Memorie a confronto 

ANCORA SUL '56  

Rossana Rossanda

Pietro Ingrao e io abbiamo in comune la guerra e la vicenda del Pci dal 1943 al 1969. Il filtro è simile. Ma è in parte diversa la memoria del 1956. Provo a confrontarle.
Il 1956 comincia nel mio ricordo con un salto nella speranza, una accelerazione positiva. Fino ad allora – per noi che non avevamo vissuto le lacerazioni degli anni venti e trenta – l'Urss era il 1917, il primo Stato socialista, una società più povera (non eravamo idioti) ma più giusta, la Stalingrado che aveva rotto le ossa alla Wehrmacht, grande paese, grande alleato dei suoi stessi avversari contro il nazismo. Ma nel dopoguerra ne arrivavano eco pesanti: la condanna della Jugoslavia, il colpo di Praga, poi l'impiccagione di Raijk e simili. Non dovetti scriverne né parlarne, non so che avrei detto. Le mettevamo in carico della guerra fredda: era spietato l'itinerario che quelle società dovevano subire e far subire. La storia non è innocente, da les mains sales non si scappa.
E il nemico c'era, lo stesso che sentivamo addosso in quella guerra fredda, che non fu né la passeggiata che a volte si dice, né il dilemma fra due lealtà che, secondo alcuni storici dell'Istituto Gramsci, ci avrebbe dilaniato. Governo e padronato l'avevano bell'e risolto: democrazia sì, comunisti no. Neanche se fossimo arrivati al 51% dei voti saremmo arrivati al governo, naturalmente nessuno lo ammetteva. Lo percepivamo e dopo il 1989 alcuni illustri padri della Repubblica hanno confermato che sì, era ovvio, giocassimo pure alle elezioni ma al dunque si sarebbe visto. Avevano dunque qualche ragione i partigiani che ancora riunivano, tale e quale Enrico Mattei, alcune formazioni con la bandiera e non avevano consegnato le armi? Se avessimo vinto ci sarebbe stato un colpo di Stato e ci avrebbero ficcato a Capo Marongiu? Mah! A me pare di non averci mai creduto, ma forse mi aggiusto la memoria. Intanto dalla maggioranza eravamo ben lontani, socialisti inclusi – le elezioni del 1948 ci avevano impartito una sberla tremenda. A me sembra che lavorassimo, a testa bassa e per nulla infelici, non nell'attesa dell'ora X, folclore plebeo, ma nella persuasione che la guerra fredda sarebbe finita, l'anticomunismo prima o poi sarebbe ragionevolmente caduto. E infatti nei primi anni sessanta ci fu un mutamento degli orizzonti con Kennedy, Giovanni XXIII, la crisi del centrismo, le riforme imposte a Fanfani e poi quelle del centro-sinistra, insomma un trascolorare del senso comune e delle culture. La verità è che dal 1945 ad allora e oltre il Pci rappresentò la spinta a una trasformazione che maturava nel secolo e come tale fu recepito, fino alle lacrime di Moro, salvo da personaggi leggeri alla Cossiga. Ma sorvoliamo. Del resto poi tutto si radicalizza a destra e a sinistra e l'Urss si fissa nella glaciazione brezneviana.
Ci davamo dunque da fare fuori dai palazzi del potere a organizzare la gente, a sostenere le lotte, a cambiare molecolarmente la stoffa del paese, poi – democrazia progressiva o avanzata o quel che fosse – si sarebbe visto. Ma intanto dovevamo strappare anche il permesso di manifestare, la fabbrica teneva fuori noi, i sindacati e «l'Unità». Io vengo dagli anni delle schedature, degli operai perquisiti, degli spazi interni vietati, dei compagni cercati negli intervalli di mezzogiorno mentre si addossavano al poco sole d'un muro esterno dell'azienda a mangiarsi la deprimente gamella, o catturati mentre correvano al tram del rientro, o la sera giù nelle sezioni in scantinati senza stufa. Mi hanno tolto anche il passaporto – a me che non ero nessuno. Quando si parla di consociativismo mi fanno ridere. E la censura? La polizia chiudeva appena poteva perfino le serrande della Casa della Cultura, e non era permesso proiettare neppure Eisenstein.
Nel 1956 erano finite da sette lunghi anni le grandi battaglie sindacali, schiacciate a Milano dopo la Breda nel 1949 e in genere dopo la botta clamorosa alla Fiat. Ci aspettava una scadenza amministrativa nazionale, le ultime politiche erano andate molto meglio che nel 1948, ma a Milano i socialisti restavano più forti di noi. Se pensavo all'Est, era per augurarmi che non succedesse niente: nel 1948 ci avevano fatto più male le forche di Praga che la scomunica.
Ed ecco che nel febbraio 1956 il XX Congresso prende di sorpresa, mi pare, anche il Pci. Il campo socialista – annuncia Kruscev – è ormai un sistema mondiale, la guerra non è più inevitabile, ogni paese avrà la sua strada al socialismo. Non è cosa da poco, né sotto il profilo politico né sotto quello storico. Per il Pci è miele. Il mondo, piaccia o no, ne prende atto.
Nella relazione Kruscev ha fatto anche un'ammissione grave e liberatrice: è venuta meno una direzione collegiale per l'illecita prevaricazione di Stalin ed è stata più volte violata la legalità socialista. Di questo «l'Unità» parla soltanto il terzo o quarto giorno, dopo l'intervento di Mikoyan che rilancia. Quando leggemmo l'intera relazione ci siamo detti: ecco una società capace di riformarsi! E se non mi inganno – io vivevo più di altri compagni milanesi in mezzo alla gente – così venne accolta anche dalla sinistra non comunista: penso ai socialisti o a Isaac Deutscher, la cui analisi fu determinante. Naturalmente ci rimproverarono la passata sordità, ma un peccato corretto non mette a tacere nessuno.
Certo, bisogna vedere quale peccato. Qualche giorno dopo si saprà che c'è stato un secondo rapporto di Kruscev. Pietro Ingrao ricorda che Boffa lo avvertì, «Ci sono cose terribili», ma questo sull'«Unità» non traspare: nella splendida capacità di dire e non dire, il nostro quotidiano scrive che c'è stata, oltre alla consueta sessione per le nomine al CC, una sessione riservata per discutere della direzione collegiale, punto. Senonché il Pcus ne discute in tutte le sue sedi (come lo abbia fatto senza pubblicare il rapporto resta per me oscuro) e ne filtrano notizie sulle quali gli altri giornali cominciano a strillare. «L'Unità» definisce il tutto come una campagna bieca e menzognera, attuata per attaccare un paese e un partito ormai più forti e tentar di separarci dai socialisti.
E così procedemmo sino alle elezioni di fine maggio, che non andarono malissimo. Perdemmo dei voti ma li presero i socialisti, indietreggiò un poco la Dc ma avanzò Saragat. Per cui tutti si dissero soddisfatti. A Milano però avevamo perduto più che altrove ed era convocato il Comitato federale per discuterne quando, un bel giorno dei primi di giugno, il «Punto», mi pare, pubblicò di colpo l'intero rapporto segreto.
E quella sì fu una bomba. Quel che Kruscev aveva detto pubblicamente ci sembrò una riduzione mostruosa. Altro è dire che Stalin poco si curava dei pareri dei compagni, altro che aveva fatto ammazzare Kirov. Un conto è tenere in non cale la direzione collegiale, un conto far fucilare novanta su poco più di cento membri del Comitato centrale del 1934 (quello del Congresso dei vincitori, della ritrovata unità!). E i processi del 1936, '37 e '38 non erano quel che si era creduto. E liquidando Tuchacevskij, Stalin aveva permesso che la Whermacht arrivasse alle porte di Mosca. E poi aveva fatto deportare intere popolazioni dell'Urss.
Dura necessità? Errore? «Quando si abbatte una foresta volano le schegge», come scriveva Arturo Colombi? Ammazzalo! Erano tragedie, delitti. Ci dividemmo sordamente fra chi diceva «taluni errori», «errori e colpe», «colpe e delitti». Il rinvio al `culto della personalità' non era insufficiente, era tremendo: come diavolo un grande partito s'era piegato a una tirannide personale? Nel socialismo, nella democrazia sostanziale?
Di quelle pagine devastanti «l'Unità» non dette notizia, né direttamente né indirettamente, né durante né dopo; l'«Avanti!» aspettò venti giorni per farne uscire una corretta, seria silloge, a firma di Nenni. Noi niente. Il rapporto segreto era stato pubblicato a metà settimana, la polemica infuriava, il sabato si riunì il Comitato federale di Milano, Alberganti fece la relazione, Secchia gli era seduto accanto. Del rapporto segreto non una parola. Cominciò una surrealista discussione sul voto, finché Silvio Leonardi, che era un ingegnere, Antonio Pizzinato, che era operaio alla Borletti e io che ero un'intellettuale qualsiasi intervenimmo: «I casi sono due: o il rapporto è un falso e “l'Unità” lo deve smentire o è autentico e lo doveva pubblicare». Silenzio degli altri. La risposta fu di Secchia, sprezzante, e rivolta a Pizzinato che come operaio doveva parergli più colpevole di due intellettuali: «Anche l'ultimo dei cretini è in grado di fare domande cui il più intelligente degli scienziati non è in grado di rispondere». Più che la logica, alquanto debole, ci colpì l'ira, il disprezzo. (Di Secchia, spedito pieno di risentimento a Milano dopo il 1954, non ho la memoria angelicata degli amici che hanno curato il volume degli «Annali» Feltrinelli, fondato sul suo diario, i cui vuoti non cessano di stupirmi).
Poco dopo ci fu il Comitato centrale dove Togliatti disse il famoso: «Non sapevamo e non potevamo immaginare». Non aveva saputo né immaginato dall'Esecutivo dell'Internazionale comunista? Ma rispondeva su «Nuovi Argomenti» con un'intervista che leggemmo come un'ammissione e un atto di personale coraggio, che presto si fondò sulla leggenda – non so quanto vera – che in sede di direzione i vecchi non gliel'avrebbero mai passata. Da quel momento i `giovani' del centro, specie gli Alicata e gli Amendola che salivano spesso a Milano, ci trasmisero l'immagine d'un Togliatti deciso a innovare alle prese con una resistenza interna: non sapevamo, e non ci dissero, che nel 1951 la Direzione aveva risposto sì a Stalin che chiedeva di spostarlo al Cominform, e lui se ne era faticosamente schermito. Ma a Milano potevamo ben capire: era una federazione arroccata, di figure pesanti, Alberganti, Giovanni Brambilla, il vecchio Nicola, Alessandro Vaia, i Nigretti, i compagni del sindacato, tutti poco inclini a conoscere e ascoltare, che ricordo però come gente integra, una virtù che oggi mi sembra non da poco. Uno solo, il vecchio Invernizzi della Cgil, mi disse con voce strozzata sull'orlo d'una porta: «Essere messi al muro dall'avversario è dura ma dai compagni...». In ogni caso l'intervista su «Nuovi Argomenti» restò quella della «degenerazione nel sistema», come diceva Togliatti, o «del sistema», come aveva scritto Nenni nell'altrettanto famoso Luci ed ombre. Nel o del, degenerazione era.
L'estate venne nervosa. A fine giugno avvennero i fatti di Poznan – più di cinquanta morti – il Pci inaugurò la tesi: c'è stato un ritardo nel rinnovamento dei gruppi dirigenti, sul quale giocano i provocatori, e diversi proletari se ne fanno trascinare. Capire, reprimere, rinnovare: si seppe che il rapporto segreto era stato fatto arrivare negli Stati Uniti da Kruscev; dunque aveva anche lui un contenzioso interno difficile. In quella prima metà dell'anno andò in pezzi l'idea del partito e dell'Urss uniti e compatti. E smettemmo di parlare lo stesso linguaggio fra noi, con qualche compagno del centro e con la base. L'età dell'innocenza era finita.
Ma ci davamo degli incoraggianti distinguo. «Rinascita» nominò il `secondo rapporto' di Kruscev – che si supponeva noto grazie all'avversario, visto che non lo pubblicavamo, anche se, a differenza de «l'Humanité», «l'Unità» non disse, o cessò prestissimo di dire, che era un falso americano. Per cui divenne una di quelle verità che non si dicono, «pour ne pas désespérer Billancourt», come avrebbe detto Sartre. Fu un grande errore cui partecipai, e sarebbe stato mortale.
In Polonia e Ungheria cambiavano i gruppi dirigenti, tenevamo le orecchie ritte, Pajetta ci canzonava: «Siete tutti un chi apre? chi chiude?». La Polonia continuava a mutare, temevamo che si muovesse Rokossovski – quante cose avevamo imparato in quei mesi – Rokossovski non si mosse, arrivò Gomulka del quale non ricordo che ci fosse stato detto che era stato espulso dal partito che era richiamato ora a dirigere, filtravano voci di consigli operai e riviste che il Pci non apprezzava ma dei quali alcuni di noi, già avvezzi a più d'una verità, erano curiosissimi. Da Cecoslovacchia e Germania silenzio.
Poi l'Ungheria si mise a urlare. La voce era spesso anticomunista: per noi c'era differenza. Tuttavia l'articolo di Togliatti su «Irodalmi Uisag» ci fece digrignare i denti ed è allora che partì la discussione più acerba, e non senza morti e feriti. Come!? A Budapest non era un gruppetto, né solo gli intellettuali del Circolo Petöfi, era la più grande fabbrica che insorgeva, una intera classe operaia. Che succedeva? E si sussurrava che l'Urss poteva mandare l'esercito, ma Lenin non aveva detto che una rivoluzione non si esporta con le baionette? Il 30 ottobre l'Urss dichiarò solennemente che mai e poi mai avrebbe invaso. Tirammo un respiro di sollievo, giusto il tempo per essere svegliati il 4 novembre dai carri armati a Budapest e dalle sparatorie che li accolsero. Buon Dio!
Restammo inchiodati. Gridavano gli avversari, il padronato lanciò agli operai: «Scioperate per i vostri compagni di Budapest!». E forse gli operai avrebbero scioperato – il comunicato della Cgil, scritto da Di Vittorio, fu una cosa seria, non apprezzata in via delle Botteghe Oscure – se il suggerimento non fosse venuto dalla Confindustria. Non scioperarono ma si lacerarono fra comunisti e socialisti, sinistre e cattolici. Avevamo messo degli anni a ricucire dopo il 1949 qualche filo, le Commissioni interne, e adesso si spaccavano fra odio e angoscia.
Socialisti amici e democratici e antifascisti mi caddero addosso, la Federazione era asserragliata e chiusa, la Casa della Cultura restò aperta mattina e sera; ero stata soprattutto io a ritessere i rapporti spezzati nel 1948. Dove venivano a protestare, ad accusare? Da noi. Franco Fortini mi telegrafò: «Spero che gli operai vi spacchino la faccia». Fedeli almeno al motto `non scappare', organizzammo in quella baraonda una discussione con socialisti e terze forze, da Roma venne Alicata. Quella sera io ero andata alla Sezione della Brown Boveri, dove avevo trovato di tutto – quelli che si disperavano, quelli che reputavano l'invasione giustissima, quelli che sostenevano che non era vero niente. Ma a mezzanotte bisognava prendere l'ultimo tram e correndo alla Casa della Cultura trovai ancora una lunga coda fin fuori e scendendo le scale mi arrivò la voce di Alicata che gridava: «... perché in questo momento l'esercito sovietico sta difendendo l'indipendenza dell'Ungheria!». Seguì un ruggito.
Non finì presto, la gente sfollò esacerbata. Ma non ci eravamo sottratti a niente e questo fu l'unico investimento a rendere. Mazzali della Federazione socialista, Musatti e Arnaudi non lasciarono l'istituto, Fortini si ammansì. L'Italia degli anni seguenti vide da Milano il declino del centrismo e su questo tornò a convergere l'attenzione.
Ma nel Partito non fu mai più come prima. Proteste, allontanamenti, la frattura con chi si aggrappava alle ragioni dell'Urss come se sentisse mancare l'ultima zattera. E qualcuno fra i rodaniani e alcuni grandi intellettuali, Concetto Marchesi e Augusto Monti, agitava una dubbia bandiera: quante storie, la rivoluzione non è un balletto, la democrazia viene dopo, è di destra. Non mi piaceva. Ma quale beltà della repressione, noi avevamo parlato d'un altro mondo, parlavamo d'un altro mondo. Si doveva far fronte, ma non si poteva declamare.
Io ero una dirigente federale di mezza tacca, avevo imparato a tenere i nervi a posto e ordine in un'assemblea, ma da dieci anni era come scalare una montagna ed essere regolarmente buttati giù. Il più pesante fu tra me e me: la vicenda ungherese si è coagulata nella mia mente in una fotografia, un funzionario appeso a un fanale davanti alla Csepel, il collo spaccato e il volto scomposto dell'impiccato, mentre sotto di lui un paio di operai della grande fabbrica in rivolta ridevano. Fu la prima volta che mi dissi: – Ci odiano. Non i padroni, loro, i nostri ci odiano.
Non sono mai stata populista. Non può esserlo chi è venuto alla politica dal rifiuto del fascismo; avevo conosciuto il poveraccio fascista, quello che s'era messo nella milizia nel 1944 perché non sapeva dove altro andare, conoscevo chi al Sud si faceva carabiniere o seminarista non avendo altre scelte ma poi diventava molto prete e molto carabiniere. Le scelte prima le facciamo e poi ci fanno. Il povero e l'oppresso non hanno sempre ragione. Ma i comunisti che si fanno odiare hanno sempre torto, lo pensavo e lo penso. E quello era un odio massiccio, sedimentato; non si arriva a queste enormità senza un'offesa lungamente patita. In quei giorni mi vennero i capelli bianchi, è proprio vero che succede, avevo trentadue anni.
Non ho mai pensato di lasciare. Come Ingrao, si parva licet. Ma le domande che mi rivolgo sono in parte diverse da quelle che si scambiano sulla «rivista» Pietro e Giuseppe.
Primo. Ingrao si sente ingannato dal silenzio di Togliatti. Sommessamente discuterei: ammettiamo, l'orribile Togliatti ha nascosto tutto. Sappiamo che spudoratamente mentì nel 1956, avevano taciuto o mentito lui e Dimitrov e Fischer, si dicevano le cose e le paure sottovoce al buio e altrove, nessuno essendo al riparo dal sospetto. Ma è proprio vero che noi più giovani nulla potevamo sapere né immaginare? Dei campi si era cominciato a leggere su fonti non sospette. Di Tito, di Djilas il cui libro era uscito, di Praga, del 1951 non ignoravamo tutto: non andammo a vedere, non ci interrogammo, non interrogammo. O sì? Quando? La verità è che si vede quel che si aspetta di vedere, quel che è tollerabile, quel che pare aiutarci a vivere, a batterci. Se siamo stati ingannati, ci siamo volentieri lasciati ingannare.
Secondo. Facciamo l'ipotesi che avessimo saputo e immaginato, che Togliatti avesse detto tutto almeno al gruppo dirigente, che il partito russo ci avesse sbattuto in faccia tutto e sempre, che avremmo fatto? Avremmo detto nel 1948 o nel 1951: – Oddio! Questo non me lo dovevate fare, lascio? Se avessimo avuto chiaro quel che ci è chiaro adesso? Se per magia ci fossero apparsi i campi di Vorkuta e i corpi rappresi nel ghiaccio sul quale si muoveva Solgenitsin? Del resto, che facemmo quando il rapporto di Kruscev lasciò ben poco all'immaginazione? Tenere o lasciare? Abbassammo la testa sotto la grandinata e tenemmo.
Terzo. Ma come tenemmo? Minimizzando, evitando di andare a fondo. E questo è stato il vero errore politico e, se vogliamo, etico. Dicemmo che la denuncia era rozza come se questo ne diminuisse la portata, e poiché in quei trent'anni successivi c'era stato anche ben altro – ed è vero – Stalin non andava messo radicalmente in discussione, e tanto meno noi stessi andavamo discussi. Questo facemmo. In nome d'uno storicismo mediocre, sentendoci stretti come se le scelte fossero due: ammettere che tutto era un errore in radice, oppure balbettare `ok, il prezzo è giusto' rispetto al positivo che ne è venuto.
Questa seconda scelta, fondata sull'ovvietà per cui il capitalismo non diventa buono solo perché il socialismo ha prodotto un figlio deforme, pareva di realpolitik ma s'è rivelata paralizzante e a medio termine fatale. Lasciammo lì tutto, evitammo di metterci le mani, non demmo alcuna sponda ai tentativi d'una opposizione socialista/comunista che in quei paesi si delineava a stento, disprezzammo il dissenso, non capimmo lo sfascio che maturava e pensammo che comunque potevamo restarne fuori. Peggio: credemmo che malgrado i disastri interni l'Urss sarebbe rimasta, non fosse che per sua propria difesa, una barriera anticapitalista, antimperialista. Non lo andiamo dicendo ancora oggi di Cuba e della Cina? Un'analisi seria, radicale, non si fa. Non abbiamo tempo, non tocca a noi. A chi tocca allora?
Inclino a pensare che anche Togliatti e Dimitrov abbiano ragionato, a rivoluzioni occidentali sconfitte, fascismo galoppante e guerra incombente: `L'Urss, questa che c'è, è la sola trincea. Se ne usciamo vivi, nel mio paese saremo diversi'. E in Italia questo fu, con tutti i suoi difetti, lacune e reticenze, il partito nuovo. Nessuno che io sappia, fuorché Nolte, contesta quello schierarsi negli anni trenta. E mi pare leggera la tesi di alcuni studiosi dell'Istituto Gramsci: appena sconfitto il nazismo e profittando di Yalta il Pci poteva rompere con l'Urss, scegliere l'Occidente, tentare una bella socialdemocrazia. Allora? Sbaraccando la Resistenza, che non certo in questa prospettiva s'era formata, solo momento di identità nazionale? Passando dall'altra parte, come la Sfio, la Spd? Non è una domanda irricevibile, visto come è finito il Pci, che peggio non poteva. Quale partito fu effettivamente costruito in Italia nel 1945? Una grande forza popolare classista e riformista o un partito comunista in senso proprio? Che altro mise sul tavolo Berlinguer con il compromesso storico? Ma andrebbe posta analizzando tempo, condizioni, rapporti di forza, la famosa geopolitica della quale tanto si parla. E tenendo conto che un partito di massa è un corpo, sono vite, azioni, simboli ed emozioni che diventano tessuto nel tessuto del paese. Non tutto è verbale d'una Direzione, non tutto nel rapporto con l'Urss è `politica estera'.
Perciò non rimpovererei a Togliatti i suoi silenzi, non mi sento imbrogliata, né sarei severissima con i silenzi dell'«Unità» e il famoso editoriale di Ingrao sui fatti di Ungheria. Penso che non abbia saputo ma neanche insistito per avere dei lumi per quella sua pietas del partito, organismo che – ha sempre pensato – cresce assieme o muore, che lo determinò ad altre prudenze. I suoi editoriali e interventi ai Comitati centrali di quell'anno sono un ostinato attenersi all'Italia, difendere il partito, scongiurare la separazione dai socialisti, stare sul terreno che conosceva. Fu un modo di allontanare la Gorgone, certo. Ma aveva le sue ragioni. Quando però cominciò a derivare in pura perdita?
Perché ci sono tempi e tempi. Si può capire che in piena guerra, o mentre ricuciva un partito operaio in un paese che era stato fascista o conformista, Togliatti non potesse aprire il dossier dell'Internazionale senza farsi fare a pezzi sul posto. (Non lo avrebbe fatto neppure un Beppe Vacca fornito dei lumi attuali.) Ma nel 1956 non si poteva gestire la faccenda meno al ribasso? Non considerare Kruscev un danno, non aggirarlo? Non tener la base nella nursery, svezzarla, non lasciarla cieca ed esposta?
Eludemmo il perché del degenerare di quella rivoluzione, non tentammo di leggerla né con una griglia marxista – per poco che frequentassimo il marxismo – né storico-sociologica. Non ci chiedemmo come, abolita la proprietà privata dei capitali, si riformassero illibertà e inuguaglianze. Eppure la Nep ne aveva discusso. E se eravamo fin troppo convinti che una rivoluzione non cade come un frutto maturo, implica una forzatura, e questa forzatura ha un limite intrinseco – non era proibito leggere Lukács – dove lo incontrò il partito russo? L'errore era già in Lenin quando ruppe con i socialisti rivoluzionari? quando dissolse l'assemblea pansovietica? o dopo, nella Nep? Non era intrinseco alla collettivizzazione delle terre quell'avvitamento della violenza, o fu insufficiente la transizione? O il nodo è la burocratizzazione denunciata da Trockij? Perché il partito/Stato era tornato a determinare l'ineguaglianza che mutilava le vite, le menti e anche i corpi, quando, attraverso quale passaggio? Il potere si dà sempre giustificazioni e urgenze, le sue buone ragioni saltano fuori da tutte le parti, un leninismo d'accatto affascina sempre vecchi e nuovi soggetti, che manco lo sanno, e a un certo punto diventa un meccanismo irrecuperabile – ma in quale momento? In capo a settant'anni siamo ancora lì a non sapere, non cercare, rimasticare la dualità partito/masse, partito/Stato, avanguardia/base, centro/periferia, come se il primo termine fosse in sé autoritario e il secondo taumaturgicamente democratico. Di subalternità intellettuale si muore.
Basta. La mancanza imperdonabile è non avere aperto questa agenda. Di aver creduto che spento il tiranno (tiranno ma grande, sussurravamo sempre per amor di base e uno storicismo accomodante, e reso più grande da coloro che erano morti con il suo nome sulle labbra), aboliti i gulag, finite le fucilazioni, il socialismo sarebbe tornato a svolazzare come l'uccellino che, sorpreso da una gelata in un campo sterminato, – Trombadori divulgava questa storiella – viene inopinatamente sepolto dalla grande ma tiepida evacuazione d'una vacca; merda è, ma lo salva dall'assideramento. E non capimmo che Breznev assiderava l'Urss senza più bisogno dei campi.
Eppure nei primi sessanta, Togliatti il prudentissimo aveva aperto un discorso. Perché i suoi successori lo chiusero? Com'è che Longo si sentì isolato su Praga? Perché Amendola, azzittito dal rimbrotto ricevuto quando propose di «liberarsi dalla ipoteca sovietica», tornava a chiederlo a Togliatti appena sepolto? Perché, fallito anche quella volta, tornò un difensore arrabbiato della fedeltà all'Urss? Lui che quella società non la sopportava neanche dipinta? Pajetta senza l'Urss si sentiva perso. Berlinguer, che personalmente non nutriva speranza alcuna nella leadership sovietica, si guardò bene dall'aprire il dossier, arretrando rispetto al Togliatti del 1964 e limitandosi a calibrati strappi al vertice, tanto il silenzio tenuto con la base si era rovesciato in timore che qualcuno da Mosca la lusingasse al punto da spaccare il più forte Pci d'Occidente. Quando «il manifesto» fece – e non era troppo presto, era il 1978, dieci anni prima del crollo del Muro – un convegno sull'Est con le dissidenze interne o esiliate di sinistra, il Pci interdisse ai suoi di parteciparvi; spedì Rosario Villari a leggere un testo predisposto e soltanto Trentin venne e parlò e strinse la mano ai Michnik o Mlynar, figuriamoci. (Foa ci mandò un telegramma di scherno.) Dieci anni dopo o poco più gli epigoni del Pci, che erano stati zittissimi, avrebbero detto senza batter ciglio e senza suscitare sollevamenti nella base: – L'Urss? Mai vista né conosciuta. (E il mio vecchio amico Vittorio Foa la annovera fra le frivolezze di gioventù.)

la rivista del manifesto

numero  14  febbraio 2001

L’INVASIONE DELL’UNGHERIA

Rossanda: capelli bianchi per colpa del comunismo


ROMA - Una donna altera, schiva, rigorosa. E pur dolce, nell’eloquio, nei tratti, nella candida capigliatura. Rossana Rossanda è un’intellettuale comunista. Lo è sempre stata, intellettuale e comunista. E lo è ancora. Una vita nel Pci fino al ’69 quando fu mandata via assieme a Luigi Pintor e agli altri "eretici" che diedero vita al Manifesto , giornale e gruppo politico. E ora, sulla rivista mensile che ha lo stesso nome del quotidiano, racconta come 45 anni fa le vennero quei capelli bianchi che nulla hanno a che vedere con l’età. Tutto verte su quello che Pietro Ingrao ha chiamato «l’indimenticabile ’56». E’ l’anno dell’invasione dell’Ungheria, i carri armati sovietici il 4 novembre entrano a Budapest per soffocare nel sangue la rivolta operaia e popolare contro la dittatura comunista. Scrive Rossana Rossanda: «La vicenda ungherese si è coagulata nella mia mente in una fotografia, un funzionario appeso a un fanale, il collo spaccato e il volto scomposto dell’impiccato, mentre sotto di lui un paio di operai della grande fabbrica in rivolta ridevano. Fu la prima volta che mi dissi: ci odiano. Non i padroni, loro, i nostri ci odiano... Il povero e l’oppresso non hanno sempre ragione. Ma i comunisti che si fanno odiare hanno sempre torto, lo pensavo e lo penso. E quello era un odio massiccio, sedimentato; non si arriva a queste enormità senza un’offesa lungamente patita. In quei giorni mi vennero i capelli bianchi, è proprio vero che succede, avevo trentadue anni». 
Memorie a confronto, specifica il titolo dell’articolo. E il confronto è proprio con Ingrao, il primo a rompere la diga dei ricordi e dei pentimenti per la posizione filosovietica del Pci. Ma la Rossanda non se la prende tanto con Palmiro Togliatti quanto con i dirigenti successivi, Berlinguer compreso, che non fecero davvero i conti con la tragedia dell’Urss. E che, a suo dire, non seppero e non vollero spiegare che il comunismo è tutta un’altra cosa. 

Corriere della Sera
8 febbraio 2001

 

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