Socialismo liberale ed Europa: lo strano caso del Prof. Rosselli

di Piero Graglia

La figura e il pensiero di Carlo Rosselli hanno recentemente vissuto una seconda giovinezza e sono stati oggetto di una rinnovata attenzione che non può non essere vista con favore, sebbene vi sia qualche perplessità, da parte di chi scrive, sulla validità di talune interpretazioni e riletture dell'attività del capo di GL, che risentono talvolta dell'intento polemico contingente nel dibattito politico contemporaneo (1).
Ora, bisogna chiarirsi una volta per tutte: o si intende Rosselli come una minestra buona per ogni mensa, fatti gli opportuni aggiustamenti del caso, oppure si procede, fuori da ogni intendimento agiografico o "militante", ad analizzare e registrare le vere novità - novità molto spesso scomode per la "trasvalutazione dei valori" che rappresentano - che caratterizzarono l'azione e il pensiero di Rosselli. Ma ancora prima va forse sottolineata una particolarità, sovente dimenticata o sottaciuta quando ci si riferisce all'esperienza di G.L. L'espressione "socialismo liberale" ha un suo appeal, testimoniato dalla frequenza con la quale viene utilizzata nel dibattito politico contemporaneo. In alcuni casi poi si assiste alla sua trasformazione automatica in "liberalsocialismo", che invece ha una sua connotazione ben precisa nell'alveo delle "eresie" e solo difficilmente potrebbe essere sovrapposto alla vicenda politica e ideologica di Rosselli. Il Socialismo liberale è un'eresia del socialismo, maturata negli anni del confino e della clandestinità, in Italia e in Francia. Ha i suoi valori, i suoi punti di riferimento ideali, i suoi programmi (ancora oggi fortunatamente leggibili, grazie alla meritoria opera condotta negli anni Settanta da un gruppo di storici vicini alla tradizione e all'eredità di G.L. Il Liberalsocialismo è qualcosa di profondamente diverso dal Socialismo liberale, e non solo per questioni nominalistiche. Il movimento di Guido Calogero è maturato nella riflessione filosofica - cosa che "l'azionismo" rosselliano poco curava - ha avuto bensì i suoi martiri e i suoi combattenti, ma la sua influenza è stata sensibilmente minore sulla cultura politica italiana, restando una sorta di piccola anomalia nel corpo sostanzialmente integro e profondamente debole del liberalismo nostrano. Recuperare la purità dei termini quando si parla dell'esperienza di Rosselli e del suo movimento, può quindi essere un piccolo passo necessario per considerare con occhio non esclusivamente celebrativo "Giustizia e Libertà", e non confonderla con "Libertà e Giustizia".
Molto più profonda invece l'influenza del movimento di Rosselli, che si percepisce anche ad anni di distanza e che ha lasciato un segno profondo nella storia del socialismo italiano per i contenuti di novità e la sua verve svecchiatrice. Tra queste novità, un posto principale è rappresentato dall'atteggiamento nei confronti del problema dell'unificazione europea e di quello, conseguente, del valore dello stato nazionale come punto di riferimento dell'azione politica. Non si intendono certo sottacere gli altri punti qualificanti della visione rosselliana, sul piano della riforma dell'economia, della ristrutturazione dello stato, la considerazione del ruolo delle masse, il posto delle forze giovani nella lotta politica. Ma sono, nella convinzione di chi scrive, tutti elementi che acquistano un loro valore penetrante e duraturo solo se accostati alla critica profonda, continua e acuta che Rosselli condusse contro la "visione del mondo" nazionale e nazionalistica.
Si tratta di un punto cruciale per la comprensione non solo dell'evoluzione dell'attività di GL, bensì anche della natura della lotta antifascista nel suo complesso; è il sorgere di un'agguerrita Anti-Europa che giustifica a posteriori il carattere europeo del movimento antifascista e della Resistenza, e non mi sembra eccessivo dire che se durante la II guerra mondiale (guerra civile europea) si assiste al crescere dei riferimenti ad una soluzione unitaria per il futuro del continente (non solo, ovviamente, nelle discussioni interne del movimento resistenziale italiano, ma anche in altri paesi), tale dibattito pone le sue radici negli anni Trenta. In tal senso, Rosselli e GL svolgono indubbiamente un ruolo di Bahnbrecher.
Si tratta di un'acquisizione relativamente recente nel dibattito storiografico, e va ascritto come merito dei pochi che hanno proceduto al reperimento e all'ordinamento delle fonti sulle idee dell'unificazione europea (2), l'avere percepito e sottolineato come il carattere europeo della resistenza al nazifascismo si accoppiasse ai primi progetti tendenti all'unificazione politica dell'Europa.
Volendo scavare più a fondo in questa questione, il caso di Rosselli è ben più complesso: nel suo caso - precedendo in questo il pensiero di altri teorici dell'unificazione europea, quali i federalisti di Ventotene - la tensione verso l'unificazione europea non è episodica o basata su un'adesione sentimentale ad un bell'ideale, tanto desiderabile quanto irraggiungibile; si tratta bensì di una messa in discussione profonda del ruolo e dell'importanza della visione del mondo nazionale nella lotta politica e, attraverso questa discussione, dell'approdo all'idea dell'unificazione dell'Europa quale fine dell'azione politica e, quindi, elemento necessario e caratterizzante.
Mi sembra opportuna questa precisazione per non scivolare sul piano inclinato della celebrazione che, da Coudenhove-Kalergi ad Altiero Spinelli rende tutto omogeneo, sottacendo i contrasti e cancellando i punti di riferimento ideali e rendendo, al limite, possibile la convivenza della Federazione Europea con l'Europa delle Patrie delle sedicenti "nuove destre" - ammesso che tale ultima espressione sia sincera e non rappersenti invece un artificio per mantenere in vita il logoro apparato nazionale, economico, amministrativo, di valori.
Carlo Rosselli è quindi un punto di avvio nella percezione del problema dell'unità europea come problema politico e non più culturale, attraverso una evoluzione che qui cercherò sommariamente di delineare.
Volendo scandire cronologicamente questo sviluppo Rosselli, partendo da una visione federalistica della società sul piano nazionale, evidente già nelle pagine critiche di Socialismo liberale, giunge, sulla spinta delle modificazioni del quadro politico europeo, a richiedere gli "Stati Uniti d'Europa" come obiettivo di riflessione e azione per la sinistra antifascista e democratica. La visione 'proudhoniana' e libertaria di Rosselli sulle forme della ricostruzione italiana, si definisce, dopo essersi presentata all'inizio come un magma piuttosto informe, solo dopo l'affermazione europea dei fascismi; lo Stato fascista vince, lo stato delle autonomie di Rosselli pone, come condizione per la sua affermazione su di un piano europeo, l'eliminazione stessa della nozione di "stato nazionale", senza però mettere in discussione quei valori di solidarietà nazionale che Rosselli mutua dalla componente mazziniana della sua formazione ideologica.
Come si può intuire, il discorso è lungo e articolato, si snoda lungo otto anni di attività frenetica, di amari scontri con i compagni di esilio, di lotta senza quartiere contro l'odiato regime fascista che si espande su scala europea. E', quella di Rosselli e di alcuni suoi compagni, una guerra di posizione nel senso gramsciano del termine: una modificazione dei valori ed un superamento della Weltanschaunung nazionale che trova il suo necessario coronamento nella parola d'ordine europeistica e federale.
Quando Rosselli evade dal confino di Lipari, nel 1929, e giunge a Parigi, la sua personale visione politica è ancora quella di un giovane socialista degli anni '20, molto vicino alle posizioni di Matteotti e di Turati (della cui fuga dall'Italia Rosselli era stato d'altronde uno degli organizzatori), ma con evidenti elementi di originalità che erano già contenuti in Socialismo liberale, la sua prima opera teorica importante, scritta durante il confino. In particolare, va tenuto conto del fatto che Rosselli era già predisposto ad un atteggiamento 'irrispettoso' verso il mito dello stato sovrano, anche perché la sua formazione politica ed intellettuale aveva un modello in Giacomo Matteotti, uno dei primi rappresentanti socialisti che considerasse l'opposizione all'egemonia dello stato in tutti i campi della vita associata come una cosa naturale e doverosa. Proprio in Socialismo liberale Rosselli avanza a più riprese l'idea di una revisione del marxismo che andasse nella direzione di una società socialista, nella quale le formazioni elementari della vita associata non dovessero subire la vessazione del controllo statale pervasivo; una società basata su di un sottinteso federalismo sociale. Lo stato è comunque ancora una categoria di riferimento indispensabile per Rosselli, ma uno stato inteso come necessario "contenitore", nel quale la nazione di mazziniana memoria ritrovasse il suo carattere originario e il suo valore positivo, senza essere asservita al mito nazionalistico aggressivo. Uno stato, soprattutto, dove l'uomo - e qui si sente in pieno l'influenza dell'humanisme francese e dell'idealismo italiano - riacquistasse importanza come singolo e non come massa.
In questa visione l'Europa ha d'altro canto un posto tutto sommato marginale. Termine di riferimento culturale, certo, non fosse altro per il fatto che di tutti i movimenti e gruppi antifascisti che si ritrovano all'estero, GL è quello che più partecipa dell'atmosfera culturale cosmopolita della capitale francese. Ma va notato che quando, in seguito al lancio del progetto di "une sorte de lien fédéral", fatto da Briand alla fine del 1929 all'Assemblea della Società delle Nazioni, compaiono sui "Quaderni di Giustizia e Libertà" articoli di commento ad opera di Andrea Caffi (Il problema europeo) e Libero Battistelli (Disarmo e Stati Uniti d'Europa) (3), Rosselli non entra nella discussione. Ancora il problema europeo non ha un posto centrale nella visione di Rosselli, ma l'avvento al potere del nazismo modifica totalmente la prospettiva: esso non è più una degenerazione morale e politica di un paese economicamente "arretrato", ma attacca il cuore stesso della civilissima Europa, insediandosi nel paese dove più forte ed organizzato è il movimento operaio.
A questo punto si assiste ad un fenomeno singolare: mentre cessa logicamente sulla stampa del movimento il riferimento ai deboli piani di unificazione del continente sulla scia dell'europeismo sentimentale (e sottilmente reazionario) della Pan-Europa di Coudenhove-Kalergi o del progetto governativo di Briand (con i quali GL non si era però mai identificata), aumentano i riferimenti al problema federale italiano e, su questa base, si rafforza parallelamente la dimensione europea non solo della lotta antifascista, ma anche quella della proposta di riordino del continente in senso federale ed unitario. 
E' in questo momento che l'analisi di Rosselli si rivela in tutta la sua novità ed indipendenza rispetto ai piani approntati dall'"europeismo dei governi". Un'analisi che discendeva senza soluzione di continuità da vari fattori. Prima di tutto va rimarcata la già ricordata diffidenza di Rosselli (quando non fu chiaro rifiuto) nei confronti del controllo dello stato su tutti i campi della vita associata (e che il fascismo tendesse ad esercitare tale controllo in maniera ossessiva, è superfluo qui ricordarlo). La polemica "antistatista" è centrale in Rosselli e, sulla base dell'evoluzione degli stati "totalitari" diventava anche polemica nei confronti dei partiti - anche il comunista - che tendevano ad identificarsi con lo stato al punto che non si distingueva più il partito unico dallo stato, ed i fini dell'uno divenivano i fini dell'altro, in un intreccio di interessi particolari protetti che, in seguito, i federalisti di Ventotene (Altiero Spinelli, Ernesto Rossi) avrebbero stigmatizzato sotto la voce di "sezionalismo". Altro fattore che veniva meno, in questa impostazione, era la divisione marxiana delle classi e la stessa centralità della lotta tra esse: già in Rosselli si intuisce che la classe non è più definita sulla base del possesso o meno dei mezzi di produzione economica, ma si scompone in gruppi, in settori, in sezioni appunto, che ricercano ognuna l'appoggio dello stato per i propri fini e interessi; lo stato, dall'alto, dirigeva e regolava l'aberrazione finale del conflitto armato: 

I popoli, cioè gli uomini nelle loro formazioni civili sociali, messi gli uni di fronte agli altri, difficilmente si batterebbero. Sono questi intermediari inafferrabili, mostruosi, queste macchine anonime, gli Stati, che hanno un preteso onore da salvare e un interesse da difendere che non è quello degli uomini in carne ed ossa e dei quali gli stati maggiori e gli eserciti permanenti sono uno degli ingranaggi essenziali; sono gli stati i quali drizzano i popoli gli uni contro gli altri. La guerra odierna, terribile devastatrice che coinvolge l'universale, nasce di fatti con Napoleone, cioè con lo stato moderno (4). 

Caduto il mito liberale dello stato come semplice regolatore e coordinatore di interessi (5), crollato il mito del partito unico della classe operaia quale rappresentante di una classe omogenea, che ne era della nazione? Si trattava di un punto delicato perché Rosselli, come tanti altri d'altronde, non era pronto a negare anche il valore positivo, reale, della nazione di mazziniana memoria, della "nazione libera, non strumento dello stato, della nazione aperta sull'Europa e sul mondo" (6). Da un lato il dilemma veniva risolto con il riferimento alla società federativa caro a Rosselli ("Il fascismo ha il suo stato, la sua macchina di polizia. Noi gli contrapponiamo la società con legami federativi, ricca di tutte le autonomie (7)") ma dall'altro si negava il diritto del fascismo a monopolizzare l'idea nazionale.
Il risveglio, in questo senso, fu particolarmente brusco dopo il plebiscito della Saar. Di fronte al fatto che quasi il 90% dei votanti, chiamati a decidere per l'annessione alla Francia o alla Germania (oppure per il mantenimento dello status quo) dopo quindici anni di statuto internazionale, optasse per la Germania (8), l'analisi di Rosselli fu crudelmente lucida: la Saar diveniva una "lezione" - come si intitolò l'editoriale di "G e L" del 18 gennaio 1935 - che mostrava tutti i più deleteri sintomi della decadenza delle vecchie forze politiche e delle idee-simbolo che ne erano state il faro, come quella della forza rivoluzionaria della massa: 

Quel che è avvenuto il 13 gennaio in Sarre è la prova ultima, in vitro, della cadaverica impotenza di tutte le forze, partiti, uomini del passato prefascista. Chi si ostina a combattere il fascismo da quelle trincee, dà un bell'esempio di coerenza, ma fissa la sua dimora nei cimiteri. [...] Per conto nostro l'esperienza della Sarre ci conferma la verità di due tesi che abbiamo già sostenuto con grande scandalo dei marxisti ortodossi: potenza ancora grande dell'idea nazionale [...]; assurdità di concepire e condurre la lotta contro il fascismo su piano estensivo e di massa. [...] E' ora di dire che la massa, in quanto massa, è brutale, ignorante, impotente, femminile, preda di chi fa più chiasso, di chi ha più quattrini, di chi ha la forza e il successo. I fascismi sono i più perfetti regimi di massa della storia [...]. Combattere i regimi di massa fascisti a forza di massa è tempo perso. I regimi di massa, i fascismi, si combattono ridando all'uomo, alla ragione, alla libertà, il loro valore (9). 

L'antifascismo europeo, di fronte ad un fascismo europeo, non doveva quindi più essere una manifestazione di classe, la proiezione schematica di un proletariato antifascista che combatte una borghesia fascista. Da questa impostazione era scaturita la sconfitta della Comune di Vienna e da essa, senza una decisa sterzata, sarebbero presumibilmente venute le sconfitte successive. 
Sullo stesso tema, Gaetano Salvemini aveva espresso posizioni simili, contenute in una lettera per Rosselli spedita il 15 gennaio. Nel momento in cui Rosselli scrive l'articolo non poteva ovviamente conoscere il contenuto di quella lettera; un contenuto che dimostra come, su quel particolare avvenimento, 'maestro' e 'allievo' avessero identità di vedute: 

Vedo dai giornali di oggi che nella Saar il 90% ha votato per Hitler. Togli gli ebrei, togli qualche intellettuale [...], e troverai che tutto, dico tutto il proletariato industriale marxista ha domandato di essere castrato. Ma Nenni, Modigliani, Angelica Balabanoff ed Ercoli [pseud. di Togliatti] continueranno a ripetere che il proletariato della grande industria farà la rivoluzione sociale! (10) 

Come d'uso in Rosselli, dopo la prima fiammata polemica su di un avvenimento, il tiro veniva aggiustato e veniva tentata un'analisi più pacata, non per questo con toni meno incisivi. La settimana seguente a quella in cui apparve La lezione della Sarre, un altro editoriale riprendeva l'argomento, spingendo più sul pedale 'caffiano' del fascismo come malattia morale: "[...] espressione visiva della decadenza e corruzione del mondo in cui viviamo, in tutti i suoi diversi aspetti, nella morale, nella cultura, nella libertà, come nella economia e nella vita politica" (11).
Il plebiscito della Saar dava così a Rosselli l'occasione da un lato di affermare l'inattualità della nozione classista (già affermata ne La lezione della Sarre) per combattere il fascismo, e dall'altra di contrapporre al fascismo e allo stato totalitario il concetto di "uomo", riprendendo e rafforzando il tema del 'nuovo umanesimo': "Stato totalitario fascista da una parte. Universalismo, società umana dall'altra" (12).
Il voto, che rappresentava, a mente fredda, la vittoria del principio nazionale su quello classista che avrebbe dovuto spingere gli operai tedeschi della Saar a votare contro il regime liquidatore dell'organizzazione socialdemocratica tedesca, non porta però Rosselli alla condanna tout court del principio di nazionalità che aveva presieduto alle scelte degli elettori della Saar; semmai gli dà occasione per affermare la superiorità della nazione, sana, sullo stato, corruttore; della nazione umana e progressiva opposta alla nazione monopolizzata dallo stato totalitario.
Come un sasso in uno stagno, il voto tedesco aveva mostrato la forza del fascismo internazionale e dell'idea nazionale da esso egemonizzata; richiedeva quindi un nuovo appello incentrato sul valore della nazione e dell'uomo liberi. La massa perde valenza rivoluzionaria per fare posto all'uomo.
A questo punto, la società federativa immaginata da Rosselli diventava importante, sul piano internazionale, quando veniva affermato, non senza una certa dose di ingenuità, che "la Svizzera, ogni stato federativo dove l'uomo, i gruppi conservano ampie sfere di autonomia, fanno assai più difficilmente la guerra" (13). Ma tale affermazione prova che Rosselli è del tutto alieno dal pensiero che lo stato possa essere guidato da una logica di espansionismo e di conquista, incontrollabile anche da parte di una società composta di "gruppi" con "ampie autonomie". L'esperienza storica presente all'epoca, quella della Svizzera, viene in un certo qual modo 'strumentalizzata' da Rosselli, ma manca così il necessario realismo riguardo alla situazione internazionale. L'equazione che vuole lo Stato accentratore e dittatoriale come costituzionalmente aggressivo e bellicista, viene sostituita da quella che vede nello stato federativo l'unico strumento per la pace mondiale, perpetuando, o creando così un nuovo pregiudizio che si va ad aggiungere a quelli già esistenti nelle idee democratica, liberale e socialcomunista (14). Pregiudizi tutti basati sull'assunto che basti che lo stato assuma una certa forma di regime interno perché, per ciò solo, cessi di avere natura aggressiva e cadano così i presupposti dei conflitti internazionali.
Va comunque detto che la posizione di Rosselli ha il pregio della flessibilità, difficilmente potrebbe essere del tutto inglobata in questa chiave di lettura critica. Rosselli infatti può non avere bisogno dello stato liberale ottocentesco, né dello stato etico; ma ha bisogno, per dare un ethos al suo discorso, della nazione. Una nazione però non strumentalizzata e deificata fino a farne, nella sua forma più elevata e sacrale - mazziniana -, unico antidoto contro le guerre; Rosselli quindi riesce a sottrarsi al postulato dell'equazione sopra ricordata; con difficoltà ma vi riesce, in forza anche di una costante diffidenza verso gli automatismi della storia, verso le roboanti realizzazioni della massa per la quale, come già si è avuta occasione di notare, Rosselli nutre una sdegnosa sufficienza.
Per giustificare storicamente la nuova società anticentralistica e a misura d'uomo resta così solo la nazione, ma depurata.
Una riprova di questo fatto è la constatazione che nel momento in cui comincia a prendere corpo l'ipotesi di un'avventura italiana in Etiopia, Rosselli fustiga le democrazie imbelli e propone con rinnovata insistenza l'insurrezione interna nei paesi retti dalla dittature. Non si possono 

[...] denunciare i fascismi come regimi di oppressione e di guerra che rendono la pace impossibile, e continuare a sognare ed a proporre una politica europea di ricostruzione della pace che prescinda dal problema dell'abbattimento dei fascismi (15). 

E questo abbattimento deve essere attuato nel nome della nazione, non del nuovo 'stato' che pure si intravede dietro la "società federativa" proposta da Rosselli. L'unificazione del continente, seguendo questa strada, diventa un obiettivo necessario e da perseguire mediante l'azione dei popoli (guidati e consigliati), le rivoluzioni, la costruzione di nuove società fondate sull'autonomia, contro gli imperialismi fascisti ed i vecchi scrupoli della politica statale: "Altro che non-intervento nelle faccende interne degli altri paesi! Intervento e come. L'unificazione d'Europa, se si farà, si farà con gli stessi metodi con cui si sono fatte le unità nazionali: rivoluzioni e, ormai, forse anche guerre" (16).
Questi punti fermi: critica della forma statale oppressiva, sfiducia nel ruolo rivoluzionario e antireazionario delle masse, importanza dell'uomo nella società di gruppi federati, si presentano continuamente negli articoli del 1935, quasi che il loro autore cerchi di organizzare una linea ispirata dagli avvenimenti che giorno dopo giorno gli si presentano davanti.
Comunque Rosselli non prende mai una posizione definitiva, ma molto spesso rettifica, corregge il tiro, nel tentativo di seguire la situazione internazionale. Anche i preparativi per l'aggressione all'Etiopia offrono così a Rosselli l'ulteriore occasione di fare un'analisi dei danni che la politica fascista apporta alla nazione italiana; analisi storica che, obiettivamente, presenta aspetti poco convincenti. In pratica il fascismo, oltre a essere il "cancro d'Europa", sarebbe anche il negatore della politica di pace che l'Italia del 1918 avrebbe avuto la possibilità di sviluppare: "La vittoria del 1918 [...] [aveva] fornito per la prima volta all'Italia la possibilità di fare una politica sua, autonoma [...], che attraverso l'accordo coi nuovi stati successori [dell'Impero Austro-Ungarico] preludesse all'unificazione d'Europa" (17).
Significava rendere un omaggio indiretto alla classe politica dell'Italia liberale; non tenere in nessun conto che le mire dei negoziatori italiani alla Conferenza di Pace di Versailles non avevano nessuna velleità 'europeistica', neppure limitata all'area balcanica, ma ubbidivano unicamente agli interessi di Machstaatsgedanke dello stato liberale. La prospettiva europeistica poteva essere latente, come puro sentimentalismo, all'interno di ristretti circoli quali quello de L'Unità di Salvemini; non era certo nei programmi di casa Savoia. L'insorgere dei fascismi e la loro intima aggressività aveva successivamente reso irraggiungibile e addirittura impensabile un'unità europea sulla base del consenso delle nazioni; e questo richiedeva la ricerca di nuovi mezzi, che Rosselli individua in "una convenzione dei popoli europei" che "oggi ancora arriverebbe ad attuare gli Stati Uniti d'Europa" (18). Si rifiuta la struttura statale oppressiva (non solo quella degli stati fascisti) che impedisce il disarmo e la pace nell'Europa dello status quo, per appoggiarsi all'istituto, vagamente mazziniano, della "convenzione dei popoli europei". 
Il grosso male europeo, dopo il fascismo, è quindi lo stato accentrato, così come è organizzato. La rivoluzione interna agli stati avrebbe invece una immediata ripercussione internazionale; ciò che per i federalisti europei sarà la cessione della sovranità statale per stabilire un legame federale, per i giellisti diventa la rifondazione su basi federative della società statale, per raggiungere uno scopo, nella sostanza, simile.
Il discorso era ormai maturo per essere ripreso ed approfondito, circa un mese dopo, in un editoriale che viene solitamente citato come il più rappresentativo dell'europeismo (ma a questo punto potremmo anche dire 'federalismo') di Rosselli (19), e che presenta una fusione tra aspirazioni europeistiche, esaltazione della "convenzione dei popoli europei", stimoli alle sinistre.
Nel maggio 1935 compare infatti, sulle pagine del settimanale "Giustizia e Libertà", l'articolo Europeismo o fascismo, nel quale Rosselli richiede chiaramente la convocazione di un'"Assemblea europea", l'unificazione federale delle democrazie in funzione antifascista, il lancio di una nuova parola d'ordine per le masse, la nascita degli Stati Uniti d'Europa: 

La sinistra europea dovrebbe impadronirsi di questo tema sinora abbandonato ai diplomatici ed ai Coudenhove-Kalergi. Popolarizzarlo tra le masse. Prospettare loro sin d'ora la convocazione di una assemblea europea, composta di delegati eletti dai popoli, che in assoluta parità di diritti e di doveri elabori la prima costituzione federale europea, nomini il primo governo europeo, fissi i principi fondamentali della convivenza europea, svalorizzi frontiere e dogane, organizzi una forza al servizio del nuovo diritto europeo, e dia vita agli Stati Uniti d'Europa. 

Progetto sentimentale, senza dubbio, e soprattutto senza la base di una accurata riflessione teorica sul federalismo istituzionale. Ma si tratta comunque di una parola d'ordine che, da allora in poi, avrebbe caratterizzato l'azione del leader di GL, fino al suo assassinio.
Tale progetto andava a colpire alla base il principio della sovranità nazionale, snaturava il mito dello stato sovrano europeo (20), ne preparava il superamento. Non stupisce quindi che i giellisti epigoni di Rosselli nel Partito d'Azione, l'abbiano mantenuto come elemento programmatico (e i primi documenti del nascente Partito d'Azione ne fanno fede), ma non abbiano proseguito poi sulla strada che Rosselli aveva cominciato a tracciare verso il superamento della "visione del mondo" nazionale. Parlare di Stati Uniti d'Europa e di federalismo sovranazionale significava colpire a fondo la sovranità dello stato europeo, vale a dire la principale categoria politico-istituzionale di riferimento; sotto un altro punto di vista, si trattava di mettere in discussione l'impianto stesso dell'ideologia crociana dello stato nazionale, ideologia che molti dei futuri azionisti ponevano alla base della loro attività politica (21). Si palesò quindi un atteggiamento di "resistenza" nei confronti dell'impostazione rosselliana, che caratterizzò quasi tutti i giellisti, sia in Francia che in Italia, con l'unica eccezione di Andrea Caffi. Neppure Emilio Lussu, della cui fede federalista sul piano nazionale non si può dubitare, fece eccezione; egli restò sempre molto tiepido nei confronti dell'impostazione federalista sul piano europeo, e anzi, nel 1943 si dichiarò del tutto contrario alle posizioni contenute nel Manifesto di Ventotene, il documento che, scritto da Altiero Spinelli e da Ernesto Rossi nella primavera del 1941, segna la nascita del federalismo europeo "politico".
E' questo in fondo il limite principale dell'impostazione rosselliana nei confronti del problema dell'unificazione europea e di quella, complementare, del ruolo dello stato: essere stata una presa di posizione patrimonio pressoché esclusivo del "capo".
Con la morte di Rosselli, si può dire infatti che scompare anche una parte di GL, quella che cercava una via alla trasformazione rivoluzionaria dell'Europa al di fuori dei condizionamenti nazionali. L'eredità di Rosselli, in questo senso intesa come qualcosa che ha valore per chi resta, riceverà così diversa attenzione e comprensione.
Due esempi sono abbastanza indicativi. Da un lato Lussu, che aveva riacquistato un ruolo egemone all'interno del movimento dopo la morte di Rosselli e che sarebbe entrato in contatto con l'idea federalista europea così come era stata presentata da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni nel Manifesto di Ventotene, poco prima del Convegno azionista di Firenze nell'agosto '43, scrive nel suo Sul Partito d'Azione e gli altri: 

Passando a Genova, [Lino] Marchisio me ne aveva parlato a lungo, e a Roma avevo letto alcuni fogli dattiloscritti che ponevano la federazione europea quale premessa di una più ampia federazione mondiale, garanzia della pace. Il documento, fortemente antiautoritario e antitotalitario, nonostante un'aspirazione socialista, mi era apparso decisamente conservatore. La federazione degli stati europei vi era sostenuta come pregiudiziale necessaria per un successivo graduale processo di socializzazione. Era mettere il carro davanti ai buoi. In G.L., eravamo arrivati a concepire la rivoluzione antifascista come la prima parziale grande realizzazione, base di una società socialista. ma di tutto ciò non si parlò né negli interventi né nella relazione (22). 

L'accenno alla "rivoluzione antifascista" è corretto, ma non esaurisce la ricchezza del discorso che Rosselli aveva svolto in otto anni di lotta antifascista; Lussu non parla, forse anche perché non le accettava, delle posizioni rosselliane a favore di un superamento del modo di pensare nazionale in forza della resistenza ai fascismi, della ricerca di una rifondazione delle basi della civiltà europea, ricerca che portò, intorno al 1935-6, alla richiesta di un legame federale tra i popoli europei. Un disegno quale quello rosselliano, che tra l'altro rifiutava un esclusivo federalismo infranazionale di stampo amministrativo, perché rendeva più difficile parlare di unità europea e confondeva le idee, era basato sul "federalismo sociale", principio di una nuova società; ed in questa collocazione esso aveva un oppositore pressoché fisiologico nel sardista Lussu. Ma ridurre tale disegno innovatore di Rosselli ad una 'semplice' rivoluzione antifascista base della società socialista, è un po' come cancellare parte dell'attività e del pensiero-azione di Rosselli dal 1932 al 1937.
Chi invece non vuole cancellare ma anzi valorizza ciò che aveva trovato in GL, è Leo Valiani. Nel suo diario autobiografico egli dimostra di avere compreso ed ammirato il respiro europeo del pensiero-azione di Rosselli, la sua capacità di sintetizzare le relazioni tra i problemi nazionali e soluzioni audaci, come appunto l'idea-forza dell'unificazione europea: 

Quel che mi aveva affascinato in Giustizia e Libertà, era la sua audacia intellettuale, il suo sforzo volto a riconciliare, in una sintesi superiore, il marxismo e il movimento operaio con la grande filosofia liberale dell'Ottocento. In sede politica, ciò significava un atteggiamento di ricostruzione europea, al di là dei limiti posti dalla strutture statali esistenti, e quindi di forte critica verso tutti i partiti democratici tradizionali preesistenti al fascismo e che il fascismo aveva potuto facilmente travolgere, perché esso, pur nella sua barbarie, nella sua corrotta delinquenza era come un modo di rendersi conto della profonda crisi mondiale, delle sanguinose lacerazioni della società contemporanea e di tentare di rimediarvi (sia pure con soffocanti metodi dittatoriali), mentre quei partiti continuavano a rappresentare vetusti, rispettabili, ma particolaristici interessi che limitavano il loro orizzonte spirituale, attutivano, in loro, il senso del nuovo (23). 

Valiani così si avvicina a Rosselli ma anche al nascente pensiero dei federalisti di Ventotene laddove giudica il fascismo una reazione alla crisi mondiale e sente l'inadeguatezza delle forze politiche tradizionali, legate a schemi interpretativi incentrati sullo stato e sui suoi valori.
Ma in GL, dopo la morte di Rosselli, a parte questi due esempi 'nobili' di segno opposto, si può notare, giorno per giorno, una sorta di involuzione, una perdita delle posizioni europeiste che Rosselli aveva portato avanti, forse con una certa discontinuità ed apparente confusione, ma sicuramente senza essere compreso a fondo. Lo scenario che si presenta ai superstiti del 'gruppo storico' di GL (Lussu, Cianca) e agli altri collaboratori di Rosselli, quali Garosci, è quello di un progressivo dilagare fascista su tutti i fronti, dall'annessione dell'Austria al Reich, alla fine della resistenza spagnola e al Patto di Monaco; un evolversi dei fatti che provoca reazioni diverse nel movimento: alcune volte emerge la preoccupazione per l'accesso di Hitler al Brennero (24); altre invece risalta l'appello per una generica "Federazione immensa degli oppressi, dei proscritti, dei lavoratori, dei sindacati" (25) per combattere l'inerzia delle democrazie europee. Dominante è comunque, dal '38 in poi, il timore della fine dell'indipendenza politica dell'Italia, ormai legata al carro tedesco e sotto la minaccia di una possibile azione controrivoluzionaria tedesca, cosicché "riconquistare l'indipendenza politica dell'Italia è compito rivoluzionario dell'antifascismo" (26).
In questo clima di rinnovata attenzione all'integrità territoriale dell'Italia, che emerge dalle pagine del settimanale più spesso di quanto si pensi, si pone anche la proposta di promuovere un "Consiglio Nazionale degli Italiani", per coordinare e dirigere un intervento armato per rovesciare il fascismo. Potrebbe sembrare, a prima vista, una naturale evoluzione della parola d'ordine "Oggi in Spagna, domani in Italia", ma manca, in tale appello, la visione europea del problema dell'abbattimento del fascismo, che Rosselli non aveva fatto mancare nel movimento: non è abbattimento del fascismo per rifondare una nuova Europa sull'esempio della rivoluzione italiana; è abbattere il fascismo per evitare una tutela preservatrice del nazismo che perpetuerebbe il regime ad libitum con le sorti della Germania. Nell'Europa del 1938 importante è diventata l'azione militare; la ricchezza delle intuizioni avute da Rosselli nella situazione internazionale, tutto sommato ancora incerta del 1936-7, è scomparsa e GL va avanti con la forza di inerzia delle ultime posizioni rosselliane.
Senza tuttavia comprenderle.
Un esempio potrebbe essere l'articolo in inglese dello stesso Lussu, dedicato proprio al tema del Federalism, che apparve sulle colonne di "G e L" agli inizi del 1939 (27). In esso si vorrebbe presentare la teoria del federalismo di GL ad uso dei paesi anglosassoni, nella rilettura di "Tirreno"; sarebbe stata un'ottima occasione per legare l'analisi del federalismo infranazionale giellista a quella hamiltoniana, visto che si voleva parlare ai paesi anglosassoni (ammesso che vi fossero ascoltatori attenti). Invece tutto l'articolo si snoda sulla critica dello stato centralizzato italiano, un tema ben noto ma che oramai, alla vigilia dell'assalto tedesco al potere mondiale, con la vergogna del Patto di Monaco già consumata, voleva dire aggrapparsi ai soliti temi dell'emigrazione del 1932, affermare genericamente, in quello spirito, che "Federalism will be above all a guarantee of liberty"; avere, per parafrasare Valiani, un orizzonte spirituale limitato e un senso del nuovo attutito.
La strada era comunque aperta per i federalisti europei che, sebbene abbiano elaborato la teoria del federalismo indipendentemente da qualsiasi influsso rosselliano (28), trovarono poi un facile terreno di penetrazione nel Partito d'Azione del Nord Italia, proprio in forza ad un "europeismo sentimentale" - sebbene poco meditato - che, almeno in questa lettura, ebbe in Rosselli il suo principale ispiratore e in Altiero Spinelli il suo più accanito e coerente attore (29).

Congresso di Salice Terme della FIAP 
ottobre 1999

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(1)Penso in particolare alla recensione di E. Galli Della Loggia comparsa sul "Corriere della Sera" un paio di anni fa, relativamente al II volume di scritti di C. Rosselli pubblicati da Einaudi a cura di C. Casucci; recensione tesa quasi a mettere sotto processo Rosselli per la sua vicinanza, nell'ultima fase della sua azione politica, al partito comunista.

(2) Tra i primi di essi va indicato Walter Lipgens, che nel 1968 dà alle stampe un'opera pionieristica: Europa-Föderationspläne der Wiederstandsbewegungen 1940-1945, München, Oldenbourg, 1968. In Italia la prima raccolta dedicata all'analisi dell'europeismo federalista è rappresentata dagli Atti del Convegno L'idea dell'unificazione europea dalla I alla II guerra mondiale, Torino, Fondazione Einaudi, 1975. Scritti di S. Pistone (Le critiche di Einaudi e di Agnelli e Cabiati alla Società delle Nazioni nel 1918); A. Agnelli (Da Coudenhove-Kalergi al Piano Briand); F. Rossolillo (La scuola federalista inglese); R. Monteleone (Le ragioni teoriche del rifiuto della parola d'ordine degli Stati Uniti d'Europa nel movimento comunista internazionale) ; W. Lipgens (L'idea dell'unità europea nella resistenza in Germania e in Francia); D. Cofrancesco (Il contributo della resistenza italiana al dibattito teorico sull'unificazione europea); S. Pistone (L'interpretazione dell'imperialismo e del fascismo); L. Levi (Il superamento dei limiti dell'internazionalismo); N. Bobbio (Il federalismo nel dibattito politico e culturale della resistenza). Da ricordare anche la recente - e fondamentale - raccolta curata da W. Lipgens, Documents on the History of European Integration, Berlin - New York, De Gruyter, 1985, 2 voll.; AA.VV., L'idea d'Europa nel movimento di liberazione 1940-1945, Atti del Convegno (Roma 25-26 ottobre 1985), Roma, Bonacci Editore, 1986; AA.VV., I movimenti per l'unità europea 1945-1954, a cura di S. Pistone, Milano, Jaca Book, 1992; S. Pistone, L'Italia e l'unità europea. Dalle premesse storiche all'elezione del Parlamento Europeo, Torino, Loescher, 1982. Sul piano dell'analisi delle idee politiche, fondamentale - ed estremamente chiarificatore - è lo scritto di D. Cofrancesco, Nota storica: Temi e problemi della cultura antifascista, in G. Calogero, Difesa del liberalsocialismo e altri saggi, a cura di M. Schiavone e D. Cofrancesco, Milano, Marzorati, 1972, pp.I-C. La lista è chiaramente incompleta; ho voluto indicare solo i testi necessari ad un orientamento di massima.

(3) I due articoli comparvero rispettivamente sul n. 3 e 4 dei "Quaderni di Giustizia e Libertà", giugno e settembre 1932.

(4) GL [Carlo Rosselli], Perché siamo contro la guerra d'Africa, editoriale, "Giustizia e Libertà", (Parigi) a. II, n. 10, 8 marzo 1935.

(5) Su un piano analogo, benché con qualche positiva intuizione in più sul ruolo negativo della sovranità assoluta degli stati, si sarebbe posto anche Andrea Caffi: "Finché vi sono Stati, il sacro egoismo è la legge suprema, massima intelligenza, e - grazie al cielo - oggi non si può più illudersi da fare agire questi egoismi nel senso di un "interesse generale"; sono chimere da abbandonare ai non innocenti trastulli della storiografia liberale. Quello che porta l'Europa alla guerra non è il fascismo, ma l'assetto dell'Europa, divisa in Stati sovrani. Le spartizioni territoriali, i "corridoi", le minoranze nazionali, la rovina economica creata dalla barriere doganali, non è il fascismo che li ha inventati o creati. Sono questioni che si potevano poco a poco risolvere senza guerra? Cosa si è fatto su questa via in diciassette anni?". Andrea [Caffi], Semplici riflessioni sulla situazione europea, "Giustizia e Libertà" (Parigi), a. II, n. 16, 19 aprile 1935, ora in Caffi, Scritti Politici, a cura di G. Bianco, Firenze, La Nuova Italia, 1970, pp. 189-95.

(6) GL [Carlo Rosselli], Classismo e antifascismo, editoriale, "Giustizia e Libertà", a. II, n. 4, 25 gennaio 1935.

(7) Ibidem

(8) Su 539.000 votanti, 477.000 scelsero Hitler.

(9) GL [Carlo Rosselli], La lezione della Sarre, editoriale, "Giustizia e Libertà", a. II, n. 3, 18 gennaio 1935.

(10) Lettera di G. Salvemini a Carlo Rosselli, 15 gennaio 1935, in AGL, sez. I, fasc. 1, s.fasc. 103, n. 44

(11) GL [Carlo Rosselli], Classismo e antifascismo, editoriale, "Giustizia e Libertà", a. II, n. 4, 25 gennaio 1935

(12) Ibidem

(13) GL [Carlo Rosselli], Perché siamo contro la guerra d'Africa, editoriale, "Giustizia e Libertà", cit.

(14) Parlando di "pregiudizi" intendiamo la convinzioni che presiedono alla visione delle varie dottrine politiche sui modi per garantire la pace: il "pregiudizio democratico" vuole che tutti gli stati siano organizzati democraticamente, cioè sulla base di una "sovranità popolare" esercitata in forme diverse; esso vede le guerre come causate dalla natura autoritaria dei regimi; il "pregiudizio liberale" vede nella natura aristocratica (nel campo politico) e mercantilistica (nel campo economico) degli stati, la causa delle guerre; infine il socialismo indica il capitalismo come causa di im perialismo e guerre e chiede quindi l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Altri "pregiudizi" si potrebbero indicare (ad esempio quello razziale, che vede nel dominio della razza reputata più forte la soluzione ed il fine dei conflitti); Rosselli si pone, diciamo così, a metà strada tra il federalismo che indica nell'instaurazione di un legame federale tra gli stati, la question préalable per la fine dei conflitti, e le visioni "classiche" su elencate. Cfr. comunque L. Levi, Il superamento dei limiti dell'internazionalismo, in S. Pistone (a cura di), L'idea dell'unificazione europea tra la I e la II guerra mondiale, op. cit., pp. 199-220; S. Pistone (a cura di), Politica di potenza e imperialismo. L'analisi dell'imperialismo alla luce della dottrina della ragion di stato, Milano, F. Angeli, 1973, pp. 404; A. Spinelli, Gli Stati Uniti d'Europa e le varie tendenze politiche, in Idem, Il progetto europeo, Bologna, Il Mulino, 1985, pp. 39-82, saggio scritto a Ventotene nel 1942 ed apparso per la prima volta nel volume A.S. (Spinelli) e E.R. (Rossi), Problemi della federazione europea, a cura e con prefazione di E. Colorni, s.l., s.d. (ma Roma, Edizioni del Movimento Italiano per la Federazione Europea, 1944).

(15) GL [Carlo Rosselli], Panorama europeo, editoriale, "Giustizia e Libertà", a. II, n. 11, 15 marzo 1935

(16) GL [Carlo Rosselli], Come vince il fascismo, editoriale, "Giustizia e Libertà", a. II, n. 12, 22 marzo 1935

(17) GL [Carlo Rosselli], Mobilitazione n.2, editoriale, "Giustizia e Libertà", a. II, n. 13, 29 marzo 1935

(18) GL [Carlo Rosselli], Della pace e della guerra, editoriale, "Giustizia e Libertà", a. II, n. 15, 12 aprile 1935

(19) GL [Carlo Rosselli], Europeismo e fascismo, editoriale, "Giustizia e Libertà", a. II, n. 20, 17 maggio 1935; anche in Scritti autobiografici di Carlo Rosselli. Parte seconda, "Quaderni dell'Italia libera", 37, 1945, pp. 15-20, e in S. Pistone, L'Italia e l'unità europea dalle premesse storiche all'elezione del parlamento europeo, op. cit., pp. 64-68. Ovviamente lo scritto è compreso anche nel II volume delle "Opere scelte" di Rosselli a cura di C. Casucci: C. Rosselli , Scritti dell'esilio. II. Dallo scioglimento della Concentrazione antifascista alla guerra di Spagna (1934-1937), Torino, Einaudi, 1992.

(20) La polemica contro lo stato nazionale a sovranità assoluta acquista caratteri definitivi soprattutto dopo l'impresa etiopica del fascismo, momento in cui Rosselli proclama la necessità di una "Federazione Europeadi repubbliche socialiste" in funzione antifascista, "sostituendo ai vecchi concetti di grandezza, di onore, di solidarietà nazionale, una nozione di patria umana ricca di tutto il patrimonio materiale e spirituale del genere umano". Cfr. C. Rosselli, Dal Conflitto italo-etiopico alla crisi europea, conferenza tenuta il 15 marzo 1936, "Giustizia e Libertà", a. III, n. 12, 20 marzo 1936.

(21) La polemica nei confronti dell'ideologia crociana si era manifestata anche in occasione del dibattito sul ruolo dello stato, già ricordato:"[...] parecchi di noi sono poco teneri per la Crociana teoria dello stato e della politica, non foss'altro perché con essa tutte le distinzioni vitali della lotta politica (forza e consenso, autorità e libertà, Stato e società, Stato e governo, borghesia e proletariato, ecc.) si dissolvono e facilissimo diventa il passo verso l'accettazione di tutto ciò che esiste". Polemica sullo stato, "Giustizia e Libertà", a. I, n. 22, 5 ottobre 1934.

(22) E. Lussu, Sul Partito d'Azione e gli altri. Note critiche, Milano, Mursia, 1968, p. 38

(23) Leo Valiani, Tutte le strade conducono a Roma. Diario di un uomo nella guerra di un popolo, Firenze, La Nuova Italia, 1947, p. 80; II ed., Bologna, Il Mulino, 1983, pp. 262.

(24) Cfr. "Giustizia e Libertà", a. V, n. 7, 18 febbraio 1938

(25) GL, L'aventino europeo, editoriale, "Giustizia e Libertà", a. V, n. 1, 7 gennaio 1938

(26) "G e L", a. V, n. 11, 18 marzo 1938

(27) E. Lussu, Federalism, articolo in inglese, "Giustizia e Libertà", a. VI, n. 4, 27 gennaio 1939

(28) La parte del Manifesto di Ventotene dedicata alla riforma interna dello stato, redatta da Ernesto Rossi, risente chiaramente del programma giellista del 1932 (che a Ventotene Rossi conosceva solo di seconda mano), ma chiaramente in questo senso non si può parlare di influenza rosselliana; gli scritti europeisti e le posizioni di Rosselli sull'unità del continente erano del tutto ignote ai federalisti di Ventotene. D'altronde, il giudizio complessivo di Spinelli nei confronti di GL non è certo tenero. Così scriveva Spinelli a Rossi: "Credo che di tutta l'impostazione ideologica dei giellisti e dei socialisti ci sia maledettamente poco da utilizzare. Il "giacobinismo" del programma di GL è interessante solo per la formazione mentale dei giellisti del 1933, ed è di una qualità molto superficiale. Non consiste nella consapevolezza della funzione formatrice dei capi politici, ma nella illusione della forza creatrice delle masse in tumulto. Quando parlano ad esempio dell'evento della rivoluzione russa, han l'animo rivolto non alla funzione direttiva dei bolschevichi, ma alla funzione dei consigli. Un orientamento anarchico del genere può formare uomini capaci di dirigere insurrezioni popolari ("l'anarchie dirigée") e che bruciano rapidamente nel corso dei tumulti stessi. Se gli sviluppi sono privi di insurrezioni - come è probabile che avverrà in Italia - questi uomini saran capaci solo di fremere - cosa alquanto inutile" (Lettera di Spinelli a Rossi, Bellinzona, 15 ottobre 1943, Archivi Storici delle Comunità Europee, Fondo Spinelli, Dep. 1-3).

(29) Sul ruolo di Spinelli all'interno dell'Esecutivo del Partito d'Azione del Nord Italia, si veda la raccolta di scritti di A. Spinelli La rivoluzione federalista. Scritti 1944-1947, a cura di P. Graglia, Bologna, Il Mulino, 1996.


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