PER UNA NUOVA CULTURA POLITICA:


IL SOCIALISMO LIBERALE ITALIANO TRA LA DUE GUERRE

MARCO GERVASONI


Il socialismo liberale: un unicum italiano ?

Non è azzardato dire che il socialismo liberale, se fu, nacque e si sviluppò come esperienza tipicamente italiana. Solo nel nostro paese infatti si è data una corrente politica della sinistra in grado di riconoscersi dietro tale dizione e da questa sviluppare posizioni per molti tratti omogenee. Se in Gran Bretagna vi è stata una forma di socialismo liberale, a partire da una interpretazione di sinistra del liberalismo, con John Stuart Mill e Leonard Trelawny Hobhouse, e, nel XX secolo, con Bertrand Russel, Richard Henry Tawney, lo stesso John Maynard Keynes, tuttavia qui il "socialismo liberale" non ha mai rappresentato una corrente politica ed intellettuale organizzata e tutti gli autori citati, benché prossimi tra loro su molte questioni, fecero nondimeno parte di organizzazioni politiche e culturali assai diverse.


Le ragioni della specificità italiana del socialismo liberale sono da cercare nei caratteri originali dello sviluppo politico e sociale del nostro paese dall'Unità in poi, in ispecie nel rapporto tra la politica e gli intellettuali. L'Italia all'inizio del XX secolo vide molti tentativi di costruire una sorta di " partito degli intellettuali " attorno a riviste, soprattutto fiorentine, come "Il Regno", "Il Leonardo", "La Voce" e "L'Unità ". Era la conseguenza della crisi dell'intellettuale di tipo " umanista ", e dell'incapacità della società italiana di produrre nuove tipologie di "chierici", come invece in Francia dove, con l'affare Dreyfus, la vecchia figura del savant era stata sostituita dal giornalista, dal tecnico, dallo scienziato, tutti impegnati a difendere cause e valori comuni. L'Italia di inizio secolo era infatti un paese troppo avanzato per permettere la presenza di un intellettuale puramente umanistico (Benedetto Croce, nella sua unicità e solitudine, costituì piuttosto un'eccezione, e il tentativo gentiliano si risolse nella costruzione di un intellettuale di regime) e insieme troppo poco sviluppato (soprattutto per quel che riguarda l'estensione del mercato editoriale, la robustezza delle case editrici e la diffusione degli istituiti di ricerca) per produrre un più moderno tipo di intellettuale, quale l'intelletuale-tecnico o l'intellettuale giornalista ecc. Il "partito degli intellettuali " di localizzazione fiorentina (Prezzolini, Papini, Amendola, Salvemini) fu allora un tentativo di una parte della intellighenzia italiana di influenzare l'opinione pubblica e la politica, costruendo un nuovo tipo di intellettuale, che, pur rigettando l'assimilazione alle istituzioni e ai partiti politici, incidesse con il proprio magistero sulle scelte politiche del paese.


Come negli altri paese europei, la maggior parte degli intellettuali italiani fu favorevole alla guerra del 1914-18, vedendovi la possibilità di " rigenerare " la vita nazionale. Ma in Italia le sfere pubbliche, buona parte delle forze politiche e la maggioranza della popolazione erano contrarie all'intervento, e agli intellettuali fu in qualche modo assegnato il compito di avanguardie di una causa controversa. Una volta il conflitto scoppiato, la separazione tra intellettuali e mondo politico fu di nuovo confermata, perché il governo, fatta eccezione per l'ultimo anno di guerra, non fu interessato ad canalizzare l'entusiasmo e le capacità degli intellettuali per allargare il consenso "nazionale", che restò assai debole almeno sino alla disfatta di Caporetto.


Il momento dell'interventismo e l'esperienza del 1915-18 sono importanti per comprendere la formazione di figure che costituiranno poi il socialismo liberale come Carlo Rosselli, Silvio Trentin, o che fungeranno da solidi antecedenti, come Piero Gobetti. Se i più giovani come Gobetti e Rosselli non avevano potuto partecipare alla guerra o vi avevano preso parte (è il caso del secondo) in maniera non rilevante, benché non senza entusiasmo, i più anziani tra i futuri componenti di "Giustizia e Libertà" come Emilio Lussu, Silvio Trentin e Andrea Caffi aderirono con impeto e convinzione prima alle campagne interventiste e poi alla guerra. Fossero o no andati al fronte, tutti interpretarono la guerra come un'occasione che avrebbe sviluppato la democrazia in Europa e rigenerato la vita politica nazionale.


La guerra aveva inoltre aperto un conflitto ormai difficilmente sanabile tra intellettuali e il Partito socialista. Se negli anni novanta del XIX secolo, i socialisti erano stati capaci di guadagnarsi le simpatie della maggior parte del mondo intellettuale "giovane", dall'inizio secolo il PSI iniziò ad apparire, agli occhi dei giovani intellettuali, come un partito già invecchiato, incapace di avviare le riforme e succube del sistema di Giolitti, che gli intellettuali della "Voce" e dell'"Unità" consideravano corrotto e degenerato. L'ostilità del PSI nei confronti dell'intervento in guerra e il suo neutralismo lo allontanarono ancor più dal mondo intellettuale. Questo aspetto può spiegare una delle ragioni della costante sfiducia dei futuri socialisti liberali nei confronti del partito socialista e la loro insistenza nel rinnovare radicalmente la tradizione precedente del socialismo. Lo stesso Rosselli, che sarebbe poi diventato una delle teste pensanti del PSU, il Partito socialista unitario di Turati, nato da una scissione dal PSI nel 1922, avrebbe sempre svalutato l'operato della generazione dei socialisti del periodo precedente la guerra.


Diversamente dai nazionalisti con cui pure, di tanto in tanto, qualche vociano come Amendola occhieggiava, le élite intellettuali dell'inizio secolo, rappresentate dalla "Voce" e dall'"Unità", non erano però antisocialiste ed antidemocratiche, desiderando piuttosto una riforma intellettuale e morale del socialismo, per riprendere il titolo della celebre opera di Ernst Renan, in quegli anni ritornata in auge in Italia. Per questo, tanto Prezzolini che Salvemini avevano apprezzato l'attività di Mussolini come capo di un nuovo, più energico, socialismo. Ancora tra il 1914 e il 1918, quando Mussolini aveva fondato "Il Popolo d'Italia" ed era perciò stato espulso dal PSI, assumendo posizioni sempre più antisocialiste, due figure importanti per la nascita del socialismo liberale come Salvemini e il suo seguace avellinese Guido Dorso avevano continuato a simpatizzare per il leader predappese.


Per comprendere la nascita del socialismo liberale occorre poi considerare la situazione italiana del 1919 e 1920. Se infatti anche la Francia e la Germania furono in questo periodo scosse da conflitti di grande portata e da scioperi, nel primo caso la forza e il consenso delle classi dirigenti con il Bloc national, la presenza della SPD nel governo nel secondo, avevano permesso di uscire dalla crisi postbellica. In Italia, al contrario, la classe dirigente non fu capace di comprendere le novità introdotte dalla guerra, in particolare la necessità di diffondere il potere nelle classi operaie e contadine, e si illuse di poter tornare alla situazione antecedente il conflitto. Il Partito socialista era inoltre in larga parte affascinato dall'esperienza bolscevica, ma l'impossibilità di realizzare una tale via in Italia sortì il risultato di bloccare i socialisti in un'opposizione statica, nutrita di minacce rivoluzionarie e di violenze, che da un lato produssero il terrore presso una borghesia delle professioni e dei servizi e un ceto degli agrari già assai conservatori di loro, e dall'altro resero impossibile una qualsiasi collaborazione tra il governo, il Partito socialista e le strutture sindacali, che dal secondo fortemente dipendevano. Senza contare che, a partire dalla fine del 1920, fecero la loro apparizione in grande stile le violenze fasciste.


In questo contesto nacque la rivista " La Rivoluzione liberale " di Piero Gobetti. Ma prima di continuare, occorre non dimenticare i due aspetti fondamentali che il socialismo liberale ereditò dagli intellettuali di inizio secolo: da un lato il tentativo di edificare una nuova classe dirigente a partire dall'auto-organizzazione degli intellettuali; dall'altro la presenza delle immagini (o se si vuole, del mito) della "riforma" e della " rigenerazione ", che avrebbero plasmato in senso etico-religioso la cultura politica del socialismo liberale; un carattere questo che, negli anni Trenta, avrebbe favorito le incomprensioni con le altre forze dell'antifascismo italiano, soprattutto i comunisti.

Piero Gobetti, Carlo Rosselli e la nascita del socialismo liberale in Italia

Benché Gobetti si fosse sempre definito "liberale", e non avesse mai esplicitamente parlato di socialismo liberale, nei suoi scritti, e soprattutto nella sua rivista, trovarono luogo, tra il 1920 e il 1924 le prime discussioni per un socialismo fondato sulla libertà. Già negli anni del liceo e dell'università Gobetti era apparso come intellettuale di una certa importanza, collaborando ai tentativi di Gaetano Salvemini di fondare un partito democratico-riformista, capace di riunire gli ex-combattenti e i contadini, e varando una rivista, "Energie nove", alla quale collaborarono personaggi come Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Qui però non vi era alcun accenno di socialismo. Gobetti parlava più che altro la lingua filosofica dell'attivismo di Gentile e in politica si trovava assai prossimo alle posizioni di Salvemini, anche se già nel periodo di " Energie nove" sentì la necessità di creare una cultura politica, che, nel quadro di una nuova interpretazione del liberalismo, riunisse i giovani e i delusi della guerra.


A segnare un mutamento nel pensiero di Gobetti furono gli avvenimenti del 1920: da un lato il fallimento del progetto politico della Lega democratica di Salvemini, dall'altro, a Torino, l'occupazione delle fabbriche e l'apparire dei consigli operai. Gobetti iniziò a frequentare Gramsci e l"Ordine nuovo", sul quale scrisse numerosi articoli di critica teatrale. Egli cominciò in questo periodo a comprendere la necessità di una cultura politica che permettesse l'incontro del liberalismo con le posizioni delle avanguardie operaie. Stimolato da Luigi Einaudi, da lui frequentato personalmente (per un breve periodo Gobetti fu assistente universitario dell'economista torinese) e dagli scritti di Georges Sorel, Gobetti iniziò a fornire una definizione assai originale di liberalismo, inteso come spirito dei tempi moderni e capace di fare i conti con il concetto e la pratica della lotta di classe. Per Gobetti questa aveva permesso ai "produttori" di un certo paese di sviluppare l'educazione politica, facendo apparire partiti interessati al rinnovamento radicale delle capacità produttive di una società. La necessità per il liberalismo di comprendere la lotta di classe, e per gli operai di arricchire la loro politica con una dottrina che esaltasse l'iniziativa individuale, si accompagnava in Gobetti con una valutazione assai negativa della storia d'Italia, che a suo dire era sempre stata caratterizzata da uno spirito conservatore e dal rifiuto del carattere conflittuale della modernità. Il liberalismo italiano si era interessato più al mantenimento dell'ordine che allo sviluppo della libertà, avendo storicamente svolto la funzione di ideologia di una borghesia, quella italiana, assai conservatrice e incapace di sviluppare quella "missione" sviluppata invece dalle borghesia degli altri paesi. Per questo, occorreva secondo Gobetti che il liberalismo si trasformasse in ideologia delle élite operaie, in seguito naturalmente a una profonda metamorfosi. La rivista "Rivoluzione liberale" cercò dunque far dialogare il liberalismo con le masse, e il libro La Rivoluzione liberale, che Gobetti pubblicò nel 1924, rappresentò il manifesto di queste discussioni.


La discussione tra socialismo e liberalismo emerse però solo negli ultimi due anni di esistenza della rivista. Nel 1924 il fascismo, al quale Gobetti si era opposto fin dall'inizio, era scosso dalla crisi seguita all'assassino di Matteotti. Ma l'incapacità dei partiti antifascisti di condurre una vera opposizione confermò a Gobetti che la crisi della politica in Italia richiedeva una riforma radicale. Allo stesso tempo egli si era reso conto che la debolezza degli uomini politici liberali e dei socialisti riformisti, vale a dire i protagonisti dell'Aventino, consisteva nel non aver compreso il ruolo del proletariato di fabbrica nella opposizione antifascista. Egli invitò cosi a "ritornare" a Marx, un Marx interpretato come pensatore antideterminista, e nel 1925 propose un fronte unito operaio, mentre "La Rivoluzione liberale" ospitò una discussione sull'interpretazione di Marx e sul ruolo del liberalismo, a cui parteciparono tra gli altri Lelio Basso, negli ultimi anni uno dei principali collaboratori della rivista e, su posizioni diverse, Riccardo Bauer, uno dei collaboratori storici di Gobetti, che assieme a Ferruccio Parri aveva da poco fondato a Milano la rivista antifascista "Il Caffè".


Nello stesso tempo era emersa una tendenza rinnovatrice nel PSU, il partito nato da uno scissione del PSI nel settembre 1922. Il partito socialista, che aveva perso nel 1921 i comunisti, era rimasto tuttavia attaccato alle formule massimaliste che continuavano a proporre una via rivoluzionaria in Italia. La vecchia guardia del socialismo italiano, Turati, Treves, Modigliani, assieme a Giacomo Matteotti, si separarono dal PSI con l'idea di costruire un partito "riformista" capace di proporre un'alleanza con i partiti della sinistra democratica. Tuttavia, tanto l'indecisione di Turati e degli altri leader, che l'ambiguità di una certa parte del PSU (in ispecie di quella vicina al mondo sindacale) nei riguardi del fascismo, produssero un immobilismo nell'azione del partito, soprattutto dopo la morte di Matteotti, sostenitore di una strategia dichiaratamente antifascista.


Le pubblicazioni del PSU, la gloriosa " Critica sociale " e il quotidiano " La Giustizia " furono però le sole che, in quegli anni seppero avanzare una discussione sul rinnovamento del socialismo. Su queste testate, alla fine del 1923 un giovane economista fiorentino, Carlo Rosselli, aveva aperto un dibattito tra marxismo e socialismo, consigliando al nuovo partito di "conquistare la simpatia" dei gruppi di "giovani ",Gobetti e la "Rivoluzione liberale". L'idea di Rosselli era di trasformare il PSI in un sorta di Labour party, in cui convivono "tre società socialiste che si ispirano a metodi e principi diversissimi. Si va dall'evoluzionismo spenceriano al marxismo integrale". Rosselli avanzava del marxismo un giudizio assai negativo, considerandolo alla stregua di una filosofia della storia, determinista ed economicista, la cui incoerenza teorica e impossibilità di comprendere i problemi della società contemporanea, erano state messe in luce, secondo l'autore, da Pareto, Croce, Labriola, Bernstein, Turati, Merlino, Mondolfo, Sorel.


In ogni caso Rosselli era l'intellettuale socialista nello stesso tempo più vicino alle posizioni di Gobetti (aveva già scritto degli articoli per "Rivoluzione liberale. ), e più interessato al rinnovamento del socialismo. A suo nome apparve, sulla rivista di Gobetti, un articolo dal titolo Liberalismo socialista, ove fece propria l'interpretazione gobettiana del liberalismo, nella necessità di incontrare le masse. Per Rosselli era possibile dare un'altra interpretazione del socialismo: questo doveva intendersi come un "divenire perenne. Non vi è giorno in cui potrà dirsi realizzato. E' un ideale di vita, d'azione, immenso, sconfinato, che induce a superare di continuo la posizione acquisita conforme all'elemento dinamico progressista dei ceti inferiori che salgono irresistibilmente". Se, con la sua insistenza sulla libertà individuale e sulla critica della filosofia della storia, il liberalismo era in grado di riformare il socialismo, quest'ultimo a sua volta avrebbe potuto ricostruire il liberalismo, dottrinariamente in grave crisi in quel momento. La dottrina liberale poneva infatti al socialismo dei problemi di libertà individuale, di educazione e di democrazia che si sarebbero risolti solo quando le masse avessero migliorato la loro situazione materiale, e le ingiustizie sociali si fossero ridotte al minimo. Rosselli pensava infatti che le dottrine liberistiche non fossero necessariamente legate al liberalismo: da economista, lettore di Keynes e degli studiosi inglesi vicini al Labour Party, egli non aveva risparmiato critiche alle dottrine del laissez-faire.


Rosselli chiuse il suo articolo invocando la figura di Matteotti. Invocazione normale, solo che il richiamo andava ben aldilà del semplice tributo al martire. Benché Matteotti non fosse mai stato troppo interessato alle discussioni teoriche, egli aveva infatti praticato una politica socialista nuova, che aveva mosso ad ammirazione lo stesso Gobetti, una testimonianza di come le forze socialiste potessero attuare un rinnovamento in senso attivistico della vita italiana. Gobetti si sentì dunque, come spesso faceva, di apporre una postilla all'articolo di Rosselli, dicendo: "una volta ammesso, come ammette Rosselli, che il socialismo è conquista da parte del proletariato di una relativa indispensabile autonomia economica e l'aspirazione delle masse ad affermarsi nella storia, il passo più difficile per intendersi è compiuto. Anche il nostro liberalismo è socialista se si accetta il bilancio del marxismo e del socialismo da noi offerto più volte. Basta che si accetti il principio che tute le libertà sono solidali" .


Purtroppo questa discussione non poté prolungarsi. Alla fine del 1925, le leggi sulla stampa del governo Mussolini e i continui sequestri della "Rivoluzione liberale" obbligarono Gobetti a chiudere la sua rivista e a esiliarsi a Parigi (dove morì nel febbraio 1926) e gli antifascisti in generale a rispondere agli ultimi attacchi e arresti, cercando uno spazio minimo di azione.


Di fronte all'esilio: Socialismo liberale di Carlo Rosselli

Nel 1925 il fallito attentato a Mussolini di un militante del PSU, Tito Zaniboni, fornì al governo fascista il casus belli per mettere fuori legge il partito di Turati e per iniziare la fase finale della costruzione del regime, che portò alle cosi dette " leggi fascistissime ", tra il 1926 e il 1927, all'interdizione di tutti i partiti e organizzazioni politiche e all'eliminazione della stampa libera. Nello stesso tempo, un tentativo di rinnovamento nella strategia del socialismo era venuto da Pietro Nenni, leader del PSI, convinto che la crisi fosse ormai durevole, e che occorresse menare una politica clandestina su basi nuove rispetto quelle del passato. Fu così che insieme a Carlo Rosselli fondò nel 1926 la rivista " Il Quarto Stato".


Uno degli obiettivi del "Quarto Stato" consisteva nel comprendere le cause della sconfitta politica dei socialisti e delle forze proletarie di fronte al fascismo. Convinto che nella discussione aperta dalla " Rivoluzione liberale " sui caratteri originali della storia d'Italia ancora molto vi fosse a dire, Rosselli spiegò che all'Italia erano mancate tanto una rivoluzione industriale quanto una rivoluzione protestante, producendo così una sorta di apatia nelle masse - una tesi questa non nuovissima, che dal giornalista Mario Missiroli si era trasmessa all'équipe di "Rivoluzione liberale" (soprattutto Giovanni Ansaldo) e alle riviste protestanti come "Coscientia" e "Pietre". La lotta per la libertà e per la democrazia - continuava Rosselli - non aveva coinvolto che una parte minoritaria delle masse, mentre il diritto all'organizzazione e il suffragio universale erano stati una "concessione gratuita " di Giolitti. Il movimento socialista italiano, da parte sua, non aveva che applicato gli schemi marxisti ed evoluzionisti alla realtà italiana: i dirigenti socialisti dell'età giolittiana avevano immaginato un passaggio "graduale e pacifico del divenire socialista ", mentre sarebbe stata necessaria per l'educazione delle masse italiane, come già a suo tempo suggerito da Salvemini, una lotta contro i ritardi delle istituzioni politiche ed economiche.


Questo articolo provocò una risposta assai dura da parte di Claudio Treves, che non accettò quella che era a suo dire una "demolizione " della tradizione socialista italiana. Rosselli rispose a sua volta sottolineando con maggior fermezza la necessità di un rinnovamento del socialismo, fondato sul " volontarismo", sull'idea che le condizioni materiali possono essere mutate dalla lotta e dalla fedeltà ai propri ideali. Nell'idea che i movimenti sociali non fossero mossi dalle soli condizioni materiali ma anche da immagini sulle quali l'uomo politico doveva agire per mutare le istituzioni, si noterà l'eredità di Sorel, che Rosselli conosceva per avere discusso una tesi di laurea sul sindacalismo rivoluzionario. A dispetto delle polemiche con i vecchi del socialismo, Rosselli pensava che la ricostruzione del socialismo dovesse passare per l'azione all'interno di quelle istituzioni ancora esistenti: in primo luogo il PSLI (nuovo nome del PSU dopo la chiusura forzata), il solo partito ad avere conservato un legame con il mondo sindacale.


Con l'interdizione di tutti i partiti politici, nell'ottobre 1926, Rosselli si rese conto che l'esilio era la sola condizione per condurre la lotta contro il fascismo: con Riccardo Bauer e Ferruccio Parri, organizzò la fuga in Francia di Treves e del giovane avvocato Giuseppe Saragat. La più spettacolare fu, nel novembre, quella di Turati, che portò all'arresto degli organizzatori, Parri, Sandro Pertini e appunto Rosselli. Questi fu arrestato il 14 dicembre 1926, condannato e inviato al confino, prima a Ustica e poi a Lipari, ove poté tornare a riflettere sui temi del socialismo e della libertà. Tali riflessioni produssero, tra il 1928 et il 1929, la stesura del volume Socialismo liberale, che fu pubblicato a Parigi, dalla casa editrice Valois en 1930, dopo che Rosselli, in fuga da Lipari, ebbe raggiunta la Francia.


La prima parte dell'opera era destinata alla critica del "sistema marxista". Per Rosselli il determinismo economico di Marx aveva provocato nelle masse un sorta di fatalismo, una credenza religiosa nell'avvento del socialismo e una svalutazione della morale e del diritto, a causa di una concezione strettamente economicista della lotta di classe. Vi erano sì in Marx elementi antideterministici, che tuttavia il movimento socialista aveva occultato, producendo una " religione marxista ", discussa solo da Bernstein e da Sorel, mentre in Italia il revisionismo si era incarnato da un lato nei riformisti come Bissolati e Bonomi, dall'altro nei sindacalisti rivoluzionari. Queste due "eresie" furono tuttavia eliminate tra il 1907 e il 1911, e il PSI cadde in una "crisi intellettuale" che lo condusse alla paralisi. La "crisi intellettuale " del marxismo era tuttavia inevitabile perché questi non rispondeva né alla complessità delle situazioni europee, né ai problemi posti dal movimento operaio del XX secolo. Il revisionismo non poteva così che condurre all'abbandono del marxismo. Per Rosselli i socialisti dovevano "separarsi dal marxismo", e in particolare dal determinismo economico e dall'idea del carattere necessario del socialismo. Naturalmente non si doveva "rinnegare" Marx, ma piuttosto considerarlo come "uno dei filoni - forse il più prezioso - del sottosuolo intellettuale socialista". Se doveva essere mantenuta l'idea di Marx secondo cui la strategia del Partito socialista doveva fondarsi sulla "lotta di classe, autoemancipazione proletaria, conquista del potere politico", occorreva abbandonare le soluzioni concrete proposte da Marx e ai marxisti.


La pars destruens dell'opera era ovviamente accompagnata da una pars construens, la definizione di "socialismo liberale". Rosselli mostrava come, a partire dalla fine della guerra mondiale, tutti i partiti socialisti europei avessero iniziato a combattere per la difesa e lo sviluppo delle libertà individuali e per i diritti, sia politici che sociali, rigettando gli "aspetti messianici, finalistici". La loro politica aveva accettato il quadro delle democrazie liberali, laddove naturalmente esse esistevano ed erano funzionanti. Se il liberalismo era per Rosselli "la teoria politica che, partendo dal presupposto della libertà dello spirito umano, dichiara la libertà supremo fine, supremo mezzo, suprema regola della umana convivenza" il socialismo era l'erede del liberalismo, di cui esso " è lo sviluppo logico, sino alle sue estreme conseguenze". Rosselli riconosceva che quello di liberalismo era, per un socialista, un concetto assai ambiguo, perché fino ad allora lo si era considerato semplicemente come il pendant del "liberismo" oppure come la legittimazione ex-post delle condotte politiche conservatrici della borghesia. Ma nei confronti del liberismo, Rosselli nutriva più di una diffidenza, considerandolo una soluzione economica incapace di risolvere i problemi del dopoguerra, mentre un rapporto tra Stato democratico e istituti preposti alla produzione (sindacati, cooperative, organi mutuali), sarebbe stato più consono. Il collettivismo doveva essere abbandonato dal socialismo e al suo posto dovevano essere poste delle "forme di conduzione per quanto possibile autonome, sciolte, correlative ai vari tipi di imprese, che ne rispettino le tanto varie esigenze: forme municipali, cooperative sindacali, gildiste, trustiste forme miste". Per quel che riguardava il liberalismo come ideologia della borghesia, il fatto che essa non fu assai di rado "liberale" dimostrava per Rosselli come il liberalismo, più che l'ideologia dei proprietari, fosse una dottrina critica autonoma dalle classi, che il movimento operaio avrebbe dovuto abbracciare.


L'adesione del movimento socialista al metodo liberale lo avrebbe condotto ad aderire senza ambiguità ai metodi democratici, definendo le "regole di gioco " che tutte le "parti in lotta devono rispettare "

" Il socialista liberale, fedele alla grande lezione che sgorga dal pensiero critico moderno, non crede alla dimostrazione scientifica, razionale della bontà delle empiriche soluzioni socialiste e neppure alla storica necessità dell'avvento di una società socialista. [...] Non crede che il regime socialista sarà e si affermerà nei secoli per una legge trascendente la volontà degli uomini [...] Il suo motto è: il regime socialista sarà, ma poterebbe ance non essere [...] L'azione è la sua più vera divisa. Egli è socialista per tutto un insieme di principi e di esperienze; per la convinzione tratta dallo stadio del fenomeni sociali; ma lo è soprattutto per fede, per sentimento, per adesione attiva [...] alla causa dei poveri e degli oppressi. Chiunque questa pratica faccia propria non può non muoversi nello spirito del liberalismo e nella pratica del socialismo ".

Come molti studiosi hanno osservato, il discorso rosselliano non era del tutto originale, e nel suo libro era possibile scorge più di semplici echi di Croce, Bernstein, Sorel e soprattutto di Henri de Man. Occorre tuttavia sottolineare che Rosselli non si pretendeva teorico originale e che il suo intento era di porre le basi di discussione per un rinnovamento del socialismo. E se non erano originali le parti singole del discorso, del tutto nuova era la problematica (nel senso epistemologico del termine): egli fu il primo infatti a porre in modo chiaro e corrente la proposta di una sintesi di socialismo e di liberalismo che rompesse definitamente con la cultura socialista della II Internazionale (ancora predominante nei partiti socialisti degli anni venti) e con il comunismo. Benché egli guardasse alla pratica dei partiti socialisti europei per affermare che i socialisti erano diventati protagonisti di una lotta per la libertà, sapeva che queste pratica sarebbe rimasta lettera morta se non fosse diventata il credo, oltre che dei dirigenti, anche delle masse socialiste. L'altra idea nuova che emergeva da Socialismo liberale consisteva nel considerare il socialismo e il liberalismo entrambe come delle dottrine ottocentesche, nate da un certo ambiente e in certe situazioni; nel corso del tempo esse si erano trasformate in dogmi (il socialismo era diventato un dogma per il movimento operaio, il liberalismo per la borghesia) che occorreva riformare, l'uno alla luce dell'altra.


L'originalità di questo discorso è da cercare poi nel dialogo che Rosselli intratteneva con le tesi di Henri De Man, il socialista che, negli stessi anni, andava riflettendo in maniera più spregiudicata sulla crisi "d'attualità" del socialismo in Europa e sulla necessità di un "nuovo socialismo". Proprio perché così moderno, così capace di tracciare delle linee che il socialismo europeo avrebbe percorso molti decenni dopo, il discorso di Rosselli finì però per restare marginale nel panorama socialista e comunista italiano in esilio. Le sue proposte, assai radicali e laiche, avrebbe infatti potuto trovare miglior terreno d'elezione in un clima di pace, di democrazia e di libertà. Al contrario, si diffusero nei partiti socialista e comunista in esilio, tra sospetti e opposte rigidità considerate necessarie per conservare l'unità delle truppe di fronte al nemico (il fascismo), tra le spie inviate (i "mouchards") e le pressioni sovietiche sugli esuli comunisti italiani in Francia per tenere d'occhio tutto l'ambiente antifascista locale. Fu in questo clima che si sviluppò l'azione di "Giustizia e Libertà ", il gruppo che Rosselli costituì qualche tempo dopo il suo arrivo a Parigi.


La nascita di "Giustizia e libertà"

Arrivare a Parigi significò per Rosselli ricominciare quell'attività politica interrotta dall'arresto. Pur collocandosi all'interno della "Concentrazione antifascista", nata per raccogliere gli antifascisti, Rosselli capì che era necessario costruire un movimento in grado di organizzare le tendenze di rinnovamento presenti nelle forze politiche italiane prima dell'esilio. Fu cosi che venne fondata da Rosselli, Lussu, Salvemini e Tarchiani, "Giustizia e Libertà ", un movimento che tuttavia non si definiva socialista perché alla sua origine stava un progetto più vasto. Se in un primo tempo " Giustizia e Libertà " promosse una politica antifascista fondata su azioni esemplari (attentati, lanci di volantini da aerei) e sul collegamento con il lavoro nelle fabbriche torinese e milanesi (soprattutto ad opera di militanti rimasti in Italia come Vittorio Foa, Carlo Levi, Rodolfo Morandi, Mario Levi, che continuarono le riflessioni gobettiane sul "controllo operaio", Riccardo Bauer e Ernesto Rossi e infine il giovane musicologo Massimo Mila ), a partire dal 1932, resisi conto dell'impraticabilità di questa soluzione, i giellisti iniziarono un discorso di più lunga lena. Venne cosi creato una rivista i " Quaderni di Giustizia e Libertà ", nei quali trovò luogo il progetto di un socialismo liberale.


Il programma di GL, steso all'inizio del '32, si fondava sulla convinzione, di origine gobettiana, che il fascismo più che la causa, fosse l'effetto di una "crisi di istituzioni e di ordinamento sociali ", che aveva investito l'Italia nei decenni precedenti. Contrariamente a quanto pensavano gli altri componenti della Concentrazione, l'antifascismo non doveva porsi come obiettivo la sola caduta del fascismo, ma anche una rivoluzione sociale, che introducesse un nuovo regime politico e sociale rispetto a quello dell'Italia pre-bellica; una rivoluzione dai caratteri tuttavia assai diversi da quelli propagandati dai comunisti. La via collettivista non era secondo GL possibile in Italia, dati i caratteri strutturali della sua economia, mentre era necessaria una rivoluzione che combinasse il "criterio della socializzazione con quello della gestione privata corretta dal controllo della collettività e dei lavoratori". Il che significava rifiutare la statizzazione dei mezzi di produzione, e lasciare una spazio di autonomia alle imprese piccole e medie. Dal punto di vista istituzionale, si trattava poi di abbattere lo Stato centralistico cosi come si era costruito con l'unità d'Italia e lasciare grande spazio alle autonomie locali, sulla base di una costituzione di tipo federalista.


Il socialismo liberale, che ora Rosselli preferiva definire "liberalismo rivoluzionario", prevedeva dunque un'alleanza tra classe operaia e ceti medi, nella convinzione che il fascismo non fosse una semplice reazione capitalistica, ma qualcosa di ancorato nel costume degli italiani. Ne derivava il rifiuto del presupposto classista avanzato da comunisti e ad socialisti, secondo cui il proletariato sarebbe stata l'unica classe interessata alla rivoluzione antifascista. La stessa classe operaia non era da considerarsi, per Rosselli, come un blocco unico: occorreva rendersi conto dell'esistenza di

"differenze assai sensibili di psicologia, di orientamento politico e sociale tra operai specializzati e non specializzati, tra oprai di regioni a tradizione industriale e operai di regioni prevalentemente rurali, tra operai fissi e stagionali, tra operai di industrie protette e di industrie liberare, tra operai, soprattutto, della grande e piccola industria ? Anche ponendosi da un rigoroso punto di vista marxistico si scoprirebbero che non è metodologicamente corretto fare del proletariato un blocco monolitico la cui rappresentanza spetta a priori al PC".

Da qui la necessità, per lo stesso socialismo riformista, di ripensare la propria tradizione, giudicata da Rosselli eccessivamente statalista. In occasione della morte di Turati, Rosselli ripercorse le critiche degli anni precedenti al socialismo riformista e rivendicò la necessità per il socialismo di rompere con lo statalismo. Dopo la rivoluzione, in Italia,

" il governo non dovrà allora esser consegnato nelle mani del solo partito, sempre propenso a trasformarsi in setta, ma alla rappresentanza organica della classe lavoratrice, dell'intero mondo del lavoro che attraverso la sua reste di istituzioni sindacali, cooperative, culturali, costituirà il nuovo Stato. Solo un contatto organico, permanente, intimo tra socialismo politico ed economico, tra partito e sindacati, tra élite e massa, impedirà le possibili degenerazioni oligarchiche, burocratiche e settarie del partito, favorendo il sorgere di una democrazia sostanziale"

Di fronte alle difficoltà del socialismo europeo occorreva un rinnovamento radicale. La sconfitta della classe operaia in Germania di fronte al nazismo venne infatti letta da Rosselli non solo come l'incapacità dei partiti della classe operaia di allearsi tra loro, ma anche come conseguenza della loro burocratizzazione: da un lato la SPD si era strutturata come partito sul modello dello Stato weimeriano, dall'altra i comunisti avevano creato una organizzazione altrettanto burocratica agli ordini di Mosca. Da qui la necessità, per un movimento antifascista, di porsi sul terreno socialista, ma nello stesso tempo di superare le divisioni tra le diverse tendenze per arrivare ad "una fusione tra gli elementi più vivi e maturi delle tre correnti (socialista, anarchica e comunista), che andranno scoprendo che ciò che li unisce è vitale e degno di sopravvivere ; mentre ciò che li divide è condannato, eredità di un passato morto, ramo secco". Questa nuova organizzazione non doveva per Rosselli essere un partito, perché

"il partito moderno, [...] è dentro lo stato, parte costitutiva, organo dello Stato, anche se suo scopo ultimo è rovesciarlo per sostituirlo con un altro (rovesciamento che del resto nessun partito politico moderno, inteso nel senso che abbiamo detto, è riuscito ad operare, appunto perché lo stato entro cui agiva non era qualcosa di rigido ed immutabile esterno ai partiti, ma il prodotto di rapporti reali delle forze politiche in gioco). L'opposizione, salendo al governo, o rafforzandosi, mutava la natura stessa dello stato. Se invece o partito è tutto fuori dello stato, è in contraddizione flagrante con lo stato e in nessun punto riesce ad aderirvi, non si ha più un partito, ma un movimento rivoluzionario, un antistato".

I "Quaderni di Giustizia e Libertà" furono una palestra di discussione sul socialismo liberale, e in qualche modo ripresero il discorso intrapreso dalla "Rivoluzione liberale" prima e dal "Quarto Stato " poi. Essi fecero emergere figure che rappresentavano delle proposte originali, come quella di Emilio Lussu, il più vicino a Rosselli, che tenne in questo periodo posizioni assai prossime a quelle dell'amico, approfondendo lo stimolo federalista di GL. Lussu manifestò però una idea diversa da Rosselli sulla questione del partito, che il primo riteneva utile costruire subito, seguendo la sua cultura giacobina ed insurrezionalista.


Una delle figure preminenti di GL era poi Andrea Caffi. Nato nel 1887 a Pietroburgo da famiglia italiana, Caffi aveva seguito le lezioni di Simmel a Berlino, si era trasferito in Francia, arruolandosi volontario nell'esercito francese nel 1914. Dopo la guerra era rientrato in Italia fino al 1926, quando si esiliò in Francia. Quando nel '32 si ebbe in GL un dibattito sulla rivoluzione russa, egli, a differenza di Rosselli, non riconobbe un qualche statuto socialista all'URSS. L'esempio dell'URSS e della rivoluzione bolscevica, che Caffi era stato uno dei primi in Italia a studiare, gli permetteva di dimostrare il carattere intrinsecamente statalista del socialismo, da cercarsi nelle origini stesse del socialismo marxista della Seconda Internazionale. Recuperando Proudhon e gli studi del sociologo russo, menscevico emigrato in Francia, George Gurvitch, Caffi sosteneva che il socialismo nuovo, ancorché continuare ad interessarsi del cittadino come lavoratore, avrebbe dovuto organizzare quella che Proudhon chiamava "costituzione sociale ".


Un'altra figura importante di GL fu Silvio Trentin. Nato nel 1885, giurista, dopo aver partecipato alla guerra come volontario, era entrato in politica prima come deputato della Democrazia sociale poi a fianco di Giovanni Amendola. Rifiutandosi, in quanto professore universitario (insegnava diritto all'Università di Venezia) di aderire al fascismo, si esiliò nel 1926, trasferendosi non a Parigi ma a Tolosa, dove prima esercitò lavori manuali e poi aprì una libreria che fu per tutto il decennio vivo centro di antifascismo. Nel 1930 aveva dato alle stampe, per la casa editrice di Georges Valois, il libro Antidémocratie, ove spiegò come il carattere principale del fascismo consistesse nella distruzione dell'ideologia democratica e come si potesse opporre a tale processo solo recuperando, su un piano europeo, la forza della democrazia. Il che significava frenare il processo europeo di decadenza delle libertà individuali allargando i diritti dei cittadini soprattutto nei confronti dell'intervento del governo centrale, cosa che si doveva ottenere partendo da una riorganizzazione di carattere federalistico dello Stato.


Se le posizioni di Trentin fino a questo momento non possono dirsi socialiste, ma piuttosto liberal-democratiche avanzate, dal 1932 egli iniziò una revisione che lo condusse al socialismo. Nelle Riflessioni sulla crisi e sulla rivoluzione, il giurista veneto recuperò la critica di Rosselli al marxismo, sostenendo che un nuovo socialismo avrebbe potuto fondarsi solo sul rispetto della libertà dell'individuo, inteso come agente autonomo, spiritualmente capace di decidere della propria vita. Ma secondo Trentin, a partire dal dopoguerra l'economia aveva preso il sopravvento sul diritto, finendo per ledere la stessa autonomia degli individui. Da qui, nonostante la critica al marxismo e al sistema sovietico, l'idea di ispirarsi, per la rivoluzione socialista futura da promuovere in Occidente, a un "capitalismo di Stato" che regolasse il mondo economico. Beninteso lo Stato avrebbe dovuto essere organizzato in forma completamente diversa da quella sovietica, sul modello federalista, lasciando la proprietà privata all'individuo, in quanto garanzia di libertà. Per il resto, nello Stato futuro disegnato da Trentin, il cittadino avrebbe potuto intervenire in tutti gli ambiti dell'amministrazione e avere garantiti i pieni diritti civili e politici . La posizione di Trentin finiva cosi per apparire più radicale di quella di Rosselli: se ad esempio il programma di GL prevedeva una socializzazione parziale dei mezzi di produzione e l'indennizzo dei proprietari, Trentin riteneva inutile tale proposta e sosteneva una socializzazione totale delle grandi imprese.


I "Quaderni di GL" ospitarono poi in quegli anni altre discussioni di grande importanza (basti ricordare quelle sull'analisi del fascismo, sul totalitarismo, sull'eredità del Risorgimento) che videro l'intervento di figure non certo di secondo piano come Umberto Calosso, Nicola Chiaromonte, Aldo Garosci, Leone Ginzburg, Alberto Tarchiani, lo storico dell'arte Lionello Venturi e suo figlio Franco, allora ventenne e già studioso del Settecento francese, Gino Ludovico Luzzato, Angelo Tasca, tutti gravitanti, più o meno direttamente, nell'area di "Giustizia e Libertà ".

Di fronte al "Fascismo europeo": per una nuova "sintesi socialista"

Un momento di svolta nell'azione di GL fu rappresentato dalla fine della Concentrazione antifascista, su cui, tra le altre cose, incisero anche i fatti di Palais Bourbon del febbraio 1934, il tentativo cioè delle leghe di estrema destra di aggredire il Parlamento francese. Questi diedero la stura, ai comunisti e ai socialisti francesi e poi italiani, affinché si pervenisse il più presto possibile ad una politica comune contro il pericolo fascista. Il patto di unità tra PCI e PSI suonò infatti a Rosselli come una conferma della sue intuizioni precedenti sulla necessità dell'unità socialista. Un'unità che però GL voleva gestire politicamente, cercando di introdurvi i massimi elementi di rinnovamento. Per questo GL prese posizioni che, invece di facilitare l'unità, la resero più ardua e quindi portarono alla rottura della Concentrazione antifascista.


In passato non erano certo mancate polemiche tra GL e i socialisti, come aveva dimostrato il dibattito sulla guerra esploso all'interno della Concentrazione alla fine del '33. Con una certa lungimiranza, Rosselli pensava che la Germania nazista, insediatasi da poco, avrebbe incrinato per sempre il sistema di Locarno e che sua intenzione fosse di occupare un gran parte di territori in Europa. Da qui la sua convinzione sulla prossimità di una guerra mondiale, che vedendo le nazioni democratiche (Francia e Inghilterra) porsi contro la Germania, avrebbe certo favorito la rivoluzione antifascista. L'articolo provocò dure critiche da parte dei socialisti italiani, che difesero con orgoglio la loro identità pacifista, conservata durante la prima guerra mondiale (anche se a polemizzare fu Pietro Nenni, che allora era stato interventista a fianco di Mussolini), mentre lo stesso Trentin espresse un parere negativo, più realista nel valutare il disinteresse delle nazioni democratiche nell'organizzare una guerra alla Germania nazista, quando non una loro benevolenza nei suoi confronti.


Ma ciò che portò alla crisi definitiva della Concentrazione fu un articolo di Lussu, nel quale egli attaccò la tradizione socialista italiana considerando esaurita e nefasta, e affermando che l'unità socialista sarebbe stata possibile solo su basi nuove, quelle di GL. Nel 1934 venne intanto fondato il settimanale "Giustizia e Libertà ", strumento più consono ad una battaglia politica e in cui Rosselli (che firmò quasi sempre l'editoriale di apertura), intervenne sulle questioni di politica estera e dell'unità delle forze antifasciste. Da un punto di vista teorico, si assiste da questo momento ad una radicalizzazione delle posizioni di Rosselli. Egli recuperò infatti posizioni anarchiche nella valutazione dello Stato, ribadendo la totale opposizione di socialismo e di statalismo, rivide nello stesso tempo i propri giudizi negativi sulla Rivoluzione bolscevica. Pur ribadendo il carattere dittatoriale dell'URSS e affermando che l'Italia non poteva seguire la stessa strategia seguita nel '17 da Lenin, Rosselli riconosceva infatti l'importanza "mitica" della Rivoluzione e il suo stimolo per le lotte di liberazione in occidente.


Tali posizioni si fecero ancora più nette quando Rosselli si rese conto che il nazismo svolgeva un effetto propulsivo in Europa, e che la politica unitaria dei Fronti popolari perseguita dai partiti operai suonava vecchia e inefficace. Occorreva perciò un metodo di lotta che ponesse maggior cura alla costruzione di classi dirigenti, alla formazione delle élite, piuttosto che al lavoro di massa nelle fabbriche italiane propugnato da comunisti e socialisti. Per Rosselli, nei regimi totalitari tedesco e italiano, le masse erano ormai poste sotto un controllo cosi ferreo ed erano talmente ingrate nella struttura totalitaria, che su di esse non si poteva più fare affidamento. Da qui la necessità di adottare nuove tecniche di propaganda antifascista che facessero leva sui giovani intellettuali borghesi, i giovani " indifferenti " (secondo il titolo dell'opera prima di Alberto Moravia, letta con interesse da tutti i giellisti) accompagnando la critica del fascismo con la proposta di un diversa visone della società, da opporre subito a quella fascista.


Rosselli aveva infatti intuito che, con la guerra di Etiopia, il regime fascista era giunto al suo massimo di prestigio interno e di consenso. Per tutto il 1935 la polemica di Rosselli si svolse su questo piano, ora mostrando il carattere bellicoso del fascismo e del nazismo, ora rivendicando la necessità di opporrvi una rivoluzione socialista federalista in Italia e in Europa. L'azione rivoluzionaria doveva fondarsi per Rosselli sul partito rivoluzionario ma questo, ancorché organizzarsi come una élite ristretta di insurrezionalisti - secondo la proposta di Lussu - doveva piuttosto concepirsi "come una società microcosmica, con tutta la pluralità, intensità e ricchezza di motivi propri di una società libera e attiva".


Se Rosselli aveva criticato i Fronti popolari in Francia per il loro carattere ancora troppo marcato di cartelli di partiti parlamentari, li considerava tuttavia un'ottima invenzione laddove essi fungevano da macchine da battaglia, come in Spagna. Se i Fronti, da semplice alleanza tra partiti antifascisti, fossero stati in grado di trasformarsi in un'occasione perché le forze politiche stimolassero le masse all'azione, allora il principale problema che sembrava assillare Rosselli negli ultimi anni, quello dell'"apatia" delle masse, avrebbe trovato una sua prima risoluzione. Cosi stava avvenendo In Francia, dopo la vittoria di Blum, quando gli operai occuparono le grandi fabbriche: grazie al Fronte popolare in Francia "il movimento sta estendendosi a tutta la classe operaia francese. L'azione diretta precedo così l'azione parlamentare. Il fronte popolare s'afferma dal basso prima di governare dall'alto. Sono le masse ad indicare ai capi i primi obiettivi ". Ancora di più valse l'esperienza spagnola. Nell'agosto '36 Rosselli era infatti partito volontario per battersi accanto ai repubblicani spagnoli, e nella Spagna retta dal Fronte popolare, egli vide "un ordine nuovo [...] basato sulla libertà e la giustizia sociale. Nelle officine non comanda più il padrone, ma la collettività, attraverso i consigli di fabbrica e sindacati. Sui campi no trovate più il salariato costretto a un estenuate lavoro nell'interesse altrui. IL contadino è padrone della terra che lavora, sotto il controllo dei municipi. Negli uffici, gli impiegati, i tecnici non obbediscono più a una gerarchia di figli di papà, MA AD UNA NUOVA gerarchia FONDATA sulla capacità e libera scelta. Obbediscono, o meglio collaborano, perché nella Spagna rivoluzionaria, e soprattutto nella Catalogna libertaria, le più audaci conquiste sociali si fanno rispettando le personalità dell'uomo e l'autonomia dei gruppi umani. Comunismo sì, ma libertario. Socializzazione delle grandi industre e del grande commercio, ma non statolatria : la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio è concepita come mezzo per liberare l'uomo da tute le schiavitù".

Da qui, negli ultimi mesi di vita di Rosselli - venne infatti assassinato nel giugno 1937 assieme al fratello Nello da sicari della Cagoule, dietro ordine della polizia politica fascista - l'accentuarsi in lui del carattere classista della lotta antifascista, il cui baluardo era ormai diventato il proletariato di fabbrica, e la proposta di giungere in breve tempo ad una fusione di tutti i partiti antifascisti di carattere socialista (comunisti compresi). Anche negli ultimi anni, caratterizzati più dalla lotta che dalla riflessione, Rosselli non aveva tuttavia smesso di vedere in GL quella forze stimolatrici di idee nuove, che avrebbe dovuto contraddistinguerla nell'unità proletaria a venire. Egli ritornò dunque a proporre "la necessità di una nuova sintesi ", un socialismo in cui trovassero spazio gli stimoli migliori dell'anarchismo, del socialismo democratico e del comunismo:

" Nel socialismo vediamo la idea forza animatrice di tutto il movimento operaio, la sostanza di ogni reale democrazia, la religione del secolo. Nel comunismo la prima storica applicazione del socialismo, il mito (assai logorato purtroppo) ma soprattutto la più energica forza rivoluzionaria. Nel libertarismo l'elemento di utopia, di sogno, di prepotenze, anche se rozza e primitiva, religione della persona "

Il cambiamento della politica di Rosselli a partire dal '34 aveva prodotto un differenziarsi delle posizioni interne a GL, e il progressivo allontanamento di elementi come Salvemini, Caffi e, per ragioni diverse, lo stesso Lussu. Lo storico pugliese, che intanto non risiedeva più a Parigi ma negli Stati Uniti, non aveva apprezzato il progressivo radicalizzarsi in senso classista e socialista di GL. Lo scrittore italo-russo, se da un lato si trovò d'accordo con l'idea rosselliana di una nuova strategia antifascista, che facesse leva sui giovani, e se accolse con piacere la radicalizzazione in senso antistatalista di Rosselli - visto che l'Europa poteva esser salvata solo da "socializzazioni (eliminando lo Stato) senza spodestamenti spietati " - fu più volte in disaccordo con le scelte politiche di GL, a partire da giudizi via via più favorevole all'URSS, fino all'idea di elaborare un nuclei di rivoluzionari scelti (che a suo dire avrebbe provocato una frattura tra gli intellettuali e il popolo). Per Caffi infatti il "revisionismo" rosselliano nei confronti del socialismo era ancora troppo mitigato. Per battere il fascismo occorreva considerarlo come una malattia che aveva penetrato in profondità nel corpo della società europea a partire dalla fine del secolo precedente. Era perciò necessario un rinnovamento totale che facesse tabula rasa della politica fin lì attuata dal movimento operaio, viziata dal marxismo e dallo statalismo. Nell'epoca della burocratizzazione, che aveva prodotto il fascismo, occorreva costruire secondo Caffi una forza politica libertaria che recuperasse gli stimoli proudhoniani all'autogoverno.


Posizioni che non potevano essere più diverse da quelle di Trentin e di Lussu, che nello stesso tempo andavano avvicinandosi ai comunisti. Lussu aveva in qualche sorta anticipato il percorso di Rosselli. Fin dal '34 aveva invitato GL a collocarsi in senso classista, ad abbandonare le esperienze del socialismo riformista degli anni venti, che dai socialisti italiani di Turati a quelli tedeschi di Ebert ai laburisti di Mac Donald, erano a suo avviso crollati, per ingenuità o per opportunismo, di fronte al fascismo. Di conseguenza occorreva creare un socialismo nuovo, che guardasse da un lato all'esempio giacobino, dall'altro a quello bolscevico: Lussu indicava come maestri di questo nuovo socialismo Robespierre e Lenin. Se dopo la guerra di Etiopia del '35-'36 i giellisti avevano insistito sulla necessità di rivedere la tattica antifascista, Lussu si sforzò soprattutto di cercare una teoria dell'insurrezione, visto che per lui i problemi politici erano essenzialmente problemi militari - del resto il politico sardo, che era stato ufficiale durante la prima guerra mondale, fu sempre propenso a guardare i problemi politici da un punto di vista bellico.


Quanto a Trentin, a partire dal '34 abbandonò le precedenti riserve nei confronti del marxismo, e iniziò a rendere omaggio alle previsioni del materialismo storico, individuando nel proletariato di fabbrica la sola forza che avrebbe potuto attuare la rivoluzione antifascista in Italia; una rivoluzione che aveva come obiettivo un sorta di collettivismo federalista (non a caso Trentin era il più filo-sovietico dei giellisti ). Dopo la morte di Rosselli, Trentin si fece sostenitore di una unità socialista, che portasse alla costituzione di un nuovo partito, aderente, sia pure su basi autonome, alla Terza Internazionale. Vi è come una sorta di discrasia tra le prese di posizione politiche di Trentin e i suoi scritti di teoria giudica, che egli continuò a pubblicare in quegli anni. Se dal punto di vista politico Trentin proponeva una strategia assai simile a quella comunista (solo durante la resistenza, pur non mutando gli assunti, egli tese maggiormente a distinguersi dal PCI ) negli scritti teorici, e in particolare ne La crise du droit et de l'Etat e in Stato nazione federalismo, andò gettando le basi per un federalismo socialista, collocando al centro le autonomie locali, in cui la libertà dell'individuo era intesa come partecipazione alle attività economiche, politiche e amministrative. Il socialismo liberale di Trentin era dunque maggiormente presente negli scritti teorici che in quelli politici. Per spiegare questo iato, occorre tenere presente che la cultura giuridica di Trentin lo portò a porre particolare attenzione a quella che egli chiamò "crisi del diritto", le cui tradizioni erano state vanificate dall'avvento dei monopoli capitalistici e dal fascismo. Da qui la convinzione che solo una rivoluzione anticapitalista potesse restaurare i diritti dell'individuo e al contempo le prerogative di uno Stato liberale, finendo tuttavia per sottovalutare in maniera clamorosa il ruolo dell'URSS e il suo regime sociale. La formazione crociana di Trentin lo portò inoltre ad elaborare delle nozioni di libertà e di autonomia assai astratte, e ciò gli impedì di vedere come le misure di radicale socializzazione da lui proposte potessero attentare alle libertà e all'automia concreta degli individui.


Con la morte di Rosselli, il movimento di GL subì un duro colpo, non tanto da un punto di vista organizzativo, quanto perché era venuta meno, con lui, quella figura carismatica di catalizzatore che poteva sintetizzare posizioni assai diverse, dal neo-proudhonismo di Caffi al socialismo giacobino di Lussu al "comunismo liberale " di Trentin. Furono però il patto Ribbentrop-Molotov e l'esplodere della guerra a scombinare definitivamente le file di GL. Caffi infatti partecipò al Congresso di Tolosa del PSI nel 1941, sostenendo quella corrente (che fu però minoritaria) ostile all'accordo con i comunisti. Lussu era invece convinto della necessità del fronte unico, nonostante il patto nazi-sovetico, mentre Trentin organizzò la resistenza in Francia con il gruppo Libérer et fédérer. Dopo l'8 settembre 1943 e il ritorno alla vita politica, Trentin e poi Lussu fecero ritorno in Italia, dove entrarono nella Resistenza sotto le insegne del Partito d'Azione, che raccolse alcuni degli stimoli giellisti, ma non il carattere socialista che negli ultimi anni il movimento si era dato. Il Partito d'azione non seppe però introdurre nell'unità antifascista e nel CLN i suoi elementi rinnovatori, e, finita la guerra, dopo un deludente risultato alle elezioni, si sciolse, provocando una diaspora degli ex-giellisti: alcuni finirono nel PSI (come Lussu, Foa, Carlo Levi, Cianca), altri costituirono il partito repubblicano, mentre Trentin era morto nel 1944 e Caffi era rimasto in Francia, da dove, dopo la guerra, continuò a collaborare con i socialisti italiani antifrontisti, e poi con la stampa del PSLI di Saragat.


prosegue


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