le case.
Il povero prete, che quando passava davanti al Palazzetto era regolarmente schernito da noi ragazzi, veniva ogni Pasqua al casamento, accompagnato da due chierichetti, due vivaci contadinelli che poco compresi della loro missione, si fermavano spesso a tirare sassate lungo lo stradone, sicché don C. doveva sostare a richiamarli per ricomporre con dignità il breve corteo. Al Palazzetto don C. trovava gli usci delle cucine, che davano sull'andito, regolarmente sbarrati e che non si aprivano al suo timido tocco. Solo mio padre socchiudeva l'uscio per recitare la sua piccola parte: "Come uomo la rispetto ed entri pure a bere un bicchiere di vino, come sacerdote non la accetto".
Il prete, magro, titolare di magri benefizi, dalla veste lisa e quasi violacea per il lungo uso, - oggi direi che pareva un prete del Porta che concorre alla nomina di cappellano della Marchesa Travasa -se ne tornava sui suoi passi, scuro in volto non so se mormorando preghiere o minacciando il fuoco eterno a quei miscredenti, certo alla ricerca di anime più cristiane.
Oggi non ci si capisce più niente, per i grandi cambiamenti avvenuti. I socialisti si sposano in chiesa, la ragazza col velo bianco, e fanno mettere la foto sul giornale, presa davanti all'altare.
Anch'io del resto mi occupo di cantieri di lavoro per riparare campanili che minacciano di crollare e di pensioni di guerra che mi raccomandano diversi preti del nostro Appennino, miei amici che qualche volta si fermano a desinare a casa mia e mi dicono che pregheranno per me. Grazie, reverendo, gli dico.
Ma allora i socialisti erano anticlericali della più bell'acqua. Un socialista che si sposasse in chiesa non lo si trovava a peso d'oro; del resto sarebbe stato cacciato dal Partito e dalla Lega senza misericordia.
In fatto di religione la sola concessione che si faceva alle donne era il battesimo dei figli. Con un po' di commedia, facendo finta di non saperne niente, uscendo magari di casa al mattino presto "perché devo vedere uno in città. Ma non di più, né cresima, né comunione. Anche i funerali dei socialisti erano civili, senza la croce sul carro, con le bandiere, i morti del Cornocchio venivano portati a Viarolo, un cimitero piccolo e solitario sulla strada per San Secondo. C'erano parecchi chilometri di strada da fare, polverosa d'estate, fangosa d'inverno. Sepolto il morto, si tornava a casa, le donne per conto loro, chiacchierando delle loro faccende. Per gli uomini c'era una tappa d'obbligo, l'osteria della Fontana, dove c'era un buon lambrusco. Tra una lode e l'altra del morto le bottiglie si ammucchiavano vuote sotto i tavoli con pudore.
Per la verità i preti ci ripagavano allora di uguale moneta, bollavano i socialisti come figli del demonio e stavano sempre dalla parte dei padroni e dei carabinieri. Oggi anche loro sono cambiati, aiutano gli scioperanti, c'è stato Papa Giovanni, e ci sono le ACLI che certe volte cercano perfino di dare dei punti in testa ai socialisti.
Meglio così.
Prime esperienze politiche e sindacali
Sarei felice di poter ricordare, almeno per me stesso, qualcosa delle mie prime esperienze politiche e sindacali. Ma è roba di mezzo secolo fa e ben poco è restato nella mia memoria. Qualche documento, qualche ritaglio di giornale dovetti bruciarli per sottrarli alle perquisizioni della polizia.
Parma era allora città assai sanguigna, politicamente e sindacalmente. I suoi popolani passavano con naturale facilità dalle discussioni sullo spettacolo del Regio e dalle dispute tra verdiani e wagneriani che continuavano fino alle tre di notte in Piazza Garibaldi, allo sciopero e alle sassate contro i questurini.Forse fu per questo sangue parmigiano che la nostra città fu il centro dell’anarco-sindacalismo italiano, organizzato nella Unione Sindacale Italiana che si contrapponeva alla moderata Confederazione Italiana del Lavoro di Rinaldo Rigola, diretta dai Socialisti.L’U.S.I. si ispirava alle teorie di Sorel - alimentate in Italia da Enrico Leone, Arturo Labriola e Paolo Orano ed alla bruciante polemica di Hervè, che predicava di buttare la bandiera nazionale nel letamaio e che cadde nella guerra contro i tedeschi, volontario.
Sarebbe, ad ogni modo, interessante andare più a fondo delle cose. Il metro di misura tradizionale dell’indagine marxista che fa riferimento alle particolari condizioni economiche e sociali non serve. Le condizioni erano quelle stesse di Reggio Emilia, ad esempio. Bracciantato e spesati nella bassa, mezzadria nella fascia appenninica, artigianato industriale in città. E perché allora a Parma l’incendiario De Ambris, ed a Reggio il mite evangelico Prampolini?Il temperamento degli uomini? Ma quello dei parmigiani non era certo più bollente di quello degli uomini di Romagna dove il sindacalismo rivoluzionario non fece mai breccia. Di certo si sa solo che il movimento operaio era nella sua infanzia e che - come oggi - si era diviso tra gradualisti e rivoluzionari, che non volevano aspettare, che tutto negavano della società non credendo alla sua trasformazione democratica, né al Parlamento. Per Parma viene fino da pensare che giocasse un certo ruolo il fatto che era stata capitale del Ducato, abituata ad essere diversa, a ritenersi più avanzata delle altre città emiliane. Una supposizione soltanto. Il resto è compito dei sociologi e degli storici. Indubbiamente un fattore fu determinante: quello dei dirigenti, dei capi, il loro linguaggio, il loro attivismo. Il linguaggio dei sindacalisti era semplice e suggestivo. Noi o loro, e subito. La democrazia è bella, ma difficile (...).In Parma città i socialisti erano assai pochi, una trentina in tutto (...). Solo dopo la guerra i socialisti ripresero quota, si ingrossarono politicamente e sindacalmente e portarono la Camera Confederale del Lavoro in città, in borgo Imbriani.Particolarmente prima della guerra, la polemica tra socialisti e sindacalisti veniva condotta all'ultimo sangue nei comizi e sulla stampa settimanale.I socialisti avevano L'Idea, i sindacalisti rivoluzionari L'Internazionale.Alceste De Ambris era il "leader" dei sindacalisti, autentico capopopolo, oratore affascinante, idolatrato da Parma operaia e contadina. E dalle donne.Dopo il famoso sciopero del 1908 era scappato in Svizzera da dove doveva tornare nel 1913, eletto deputato. Fu accolto alla stazione da una folla delirante, i cavalli vennero staccati dalla carrozza che, trascinata da focosi seguaci, condusse De Ambris in trionfo, come i grandi cantanti del Regio di una volta, al comizio in Piazza Garibaldi.Si diceva, e pare la cosa fosse vera, che si fosse allontanato da Parma, perseguitato da un mandato di cattura, in un cassone di quelli che usavano per far ghiaia al torrente, sotto un mucchio di fieno.Ma anche dopo la guerra la polemica tra socialisti e sindacalisti continuò, finendo solo all'avvento del fascismo nel quale finirono molti sindacalisti. Alla divisione politico-sindacale si era aggiunto il fatto che i socialisti avevano assunto nei confronti della guerra una posizione neutrale: "Né aderire, né sabotare". I sindacalisti erano "per la guerra rivoluzionaria" in gran parte, ed in gran parte la fecero.In questo ambiente infuocato io presi a militare, nel 1917, nelle file socialiste. Finite le scuole mi iscrissi agli adulti, perché la guerra aveva portato via tutti i giovani socialisti, e fecero tutti il loro dovere benché contrari al conflitto, come l'avv. Savoni, allora maestro, andato a combattere negli alpini.Ma qualche mese dopo si costituì, in una stalla vicino a casa mia, al Cornocchio, il Circolo Giovanile Socialista. Feci fatica a mettere insieme il numero "legale" che era di dieci, ma alla fine, con l'aiuto dei miei cugini, vi riuscii. Intanto, non avevo ancora quindici anni, lavoravo alla Federazione delle Cooperative, in via Cairoli. Ma come gli altri mi occupavo un po' di tutto. Allora partito, cooperazione e sindacato erano un pasticcio solo.Durante la guerra L'Idea aveva sospeso le pubblicazioni. Per iniziativa di Giovanni Faraboli la sostituì un periodico quindicinale Per la Vita. Mi interessavo un po' del giornale, sul quale apparve un giorno un mio articolo, imbiancato da larghi tagli della censura.Quel numero lo covai con gli occhi, finché il proto, a tarda sera, mi porse la prima copia umida di inchiostro. Confesso che lessi e rilessi il mio primo articolo - di fondo - non so quante volte.È da allora che mi piace l'odore della carta stampata.Ho detto della polemica continua tra socialisti e e sindacalisti, anche dopo la guerra. Ricordo un contraddittorio con il caro Umberto Pagani, a Lesignano credo, durato 4 ore ...Una coda spassosa di quelle annose polemiche: un giorno, non so bene se nel '20 o nel '21. Parma apparve tappezzata di manifesti che annunciavano l'uscita di un quotidiano democratico Il Piccolo, direttore Tullio Masotti. La notte i giovani socialisti incollarono sul manifesto una striscia: "chi paga?". Il giorno dopo apparve puntualmente, sotto quell'interrogativo, la striscia di esauriente risposta: "to sorela!" Non era, quello, un saggio di polemica politica ad alto livello, ma tutta Parma scoppiò in una fragorosa risata.Malgrado le nostre differenze e le nostre insinuazioni Masotti tenne fede all'impegno democratico del suo giornale, tanto che nel '25 o nel '26 la tipografia fu incendiata dai fascisti ed il giornale cessò di vivere. Io vi lavorai nel 1924, mediocre cronista di nera, sotto Lavagetto che vi teneva in cronaca un elzeviro "dal campanile" firmato Arol.Masotti mi aveva preso quando non sapevo dove sbattere la testa e mi tenne anche quando i fascisti cercarono di farmi fuori con qualche colpo di rivoltella sotto il cavalcavia del Cornocchio, a 30 metri da casa mia, una notte.Frattanto nel '20, ero passato alla Camera del Lavoro. Tempi tempestosi, la vita aumentava, i contratti nazionali erano poca cosa ancora da venire, ogni categoria si arrangiava come poteva.C'era do costituire le leghe, da rivendicare, da scioperare, c'erano soprattutto i disoccupati.Un giorno organizzammo una grande protesta di disoccupati, con un corteo che partendo da via Imbriani doveva raggiungere la Prefettura per chiedere lavoro. Il corteo, disordinato e numeroso, sfilò per le vie della città con i tradizionali cartelli "Pane e Lavoro", ed al suo approssimarsi i bottegai tiravano giù le serrande in segno di solidarietà, dicevano, in realtà per paura delle loro vetrine e delle loro mercanzie.Io ero alla testa del corteo, ma più che capeggiarlo dovevo avere l'aria di esserne sospinto. Con una delegazione di manifestanti salii dal Prefetto. Lo confesso: quel palazzo, quegli scaloni, quelle sale dorate mi fecero soggezione. Inoltre era la prima volta, ed ero quasi un ragazzo, che parlava con un Prefetto, a tu per tu.Il mio imbarazzo doveva essere evidente. Allora ai Prefetti si dava dell'eccellenza, credo perfino di averlo chiamato eminenza.Il prefetto, da persona assai navigata, parlò quasi sempre lui. Avevamo ragione, perbacco, tutti hanno diritto di lavorare, di guadagnarsi da vivere. Ci sono dei reduci tra voi? Tre o quattro mani si alzarono: Passo Buole, Sabotino, Montenero precisarono.Specialmente voi, dopo tanti sacrifici, proclamò il prefetto con patriottico slancio, ma anche gli altri. Tutti, dico tutti. State tranquilli che si farà il possibile e l'impossibile. Ma mi raccomando una cosa: ordine e tranquillità, la confusione non aiuta nessuno. Ho fatto stare in caserma la Guardia Regia, aggiunse in tono confidenziale ed ammonitore nello stesso tempo, ma quei ragazzi sono in piedi dalle prime ore di stamattina. Sono stanchi anche loro, e la stanchezza innervosisce, come voi del resto. Vi assicuro, concluse ergendosi solennemente in tutta la persona, che stasera farò un rapporto ben preciso a Roma per sollecitare il pressante intervento delle autorità di governo.Quel fiume di parole mi aveva inondato di dubbi. Quando mi affaccia al balcone per annunciare ai manifestanti raccolti nei giardinetti della Prefettura i risultati dell'incontro, furono più i fischi che gli applausi. Evidentemente , per antica esperienza, quei lavoratori erano meno ingenui di me in fatto di presenti interventi delle autorità di governo. Finii per convincerli del tutto che il signor prefetto, eccellenza o eminenza che fosse, mi aveva bellamente messo nel sacco.Un'altra agitazione che ricordo fu quella dei calzolai, una categoria assai forte allora. Lo sciopero durò molti giorni e si concluse con un buon risultato. Per festeggiare il successo dello sciopero ci prese l'idea di proclamare lo sciopero generale cittadino per accompagnare i festanti e con bandiere rosse i calzolai alla loro pagine.Vice segretario della C.d.L. ero nello stesso tempo - nel 1920 - dirigente della Federazione provinciale giovanile. I giovani erano molto attivi. Tutte le domeniche si andava in provincia, in bicicletta, l'auto essendo un mezzo sconosciuto per il Partito allora. Tenevamo discorsi infiammati sulla Rivoluzione Russa, su Lenin e Trotzky che erano la nostra passione e sui Soviet che presto, era questione di mesi, avremmo fatto anche qui da noi. Lo sport era combattuto come "trappola borghese",Nel frattempo inauguravamo bandiere rosse, bellissime e distribuivamo L'Avanguardia che veniva da Roma. Dopo il comizio nel pomeriggio ci si fermava a ballare nel salone della Cooperativa. Le ragazze ballavano volentieri "con quello del discorso". Avevo 18 anni e la cravatta nera (...).Non dimenticherò mai quelle ragazze e quei balli nelle calde sere estive nelle terre vicine al Po. Ogni domenica tenevo un discorso. Oggi, quando devo parlare in pubblico, non riesco a dominare del tutto una segreta apprensione. È quello che gli attori chiamano il trac. Ma allora, a quell'età, le cose erano diverse. Si saltava su un tavolo e si parlava senza un appunto, il microfono ancora da inventare. La mia sola preoccupazione, nei primi tempi, era quello di riuscire a smettere.Il mio primo comizio, infatti era stato un disastro. Avevo perso la nozione del tempo e non riuscivo a chiudere. Intravedevo, come in una nebbia, il mio scarso pubblico di diffidenti ... scomparire poco a poco. Anche il prete, che sul sagrato aveva continuato ad insolentirmi per un bel pezzo, si era stancato e si era ritirato in canonica a desinare.Finalmente, approfittando di un pausa per il bere un po' d'acqua, i due "ciclisti rossi" che mi accompagnavano mi afferrarono per le gambe trascinandomi giù dal tavolo.Avevo parlato quasi tre ore. Nella piazzetta battuta dal sole non c'era più un cane, all'infuori dell'oratore, incosciente e fiero e i miei due compagni che, affamati, bestemmiavano come turchi arrotolando la bandiera.Nei giovani, salvo a Parma, la tendenza comunista era schiacciante. I circoli giovanili invocavano la Rivoluzione e telegrafavano alla direzione del Partito per chiedere l'espulsione di Turati.Il Congresso della Federazione Nazionale Giovanile di Firenze, del 1921, seguito a breve distanza da quello di Livorno del Partito, fu anch'esso il congresso della scissione. Su molte centinaia di delegati noi della minoranza socialista eravamo non più di una ventina, e la nostra liquidazione fu piuttosto spicciativa. Ci fecero pagare la quota di adesione, ci fecero entrare e dopo un paio d'ore eravamo già messi fuori, socialtraditori.Un ordine del giorno di adesione al PC e di trasformazione della Federazione Giovanile Socialista in Comunista fu approvato a schiacciante maggioranza.Veramente tentai di parlare per dire le ragioni della minoranza.Uscimmo, piuttosto storditi, fra due siepi di fischi.Nello stesso pomeriggio ci riunimmo alla Casa del Popolo di Fiesole per ricostruire la Federazione Socialista. Era con noi il povero Pilati della Direzione del Partito, mutilato e decorato di guerra che i fascisti dovevano poi trucidare nel suo letto accanto alla moglie. È il deputato socialista di Cronache di poveri amanti.Fui nominato segretario nazionale, la sede della Federazione portata a Parma in uno sgabuzzino di via Imbriani. Arnaldo Gadini, che doveva morire a Torino sotto un bombardamento nell'ultima guerra, ne sarebbe stato segretario amministrativo e la direzione del settimananle che si sarebbe chiamato Gioventù Socialista fu affidata senza interpellarlo ad Antonio Valeri che ora sta a Milano, direttore della Direzione Italiana Pubblicità.Rientrato a Parma mi misi al lavoro per ricostruire il movimento non senza avere subito un violento e giusto rabbuffo da Alberto Simonini perché, partito da Parma vice-segretario della Camera del Lavoro ne tornavo Segretario della Federazione Giovanile, senza avergli detto nemmeno crepa a lui Simonini, Segretario Camerale.Lo spazio mi manca per parlare di quella esperienza, in quei tempi difficili di lotta contro il fascismo e di aspre polemiche con i comunisti. Forse ne varrebbe la pena, con la necessaria documentazione, come vorrei dire qualcosa dei miei ricordi dei fatti dell'agosto 1922, della resistenza popolare ai 10 mila di Balbo da parte dell'oltretorrente e di Borgo del Naviglio dove mi trovavo, e dei discorsi di Terzaghi che suggellava la ritirata dei fascisti da Parma 'Lasciamo ai bolscevichi le loro trincee: sono le trincee della paura".Un bell'oratore Michele Terzaghi.Nel 1922 il Congresso della Federazione Giovanile a Parma, al Regio. Mi attendeva la chiamata alle armi e al mio posto successe Valeri.Intanto le difficoltà interne ed esterne del movimento socialista si accrescevano. Il fascismo avanzava e fra noi cresceva l'urto fra 'unitari" e 'massimalisti", che sarebbe sfociato nella scissione di Roma.Intanto dopo pochi mesi, era la marcia su Roma, alla quale dovevo assistere, cavaliere di prima classe del 19º Reggimento Cavalleggeri Guide, - quelli con la lancia, la sciabola ed il colbacco - disarmato e consegnato in una caserma di Padova sul Bacchiglione.