Riccardo Lombardi, un socialista di Milano, con relazione di C.Signorile, interventi e documenti
Gaetano Arfè : lettera a Montanelli
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Riccardo Lombardi e un'Italia da riformare
Presentati oggi alla Camera i discorsi parlamentari
NEllO AJELLO
Ci fu un tempo nel quale all'interno del Pci era vietato attaccare la Cina comunista, benché quella repubblica fosse in conflitto con l'Urss. I rimproveri venivano indirizzati a Pechino per interposta Tirana, essendo il piccolo paese adriatico un fervido emulo di quello di Mao. Il vezzo di adottare il vocabolo «Albania» come sinonimo indolore di «Cina» era più che mai in voga, quando a un congresso comunista degli anni Sessanta l'oratore designato dal Psi, a un certo punto del suo saluto, esclamò: «Comprendo la vostra animosità verso novecento milioni di Albanesi...». Quell'oratore era Riccardo Lombardi, del quale - in concomitanza con il centenario della nascita - vengono presentati oggi alla Camera i discorsi parlamentari (inizio ore 11, palazzo San Macuto, via del Seminario 76). Si tratta di due volumi per circa 1.300 pagine, che comprendono - a cura di Mario Baccianini, con una presentazione di Valdo Spini e un'introduzione di Simona Colarizi - gli interventi pronunciati fra il 1945 e il 1983 da quel celebre personaggio politico. Che Lombardi fosse un «personaggio» risultava chiaro a chiunque seguisse, all'epoca, la politica italiana. Lo era, forse, a suo dispetto. In contraddizione, comunque, con la ritrosia, la serietà, l'aspetto perfino arcigno con il quale veniva spesso descritto o disegnato. Alto, magro, un po' curvo per i postumi d'una bastonatura subita ad opera dei fascisti nel 1930, egli portò nel Psi, cui aderì dopo lo scioglimento del partito d'Azione, quell'inquietudine che dell'»azionismo» era un tratto distintivo. Nativo di Regalbuto in provincia di Enna, s'era laureato a Milano in ingegneria. Per meriti resistenziali venne nominato nel '45 prefetto di Milano. Subito dopo, diventò ministro. Ma al centro della sua vita sarebbe stato, nei due decenni successivi e senza cariche ufficiali, il riformismo in Italia. Gli deve molto non soltanto la fraseologia politica (dal termine «contestazione», a lui caro, all'insistenza quasi missionaria sulle «riforme di struttura»), ma anche un'arte di governo eventualmente intesa come coerenza propositiva. Del centrosinistra - quello originario, interpretato nel 1962 dal governo Fanfani - Lombardi fu il vero padre. La nazionalizzazione dell'industria elettrica fu in gran parte frutto della sua tenacia. Le folate di impopolarità originate da quel provvedimento non riuscirono a stroncarlo. A lungo, l'aggettivo «lombardiano» designò una sinistra sicura delle proprie credenziali democratiche, avversa ai compromessi, costante nel proporre una programmazione che a tanti conclamati liberisti pareva in contrasto con l'inveterata pratica dell'arbitrio. Fu così che Lombardi vide troppe speranze trasformarsi in angustie. Del «suo» centrosinistra restò quasi soltanto il nome. Dal litigio con Pietro Nenni (1963) fino alla morte (1984), il suo isolamento non fece che crescere. In luogo dell'alternativa di sinistra, da lui auspicata, trionfò il compromesso storico con quella Dc di cui sempre più diffidava. Finché, nell'èra di Craxi, il dirsi «lombardiani» nel Psi assunse l'aerea rispettabilità d'un «flatus vocis». I suoi discorsi rappresentano una testimonianza impagabile, a tema unico: l'Italia come avrebbe potuto essere.
La Repubblica
6.3.2001
Gentile dott. Montanelli,
leggo sul Corriere di oggi, 15 giugno, la sua "Stanza" dedicata a Riccardo Lombardi. L'articolo contiene alcune inesattezze. Lombardi entrò nel PSI nel 1947 all'epoca della scissione di Palazzo Barberini e non di quella dello PSIUP; morì, sicuramente povero, nel settembre 1984 (e non nel 1964), avendo così tempo di prevedere le degenerazioni del craxismo (è sua l'amara battuta: "ci sono più socialisti in galera oggi che ai tempi del fascismo"). Ma non è questo il punto. Mi pare che il ritratto che lei ha fatto di Lombardi risponda pienamente al suo canone storiografico preferito. Gli italiani sono corrotti e disonesti; quando non lo sono, sono stupidi e noiosi. Solo così ci si può permettere di essere contemporaneamente antiitaliano e arciitaliano, fascista e antifascista, liberale che invita a votare DC (turandosi il naso, s'intende ..), conservatore, anticomunista, ulivista, antiberlusconiano e quant'altro. "Che cosa è essenziale per la nascita di una democrazia in Italia? E' essenziale che il Paese sia attivizzato, che il piu' gran numero possibile di lavoratori di tutti i ceti sia interessato politicamente ed economicamente ad uno Stato democratico, al punto che tutti si sentano minacciati quando la democrazia è in pericolo; abbattere le strutture corporative che sono le eredita' piu' persistenti del fascismo e che ancora oggi sono profondamente radicate nella coscienza non soltanto dei singoli ma perfino dei partiti e dei partiti sedicenti rivoluzionari; riformare l' apparato burocratico dello Stato; frenare le inframmettenze clericali. Io so benissimo che nella competizione elettorale il PDA avra' una possibilità infinitamente piu' ridotta che nella fase cospirativa e nella guerra di liberazione; indiscutibilmente il numero dei suoi deputati sarà infinitamente inferiore al numero dei suoi fucilati: tuttavia io so che se questa forza mancasse la democrazia italiana sarebbe impoverita perché sono profondamente convinto che le forze tradizionali italiane, da sole, sono troppo legate costituzionalmente ad una concezione, ad una pratica ed a una mentalità che potranno anche essere occasionalmente utilizzate per la democrazia, ma non sono necessariamente e solo democratiche, e sono incapaci di tenere il loro posto in qualunque situazione e davanti a qualunque pericolo".
La lettera è del 7 novembre 1945. L'autore è Riccardo Lombardi. La prosa (mi sembra) chiara e con poche subordinate. Che il contenuto possa non piacere ai critici vecchi ("Fessuccio" Parri, ricorda?) e nuovi dell'azionismo non mi stupisce affatto.
Cordialmente,
Giovanni Scirocco
La
figura di Riccardo Lombardi
(1901-1984) è, indubbiamente,
una delle più originali e
significative della storia del
movimento socialista italiano.
Giovane seguace di Guido
Miglioli e delle idee del
sindacalismo cattolico di
sinistra nei primi anni’20,
militante di Giustizia e
Libertà e poi tra i fondatori
del Partito d’Azione nel
1942, prefetto di Milano al
momento della Liberazione,
ministro dei Trasporti nel
primo governo De Gasperi (la
sua unica esperienza
governativa), allo
scioglimento del Partito d’Azione
Lombardi confluirà nel PSI,
partito nel quale militerà
fino alla morte, leader con
Nenni della corrente
autonomista e poi, dopo la
rottura all’atto della
formazione del primo governo
di centrosinistra, della
minoranza di sinistra. A
dispetto di questa biografia
così ricca, su Riccardo
Lombardi (come, peraltro, per
altri personaggi di rilievo
della storia italiana di
questo secolo) manca ancora
uno studio che ne ricostruisca
complessivamente l’ azione.
Tale, infatti, non può essere
considerata la biografia di
taglio giornalistico di Miriam
Mafai (Lombardi, Feltrinelli,
Milano 1976), mentre il saggio
più documentato resta quello
di Emanuele Tortoreto (La
politica di Riccardo Lombardi
dal 1944 al 1949, Edizioni di
Movimento operaio e
socialista, Genova 1972),
cronologicamente però
limitato all’arco di pochi
anni. Gli storici dei partiti
e dei movimenti politici
spesso lamentano, per i propri
studi, la mancanza di
documentazione. Eppure, in
questo caso, i documenti, le
carte necessarie sono ormai a
disposizione degli studiosi,
grazie alla donazione da parte
dello stesso Lombardi e dei
suoi famigliari, dell’archivio
(diverse migliaia di documenti
ed oltre novemila lettere: cfr.
l’inventario curato da
Emilio Capannelli per il
Servizio beni culturali e
librari della Giunta regionale
toscana) alla Fondazione di
studi storici “Filippo
Turati” di Firenze. Alcuni
di queste lettere e documenti
(in parte già pubblicati nei
due volumi di scritti
lombardiani curata per
Marsilio nel 1978 da Simona
Colarizi), relativi al periodo
1943-1947, al passaggio dalla
lotta clandestina e partigiana
alla Liberazione e alla
costruzione della democrazia,
appaiono oggi in questo volume
curato (con qualche refuso di
troppo) da Andrea Ragusa. Ne
emerge, ancora una volta, la
particolarità della figura di
Lombardi nell’ ambito del
socialismo italiano di questo
dopoguerra. Ingegnere,
studioso di Keynes e
Schumpeter più che di Marx,
attento alla comprensione dei
problemi più che alla lotta
quotidiana di governo e di
sottogoverno, in Lombardi la
pratica politica si coniugava
al delineare scenari come
momento non disgiunto dall’azione
politica stessa. Da qui,
forse, la critica spesso
rivolta a Lombardi di
presbiopia politica, per la
sua capacità, appunto, di
vedere politicamente lontano,
perdendo di vista il dato
politico immediato o forse,
meglio, quello partitico. In
realtà, Lombardi fu anche
uomo di partito, cosciente che
a spaccare si fa piu’ presto
che unire.
Da qui la critica, tipica di
Rosselli e di GL prima, del
Partito d’Azione poi, al
socialismo prefascista e a
quello che Lombardi chiama il
"verbalismo
rivoluzionario". Insomma,
un Lombardi, più che
presbite, lucidamente
visionario o utopisticamente
concreto, se si preferisce,
come di fronte al problema del
blocco dei licenziamenti, una
misura adottata
populisticamente durante l’ultimo
periodo della RSI e la cui
revoca Lombardi dovette
affrontare come Prefetto di
Milano, sottolineando che la
questione non è di moralità;
essa è di politica economica,
ma anche insistendo sul dato
politico sulla necessita’
assoluta che si provveda senza
indugio non solo alla
avocazione dei profitti di
regime, ma altresi’ a una
politica fiscale degna di un
governo democratico e che
faccia pagare il costo della
guerra e del fascismo e l’onere
della ricostruzione a tutti
coloro che risultano detentori
di ricchezze. Centrale diventa
quindi, in questi scritti, la
questione della costruzione
della democrazia: Che cosa è
essenziale per la nascita di
una democrazia in Italia? E’
essenziale che il Paese sia
attivizzato, che il piu’
gran numero possibile di
lavoratori di tutti i ceti sia
interessato politicamente ed
economicamente ad uno Stato
democratico, al punto che
tutti si sentano minacciati
quando la democrazia è in
pericolo. E cosi’ altri
progetti, come l’istituzione
di un istituto di revisione
nazionale (strumento per
garantire ai lavoratori che le
condizioni della libertà
economica siano fatte
coincidere con i loro
interessi essenziali e quindi
con il benessere generale), la
sottolineatura del ruolo dell’Europa
e di quello delle autonomie
locali (fino a proporre, lui
Prefetto di Milano, l’abolizione
della figura stessa di
Prefetto). Il teorico delle
riforme di struttura, dell’azione
riformatrice e non riformista,
l’ideologo (e lo sconfitto)
del primo centrosinistra è
già in queste pagine.
Giovanni Scirocco
23 giugno 2000
Un
intervento
"militante" e una
recensione su Lombardi
di Giovanni Scirocco
Quando, con alcuni compagni,
abbiamo cominciato a pensare
di organizzare una giornata
milanese, in occasione della
pubblicazione di questi due
volumi su Riccardo Lombardi,
avevo intenzione anch’io di
limitare il mio breve
intervento ad una
testimonianza. Qualcuno ha
pero’ obbiettato che sarebbe
parso un po’ strano che un
giovane potesse dare una
qualsiasi testimonianza.
Eppure una piccola
testimonianza lombardiana l’ho
anch’io. E’ noto a tutti
il fascino che Lombardi
esercitava su quanti avessero
l’occasione di ascoltarlo:
un fascino dovuto a motivi
diversi tra loro, anche se non
immediatamente comprensibili:
la statura fisica e morale, il
portamento dinoccolato, l’eloquio
scabro e suggestivo come i
lineamenti del suo profilo
finivano comunque per colpire
anche personaggi distantissimi
dalle sue idee politiche (un
celebre articolo di Montanelli
sul discorso di Lombardi al
congresso del PSI del 1959 è,
in questo senso, assai
indicativo; e, d’altra
parte, il rispetto di
Montanelli per Lombardi, al di
là delle critiche, anche
dure, che gli rivolse, è
continuato anche dopo la morte
di Lombardi, quando affermo’
che anche i suoi errori
sapevano di bucato).
Tanto piu’ è comprensibile
che quasi tutti coloro i
quali, nel corso della loro
vita politica, si sono a vario
titolo definiti lombardiani
(una definizione che, come è
noto, non piaceva allo stesso
Lombardi e contro la quale
tuono’ nell’ultimo periodo
della sua vita), raccontino di
averlo seguito dopo aver
ascoltato un suo discorso.
Paolo Vittorelli, nel suo
recente "L’età della
speranza. Testimonianze e
ricordi del Partito d’Azione"
scrive, parlando dell’oratoria
di Riccardo, che incideva le
idee in testa all’ascoltatore
a colpi di scalpello ed
aggiunge: "Senza essere
un marxista di schietta
osservanza -e non lo dissimulo’
mai- (ed in effetti tra le
letture del periodo preso in
esame da questo volume
troviamo Keynes e Schumpeter,
e non Marx, ndr.), Riccardo
Lombardi faceva degli
interventi caratterizzati da
una forte intelaiatura
economicistica, tanto da
dimenticare alle volte lo
scopo politico che si
proponeva per correre dietro a
un dato o una teoria economica
che lo avevano
affascinato."
Durante la sfortunata campagna
elettorale del 1983 (ed uso l’aggettivo
sfortunata come eufemismo e
per non aprire un’inutile
parentesi sulla conduzione del
Partito a Milano in quegli
anni: vorrei solo ricordare
che fu proprio Lombardi ad
utilizzare il termine
"mutazione genetica"
a proposito della
trasformazione craxiana del
Partito ed a coniare, prima di
Tangentopoli, una amara
battuta finita nelle raccolte
di freddure ma che purtroppo
una barzelletta non era:
"Ci sono piu’
socialisti in galera oggi che
ai tempi del fascismo")
mi capito’ di ascoltare al
Teatro Nuovo, quello che credo
sia stato uno degli ultimi
discorsi pubblici di Lombardi.
Avevo 21 anni, ero iscritto da
un anno al PSI, mi sentivo
lombardiano anche e
soprattutto perché mi sentivo
un socialista di sinistra
(come se si potesse essere
socialisti di destra:
purtroppo ci è toccato
sentire e vedere anche
questo).
Nel grande teatro, quel
pomeriggio, eravamo in pochi,
un centinaio di persone. Forse
anche per questo motivo, nel
mio ricordo, la stretta,
contingente attualità
politica entro’ assai poco
nel comizio di Lombardi: fu
invece un discorso che partiva
e fu quasi tutto centrato su
un libro di un economista
americano, O’ Connor,
tradotto in Italia da Einaudi
con il titolo "La crisi
fiscale dello Stato":
partendo da li’, quindici
anni fa, Lombardi segnalava
quello che sarebbe diventato
uno dei temi centrali nel
dibattito economico degli
ultimi anni, il rapporto tra
andamento demografico,
occupazione e politiche
fiscali.
Per me, per la mia esperienza,
quel lontano comizio segno’
la conferma di qualcosa che
sapevo, ma che mi era
difficile ritrovare nella
pratica politica di quegli
anni: che la politica era
anche un’altra cosa rispetto
alla lotta quotidiana di
governo o sottogoverno, che la
politica poteva e doveva
essere anche la comprensione
dei problemi, il delineare
scenari come momenti non
disgiunti dalla pratica
politica stessa, ma, anzi,
come ad essa indispensabili.
Tutto cio’ lo ritroviamo
anche in alcuni dei documenti
pubblicati in questo volume,
con alcune sorprese rispetto
all’immagine che di Lombardi
è stata accreditata,
soprattutto negli anni ’60,
dalla pubblicistica vicina
agli ambienti confindustriali.
Prendiamo ad esempio il
problema del blocco dei
licenziamenti, una misura
adottata populisticamente
durante l’ultimo periodo
della RSI e la cui revoca
Lombardi dovette affrontare
come Prefetto di Milano.
Cosi’ Lombardi scrive il 25
settembre 1945 a Franco
Mariani, segretario della
Camera del Lavoro di
Milano:"Premetto che sono
dell’opinione essere
inammissibile che dei
disoccupati possano essere
lasciati senza assistenza
cioè senza che si assicuri
loro il minimo indispensabile
per vivere; come in generale
non è ammissibile che questo
avvenga per qualsiasi persona
bisognosa a qualunque titolo
lo sia, anche per propria
colpa (...) Cio’ premesso
devo confermare il punto di
vista espresso ieri sera, che
cioè il cristallizzare l’attuale
situazione di sovraffollamento
degli opifici industriali
specie di quelli metallurgici
mantenendo sine die il blocco
dei licenziamenti sarebbe un
vero e proprio tradimento per
la stessa classe operaia (...)
Si capisce bene che ci sarebbe
un mezzo almeno per le aziende
possedute o gestite dallo
Stato di perpetuare la
situazione attuale senza
incontrare il fallimento:
servirsi delle possibilità
illimitate di sovvenzione da
parte dello Stato con la
conseguenza ovvia pero’ che
la condizione di privilegio
fatta alla mano d’ opera
ricadrebbe sul resto della
popolazione, non esclusa
naturalmente quella operaia
(...) Bisogna avere il
coraggio di dire che sarà
stato del tutto inutile avere
salvato fisicamente l’apparato
produttivo dell’industria
italiana se poi con una
cattiva politica economica lo
mettiamo in condizione di non
funzionare. A me sembra che
una politica intelligente e
che si preoccupi dell’avvenire
della classe operaia si deve
soprattutto preoccupare di
salvare l’efficienza
economica dell’apparato
industriale; che questo
apparato resti di proprietà
privata o passi in proprietà
collettiva, il problema non
muta."
Il problema del rapporto tra
proprietà pubblica e
proprietà privata è posto
qui, a mio avviso, in modo
limpido, al di là della
caricatura che spesso se ne
fa, soprattutto ai nostri
giorni.
Quattro giorni dopo, sempre
scrivendo a Mariani, Lombardi
ribadiva la sua presa di
posizione, sottolineando che
la questione non è di
moralità; essa è di politica
economica, ma anche insistendo
sul dato politico, sulla
necessita’ assoluta che si
provveda senza indugio non
solo alla avocazione dei
profitti di regime, ma altresi’
a una politica fiscale degna
di un governo democratico e
che faccia pagare il costo
della guerra e del fascismo e
l’onere della ricostruzione
a tutti coloro che risultano
detentori di ricchezze i quali
poi devono essere colpiti, in
quanto tali, indipendentemente
dalla maggiore o minore
legittimità di acquisizione
della ricchezza stessa e sulla
altrettanto ovvia necessita’,
per una civilta’ che sia
degna di tale nome, che il
residuo di disoccupati non
assorbibile abbia assicurato
il minimo indipensabile almeno
per la nutrizione, l’
abitazione, il vestiario e l’educazione.
In questa ottica pure si
spiega quel documento già
noto,ma che pure riveste una
sua importanza peculiare,
essendo un vero e proprio
manifesto politico, tanto piu’
importante essendo contenuto
in documento privato , che è
la lettera a Giuseppe
Speranzini, compagno della
giovanile militanza cattolica,
del 7 novembre 1945. Prendiamo
ad esempio un passaggio come
questo: "Io non giudico
un partito politico dal suo
programma, che è sempre
qualcosa di astratto ed
esangue, ma dall’atteggiamento
che esso tiene su quei due o
tre problemi essenziali che si
presentano in ogni fase
decisiva, dal risalto, dallo
spicco che esso sa dare alle
soluzioni concrete dei
problemi posti dalla
situazione".
Da qui la critica, tipica di
Rosseli e di GL prima, del
Partito d’Azione poi, al
socialismo prefascista e a
quello che Lombardi chiama il
"verbalismo
rivoluzionario", in poche
righe che pongono le premesse
per tutta la futura azione
politica di Lombardi:
"All’azione
rivoluzionaria doveva seguire,
senza soste e senza debolezze,
l’azione riformatrice (dico
riformatrice non riformista)
in modo da pervenire il piu’
rapidamente possibile alla
riforma della struttura dello
Stato". E ancora, per
proseguire nella ricerca di
questo filo rosso della
concretezza lombardiana, una
concretezza pero’ come
abbiamo visto del tutto
particolare, una concretezza
che è del fare, ma anche del
pensare: "Che cosa è
essenziale per la nascita di
una democrazia in Italia? E’
essenziale che il Paese sia
attivizzato, che il piu’
gran numero possibile di
lavoratori di tutti i ceti sia
inetressato politicamente ed
economicamente ad uno Stato
democratico, al punto che
tutti si sentano minacciati
quando la democrazia è in
pericolo; abbattere le
strutture corporative che sono
le eredita’ piu’
persistenti del fascismo e che
ancora oggi sono profondamente
radicate nella coscienza non
soltanto dei singoli ma
perfino dei partiti e dei
partiti sedicenti
rivoluzionari; riformare l’
apparato burocratico dello
Stato; frenare le
inframmettenze
clericali"(7 novembre
1945).
Non è, in larga parte, un
programma ancora attuale? E
cosi’ altri progetti, come l’istituzione
di un istituto di revisione
nazionale (strumento per
garantire ai lavoratori che le
condizioni della libertà
economica siano fatte
coincidere con i loro
interessi essenziali e quindi
con il benessere generale), la
sottolineatura del ruolo dell’Europa
e di quello delle autonomie
locali (fino a proporre, lui
Prefetto di Milano, l’abolizione
della figura stessa di
Prefetto). Cosi’, prima di
Blair e della terza via, della
globalizzazione e del governo
mondiale, non è forse attuale
il punto XII del programma del
PDA: "Il PDA assegna al
nuovo Stato il compito di un
piano di ricostruzione
economica che coordini i due
settori a gestione
socializzata e a gestione
privata, indirizzi la politica
finanziaria, del credito
industriale e dei lavori
pubblici all’integrale
utilizzazione della capacità
produttiva del Paese e all’assorbimento
delle energie di lavoro
disponibili. Questo piano di
ricostruzione nazionale dovrà
essere inquadrato in un piano
europeo e mondiale di piu’
razionale distribuzione delle
materie prime, delle industrie
produttive, dei traffici e
delle forze del lavoro. Tale
coordinamento economico, il
cui fine dev’essere di
sviluppare al massimo la
circolazione libera degli
uomini e delle merci sulla
terra, è alla base del nuovo
ordine democratico
internazionale"
Riccardo Lombardi è stato
spesso criticato per quella
che è stata chiamata la sua
presbiopia politica, per la
sua capacità, appunto, di
vedere politicamente lontano,
perdendo forse di vista il
dato politico immediato o
forse, meglio, quello
partitico immediato.
Gli scriveva Mario Alberto
Rollier il 10 ottobre 1947,
all’indomani della fine del
Partito d’Azione:
"Vorrei sapere cosa hai
in animo di fare e se hai un
programma di azione concreta,
perché uomini di stato in
Italia non ce ne sono e tu sei
uno dei pochi e, fra i nostri
deputati, l’unico. Aggiungo:
pessimo uomo di partito, pero’".
A me è sempre invece piaciuto
pensare a lui come ad un
lucido visionario, con un’espressione
forse volutamente
contraddittoria ma che rende,
a mio parere, il senso della
sua riflessione politica. Una
lucidità visionaria che non
è ambiguità, non è
incertezza, non è incoerenza,
ma capacità di cogliere il
senso profondo delle cose, con
lucidità, ma senza arroganza,
con utopia, ma senza perdere
il contatto con la realtà e
senza recriminazioni ("il
muro del pianto non è di mio
gusto", scrive nella già
citata lettera a Giuseppe
Speranzini) anche perché,
come ricorda Arialdo Banfi,
alla cui memoria vogliamo
dedicare la nostra riunione di
oggi, Riccardo era solito dire
che "a spaccare si fa
più presto che a unire".
Che cosa ci manca di Lombardi?
Ci manca, a mio parere, il
segno della sua
contraddizione, la scommessa
fallita ma tenacemente
indicata di tenere insieme la
democrazia coi suoi limiti e l’idea
di un socialismo radicale.
Lombardi aveva consapevolezza
di tutto cio’, della
possibilità della sconfitta o
perlomeno delle difficoltà di
un progetto politico come il
suo, utposticamente concreto,
del (come scrive in una
lettera a Lelio Basso, anch’essa
riportata nel volume che
presentiamo oggi)
"pericolo di lasciarsi
sedurre da enunciazioni
vocalmente risonanti, che
possono acquetare l’esigente
orecchio degli estremisti, ma
troppo late e generiche nel
loro contenuto per essere di
possibile e feconda
applicazione". Sempre
nella lettera a Speranzini
Lombardi scriveva, parlando
del PDA: "Il Partito d’Azione
costituisce oggi il solo
partito che non si preoccupa
affatto di vincere come
partito, che non condiziona
per niente il raggiungimento
del suo programma alla
conquista dello Stato da parte
del Partito stesso e come
tale, pure nelle sue
manchevolezze organizzative e
nella sua esiguita’ di base
di massa rappresenta una forza
democratica di funzione
insostituibile. Io so
benissimo che nella
competizione elettorale il PDA
avra’ una possibilità
infinitamente piu’ ridotta
che nella fase cospirativa e
nella guerra di liberazione;
indiscutibilmente il numero
dei suoi deputati sarà
infinitamente inferiore al
numero dei suoi fucilati:
tuttavia io so che se questa
forza mancasse la democrazia
italiana sarebbe impoverita
perché sono profondamente
convinto che le forze
tradizionali italiane, da
sole, sono troppo legate
costituzionalmente ad una
concezione, ad una pratica ed
a una mentalità che potranno
anche essere occasionalmente
utilizzate per la democrazia,
ma non sono necessariamente e
solo democratiche, e sono
incapaci di tenere il loro
posto in qualunque situazione
e davanti a qualunque pericolo”.
Un lucido visionario, appunto.
Un presbite, appunto. Ma è
proprio questo che oggi, a noi
e alla sinistra italiana,
immensamente manca.
Riccardo Lombardi.
Lettere e documenti
(1943-1947) (a cura di Andrea
Ragusa), Lacaita, Manduria
1998, pp. 191, £ 20.000