La nascita della Repubblica di Salò

La forza militare di Salò

Il "Processo di Verona" contro Galeazzo Ciano e gli altri gerarchi rei di avere votato contro Mussolini al Gran Consiglio, il 25 luglio

Il progetto velleitario del Ridotto Alpino Repubblicano, ultimo baluardo della Rsi nella primavera del 1945.

Il "camerata Kesserling"

L'epigrafe dettata da Piero Calamandrei

 

La nascita della Repubblica di Salò

 

La Repubblica di Salò nasce in un frenetico balletto di consultazioni e di ambizioni conflittuali tra i gerarchi del dissolto regime, sotto la diretta supervisione tedesca e in un contesto di subordinazione alle esigenze militari ed economiche del Reich. Mussolini, portato in Baviera dopo essere stato liberato dai tedeschi, discuteva con i suoi interlocutori della futura sovranità di una nuova Repubblica fascista nelle vesti di capo di un governo provvisorio legittimato dalla sola forza della Wehrmacht che lo aveva liberato dal Gran Sasso e che occupava ormai tutta la penisola.

Il 15 settembre 1943 la radio comunica che "Benito Mussolini ha ripreso oggi la suprema direzione del fascismo in Italia", mentre viene dato ordine a tutte le organizzazioni del partito di appoggiare attivamente l’esercito germanico. Tre giorni dopo in un discorso radiofonico da Monaco, lo stesso Mussolini, annunciando la rinascita di uno stato fascista, indica il compito di riprendere le armi al fianco della Germania e del Giappone.

Il 23 settembre, data ufficiale di nascita della Repubblica di Salò, Mussolini rientra in Italia dove si sistema alla Rocca delle Caminate.

Contemporaneamente i tedeschi articolano il regime di occupazione militare. Albert  Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, dirama un’ordinanza in cui dichiara "il territorio dell’Italia a me sottoposto territorio di guerra" e subordina alle sue direttive "le autorità e le organizzazioni civili italiane". Le province di Udine, Gorizia e Trieste ("Zona di operazioni Litorale Adriatico") vengono affidate al Gauleiter della Carinzia e quelle di Bolzano, Trento e Belluno ("Zona di operazioni delle Prealpi")  a quello del Tirolo e vi viene perseguita una politica sistematica di germanizzazione in vista di una futura annessione alla "grande Germania". Le due zone sono escluse dall’autorità di Salò: la nascita della Rsi coincide dunque con la cessione di fatto di ampie aree del paese allo straniero.

Il progetto tedesco di "satellizzazione economica e politica" dell’Italia si manifesta fin dai primi giorni che seguono l’armistizio dell’8 settembre, con un Paese ridisegnato in diverse realtà politico-amministrative e con un solo denominatore comune: l’asservimento alle esigenze belliche dell’occupante. Di questo progetto la Repubblica di Salò costituisce il necessario paravento diplomatico e propagandistico, con una forza militare del tutto subalterna ai tedeschi.

La forza militare di Salò

Nominalmente gli uomini a disposizione della cosiddetta Guardia nazionale erano 150 mila. Si trattava perlopiù di giovani con un addestramento militare assai approssimativo. Quanto all’esercito il potenziale era stato assorbito quasi completamente dai tedeschi con 100 mila uomini incorporati in reparti al comando di Kesselring, 50 mila reclutati nell’aviazione tedesca con compiti antiaerei e altre migliaia in diversi organismi germanici.

Solo 25 mila uomini costituivano le divisioni destinate alla forza armata di Salò e nel gennaio del 1944 si trovavano ancora in Germania per l’addestramento. Alla scarsità di uomini si aggiungeva la precarietà dell’armamento, anch’esso dipendente dalla volontà tedesca. Anche la direzione della lotta contro le forze partigiane era completamente accentrata nelle mani del comando tedesco. La copertura politica della Repubblica sociale non bastava a nascondere la fragilità di un apparato statale creato e sostenuto dalle truppe del Reich.

Il processo di Verona

Uno dei primi atti ufficiali della neonata Repubblica sociale fu il processo di Verona, anche questo comunque ampiamente caldeggiato dai tedeschi. Il processo interessò i cosiddetti "traditori venticinqueluglisti", come i fascisti chiamavano i membri del Gran Consiglio che avevano destituito Mussolini nel luglio 1943. Le udienze, iniziate l’8 gennaio 1944, durarono appena tre giorni e il collegio giudicante era composto da uomini di provata fede fascista. 

Imputato principale Galeazzo Ciano, genero del duce e considerato dagli uomini di Salò il più infame del gruppo. Ciano, convinto che la parentela con il capo del fascismo lo avrebbe in ogni caso salvato, aveva perfino aderito alla Rsi, chiedendo di potervi militare in qualità di pilota.

Il dibattimento si svolse in un clima teso e spesso interrotto dalle grida di vendetta di un pubblico già convinto della sentenza e in una lugubre sala addobbata con panni neri. Scontata la richiesta finale di pena di morte per tutti gli imputati e le frettolose e intimidite arringhe dei difensori. Le pene capitali furono comminate a cinque imputati (Ciano, De Bono, Marinelli, Gottardi e Pareschi), e l’esecuzione ebbe luogo la mattina dell’11 gennaio nel poligono di Forte San Procolo, a Verona, con un plotone di esecuzione formato da trenta militi fascisti. Tre ore dopo Mussolini aprirà  il consiglio dei ministri a Gargnano pronunciando la frase "Giustizia è fatta".

L'amministrazione militare tedesca e la Rsi

L’obiettivo dell’amministrazione militare tedesca era duplice: da una parte asservire l’economia 

italiana alle esigenze belliche e dall’altra reclutare manodopera da impiegare al servizio del Reich. 

Le linee direttrici prevedevano la ridistribuzione territoriale delle imprese (trasferimento al nord degli 

impianti dell’Italia centromeridionale per sottrarli all’avanzata delle truppe anglo-americane); il decentramento delle stesse industrie settentrionali per evitare che la concentrazione favorisse i bombardamenti; la chiusura degli impianti non essenziali agli scopi bellici. La maggior parte di ciò che veniva prodotto - beni di consumo o beni attinenti l’attività bellica - veniva avviata verso la Germania.

Nel febbraio 1944 partirono 6.930 vagoni merci carichi di materiali in ferro, prodotti chimici, 

minerali e tessili e 727 vagoni di beni di consumo, dalla porcellana alla biancheria, dalle pipe alle

molle per i materassi; a marzo i carichi furono rispettivamente di 6.018 e 544 vagoni; in aprile 6.056 

e 801 vagoni;in totale 321.592 tonnellate, per un valore di circa mezzo miliardo di marchi dell’epoca,

più o meno due terzi dell’intera produzione. All’acquisizione di prodotti finiti si aggiungeva poi la 

requisizione di interi impianti e il loro trasferimento in Germania.

Un ulteriore strumento di assoggettamento economico era rappresentato dalla requisizione di manodopera. Nelle regioni del Trentino-Alto Adige e del Friuli-Venezia Giulia, sottoposte ad amministrazione speciale, la precettazione assunse i caratteri della deportazione in massa di gran  parte della popolazione maschile valida. Nel resto del territorio italiano occupato il reclutamento  coatto era affidato alle autorità fasciste.

Disoccupati, operai licenziati, scioperanti, partigiani catturati, civili fermati durante i rastrellamenti, intere classi di precettati, gli stessi detenuti comuni delle carceri, diventarono un serbatoio di forza lavoro da trasferire in Germania al servizio del Reich. Caricati sui vagoni e deportati nei Lager, gli italiani di queste regioni morirono a migliaia, sacrificati al disegno bellico del nazismo. A tutto questo si aggiungano i contributi di guerra imposti al governo di Salò: dieci miliardi mensili per tutto il 1944.

Grazie anche all’appoggio della Repubblica di Salò, l’Italia era diventata una preda di guerra, assoggettata ad un regime di occupazione non diverso da quello riservato agli altri Paesi europei sotto il controllo tedesco.

Il "Ridotto Alpino Repubblicano"

Undici giorni prima della Liberazione, il 14 aprile 1945 nella residenza di Mussolini, presso Villa Feltrinelli a Gargnano, si svolse una riunione tra i rappresentanti tedeschi e i massimi dirigenti di Salò. 

Non vi sarebbero più stati altri incontri di questo genere. Presenti, oltre a Mussolini, Pavolini, Graziani, l’ambasciatore Rahn, il generale delle SS Wolff, il colonnello Dollmann. Fu in questa occasione che si parlò del RAR, Ridotto Alpino Repubblicano, poi più noto come ridotto della Valtellina, il luogo dove i fascisti avrebbero dovuto organizzare la difesa finale della Rsi.

Fu Pavolini ad illustrare un progetto compreso tra la dimensione del sogno di riscatto e il vero e proprio delirio di un gruppo di uomini disperati e consapevoli dell’avvicinarsi della sconfitta definitiva. Il piano prevedeva di radunare 50 mila uomini, lo scavo di caverne da colmare di armi e viveri, la costruzione di nuovi alloggiamenti. Inarrestabile, Pavolini progettava anche di trasferirvi le ceneri di Dante, come massima espressione simbolica dell’italianità, di installarvi una potente stazione radiofonica e una tipografia che avrebbe dato alle stampe un giornale destinato ad uscire fino alla fine, le cui copie sarebbero state poi lanciate sull’Italia grazie al decollo di un ultimo aereo. L’esposizione di Pavolini fu accolta da Graziani con scetticismo e con ironico disinteresse dai tedeschi. Naturalmente non se ne fece nulla. Fu comunque l’estremo disegno tracciato dai dirigenti della Rsi prima della caotica fuga.

"Lo avrai, camerata Kesselring..."

Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue "gravissime" condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l'impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che - anzi - gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli... un monumento.

A tale affermazione rispose Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe (recante la data del 4.12.1952, settimo anniversario del sacrificio di Duccio Galimberti), dettata per una lapide "ad ignominia", collocata nell'atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di imperitura protesta per l'avvenuta scarcerazione del criminale nazista. L’epigrafe afferma:

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio del torturati
Più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

dal sito dell'ANPI - Associazione Nazionale Partigiani d'Italia 


La Risiera di San Sabba Trieste


l'ingresso della Risiera.

La Risiera di San Sabba è l'unico esempio di lager nazista in Italia. E' situato a Valmaura in corrispondenza dell'uscita (indicazione Servola -Valmaura) della superstrada. E' monumento nazionale dal 1965. I nazisti , dal settembre 1943 all'aprile 1945, utilizzarono il grande complesso di edifici dello stabilimento per la pilatura del riso, costruito nel 1913 nel rione di S. Sabba (inglobato attualmente nel rione di Valmaura), dapprima come campo di prigionia provvisorio e poi come Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia).Nella risiera vennero soppresse e bruciate tra le tre e le cinquemila persone -triestini, sloveni, croati, friulani, istriani ed ebrei- ma ben maggiore fu il numero di prigionieri -ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei- smistati verso altri campi di sterminio o di lavoro coatto.Dopo essere stata
semidistrutta dai nazisti in fuga, occupata nel dopoguerra dalle truppe alleate, adibita a campo profughi, e infine lasciata in stato d'abbandono, è stata ristrutturata dall'architetto Romano Boico e inaugurata Museo nel 1975. Sono rimaste inalterate la cella della morte e le 17 celle di detenzione.Vi trovano spazio una mostra storica fotografica permanente e una biblioteca.

L'indirizzo esatto del museo è:
Ratto della Pileria 43 e il numero di telefono è lo 040826202

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