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Europeismo e culture europee

Moltissimo si sa dell'"europeismo" di GL, tanto più forte via via che i fascismi e il nazismo si presentavano come la negazione dei valori tradizionali dell'umanesimo europeo. La crisi delle istituzioni europee, ora crollate di fronte al fascismo, come in Italia e in Germania, ora in bilico - era il caso della Francia - mostrava come la costruzione dell'Europa fosse intrecciata al rafforzamento dei sentimenti di nazionalità, sui cui era necessario incidere, per diffondere il nuovo programma, racchiuso nella parola d'ordine "fare l'Europa":

"la sinistra europea dovrebbe impadronirsi - cosi scriveva Rosselli nel maggio del '35 - di questo tema sinora abbandonato ai diplomatici [...] Popolarizzarlo tra le masse. Pensare loro sin d'ora la convocazione di una assemblea europea, composta da delegati eletti dai popoli, che in assoluta parità di diritti e di doveri elabori la propria costituzione federale europea, nomini il primo governo europeo, fissi i principi fondamentali della convivenza europea, svalorizzi frontiere e dogane, organizzi una forza al servizio del nuovo diritto europeo, e dia vita agli Stati Uniti d'Europa".

La posizione di Rosselli in tema di europeismo si fregiava di diversi meriti rispetto a quella degli altri antifascisti: da un lato riconosceva il carattere eminentemente politico (dunque volontaristico) della battaglia per l'unità europea, niente affatto prodotto naturale dell'evoluzione economica, per la cui conduzione occorreva varare adeguati strumenti di propaganda e di educazione, se si voleva "popolarizzare" il mito europeo. Rosselli non immaginava poi l'Europa come una semplice estensione del modello degli Stati nazionali ad un grande super-Stato, ma al contrario come un'aggregazione federativa di differenti centri, secondo un processo che sarebbe partito dall'elezione diretta di diversi tipi di assemblea. All'interno di GL, insieme a quella di Rosselli fu la risposta federalistica di Trentin quella più accattivante e ricca di stimoli. La sua riflessione decennale sul federalismo aveva sempre incontrato l'Europa. In Antidémocratie, il giurista veneto aveva spiegato come l'unità europea fosse un processo conseguente alla disgregazione degli istituti "monarchici", che avevano edificato gli Stati nazionali nel XVI secolo. A contatto con le riflessioni sulle "istituzioni sociali", sviluppate da alcune scuole della giuspubblicistica francese degli anni Venti e Trenta, Trentin andò approfondendo e rendendo più concreto il rapporto tra federalismo e unità europea, sia con opere come Stato nazione federalismo, sia partecipando attivamente, prima alla Resistenza francese poi a quella italiana.
Il lascito giellista in tema di Europa nutrì poi progetti pure con questa non sempre coincidenti: si pensi al cosiddetto Manifesto di Ventotene, scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni e infine al gruppo di antifascisti che si trovò durante la guerra attorno al Centro estero di Zurigo del PSI guidato da Ignazio Silone. Spinelli, Rossi, Silone si sarebbero spesi per far penetrare le tematiche europeistiche prima nella Resistenza e poi, nei primi anni della Repubblica, nel Partito d'Azione e in quello repubblicano, nel PSLI e infine (dopo il 1956) tra i socialisti di Nenni e Lombardi. Nelle parole di Silone, che assieme a Saragat, Rossi, Franco Fortini ed Alberto Preziosi, redigeva quel giornale, "L'Avvenire dei lavoratori", per la prima volta aperto alle tematiche europeistiche:

"Se fermamente lo vorremo, rientrerà forse nel campo delle possibilità la creazione di un primo nucleo di popoli federati democraticamente, con un potenziale economico e demografico e con un'organizzazione politica e militare tali a rendere un cattivo affare la pretesa di qualsiasi aggregazione da parte degli stati che ne rimanessero fuori. Di tale opportunità dovremo essere pronti a trarre profitto, specialmente nel nostro continente in cui l'anarchia internazionale ha reso ormai impossibile ogni forma ordinata di vita civile. Una volta costruito questo primo nucleo, sicuramente esso diverrebbe un centro fortissimo di attrazione e uno stimolo per i paesi che sono ancora retti autocraticamente ad evolvere in senso democratico per godere i vantaggi di un ordinamento federalistico".

Tra gli antifascisti, meglio di tutti Rosselli e i giellisti avevano percepito il carattere europeo della lotta politica dopo la Grande guerra. Questo grazie ad un rapporto assai stretto con la poltica e con la società europee, che li aveva portati a frequentare ambienti e personaggi i più diversi, mentre gli altri antifascisti (con l'eccezione forse del gruppo americano della Mazzini Society) erano sì introdotti nei contesti dei rispettivi paesi d'esilio, ma continuarono però a percorrere, nella maggior parte dei casi, gli stessi luoghi di sociabilità politica frequentati in patria: i socialisti incontravano soprattutto socialisti (sia pure francesi), i comunisti altri comunisti e così va. Pur senza generalizzare, resta indubbio che il carattere poco organizzato e fluido di GL, insieme alle diverse provenienze dei suoi membri, produsse quegli individualismi contrapposti e spesso internamente conflittuali che, se la fecero politicamente fallire, la trasformarono anche nel contenitore più ricco e stimolante d'idee di tutto l'antifascismo italiano.

Questo modo di rappresentarsi l'Europa, Rosselli e i giellisti lo condividevano all'interno di reti intellettuali francesi a cui essi parteciparono, convinti come loro della profonda crisi delle forme di sovranità europea: basti citare il gruppo di "Esprit", diretto dal filosofo personalista Emmanuel Mounier, e il sociologo George Gurvitch, benché questi non si fossero poi particolarmente interessati al tema europeo. I giellisti poterono soprattutto provare tutto ciò perché arricchiti di un'esperienza concreta dell'Europa: Caffi aveva prima della guerra studiato in Germania, combattuto in Francia come volontario, visto il fascismo negli anni Venti in Italia per poi ritornare in Francia. Lo stesso Rosselli, esiliato in Francia, dunque formalmente impossibilitato a lasciare il paese, non per questo smise di recarsi in Inghilterra e in Germania nei primi anni dell'esilio.
Tutto queste fece sì che le riviste gielliste pullulassero dei nomi di coloro che, nel socialismo francese, inglese e belga, proponevano le più ardite riforme e in generale una rigenerazione del socalismo, così da affrontare i tempi moderni del ferro e del fuoco e della lotta contro i "totalitarismi" - che per loro erano però solo il fascismo e il nazismo. Benché non si possa parlare di un "socialismo liberale" francese, in contatto con GL furono Marcel Déat, sociologo durkheimiano, deputato socialista e leader della corrente dei "néosocialistes", con cui Rosselli dialogò per un certo tempo, condividendo l'interesse verso la rappresentanza dei ceti medi e la consapevolezza del rinnovamento della strategia socialista. Più in secondo piano, ma in qualche modo avvicinabili all'ambiente giellista, le figure di André Philip e di Jules Moch: il primo, un giurista interessato a rinnovare il socialismo a partire dall'interpretazione calvinista della libertà, deputato socialista e primo tra i resistenti francesi; Moch, ingegnere, deputato socialista e ministro nei governi Blum, che come Rosselli credeva nella necessità di istituire, con il Fronte popolare, una macchina da guerra politica - e, al limite, militare - contro il fascismo.
Sul versante anglosassone, non lontane da GL appaiono le riflessioni degli anni Trenta di figure come Harold Laski, e dei socialisti gildisti di G.D.H. Cole. Un rapporto, quello fra GL e i laburisti inglesi, che doveva essere assai più profondo, anche sul piano dei contatti e degli scambi, di quanto gli studi abbiano finora fatto emergere. Non a caso, Laski, Cole, Philip (quest'ultimo studioso e divulgatore in Francia del socialismo gildista) li troviamo spesseggiare nelle magre paginette dell'"Avvenire dei lavoratori", il cui obiettivo, più di quanto non fosse in GL, anelava ad un "socialismo federalista" su cui andavano scrivendo "varie correnti del pensiero socialista europeo: dal Guild Socialism di G. D. H. Cole alla Wirtschaftdemocraktie di alcuni tedeschi, al socialismo costruttivo del francese Maxime Leroy, al cooperativismo, alle tesi giuridiche dei francesi Hauriou e Saleilles, al diritto sociale di Georges Gurvitch".
Infine, Henri De Man: l'autore della Psychologie des Sozialismus, sul cui contrappunto Rosselli aveva scritto Socialismo liberale, e che ancora fino alla metà degli anni Trenta restava la principale figura del revisionismo socialista europeo, fautore di un "piano" che il Partito operaio belga cercò di applicare, infine approdato, dopo l'occupazione tedesca del suo paese, sulle sponde del collaborazionismo. Anche se, negli ultimi anni Rosselli iniziò a considerare estraneo al socialismo il piano De Man, definito un "piano borghese di restaurazione dell'economia" perché, in luogo di strategie di socializzazione, aveva preferito nazionalizzare "all'interno del sistema attuale".

 

Attorno a GL: liberalsocialismo e socialismo liberale dalla fine degli anni trenta al 1943: Capitini, Calogero e i résaux toscani

Se si volessero meglio comprendere la novità e la specificità incarnate dal socialismo liberale di Rosselli e di GL, occorrerebbe rendere ben più problematiche alcun credenze date per assodate, spezzare la continuità di storie troppo lineari, uniformi, rapide da attraversare come una lastra di ghiaccio. La prima credenza riguarda il rapporto tra giellismo e azionismo, secondo cui il primo sarebbe stato principale precursore del Partito d'azione. Tale leggenda era già diffusa nel '43, se Lussu scrive che, arrivato in Italia, appena dopo gli scioperi operai del marzo '43, qualcuno gli riferì che il Pd'A era una propaggine di GL.:

"Chi mi passò il foglio mi disse come il Pd'A fosse la continuazione di GL. Sennonché GL era un movimento socialista e il Pd'A non lo era il suo programma era infatti quello di una borghesia radicale, abbastanza confuso, per giunta come il noto socialismo del resto".

Lussu come noto aderì immediatamente al Pd'A e ne sarebbe rimasto un dirigente e deputato di primo piano, eletto all'Assemblea costituente, fino allo scioglimento del partito (passò poi al PSI e nel '63 nel PSIUP). Tale collocazione lo predisponeva, lui che con De Martino aveva costituito l'ala più a sinistra del Pd'A, ad un certo accento critico nei confronti di La Malfa e della cultura di cui questi si stava facendo portatore. In realtà, tra La Malfa (e i futuri rifondatori del PRI) e gli ex-giellisti correvano differenze che limitare all'ideologico sarebbe superficiale. Esperienza dell'esilio "interno", non senza partecipazione a progetti che vivevano nella linea d'ombra tra a-fascismo e anti-fascsimo, nel primo caso; esilio netto e senza condizioni nel secondo; i primi erano poi mediamente più giovani dei secondi, pur nell'appartenenza alla stessa area generazionale, il loro antifascismo aveva potuto formarsi in un periodo successivo a quello delle grandi battaglie del '21-'26, come era stato invece per Lussu e Rosselli. Forse anche correvano dislocazioni geografiche diverse (La Malfa era il prodotto, tra l'altro, dei gobettiani milanesi di Bauer e del "Caffè", quanto diversi dai gobettiani torinesi e toscani): tutto ciò insomma richiederebbe tagli prosopografici ancora piuttosto rari, nonostante la letteratura su questi argomenti non pecchi certo di avarizia.
Far risalire le discontinuità tra il socialismo liberale di GL e il Partito d'Azione non è solo un buon antidoto contro le volgarizzazioni giornalistiche e gli ormai triti critici dell'"azionismo" - per cui, ammesso esso sia esistito, non va confuso con socialismo liberale; è pure esercizio utile a capire come nel decorso degli eventi e nel mutare dei processi storici, le intuizioni e le proposte si inabissino per lasciare il posto ad altre, credute più moderne perché proferite dopo, ma in realtà assai più limitate: è il caso appunto delle analisi di GL, per tante ragioni molto più ricche e profonde di quanto non saranno poi quelle diffuse dalla stampa azionista.
Abbandonare il luogo comune della continuità tra GL e Pd'A non ci porti però a troppo piegare il bastone nella direzione opposta. Negli anni trenta, mentre i militanti italiani di GL trascorrevano la loro giovinezza in carcere, continuavano a formicolare nella penisola esperienze, immaginari e rappresentazioni, di cui si sentivano ricchi quei reduci delle battaglie salveminiane, gobettiane e rosselliane, che per tante ragioni non avevano scelto la strada dell'esilio. E' fin troppo ovvio che la memoria martirologica prima, la storiografia poi, puntassero i loro occhi sui fuoriusciti, anche a rischio di far obliare chi svolse una funzione di opposizione interna in Italia, silenziosa, rasente ai muri, ma forse non per questo inefficace. Nell'epoca del ferro e fuoco dell'esilio, il giudizio su chi restava in Italia, senza finire di fronte al Tribunale speciale, poteva anche essere duro e ingeneroso. E' forse ora venuto il momento di riscoprire gli spazi che occuparono i rappresentanti dell'opposizione interna, di coloro che appunto mantenevano la religione della memoria di "Rivoluzione liberale", del "Non mollare", del "Quarto Stato". Essi seppero creare dei réseaux, osservati costantemente dalla polizia, ma raramente sorpresi per prudenza esopica dei partecipanti e anche per certi appoggi altolocati di cui essi godevano. Un nome su tutti: nella villa di Cortona di Umberto Morra di Lavriano frequentata da Capitini e da molti altri, v'è da credere che il padrone di casa, a suo tempo uno dei principali collaboratori di Gobetti, non parlasse di socialismo liberale o dell'esperienza giellista?
Ciò ci permette di affrontare il secondo luogo comune, di allontanare l'altro "demone della continuità", quello che fa tutt'uno tra socialismo liberale e liberalsocialismo. Se il primo aveva in qualche modo uno statuto e un programma grosso modo uniforme in GL, il secondo non era né una corrente, né una scuola filosofica. Si dovrebbe piuttosto parlare del liberalsocialismo come di una rappresentazione culturale, di un sistema di immaginari, benché ancorato rigidamente alla filosofia, che negli ultimi anni trenta e nei primi anni di guerra circolava nell'area toscana dei normalisti, i cui nomi più noti sono, come si sa quelli di Capitini, di Calogero e di Tristano Codignola. Ma le cui reti erano più complesse, come hanno iniziato a far luce gli studi di Paolo Simoncelli sulla Normale di quegli anni, i linguaggi meno uniformi: se Rosselli e gli altri esiliati partivano dalla religione secolare della nazione, perché così aveva insegnato loro la Grande guerra, il più giovane Capitini prendeva a riflettere da una religione non secolare affatto, il cattolicesimo.
Doveva essere un intreccio, quello normalistico toscano di quegli anni, fatto di rammemorazioni del gobettismo e del salveminismo, mosso da echi di poco comprensibili polemiche tra fuoriusciti; di renovatio della cultura cattolica auspice le riviste che portavano in Italia il personalismo francese e il cristianesimo di "Esprit"; di visioni e di fascinazioni per le eresie (Cantimori non era lontano), degli echi di protestantesimo, e più in generale di tutto quel magma costituito da giovani intellettuali fascisti (perché inseriti nelle strutture universitarie del regime) che rispondevano all'apatia con lamenti ora recepiti in alto loco (Bottai e Gentile) ora lasciati correre: insomma il lungo viaggio attraverso il fascismo raccontato da Ruggero Zangrandi, in cui la cultura degli anni Trenta dell'Italia fascista ebbe però parte essenziale nel formare questi giovani. In quei réseaux entrarono tanti, oltre a Capitini e Calogero (e non tutti diventarono liberalsocialisti, anzi): da Tristano Codignola a Lucio Lombardo Radice, da Carlo Ludovico Ragghianti a Norberto Bobbio, da Walter Binni a Ranuccio Bianchi Bandinelli, da Cesare Luporini a Enrico Enriques Agnoletti, fino ai "romani" Mario Alicata, Pietro Ingrao, Antonello Trombadori. Reti intellettuali e milieux che attendono ancora il loro storico.
Poi v'era Gentile. Che interveniva quando poteva per frenare le tendenze votate all'"uscita " dal sistema, seguendo strategie del tutto proprie, non certo rimandabili ad un "liberalismo", assente nel filosofo siciliano, quanto ad un progetto, totalitario nella sua essenza, di rifacimento degli italiani. Secondo Gentile il regime non aveva ancora completamente attuata questa rigenerazione degli italiani, e anzi sembrava annaspare: per questo occorreva tutelare gli stimoli giovani, canalizzandoli nell'alveo della "vera" rivoluzione fascista. "Liberale", Gentile, proprio perché fascista fino in fondo.
Quanto al liberal socialismo, quello di Guido Calogero non era poco debitore agli scritti di Gentile. Come scrive Franco Sbarberi, "tra le due guerre la filosofia dell'atto ha rappresentato in Italia il modello di riferimento più pervasivo, come esercizio reiterato di semplificazioni ideologiche e come forma di diffusione del credo dell'intellettuale-vate, sia nella versione di chi ha adeguato accortamente l'ideale ai fatti compiuti del presente, sia nell'interpretazione di chi ha tentato di trascendere la realtà esistente in nome di un farsi assoluto del pensiero". La sintesi capitiniana, come ha mostrato Pietro Polito, era invece più ricca ed articolata; aggiungerei però gli echi, ancora tutti da studiare, di "Esprit" e della riflessione di Simone Weil, che in qualche modo potevano filtrare in Italia, assieme ad una lettura del gobettismo, in particolare dei dibattiti svoltisi sulla rivista torinese a proposito dei rapporti tra costume nazionale, appartenenza politica e identità religiosa.
Solo in seconda istanza, può essere introdotto un rapporto tra Capitini e Rosselli: il primo scrisse nel 1937 il Liberalsocialismo, senza però conoscere il Socialismo liberale del secondo. Dov'è allora il punto di rottura o per dire meglio, il salto di continuità tra l'esperienza socialista liberale e quella liberalsocialista? Per Rosselli, almeno a partire dal '29, vi erano da tirare le fila di un rinnovamento radicale del socialismo italiano, che lo rinnovasse in senso liberale, eliminando il marxismo e il pensiero di Marx come ideologie del movimento e immettendovi il primato della libertà individuale. Nei liberalsocalisti la base di partenza era invece prevalentemente filosofica continuando, più o meno consapevolmente, il disegno gobettiano di rinnovamento del liberalismo italiano: un rifacimento dall'interno della tradizione liberale italiana, incapace di uscire da una definizione metastorica dello stesso concetto di libertà (come in Croce) oppure limitata a un'identificazione tra liberalismo e fede nelle virtù autoregolatrici del libero mercato, come nel caso di Luigi Einaudi. Alla fine, nei mesi tra il crollo del regime e la formazione delle squadre partigiane, tutti questi rivoli sfociarono, come ha scritto Giovanni De Luna, nel "delta" dell'azionismo: il socialismo liberale di GL, come forma più alta di revisionismo socialista e il "liberalsocialismo" che assunse "più i tratti dell'eresia liberale che del revisionismo marxista". Un'eresia che nel tentativo di rinnovare il liberalismo italiano, arrivò tra il 1937 e il 1939 a rompere con Croce, poiché il suo disegno di religione della libertà, "appariva ai giovani politicamente inadeguato e restrittivo: bisognava passare dalla libertà al contenuto della libertà, ai limiti della libertà, alla dialettica della libertà".

Il socialismo liberale italiano: uno scacco intellettuale o politico ?

Il limite più grande del socialismo liberale italiano non fu intellettuale e filosofico, come sostenne Croce con la celebre formula dell'"ircocervo", ma piuttosto di marca politica e - per dirla con Machiavelli - "effettuale". Le idee di Rosselli, di Caffi, di Trentin, di Lussu furono per molti versi innovative, nel voler recuperare le ipotesi federaliste, nel proporre un socialismo che si liberasse dal peso dello statalismo, nel proporre una rappresentanza del socialismo sganciata dal proletariato di fabbrica, nell'interrogarsi insomma su un progetto politico che coniugasse il diffondersi della giustizia sociale con l'allargamento delle libertà individuali. Questo sforzo rinnovatore era però venuto meno dopo il '34, perché le ragioni di lotta spinsero Rosselli a semplificare le soluzioni, accentuando il lato "rigeneratore" e "rivoluzionario" presente nella cultura sua e della sua generazione. Rosselli iniziò cosi a guardare non più al rinnovamento del socialismo europeo - che del resto appariva tramontato agli occhi dei suoi stessi dirigenti - ma ad esperienze come l'anarchismo, il trotzkismo, il socialismo rivoluzionario, che sembravano meglio rispondere a quell'afflato di rottura radicale che egli andava propugnando.
Anche negli ultimi tempi i discorsi dei giellisti non mancarono di proporre piste interessati, come le riflessioni di Trentin sul federalismo, e quelle di Rosselli sull'autogoverno - benché quest'ultimo accentuasse eccessivamente questi aspetti, trasformando il proprio originale socialismo liberale in una sorta di libertarismo un po' indifferenziato. Un radicalismo e un insurrezionalismo che condussero a tagliare i problemi con troppa nettezza, contribuendo poi a isolare i giellisti dalle altre forze antifasciste. Allo stesso "socialismo libertario" di Caffi sfuggirono del tutto le necessità politica dell'azione antifascista, con la sua condanna dell'alleanza con il Partito comunista, e con l'illusione, che fu di certi socialisti italiani al congresso di Tolosa, di poter ricostruire un movimento socialista federalista.

Marco Gervasoni


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