Madre Coraggio "Non sono una vinta"

I ricordi di famiglia e le tragedie dei figli «caduti per la patria» e uccisi dal fascismo: esce l’autobiografia drammatica, dal 1870 al 1927, di un’autrice dimenticata

AMELIA ROSSELLI Le memorie di Madre Coraggio

di SERENA ZOLI


E’ stata la prima donna in Italia a scrivere per il teatro ottenendo subito, sul finire dell’Ottocento, un «successo strepitoso», prima con Anima , poi con Illusione (e se i titoli fan sorridere tanto sono tipici dell’epoca, per nulla convenzionali, anzi quanto mai moderni e intellettualmente audaci sono i contenuti), seguite da altre opere e un’ampia pubblicistica di respiro internazionale. Però nessuna storia letteraria ne serba traccia. Di questo si duole, soprattutto, la curatrice delle sue Memorie che escono oggi, integralmente, per la prima volta: restituirle l’identità e l’onore di «autrice autonoma» è il pregevole intento, più volte sottolineato, di Marina Calloni, che all’impresa di ricucire gli scritti autobiografici e darli alla stampa s’è dedicata per lunghi anni con competenza pari alla passione. Fatica in gran parte vana. Quando una è la madre di Carlo e Nello Rosselli, trucidati da sicari fascisti in Francia nel ’37 - e pure di Aldo, il primogenito, caduto anch’esso «per la patria» nella Grande Guerra - non può sfuggire all’esser nota e «concepita come "la madre" di...». È vero, Amelia Rosselli è un’ottima scrittrice, come s’evince anche dalle memorie, ma lei stessa in una lettera a un’amica nel ’38 riconosce questa ineluttabilità, e anzi la vuole: «Mi sembra un assurdo sacrilegio parlare di me , in un momento come questo», quando una tempesta tremenda sembra travolgere ogni ideale e «lasciare ritte sull’orlo dell’abisso soltanto le figure - sempre più giganteggianti - di chi già pagò con la vita la fede a quelle alte idealità». E prosegue: «Tra queste immense figure ci sono quelle dei miei figli: e io non sono più niente, se non la loro mamma». 
Non è ancora mamma, o per lo meno non ha ancora perso i due figli minori quando scrive (pare nei primi anni ’30) la prima parte, da lei intitolata Balconi sul Canal Grande : qui racconta la sua infanzia veneziana (era nata nel 1870) e qui emerge la sua bravura di scrittrice di teatro. Il racconto procede molto per dialoghi diretti (spesso in veneziano), le scene si succedono come su un palcoscenico, le figure entrano ed escono come da quinte. E lei, Amelia, si descrive bimba birichina quanto tenera e descrive parenti, domestici, vicini di casa, conoscenti con grande vivacità e pure grande divertimento. È la parte più «teatrale» in senso tecnico delle Memorie , e pure la più disimpegnata. 
Già qui, però, le alte idealità ci sono, e prepotenti: il Risorgimento è vicino, c’è ancora chi ha partecipato al tragico e glorioso assedio di Venezia da parte degli austriaci del 1849, quello - come ricorda la Rosselli stessa - de «...il morbo infuria, il pan ci manca...». Lei, nata Pincherle, appartiene a una famiglia della buona società ebraica, di tradizione patriottica e repubblicana. Italiani e basta. E ferventi italiani. «L’orgoglio della nostra italianità... lo imparammo presto, noi giovani d’allora: ma quello di essere ebrei non lo imparammo mai». Solo più tardi, ben più tardi, per le persecuzioni nazi-fasciste, «sono stata costretta, attraverso un lungo e doloroso processo mentale, ad ammettere l’esistenza del problema ebraico». 
Stesso ambiente da parte del marito, il musicista Joe Rosselli, imparentato con i Nathan - sempre ebrei - di Londra che protessero Mazzini nell’esilio. 
Ma del matrimonio Amelia non dice. Il secondo pezzo delle sue memorie (scritto, pare, dopo il terzo, fra il 1943 e ’44, nell’esilio che fu prima svizzero e poi americano) parte da quando lei si stabilisce a Firenze, nel 1903, «già sola con i miei tre bambini» di 8, 4 e 3 anni. Si è dovuta separare legalmente dal marito, dopo dieci anni di felice matrimonio passati in gran parte a Vienna. Non dice il motivo: da una nota si apprende di una relazione del marito con un’altra donna. Forse ci fu altro, ma lei tace. Accenna solo, con discrezione e dolore. In questa parte, A Firenze , Amelia si dedica soprattutto a rievocare la figura di Aldo e l’infanzia di Carlo e Nello. E i propri metodi educativi: madre tenerissima, ma i riferimenti sono il dovere da compiere, l’allenarsi ad aver forza di volontà, il disinteresse... Nessuna sorpresa per noi, che leggiamo, che poi Carlo riveli (e lei pare quasi sorprendersene, quasi in soggezione) «un senso della vita così alto e austero» da parer religioso. E Nello non sia da meno, pur nel temperamento più portato allo studio che all’azione. 
Non mollare , il titolo della rivista (presto soppressa) fondata poi dai due giovani, sarà un’idea di Nello, rivela la madre. E spiega: non cedere, resistere stando fermi, a testa alta, è il modo dell’antifascismo del minore dei Rosselli; fare, fare, agire è la modalità dell’altro, una diversità che Amelia coglie e descrive sin dall’infanzia dei due con finezza psicologica e nessun sentimentalismo «da madre». 
Una madre che, pur tremando, mai dice ai figli di recedere, di lasciar correre dinanzi alle violenze fasciste. Specie nella terza parte ( La casa devastata , scritta forse nel 1940), dedicata alle figure adulte e all’inizio della militanza di Carlo e Nello, risalta questa sua figura di grande educatrice. Viene in mente la madre dei Gracchi: «ecco i miei gioielli». Ma lei lo dichiara, lo descrive quando li ha già persi, quando la sua tragedia di madre s’è compiuta interamente. Ha il cuore distrutto, ma lo dice, lo scrive in piedi. 
«Lama d’acciaio in una guaina di velluto», «volontà di ferro in un involucro quasi diafano e trasparente», «grazia femminile su sottile sovrastruttura d’acciaio» la descrissero gli amici, tra cui Carlo Levi e Piero Calamandrei. Purtroppo lo scritto si ferma al ’27, con Nello che parte per il confino a Ustica (senz’alcuna imputazione) e alla vigilia del «glorioso processo» di Savona a Carlo (con Parri). Ma tanto basta in certi punti a dare i brividi e commuovere: senza che Amelia Rosselli (rientrerà in Italia nel ’46 e morirà nel ’54) si conceda mai a effetti retorici, a proclami, e men che mai ad autocommiserazioni. Fa cronaca perché vuole fare Storia, dunque scrive con rigore e dirittura di stile. Ma i fatti, e come è fatta lei, si impongono alla coscienza di chi legge. In un’«Italia dove si ride di tutto, anche nei momenti più dolorosi, il che eccita a sopportare ogni vergogna», l’Italia sua di ieri ma anche di oggi, di sempre forse, è lecito concludere suggerendo questo libro, così ben scritto e avvincente, come lettura per le scuole? 


Il libro: «Memorie» di Amelia Rosselli, il Mulino, pp. 288, lire 35.000, euro 18,08. La curatrice Marina Calloni ha integrato il racconto autobiografico con la ricostruzione degli anni 1927-54.



«A Margherita Sarfatti, l’amante del Duce, avrei voluto dire: io non sono una vinta»


Pubblichiamo un brano dalle «Memorie» in cui Amelia Rosselli, alla stazione di Milano, rivede Margherita Sarfatti, figlia di amici veneziani e poi frequentatrice del suo salotto prima del fascismo. 
«Vidi una piccola folla di gente davanti allo scompartimento attiguo, che faceva corona intorno a una figura femminile, con accenti e gesti di commiato ossequiosi. Era Margherita Sarfatti, allora nel pieno fulgore della sua carriera politica e... sentimentale. Non potei fare a meno di fare un rapido raffronto fra questi due destini - il mio e il suo - così diversi (...). Ella circondata e ossequiata da quella turba di gente che aspettava, o aveva ricevuto da lei quanto la sua altissima influenza poteva aver dato o avrebbe concesso: io madre di un prigioniero politico, di un criminale , tenuto alla larga in quei giorni da tutti, che non fossero gli amici più intimi, per paura di essere compromessi, che avevo preso quel treno per andare a far la mia prima visita a mio figlio in carcere: quel medesimo treno che ella pure prendeva, per avviarsi a qualche trionfale ricevimento in suo onore. Qualcuno accanto a lei le bisbigliò qualcosa sommessamente: doveva essere qualcuno che mi conosceva, forse, di vista. Margherita Sarfatti volse rapidamente il capo e mi guardò. I nostri sguardi s’incrociarono. Non ci salutammo. Ella poi salì rapidamente nello scompartimento, il treno si mosse, si partì, fra l’ossequioso salutare della piccola folla. Ero come ossessionata da quella vicinanza. Mi prendeva un desiderio puerile di alzarmi, di passare nello scompartimento attiguo, di fermarmi davanti a lei, e dirle: «Ebbene, pensi ch’io oggi sia una vinta della vita? Una fallita? Apparentemente sì. Ma interiormente sono più grande io di te...». 
Così è la vita. Così sono i destini, a fianco a fianco in uno stesso treno che va, che fugge verso mete così diverse e opposte per ognuno che c’è dentro .

Corriere della Sera
11 dicembre 2001


Molti eredi,non tutti legittimi

di NICOLA TRANFAGLIA



Carlo Rosselli fu sempre consapevole degli stretti legami tra la sua riflessione e i problemi politici del tempo, quelli dell'Italia e dell'Europa in particolare. Ma è curioso (e per certi versi frutto dell'anomalia italiana) che oggi lo ricordino proprio gli eredi diretti del Pci, cioè di quel partito che fu all'inizio tra i più feroci avversari di "Giustizia e Libertà" e durante gli anni Trenta intrattenne con Rosselli un rapporto difficile, anche se non privo di scambi e, dopo il 1935, di aperta seppur ardua collaborazione di fronte all'espansione europea dei fascismi. Se questo avviene, è perché alla fine di un secolo definito della paura, dell'odio e degli estremi, gli eredi diretti di Rosselli e del suo "socialismo liberale", non sono oggi parte di un partito che prosegua il cammino del Partito d'Azione, ma sono sparsi in tutto lo schieramento politico attuale, con un particolare, naturale addensamento in quello di centro-sinistra, tra gli eredi del socialismo democratico e quelli del post-comunismo, sfociato all'inizio degli anni Novanta con una svolta ancora incompleta nel Partito dei democratici di sinistra.
Guardando il programma del seminario, che privilegia gli aspetti più direttamente politici su quelli che potremmo definire i contenuti storico-politici, vengono in mente considerazioni tra di loro diverse. La prima è positiva da parte di chi, come l'autore di queste note, vide già trent'anni fa l'importanza centrale del pensiero di Rosselli non tanto nel portare in Italia dall'amata Inghilterra l'espressione "socialismo liberale" quanto nel cogliere la necessità di rifondare il socialismo italiano, superando definitivamente il marxismo.
Ci sono nella riflessione di Rosselli una critica ancor oggi penetrante agli errori del movimento socialista italiano, un'apertura così forte ai bisogni delle classi medie e degli intellettuali come delle masse contadine e operaie che il partito erede dei comunisti italiani potrà trovare proprio in quell'esperienza gli strumenti per costruirsi una nuova identità democratica, in grado di sostituire a poco a poco quella ormai sbiadita e contraddittoria della fase berlingueriana.
La "svolta" della Bolognina ha ormai dieci anni e resta assai poco tempo per dargli un contenuto serio che vada oltre le dichiarazioni contingenti di fronte all'uno o all'altro avvenimento. Per costruire un'identità moderna e coerente con i tempi e con la migliore tradizione democratica, un partito lontano dal modello leninista e gramsciano, un gruppo dirigente che faccia del socialismo democratico e del pensiero di uomini come Rosselli il suo credo profondo.
Ci riusciranno gli attuali dirigenti del nuovo partito? Non posso che augurarmelo per il bene del paese. Ma sarei più tranquillo se quei dirigenti, quando ricordano Rosselli e il suo pensiero (lo stesso discorso varrebbe per Turati o per Gramsci) accettassero di confrontarsi ad armi pari con chi quelle personalità le ha studiate e interpretate a lungo con quell'autonomia dalla politica che il mestiere della ricerca abitua a mantenere.
I rapporti tra cultura e politica sono stati nel nostro paese troppo di frequente anche a sinistra contrassegnati dalla sudditanza dell'una all'altra. Perché quei rapporti siano utili e fecondi (il che è possibile) è necessario, invece, che la comunicazione ci sia ma attraverso uno scambio libero e paritario.

La Repubblica
25 febbraio 1999


UNA SCELTA DI CAMPO NECESSARIA. CARLO ROSSELLI E GL DI FRONTE A HITLER E ALL'ESPANSIONE DEI FASCISMI*

 

Nicola Tranfaglia

1. Che cosa significa la vittoria di Hitler. Uno degli effetti piú devastanti sulla memoria collettiva delle nuove generazioni è costituito non soltanto in Italia, ma nel nostro paese con alcune indubbie accentuazioni e peculiarità, dall'uso costante e disinvolto che i grandi mezzi di comunicazione praticano del passato recente estraendo da esso miti e affermazioni che, grazie a quest'uso superficiale, mutano di significato e rischiano di apparire banali o pure pezze d'appoggio per battaglie e prese di posizione legate agli avvenimenti di oggi.

Ad operazioni mistificatorie di questo genere non sono sfuggite negli ultimi anni neppure le vicende drammatiche dell'Europa negli anni Trenta, dal dispiegarsi della grande crisi all'avvento al potere di Hitler e del nazionalsocialismo in Germania e all'avviarsi di quel processo che attraverso l'aggressione fascista all'Etiopia e la guerra civile in Spagna, pone le premesse indispensabili di un secondo conflitto a carattere europeo e mondiale(1).

Sicché oggi non è facile cercare di ricostruire, con fedeltà agli avvenimenti e ai protagonisti, un episodio come quello dell'atteggiamento tenuto a Parigi - e in Italia - da un movimento molto attivo ma fatto di poche centinaia di persone sparse in vari paesi quale fu Giustizia e libertà, che pure aveva avuto negli anni precedenti, per un accordo interno alla Concentrazione antifascista, il compito pressoché esclusivo dell'azione in Italia da parte dei gruppi repubblicani e socialisti ricostituisi in esilio alla metà degli anni Venti dopo il consolidamento della dittatura mussoliniana. A differenza di quello che molte volte si è scritto, quel movimento se ebbe in Carlo Rosselli, fuggito dal confino di Lipari nel '29, un leader politico indiscusso, registrò anche, in maniera pressoché costante, una discussione animata sui problemi principali del "che fare" in quegli anni e, in particolare, ospitò un lungo dibattito di notevole interesse sui due aspetti strettamente legati della situazione europea. Da una parte, l'europeizzazione del fenomeno fascista non piú presente - notò Rosselli sui "Quaderni di Giustizia e libertà" - in una provincia dell'impero avendo ormai attraversato le Alpi, conquistato la Germania ed essendo destinato fatalmente a conquistare anche l'Austria; dall'altra, il significato della dittatura staliniana nell'Unione Sovietica e la conseguente necessità di darne una valutazione - come dire? - non solo teorica e dottrinale ma politica e pratica: ci si potrà alleare oppure no a Mosca e ai partiti comunisti nella lotta per fermare e abbattere i fascismi?(2)

Alla base del duplice interrogativo c'è nel leader giellista la certezza del nesso strettissimo tra l'espansione dei fascismi e la preparazione della guerra: non soltanto di scontri locali, di nuove imprese coloniali ma di un conflitto tale da mandare in frantumi l'assetto che i trattati di Versailles hanno dato da poco piú di dieci anni al continente europeo. L'analisi compiuta da Rosselli sul settimo numero dei "Quaderni" merita di essere ricordata nei suoi tratti essenziali perché contiene, accanto al grido profetico sulla "guerra che verrà", osservazioni penetranti su altri aspetti importanti della vittoria hitleriana.

Ad esser sintetici, si deve sottolineare anzitutto il giudizio di fondo su quella vittoria: il fascismo tedesco appare al fiorentino non un creatore di un mondo nuovo ma "un tremendo seppellitore di mondi, di miti, di uomini".

 

La sua storica funzione - osserva - sembra consista nel rivelarci, per la sua stessa brutalità e inconsistenza, la precarietà, il fracidume delle fondamenta sulle quali abbiamo insistito finora. E poiché i popoli debbono vivere, esso riempie lo iato tra il vecchio mondo agonizzante e il mondo nuovo non ancora capace di sorgere con la sua dittatura di ferro e di sangue.

Basteranno pochi anni per rivelare a Rosselli che la dittatura nazionalsocialista, oltre ad avere ambizioni millenarie, era in grado di usare proprio il ferro e il sangue per realizzare i suoi progetti di espansione e di dominio mondiale ma resta, mi pare, la sostanziale esattezza di un giudizio che coglie nella stabilizzazione fascista una fase destinata a durare soltanto due decenni e a costituire con ogni probabilità una fase per cosí dire intermedia sulla strada della società industriale di massa(3).

In quel saggio il leader giellista, tuttavia, tocca altri tre punti significativi anche perché pressoché assenti in altre analisi coeve.

Il primo è la previsione del rapporto che tenderà ad instaurarsi tra i due fascismi, quello italiano e quello tedesco: sarà un rapporto, dice Rosselli, di fatale subalternità di Mussolini rispetto a Hitler, dei fascisti rispetto ai nazionalsocialisti perché la rivoluzione delle camicie brune "comincia proprio laddove il fascismo, tanto penosamente, era arrivato [...] La Prussia, la vecchia Prussia di Treischke, rivendica con gran clamore la paternità dello Stato etico, dello Stato poliziotto e corporativo [...]".

Il secondo è l'amara constatazione dell'impotenza e del cedimento alla valanga nazista da parte di chi avrebbe dovuto contrastarlo: "sindacati, partiti, storiche autonomie, sono spariti d'incanto a un cenno delrégisseur. Anche lo scientifico partito della rivoluzione scientifica, il comunista che cerca consolazioni attribuendo a Hitler il ruolo di Kerensky, ha ceduto le armi senza combattere [...]".

Il terzo, per molti aspetti il piú importante, è la persuasione che l'esito fascista sia dovuto innanzitutto a una crisi di civiltà: "Crisi di ideali, crisi morale, di cui il fascismo è il risultato. Il fascismo è la democrazia ridotta a pura forma, il socialismo a pura economia, la libertà a semplice strumento".

Nasce da queste considerazioni la necessità di una strategia nuova che Rosselli incomincia a formulare scindendo nettamente la propria diagnosi da quella marxista che attribuisce la sconfitta della democrazia liberale all'intensificarsi delle crisi che preluderebbero al crollo della società capitalistica. Il fiorentino è assai netto su questo aspetto: "La malattia che urge curare - scrive - o diagnostici o necrofori del capitalismo, non è quella della società capitalistica, ma della società pura e semplice". Di qui l'esigenza di riformare a fondo le basi del movimento antifascista, di identificare nei fascismi l'Antieuropa, di porre sul piano continentale la lotta contro i dittatori che stanno conquistando l'intero continente(4).

 

2. Il fascismo come "crisi di civiltà" e "sprofondamento sociale". Ma, a questo punto, piuttosto che seguire analiticamente l'evoluzione del pensiero di Carlo Rosselli, già fatta in altra sede, vale la pena, per rispondere ai due interrogativi posti all'inizio, ricostruire il dibattito interno al movimento che affronta nei due anni seguiti alla vittoria di Hitler sia il problema costituito dall'espansione fascista europea sia quello che si lega alla dittatura di Stalin(5).

Nell'impossibilità di un esame esauriente di quel dibattito che registra interventi di esuli a Parigi come Andrea Caffi, Angelo Tasca, Lionello Venturi e suo figlio Franco, Guido L. Luzzatto, ma anche lettere e scritti dall'Italia come quello importante di Nicola Chiaromonte che si preparava ad uscire dal paese, mi pare valga la pena mettere in luce le differenze e gli accenti comuni che emergono da saggi e articoli pubblicati in parte sui "Quaderni", in parte sul settimanale "Giustizia e libertà" apparso a Parigi nel 1934, all'indomani dello scioglimento della Concentrazione antifascista e inviato in alcune centinaia di copie anche in Italia attraverso corrieri non di rado arrestati dall'Ovra (sicché una collezione assai ricca di quelle pubblicazioni in carta da riso, sequestrate dalla polizia politica, è oggi custodita all'Archivio centrale dello Stato).

Il dato culturale comune è costituito - se non ho visto male - da quell'elemento di "crisi di civiltà e crisi morale" messo in luce da Rosselli nel suo saggio del giugno 1933 e sviluppato poi in maniere diverse ma convergenti da quasi tutti i protagonisti della discussione. Andrea Caffi, ad esempio, che ha vissuto direttamente la rivoluzione d'ottobre in Russia e ha per cosí dire provato sulla sua pelle le conseguenze degli sconvolgimenti seguiti nei maggiori paesi al conflitto mondiale, segnala fin dal settembre 1932 sui "Quaderni" (n. 4) le peculiarità del fenomeno nazista che non possono spiegarsi semplicemente con le categorie della lotta di classe. L'esule sottolinea, invece, la coesistenza nel movimento hitleriano delle mitologie irrazionalistiche e dell'esaltazione della tecnica e della moderna civiltà delle macchine. Da parte sua Angelo Tasca, nel giugno 1933, sostiene (e a ragione) che le vicende tedesche liquidano definitivamente la tesi propria della III Internazionale in base alla quale le crisi economiche innescano, in maniera automatica, un processo rivoluzionario e nota che sono i disoccupati piuttosto che gli operai dell'industria a ingrossare le fila del nazionalsocialismo. Tra i seguaci del führer - sottolinea l'ex comunista accostatosi ormai ai socialisti - si trovano "giovani operai resi feroci dalla miseria e che, dopo disperate ricerche di lavoro, avevano finalmente trovato un uomo che procurava loro l'alloggio, il vitto, un po' di spiccioli e per giunta un ideale "nazionale""(6).

Ma è Nicola Chiaromonte che sviluppa con maggiore originalità (in maniera che però di fatto contrasta con i giudizi di Rosselli) il discorso sulla crisi europea di cui il nazionalsocialismo, visto come il fascismo tedesco, è l'espressione storica. In un lungo saggio pieno di intuizioni (e intitolato efficacemente La morte si chiama fascismo, nel n. 12 dei "Quaderni"), lo scrittore lucano - che nel 1935 con Caffi, Renzo Giua e Mario Levi uscí dal movimento per dissensi in parte dottrinali, in parte potremmo dire caratteriali ed esistenziali - afferma che il nazionalsocialismo rappresenta "la disgregazione morale, sociale, politica ed economica dell'Europa dal '14 in poi" e "l'espressione centrale della decadenza e corruzione del mondo in cui viviamo in tutti i suoi piú diversi aspetti, nella morale, nella cultura, nella libertà, come nell'economia della vita politica". Ma, subito dopo, precisa in che senso i fascismi italiano e tedesco sono "le forme piú perfette della tirannide moderna", sottolineando due aspetti strettamente legati tra loro. Innanzitutto la scomposizione delle classi sociali che si è realizzata in Europa nei primi due decenni del secolo:

"non si capisce il fascismo - osserva - se non ci si rende conto che l'industrialismo e lo Stato moderno hanno riprodotto una plebe informe e inerte, non solidale con nessuna classe e con nessun interesse definito, proveniente da tutte le classi e da tutti gli ordini, il cui carattere è il carattere di tutte le plebi: la passività, ma il cui destino è il destino di tutte le plebi: fornire un'enorme riserva di energie per il popolo di domani."

Chiaromonte non parla dunque né di sottoproletariato come fanno i comunisti né di piccola borghesia come ha fatto Salvemini, ma di "plebe" intendendo probabilmente gli spostati di ogni classe, i disoccupati, quelli colpiti dall'inflazione e dalla paura del futuro. Quindi, identifica la contraddizione dei fascismi nel fatto di "annientare le strutture barcollanti della vecchia società per impedire che nasca la nuova". Non nega nel saggio il carattere rivoluzionario (nel senso obiettivo e non valutativo del termine) ai movimenti fascisti, ma sottolinea subito dopo quell'incapacità di creare e di costruire che già aveva richiamato Rosselli, la tendenza reazionaria di fermare il tempo, di opporsi alla nascita di una società nuova chiamata a sostituire la vecchia ormai crollata. Di qui, secondo Chiaromonte, nasce anche l'inevitabile preparazione della guerra che appare l'altra faccia dei fascismi, il complemento essenziale alla costruzione di società guerriere e repressive(7).

Ritornando a distanza di oltre due anni sul problema fascismo, da parte sua, Carlo Rosselli ne parla come di un vero e proprio "sprofondamento sociale" e sente il bisogno di sottolineare, usando accenti non lontani da quelli del saggio di Chiaromonte, che la crisi europea ha determinato "un'incrinatura longitudinale nuova di tutte le classi, uno schieramento tendenzialmente nuovo, in cui il fuoriclasse prende un carattere inaspettato, dinamico e imprevedibile". E lo stesso Caffi, in un intervento apparso sul settimanale "Giustizia e libertà" il 10 luglio 1934, all'indomani dell'eliminazione della sinistra strasseriana da parte di Hitler, mette in luce tra le ragioni della vittoria fascista la richiesta di partecipazione maturata con la guerra a cui le democrazie liberali non hanno dato risposta e l'"attivismo sovversivo" delle nuove generazioni di fronte al crollo di valori ormai screditati.

Emerge, insomma, pur con sfumature differenti, un'interpretazione del movimento giellista che insiste sulla crisi morale e di civiltà e, di conseguenza, sulla relativa importanza dei fattori di classe nel momento di ascesa dei fascismi o meglio sull'impossibilità di applicare ad essi una concezione rigida della storia legata alla lotta di classe e alla vittoria della borghesia, secondo le ricette della III Internazionale. Il che non toglie - soprattutto in Rosselli, meno nei giovani "novatori" nei quali ha gran peso una salda formazione letteraria - la consapevolezza del blocco sociale che si costituisce in Italia e in Germania intorno ai dittatori fascisti e che connota apertamente in maniera classista il dominio fascista(8).

 

3. Rivoluzione russa e dittatura staliniana. Ma l'aspetto piú interessante dei "Quaderni" e del primo anno del settimanale cosí come dei discorsi e degli scritti legati all'attività politica quotidiana, delle prese di posizione di Rosselli e del movimento giellista è costituito dai giudizi dati sull'Unione Sovietica, sul regime instaurato da Stalin e quindi sulle possibilità o meno di alleanza e di lotta insieme contro il pericolo fascista.

Qui si avverte una divaricazione abbastanza netta tra unleader come Rosselli (per non parlare di Silvio Trentin che inizia allora la sua marcia verso una posizione sempre piú vicina, anche se critica su alcuni aspetti, al movimento comunista) e altri esponenti di Gl, o almeno vicini alla sua linea, che disegnano del regime staliniano un ritratto assai negativo ma somigliante a quello che dovranno tracciare gli storici alla fine dell'esperienza sovietica.

È Andrea Caffi, che conosce piú e meglio degli altri la realtà sovietica, a scrivere già sul secondo numero dei "Quaderni" (marzo 1932) un lungo articolo sulla rivoluzione russa, che Rosselli pubblica prendendo nettamente le distanze giacché lo scritto appare come appendice al fascicolo con il titolo Opinioni sulla rivoluzione russa. Al di là del discorso circostanziato che Caffi propone, importa notare l'interpretazione del regime staliniano come vera e propria negazione dell'umanesimo socialista e le affinità evidenti che l'autore individua tra quel fenomeno e altri "mostruosi parti della nostra epoca" come i fascismi(9).

Da questa prima intuizione partono i successivi interventi che trovano in Lionello Venturi, insigne storico dell'arte costretto a lasciare l'insegnamento universitario per non giurare fedeltà al regime, l'espressione piú chiara e distante, se non dalle posizioni teoriche di Rosselli, almeno da quelle che saranno le sue conclusioni pratiche. Di Lionello Venturi (che firma La Forest) è un tentativo di comparazione tra le dittature del XX secolo, fatto all'indomani di un viaggio in Germania e in Russia, che appare nel gennaio 1935, nell'ultimo numero, il 12, dei "Quaderni". Rosselli lo pubblica, come era stato per l'articolo citato di Caffi sulla Russia, in una rubrica di documenti per segnalare ai lettori che la responsabilità delle tesi è dell'autore piuttosto che della rivista o del movimento giellista e vi aggiunge una significativa postilla.

Ridotta all'osso la tesi di Venturi consiste nell'affermare che, malgrado alcune indubbie differenze, c'è una sostanziale unità della dittatura fascista, di quella nazionalsocialista e di quella staliniana: caratteri comuni delle tre dittature, che segnano "l'assassinio dell'intelligenza", sono l'instaurazione di un sistema di controllo totalitario di tutte le manifestazioni, individuali o collettive della libera creatività umana e la repressione feroce di ogni fermento culturale che esca dai confini di una rigida ortodossia di regime.

"Antiumane - scrive lo storico dell'arte - dunque le condizioni di vita pratica e teorica, sia in Germania sia in Russia sia in Italia. Che cosa m'importa che Stalin ostenti i principi di Marx, o Mussolini si faccia sgabello del papa e del re, o Hitler predichi la crociata della stirpe germanica? L'effetto è uguale dovunque: lo sfruttamento della generalità della nazione da parte di pochi che si fanno strumenti al potere e il piegamento dello spirito alla viltà della propaganda o della rassegnazione."

Venturi sottolinea lo sforzo straordinario che si registra nell'Urss nel settore dell'istruzione come in quello dell'industrializzazione ma non ritiene, a ragione del resto, che l'uno e l'altro aspetto cancellino l'oppressione di una ristretta oligarchia di partito intenta a controllare i sudditi dalla culla alla tomba.

La postilla di Rosselli che, ricordando sul settimanale di Gl il 9 novembre 1934 l'anniversario della rivoluzione russa, aveva già espresso un giudizio severo sulla dittatura ("nel migliore dei casi bisogna ammettere che si è ancora molto lontani dal socialismo in Russia"), non mette in dubbio la fondatezza dei giudizi di Venturi che "ha afferrato molto bene le analogie di natura formale, le quali consistono molto precisamente nel funzionamento barbaro dei meccanismi di potere" e riconosce che "la dittatura di Stalin è altrettanto, e piú, spietata delle dittature fasciste", ma contesta il fatto che "è un errore di logica e di fatto parlare della Russia dal punto di vista di Stalin".

"Quello che si deve fare - conclude il leader giellista - è parlare di Stalin dal punto di vista della Russia cioè opporre al dittatore la materia oppressa: la qualità, la natura, le forze attive della realtà russa di oggi [...] Che, nell'ottobre del '17, il popolo russo abbia fatto fisicamente irruzione sulla scena, e che sia oggi lui a fare la Russia, è una realtà capitale. Tanto piú capitale, in quanto è soltanto in nome e dal punto di vista di questo popolo, temprato e rifatto da vent'anni di scosse e di tensioni, che si può condannare e combattere la dittatura dei "bonzi" bolscevichi. Malgrado Termidoro e Bonaparte, la Rivoluzione Francese ha continuato a fare la Francia."

 

La presa di posizione di Rosselli, che si interroga piú volte nel biennio che segue alla vittoria di Hitler (e negli anni successivi fino alla precoce scomparsa) sull'avvenire della rivoluzione russa e sull'evoluzione-involuzione del regime sovietico, risente in maniera determinante di due fattori centrali nella sua strategia politica e tra loro connessi: in primo luogo, il significato storico della rivoluzione del '17 per il popolo russo e per l'Europa piú importante, a suo avviso, degli sviluppi negativi (ma contingenti) della dittatura staliniana, una valutazione che accomuna in quel momento non soltanto il movimento comunista ma tutte le correnti socialiste; quindi, l'espansione dei fascismi nel continente e il contrasto che è nelle cose e si manifesta ogni giorno tra il regime sovietico e le dittature tedesca e italiana che perseguitano anzitutto i comunisti dell'Internazionale. Sono questi due elementi che condizionano il giudizio di Rosselli e lo portano a sperare comunque nell'evoluzione democratica della rivoluzione russa e a guardare all'Urss come a un alleato necessario per battere Hitler e Mussolini. Ma non c'è dubbio che la postilla del fiorentino all'analisi di Venturi nasconde una certa difficoltà, una sorta di ambivalenza che è abbastanza evidente negli scritti rosselliani di questo periodo.

Due anni dopo, mentre Rosselli è impegnato direttamente nella guerra civile spagnola, il figlio di Lionello Venturi, Franco, il futuro storico dell'Illuminismo e del populismo russo, dopo un viaggio nell'Unione Sovietica, scriverà sul settimanale "Gl" cinque articoli che cercano di andare a fondo in un'indagine sulla realtà sovietica, soprattutto dal punto di vista culturale, ma non si discostano dalle valutazioni del padre nel giudizio finale sulla dittatura staliniana come "mondo chiuso" nel quale la politica, come tale, è stata del tutto abolita.

Non è un caso, peraltro, che il gruppo dei "novatori" di cui facevano parte Chiaromonte e Caffi abbandoni il movimento proprio nel 1935 e che Carlo Rosselli approfondisca le sue posizioni negli ultimi due anni della sua vita di fronte all'Etiopia e alla Spagna, considerando una scelta necessaria - pur senza smentire le sue precedenti analisi - quella accanto ai socialisti e ai comunisti (piuttosto che con i repubblicani, gli anarchici o con i trockisti) contro i fascismi che ormai si accingono a scatenare la guerra(10).

 

4. Rosselli e Gl di fronte all'Etiopia e alla Spagna. Che fare? Le motivazioni della "svolta a sinistra" che si realizza in Giustizia e libertà tra il 1934 e il 1936 stanno in effetti nella riflessione rosselliana sui caratteri della rivoluzione italiana necessaria per abbattere il fascismo, dopo il fallimento dell'esperienza concentrazionista e l'analisi disincantata dell'impotenza delle democrazie occidentali - in primo luogo la francese e l'inglese - di fronte alla strategia espansionista delle dittature di Hitler e Mussolini. Rosselli riafferma come centrale il ruolo del movimento di Giustizia e libertà per la costruzione di un "partito unico dell'antifascismo", che allora gli appare come l'obiettivo prioritario. Al tempo stesso introduce un'importante correzione costituita dal fatto che, con la svolta sui fronti popolari del VII Congresso dell'Internazionale comunista e la stipulazione del patto di unità d'azione tra socialisti e comunisti, cerca pazientemente l'accordo con i comunisti e non accetta piú la prospettiva di fungere esclusivamente da centro di unificazione delle varie correnti socialiste. È su questa piattaforma di iniziativa politica in disaccordo con Emilio Lussu che di Gl avrebbe voluto fare il nuovo partito socialista e consuma fino in fondo il contrasto preesistente con Salvemini e Tarchiani che, malgrado giudizi altrettanto duri sulle democrazie occidentali e preoccupazioni altrettanto gravi per l'espansione dei fascismi, sono contrari alla svolta e alla trattativa con i comunisti.

Sia di fronte alla guerra d'Africa, sia successivamente di fronte al conflitto spagnolo, Rosselli sollecita e conduce, pur tra forti contrasti, incontri e colloqui riservati per una fattiva unità d'azione con il partito di Togliatti, di Grieco e di Di Vittorio. I tentativi, interrotti dall'assassinio di Bagnoles sur l'Orne, non giungono a nessuna pratica conclusione, perché la nuova strategia dei fronti popolari adottata dal Partito comunista d'Italia non può comportare il rapporto privilegiato con una formazione nuova come Gl, con la quale i partiti del movimento operaio hanno lottato duramente negli anni precedenti per l'egemonia della lotta antifascista in Italia, piuttosto che con i socialisti.

Ma la documentazione che di quei negoziati ci resta, testimonia di un progetto ambizioso di "partito unico dell'antifascismo" da fondare in Italia attraverso una stabile intesa con la sola altra avanguardia rivoluzionaria che Rosselli considera attiva nella clandestinità e disponibile ad azioni a vasto raggio (nel 1936-37 si parlò, addirittura a piú riprese, di una spedizione in Italia)(11).

Quanto al programma da attuare, alla società da costruire dopo la caduta del fascismo, non c'è dubbio che il periodo che va dal 1934-35 al 1937 segni una radicalizzazione nelle posizioni del movimento giellista. Accanto agli scritti di Rosselli sul settimanale sono particolarmente eloquenti due documenti inediti, l'uno del 1935, l'altro dell'anno successivo che chiariscono l'evoluzione di Giustizia e libertà rispetto alle posizioni del periodo concentrazionista.

Il primo documento è una lettera del 15 ottobre 1935 a Gaetano Salvemini che si era opposto nettamente alla svolta a sinistra. Riferendosi allo schema di programma di Gl del 1932 a suo avviso già chiaro nell'indicare gli obiettivi della rivoluzione ("spartizione di tutta la terra, nazionalizzazione delle banche e di molte branche industriali, l'espropriazione degli stabili, la punizione dei responsabili non solo della politica ma anche dell'industria e dell'agraria"), Rosselli ricorda a Salvemini quel che già si era concordato:

"Quando mai tu hai pensato che riforme di questa portata, in un paese come l'Italia, si sarebbero potute attuare salvaguardando la continuità dell'ordine costituito? Quando mai hai pensato che fosse possibile punire i responsabili, tagliare il bubbone, rispettando la legalità, la libertà, fin dall'inizio? Il nostro era un programma di rivoluzione non solo politica ma sociale e tale è rimasto."

Quindi il leader giellista enuncia i punti essenziali della nuova piattaforma:

"[...] In fondo il problema che noi vogliamo affrontare e risolvere è quello di una conciliazione non esteriore, ma organica, di un'organizzazione socialista della produzione industriale e semisocialista della produzione agraria, con nuclei artigianali, tecnici, professionali col rispetto della libertà e della dignità dell'uomo. La rivoluzione russa portata in occidente, con tutta l'eredità dell'occidente. Questi sono compiti da offrirsi a una generazione."

L'altro documento è costituito dagli appunti presi da Rosselli per un discorso pubblico nei mesi immediatamente successivi alla vittoria militare fascista in Etiopia. Nell'elencazione dei punti fondamentali per la lotta al fascismo, il fiorentino scrive che "la forza essenziale di questa lotta è costituita dal proletariato dei campi e delle officine; ed è da lui che si sprigiona la nuova classe dirigente"(12).

L'esperienza della guerra civile spagnola e la crociata antisovietica che si scatena nel 1937, insieme alla convinzione sempre piú netta (a differenza di Lussu e d'accordo invece con Trentin) che "i socialisti sono finiti", non mutano il giudizio fortemente critico di Rosselli sull'esperienza sovietica e sull'Internazionale comunista ma lo persuadono della necessità e direi dell'urgenza di trovare un accordo stabile con i comunisti italiani. Pochi giorni prima di essere ucciso (26 maggio 1937), scriverà a Dozza riferendosi a un nuovo attacco comunista a Giustizia e libertà:

"Bisogna stroncare questi residui settari dell'antifascismo se vogliamo arrivare a un'unità fattiva [...] Credo che farete presto l'esperienza di quanto sia preferibile collaborare con uomini e movimenti che assumono una posizione esplicita, piuttosto che con elementi che si lasciano rimorchiare difettando di forza autonoma(13)."

A parte altri interventi, che non è possibile ricordare in questa sede, confermano una simile evoluzione i cinque articoli che Rosselli pubblicò nel maggio 1937 sul settimanale giellista e che sono tutti dedicati al tema fondamentale che ormai l'occupava, vale a dire l'unificazione politica del proletariato italiano (come si intitolò la serie di scritti). Nell'ultimo, apparso il 14 maggio 1937, ripercorrendo la storia del suo movimento, dedica un passaggio illuminante alla posizione sua e di Gl dopo i grandi avvenimenti che hanno caratterizzato gli anni precedenti. Scrive Rosselli:

"Gl è un movimento che ha ormai un netto carattere proletario. Non solo perché il proletariato si mostra ormai ovunque come l'unica classe capace di operare quel sovvertimento di istituzioni e di valori che si propone; non solo perché nel seno del movimento gli elementi proletari hanno sempre il maggior peso; ma perché nell'esperienza concreta della lotta ha misurato tutta l'incapacità, lo svuotamento della borghesia come classe dirigente."

E piú oltre aggiunge:

"Dovremmo definirci a un tempo socialisti e comunisti e libertari (socialisti-rivoluzionari, comunisti-liberali) nel senso che riconosciamo quel che di vitale ciascuna di queste posizioni, in sia pure varia misura, contiene. Nel socialismo vediamo la forza animatrice di tutto il movimento operaio. La sostanza di ogni reale democrazia, la religione del secolo. Nel comunismo la prima storica applicazione del socialismo, il mito (assai logorato purtroppo) ma soprattutto la piú energica forza rivoluzionaria. Nel libertarismo l'elemento di utopia, di sogno, di prepotente, anche se rozza e primitiva, religione della persona."

L'articolo si chiude con il riferimento alla necessità di una nuova sintesi che superi le precedenti (e che Giustizia e libertà si propone di dare) e con la riaffermazione dell'impossibilità da parte di una corrente politica di condurre da sola la lotta contro il fascismo.

Ora non è questa la sede di affrontare un'analisi esauriente dell'evoluzione del pensiero rosselliano negli ultimi anni (che sarà oggetto del secondo volume della biografia del fiorentino che sto ultimando) ma mi sembra rilevante sottolineare i due aspetti che emergono con forza dai documenti appena citati: da una parte, la spinta all'unificazione del movimento antifascista che fu l'obiettivo raggiunto, sia pure con molte difficoltà, dalle forze della Resistenza negli anni Quaranta; dall'altra, il giudizio negativo sui socialisti (e in parte sugli anarchici) da parte di Rosselli e il privilegiamento dell'alleanza con i comunisti riconosciuti come la maggiore forza rivoluzionaria antifascista14.

 

* Testo della relazione presentata al convegno internazionaleAntifascismi e Resistenze, organizzato a Roma dalla Fondazione Istituto Gramsci, 5-6 ottobre 1995.

Studi Storici 3, luglio-settembre 95 anno 36

 

1 Mi riferisco, per far due esempi significativi, al modo in cui gran parte dei giornali italiani ha presentato l'ultimo saggio di E. Nolte su Gli anni della violenza, Rizzoli, 1995, che nulla di nuovo dice rispetto ai lavori precedenti dello storico tedesco ma che è stato salutato quasi come la soluzione dei maggiori problemi storici del XX secolo o alreportage di F. Bandini, Il cono d'ombra, Milano, SugarCo, 1990, sull'assassinio dei Rosselli in Francia, privo di documenti in grado di provare la tesi sostenuta dall'autore secondo la quale Carlo e Nello sarebbero stati assassinati dai comunisti della III Internazionale anziché dai cagoulards pagati dal Sim di Ciano, come Salvemini aveva dimostrato in maniera convincente già oltre cinquant'anni fa.

2 Per una lettura analitica dei "Quaderni di Giustizia e libertà" apparsi negli anni Trenta cfr. S. Fedele, E verrà un'altra Italia. Politica e cultura nei Quaderni di Giustizia e libertà, Milano, Angeli, 1992, passim. Quanto agli scritti di Carlo Rosselli sono finalmente disponibili presso Einaudi i tre volumi delle sue Opere scelte, cioèSocialismo liberale, a cura di J. Rosselli (1973); Scritti dell'esilio, I, "Giustizia e libertà" e la Concentrazione antifascista (1929-1934), e Scritti dell'esilio, II, Dallo scioglimento della Concentrazione antifascista alla guerra di Spagna (1934-1937), entrambi a cura di C. Casucci, apparsi il primo nel 1988, il secondo nel 1992. Su Carlo Rosselli dopo la fondazione di Giustizia e libertà, nel 1929, devo rinviare ai due volumi di A. Garosci, La vita di Carlo Rosselli, Firenze, Edizioni U, 1945, al volume collettivo Giustizia e libertà nella lotta antifascista e nella storia d'Italia, Firenze, La Nuova Italia, 1978 e ai saggi di chi scrive, L'itinerario di Carlo Rosselli. Gli ultimi dieci anni, in N.Tranfaglia, Labirinto italiano, Firenze, La Nuova Italia, 1989, eSul socialismo liberale di Carlo Rosselli, in Aa.Vv., I dilemmi del liberalsocialismo, Roma, La Nuova Italia scientifica, 1994.

3 C. Rosselli, Scritti dell'esilio, I, cit., Italia e Europa, p. 205. Per le motivazioni del giudizio riportato nel testo a proposito dei caratteri della stabilizzazione fascista devo rinviare a N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, Torino, Utet, 1995, cap. VI, pp. 645 sgg.

4 Per le frasi citate cfr. C. Rosselli, Scritti dell'esilio, I, cit., Italia e Europa, pp. 206-210.

5 Per quel dibattito cfr. ancora S. Fedele, E verrà un'altra Italia, cit., pp. 58-103.

6 Sulla figura singolare di Andrea Caffi disponiamo per ora soltanto del breve scritto di G. Bianco, Un socialista "irregolare": Andrea Caffi intellettuale e politico d'avanguardia, Cosenza, Lerici, pubblicato nel 1977 con una testimonianza di Alberto Moravia. A una biografia critica di Angelo Tasca, dopo alcuni lavori parziali, attende ora Sergio Soave. L'intervento di Caffi apparve nel n. 4 dei "Quaderni", nel settembre 1932, comePostille all'Interpretazione dell'Hitlerismo di Odis (G.L. Luzzatto); quello di Tasca nel n. 7 con il titolo Opinioni sulla Germania. Dei "Quaderni di Giustizia e libertà" sono apparse due ristampe fototipiche autorizzate presso la Bottega d'Erasmo a Torino: una nel 1959, con prefazione di Alberto Tarchiani; l'altra nel 1975 con prefazione di Alessandro Galante Garrone.

7 L'articolo è stato ripubblicato, con i piú importanti saggi politici di Nicola Chiaromonte, in un volume di Scritti politici e civili edito da Bompiani nel 1976, con un'introduzione di Leo Valiani e una testimonianza di Ignazio Silone. Per la rottura politica con Rosselli e Gl cfr. A. Garosci, Vita di Carlo Rosselli, cit., pp. 93 sgg.

8 Cfr. C. Rosselli, Punte vive, in "Giustizia e libertà", 20 marzo 1936; A. C. [Caffi], Posizioni difensive e posizioni di attacco, in "Giustizia e libertà", 10 agosto 1934.

9 Onorio [A. Caffi], Opinioni sulla rivoluzione russa, "Quaderno di Giustizia e libertà", n. 2, marzo 1932. Nell'ampia rassegna di studi che l'autore dedica agli autori di parte socialista che si sono occupati di recente della situazione sovietica (da Otto Bauer a Karl Kautsky) oltre che ai resoconti di molti esuli russi, Caffi giunge a una conclusione amara e in netto dissenso - mi pare - con quella prevalente in Gl quando afferma: "La dittatura di Stalin è quello che è perché si è costituita con i metodi dell'"inutile strage" e perché non ha trovato altre ancore di salvezza che l'accentramento burocratico, il militarismo, gli arbitrii polizieschi. Non è un "contrappeso" ai regimi di reazione capitalistica che sopportiamo in molti paesi d'Europa e d'America; è un elemento di questa costellazione reazionaria; in essa e per essa si sostiene" (ivi, p. 99).

10 Sugli articoli sulla Russia di Franco Venturi di cui si accenna nel testo cfr. l'interessante ricerca di E. Tortarolo, La rivolta e le riforme. Appunti per una biografia intellettuale di Franco Venturi, pp. 1-16 del dattiloscritto ancora inedito. Per la svolta di Gl e le posizioni assunte da Rosselli rinvio ancora a N. Tranfaglia, L'itinerario di Carlo Rosselli, cit.

11 Sui rapporti tra Gl e Pci tra il 1934 e il 1937 cfr. A. Agosti, Il Pci di fronte al movimento di Gl (1929-1937), in Aa.Vv.,Giustizia e libertà nella lotta antifascista e nella storia d'Italia, cit., pp. 331 sgg.

12 Per i documenti citati nel testo cfr. N. Tranfaglia,L'itinerario di Carlo Rosselli, cit., pp. 201-203.

13 A. Agosti, Il Pci di fronte al movimento di Gl (1929-1937), cit., p. 362.

14 C. Rosselli, Per l'unificazione politica del proletariato, in "Giustizia e libertà", 14 maggio 1937, ora in Id.,Scritti dell'esilio, II, cit., pp. 530-537.


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