Riccardo Lombardi, un socialista di Milano, con relazione di C.Signorile, interventi e documenti

Gaetano Arfè : lettera a Montanelli

Discorsi parlamentari Scirocco  a Montanelli Riccardo Lombardi, una vita per il socialismo Un libro ed un intervento militante R.Lombardi: politica economica e sinistra italiana
Ciao Riccardo

Cent’anni fa nasceva Riccardo Lombardi.
Riccardo ci ha aiutato, col suo insegnamento, ad essere uomini liberi e ci ha fatto capire, molto prima che altri cominciassero ad accorgersene, cos’era il comunismo.
Usando le sue stesse parole, ci proclamavamo acomunisti e in quel termine c’era tutto il nostro orgoglio per essere parte di una sinistra libertaria e riformista, lontana anni luce, per la sua stessa natura, dal dogmatismo totalitario di matrice comunista.

Ciao Riccardo e grazie
Giorgio Cardetti


19 ottobre 2002
Coordinamento per la Costituente Socialista
http://www.costituentesocialista.it

Lettera di Gaetano Arfè a Indro Montanelli sulla "Stanza" da lui dedicata a Riccardo Lombardi sul "Corriere della Sera" del 15 giugno 2000 

Caro Montanelli,

"Tempi di malafede" è il titolo di un libro, a Lei ben noto dedicato da Sandro Gerbi alla storia dei rapporti tra Guido Piovene e Eugenio Colorni. Ai lettori che non ne avessero conoscenza ricordo che fu scrittore, il primo, di notevole talento e giornalista di regime, memorabile per una entusiastica recensione di un osceno libello antisemita intitolato "Contra Judaeos", comunista anomalo nella Roma occupata dai tedeschi, intellettuale irrequieto negli anni della repubblica, Suo seguace, infine, nella secessione dal "Corriere della Sera" di Piero Ottone; Colorni fu filosofo di alto valore, -lo attesta Norberto Bobbio- ebreo, cospiratore, socialista, carcerato e poi deportato a Ventotene, autore con Ernesto Rossi e Altiero Spinelli del manifesto federalista che dall'isola prese nome, redattore dell'Avanti! clandestino, ucciso da un sicario della banda Koch alla vigilia della liberazione di Roma.

Il caso Piovene-Colorni, per la eccezionalità dei due personaggi e la singolarità della loro vicenda, non si presta a generalizzazioni, ma la trama dei rapporti tra loro che Gerbi ricostruisce con finezza e maestrìa getta anche illuminante luce sulla storia di quel giornalismo italiano che si formò negli anni del fascismo, che accettò e servì il regime rimanendo sostanzialmente scettico di fronte alle sue idealità e alla sua dottrina, ma ne fu una delle insostituibili colonne, che ha messo le sue innegabili capacità professionali, nello stesso spirito, al servizio dei governi democratici del dopoguerra. Capostipite esemplare ne fu Giovanni Ansaldo, che esordì brillantemente sulle pagine di "Rivoluzione Liberale", primeggiò nella stampa fascista, chiuse la sua carriera da direttore del "Mattino" di Napoli di stretta osservanza governativa e fu inventore nei suoi giovani e presaghi anni della compagnia degli "apoti", quelli che "non la bevono", ma non provano riluttanza a dare una mano, magari "turandosi il naso", perché il grande pubblico beva tutto quello che il potere propina. Si contano sulla punta delle dita i giornalisti che negli anni della "prima repubblica" hanno legato il proprio nome a battaglie di libertà, di giustizia, di democrazia. Guido Piovene che con sensibilità di scrittore visse in lucida coscienza questa condizione e per il suo rapporto, per lui quasi ossessionante, con Colorni ne intuì la drammaticità le dette il nome di malafede e la definì nella prefazione alle "Lettere di una novizia" come l' "arte di non conoscersi, o meglio di regolare la conoscenza di noi stessi sul metro della convenienza" per concludere che la malafede "non è uno stato d'animo, ma una qualità dell'animo", non è cedimento all'opportunismo volgare, ma accettazione di una concezione della condizione umana.

A farmi tornare in mente Piovene è stato Lei con una delle sue "stanze" dedicata, questa volta, a Riccardo Lombardi.

A parte I'approssimazione e l'imprecisione dei riferimenti storici e biografici -anche Omero, perdonabilmente, qualche volta dormicchia- quello che mi ha impressionato è stata la carica di frigido e gratuito livore che traspare da ogni Sua riga, mal corretta dal riconoscimento della dirittura e del disinteresse dell'uomo e che non può essere attribuita, a mio parere, a risentimenti personali e tanto meno a passione politica.

La spiegazione va quindi cercata altrove e la mia è che la denigrazione di Lombardi sia episodio di quella caccia all"'azionista" che, da lungo tempo, vede impegnati gli avanguardisti di quel fenomeno tumultuoso e torbido che ha preso nome di revisionismo e che ha investito con la furia devastante di un'alluvione tutti i campi della cultura. E Lei, che da altrettanto lungo tempo, portandovi la tagliente intelligenza toscana che Le è propria e la lunga pratica del mestiere, si è assunta la parte di padre nobile e di suggeritore esperto, non poteva mancare di dare il Suo contributo nel momento in cui contro l'"azionismo" parte l'ennesimo attacco: una sua "stanza" - la prenda come un complimento professionale - vale più di un libro.

Si è parlato e si parla ancora della "egemonia' esercitata dai comunisti sulla cultura italiana. Giorgio Amendola, che era un intenditore, diceva che essa era la capacità di intimidire gli avversari e di indirizzare gli alleati senza ricorrere al bastone. Ora, quella egemonia ci fu e fu pesante, - da socialista ne sono buon testimone - fu in certi momenti e in certi aspetti dogmatica, faziosa e settaria, ma fu conquistata stando all'opposizione, contro le politiche discriminatorie dei governi e delle forze reali del paese, contro la scomunica che vietava al bracciante in odor di marxismo il matrimonio e il funerale religiosi.

Tanto fu possibile perché quella egemonia si alimentava di una cultura che si dipartiva dal pensiero storicistico nelle sue molteplici e dialettiche articolazioni e fu manovrata con tanta genialità che finanche Croce si trovò, contro la sua volontà, a consolidarla. Oggi l'egemonia ha cambiato segno, colore e natura, la sua cultura è senza pensiero, anzi si potrebbe dire è nemica del pensiero, ma essa può valersi di tutti gli strumenti, dalla cattedra alla editoria, dalla grande stampa alla televisione fino al messaggio pubblicitario e ha sviluppato, anche in virtù della duttilità consentita dal proprio agnosticismo ideale, una capacità di intimidazione che ha gettato nel terrore gli esangui eredi di Giorgio Amendola, riducendoli, direi quasi letteralmente, al balbettio.

Il revisionismo odierno ha potuto cosi portare a compimento una operazione di strumentalizzazione della cultura di un'ampiezza e di una profondità senza precedenti. Le scienze giuridiche sono state scisse dai principii e degradate a una somma di virtuosismi tecnici, opportunisticamente e anche dilettantescamente manipolati; l'economia riportata ai tempi del capitalismo nascente quando c'era ancora tutto un mondo non da governare, ma da conquistare; la morale rimodellata secondo la legge della giungla; la sociologia divenuta tecnica della interpretazione delle statistiche e dei sondaggi al servizio del mercato delle merci e di quello dei voti, mentre quella sua sottospecie che è la politologia ha preso il posto dell'astrologia nella e nella conduzione della politica.

Di questi ingredienti si è venuta costituendo quella che, lasciandone il merito a Piovene, può esser definita l'ideologia della malafede, quella che adatta la coscienza alla regola della convenienza, quella, direbbe Arturo Carlo Jemolo, che vede il mondo non in nero ma in sporco.

Nel campo degli studi storici il neo-revisionismo, sapientemente mescolando mezze verità e mezze bugie, presentate le une e le altre con la prosopopea della mezza scienza e condite con la banalità del buon senso, è venuto sostituendo alle vulgate della più opaca storiografia comunista, una propria versione ideologica della storia che si propone di epurarne il corso di quel filone sovversivo e sanguinario che parte da Spartaco, che passa per Robespierre e Stalin e arriva a Pol Pot e a Milosevic, sul quale si colloca anche la "guerra civile" fomentata dai comunisti, che lacerò l'Italia dal 1943 al 1945. L'obiettivo, lo sappiano o non lo sappiano i professori di storia - Lei, che non è professore, lo sa - è quello di dissolvere quanto resta del patrimonio ideale e morale della repubblica, nata, come si suol dire e come è storicamente vero, dalla Resistenza e di affossare la Costituzione che di lì trasse vita. Demolire la cultura storica ispirata all'antifascismo, e con essa I'ideologia di massa che ne era nata era e resta la condizione perché si compia per intero il passaggio dalla repubblica dei partiti alla repubblica delle compagnie di ventura, dalla democrazia parlamentare alla democrazia plebiscitaria. Il criterio metodologico - Benedetto Croce ne inorridirebbe - è quello di svalutare e di tralasciare nella ricerca la presenza, e la funzione nella storia dei fattori di natura etico-politica e di ignorarli nella formulazione del giudizio storico. La storiografia, quella vera, è scientificamente asettica, non conosce i buoni e i cattivi, non fa distinzioni moralistiche tra Gesù Cristo e chi lo inchiodò sulla croce, racconta le vicende di esseri umani ciascuno dei quali ha i suoi torti e le sue ragioni ed è carità di patria nel nostro caso - la storia del fascismo e dell'antifascismo - stendere, un velo sugli uni e sulle altre.

In questa operazione, caro Montanelli, Lei è stato un fiancheggiatore insuperabile. Sarebbe impresa di grande interesse raccogliere e allineare tutti i riferimenti storici disseminati nei Suoi scritti giornalistici per erigere un monumento alla Sua sagacia e alla Sua destrezza. Lei ha maneggiato e mescolato con arte il giudizio sereno e la malignità cattiva, la "banalité solennelle" e I'aneddoto arguto, il pettegolezzo tratto da remote memorie e la testimonianza di chi ne ha viste tante e non sa rinunciare al gusto di "épater le bourgeois".

L'egemonia comunista appartiene a questo punto al passato. Gli storici della prima generazione, sono sepolti o si sono chiusi nel silenzio o addirittura sono passati in campo avverso portandovi il settarismo e la protervia degli apostati. Chi non ha capitolato è costretto a ricorrere alla stampa semiclandestina o al foglio fotocopiato da distribuire, a mano, agli amici.

A resistere agli assalti rimane ancora la cittadella "azionista" non sfiorata dal crollo del muro di Berlino e non sfiorata dall'onda di Tangentopoli, e questo spiega la furia ricorrente e accanita della offensiva che contro di essa si conduce e che va dall'attacco dottrinale al "gramsci-azionismo" alla polemica ideologica contro il giacobinismo, mite o feroce che sia, dei suoi adepti, alla denuncia politica dell"'azionismo" come copertura consapevolmente offerta al comunismo, dallo sciacallaggio archivistico al pettegolezzo da cortile, alla malevola caricatura ,come Lei ha fatto con Riccardo Lombardi.

Il fatto è che l'"azionismo" con la sola esistenza ha vittoriosamente sfidato tutte le saccenterie, ideologiche e metodologiche, degli storici e dei politologi. Il partito d'azione, dal quale il fenomeno ha preso nome, ebbe vita tanto breve quanto travagliata: si scisse alla vigilia delle elezioni del '46, mandò alla Costituente sette deputati che lasciarono nella Costituzione il segno della loro presenza - basti ricordare Piero Calamandrei - rappresentanti di un partito che si sciolse, senza risse e con altissima dignità, in una con l'Assemblea. In quella occasione Lombardi parlò di un crisma che avrebbe accompagnato i suoi militanti per la vita quali fossero le scelte che essi avrebbero fatte.

E' stato vero. L'"azionismo" non soltanto sopravvisse al partito che gli ha dato nome ma crebbe rigoglioso e ha concorso a dare un'impronta alla migliore storia della politica e della cultura dell'Italia repubblicana. E questo è potuto avvenire perché l'unità degli "azionisti" stava non in una dottrina, ma in ethos politico, in un modo di concepire e di praticare la politica regolandola non "sul metro della convenienza" ma su quello della fedeltà alle idealità e ai principii che li avevano portati e sfidare via via l'isolamento dalla vita della nazione, il confino, la galera, la tortura, i plotoni d'esecuzione negli anni che corsero, tra I'avvento del fascismo e la fioritura della Resistenza, da Carlo Rosselli a Duccio Galimberti. Le loro scelte politiche furono diverse, a volte divergenti e contrastanti tra loro, ma dovunque essi portarono il rifiuto reciso e totale del dogmatismo, del settarismo, dell'opportunismo, la permanente apertura al dialogo politico e al dialettico scambio delle idee, furono gli uomini del "ponte" costruito da Calamandrei, sul quale transitavano senza confondersi, ma senza ignorarsi, aperte allo scambio, esperienze ideali e culturali diverse che avevano in comune il culto della dignità della persona umana.

Mi limito a far pochi nomi come mi vengono in mente: - Gaetano Salvemini che dell'"azionismo" fu il patriarca, Norberto Bobbio, Riccardo Bauer, Giacomo Brodolini, Piero Calamandrei, Guido Calogero, Aldo Capitini, Tristano Codignola, Francesco De Martino, Guido De Ruggiero, Guido Dorso, Tommaso Fiore, Vittorio Foa, Sandro Galante Garrone, Aldo Garosci, Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi, Adolfo Omodeo, Ferruccio Parri, Ernesto Rossi, Manlio Rossi Doria, Paolo Sylos Labini, Altiero Spinelli, Giorgio Spini, Leo Valiani, Franco Venturi. Mette conto di ricordare che dall'"azionismo" proviene anche Carlo Azeglio Ciampi. Ci troviamo di fronte a un'aristocrazia del rigore morale, della intelligenza e del coraggio, consapevole, si può convenirne di essere tale ma che ha conquistato sul campo i propri titoli di nobiltà, e ha voluto e saputo dimostrare con l'esempio offerto per una intera vita di esserne rimasta degna. I "se" a volte servono a capir meglio la storia: provi, caro Montanelli, a immaginare quanto impoverita e sbiadita risulterebbe la vita politica e culturale dell'Italia repubblicana se questi uomini non ci fossero stati.

Io sono "sceso in politica" giovanissimo in un gruppo clandestino di 'Italia Libera', che era emanazione del partito d'azione, ho militato nella Resistenza "giellista', ho avuto il privilegio, favorito dalle circostanze, di essermi legato negli anni con rapporti di filiale affetto o di fraterna amicizia con molti degli uomini che ho ricordati e con tanti altri, "azionisti" e no, i cui nomi non sono entrati nella storia e che mi furono anch'essi maestri di vita morale: tutti uomini che, per dirla con Piovene, non regolarono mai la conoscenza di loro stessi sul metro della convenienza, per i quali, sempre, la buonafede e non la malafede fu "qualità dell'anima".

E questo mi suggerisce di chiudere con una confidenza che faccio a Lei, da uomo a uomo. Io non ho ancora raggiunto la sua età, anche se me lo auguro, come a Lei sinceramente auguro di toccare e superare il traguardo del Suo primo secolo nelle condizioni di invidiabile lucidità di cui dà continua prova. Anch'io, però, ho varcato la soglia della vecchiaia e ho scoperto che la si può vivere, anche da laici, in stato di grazia, quello che si raggiunge quando si può guardare al passato, senza superbia, che è peccato, ma con I'intimo convincimento di aver conservato il rispetto di se stessi e la stima e I'amicizia delle persone che incontrammo lungo la nostra via, di poter dialogare ancora idealmente con loro, di poter immaginare i loro consigli, di poter sentire ancora il calore del loro affetto.

C'è una eutanasia che è difesa della propria dignità umana quando si può essere non più in grado di salvarsela da soli e può diventare necessario ricorrere a mani esperte e pietose e ce ne è una che è tutta e solo nelle nostre mani. Il caso ha voluto che a insegnarmelo - l'ho capito col passar degli anni - sia stato il padre spirituale degli "azionisti", Salvemini, che morì dicendosi felice di avere intorno a sé tanti amici i quali non avevano le sembianze di compunti e sussiegosi colleghi, ma erano i suoi compagni di avventure, di fede e di passione, i vivi e i morti. Spero - la speranza è virtù - che tocchi anche a me lo stesso destino. E tra gli amici, oscuri e illustri che in quel momento vorrei avere accanto c'è anche, col suo cipiglio e col suo candore, Riccardo Lombardi.

Gaetano Arfè. 
31 luglio 2000

Riccardo Lombardi e un'Italia da riformare

Presentati oggi alla Camera i discorsi parlamentari

NEllO AJELLO

Ci fu un tempo nel quale all'interno del Pci era vietato attaccare la Cina comunista, benché quella repubblica fosse in conflitto con l'Urss. I rimproveri venivano indirizzati a Pechino per interposta Tirana, essendo il piccolo paese adriatico un fervido emulo di quello di Mao. Il vezzo di adottare il vocabolo «Albania» come sinonimo indolore di «Cina» era più che mai in voga, quando a un congresso comunista degli anni Sessanta l'oratore designato dal Psi, a un certo punto del suo saluto, esclamò: «Comprendo la vostra animosità verso novecento milioni di Albanesi...». Quell'oratore era Riccardo Lombardi, del quale - in concomitanza con il centenario della nascita - vengono presentati oggi alla Camera i discorsi parlamentari (inizio ore 11, palazzo San Macuto, via del Seminario 76). Si tratta di due volumi per circa 1.300 pagine, che comprendono - a cura di Mario Baccianini, con una presentazione di Valdo Spini e un'introduzione di Simona Colarizi - gli interventi pronunciati fra il 1945 e il 1983 da quel celebre personaggio politico. Che Lombardi fosse un «personaggio» risultava chiaro a chiunque seguisse, all'epoca, la politica italiana. Lo era, forse, a suo dispetto. In contraddizione, comunque, con la ritrosia, la serietà, l'aspetto perfino arcigno con il quale veniva spesso descritto o disegnato. Alto, magro, un po' curvo per i postumi d'una bastonatura subita ad opera dei fascisti nel 1930, egli portò nel Psi, cui aderì dopo lo scioglimento del partito d'Azione, quell'inquietudine che dell'»azionismo» era un tratto distintivo. Nativo di Regalbuto in provincia di Enna, s'era laureato a Milano in ingegneria. Per meriti resistenziali venne nominato nel '45 prefetto di Milano. Subito dopo, diventò ministro. Ma al centro della sua vita sarebbe stato, nei due decenni successivi e senza cariche ufficiali, il riformismo in Italia. Gli deve molto non soltanto la fraseologia politica (dal termine «contestazione», a lui caro, all'insistenza quasi missionaria sulle «riforme di struttura»), ma anche un'arte di governo eventualmente intesa come coerenza propositiva. Del centrosinistra - quello originario, interpretato nel 1962 dal governo Fanfani - Lombardi fu il vero padre. La nazionalizzazione dell'industria elettrica fu in gran parte frutto della sua tenacia. Le folate di impopolarità originate da quel provvedimento non riuscirono a stroncarlo. A lungo, l'aggettivo «lombardiano» designò una sinistra sicura delle proprie credenziali democratiche, avversa ai compromessi, costante nel proporre una programmazione che a tanti conclamati liberisti pareva in contrasto con l'inveterata pratica dell'arbitrio. Fu così che Lombardi vide troppe speranze trasformarsi in angustie. Del «suo» centrosinistra restò quasi soltanto il nome. Dal litigio con Pietro Nenni (1963) fino alla morte (1984), il suo isolamento non fece che crescere. In luogo dell'alternativa di sinistra, da lui auspicata, trionfò il compromesso storico con quella Dc di cui sempre più diffidava. Finché, nell'èra di Craxi, il dirsi «lombardiani» nel Psi assunse l'aerea rispettabilità d'un «flatus vocis». I suoi discorsi rappresentano una testimonianza impagabile, a tema unico: l'Italia come avrebbe potuto essere.

La Repubblica
6.3.2001


Gentile dott. Montanelli,

leggo sul Corriere di oggi, 15 giugno, la sua "Stanza" dedicata a Riccardo Lombardi. L'articolo contiene alcune inesattezze. Lombardi entrò nel PSI nel 1947 all'epoca della scissione di Palazzo Barberini e non di quella dello PSIUP; morì, sicuramente povero, nel settembre 1984 (e non nel 1964), avendo così tempo di prevedere le degenerazioni del craxismo (è sua l'amara battuta: "ci sono più socialisti in galera oggi che ai tempi del fascismo"). Ma non è questo il punto. Mi pare che il ritratto che lei ha fatto di Lombardi risponda pienamente al suo canone storiografico preferito. Gli italiani sono corrotti e disonesti; quando non lo sono, sono stupidi e noiosi. Solo così ci si può permettere di essere contemporaneamente antiitaliano e arciitaliano, fascista e antifascista, liberale che invita a votare DC (turandosi il naso, s'intende ..), conservatore, anticomunista, ulivista, antiberlusconiano e quant'altro. "Che cosa è essenziale per la nascita di una democrazia in Italia? E' essenziale che il Paese sia attivizzato, che il piu' gran numero possibile di lavoratori di tutti i ceti sia interessato politicamente ed economicamente ad uno Stato democratico, al punto che tutti si sentano minacciati quando la democrazia è in pericolo; abbattere le strutture corporative che sono le eredita' piu' persistenti del fascismo e che ancora oggi sono profondamente radicate nella coscienza non soltanto dei singoli ma perfino dei partiti e dei partiti sedicenti rivoluzionari; riformare l' apparato burocratico dello Stato; frenare le inframmettenze clericali. Io so benissimo che nella competizione elettorale il PDA avra' una possibilità infinitamente piu' ridotta che nella fase cospirativa e nella guerra di liberazione; indiscutibilmente il numero dei suoi deputati sarà infinitamente inferiore al numero dei suoi fucilati: tuttavia io so che se questa forza mancasse la democrazia italiana sarebbe impoverita perché sono profondamente convinto che le forze tradizionali italiane, da sole, sono troppo legate costituzionalmente ad una concezione, ad una pratica ed a una mentalità che potranno anche essere occasionalmente utilizzate per la democrazia, ma non sono necessariamente e solo democratiche, e sono incapaci di tenere il loro posto in qualunque situazione e davanti a qualunque pericolo". 
La lettera è del 7 novembre 1945. L'autore è Riccardo Lombardi. La prosa (mi sembra) chiara e con poche subordinate. Che il contenuto possa non piacere ai critici vecchi ("Fessuccio" Parri, ricorda?) e nuovi dell'azionismo non mi stupisce affatto. 
Cordialmente,

Giovanni Scirocco


La figura di Riccardo Lombardi (1901-1984) è, indubbiamente, una delle più originali e significative della storia del movimento socialista italiano. Giovane seguace di Guido Miglioli e delle idee del sindacalismo cattolico di sinistra nei primi anni’20, militante di Giustizia e Libertà e poi tra i fondatori del Partito d’Azione nel 1942, prefetto di Milano al momento della Liberazione, ministro dei Trasporti nel primo governo De Gasperi (la sua unica esperienza governativa), allo scioglimento del Partito d’Azione Lombardi confluirà nel PSI, partito nel quale militerà fino alla morte, leader con Nenni della corrente autonomista e poi, dopo la rottura all’atto della formazione del primo governo di centrosinistra, della minoranza di sinistra. A dispetto di questa biografia così ricca, su Riccardo Lombardi (come, peraltro, per altri personaggi di rilievo della storia italiana di questo secolo) manca ancora uno studio che ne ricostruisca complessivamente l’ azione. Tale, infatti, non può essere considerata la biografia di taglio giornalistico di Miriam Mafai (Lombardi, Feltrinelli, Milano 1976), mentre il saggio più documentato resta quello di Emanuele Tortoreto (La politica di Riccardo Lombardi dal 1944 al 1949, Edizioni di Movimento operaio e socialista, Genova 1972), cronologicamente però limitato all’arco di pochi anni. Gli storici dei partiti e dei movimenti politici spesso lamentano, per i propri studi, la mancanza di documentazione. Eppure, in questo caso, i documenti, le carte necessarie sono ormai a disposizione degli studiosi, grazie alla donazione da parte dello stesso Lombardi e dei suoi famigliari, dell’archivio (diverse migliaia di documenti ed oltre novemila lettere: cfr. l’inventario curato da Emilio Capannelli per il Servizio beni culturali e librari della Giunta regionale toscana) alla Fondazione di studi storici “Filippo Turati” di Firenze. Alcuni di queste lettere e documenti (in parte già pubblicati nei due volumi di scritti lombardiani curata per Marsilio nel 1978 da Simona Colarizi), relativi al periodo 1943-1947, al passaggio dalla lotta clandestina e partigiana alla Liberazione e alla costruzione della democrazia, appaiono oggi in questo volume curato (con qualche refuso di troppo) da Andrea Ragusa. Ne emerge, ancora una volta, la particolarità della figura di Lombardi nell’ ambito del socialismo italiano di questo dopoguerra. Ingegnere, studioso di Keynes e Schumpeter più che di Marx, attento alla comprensione dei problemi più che alla lotta quotidiana di governo e di sottogoverno, in Lombardi la pratica politica si coniugava al delineare scenari come momento non disgiunto dall’azione politica stessa. Da qui, forse, la critica spesso rivolta a Lombardi di presbiopia politica, per la sua capacità, appunto, di vedere politicamente lontano, perdendo di vista il dato politico immediato o forse, meglio, quello partitico. In realtà, Lombardi fu anche uomo di partito, cosciente che a spaccare si fa piu’ presto che unire.
Da qui la critica, tipica di Rosselli e di GL prima, del Partito d’Azione poi, al socialismo prefascista e a quello che Lombardi chiama il "verbalismo rivoluzionario". Insomma, un Lombardi, più che presbite, lucidamente visionario o utopisticamente concreto, se si preferisce, come di fronte al problema del blocco dei licenziamenti, una misura adottata populisticamente durante l’ultimo periodo della RSI e la cui revoca Lombardi dovette affrontare come Prefetto di Milano, sottolineando che la questione non è di moralità; essa è di politica economica, ma anche insistendo sul dato politico sulla necessita’ assoluta che si provveda senza indugio non solo alla avocazione dei profitti di regime, ma altresi’ a una politica fiscale degna di un governo democratico e che faccia pagare il costo della guerra e del fascismo e l’onere della ricostruzione a tutti coloro che risultano detentori di ricchezze. Centrale diventa quindi, in questi scritti, la questione della costruzione della democrazia: Che cosa è essenziale per la nascita di una democrazia in Italia? E’ essenziale che il Paese sia attivizzato, che il piu’ gran numero possibile di lavoratori di tutti i ceti sia interessato politicamente ed economicamente ad uno Stato democratico, al punto che tutti si sentano minacciati quando la democrazia è in pericolo. E cosi’ altri progetti, come l’istituzione di un istituto di revisione nazionale (strumento per garantire ai lavoratori che le condizioni della libertà economica siano fatte coincidere con i loro interessi essenziali e quindi con il benessere generale), la sottolineatura del ruolo dell’Europa e di quello delle autonomie locali (fino a proporre, lui Prefetto di Milano, l’abolizione della figura stessa di Prefetto). Il teorico delle riforme di struttura, dell’azione riformatrice e non riformista, l’ideologo (e lo sconfitto) del primo centrosinistra è già in queste pagine.

Giovanni Scirocco
23 giugno 2000


Un intervento "militante" e una recensione su Lombardi
di Giovanni Scirocco


Quando, con alcuni compagni, abbiamo cominciato a pensare di organizzare una giornata milanese, in occasione della pubblicazione di questi due volumi su Riccardo Lombardi, avevo intenzione anch’io di limitare il mio breve intervento ad una testimonianza. Qualcuno ha pero’ obbiettato che sarebbe parso un po’ strano che un giovane potesse dare una qualsiasi testimonianza.
Eppure una piccola testimonianza lombardiana l’ho anch’io. E’ noto a tutti il fascino che Lombardi esercitava su quanti avessero l’occasione di ascoltarlo: un fascino dovuto a motivi diversi tra loro, anche se non immediatamente comprensibili: la statura fisica e morale, il portamento dinoccolato, l’eloquio scabro e suggestivo come i lineamenti del suo profilo finivano comunque per colpire anche personaggi distantissimi dalle sue idee politiche (un celebre articolo di Montanelli sul discorso di Lombardi al congresso del PSI del 1959 è, in questo senso, assai indicativo; e, d’altra parte, il rispetto di Montanelli per Lombardi, al di là delle critiche, anche dure, che gli rivolse, è continuato anche dopo la morte di Lombardi, quando affermo’ che anche i suoi errori sapevano di bucato).
Tanto piu’ è comprensibile che quasi tutti coloro i quali, nel corso della loro vita politica, si sono a vario titolo definiti lombardiani (una definizione che, come è noto, non piaceva allo stesso Lombardi e contro la quale tuono’ nell’ultimo periodo della sua vita), raccontino di averlo seguito dopo aver ascoltato un suo discorso.
Paolo Vittorelli, nel suo recente "L’età della speranza. Testimonianze e ricordi del Partito d’Azione" scrive, parlando dell’oratoria di Riccardo, che incideva le idee in testa all’ascoltatore a colpi di scalpello ed aggiunge: "Senza essere un marxista di schietta osservanza -e non lo dissimulo’ mai- (ed in effetti tra le letture del periodo preso in esame da questo volume troviamo Keynes e Schumpeter, e non Marx, ndr.), Riccardo Lombardi faceva degli interventi caratterizzati da una forte intelaiatura economicistica, tanto da dimenticare alle volte lo scopo politico che si proponeva per correre dietro a un dato o una teoria economica che lo avevano affascinato."
Durante la sfortunata campagna elettorale del 1983 (ed uso l’aggettivo sfortunata come eufemismo e per non aprire un’inutile parentesi sulla conduzione del Partito a Milano in quegli anni: vorrei solo ricordare che fu proprio Lombardi ad utilizzare il termine "mutazione genetica" a proposito della trasformazione craxiana del Partito ed a coniare, prima di Tangentopoli, una amara battuta finita nelle raccolte di freddure ma che purtroppo una barzelletta non era: "Ci sono piu’ socialisti in galera oggi che ai tempi del fascismo") mi capito’ di ascoltare al Teatro Nuovo, quello che credo sia stato uno degli ultimi discorsi pubblici di Lombardi.
Avevo 21 anni, ero iscritto da un anno al PSI, mi sentivo lombardiano anche e soprattutto perché mi sentivo un socialista di sinistra (come se si potesse essere socialisti di destra: purtroppo ci è toccato sentire e vedere anche questo).
Nel grande teatro, quel pomeriggio, eravamo in pochi, un centinaio di persone. Forse anche per questo motivo, nel mio ricordo, la stretta, contingente attualità politica entro’ assai poco nel comizio di Lombardi: fu invece un discorso che partiva e fu quasi tutto centrato su un libro di un economista americano, O’ Connor, tradotto in Italia da Einaudi con il titolo "La crisi fiscale dello Stato": partendo da li’, quindici anni fa, Lombardi segnalava quello che sarebbe diventato uno dei temi centrali nel dibattito economico degli ultimi anni, il rapporto tra andamento demografico, occupazione e politiche fiscali.
Per me, per la mia esperienza, quel lontano comizio segno’ la conferma di qualcosa che sapevo, ma che mi era difficile ritrovare nella pratica politica di quegli anni: che la politica era anche un’altra cosa rispetto alla lotta quotidiana di governo o sottogoverno, che la politica poteva e doveva essere anche la comprensione dei problemi, il delineare scenari come momenti non disgiunti dalla pratica politica stessa, ma, anzi, come ad essa indispensabili.
Tutto cio’ lo ritroviamo anche in alcuni dei documenti pubblicati in questo volume, con alcune sorprese rispetto all’immagine che di Lombardi è stata accreditata, soprattutto negli anni ’60, dalla pubblicistica vicina agli ambienti confindustriali.
Prendiamo ad esempio il problema del blocco dei licenziamenti, una misura adottata populisticamente durante l’ultimo periodo della RSI e la cui revoca Lombardi dovette affrontare come Prefetto di Milano.
Cosi’ Lombardi scrive il 25 settembre 1945 a Franco Mariani, segretario della Camera del Lavoro di Milano:"Premetto che sono dell’opinione essere inammissibile che dei disoccupati possano essere lasciati senza assistenza cioè senza che si assicuri loro il minimo indispensabile per vivere; come in generale non è ammissibile che questo avvenga per qualsiasi persona bisognosa a qualunque titolo lo sia, anche per propria colpa (...) Cio’ premesso devo confermare il punto di vista espresso ieri sera, che cioè il cristallizzare l’attuale situazione di sovraffollamento degli opifici industriali specie di quelli metallurgici mantenendo sine die il blocco dei licenziamenti sarebbe un vero e proprio tradimento per la stessa classe operaia (...) Si capisce bene che ci sarebbe un mezzo almeno per le aziende possedute o gestite dallo Stato di perpetuare la situazione attuale senza incontrare il fallimento: servirsi delle possibilità illimitate di sovvenzione da parte dello Stato con la conseguenza ovvia pero’ che la condizione di privilegio fatta alla mano d’ opera ricadrebbe sul resto della popolazione, non esclusa naturalmente quella operaia (...) Bisogna avere il coraggio di dire che sarà stato del tutto inutile avere salvato fisicamente l’apparato produttivo dell’industria italiana se poi con una cattiva politica economica lo mettiamo in condizione di non funzionare. A me sembra che una politica intelligente e che si preoccupi dell’avvenire della classe operaia si deve soprattutto preoccupare di salvare l’efficienza economica dell’apparato industriale; che questo apparato resti di proprietà privata o passi in proprietà collettiva, il problema non muta."
Il problema del rapporto tra proprietà pubblica e proprietà privata è posto qui, a mio avviso, in modo limpido, al di là della caricatura che spesso se ne fa, soprattutto ai nostri giorni.
Quattro giorni dopo, sempre scrivendo a Mariani, Lombardi ribadiva la sua presa di posizione, sottolineando che la questione non è di moralità; essa è di politica economica, ma anche insistendo sul dato politico, sulla necessita’ assoluta che si provveda senza indugio non solo alla avocazione dei profitti di regime, ma altresi’ a una politica fiscale degna di un governo democratico e che faccia pagare il costo della guerra e del fascismo e l’onere della ricostruzione a tutti coloro che risultano detentori di ricchezze i quali poi devono essere colpiti, in quanto tali, indipendentemente dalla maggiore o minore legittimità di acquisizione della ricchezza stessa e sulla altrettanto ovvia necessita’, per una civilta’ che sia degna di tale nome, che il residuo di disoccupati non assorbibile abbia assicurato il minimo indipensabile almeno per la nutrizione, l’ abitazione, il vestiario e l’educazione.
In questa ottica pure si spiega quel documento già noto,ma che pure riveste una sua importanza peculiare, essendo un vero e proprio manifesto politico, tanto piu’ importante essendo contenuto in documento privato , che è la lettera a Giuseppe Speranzini, compagno della giovanile militanza cattolica, del 7 novembre 1945. Prendiamo ad esempio un passaggio come questo: "Io non giudico un partito politico dal suo programma, che è sempre qualcosa di astratto ed esangue, ma dall’atteggiamento che esso tiene su quei due o tre problemi essenziali che si presentano in ogni fase decisiva, dal risalto, dallo spicco che esso sa dare alle soluzioni concrete dei problemi posti dalla situazione".
Da qui la critica, tipica di Rosseli e di GL prima, del Partito d’Azione poi, al socialismo prefascista e a quello che Lombardi chiama il "verbalismo rivoluzionario", in poche righe che pongono le premesse per tutta la futura azione politica di Lombardi: "All’azione rivoluzionaria doveva seguire, senza soste e senza debolezze, l’azione riformatrice (dico riformatrice non riformista) in modo da pervenire il piu’ rapidamente possibile alla riforma della struttura dello Stato". E ancora, per proseguire nella ricerca di questo filo rosso della concretezza lombardiana, una concretezza pero’ come abbiamo visto del tutto particolare, una concretezza che è del fare, ma anche del pensare: "Che cosa è essenziale per la nascita di una democrazia in Italia? E’ essenziale che il Paese sia attivizzato, che il piu’ gran numero possibile di lavoratori di tutti i ceti sia inetressato politicamente ed economicamente ad uno Stato democratico, al punto che tutti si sentano minacciati quando la democrazia è in pericolo; abbattere le strutture corporative che sono le eredita’ piu’ persistenti del fascismo e che ancora oggi sono profondamente radicate nella coscienza non soltanto dei singoli ma perfino dei partiti e dei partiti sedicenti rivoluzionari; riformare l’ apparato burocratico dello Stato; frenare le inframmettenze clericali"(7 novembre 1945).
Non è, in larga parte, un programma ancora attuale? E cosi’ altri progetti, come l’istituzione di un istituto di revisione nazionale (strumento per garantire ai lavoratori che le condizioni della libertà economica siano fatte coincidere con i loro interessi essenziali e quindi con il benessere generale), la sottolineatura del ruolo dell’Europa e di quello delle autonomie locali (fino a proporre, lui Prefetto di Milano, l’abolizione della figura stessa di Prefetto). Cosi’, prima di Blair e della terza via, della globalizzazione e del governo mondiale, non è forse attuale il punto XII del programma del PDA: "Il PDA assegna al nuovo Stato il compito di un piano di ricostruzione economica che coordini i due settori a gestione socializzata e a gestione privata, indirizzi la politica finanziaria, del credito industriale e dei lavori pubblici all’integrale utilizzazione della capacità produttiva del Paese e all’assorbimento delle energie di lavoro disponibili. Questo piano di ricostruzione nazionale dovrà essere inquadrato in un piano europeo e mondiale di piu’ razionale distribuzione delle materie prime, delle industrie produttive, dei traffici e delle forze del lavoro. Tale coordinamento economico, il cui fine dev’essere di sviluppare al massimo la circolazione libera degli uomini e delle merci sulla terra, è alla base del nuovo ordine democratico internazionale"

Riccardo Lombardi è stato spesso criticato per quella che è stata chiamata la sua presbiopia politica, per la sua capacità, appunto, di vedere politicamente lontano, perdendo forse di vista il dato politico immediato o forse, meglio, quello partitico immediato.
Gli scriveva Mario Alberto Rollier il 10 ottobre 1947, all’indomani della fine del Partito d’Azione: "Vorrei sapere cosa hai in animo di fare e se hai un programma di azione concreta, perché uomini di stato in Italia non ce ne sono e tu sei uno dei pochi e, fra i nostri deputati, l’unico. Aggiungo: pessimo uomo di partito, pero’".
A me è sempre invece piaciuto pensare a lui come ad un lucido visionario, con un’espressione forse volutamente contraddittoria ma che rende, a mio parere, il senso della sua riflessione politica. Una lucidità visionaria che non è ambiguità, non è incertezza, non è incoerenza, ma capacità di cogliere il senso profondo delle cose, con lucidità, ma senza arroganza, con utopia, ma senza perdere il contatto con la realtà e senza recriminazioni ("il muro del pianto non è di mio gusto", scrive nella già citata lettera a Giuseppe Speranzini) anche perché, come ricorda Arialdo Banfi, alla cui memoria vogliamo dedicare la nostra riunione di oggi, Riccardo era solito dire che "a spaccare si fa più presto che a unire".
Che cosa ci manca di Lombardi? Ci manca, a mio parere, il segno della sua contraddizione, la scommessa fallita ma tenacemente indicata di tenere insieme la democrazia coi suoi limiti e l’idea di un socialismo radicale.
Lombardi aveva consapevolezza di tutto cio’, della possibilità della sconfitta o perlomeno delle difficoltà di un progetto politico come il suo, utposticamente concreto, del (come scrive in una lettera a Lelio Basso, anch’essa riportata nel volume che presentiamo oggi) "pericolo di lasciarsi sedurre da enunciazioni vocalmente risonanti, che possono acquetare l’esigente orecchio degli estremisti, ma troppo late e generiche nel loro contenuto per essere di possibile e feconda applicazione". Sempre nella lettera a Speranzini Lombardi scriveva, parlando del PDA: "Il Partito d’Azione costituisce oggi il solo partito che non si preoccupa affatto di vincere come partito, che non condiziona per niente il raggiungimento del suo programma alla conquista dello Stato da parte del Partito stesso e come tale, pure nelle sue manchevolezze organizzative e nella sua esiguita’ di base di massa rappresenta una forza democratica di funzione insostituibile. Io so benissimo che nella competizione elettorale il PDA avra’ una possibilità infinitamente piu’ ridotta che nella fase cospirativa e nella guerra di liberazione; indiscutibilmente il numero dei suoi deputati sarà infinitamente inferiore al numero dei suoi fucilati: tuttavia io so che se questa forza mancasse la democrazia italiana sarebbe impoverita perché sono profondamente convinto che le forze tradizionali italiane, da sole, sono troppo legate costituzionalmente ad una concezione, ad una pratica ed a una mentalità che potranno anche essere occasionalmente utilizzate per la democrazia, ma non sono necessariamente e solo democratiche, e sono incapaci di tenere il loro posto in qualunque situazione e davanti a qualunque pericolo”.
Un lucido visionario, appunto. Un presbite, appunto. Ma è proprio questo che oggi, a noi e alla sinistra italiana, immensamente manca.

Riccardo Lombardi. Lettere e documenti (1943-1947) (a cura di Andrea Ragusa), Lacaita, Manduria 1998, pp. 191, £ 20.000


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