Claudio Signorile: Lombardi, una vita socialista / Dalla lotta partigiana alle riforme di struttura /la battaglia politica /Pregiudizi e contraddizioni della sinistra / il Convegno dopo la morte
Lombardi, una vita socialista
di Claudio Signorile
Le cose fatte e dette dai militanti della politica sopravvivono per essere ogni giorno discusse, accettate, respinte, interpretate; per suscitare nuove idee, per determinare nuovi fatti.
Riccardo Lombardi ha aperto la sinistra italiana ad una cultura di governo, quando le tematiche che la sinistra affrontava erano tematiche difensive; quando si affidava agli anni a venire il crollo e la fine della società nella quale si viveva.
Lombardi parlò allora della strategia delle riforme, e attraverso l’analisi lucida e concreta delle riforme di struttura, della loro importanza, della loro capacità di determinare nuove aggregazioni sociali, di realizzare una qualità diversa del tessuto economico e degli equilibri del Paese, portò la sinistra sul terreno di una sinistra di governo.
Una sinistra, cioè, capace di vedere i problemi reali della società, non secondo un’ottica parziale e partigiana, non secondo la difesa di interessi soltanto di classe, ma seguendo una visione complessiva di moderna democrazia industriale, governata e diretta dalle forze popolari, dagli esponenti degli interessi prevalenti del mondo del lavoro e della intelligenza, in sostanza da quella sinistra di progresso e di nuova democrazia che egli aveva sempre fortemente voluto.
In questo senso Lombardi è stato l’uomo di tutta la sinistra; in questo senso Lombardi ha dato ad un partito socialista che dopo la Resistenza si presentava come un insieme di eredi turatiani, di massimalisti di ritorno, di superstiti azionisti, un filo rosso di congiunzione e una linea di riferimento alla quale gradualmente, prima o poi, tutti hanno ceduto.
Lombardi aveva ben chiaro il pericolo delle riforme dimezzate, della strategia di intenzioni e non di fatti, e quindi della necessità del protagonista politico, del soggetto collettivo in grado di essere portatore di questa strategia riformatrice; garante della sua attuazione; difensore rispetto ai contraccolpi della forze restauratrici oggettivamente espresse dallo sviluppo di questa linea. Per questo Lombardi è stato l’uomo dell’alternativa di sinistra.
Alternativa che non è un mito, una generica aspirazione, che non assume i caratteri escatologici della rivoluzione sociale, ma diventa più concretamente e più limpidamente individuazione di quel quadro di forze sociali e di quel sistema di alleanze politiche in grado di esprimere una comune strategia di riforme e una qualità nella cultura di governo da tradurre poi nei fatti e nelle azioni, nel governo del movimento e nel governo delle istituzioni.
Su questo terreno Riccardo è stato costantemente presente, non in forme declamatorie. La polemica con i comunisti che egli ha sviluppato - e poteva sviluppare proprio perché profondamente e consapevolmente convinto del ruolo della sinistra e della sua unità in una strategia di democrazia rinnovata - aveva questo obbiettivo: non una polemica antagonista, ma una polemica di cambiamento; non una conflittualità fine a se stessa, alla ricerca di spazi generici nella società italiana, ma la conflittualità nella individuazione di quale sinistra fosse necessaria per dare al Paese e alla democrazia italiana una credibile guida di progresso.
L’alternativa in Lombardi, quindi, è una politica funzionale al governo della democrazia; funzionale alla attuazione della strategia riformatrice; non una somma di schieramenti - si ricordi la polemica lombardiana sul 51% - ma un obbiettivo politico in grado di dare quei risultati pratici cui è finalizzato. Ed in questo senso il ruolo del partito socialista, così come Lombardi lo ha concepito, non poteva essere un ruolo subalterno o, viceversa, legato ad una sorta di orgoglioso isolamento.
Il partito socialista che Lombardi sentiva da autentico autonomista, con geloso senso della sua indipendenza e delle sue potenzialità, non poteva essere "partito di parte"; non poteva legare la propria esistenza alla gestione del potere, i propri confini alla avara amministrazione del consenso acquisito.
Il partito socialista, nella concezione e nella strategia di Lombardi, è sempre stato un partito del movimento, un partito la cui forza consisteva proprio nell’esprimere un progetto di società, di disegnare costantemente, continuamente, un sistema di alleanze funzionale a questo progetto di nuova società.
Un partito, quindi, e in questo Lombardi si avvicinava molto e trovava molti punti di somiglianza con alcuni temi della politica nenniana - in grado di far muovere costantemente e continuamente il sistema politico, le altre forze politiche, farle cambiare, determinare via via processi di trasformazione finalizzati al progetto di fondo: una democrazia di qualità economica e di equilibri sociali coerenti ad un governo della sinistra; una sinistra di governo, perché capace di sentire e di capire i processi di riforma necessari a dare benessere e stabilità ad una moderna democrazia industriale.
In realtà Lombardi era assai più pragmatico e concreto di quanto comunemente si pensi. Pragmatico e concreto non soltanto per la forte capacità di analisi economica per la piena consapevolezza dell’importanza dei legami internazionali e delle compatibilità nell’economia internazionale di un paese come il nostro; ma anche perché capace di cogliere i passaggi di un processo politico, di capire le ritirate necessarie, i necessari momenti di attesa. Ma di saper cogliere coraggiosamente i punti di attacco quando essi si presentano inevitabili e indispensabili. Probabilmente il momento lombardiano della politica si sta gradualmente avvicinando perchè una fase politica tende al tramonto.
Abbiamo la convinzione che parlare di socialismo non è un’utopia; la convinzione che bisogna pensare grande, che non bisogna avere timore dei grandi disegni e delle grandi strategie; che la politica vive nella concretezza dei fatti di ogni giorno, ma vive nel legame che questi fatti quotidiani hanno con i grandi valori attraverso i quali il bisogno dell’uomo di giustificare se stesso e la sua storia si esprime.
Lombardi ha detto che una società è socialista, quando consente a ciascun individuo la più ampia possibilità di decidere della propria esistenza, di costruire la propria vita. Il socialismo non è quindi annullamento dell’individuo, ma al contrario, piena esaltazione di ciascun uomo. La libertà non è un astratto valore da ricordare in momenti particolari, ma la condizione stessa della vita dell’uomo.
La libertà è il valore concreto che si vive ogni giorno essendo consapevoli protagonisti della propria storia. E quando questa scelta la compiono, uno, dieci, mille, centomila, milioni di uomini, ecco che la democrazia cambia, il socialismo diventa una realtà da vivere. Vivere non domani, vivere oggi: perché chi lotta per questo socialismo dai valori così profondi nella sua coscienza vive un vita socialista ogni giorno.
E Lombardi ha vissuto una vita socialista.
Dalla lotta partigiana alle riforme di struttura
La storia
La vicenda politica di Riccardo Lombardi si è sviluppata attraverso un’epoca di grandi mutamenti e sconvolgimenti nella storia del paese. Ha 18 anni nel 1919 quando comincia l’ascesa del movimento fascista: la severa educazione religiosa ricevuta in famiglia influisce sulle sue prime scelte politiche, portandolo a simpatizzare con la sinistra cattolica di Miglioli, che lo squadrismo sta combattendo con lo stesso furore impiegato per sconfiggere il movimento socialista.
1922-1942 La crisi dello stato liberale, la marcia su Roma e il delitto Matteotti, che preparano l’avvento della dittatura mussoliniana, lo trovano già attivo nella prima opposizione antifascista. Il legame con i cattolici si è indebolito col declinare della solidarietà dei popolari all’antifascismo, e poi con la scomparsa del partito di Sturzo. Si è rafforzato, invece, il suo rapporto con i gruppi democratici, socialisti e comunisti che non si piegano al fascismo.
I quindici anni che seguono, sono un periodo di lotta clandestina, vissuta con uno spirito unitario che prescinde dalle divisioni e dalle dispute ideologiche degli antifascisti esiliati. Troppo giovane nel ’19-’21 per aver condiviso le lacerazioni tra i partiti della sinistra, Lombardi compie le sue prime scelte politiche ed ideologiche in questa tormentata stagione politica. Si accosta al movimento di "Giustizia e Libertà " di cui diventa esponente di primo piano e nel ’42 è tra i promotori del partito d’azione.
1942-1948 Militante attivo nella Resistenza, membro dei Cln, Lombardi vive questa esperienza di lotta come un momento di rinascita nazionale in cui vengono gettate le basi della nuova democrazia italiana. La rottura col passato, che è stata la molla del suo antifascismo, diventa il tema dominante del suo impegno politico quando, nel ’45, con la presidenza dell’azionista Parri, si forma il primo governo dell’Italia libera. La sua battaglia politica contro le forze della continuità è impostata fin dall’inizio sul problema delle riforme di struttura che rimarranno la chiave della strategia di Lombardi anche negli anni successivi.
Per far uscire il paese dalle distruzioni morali e materiali di vent’anni di fascismo e di sei anni di guerra, per procedere alla rifondazione dello stato, bisogna intervenire sui mali antichi che hanno distorto il suo sviluppo economico e sociale, indebolendone contemporaneamente le istituzioni politiche. Il rinnovamento strutturale passa per la soluzione del divario nord-sud, per la riforma agraria, per il controllo pubblico dell’apparato produttivo industriale e finanziario, per un’azione programmata dello stato finalizzata ad un intervento riformatore in ogni settore della società.
Il prevalere di un indirizzo di politica economica liberista, opposto alle istanze pianificatrici di Lombardi, segna una sconfitta di tutta la sinistra, che appare, in questa prima esperienza di governo, incapace di impostare una strategia unitaria. Dopo lo scioglimento del partito d’azione, Lombardi aderisce nel ’47 al Psi in un momento di profonda lacerazione all’interno del socialismo italiano: la questione comunista ha diviso la componente socialdemocratica dalla maggioranza socialista guidata da Nenni.
1948-1964 Per Lombardi, il rapporto con i comunisti conosce momenti anche di aspro dissenso, ma non altera la sua convinzione ferma nel compito storico delle forze della sinistra di costruire la nuova società. In seguito alla sconfitta del fronte popolare nelle elezioni del ’48, diventato direttore dell’ Avanti!, si batte per la ripresa dell’autonomia politica del partito socialista dai vincoli di un’unità d’azione con il Pci, che ha contribuito alla polarizzazione della situazione politica nel paese. Le tensioni internazionali della guerra fredda e l’offensiva delle forze reazionarie e conservatrici in italia, consolidano invece i legami tra i due partiti, accentuando la tendenza egemonica del P ci su tutta la sinistra. L’ opposizione al frontismo, che Lombardi esprime negli anni successivi, sta soprattutto nel suo impegno costante a mantenere viva un’elaborazione socialista originale, capace di riportare il Psi ad un ruolo di protagonista della vita politica italiana. È un periodo fecondo, in cui il suo discorso riformatore si arricchisce di contributi e di significati nuovi alla luce delle profonde trasformazioni in atto nella società italiana che aprono, anche nel quadro politico, nuovi spazi di intervento. Lombardi vede nel dialogo che è cominciato tra socialisti e cattolici la possibilità di avviare le prime riforme, approfittando anche della congiuntura economica particolarmente favorevole. 1964-1984 L ’involuzione del centro-sinistra e ravvicinamento del partito socialista e del partito socialdemocratico, che porterà ad una breve stagione di unificazione, spostano Lombardi all’opposizione nel partito. Il suo "riformismo rivoluzionario", impostato sulla trasformazione degli equilibri societari, non è compatibile con il disegno di stabilità perseguito dalle forze di maggioranza. Tanto più che l’immobilismo del sistema è in pieno contrasto con una società in movimento, ormai alla vigilia della svolta del ’68.
La necessità di un’alternanza democratica nel quadro politico bloccato dall’egemonia trentennale della democrazia cristiana, rilancia il problema della sinistra di governo. È questa la condizione necessaria per la realizzazione di quella strategia dell’alternativa diventata, dagli anni ’70 in poi, il fulcro dell’elaborazione politica di Lombardi. In questa chiave, la politica di compromesso storico del Pci lo trova in posizione critica: il disegno che emerge con il governo di unità nazionale nel ’76, tende ancora una volta alla conservazione degli equilibri sociali e politici esistenti, garantiti dall’accordo tra i due massimi partiti.
La fine di questa fase e il forte rilancio dell’identità politica del Psi ridanno vigore alla strategia dell’alternativa socialista che poggia sulla dinamica plurali sta delle forze democratiche e sul dialogo paritario nella sinistra. Ma I’autonomia dalla Dc e dal Pci rivendicata dai socialisti, rilancia un’alleanza di governo che pur nel passaggio del ruolo guida prima ai laici e poi agli stessi socialisti, rinvia i tempi dell’alternativa. Per Lombardi è solo un rinvio, un momento di transizione verso un cambiamento che proprio nelle difficoltà dell’oggi trova le ragioni politiche della sua ineluttabilità.
La battaglia politica di Lombardi
La rivoluzione democratica è al centro di quella tematica riformatrice che l’uomo politico continuerà a sviluppare: e si esprime nel progetto di una riforma di struttura dello stato per arrivare a conquistare e a costruire la società socialista.
La battaglia politica di Riccardo Lombardi iniziata all’indomani della marcia su Roma nel 1922, proseguita nel periodo dell’antifascismo clandestino e poi negli anni della resistenza contro i nazi-fascisti, trova una sua continuità ininterrotta dopo la liberazione nell’elaborazione della strategia del riformismo rivoluzionario. "Socialismo Oggi", collana della Marsilio Editori, raccoglie gli "Scritti politici 1945-1963, dalla Resistenza al Centro-sinistra", dalla quale abbiamo tratto la lettera personale a Giuseppe Speranzini del 7
novembre 1945.
Caro Speranzini, non sono scandalizzato del "tiro" che tu intendi giocarmi. Non penso di sorprenderti se ti dico che la tua analisi della situazione è in buona parte valida anche per me, e non soltanto per me ma anche per i compagni che mi sono stati più vicini durante la resistenza. Tu tocchi il punto sensibile e veramente decisivo della questione quando affermi che "l’errore fondamentale del CLN è stato di non profittare dell’insurrezione del nord Italia, di non fare di questa insurrezione una situazione di emergenza politica, di non imporre delle condizioni a Roma e al resto d’Italia", ma, amico, tu dimentichi molte cose e fra le altre che questo stesso problema fu individuato, come centrale, proprio dal gruppo politico cui appartenevo e appartengo tuttora.
Tu forse ricorderai che, nel novembre del 1944, fu pubblicata una certa lettera del partito d’azione agli altri partiti del CLNAI nella quale il problema veniva posto negli stessi termini e anche in termini più precisi. Nella lettera si domandava: il CLN è un puro organo di collaborazione e di reciproca neutralizzazione dei partiti politici oppure costituisce tutt’altra cosa, cioè l’organo originale della rivoluzione italiana? Nel primo caso era evidente che si dovesse considerarne esaurito il compito con l’unificazione amministrativa del territorio nazionale e con la remissione dei poteri provvisori di cui il CLN era stato investito al governo di Roma; nel secondo caso, invece, la funzione doveva essere portata più avanti, non già, come si suoI dire, "fino alle mete supreme " ma fino al massimo di possibilità rivoluzionaria che la situazione obbiettiva presentava.
L’opinione del partito d’azione era risolutamente in favore di questa seconda interpretazione e per renderla operante il partito chiedeva che il CLN si desse un programma e una struttura organizzativa corrispondente in modo da evitare che la situazione maturante nel nord Italia fosse puramente e semplicemente " inghiottita " dalla situazione stabilizzata del centro.
Italia del nord e Italia del sud
Si trattava, in sostanza, di registrare la profonda diversità di esperienza fra l’Italia del nord e l’Italia del sud: qui il permanere della struttura tradizionale dello stato italiano: accentratore, poliziesco, paternalistico, sostanzialmente antidemocratico, lì, cioè nell’Italia del nord, l’apparato del vecchio stato ormai inesistente o almeno profondamente corroso, con la fine ingloriosa della polizia, dell’esercito, della diplomazia, dell’apparato fiscale, mentre il CLN aveva già creato in parte, e avrebbe potuto completare, tutto un nuovo apparato avente, sì, i difetti dell’improvvisazione ma anche i vantaggi: asimmetrico se vuoi, con linee non classiche, ma aderente alle necessità, in gran parte ridotta a quelle elementari della vita politica e sociale, e profondamente ancorato nella iniziativa popolare la quale mostrava in quei giorni di quali miracoli fosse capace.
Per me la lettera del partito d’azione agli altri partiti resta il documento fondamentale per caratterizzare l’essenza e lo spirito del CLN quale fu visto dall’avanguardia operante della rivoluzione democratica. Ignoro se tu abbia potuto leggere il manifesto al paese che, redatto da me, fu lanciato dal partito ai primi di gennaio ’45 e che sviluppava e portava sul terreno concreto quelle stesse premesse; aggiungo che il manifesto avrebbe dovuto vedere la luce al momento della liberazione e che la sua pubblicazione venne anticipata quando si avvertì che la situazione andava evolvendo in senso opposto.
Se tu hai seguito l’evolversi degli avvenimenti in quei mesi decisivi avrai potuto notare quali furono le reazioni degli altri partiti: le risposte di tutti i partiti furono regolarmente pubblicate dalla stampa clandestina. La raccolta di questi documenti dovrebbe costituire una documentazione seria e obbiettiva del reale valore democratico dei diversi partiti, perche io non giudico un partito politico dal suo programma, che è sempre più o meno qualcosa di astratto e di esangue, ma dall’atteggiamento che esso tiene su quei due o tre problemi essenziali che si presentano in ogni fase decisiva, dal risalto, dallo spicco che esso sa dare alle soluzioni concrete dei problemi posti dalla situazione. Ora le risposte dei diversi partiti furono l’avvisaglia del contegno incerto, timido che tutti i partiti avrebbero poi osservato nei mesi successivi, prima e dopo la liberazione. A destra: una preoccupazione sordida di salvare del vecchio stato tutto il salvabile, preoccupazione alla quale reagii in modo piuttosto duro sull’ultimo numero clandestino dell’" Italia Libera" con l’editoriale dedicato alla risposta del partito liberale; da sinistra: una notevole dispersione di idee e di propositi in parte riflessi di preoccupazioni massimalistiche (partito socialista) in parte di male intese preoccupazioni unitarie (partito comunista).
Gli avvenimenti sopravvenuti, e che a nessuno è dato di revocare, decisero in gran parte la questione. Se la liberazione dell’ Alta Italia non fosse stata così rapida, come di fatto fu, si sarebbe certamente avuto un periodo durante il quale i poteri di fatto sarebbero stati in mano più che del CLN centrale dei CLN periferici, i quali ultimi poi erano quelli più legati alla iniziativa popolare e perciò più creativi in confronto del CLN centrale troppo subordinato a preoccupazioni diplomatiche di mediazione.
Un minimo di concordia
Comunque, condizione essenziale a che, anche nell’eventualità di una situazione diversa da quella che si verificò a fine aprile, il movimento popolare avesse potuto portare avanti la rivoluzione italiana era che ci fosse un minimo di concordia e di impegno e la conseguente necessaria risolutezza almeno da parte di alcuni dei partiti di massa; ciò non avvenne e così pure la situazione militare evolvette in modo contro-operante. Data questa situazione obbiettiva era chiaro che doveva avvenire un rapido mutamento di obbiettivi e di metodi. C’era stata una rivoluzione incompiuta, constatato ciò inutile recriminare secondo la vecchia abitudine del verbalismo rivoluzionario. Occorreva scontare ormai il fatto che l’unificazione tra le due parti in cui era divisa l’Italia sarebbe avvenuta, non già sulla base dell’esperienza del nord, bensì su quella dell’esperienza del sud, e allora il problema che prima era di frattura (e la frattura avrebbe dovuto essere non attenuata ma esasperata a qualunque costo per portare l’esperienza del nord alle estreme conseguenze) divenne invece un problema di unificazione. Anche qui inutile recriminare: non si poteva... dichiarare guerra all’ America!
La delusione per la rivoluzione mancata occorreva non si traducesse in una mentalità rinunciataria e passiva. L ’esperienza rivoluzionaria del nord doveva essere certamente frenata perché ormai mancavano le condizioni politiche e militari per il suo sviluppo; e giacché queste mancavano occorreva non fare in modo che si creasse un abisso con l’Italia centro-meridionale in quanto era chiaro che mai più l’iniziativa del nord sarebbe riuscita a trascinare l’Italia del sud. All’azione rivoluzionaria doveva seguire, senza sosta e senza debolezza, l’azione riformatrice (dico riformatrice non riformistica) in modo da pervenire il più rapidamente possibile alla riforma di struttura dello stato, ponendo immediatamente al fuoco non più i problemi che solo il nord avrebbe potuto risolvere, ma quelli comuni a tutto il paese.
Questo fu lo scopo e il senso della campagna diretta da un lato a impedire che le realizzazioni sia pure parziali, raggiunte nel nord fossero puramente e semplicemente cancellate, e dall’altro a formare un governo capace di svincolarsi dalla situazione di passività e di dipendenza dal vecchio apparato statale che si era cristallizzato al centro: portare le due parti del paese alla stessa temperatura onde rompere nel punto di minor resistenza gli interessi coalizzantisi e prima che si coalizzassero.
Questo il senso che avrebbe dovuto avere la formazione del nuovo governo espresso dal CLN e della campagna antimonarchica.
Come questo programma si sia svolto con ritardo, come le forze della conservazione siano riuscite a neutralizzare la spinta progressista, a pigliare respiro in attesa che le oligarchie e le baronie non soltanto finanziarie riprendessero coraggio e volontà di vita dopo la grande paura, è cronaca ancor oggi in corso di sviluppo: non abbiamo che da aprire gli occhi per vedere ciò che avviene.
Ma ancora una volta, non per deprecare: il muro del pianto non è di mio gusto, il problema oggi è cambiato di aspetto ma non così radicalmente da non poter essere riconosciuto per quello stesso che si poneva dopo l’insurrezione di aprile.
Che cosa è essenziale per la nascita di una democrazia in Italia?
È essenziale che il paese sia attivizzato, che il più gran numero possibile di lavoratori di tutti i ceti sia interessato politicamente ed economicamente a uno stato democratico, al punto che tutti si sentano minacciati quando la democrazia è in pericolo; abbattere le strutture corporative che sono le eredità più persistenti del fascismo e che ancora oggi sono profondamente radicate nella coscienza non soltanto dei singoli ma perfino dei partiti e dei partiti sedicenti rivoluzionari; contrastare un operaismo ridicolo e assurdo e che porrebbe una barriera insormontabile fra l’Italia del nord e l’Italia del sud riproducendo facilmente una situazione corporativa di collusione di interessi degli operai della grande industria con quelli dei magnati della stessa grande industria, scuotere le masse contadine dallo stato di passività e di diffidenza e condurle alla collaborazione democratica proponendo loro la realizzazione, finalmente e sul serio, della riforma agraria, condizione sine qua non della democrazia italiana; riformare l’apparato burocratico dello stato, non già soltanto in termini di epurazione, sgombrando il terreno dai persistenti parassitismi profondamente reazionari dell’apparato militare e diplomatico dello stato; mettere sotto controllo pubblico, più largamente di quanto non si sia fatto, l’apparato produttivo industriale e finanziario; infrenare le inframmettenze clericali; portare tutte le correnti vive e decisive della vita politica italiana sul terreno della repubblica anche se questa non dovesse essere la repubblica socialista in quanto in Italia oggi (non dico dovunque e in qualunque tempo) la monarchia significherebbe il ritorno o dello stato fascista o almeno dello stato pre-fascista, entrambi odiosi, anche se in diverso grado, a tutti.
Quale azione politica concreta?
Come arrivare a ciò? Mediante quale azione politica concreta? Ritengo sia stato detto, nella recente dichiarazione politica votata dall’esecutivo del mio partito pochi giorni fa. lo penso che questa sia la linea politica giusta e che può rifare una base sufficientemente vasta all’azione di progresso e di rinnovamento. Tu e io veniamo da esperienze in parte identiche, in parte discordi, ma sufficienti per avvertirci che non si può fare una rivoluzione con delle avanguardie.
Caro Speranzini, mi sono molto dilungato, ma certamente mi dilungherei ancora se ne avessi il tempo o anche se non sperassi di poter proseguire a voce questi ragionamenti. Comunque io penso che la critica delle vecchie formazioni politiche, dalla quale critica è sorto il mio partito, sia ancora oggi esattissima: della vecchia struttura italiana pre-fascista, e responsabile del fascismo, fanno parte anche i partiti tradizionali. È stata una sciagura che questi siano risorti d’improvviso nelle stesse forme del pre-fascismo. Nella lettera ai partiti che ho richiamato alla tua memoria era detto che la linea di demarcazione fra le correnti politiche progressiste e conservatrici non coincide con le frontiere dei partiti, ma passa all’interno stesso dei partiti. Compito perciò di un partito rivoluzionario moderno è quello di contribuire a rompere le formazioni politiche tradizionali, attirando sul terreno progressista tutte le forze democratiche che esistono prigioniere anche nei partiti più conservatori e respingendo gli elementi reazionari che esistono anche nei partiti più estremisti. Per fare questo esiste una condizione: rinunciare al massimalismo verboso e idiota, ne abbiamo fatto l’esperienza nel 1919-20 e avrebbe dovuto bastare. Affrontare in modo risoluto e conseguente, individuandoli bene, i pochi problemi veramente essenziali così come fece il movimento "Giustizia e Libertà" con la guerra civile spagnola e il partito d’azione nella guerra di liberazione italiana. Questo è l’essenziale, come è essenziale di convogliare tutte le forze possibili sui punti individuati come decisivi. Oggi è decisivo portare tutte le forze disponibili sul terreno della repubblica e se anche, per ottenere questo scopo, fosse necessario frenare energicamente ogni altra riforma, questa alla situazione politica che si è formata oggi in Italia è la premessa indispensabile per qualunque riforma radicale, aggiungo anzi: è la sola garanzia contro la guerra civile.
Non lascio il partito d’azione
Perché dunque vuoi che io, in certo qual modo, abbandoni una formazione politica come quella del partito d’azione che costituisce oggi il solo partito che non si preoccupa affatto di vincere come partito, che non condiziona per niente il raggiungimento del suo programma alla conquista dello stato da parte del partito stesso e come tale, pure nelle sue manchevolezze organizzative e nella sua esiguità di base di massa rappresenta, a mio avviso, una forza democratica di funzione insostituibile? lo so benissimo che nella competizione elettorale il partito d’azione avrà una possibilità infinitamente più ridotta che nella fase cospirativa e nella guerra di liberazione; indiscutibilmente il numero dei suoi deputati sarà infinitamente inferiore al numero dei suoi fucilati: tuttavia, io so che se questa forza mancasse la democrazia italiana sarebbe impoverita perché sono profondamente convinto che le forze tradizionali italiane, da sole, sono troppo legate costituzionalmente a una concezione, a una pratica e a una mentalità che potranno anche essere occasionalmente utilizzate per la democrazia, ma non per tenere il loro posto in qualunque situazione e davanti a qualunque pericolo.
La situazione di oggi è, obbiettivamente, una situazione prefascista, analoga a quella del ’21 e tu lo sai bene perché quella esperienza abbiamo vissuto insieme. Non vorrei che i partiti democratici fossero quelli stessi che abbiamo conosciuto nel ’21. Anche per questo non penso un momento solo ad abbandonare la sola formazione politica che a quelle del ’21 non rassomiglia.
Ti saluto cordialmente.
Pregiudizi e contraddizioni della sinistra
L’ultimo intervento di Lombardi nel giugno del 1984, a pochi mesi dalla sua morte: individuare le cause del raffreddamento del dialogo
Riccardo Lombardi tenne il suo ultimo discorso pubblico a Roma il 29 giugno 1984, al Convegno di "Socialismo Oggi" su "Il PSI e l’alternativa riformista". Poche settimane prima, aveva anticipato la sostanza delle sue considerazioni in una conversazione con Simona Colarizi, pubblicata su"Socialismo Oggi", che riproduciamo integralmente.
Nel clima di tensione tra comunisti e socialisti di queste ultime settimane, l’alternativa sembra farsi sempre più lontana. Riccardo Lombardi, leader storico del PSI, mi guarda sorridendo: di rotture, di lacerazioni, di momenti di crisi è intessuta tutta la storia della sinistra italiana, fin dal lontano 1921, e lui ne è stato uno dei protagonisti. Oggi, di nuovo, PSI e PCI sono divisi; la polemica è aspra. Tuttavia, l’attuale dissenso è solo l’aspetto più appariscente e formale del problema complessivo.
Se la strategia dell’alternativa, come proiezione nel futuro, si è allontanata, dice Lombardi, bisogna individuare cause più profonde del raffreddamento del dialogo tra i due partiti. Oggi, la proposta dell’alternativa non è più sostenuta da un’impostazione progettuale e culturale sufficiente a darle credibilità e quindi successo. L’alternativa fu lanciata in un periodo di svolta nel sistema economico e nella società italiana, che aveva messo in crisi gli equilibri di governo tradizionali.
Era un’occasione, per la sinistra, di intervenire come protagonista diretta e di porre con forza la questione dell’alternanza democratica, candidandosi a governare il cambiamento in atto. Un’occasione che non si può ancora considerare perduta, anche se ormai, a distanza di dodici anni dalla prima formulazione di questa strategia, dell’alternativa sembra rimanere solo un’eco sbiadita. Il processo di trasformazione non si è arrestato; anzi, prosegue velocemente, palesando sempre più il ritardo politico a gestirlo e il ritardo culturale a interpretarlo. E’ questo il nodo della questione.
Entrati in crisi molti dei parametri consolidati attraverso i quali si valutava nel passato una politica di sinistra, socialisti e comunisti palesano una carenza progettuale che, secondo Lombardi, trova in alcuni pregiudizi - li chiama dei veri "tabù" - un importante ostacolo.
Il primo pregiudizio sta nella persuasione che il progresso tecnico (informatica, elettronica, telematica) crei inevitabilmente disoccupazione. Ciò non è necessariamente vero:"Un effettivo progresso tecnico continuativo che renda anche la produzione competitiva, e sia motore propulsore per l’economia, ha bisogno di essere garantito dalla piena occupazione non solo per ragioni di consenso sociale, ma anche per le esigenze della stessa produttività. Il francese Rosan Vallon ha scritto recentemente che la "disoccupazione è nella testa dei decideurs, non è iscritta nei rapporti di produzione". Insomma, la disoccupazione trae origine nell’incapacità di concepire una politica di piena occupazione".
Il secondo pregiudizio è quello della fine della fine dello stato assistenziale, dello stato-provvidenza. "Io non nego", dice Lombardi, "che oggi l’accelerazione delle spese sociali sia più rapida di quella della produzione, col rischio di arrivare in futuro ad un momento in cui neppure tutta la produzione nazionale sarà sufficiente a pagare i servizi sociali. Ciò nonostante non penso che l’unica ricetta sia quella di Reagan: abolire lo stato sociale. La questione vera, che la sinistra non ha il coraggio di porre, è che non possono continuare a coesistere valori elevati di salario diretto e salario indiretto, cioè i servizi dello stato assistenziale; questa sovrapposizione diventa insostenibile da qualunque regime, ivi compreso quello socialista". Del resto, quanto sta succedendo nel mondo del lavoro in materia di evasione degli oneri sociali ce lo dimostra: il lavoro nero, il sommerso, il parziale, il sottobanco, il lavoro a domicilio, ecc.
Poi c’è un terzo pregiudizio, quello dell’austerità, la cui sola parola suscita il timore di una catena di restrizioni insopportabili. Si tratta di un falso problema: una politica di austerità non significa diminuzione delle risorse, ma uso diverso delle risorse. Per dirla con uno slogan: "consumare di più, ma consumare diversamente". Si deve puntare alla qualità per far si che le eventuali restrizioni di reddito vengano largamente compensate da un miglioramento qualitativo della vita.
Infine l’ultimo tabù che le sinistre hanno timore ad affrontare: la difesa del posto di lavoro. "Anche in questo caso", dice Lombardi, "si tende a sfuggire dal problema reale: la necessità di farsi carico della mobilità del lavoro, che è un’esigenza iscritta proprio nei processi di trasformazione in atto nel sistema economico. Organizzare e governare il lavoro è un onere a cui la sinistra non può sottrarsi se non vuole che anche questa volta prevalgano distorsioni e forme perverse a danno delle masse lavoratrici, ma anche a danno dell’economia di tutto il paese".
Se questi sono i tabù che ostacolano l’elaborazione di un progetto di governo alternativo della sinistra, ci sono però anche pregiudizi politici da rimuovere e da superare. Non è facile trascinare Lombardi su questo terreno, cos’ cerca proprio di provocarlo. Cito una frase di Nenni del 1945: "Socialisti e comunisti sono alleati o sono nemici. Non c’è via di mezzo". Lombardi mi risponde in maniera altrettanto lapidaria: "Quanto più si è vicini, tanto più, per evitare confusioni, per non essere assorbiti e condizionati, si tende a marcare gli elementi di diversità". Basterebbe, dice, considerare quanto è avvenuto e avviene tra le diverse sette di una stessa confessione.
La ricerca della propria identità da parte dei socialisti e dei comunisti che sono forze vive e attive in una società a sua volta in movimento, si pone come un processo continuo. E dinamico è dunque il loro confronto che non può non avere anche fasi di scontro e di tensione. Questa dialettica non è, per Lombardi, un fatto negativo: "Io ho sempre pensato che la divisione nella sinistra sia un elemento positivo. Non dico l’ostilità permanente; ma la pluralità delle posizioni, la specificità delle singole vicende arricchiscono il patrimonio della sinistra e finiscono col diventare una ricchezza comune ai due partiti". La sinistra si impoverisce solo quando la capacità di elaborazione politica delle sue componenti diminuisce, e ciascuna tende ad arroccarsi su posizioni di consolidamento dell’esistente.
Socialisti e comunisti appaiono oggi preoccupati soprattutto di preservare il terreno di consenso già acquisito, caso mai di ampliarlo, finalizzando a questo la propria strategia. Possiedono appunto strategie di potere assai più che linee progettuali riconoscibili. Concorrenti nel reclutamento di adesioni nel paese, PCI e PSI, proprio perché si somigliano, si sentono maggiormente minacciati l’uno dall’altro, e si difendono accentuando la polemica reciproca. La competizione, di per sé stimolante, racchiusa in questo orizzonte, diventa sterile. E’ nel campo progettuale che i due partiti dovrebbero lanciarsi reciprocamente una sfida per dar corpo e sostanza alla strategia di governo delle sinistre.
Il richiamo alla vicenda passata del primo centro sinistra viene spontaneo. Anche se oggi la situazione è diversa, rimane il fatto che l’ostilità tra socialisti e comunisti esplode sempre nel momento in cui il PSI assume responsabilità di governo. E’ una reazione facilmente spiegabile, sostiene Lombardi: i comunisti intuiscono che, nonostante la loro superiorità numerica, i socialisti eserciterebbero un’indiscutibile egemonia culturale e politica in un governo di sinistra. Nell’ipotesi di un governo di collaborazione tra le sinistre, sarà la tradizione della democrazia socialista a prevalere, sarà cioè la politica riformatrice iscritta nella storia del PSI, non (o troppo di recente) in quella del PCI. Del resto, il partito comunista sta da molti anni attraversando una profonda crisi di identità; il patrimonio della tradizione comunista è in parte dissolto, e anche se il PCI esita a compiere alcuni passi, la sua fisionomia è profondamente mutata. Altro che la "mutazione genetica" attribuita da qualcuno al PSI! E’ logico che questa incertezza di sé pesi negativamente sulla capacità di elaborazione politica, e si rifletta in un moto di difesa esasperato, specie in una situazione obiettivamente difficile.
Lo abbiamo detto all’inizio: il momento attuale non è di agevole lettura. Quanto più i partiti della sinistra si affannano nella ricerca di una politica, tanto più si accentua la crisi di rappresentanza, il distacco tra società civile e poteri politici. Il che vale anche per i sindacati, perché non ci sono dubbi che lo scontro di oggi sui punti della scala mobile nasce soprattutto da un ritardo dei vertici sindacali ad interpretare le esigenze nuove del mondo del lavoro. Tanto è vero che si è accentuata la tendenza, da aperte dei sindacati, a delegare ai partiti l’elaborazione di una politica. Cos’ come per un lungo periodo fu il sindacato a esercitare la supplenza dei partiti! Ma la confusione di compiti e di ruoli che non si è mai dimostrata feconda nel passato, cade oggi in un momento di incertezza generalizzata. La pretesa del PCI, o di chiunque altro, a rappresentare la maggioranza delle masse lavoratrici è in stridente contrasto con la diffusa crisi di fiducia dei lavoratori nelle loro organizzazioni, che è poi peculiare a quel distacco o disincantamento della popolazione verso i partiti.
"Come vedi" dice Lombardi, "si ritorna di nuovo al discorso iniziale. Le risposte che la sinistra offriva in passato appaiono oggi inadeguate alle domande emergenti da una società nuova, estremamente variegata e parcellizzata. La scomposizione in atto nel sistema coinvolge le tradizionali classificazioni sociali; nuove stratificazioni e nuove aggregazioni si sono venute formando nel tessuto sempre più complesso della società. Bisogna saperle riconoscere; bisogna soprattutto offrire soluzioni flessibili, decentrate e suscettibili del massimo di autogestione da parte degli interessati". Lombardi a questo proposito dimostra con riferimenti precisi come, per esempio, una riduzione dell’orario di lavoro a prescindere dal vantaggio economico per ipotesi riconosciuto, sarebbe di dubbia efficacia sulla qualità della vita, se regolata da una normativa uniforme.
Insomma, il socialismo è diventato più difficile. O forse, nella crisi delle ideologie che caratterizza la nostra epoca, si va perdendo il significato stesso di socialismo?
"Naturalmente Lombardi non è d’accordo. La caduta delle ideologie è un elemento positivo se inteso nel senso del superamento di quanto di mistificatorio c’era in ogni ideologismo esasperato. Certamente il messaggio palingenetico, messianico di cui le ideologie sono state portatrici nel passato, proprio per la sua estrema semplicità - la promessa di un "paradiso in terra" - costituiva un fattore di grande mobilitazione delle masse. Ma, una volta liberato dagli elementi mitici, il socialismo non ha perduto né la sua forza di attrazione, né la sua capacità di convincimento.
Il progetto di una società socialista ha ancora oggi alcuni fondamenti ineliminabili: dal punto di vista economico, la centralità del profitto e del valore di scambio deve essere sostituita da quella del valore d’uso; insomma, produrre per il consumo della popolazione, non per massimizzare il valore di scambio. "Sono concetti semplici e non sono neppure cos’ rivoluzionari. Quanto poi l messaggio politico che oggi esprime il socialismo, a me pare molto bella questa definizione:" Una società socialista è quella nella quale a ciascun individuo sia data la massima possibilità di influire sulla propria esistenza e sulla costruzione della propria vita".
Convegno
Nell’ottobre del 1984, a poco più di un mese dalla scomparsa di Riccardo Lombardi, Socialismo Oggi chiamò a discutere a Roma alcune tra le voci più autorevoli della sinistra italiana. Fu un’occasione di studio e di riflessione con la tradizione politica e culturale che Lombardi ha lasciato a tutta la sinistra.
Non una celebrazione ma il prosieguo di un cammino
Foa \ Napolitano \ Borgoglio\ Ruffolo \Sylos-Labini\ Saragat \ Castronuovo \ Lama
Vittorio Foa
L’intelligenza delle cose
Era tutto dentro il flusso degli avvenimenti e al processo della sua organizzazione politica ed era, al tempo stesso, a fianco di essa nell’analizzarla.
Questo modo di intelligenza della cose (essere dentro e, al tempo stesso, essere fuori; essere totalmente integrato in un processo e, al tempo stesso, essere fuori; saperne cogliere gli elementi) è una caratteristica, a mio giudizio, molto preziosa della vita e dell’insegnamento di Riccardo Lombardi. La seconda cosa che ritengo da Riccardo Lombardi, e alla quale credo profondamente, è la sua visuale della politica intesa non solo come governo degli uomini ma nello stesso tempo nel senso di aiutare gli uomini a governarsi da sé, di educare la gente a governarsi da sé.
Riccardo Lombardi ha avuto una vita molto lunga durante la quale ha fatto moltissime cose. Tuttavia la sua capacità di usare un’intelligenza illuministica senza separarsi dai processi reali, essere dentro e fuori e vedere la gente non solo come oggetto di comando nella politica, ma come soggetto da aiutare, è, a mio giudizio, il dato fondamentale della sua vita.
Giorgio Napolitano
Strategia comune
Non dobbiamo riprodurre l’assillo che ci caratterizzò insieme, molti di noi e molti di voi, delle più sottili distinzioni ideologiche. Quando dieci anni fa Lombardi parlava di riformismo rivoluzionario, di sinistra anti-capitalistica, di strategia delle riforme in contrapposizione al riformismo, non faceva dei puri nominalismi, ma esprimeva quelli che erano dei punti di approdo di una tormentata esperienza, largamente unitaria, della sinistra unitaria non soltanto italiana. Dobbiamo partire dalla concretezza e dalla ricchezza di un tema come l’occupazione per recuperare tutto il respiro, tutto lo spessore che la problematicità delle riforme aveva nel pensiero di Riccardo Lombardi, in un’elaborazione che fu comune a tutta la sinistra.
Paolo Sylos-Labini
La disoccupazione
Oggi la disoccupazione è meno drammatica dal punto di vista economico, ma è più grave da altri punti di vista. Il ragazzo che non trova lavoro, forse può essere mantenuto dalla famiglia, ma ha un vuoto morale che è più grave di quello dello stomaco.
Felice Borgoglio
I nostri ritardi nel Paese che sta cambiando
Mi auguro che la sinistra storica, nel ricordo di Riccardo Lombardi, possa incominciare a confrontarsi per verificare al suo interno le convergenze.
C’è una domanda di cambiamento e di nuovo che viene dalla società. Noi non dobbiamo fare una proposta che cambi il Paese: noi dobbiamo cercare di cogliere le profonde trasformazioni che in questi anni sono venute, che hanno modificato le stesse classi sociali.
Noi abbiamo il compito di preparare un progetto che tenga conto di queste trasformazioni profonde, che sia in grado di rispondere alla crisi istituzionale, politica ed economica del nostro Paese. Ci sono segni di miglioramento. Questa è una fase in cui la vecchia egemonia democristiana e le classi sociali che la Dc ha rappresentato stanno per essere superate. È necessaria una sinistra che non si chiuda negli ambiti italiani, ma che assuma una dimensione europea e che faccia quei passi necessari per essere credibile come ipotesi in grado di governare il Paese e di lasciare il passo nel momento in cui le forze moderate dovessero riacquistare il consenso nella società.
Giorgio Ruffolo
La via del futuro
Se la sinistra vuole costruire una nuova strategia positiva di governo del cambiamento, che le permetta di tradurre i suoi valori di libertà, di uguaglianza e di fratellanza nella complessità della società moderna, dovrà rinunziare a molti dei suoi tabù, cos’ li chiamava Lombardi, i tabù della sinistra, come il suo pregiudizio economicistico e quello statalista.
Produrre una nuova sintesi ispirata alle due grandi correnti della cultura progressista e umanistica moderna, il liberalismo e il socialismo. Una sintesi che consenta di superare i limiti della religione della crescita economica, nel più ampio concetto di sviluppo culturale e sociale.
Di riarticolare Stato e mercato in una società più differenziata, meno statalista meno mercantilizzata, più autogestita;
di coniugare eguaglianze e differenze, nello sviluppo di attività individuali e sociali orientate ad ampliare i confini dell’essere
e del vivere, più che il volume dell’avere e del potere.
L’implacabile sprone della sinistra, nello sfidare i suoi tabù, nel rispondere alle nuove sfide, è stata, per Riccardo Lombardi, l’attività instancabile di tutta la sua vita: informazione, aggiornamento, progetto. Questi erano i punti focali di un pensiero sempre giovane, vigile, provocatorio. I suoi temi principali sono la ripresa e la governabilità.
Giuseppe Saragat
Giustizia sociale
Sono venuto qui per onorare la memoria del compagno Lombardi. Il compagno Lombardi è
morto che aveva compito 80 anni; io ne ho compiuti 86, ma è sempre amaro, per un uomo come me, sopravvivere ad uomini che considero superiori a me. Sono stato in Russia nel 1959. Sono andato perchè volevo conoscere quel Paese.
Ho l’impressione che se Carlo Marx si svegliasse dalla tomba di Highgate, dove è sepolto, verrebbe riprecipitarvi perchè il marxismo non è quello. Il marxismo non è nel totalitarismo sovietico. Il livello della classe operaia russa è un terzo di quella di un paese capitalistico come quello americano. Non voglio con questo difendere il capitalismo, ma neanche accettare il totalitarismo sovietico. Ho sempre avuto l’impressione che il Pci alaborasse in sè, letamente, una evoluzione verso principi di democrazia che per lungo tempo sono mancati. Noi non dobbiamo opporci al Pci, anzi dobbiamo favorire la sua evoluzione verso forme più democratiche. Parlare oggi di un governo con i comunisti mi pare impossibile. Non bisogna però chiudere le porte all’avversario; bisogna lavorare non contro i comunisti, ma in modo che i comunisti possano evolvere in senso veramente democratico. Questo mi pare ora, indiscutibilmente, il nostro dovere.
Ho voluto dirvi queste cose con tutta la stima che ho per voi, con tutta la stima e il cuore che avevo per il compagno Lombardi che è scomparso un mese fa. Ripeto che gli uomini come me sono addolorati di sopravvivere a quelli che erano migliori di loro. Mi auguro di poter morire vedendo l’Italia avviata verso una via di giustizia sociale, ma mantenendo saldi i principi della libertà politica.
Valerio Castronuovo
I valori e la politica del socialismo
Nell’ultima intervista concessa a Socialismo Oggi, Riccardo Lombardi parlò dei valori della sinistra, ed esplicitamente propose di ripensare nelle condizioni nuove della società contemporanea, valori e significato di una politica di sinistra.
Vogliamo seguire questa indicazione. Che cosa si intende oggi per socialismo? Quali sono i modelli ideali a cui si ispira la sinistra? Quali sono i suoi riferimenti sociali?
A quali precise finalità si richiama la sua strategia in una democrazia industriale avanzata? In verità, da almeno un decennio questi interrogativi hanno fatto la loro comparsa nel dibattito politico e culturale.
I profondi mutamenti che si stanno delineando investono le stesse motivazioni concettuali della sinistra.
Ma essi hanno assunto negli ultimi tempi un importanza cruciale; non è esagerato definirli di carattere epocale in ogni campo della vita collettiva e nelle relazioni internazionali.
E i profondi mutamenti che si stanno delineando all’orizzonte investono le stesse motivazioni concettuali della sinistra, il suo modo di intendere i valori della politica, i suoi strumenti di lettura della società.
Come sappiamo il principale titolo di legittimazione della sinistra, la sua stessa ragion d’essere, sta nel fatto che essa si pone come forza di trasformazione dell’esistente.
D’altra parte la tradizione ideologica della sinistra muove da una visione razionalistica della storia come transizione da una formazione sociale ad un’altra, da una visone progressiva del processo storico in un rapporto a un fine prestabilito, a una meta da raggiungere.
Non soltanto il patrimonio storico, ma la stessa prassi politica della sinistra si è venuta costruendo su questo presupposto fondamentale, su questa sorta di speranza collettiva e di tensione ideale.
Senonchè la prospettiva ultima che si proponeva il marxismo, di una società comunista senza più classi, affrancata dallo sfruttamento economico e dall’oppressione statale si è però risolta in una drammatica sconfitta storica.
Alla socializzazione dei mezzi di produzione non ha corrisposto infatti una socializzazione del potere politico, ma piuttosto un dispotismo di Stato sacralizzato in una sorta di ideocrazia e soretto dal potere monolitico di una casta burocratica.
Luciano Lama
I miti della sinistra e del sindacato
Raccogliendo l’invito a discutere più dei propri difetti che di quelli altrui, vorrei cercare di farlo dal punto di vista di una forza sociale radicata nella sinistra, il sindacato. Parlo dunque come forza sociale che sta nella sinistra e che vuole contribuire alla sua unità e all’efficacia della sua azione politica.
Si è detto dobbiamo distruggere miti e tabù che albergano nelle nostre case. Uno di questi è la concezione di una classe operaia come era allora e oggi non è più, che ha una specie di virtù salvifica in sè, che per una ragione storica si può realizzare soltanto come classe generale, che per il fatto di essere, assolve ad una funzione progressista e di cambiamento della società.
Questo io considero il mito della funzione della classe operaia come classe generale.
Ma se questo mito è mai esistito in questi termini, e lo è, era sbagliato anche quando è nato, non solo oggi quando noi dobbiamo misurare le frammentazioni, le divisioni che esistono all’interno della società e anche nel mondo del lavoro e della classe operaia.
La sua funzione non è salvifica per definizione, per compito storico che ci è stato sovrapposto come un fatto imminente su di noi, ma come risultato di una scelta.
Nessuno, in sostanza ci ha liberato dal peccato originale, neanche l’essere nati operai, figli di operai, vissuti da operai nelle fabbriche, magari alle catene di montaggio.