Il Socialismo

di Franco Venturi

La fase realizzatrice del socialismo che è la nostra, le esperienze della Russia, delle sconfitte, del fascismo e del Fronte Popolare non permettono dunque più di pensare il socialismo nei termini di vent'anni fa. La critica dei fatti è stata potente e renderà vana ogni speranza di ritorno indietro. Il problema dei rapporti del socialismo con la democrazia e la libertà, del classismo con i compiti di ricostruzione che ci attendono, dello stesso ideale statalista, tecnicista e burocratizzante che caratterizzava non poca parte del socialismo dei nostri padri con le moderne esigenze della politica è ormai posto dai fatti stessi. O il socialismo farà il necessario passo avanti anche sul terreno delle idee e degli ideali ed abbandonerà tutto quanto in lui è definitivamente morto, o esso farà fallire quella rivoluzione che è già nelle cose e che attende la nostra opera cosciente per uscire alla luce.(...)

L'eclettismo è la macchia d'origine di troppi critici moderni del socialismo. Ma è eclettismo che nasce dalle cose stesse, dall'epoca del Fronte Popolare, in cui internazionale e azione, classe e democrazia si sovrapponevano senza interne revisioni. E' la tattica dell'alleanza di classe portata sul terreno ideologico: accettare, oltre il socialismo, "anche" la democrazia, la libertà e magari l'umanesimo. Finiti dunque male non perchè critici, ma perchè non hanno criticato sufficientemente a fondo e cioè non hanno capito la necessità della revisione di alcuni presupposti fondamentali della tradizione socialista. Mancanza di coraggio che si è tradotta, sul terreno pratico, nella rinuncia a combattere di volta in volta i nemici più duri del socialismo.(...)

Il socialismo moderno non può non essere profondamente antitotalitario.(...)

(1943, in "Quaderni dell'Italia Libera")

F. Venturi, La Lotta per la libertà, Torino 1996, Einaudi, pag.246 e 250


Se Carlo Rosselli diventa un compagno

Il caso / L'autore di "Socialismo liberale" celebrato dagli ex comunisti

di FRANCESCO ERBANI


Se la memoria della sinistra è come quelle isole del Pacifico sulle quali si sia appena abbattuto un tifone, perché non provare a ricostruirla cominciando da un grande irregolare come Carlo Rosselli? Al fondatore di Giustizia e Libertà, che combatté in Spagna, venne ammazzato dai fascisti in Normandia e che in cuor suo sognò sempre di somministrare una cura liberale al socialismo malato, i Ds di Walter Veltroni dedicano un convegno che si svolgerà sabato a Roma. (Inizia alle 9,30 al Residence di Ripetta: terranno relazioni Giorgio Ruffolo, Valdo Spini, Federico Coen, Biagio De Giovanni, Nadia Urbinati, Fabio Mussi e Giorgio Napolitano. Conclude Veltroni).
Sul seminario si è accesa qualche scaramuccia (giù le mani da Rosselli, ha minacciato la Lista Pannella). Ma oltre le turbolenze da indebite appropriazioni, si è levata la voce di Vittorio Foa, che l'esperienza di Carlo e di suo fratello Nello Rosselli visse da vicino. "Non mi entusiasma vederlo utilizzato per la politica corrente", ha detto in un'intervista all'Unità l' anziano leader azionista. "E' un uso improprio della storia. Possiamo mettere insieme tutto: Don Sturzo, Gramsci, Roncalli, Rosselli. Perché giocare con i simboli? Gramsci era un comunista e Rosselli un socialista revisionista libertario".
Veltroni ha pensato a Rosselli fin dal suo insediamento alla segreteria dei Ds. Ma gli ha affiancato Giuseppe Dossetti e Antonio Gramsci che solo qualche acrobazia intellettuale può tenere insieme in un albero genealogico. Il bisogno di padri fondatori, per chi viene dal Pci che aveva ben chiaro quali fossero, è un obbligo statutario. Valdo Spini, che ora è un dirigente di Botteghe Oscure, ma proviene dal partito socialista e presiede il Circolo Rosselli, parla di "atto politico". Uno come Rosselli può circolare nel sistema sanguigno dei ds? Non c'è un ingorgo di nomi e di culture? Risponde Spini: "Spero che cominci una nuova fase. Anche se Gramsci capì il valore di Rosselli e Rosselli quello dei comunisti, dobbiamo definire la nostra identità senza sincretismi".
"Gli Stati hanno bisogno di padri fondatori. I partiti no", replica Urbinati, che studia Rosselli dall'America (ha curato l' edizione inglese di Socialismo liberale, ottimamente recensita da Michael Walzer). "Niente del progetto specifico di Rosselli vale per l'oggi, ma è molto attuale la comprensione di due principi base della democrazia moderna, la libertà dell'individuo e l'uguaglianza. Lui parlava di "socialismo". Oggi possiamo parlare di democrazia. Mettere insieme più nomi è possibile: Dossetti è un padre della Costituzione, il Gramsci migliore è quello che si libera dai dogmi".
Carlo Rosselli nasce nel 1899 (quest' anno è il centenario) in una famiglia di agiati ebrei toscani. Milita nelle file interventiste, combatte e già al fronte matura la sua adesione al socialismo. Finita la guerra, riprende gli studi di scienze politiche e conosce Gaetano Salvemini, dal quale è fortemente influenzato. Dei primi anni Venti è l'idea di un socialismo che può salvarsi solo scansando il marxismo e adottando il metodo liberale. Rosselli legge i libri di politologi inglesi, spesso è a Londra e ammira la concretezza dei laburisti.
Nel 1929, al confino di Lipari dove lo ha spedito il fascismo, Rosselli scrive Socialismo liberale (lo farà uscire l'anno dopo, una volta rifugiato a Parigi). "E' un libro a lungo sottostimato eppure non ci sono tanti testi politici alla sua altezza", dice Salvo Mastellone, storico dell'Università di Firenze, che ora pubblica una ricerca su quel saggio (esce in marzo, si intitola Carlo Rosselli e la rivoluzione liberale del socialismo, contiene articoli di Rosselli mai comparsi in volume e appunti inediti, ed è stampato da Olschki). "Lui immagina un partito del lavoro sul modello inglese. Noi parliamo continuamente di Tony Blair: Socialismo liberale è un libro precorritore".
Ma Socialismo liberale circola poco. In Italia arriva solo nel 1945, tradotto dall' edizione francese, otto anni dopo l'assassinio. "La grande qualità di Rosselli", sottolinea Giovanni De Luna, storico dell'azionismo, "sta nel coniugare il riformismo con la forza trascinante del mito politico. Il socialismo turatiano fallisce perché si affida solo alla buona amministrazione. Ed è nel binomio fra concretezza e ideali la misura della sua attualità. Se Veltroni lo vuole adottare come faro è unicamente in questa direzione che deve muoversi. Deve valorizzare il Rosselli dell'intransigenza". Il Rosselli a cui si riferisce De Luna è negli Scritti dall'esilio, la raccolta einaudiana del 1993 in cui domina la paura che si esca dal fascismo ripristinando la situazione di compromessi dalla quale era scaturito il regime. Negli anni Trenta Palmiro Togliatti lo etichettò come "fascista dissidente", ma quando Carlo morì lo Stato operaio scrisse che era stato ucciso un personaggio guida dell'antifascismo. Dopo la Liberazione, su Rosselli si stende l'oblìo. Lo storico Aldo Agosti ha studiato la sua fortuna fra i comunisti nel dopoguerra e ha scoperto che almeno fino al 1977, anniversario dell'omicidio, sull' Unità il suo nome non compare mai. "Un silenzio analogo investe tutto il mondo dell'azionismo", spiega Agosti.
Nel 1968 viene pubblicata un'importante monografia di Nicola Tranfaglia. Ma improvvisamente, sul finire degli anni Settanta, Rosselli subisce lo strattonamento di Bettino Craxi, che ne fa un alfiere dell'anticomunismo, al pari di Proudhon. Escono vari libri. Poi nel 1990 viene pubblicato un volume che ripropone la vecchia storia dei Rosselli ammazzati non dai fascisti, bensì dai sovietici. Senza uno straccio di prova.
"Mi sembra positivo che Veltroni rimetta Rosselli in primo piano", sostiene Agosti. "Spero che non avvenga nella continuità con altre tradizioni oppure frullandolo in una macedonia. Sono sempre molto perplesso quando si opera per semplice addizione o per sottrazione".

La Repubblica
25 febbraio 1999


Carlo Rosselli ed il socialismo liberale

Il volume(1) raccoglie gli atti di un convegno, promosso dalla Fondazione di studi storici "Filippo Turati" in collaborazione con la Società Umanitaria e la Fondazione "Riccardo Bauer", tenutosi a Milano nel marzo 1999. Nella sua premessa il curatore, Maurizio Degl'Innocenti, ripercorre, sia pure rapidamente, la fortuna critica della figura e dell'opera di Carlo Rosselli, dal saggio di Nicola Tranfaglia pubblicato da Laterza nel 1968 alle varie edizioni degli scritti, senza ovviamente dimenticare le prime fondamentali ricerche di Aldo Garosci. Negli anni '90 si è poi aperta una nuova fase degli studi, in parte sollecitata dalla ricorrenza del centenario della nascita di Carlo Rosselli e "da una più attenta riflessione sull' identità dell'Italia repubblicana e dei partiti", ma anche, secondo il curatore, da "una pubblicistica di seconda mano, per giunta ripetitiva e rumorosa, al servizio della politica, o addirittura di partito, che rischia di confondere e di offuscare il versante della critica storica, creando nuovi stereotipi (.) Per taluni aspetti, si giunge perfino alla attualizzazione di un modello, di cui si opera una proiezione confusa: il modello diventa un evento preconizzante, un'anticipazione felice, che ora il discepolo restituisce alla verità e alla giustizia ritrovate, come in una sorta di rivincita contro la storia". Per ovviare al paventato rischio dell'eccessiva "attualizzazione", molte delle relazioni puntano, con esiti diversi, sui quali non possiamo soffermarci, ad uno sforzo di contestualizzazione del pensiero di Rosselli. Tra i temi trattati, talora anche con ricchezza di riferimenti e di documentazione (ma anche con qualche refuso tipografico di troppo) vi sono quindi quelli del modello di partito (Mastellone), dei rapporti con Salvemini (Grassi Orsini), di "Quarto Stato" e del "movimentismo" di Rosselli (Colombo), dei rapporti con il socialismo internazionale, soprattutto con i neo-socialisti di Déat (lo stesso Degl'Innocenti), della critica del corporativismo (Chiarini) e dello statalismo (Ciuffoletti), della concezione federalistica (Papa), dei legami e dei dissensi con socialisti e comunisti (Fedele), delle "terza via" (Settembrini). Ma forse l'intervento che rimane più impresso, forse anche per la sua collocazione, è quello che conclude il volume. In "GL e il fattore F. Come non leggere Carlo Rosselli", Dino Cofrancesco sostiene la tesi che sia impossibile comprendere Rosselli se si prescinde dalla considerazione che la sua attività, politica ed intellettuale, si è svolta facendo continuamente i conti con "il fattore F - dove F sta naturalmente per fascismo". Cio' si tradurrebbe, sempre secondo Cofrancesco, "in un giudizio quasi sempre imbarazzato sull'Unione Sovietica (.) in una mitizzazione della classe operaia (.) nella entificazione delle ideologie in conflitto". E' un'analisi che può essere discussa, ma anche in larga parte condivisa. Ma Cofrancesco ne trae spunto per considerazioni di carattere più generale e, forse inconsciamente, anch'esse "attualizzanti": "L'antifascismo, in altre parole, titolo di gloria del resistente, costituisce il limite dello scienziato (.) In conclusione, torniamo, sì, a Rosselli ma lasciamo stare - se vogliamo vedere in lui soprattutto un 'classico del pensiero politico' - la sua battaglia, di cui pure gli si deve essere grati come cittadini, contro il fascismo e la dittatura. Quest'ultima fu una brutta parentesi ma è consegnata alla storia, come la crociata contro gli Albigesi o i martiri di Belfiore. I tempi dello scontro tra fascisti e antifascisti sono finiti e a quanti vorrebbero farli rivivere, per riassaporare le passioni della loro giovinezza, non resta che dire, come Totò, nel film di Bolognini: <<Arrangiatevi>>". 
Se è concessa una battuta anche al recensore, c'è da pensare, a questo punto, che di fronte al "fattore F" Rosselli e gli altri di GL abbiano effettivamente adottato anch'essi le categorie del principe De Curtis: "E poi dicono che uno si butta a sinistra."

Giovanni Scirocco

(1)Maurizio Degl'Innocenti(a cura di), Carlo Rosselli e il socialismo liberale, Lacaita, Manduria 1999, pp. 185, £ 20.000


A storie incrociate

GIANPASQUALE SANTOMASSIMO

Tra i molti motivi che rendono importante e utile la raccolta recente dei saggi di Claudio Natoli (Fascismo democrazia socialismo. Comunisti e socialisti tra le due guerre, Milano Angeli, pp. 336, L. . 48.000) ce n'è uno che forse può sfuggire a prima vista, ma che a mio avviso è di grandissima importanza. Le ricerche di Natoli (come quelle di molti altri studiosi, da Aldo Agosti a Leonardo Rapone a Simone Neri Serneri) suggeriscono un riesame del rapporto tra socialisti e comunisti che è decisamente controcorrente rispetto ai moduli invalsi a partire dagli anni Ottanta. Sottolineando l'esistenza e la consistenza di un terreno comune di ricerca e di attività che ha avvicinato e spesso unito queste due tradizioni, oltre le polemiche e le divisioni che pure ne hanno segnato drammaticamente la storia. Natoli in maniera esplicita e consapevole sembra reagire a quella craxizzazione della storia del socialismo che ne ha snaturato, in Italia, connotati e finalità, fino a condurre alcuni dei suoi protagonisti al triste esito di una collocazione a fianco della destra liberalfascista. Una vera e propria tradizione inventata, che ha fatto leva su un antico e fondato bisogno di autonomia e su un non sopito "complesso di minorità" nei confronti dei comunisti per raffigurare la storia socialista come vicenda che trova nell'anticomunismo cuore e fondamento della propria identità. Enfatizzando e assolutizzando i momenti di scontro, rimuovendo o cancellando del tutto le fasi di unità (diffidente o "fraterna") che pure in quella storia sono state largamente prevalenti. Natoli rivaluta il ruolo politico e l'originalità di Pietro Nenni, ma anche quella del Giuseppe Saragat degli anni Trenta, entrambi protagonisti dell'autocritica socialista dopo la disfatta contro il fascismo: autocritica avviata assieme a Carlo Rosselli sulle colonne di Quarto Stato, ma proseguita poi senza abbandonare il richiamo al marxismo (particolarmente intransigente nell'opera del giovane Saragat) e a una tradizione socialista che Rosselli sembrava sprezzantemente lasciarsi dietro le spalle. Questo rinnovamento autocritico avviene attraverso una riscoperta del valore non episodico, non tattico, della democrazia politica: cosa che differenzia il nuovo socialismo tanto dall'antico dottrinarismo massimalista, quanto dalle nuove tendenze sottilmente elitarie e ostili al concetto stesso di democrazia elaborate negli anni Trenta (il Rosselli che vede in Mussolini e nel fascismo le più tipiche espressioni di una "democrazia" intesa come massificazione amorfa della società). Il richiamo all'austromarxismo, che Natoli evidenzia nella sua non episodica capacità di suggestione, colloca questa riflessione all'interno di una ricerca che a livello europeo viene sviluppandosi nel mondo socialista, e che investe anche il rapporto tra le due Internazionali, socialista e comunista, finora indagata soprattutto sul terreno della politica estera e della "difesa della pace" (sul fallimento di questo tentativo fanno ancora testo gli studi di Giuliano Procacci). In termini anch'essi autocritici dopo l'avvento di Hitler converge su questo terreno anche l'Internazionale comunista, nel momento più ricco e intenso della sua storia, che coincide con l'esperienza dei Fronti popolari e col prendere corpo dell'antifascismo come convergenza durevole di tradizioni ed esperienze diverse, al di là dei confini tradizionali del movimento operaio. A partire dal 1934-35 infatti l'assunzione del terreno della difesa della democrazia come compito centrale dei partiti comunisti europei coincise, per uno strano paradosso della storia, con la definitiva instaurazione del regime staliniano e con il terrore di massa all'interno dell'Urss: due piani intimamente contraddittori e destinati in maniera durevole a produrre una scissione irrisolta nella politica del movimento comunista. Natoli polemizza contro l'anacronismo di molte ricostruzioni attuali, in nome della storicità. Questo vale per il movimento comunista, con la critica alle posizioni di Furet, storicamente e culturalmente regressive nel loro impianto metodologico ossessivamente centrato sulla preminenza di una ideologia monolitica e indifferenziata nel tempo, e alla loro significativa fortuna presso la pubblicistica neo-maccartista prevalente in Francia e in Italia. Ma vale anche per il movimento socialista e per la stessa storia della tradizione riformista. Questa andava ben oltre una visione formale e istituzionale della democrazia, ma si fondava su una analisi critica del sistema capitalistico e dei suoi meccanismi di riproduzione. "La ricerca sul rapporto tra democrazia politica e democrazia sociale, la costruzione di spazi di autogestione, di controllo e di partecipazione dal basso, la tensione finalistica verso una società a misura dell'uomo, fondata sull'uguaglianza e sulla solidarietà ed estranea alla logica del profitto e della mercificazione..., l'indipendenza verso i poteri dominanti, sono state parte non solo della tradizione comunista ma anche di quella delle socialdemocrazie". Non c'è infatti nessun pensatore socialista di questo secolo, compresi i "padri fondatori" del riformismo, che supererebbe uno degli esami sempre più ricorrenti e stucchevoli (riservati in genere alla tradizione comunista) fondati sulla adesione senza riserve ai "valori dell'Occidente" nella versione semplificata e apologetica imposta a partire dagli anni Ottanta. Ricordarlo nel dibattito storico attuale è più che mai utile e opportuno. Come sul piano del dibattito politico non sarebbe vano cominciare a comprendere che la storia del movimento operaio ha dimensioni e profondità molto più ampie rispetto alle immagini indotte nell'ultimo decennio, che essa non nasce nel 1917 e non finisce nel 1989. E, anche, che l'esperienza storica del socialismo europeo non significa chiacchiera generica su un "riformismo" sempre più privo di sostanza e di contenuti, ma ha sempre significato in primo luogo organizzazione consapevole dei lavoratori, difesa dei loro diritti e della dignità del mondo del lavoro, nelle forme vecchie e nuove in cui esso trova espressione.

Il Manifesto

20 Dicembre 2000


Carlo e Nello Rosselli


di Carlo Fertilio

 

 

(nella foto, Filippo Turati nella casa di Parigi. A destra Carlo Rosselli)



Il 9 giugno 1937, verso le sei di sera, tutto sembra tranquillo nella stazione termale di Bagnoles-sur-I'Orne, in Normandia.
L'auto con due fratelli nemmeno quarantenni, noti esuli antifascisti, sta ritornando all'albergo dove entrambi alloggiano. Come sempre, per evitare il traffico pesante la vettura piega lungo una strada laterale stretta e non frequentata che attraversa il parco di Couterne.
E il luogo ideale per un agguato. La stradina è bloccata da una macchina che sembra in panne. Quattro o cinque persone si danno da fare vicino ai mozzi delle ruote, e al sopraggiungere dell'altra vettura si voltano come per chiedere soccorso. l due fratelli, non potendo proseguire, scendono per controllare che cosa stia succedendo. Il primo fratello, quello che era al volante, viene accoltellato alla gola con quattro colpi improvvisi che gli recidono la carotide: muore immediatamente. L altro, più pronto, tenta disperatamente di difendersi a mani nude mentre numerose coltellate si abbattono su di lui. Infine soccombe. Gli assassini trascinano i due corpi per alcuni metri nella boscaglia e li abbandonano. Le vittime si chiamavano Carlo e Nello Rosselli.
La descrizione sommaria e incalzante degli awenimenti che ora ho ricostruito porta una firma illustre: quella di Gaetano Salvemini, compagno di lotte dei due giovani uccisi e fondatore, con loro, del movimento "Giustizia e Libertà". Il suo breve saggio commemorativo era stato scritto pochi mesì dopo I'assassìnio, a Londra, in inglese, come testimonianza diretta e a caldo: un esule antifascista rendeva omaggio ai due amici caduti per la buona causa. Proprio perché pubblicato soltanto all'estero, il saggio era rimasto sconosciuto fino ad oggi, quando una piccola casa editrice lo ha fatto tradurre per la prima volta in italiano.
Un primizia storica.
Il fascino particolare del libro è dovuto anche alla scelta letteraria di Salvemini: anziche concedere qualcosa al patetico, e alla retorica politica, predilige il modello stilistico dalla "brevitas": frasi secche e incalzanti, commenti ridotti all'osso che cedono il passo all'evidenza. In questo modo Carlo e Nello Rosselli ci vengono restituiti nella loro immediatezza, nelle loro contraddizioni e nei giovanili entusiasmi: tutte cose lontanissime da quella specie di pantheon antifascista in cui, fatalmente, la manualistica e la vulgata storica nostra li avevano confinati.
Salvemini ricostruisce le due diverse personalità (esuberante e impulsivo Carlo, vicino ad una specie di socialismo utopistico; più meditativo e intellettuale Nello, di stampo liberaldemocratico) ma ricongiunge i fili delle loro vite nella scena finale, quella dell'esilio normanno e della morte. l due fratelli Rosselli,(il terzo, Aldo, più anziano, era caduto in combattimento durante la Grande guerra), maturano la loro opposizione al regime fascista come bisogno morale di verità, e come scelta di orizzonti non provinciali. Al coraggio fisico, che doveva necessariamente accompagnare la pubblicazione di stampa clandestina, i processi, gli imprigionamenti, le fughe awenturose, l'esilio, si univa (soprattutto in Nello) la riscoperta storica del Risorgimento autentico, fuori dalle falsificazioni e irrigimentazioni ideologiche fasciste.
In una delle pagine più significative del saggio,Salvemini ricorda come durante il processo a Bauer ed Ernesto Rossi, gli appartenenti a "Giustizia e Libertà" negassero risolutamente di avere mai appoggiato azioni terroristiche. Ma forse il passaggio più bello, nel programma del movimento, è quello in cui si antepone al concetto astratto di libertà (quello che consentiva ai suoi oppositori di affermare che in realtà "la libertà non esiste da nessuna parte", oppure "esiste soltanto per i padroni"),l'idea delle "liberà plurali", delle tante, concrete priorità da difendere. "Nel momento in cui si toccano libertà definite, concrete, ciascuno di noi sa che tali libertà sono essenziall, che esse sono il sale deila vita, il bisogno più profondo degli uomini".
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Gaetano Salvemini: "Carlo e Nello Rosselli"
Galzerano, 1999 - pagine 116,lire 20.000
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da "Tabloid"
n°9, novembre 2000


Una parolina su Rosselli

No, scusate, non sono d'accordo che i vestiti socialisti e liberali si siano consumati:Rosselli era un socialista. Un socialista moderato, non un massimalista; un socialista con radici borghesi nella sua famiglia, non proletarie (ma si è mai dato un pensatore socialista che fosse povero in canna?); un socialista che all'inizio della sua carriera era vicino al riformismo di Turati, di Treves, di "Critica Sociale". Poi venne il fascismo, e l'incontro con quel grande che era Salvemini.

Il fascismo, cioè la necessità di controbattere con l'azione ad un fenomeno che dell'azione giovanilistica e attivista si faceva paladino. Salvemini, cioè la prima fonte, almeno in Italia, di una visione socialista che aveva a cuore il problema dello sviluppo diseguale tra regioni italiane, che parlava di federalismo interno (Salvemini lo proponeva per l'Italia, come mezzo per abbattere il centralismo, nel 1900,scrivendone sulla "Critica").

La coscienza di Rosselli però matura più sui libri del laburismo anglosassone che non sui testi marxisti classici; la sua tesi di laurea, sul sindacalismo, discussa al "Cesare Alfieri" di Firenze, è una ventata di aria nuova nella pur vivace sinistra italiana socialista di quegli anni. La guerra lo vede vestire la divisa di sottotenente, quindi un interventista (ancora l'azione!) e ricercare la pace "giusta", quella che non ammette più guerre. A Genova frequenta come suo assistente il prof. Attilio Cabiati, che nel 1919 scrive con Giovanni Agnelli (nonno dell'avvocato) un libro intitolato "Federazione europea o Lega delle Nazioni?", manifesto della borghesia imprenditoriale antiprotezionista contro le frontiere doganali per un'Europa economica e politica ante litteram. Negli stessi anni anche Luigi Einaudi si schiera a favore dell'unità europea, scrivendo due accorati editoriali sul "Corriere della Sera" invitando l'Europa ad imitare, dopo la fine del conflitto, gli Stati Uniti d'America e unirsi in federazione.

Quando si dice l'attualità delle voci isolate...

Rosselli raccoglie tutti questi stimoli, e li rielabora in maniera del tutto originale e indipendente all'interno della sua visione politica "socialista". Dopo avere aiutato Filippo Turati, agli arresti domiciliari, a fuggire all'estero con l'aiuto di Parri e di Pertini, viene arrestato e inviato al confino a Lipari. Lì scrive il suo "libretto", destinato a diventare tanto famoso da oscurare anche gli sviluppi ulteriori del suo pensiero: "Socialismo liberale".

Il nocciolo: salvare il valore positivo del socialismo (l'uguaglianza e la giustizia sociale) insieme al valore positivo del liberalismo (la libertà politica e il rispetto dei diritti civili, il sistema rappresentativo). Operazione che più d'uno all'epoca guardò con ostilità e scetticismo, perché metteva in relazione due misure fino ad allora ritenute inconciliabili.

Fugge da Lipari nel 1929, insieme ad Emilio Lussu, su un motoscafo guidato da un amico, Italo Oxilia. Arriva in Corsica e da lì giunge in Francia, dove ritrova Turati che di lì a poco morirà in esilio. Con Lussu, Salvemini, Alberto Tarchiani e pochi altri fonda a Parigi il movimento "Giustizia e Libertà". Il riferimento è chiaro: la giustizia del socialismo e la libertà del liberalismo. Un verso di Carducci dà lo spunto. Il movimento pubblica subito una serie di libretti che avranno ampia diffusione anche in Italia, i "Quaderni di Giustizia e Libertà". Fascicoli pieni di riflessioni di giovani antifascisti italiani sul problema del capitalismo, della lotta di classe, dell'imperialismo fascista, della riforma federale dello stato italiano. Le occasioni non mancano: la Comune di Vienna del 1933 affogata nel sangue da Dolfuss, la sollevazione dei minatori spagnoli nelle Asturie, l'impresa Etiopica, l'oppressivo centralismo fascista che elimina anche quelle poche forme di governo locale che erano fiorite durante il periodo liberale... Ma non fonda un partito: la parola d'ordine è "archiviare le tessere". GL resta aperta a ogni contributo, da parte di chiunque lo voglia dare. Attivissimo per esempio il dialogo con gli anarchici italiani all'estero, in prima fila Camillo Berneri, e proprio sul problema del federalismo italiano e sulla parallela dimensione europea dell'unificazione. Difficili i rapporti con i socialisti, che si vedono praticamente soffiare da Rosselli l'iniziativa di fare propaganda in Italia (il compromesso fu raggiunto alla fine nella forma di un "mandato" a GL a fare propaganda anche a nome del PSI). Conflittuali i rapporti con i comunisti, data l'illiberalità del sistema sovietico; ma anche ammirazione verso lo spirito di sacrificio dei militanti comunisti, che a centinaia finiscono nelle galere italiane come mettono piede nel Bel Paese.

Il programma politico è quello di ridare fiato alle autonomie locali, le entità primarie del vivere sociale. Democrazia rappresentativa dal basso. Il programma economico di GL è chiaro, e anticollettivista: economia a due settori. Un settore privato, che deve essere tutelato e protetto per dare modo alla concorrenza di svolgersi; un settore pubblico che deve gestire i servizi fondamentali, a prezzi controllati e non lasciato alle bizze del "mercato". Allora per servizi fondamentali si consideravano le miniere, l'elettricità, l'industria strategica (che d'altronde già Mussolini nazionalizzava con la creazione dell'IRI). Effetti su Rosselli delle teorie del "planismo" belga e del New Deal rooseveltiano, dal quale prenderà anche l'idea di un esercito del lavoro per dare impiego ai disoccupati.

Cose che forse fanno sorridere oggi, ma che all'epoca infiammavano gli animi e le passioni degli antifascisti.

La svolta si ebbe con l'ascesa di Hitler al potere, nel gennaio del '33. Rosselli in quell'occasione tuonò "la guerra che torna", invitando alla guerra preventiva contro "un barbaro autentico, che non finge di essere fascista, lo è fino nelle midolla". Il suo attivismo cresce. Dalla fuga in Francia in poi si erano susseguiti "colpi" propagandistici" clamorosi: il volo su Milano su un piccolo aereo che lanciò manifestini antifascisti sulla capitale del nord, beffando la tanto strombazzata "ala fascista"; la pubblicazione in Italia, sulle pagine del "Corriere", di una pubblicità che voleva essere quella di un digestivo e che in realtà riportava il simbolo di GL ("il vero ricostituente, il vero rigenerante"); il continuo flusso di stampa clandestina che la polizia italiana non riusciva a intercettare (i corrieri erano i ferrovieri francesi e italiani che si davano il cambio alla guida dei convogli alla frontiera); le colonne italiane che si moltiplicano ed elaborano colpi propagandistici audaci (che purtroppo finiranno con altrettanti arresti: Ernesto Rossi, Vittorio Foa, Luciano Bolis e tanti altri). Con Hitler l'attività cresce: la stampa parigina vede nei primi mesi del 35 la nascita di un nuovo settimanale "Giustizia e Libertà", ricco per l'epoca (sei, a volte otto facciate in formato "Corriere") che riporta notizie, fa controinformazione, mette a nudo con sottile sarcasmo il mito della potenza fascista.

Il seguito del movimento cresce, anche tra i socialisti francesi, tanto che non è raro che di "Giustizia e Libertà" compaiano anche edizioni francesi. Mussolini è quasi impotente contro Rosselli: sua moglie è inglese, intoccabile in quegli anni; lui di riflesso accusa e sbeffeggia frustrando ogni desiderio italiano di vedere Rosselli espulso dalla Francia come "refoulée". Non manca lo strumento della radio: quando Franco attacca la repubblica spagnola e il suo governo legittimo, Rosselli prende l'iniziativa di fondare una colonna di antifascisti italiani e parte immediatamente per la Spagna. Usa la radio spagnola di Barcellona per lanciare appelli al popolo italiano, famoso il suo slogan "oggi in Spagna domani in Italia", diventato una sorta di urlo di battaglia per i volontari italiani. Quando i legionari "volontari" italiani le prendono di santa ragione a Guadalajara, ad opera dei veri volontari italiani antifascisti, "Giustizia e Libertà" esce pavesato a festa (prendendosi l'onore, 55 anni dopo, di essere definito da Galli della Loggia un disgustoso esempio di antiitalianità). Riesce difficile pensare che cosa avrebbe potuto fare un antifascista italiano in quelle circostanze se non combattere contro il fascismo, non più solo italiano ma europeo. Sergio Romano può forse dormire sonni tranquilli perché Franco ha salvato la Spagna dal comunismo, ma non ricordo di avere mai udito una sua parola di merito per chi vestì la divisa dall'altra parte, quella repubblicana, contro un colpo di stato di un gruppo di generali ribelli al loro paese.

Rosselli continua a non essere un filocomunista in quegli anni: la sua visione politica è determinata e chiara: il comunismo è da rifiutare come strumento di organizzazione sociale ed economica; ma i comunisti combattono, e il fascismo va combattuto con tutti i mezzi, anche con un'alleanza con il PCI se necessario. Quando sicari fascisti francesi gli sparano e poi accoltellano il suo cadavere e quello di suo fratello Nello con violenza più stupida che cieca (9 giugno 1937), Mussolini raggiunge l'obiettivo di mettere a tacere una delle voci più veementi dell'antifascismo democratico italiano, l'unico che aveva, ad eccezione dei comunisti, una grande visibilità all'estero. E lo fece con modica spesa, appena cento fucili dati in pagamento al movimento francese dei "cagoulards", gli esecutori materiali, mediatori Ciano e Roatta.

Con la sua morte, le intuizioni di Rosselli morirono con lui. GL restò la sigla delle formazioni partigiane del Partito d'Azione, le più numerose insieme a quelle del PCI. Ma il PdA non era GL, conteneva elementi di quel movimento (Foa, Garosci, Zevi ecc.) ma conteneva anche degli elementi molto più moderati.

Ma qui si tratterebbe di aprire una parentesi sul Pda e sulle sue diversità con GL, che non posso e non voglio aprire, visto che vi ho già abbastanza tediato con questa lettera-fiume.

L'importante però, al di là del tempo passato, è chiarire che se è vero che le ideologie "sono morte", non sono morti i motivi fondanti della nascita di certe ideologie, quella di GL compresa. Sembra ridicolo a dirsi, ma "economia a due settori", pubblico e privato, è ancora uno degli elementi del contendere anche in epoca di globalizzazione; il "federalismo italiano" (che tale non è, almeno nell'accezione del nostro mondo politico)continua a tenere banco periodicamente; il problema dell'unione politica del continente è di là dall'essere risolto. E la giustizia sociale e le libertà politiche sono sempre in pericolo.

Se non è un Rosselli "vivo" questo...


Piero S. Graglia

9 Novembre 2000

(intervento nel corso della discussione su Rosselli ed il socialismo liberale su una mailing list)


Che cosa resta di Carlo Rosselli
di NELLO AJELLO

Uscendo a ridosso della cronaca politica che recupera con molto onore il nome di Carlo Rosselli, questa rapida antologia dimostra la validità di tante sue riflessioni.
Visto a settant'anni di distanza, il socialismo liberale di Rosselli appare assai meno astratto di altre correnti ideali che la storia del Novecento ha prima adottato e poi demolito, con enormi costi umani. Spogliate dalla passionalità di cui sono intrise - ma il frangente in cui nacquero la giustifica ampiamente - le sue intuizioni e proposte disegnano un quadro ideale per una sinistra "possibile" in Occidente.
Il fondatore di Giustizia e Libertà non prova alcuna sudditanza verso il marxismo in quanto dottrina, ma s'impegna soprattutto a sottolineare la portata catastrofica delle sue applicazioni concrete. Egli è allergico al massimalismo oratorio dell'estrema sinistra.
"Lo spauracchio della rivoluzione sociale", scrive, "spaventa ormai solo i passerotti e gli esercenti. E mena acqua al mulino reazionario".
Come esprimere meglio il disinganno d'una classe dirigente democratica che esce sconfitta dal fascismo, e crudamente si chiede il perché? Per Rosselli, fraterno seguace di Gobetti, discepolo di Salvemini, erede devoto di Mazzini e Cattaneo, quello di veder conciliati liberalismo e socialismo riformista sul modello del prediletto Labour Party è il sogno d'una vita. Di quel sogno, ogni suo scritto è la parafrasi o la sceneggiatura.
Concetti che risalgono ai patrioti del Risorgimento acquistano nelle sue
analisi un rilievo pragmatico e ispirato.
Le idee disseminate in questo Dizionario possono apparire oggi quasi didascaliche, tanto implacabile e profetica è la loro semplicità. Resta l' impressione che sulla sorte del giovane leader politico ucciso nel '37 dai fascisti francesi gravi un'altra amarezza: quella d'aver avuto ragione troppo presto.


La Repubblica
24 gennaio 2000


Carlo Rosselli
Dizionario delle idee
a cura di Sergio Bucchi
Editori Riuniti
pagg. 170, lire 18.000


E John, figlio di Carlo, ha scritto: «L’ Einaudi censurò mio padre»

di ENZO MARZO


Finalmente la polemica sulla «sfortuna» dell’opera di Carlo Rosselli può dirsi chiusa. La parola definitiva l’ha pronunciata il figlio di Carlo, John, nella prefazione scritta poco prima della sua morte al recente fondamentale volume di Stanislao Pugliese per Bollati Boringhieri su Rosselli. Peccato che finora non l’abbia notato nessuno. John qui ripercorre il rosario di date che segnano la sventura editoriale di Socialismo liberale e fotografa lo scandalo: il libro, scritto negli anni 1928-’29, a parte un’edizione quasi pirata del ’45, dovette aspettare ben 44 anni prima di venire alla luce. E addirittura cinquanta prima d’essere diffuso in un’edizione per il lettore comune. Quando nel ’95 denunciai questa stortura che tanto è costata alla sinistra democratica, ricevetti da Vittorio Foa un bacchettata: «Le ragioni per cui questo libro non è stato conosciuto sono molte, non nascono dalla sinistra». Mi dispiace, ma Foa, un padre della nostra democrazia, aveva torto. Ed è proprio John a certificarlo: «Cause furono la mia residenza in Inghilterra, che mi consentiva solo brevi viaggi in Italia, e l’evoluzione della politica italiana, rispecchiata in quella intellettuale della casa editrice Einaudi». E ancora, in più luoghi, è lo stesso John a sottolineare «il lancio ancora più inesistente» di tutte le edizioni da parte dell’editore. 
Stendiamo un velo pietoso sulla scusa ridicola dei viaggi troppo brevi in Italia di chi, erede e gestore dei diritti d’autore, era convintissimo (come è noto a quanti conoscono le vicende della famiglia Rosselli), proprio perché ortodosso e settario come può esserlo solo un marxista all’inglese, che il libro del padre valesse pochissimo. Però registriamo la denuncia, anche se tardiva, contro la casa editrice Einaudi. La sua non fu sciatteria, ma segno d’un preciso disegno di politica culturale, sulla scorta dell’indirizzo togliattiano, di mettere la sordina a un pensiero politico che avrebbe contraddetto in modo radicale quel dogma del Migliore che non c’era e non ci poteva essere altra sinistra ideale se non quella comunista. Si poteva dare spazio a una revisione come quella rosselliana così drastica nei confronti del marxismo? Certo, no. La stroncatura di Giorgio Amendola ne è la riprova. Che poi la costruzione di un’altra sinistra venisse da un martire vero dell’antifascismo e soprattutto da un liberale ineccepibile era accettabile? Si poteva permettere la «fortuna» d’un liberalismo eterodosso rispetto all’immaginetta d’un liberalismo conservatore tutto italiano che all’epoca faceva così comodo soprattutto a sinistra? Ora la risposta definitiva ce l’ha data un testimone molto attendibile perché - diciamolo - di parte avversa. Ma il danno arrecato ormai è irreversibile.


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