| G.Arfè: Fernando Santi | F.Santi alle Acli a Vallombrosa | R.Lombardi, P.Boni, F. De Martino: ricordo di Santi |
| S.Pertini commemora F.Santi alla Camera | F.Santi: prime esperienze | Davide Vanicelli al Consiglio comunale di Fidenza |
Fernando Santi
di Gaetano Arfè
Fernando Santi nacque, il 13 novembre del 1902 alle porte di Parma, a Golese, un
paese di braccianti stagionali, di carrettieri e di pochi ferrovieri. La
propaganda socialista quando egli nacque vi aveva già da tempo fatto presa e
suo padre, ferroviere e socialista, arrivò ad essere assessore. Sua madre,
discendente da una famiglia di braccianti, morì quando Fernando, primo di tre
figli, aveva solo quattro anni e fu a prezzo di duri sacrifici che il padre poté
portarlo fino alla licenza tecnica.
Nel 1917, a quindici anni, aderisce al partito socialista, iscrivendosi alla
sezione degli "adulti" perché i giovani sono quasi tutti al fronte.
Le esperienze fatte a Parma - egli stesso amava ripeterlo -a partire da allora
sono tali da segnare profondamente e definitivamente la sua personalità morale
e politica e da conferire tratti inconfondibili alla sua milizia socialista.
La prima esperienza è la guerra. I giovani soldati hanno i nomi e i volti di
amici e compagni e la causa per la quale erano stati mandati a combattere e a
morire non era quella della libertà e della giustizia quale egli l'aveva
concepita tra i braccianti e carrettieri di Golese. Il 1917 è l'anno di
Caporetto, di un evento, cioè, dal quale trae nuova esca e nuova virulenza la
polemica interventista e nazionalista contro i socialisti, accusati di
antipatriottismo e di disfattismo. L'avversione alla guerra concepita allora lo
accompagnerà per tutta la vita, dalla "grande guerra" alle guerre di
Mussolini, alla guerra del Vietnam.
Parma era negli anni dell'adolescenza di Santi - ed è questa la seconda
esperienza - una roccaforte del sindacalismo rivoluzionario, un movimento che
credeva nella virtù creatrice della violenza, che aveva calata la propria
dottrina nella pratica promuovendo e guidando nel Parmense scioperi di una
durata e di una asprezza mai prima toccate, che aveva fatto dell'agitazione
contro il nazionalismo e il militarismo la sua bandiera, che si era convertito
nella maggioranza dei suoi quadri all'interventismo, fiducioso, questa volta,
nella virtù rivoluzionaria della guerra. Il giovane Santi non soltanto sfugge
alle suggestioni dell'estremismo, ma dalla diretta conoscenza del fenomeno trae
motivi per una vigile diffidenza nei confronti di ogni manifestazione dottrinale
e pratica di estremismo e sarà anche questo uno dei tratti caratterizzanti
della sua milizia politica e sindacale.
La terza esperienza, che ha, questa volta, i segni del positivo è il rapporto
ch'egli stabilisce con un gruppo di socialisti di confessione ortodossamente
riformista, tra i quali Guido Albertelli, più volte deputato, Giovanni Faraboli,
uno dei grandi pionieri del cooperativismo padano, il sindacalista Biagio
Riguzzi.
Il riformismo di Santi trova qui il suo primo alimento. È un riformismo che
sceglie la via, inscindibile dalla democrazia, delle conquiste graduali per
ragioni etiche e politiche, ma che tiene fermo il fine - "gradualismo
rivoluzionario", lo definirà egli stesso - che è quello della costruzione
di una società socialista. Protagonista di quest'opera è il movimento dei
lavoratori nel suo insieme senza guide carismatiche: l'autonomia delle
istituzioni di classe e la loro unità sono le condizioni perché il potenziale
liberatorio del movimento possa sprigionarsi in tutta la sua potenza creativa.
A guerra finita Santi passa dalla sezione adulti a quella dei giovani, viene
eletto segretario della Federazione Giovanile parmense e membro del Comitato
centrale nazionale, dando allo sviluppo dell'organizzazione un fortissimo
impulso. Diventa anche vicesegretario della Camera del Lavoro a fianco di
Alberto Simonini, collabora attivamente all'organo locale dei socialisti, L'Idea.
Il clima è quello delle aspre lotte sociali e politiche seguite ai lutti e
alle miserie della guerra, arroventato e esaltato dal mito della rivoluzione
russa. Santi condivide la convinzione che la crisi del sistema capitalistico sia
ormai entrata in una fase di irreversibilità e che tocchi al proletariato
ricostruire sulle macerie della guerra una società nuova. La sua convinzione,
però, non è inquinata da dottrinarismo e ancor meno da fanatismo. Da dirigente
sindacale, pur solidarizzando senza riserve con le lotte proletarie e contadine
e pur concorrendo a organizzarle e dirigerle, resta immune dalla diffusa "scioperomania"
di quegli anni e in sede politica, quando da Mosca arrivano le condizioni cui il
partito socialista è tenuto ad adeguarsi per rimanere membro della Terza
Internazionale, Santi è tra i pochi giovani che oppongono un fermo rifiuto. Al
Congresso della Federazione Giovanile che si tiene a Firenze sul finire del
gennaio del 1921, a qualche settimana di distanza dalla scissione già consumata
a Livorno, la stragrande maggioranza della Federazione Giovanile Socialista
aderisce al partito comunista. Santi con pochi altri in una riunione tenuta a
Fiesole dà vita a un piccolo comitato per la ricostituzione della Federazione e
ne viene nominato segretario. Nel giro di pochi mesi, a coronamento di
un'attività febbrile che lo porta da una regione all'altra d'Italia, i seimila
iscritti censiti a Fiesole sulla carta risultano pressoché triplicati. Un
comizio tenuto presso Parma nella sua nuova veste, nel quale incitava le future
reclute a non sparare sui fratelli e a far propaganda socialista tra i soldati
gli valse un primo arresto e una blanda condanna a due mesi con la condizionale.
La situazione generale del paese volge però ormai al peggio. La scissione di
Livorno spiana la strada alla ripresa dell'offensiva fascista, particolarmente
violenta nella valle padana.
Anche a Parma le violenze fasciste si susseguono e si intensificano. Nella
estate del 1922 Italo Balbo dà inizio alla sua "marcia di fuoco" che
parte da Ravenna, dove viene data alle fiamme la sede delle cooperative di Nullo
Baldini e prosegue lungo la via Emilia bruciando e devastando, fino ad arrivare
a Parma dove nell'Oltretorrente, organizzati dagli "arditi del
popolo", diretti da Guido Picelli, neo-deputato socialista, che cadrà
combattendo in terra di Spagna, i popolani innalzano le barricate, resistono con
le armi alle squadre fasciste, impongono l'intervento dell'esercito a
ristabilire la legalità. Santi partecipa all'azione: furono barricate, egli
stesso diceva, erette non per la insurrezione ma a difesa della libertà in un
estremo tentativo di stimolare il governo a impegnarsi contro lo squadrismo
omicida dandogli la forza della iniziativa popolare.
L'esempio di Parma resta però isolato. Il governo non esce dalla sua complice
inerzia. L'offensiva fascista prosegue fino a concludersi con la chiamata di
Mussolini al governo del paese. Filippo Turati che aveva partecipato,
contravvenendo alle direttive "anticollaborazioniste" del partito,
alle consultazioni indette dal re in occasione della crisi di luglio del governo
Facta viene posto in stato di accusa e proposto per l'espulsione. Nell'ottobre
del 1922, mentre Mussolini va vibrando gli ultimi colpi in attesa della
"Marcia su Roma", la condanna di Turati da parte della maggioranza
massimalista provoca una nuova scissione: ne nasce il partito socialista
unitario che elegge a suo segretario Matteotti.
Santi aveva vissuto con tormentata passione le vicende che avevano preceduto la
nuova frattura, schierandosi per la mozione unitaria di Adelchi Baratono.
L'inizio del congresso aveva però coinciso con la sua chiamata alle armi -
"cavaliere di prima classe nel 19º reggimento guide, quelli con sciabola e
lancia"- ed era rimasto consegnato in caserma il giorno della
"marcia".
Al suo rientro nella vita civile Santi sceglie il partito di Turati, che
Matteotti colloca sulla linea dell'antifascismo più intransigente. È la linea
di Santi e i fascisti di Parma gliene danno atto facendolo bersaglio di
aggressioni e attentati. Lascia la città dopo l'assassinio di Matteotti per
andare a Torino dove assume la segreteria del Sindacato confederale
precariamente ricostituito dopo che i fascisti avevano bruciato la sede della
Camera del Lavoro e il prefetto aveva completato l'opera sciogliendola con
proprio decreto. A Torino entra in rapporto di amicizia con Giuseppe Saragat.
Qui - altra importante esperienza che in lui lascia traccia - egli instaura
rapporti di collaborazione col cattolico Giuseppe Rapelli, popolare e dirigente
dei sindacati "bianchi", conducendo con lui, caso unico in quei tempi,
una difficile agitazione del sindacato tranvieri.
Nell'ottobre del 1925 Santi si sposa e si trasferisce da Torino a Milano dove è
chiamato a dirigere la sezione del partito socialista unitario.
A Milano gli diventa amico e maestro Filippo Turati, vi conosce Pietro Nenni e
Lelio Basso, e con loro è aggredito e percosso a sangue dagli squadristi nel
cimitero quando Nenni saluta la bara di Anna Kuliscioff col grido di "viva
il socialismo". Collabora alla organizzazione della evasione di Turati
dall'Italia con Carlo Rosselli, Ferruccio Parri e Sandro Pertini.
Cessata con le leggi eccezionali ogni possibilità di svolgere attività
politica, Santi si trasforma in commesso viaggiatore di profumi "bon marché".
È un modo per sopravvivere, ma è anche un modo per viaggiare e mantenere,
sfuggendo alla vigilanza della polizia rapporti fra i socialisti di varie parti
d'Italia nella speranza di poter riorganizzare clandestinamente dei nuclei sulla
linea del superamento delle frattura, superata dai fatti, tra riformisti e
massimalisti. Gli sono compagni in quest'opera Giuseppe Faravalli che, scoperto
dalla polizia, sarà costretto a riparare in Francia, e Antonio Greppi, il
futuro primo Sindaco di Milano liberata. Comincia così la lunga resistenza
silenziosa che gli valse, nel 1934, un nuovo arresto ma di breve durata. La
ripresa efficace del lavoro politico è del 1941 quando con Greppi e con Silvio
Veratti partecipa a una riunione promossa da Ivan Matteo Lombardo e Francesco
Lami Starnuti al fine di procedere alla ricostituzione, in clandestinità, del
partito socialista, cosa che avverrà formalmente circa due anni dopo con la sua
attiva partecipazione.
Ricercato dalla polizia fascista dopo l'armistizio si rifugia in Svizzera dove
organizza, a Lugano, l'assistenza ai profughi politici italiani. Ne esce
nell'ottobre del 1944 per raggiungere la Val d'Ossola dove si è costituita una
repubblica partigiana e quando l'Ossola è rioccupata dai tedeschi Santi
raggiunge Milano dove svolge attività clandestina partecipa all'insurrezione
del 25 aprile, è tra i redattori del primo Avanti! che esce in regime di
libertà. Il primo incarico che gli viene conferito dal Comitato di Liberazione
è quello di Segretario della Camera del Lavoro di Milano. Nel 1947 diventa
Segretario generale, tra il democristiano Giulio Pastore e il comunista Giuseppe
Di Vittorio, della Confederazione Generale Italiana del Lavoro, nata dal patto
di Roma tra le grandi correnti sindacali, comunista, socialista, cattolica.
Comincia così la nuova fase della milizia politica e sindacale di Santi, meno
perigliosa, ma non meno tormentata.
Uomo dell'unità, Santi aveva visto realizzarsi nella resistenza l'unità degli
antifascisti e in questo quadro ''l'unità d'azione delle sinistre e l'unità
del movimento sindacale. In un breve lasso di tempo tutte le unità conquistate
s'infrangono.
La prima è quella del suo partito. Nel gennaio del 1947 il partito socialista
di unità proletaria si scinde. I gruppi Critica Sociale e di Iniziativa
Socialista, capeggiati da Saragat, danno vita al partito socialista dei
lavoratori italiano: motivo della frattura il rapporto col partito comunista.
Autonomista e riformista, Santi resta nella vecchia casa. Nei confronti dei
comunisti egli parte dal dato inoppugnabile che essi hanno dato alla causa
dell'antifascismo il più alto contributo di sacrifici e di sangue e che
rappresentano la parte maggioritaria, più attiva e più combattiva del
movimento operaio. Restano ferme le sue pesanti riserve nei confronti del
centralismo democratico, del loro rapporto col partito guida, con lo
stato-guida, con Stalin, ma ciò non toglie, per lui, che una politica di
sinistra, di difesa della fragili istituzioni democratiche, di opposizione a una
ricostruzione che non sia restaurazione dei vecchi equilibri e dei vecchi poteri
sia impraticabile senza di loro. A consentire l'alleanza sta la loro proclamata
accettazione del metodo democratico e del criterio della gradualità nella
marcia verso il socialismo, vale a dire dei principi fondamentali del riformismo
socialista. E quand'anche tale accettazione fosse viziata da tatticismo sarà, a
suo avviso, il nuovo rapporto stabilito col paese a rendere impossibili ritorni
a dottrine e pratiche del passato. Su questa linea, alleato autonomo e critico,
Santi resterà fino alla fine della sua vita.
Nel 1947 si rompe l'unità antifascista con riflessi immediati nel movimento
sindacale. Santi, fiancheggiato da Giuseppe Di Vittorio, spende tutte le sue
energie per evitare la paventata frattura, promuovendo un compromesso - un
modus vivendi,, lo si definì allora - con la corrente democristiana che
rendesse possibile la convivenza. Il 18 aprile del 1948 viene eletto deputato e
lo resterà per venti anni - nelle liste del Fronte Democratico popolare nella
circoscrizione di cui è parte Parma. Nel luglio lo sciopero generale di
protesta contro l'attentato a Togliatti dà il via alla scissione della CGIL.
Sono gli anni della guerra fredda e delle contrapposizioni frontali. Santi
conduce la sua battaglia senza clamori ma con tenace costanza. La sua concezione
del socialismo e, in essa, quella del sindacato, resta quale l'ha maturata nel
corso delle sue lunghe sofferte esperienze: una organizzazione di classe a
ordinamento interno schiettamente democratico, strumento di rivendicazioni ma
anche fattore possente di progresso civile e politico, autonomo, perciò dai
partiti, ma non dalla politica.
Fu tra i promotori del "piano del lavoro" elaborato dalla CGIL nel
1949. La relazione che egli tenne al congresso di Genova a illustrazione del
piano è esemplare per quanto riguarda il suo modo di concepire la funzione del
sindacato da un punto di vista socialista in un paese gravato di mille squilibri
e contraddizioni avviato a modernità. Le rivendicazioni di classe sono
inquadrate in un disegno che, attraverso le riforme di struttura, modifichi
gradualmente gli indirizzi di politica economica, i rapporti di potere, gli
squilibri politici. Negli anni delle contrapposizioni frontali il suo contributo
fu forse determinante a che la CGIL non diventasse la pura e semplice
"cinghia di trasmissione" delle direttive comuniste. Sarà ancora lui
a denunciare al congresso di Roma del 1955 i rischi della centralizzazione delle
lotte sindacali e a proporne una nuova articolazione che, senza fomentare
corporativismi, consenta di adeguare le lotte ai gradi del differenziato
sviluppo della economia del paese.
Santi lascia la CGIL nel 1965 per ragioni di salute, torma dirigente del
partito. Sono glia anni del centrosinistra. All'inasprimento egli non oppone
rifiuti pregiudiziali, non fa mancare il suo apprezzamento per il programma di
governo che il partito socialista va elaborando, ma non nasconde il suo
scetticismo circa la possibilità di realizzarlo. La ragione è politica: le
resistenze con le quali esso si scontrerà sono superabili soltanto grazie a una
pressione unitaria del movimento dei lavoratori e questa condizione manca. Il
ventilato proposito di un sindacato tutto socialista a sostegno della politica
di centrosinistra lo trova recisamente avverso: sarebbe un rimedio peggiore del
male.
È così che il vecchio riformista si trova collocato alla sinistra del partito,
a fianco di Riccardo Lombardi, di Tristano Codignola. Nel giugno del 1963,
"la notte di San Gregorio" insieme a loro e ad altri blocca, per
motivate riserve sul programma concordato tra i partiti della coalizione di
centrosinistra, provocando una secca battuta d'arresto nella operazione,
provvisoriamente coperta dal governo Leone e quando il nuovo governo sarà
varato, pur nel rigoroso rispetto della disciplina di partito, egli resterà
fortemente critico.
L'unità della sinistra e quella del movimento operaio nel segno del riformismo
socialista sono gli obiettivi che egli propone e per i quali si batte.
Si oppone nel 1966. alla unificazione tra socialisti e socialdemocratici perché
ritiene che il partito fondato da Saragat abbia perse le sue radici socialiste,
impegna coi comunisti una serrata polemica, in particolare con Giorgio Amendola,
sollecitandolo a quella svolta dottrinale e politica a suo avviso necessaria
perché si possa arrivare al partito unico, classista, internazionalista,
democratico.
Nel 1968, candidato al Senato, non viene eletto. Gravemente malato, non cessa di
impegnarsi con l'entusiasmo dei suoi giovani anni. L'ultimo suo discorso lo
tenne il 30 agosto del 1968 al convegno delle ACLI a Vallombrosa e fu un
commosso e motivato appello all'unità dei lavoratori intorno a quei valori
comuni alla tradizione cristiana e a quella socialista e nei quali egli, laico,
continuava a riporre tutta la sua fede.
Morì a Parma il 15 settembre del 1969.
A lui sono state dedicate due accurate tesi di laurea, una di Angela Della
Pietra, discussa nel 1972 presso l'Università di Parma - relatore il prof.
Rinaldo Salvadori; l'altra di Marilena Genesi venne discussa presso l'Università
di Bologna nel 1970, relatore il prof. Berselli.
In ricordo di Fernando Santi
discorso
pronunziato alla Camera dei Deputati nella seduta del 23 ottobre 1969
Sandro Pertini :
"Onorevoli colleghi,
raccogliamoci nel ricordo di Fernando Santi.
Non debbo lasciarmi andare sull'onda della commozione, altrimenti la parola si
spegnerebbe sulle labbra. Ma quanti ricordi sorgono dal fondo dell'animo mio e
incontro mi vengono come antichi amici. Sono tappe di un vasto arco di tempo che
va dagli anni venti ad oggi. Allora eravamo giovani entrambi e contestavamo, ma
contestavamo in nome di un’alta idea.
Egli, adolescente, aveva già preso il suo posto nel partito, nella sua Parma,
sorretto da una fede vigorosa, da una viva intelligenza e dalla tenace devozione
alla classe operaia, di cui sin da ragazzo aveva conosciuto per esperienza
personale la grama esistenza fatta di stenti, di rinunzie. Scriverà più tardi,
costretto ancora ad una vita difficile: "Quella nuda povertà era cosa per
me naturale. Mio padre l’aveva ereditata da suo padre e suo padre dal padre di
suo padre. Di mia madre non dico. I suoi erano braccianti della bassa verso il
Po, gialli di secolare polenta Sotto la scorza nera dell'aria e del sole. Fin da
bambina aveva preso ad andare per i campi, quando l'estate chiama tutte le
braccia o a spigolare grano o in cerca di radicchio selvatico per la cena. Le
lunghe serate le passava al telaio, un telaio di legno sul quale tesseva una
ruvida tela. Fu quella l'unica cosa che portò mia madre in dote. L'inverno
andava a servire in città e fu li che conobbe mio padre ferroviere. Si vollero
presto bene".
Fernando Santi non dimenticherà mai quell'amara esperienza. Più di tutti noi,
sapeva comprendere che cosa voglia dire la miseria, un salario insufficiente
alle necessità di una famiglia, l'ansia di uscire da condizioni così avvilenti
e di tendere ad un riscatto che consenta ad ogni creatura umana di vivere
dignitosamente.
Con quel ricordo della sua infanzia, che mai l'abbandonerà, partecipa alle
lotte della rovente Parma d'oltre torrente. Ed è a fianco dei braccianti della
bassa padana, a contatto con la miseria, ch'è stata la miseria sua, di suo
padre e di sua madre, ch'egli si forma. Si getta nella lotta con assoluta
dedizione e quale segretario della Camera del Lavoro diventa una guida sicura
per la sua gente.
Ma prove più dure attendono il movimento operaio parmense. Ed ecco Fernando
Santi battersi sulle barricate erette dal popolo di Parma contro le orde
fasciste e dalle colonne del quotidiano Il Piccolo con la sua penna di
vero scrittore.
Ormai restare a Parma per lui vorrebbe dire la morte. Va a Torino a reggere
quella Camera del Lavoro e poi a Milano. La sua attività non ha tregua. Resta
al suo posto liberamente scelto e affronta con sereno coraggio la violenza
fascista.
Esule in patria, si fa rappresentante di commercio per portare a casa un po’
di pane e ai compagni la sua parola di propagandista clandestino.
Conosce il carcere, l'ultima volta a San Vittore nel 1943. Coopera alla
ricostruzione del partito socialista, ma per sfuggire ad un nuovo arresto si
rifugia nella libera Svizzera. Nel 1944 partecipa all'insurrezione ossolana e
alla costituzione di quella piccola repubblica sorta per volontà e virtù di
popolo, primo faro di libertà acceso nell'Italia oppressa. Rientrato a Milano
nell'aprile 1945 si getta nell’insurrezione.
Il resto della sua vita di sindacalista, di parlamentare, di uomo di partito è
a voi tutti noto perché io lo ricordi.
Desidero solo mettere in luce il suo modo d'intendere la politica, la sua
coscienza di uomo libero, la forza della sua intelligenza. Egli si diceva
"riformista"; ma soggiungeva. "Perché appunto voglio le
riforme". Un giorno, in uno dei suoi discorsi, chiari e limpidi come il suo
spirito, parlò dei riformisti, alla cui scuola era cresciuto: "Nobile
stirpe - disse - che si è estinta senza lasciare eredi". Non è vero. Lui
era l'erede di quella "nobile stirpe".
Riformista era perché voleva - ripeto - le riforme; e socialista era, ma per un
socialismo dal volto umano. Per un socialismo che mai astraesse dall'uomo, dalla
sua dignità e dall'esigenza insopprimibile della libertà.
Ascoltiamo ancora lui; ci sembrerà di sentirlo vicino a noi come un tempo:
"Solo chi ha fame - disse un giorno - apprezza il sapore del pane, solo chi
ha sete di giustizia sa dare alla giustizia il suo vero volto: giusto e umano.
"Il benessere che vogliamo conquistare per i lavoratori non è fine a se
stesso. E' una condizione per una dignità più umana e sociale senza la quale
l'uomo - che per noi è il fine di tutte le cose - si sente lo stesso umiliato e
offeso, estraneo al consorzio civile, nemico agli altri e a se stesso".
Bramava dire che così si era fatto alla scuola dei maestri di vita come Filippo
Turati, Claudio Treves, Camillo Prampolini. Ed aveva ragione di affermare questo
non solo per rivendicare un privilegio, ma anche per rispondere a chi con
sufficienza definiva "romantici" questi socialisti che come lui erano
persuasi non potersi avere socialismo senza libertà.
"Romantici", uomini come Fernando Santi che con fermezza seppero
battersi; che hanno sempre pagato di persona; che il partito hanno servito senza
mai servirsene e che non consideravano la politica quale occasione propizia per
ottenere poltrone e prebende, ma quale missione d'assolvere solo nell'interesse
della classe lavoratrice e del paese.
Così, proprio un "romantico" come Fernando Santi rifiuta il Ministero
del lavoro pur di non scendere a compromessi con la propria coscienza.
Questa sua concezione umana del socialismo lo portò ad essere comprensivo verso
chi la sua fede non condivideva. Non era un fazioso e non considerò né il suo
partito né se stesso depositari della verità assoluta. Non apparteneva alla
categoria di chi vuole che la lotta politica sia non un fecondo e aperto
confronto di idee bensì un contrasto di rancori personali. Riprendendo un brano
d'un suo nobilissimo discorso, oggi quando si parla di Fernando Santi
giustamente si dice: "Di lui ci potevamo fidare".
Ma di lui si potevano fidare non solo i compagni, i lavoratori, cui dedicò
tutto se stesso, ma anche gli avversari. Perché' Fernando Santi ha sempre
combattuto a visiera alzata, lealmente.
Ricordo quando qui, a Montecitorio, andò ad inchinarsi dinanzi alla salma di un
avversario di sempre, spentosi improvvisamente mentre parlava in quest'aula. Un
collega gli rimproverò quel gesto di cavalleresca pietà. Egli bruscamente -
come era uso fare quando udiva affermazioni assurde -gli rispose: "Solo
uomini di sincera fede possono fare quello che ho fatto io. E poi l'avversario
io lo combatto quando è in piedi non quando è caduto".
Questo suo umano modo di sentire lo portava ad ascoltare quanti si battevano in
nome dei principi per lui essenziali. Egli era persuaso che uomini provenienti
da sponde differenti potessero incontrarsi su un comune terreno, il terreno
della libertà, della giustizia sociale, della pace.
Era, quindi, contrario a steccati fra i partiti, che pur essendo animati da
ideologie diverse, potevano, tuttavia, riconoscersi in codesti principi, i
quali, in buona sostanza, costituiscono il porto di salvezza di questa nostra
inquieta umanità.
Da qui la sua costante aspirazione del sindacato unico. Egli, che nell'azione
sindacale aveva dato il meglio di sé stesso, legandosi sempre più al movimento
operaio, sentiva che la forza della classe lavoratrice risiede soprattutto nella
sua unità. Peraltro dinanzi ai lavoratori, al di sopra dei confini ideologici,
stanno gli stessi problemi e quindi le soluzioni non possono non essere comuni.
Ascoltiamo ancora una volta la sua parola, che vivrà nel cuore dei lavoratori e
di quanti si battono per il riscatto della classe lavoratrice: "Il
sindacato nel suo significato storico è anzitutto un fatto di democrazia e di
libertà, un fatto di civiltà, una immensa forza liberatrice".
Fernando Santi sarebbe stato il più degno a tenere a battesimo l'unità
sindacale. E forse quando l'amarezza per l'irriconoscenza altrui si faceva in
lui più pungente, lo confortava il pensiero di poter essere egli il segretario
generale del sindacato unico. Tutti l'avrebbero accettato, perché tutti in lui
si sarebbero riconosciuti.
Ecco perché a Parma uomini di partiti diversi e di diversa estrazione
ideologica si trovarono così strettamente uniti intorno al suo feretro.
Onorevoli colleghi, sentiamo e sentiremo per lungo tempo la sua mancanza. Quando
uomini come Fernando Santi se ne vanno per sempre, portano via con se qualche
cosa di noi stessi e noi ci sentiamo più soli.
Lo faremo rivivere nel nostro ricordo: faremo rivivere l'uomo di fede dalla
coscienza retta, dal forte ingegno. Scrittore nato, oratore efficacissimo, che
ripugnava all'oratoria paludata, perché considerava una offesa verso i semplici
non parlare in modo semplice. Ricorderemo anche la sua ironia che non
risparmiava alcuno. Eppure nessuno di noi gliene voleva per questo, perché
sapevamo che la sua ironia non era mossa da malanimo.
Ricorderemo la sua amarezza - che per pudore celava nell'animo suo - quando non
fu più rieletto. Crudeltà spietata di uomini e di partiti che spesso si
ripete.
Ricorderò, io, le visite che quasi quotidianamente gli facevo quando fu
ricoverato al policlinico di Roma, colpito da male inesorabile. In quelle visite
era tra noi risorta la nostra antica fraterna amicizia, libera delle scorie
della politica. E dopo aver sentito dai sanitari la verità del suo male, dovevo
usare violenza all'animo mio, colmo di tristezza, per entrare nella sua camera
sorridendo. Parlavamo di tutto e di tutti. Un mattino non lo trovai più nella
solita stanza. Era stato trasportato a Parma
Ai primi di settembre ricevetti una sua lettera: "Sono venuto a Parma per
vedere di passare il punto dalla malattia alla convalescenza. Ma niente si vede
ancora in questa direzione".
Il suo destino l'ha portato a morire nella sua terra, fra la sua gente.
Sino all'ultimo fu assistito dai suoi figlioli Piero e Paolo e dalla compagna di
sua vita Maria. Compagna della sua vita e della sua lotta, coraggiosa, fiera del
suo Nando; sempre al suo fianco a condividere sacrifici, delusioni,
persecuzioni.
E senza mai lagnarsi.
Fernando Santi lasciò scritto di sua moglie Maria, da poco a lui sposata:
"Quella della casa restava la pena maggiore di mia moglie. Non ci arriverò
mai ad avere un abbaino tutto per noi. Per i poveri non c’è proprio fortuna.
Lo diceva rassegnata senz’ombra di rimprovero".
Dolce e forte compagna di Fernando Santi, oggi, in quest’aula, ove tante volte
si è levata serena e pacata la sua nobile parola, noi tutti - amici compagni
avversari - lo ricordiamo con affetto e con riconoscenza.
Con riconoscenza, onorevoli colleghi, perché Fernando Santi, nato povero e
morto povero, ha lasciato a noi tutti una ricchezza: il suo esempio.
Dobbiamo costruire
una nuova realtà politica
Discorso pronunciato al Convegno "Impresa,
movimento operaio e piano", delle ACLI, Vallombrosa 28 agosto - 1 settembre
1968
Vi chiedo innanzi tutto scusa se il mio intervento non verterà sulla relazione
di Gabaglio che, insieme a quella degli amici Brenna, Picchi e Morezzi,
considero un contributo altamente interessante non soltanto per i lavori del
vostro Convegno, ma per l'insieme del movimento sindacale ed operaio del nostro
Paese.
Io ho chiesto la parola - e ringrazio il presidente per avermela concessa - per
assolvere a due precisi doveri. Quello di portare a voi il mio fraterno saluto
di ospite socialista e di saluto dei miei amici della sinistra al partito
socialista unificato.
L'altro dovere è quello di ringraziare la presidenza delle ACLI e in
particolare il mio caro amico Livio Labor per avermi consentito, invitandomi a
Vallombrosa, dove sono per la prima volta, di conoscere, di dividere una
esperienza che per me è di alto insegnamento e che mi pone in condizione di
riconfermare i legami profondi di stima e di amicizia che mi uniscono, non da
oggi, al vostro movimento.
Avrei potuto esprimervi questi sentimenti all'inizio dei vostri lavori, non l'ho
fatto espressamente per non dare a ciò un carattere di formale cortesia.
A questa fase inoltrata della discussione lo faccio perché questo mi permette
di misurare la serietà e la nobiltà del vostro impegno espresso con un vigore,
con una serietà di ricerca davvero esaltante.
Sentimenti, quindi, i miei che assumono un significato, a questo momento, di
partecipazione al vostro travaglio, alla vostra coraggiosa ricerca, alla
testimonianza che le ACLI danno dei fenomeni di grande interesse che maturano
nel mondo del lavoro e della società italiana.
Per quanto sia la prima volta, ripeto, che sono qui da voi, credo di poter
affermare che da tempo sono vostro amico e che seguo con interesse, con
simpatia, l'azione della vostra organizzazione e sarò lieto se mi consentirete
di considerarmi, di volermi considerare vicino a voi anche per i non facili
giorni che ci attendono, che vi attendono, che attendono tutti i lavoratori
italiani.
Siamo effettivamente, a mio avviso, come movimento operaio, nelle sue varie e
diverse componenti sindacali e politiche, in una situazione difficile che ci
presenta numerosi e preoccupanti interrogativi.
Il Centro-sinistra riformatore è finito, ingloriosamente, facendo cadere attese
e speranze a suo tempo legittimamente suscitate, impoverendo la vita politica
italiana ridotta ad una piatta routine.
In questa fase, confessiamocelo apertamente, hanno vinto gli altri: i dorotei di
tutte le confessioni, incominciando da quelli della mia.
Non solo non si è fatta una politica riformatrice ma abbiamo addirittura la
controriforma, in una politica piatta, moderata, conservatrice, talvolta
addirittura reazionaria.
La classe politica responsabile ha mostrato e mostra la sua incapacità di
avvertire le tendenze di fondo della società italiana che sono tendenze che
esprimono l'esigenza di un profondo rinnovamento.
Esigenza che si manifesta nelle lotte nelle fabbriche e nella società contro le
forme autoritarie che sbarrano la strada verso una autentica democrazia.
Il discorso si potrebbe allargare e precisare, ma a me basta constatare che le
masse popolari, tanto quelle delle società capitalistiche, tanto quelle delle
società comuniste, sono insofferenti di essere governate paternalisticamente
dall'alto e pongono il preciso obiettivo di autogovernarsi. Ne hanno la volontà,
il diritto, la capacità.
Questa fase politica di riflusso non solo non poteva essere diversamente ma non
è riuscita a risolvere i problemi più acuti della vita nazionale.
D'altra parte dobbiamo riconoscere che non è nemmeno riuscita a porre le masse
popolari in uno stato di rassegnazione e di rinuncia.
Al contrario, per la presa di coscienza dei lavoratori della loro condizione,
del loro compito storico e del loro destino ha fatto emergere nuovi problemi,
aperte nuove contraddizioni, espresse nuove tensioni sociali, ideali, morali.
È sufficiente guardare a quanto avviene nelle fabbriche, nelle università, nel
complesso della società civile.
La svolta conservatrice non è quindi riuscita a stabilizzare per lungo tempo la
realtà italiana, anzi la contestazione ha acuito la sua incidenza e l'ha
allargata a settori e situazioni più vasti e difformi.
Certo in questa fase storica di azione e di lotta, ogni componente ideale ha
subito scosse profonde e segnato sconfitte, tuttavia si è aperto nel movimento
operaio, ha avuto inizio un processo di profondo rimescolamento delle carte, che
viene a mutare i termini della solidarietà burocratica di parte, per cui si
determinano, io spero, non contingenti convergenze che superano i tradizionali
schieramenti e consentono, obbligano anzi, a guardare con coraggio a nuove
necessarie unità.
Questo vale per i marxisti, vale per i cattolici, una profonda esigenza si
avverte. Quella insopprimibile di un processo, che - a mio avviso - non può
essere arrestato, di rinnovamento democratico ed unitario del movimento operaio
inteso nel senso più ampio del termine.
O avremo la coscienza, la forza, la volontà, per portare a compimento questo
processo o saremo espulsi dalla storia e relegati in una condizione di
permanente subalterna soggezione ai margini della società.
Dobbiamo, come movimento operaio, fare la storia che sarà la storia del
progresso civile, umano e sociale del popolo italiano per la liberazione
dell'uomo che è il fine di tutte le cose.
La fase di riflusso di cui vi ho parlato in campo nazionale si verifica anche in
campo internazionale, dove l'azione sopraffattrice delle potenze egemoni, Stati
Uniti e Unione Sovietica, riacutizza non tanto la guerra fredda, quanto la
tendenza di ognuna delle due superpotenze al dominio, non solo politico ed
economico, ma talvolta armato, nelle rispettive zone di influenza, privando
della libertà e della indipendenza popoli di molti paesi, dal Vietnam a S..
Domingo alla Cecoslovacchia.
Nello stesso tempo che le due superpotenze usano la forza bruta per consolidare
il loro dominio nelle rispettive aree - il che rende più che mai valida la
politica di distensione e di pace e di superamento dei blocchi - esse mostrano
la loro intrinseca debolezza, perché non riescono più a presentare un modello
accettabile di civiltà ed appalesano la profonda crisi morale, politica, e
talvolta economica, dei due rispettivi sistemi.
Crisi che, per ognuno di essi, non può trovare che logico sbocco in forme
avanzate di democrazia sociale e di democrazia socialista che rappresenti la
giusta soluzione in termini di libertà e di potere delle esigenze concrete ed
ideali del mondo del lavoro.
Le osservazioni che mi sono permesso di fare, che sono naturalmente il risultato
della mia visione delle cose nostre e del mondo, dimostrano che molte cose
dobbiamo fare e che molte cose possiamo fare assieme.
Nel mondo per seguire la lotta della pace e del superamento dei blocchi, nel
nostro continente la costruzione di una Europa che non sia quella promossa e
promessa da un europeismo turistico salottiero e discriminatorio ma che sia una
Europa progressista, avanzata, una Europa dei lavoratori, del lavoro.
In campo più strettamente nostro, di noi lavoratori, di noi movimento operaio,
per seguire con coraggio e spregiudicatezza, pagando anche i prezzi che si
debbono pagare, il processo di rinnovamento, di revisione, che liberi ognuno di
noi, ogni nostra parte nella quale viviamo organizzati, nei nostri campi
rispettivi, da schemi sclerotizzati e da miti che la realtà si incarica di
abbattere quotidianamente.
Con una critica anche impietosa da parte nostra, che parta dalla realtà della
condizione operaia, della condizione umana reale, senza la rimozione degli
ostacoli di cui ho detto, il nostro cammino verso quelle alte mete ideali, quei
traguardi gloriosi che noi abbiamo disegnato, sarà impossibile o estremamente
difficile.
Quello che hanno fatto le ACLI in questo campo di rinnovamento e della ricerca
di strade nuove, ve lo dico con fraterna sincerità, è altamente utile per
tutto il movimento operaio.
Vorrei dire - e non è interessata lusinga - che quello che avete fatto voi è
altamente esemplare anche per noi.
Un obiettivo divenuto oramai individuabile in termini ravvicinati, fra le tante
cose da fare, è quello dell'unità sindacale.
Molte cose si sono fatte in questi ultimi tempi e voi ACLI avete molto
contribuito a farle e lo sa la vostra presidenza come io sia stato vicino alle
vostre ACLI nella loro azione, spesso più incompresa che non ascoltata dalle
burocrazie confederali.
Le esigenze delle lotte dei lavoratori pongono la necessità di non perdere
altro tempo - ne abbiamo perso troppo - di bruciare le tappe, per fare entrare
nel movimento operaio questa ventata innovatrice dell'unità sindacale che
accresca ai più alti e a tutti i livelli il potere dei lavoratori, unità
sindacale che farà suonare l'ora della verità per tutte le forze politiche e
sociali, mettendole tutte al muro delle loro responsabilità.
Una unità sindacale che non può essere certo il risultato di sapienti
compromessi, di calcolati dosaggi: non vi è una unità sindacale avanzata e una
unità sindacale meno avanzata.
L'unità sindacale si fa solo costruendo un nuovo sindacato che rappresenti un
profondo rinnovamento nel rapporto effettivamente democratico con i lavoratori,
degni, altamente maturi, contro ogni incrostazione, di governare il loro
sindacato, vale a dire di governare se stessi.
Un altro terreno sul quale occorre muoversi è quello politico.
Mi permetterete di esprimermi con massima sincerità, anche se so di toccare un
problema complesso, dibattuto, discusso, ma io, esprimendomi liberamente, rendo
omaggio alla libertà, allo spirito di libertà che informa ed aleggia su questo
vostro Convegno.
Il sindacato può esprimere tutto il suo potenziale di lotta e di conquista se
può agire in una società civile avanzata che crea appunto con il mutare dei
rapporti sociali, politici, di produzione le condizioni naturali per un pieno
sviluppo del potere e dell'azione del sindacato.
Occorre dar vita ad una diversa situazione politica, ciò significa in
particolare, nell'ambito della sinistra italiana, creare una forza politica non
egemonizzata da parte di chiunque, garante e fedele ai principi della democrazia
e della libertà, nel rispetto della coscienza di ciascuno e di tutti, capace di
offrire una alternativa alla guida ed alla gestione moderata del potere.
Ci sono, a questo fine, forze che si muovono in tutti i campi, in quello
cattolico, in quello socialista, in quello comunista; queste forze
costituiscono, possono costituire, una grande speranza per il domani.
Dobbiamo incominciare a costruire questa nuova realtà politica.
Le ACLI, a mio avviso, possono su questo, come in molti altri terreni, apportare
un loro insostituibile - e, aggiungo io, atteso -, necessario contributo in
corrispondenza all'impegno che anche da varie parti si e manifestato in questo
convegno.
Il compito che ci attende è di grande importanza. Senza consumare in moneta
spicciola le parole grosse, direi che è un compito di importanza storica; noi
non dobbiamo sottovalutare le difficoltà, perché dobbiamo camminare sempre con
i piedi per terra.
Incontreremo resistenze da molte parti, forze economiche, politiche, apparati
burocratici, ma non dovremo scoraggiarci, anche, delle probabili, forse talvolta
inevitabili battute di arresto.
Ma la causa che deve impegnarci è veramente grande e per essa vale la pena di
lottare e di sacrificarsi.
Vogliamo costruire una società nella quale l'uomo viva nella pienezza della sua
dignità, della sua libertà.
Come laico, come socialista vi dichiaro, amici, compagni delle ACLI, che io sarò
felice se questa nuova società di uomini giusti e liberi potrà essere
illuminata dalla luce della vostra ispirazione cristiana, fonte perenne di
tensione ideale. Per questo, anche per questo, dobbiamo camminare e lottare
insieme.