seguito da

Carlo Rosselli fu un eretico rispetto al socialismo italiano dei suoi tempi. Ma non lo fu rispetto al partito laburista britannico degli stessi anni, e con Socialismo Liberale  intese aderire apertamente alla socialdemocrazia europea "che si muove - sono parole di Rosselli - verso una forma di rinnovato liberalismo, che riassorbe in sé i movimenti apparentemente opposti (illuminismo borghese e socialismo proletario)". Voglio dire che parlare di Rosselli e del suo socialismo eretico non significa non porsi il problema di una chiara identificazione e collocazione della sinistra italiana nel socialismo europeo. Tutt’altro. È vero che in questi anni, che hanno visto la loro quasi generale affermazione come forza di governo, i socialisti europei si sono mossi verso il centro, hanno sottolineato l'aspetto liberale della loro impostazione. E questa si è dimostrata la carta vincente. Ma lo hanno fatto non rinnegando, ma partendo dalla loro tradizione di rappresentanza del mondo del lavoro. Vi è una differenza fondamentale tra gli Stati Uniti d'America, dove si è affermato il partito democratico, e l'Europa, dove si è affermata la socialdemocrazia e il laburismo. Gli Stati Uniti hanno costituito una società del tutto nuova, creata dal basso e stratificatasi più su motivi etnici o di ondate migratorie che per una generale contrapposizione di classe. In Europa, invece, la stratificazione sociale e la lotta economica e politica del mondo del lavoro hanno rappresentato un patrimonio che nessun Partito Socialista di nessun paese europeo intende rinnegare. "Il socialismo - afferma Rosselli - deve essere l’alfiere della classe oppressa".

Si tratta pertanto di riscoprire, con i valori di Rosselli, i valori del socialismo europeo.

Di questi valori dobbiamo essere orgogliosi. Si dice - e giustamente - che l’Italia non ha finora avuto un partito socialista della forza quantitativa e qualitativa degli altri paesi europei. Ma vi è una domanda da porsi: in questi anni ci abbiamo veramente provato con chiarezza, senza ambiguità, dando le necessarie battaglie politiche, pagando i relativi prezzi, ma anche riscuotendo i frutti della coerenza? La risposta è no. Se oggi nel centrosinistra ci si sente in grado di riproporre una sfida contro i partiti è proprio per questo. Ad un Partito dei Democratici di sinistra è logico che qualcuno voglia contrapporvi i Democratici tout court che siano questi per l’Ulivo o per l’Europa. Ma se il nostro è Partito del Socialismo democratico e liberale Europeo, con la sua specificità e il suo chiaro riferimento interno, europeo ed internazionale, allora si potrà respingere la sfida, rinnovare la politica, sollevare un nuovo interesse dei cittadini.

Dunque non ci sono scorciatoie. La strada di una società responsabile, fondata sulla giustizia e sulla libertà è l’unica praticabile. È la sfida del nostro tempo: conciliare i due grandi valori del socialismo liberale. "Carlo e Nello Rosselli - Giustizia e Libertà. Per questo morirono, per questo vivono", ha scritto Piero Calamandrei sulla lapide della loro tomba nel cimitero di Trespiano.

Valdo Spini 


ELZEVIRO Una nuova biografia

Carlo Rosselli vero uomo d’azione

di CORRADO STAJANO


A proposito di Carlo Rosselli si sprecano le definizioni. Fu soprattutto un anomalo della politica, difficile da catalogare. Capì precocemente le contraddizioni del liberalismo, del socialismo, del marxismo. Denunziò l’insufficienza dei partiti, la loro angustia, la costante vocazione al compromesso. Tentò di dar vita a un movimento, «Giustizia e libertà», che avrebbe dovuto far da sintesi tra l’idea di libertà e i fondamenti della giustizia sociale. Il pensiero di Rosselli, raccolto in Socialismo liberale , non ebbe mai grande fortuna, con quel titolo che sembrava un ossimoro. Il socialismo, per lui, era la «filosofia della libertà». Voleva riportare il socialismo ai «suoi principi primi, alle sue origini storiche e psicologiche». Ha spiegato Bobbio nell’edizione einaudiana del 1979 che per Rosselli il marxismo era una vera e propria concezione del mondo, un sistema, non un metodo, al contrario del liberalismo, esso sì un metodo che si ispira a una concezione generale della storia. Il socialismo era un ideale e il liberalismo avrebbe potuto creare le condizioni necessarie per permettere ai movimenti ispirati al marxismo di far valere le loro ragioni, nel rispetto delle regole democratiche. Quell’ideale era raggiungibile soltanto con il metodo della libertà. 
Uno studioso italo-americano, Stanislao G. Pugliese, professore di storia alla Hofstra University (Hempstead, NY) ha scritto ora un biografia intellettuale, Carlo Rosselli. Socialista eretico ed esule antifascista , pubblicata da Bollati Boringhieri (pagine 289, lire 90.000, euro 46,48) che si propone di mettere in luce soprattutto il pensiero politico rosselliano. Ma già a pagina 7 del suo saggio, Pugliese scrive: «Per molti versi è più opportuno considerare Rosselli un "moralista pubblico" anziché un teorico politico». 
Dalla lettura di un libro documentato come questo si capisce che Rosselli ha fatto assai più di quanto ha scritto. Non è un maestro del pensiero come Gramsci, Luigi Einaudi, Salvemini. È un uomo d’azione e la sua figura e le sue imprese seguitano a rimanere protagoniste. La fuga di Turati in Corsica organizzata nel 1926 da Rosselli e da Pertini; la fuga dal confino dell’isola di Lipari, con Emilio Lussu e Fausto Nitti, nel 1929; la guerra combattuta in Spagna nel 1936 contro i golpisti del generale Franco; il famoso discorso pronunciato alla Radio di Barcellona il 13 novembre 1936, «Oggi in Spagna domani in Italia», che probabilmente gli costò la vita; la morte, con il fratello Nello, il 9 giugno 1937, vicino a Bagnoles-de l’Orne, in Normandia, assassinato dai cagoulards francesi su mandato dei Servizi segreti militari italiani; tutti fatti conosciuti e divulgati, ma che non smettono di affascinare. 
L’icona che nei suoi secondi cinquant’anni del Novecento fa ricordare Carlo Rosselli è proprio la storia di un intellettuale che dopo dieci anni di carcere, confino, fughe, esilio, prende le armi e muore a 38 anni come un Cristo pugnalato su una strada di campagna lontano dalla patria. Per questo i suoi scritti sono stati sottovalutati: anche perché, il più delle volte, se si eccettua Socialismo liberale (Lipari, 1929, pubblicato a Parigi l’anno dopo), sono scritti giornalistici che servono sempre, più che a proporre un pensiero dottrinario, a spiegare la situazione politica, a comporre contrasti, a incitare alla lotta contro il fascismo. Per l’uomo d’azione fanno come da ponte tra un momento e l’altro di una vita inquieta. 
La bibliografia su Carlo Rosselli non è prolifica. Tra i libri più importanti la biografia di Aldo Garosci, storico e testimone, pubblicata nel 1945, il saggio di Nicola Tranfaglia (1968) che termina alla nascita di «Giustizia e libertà» e il libro, il più recente, di Giuseppe Fiori, Casa Rosselli. Vita di Carlo e Nello, Amelia, Marica e Maria , (Einaudi, 1999) che riesce a fondere vita privata e vita pubblica, politica e affetti. 
Dal «Non mollare» al «Quarto Stato» alla fondazione di «Giustizia e libertà», la lotta di Rosselli contro il fascismo fu intransigente. Una furia. Contro lo Stato burocratico-dittatoriale, contro la debolezza di carattere degli italiani. Il fascismo, per lui, non era soltanto una reazione di classe o l’autobiografia di una nazione, ma anche l’espressione di una crisi morale, umana, della civiltà. 
Il saggio di Pugliese, in modo contraddittorio rispetto alle intenzioni dell’autore, aiuta proprio a rimeditare sul personaggio. Sulla curiosità umana di Rosselli, sulla qualità intellettuale e sulla ricchezza di energie dei suoi maestri e dei suoi compagni. Oltre che sulla sua inadattabilità nei confronti della politica politicante, sul suo rigore e sui rapporti tesi con tutti i partiti e i leader democratici, Togliatti, Nenni. 
Carlo Rosselli amava dire di considerarsi un estromesso dall’Italia, non un fuoruscito. Un prigioniero altrove con l’impegno di riconquistare la libertà. 

Corriere della Sera
11 ottobre 2001


Relazione di Federico Coen sul tema: " Socialismo e libertà nel revisionismo socialista degli anni settanta"

1. Per comprendere il significato politico-culturale dell’operazione revisionistica condotta dalla rivista "Mondoperaio" del P.S.I. tra la metà degli anni settanta e la metà degli anni ottanta, è indispensabile accennare, sia pure sommariamente al contesto storico in cui quell’operazione prese corpo. Il Partito socialista era reduce da una lunga fase di transizione durata un quindicennio che si era articolata in due fasi: una prima fase, iniziatasi con il Congresso di Venezia all’indomani del XX Congresso del PCUS, e conclusa con l’assunzione di responsabilità di governo con la DC, fu caratterizzata dall’abbandono della politica frontista e dal recupero di autonomia dal P.C.I.; una seconda fase, sviluppatasi attraverso la partecipazione a una serie di governi di centro-sinistra, e conclusasi con la sconfitta elettorale del 1968 e con la rinnovata scissione della social-democrazia di Saragat, fu caratterizzata dal tentativo, in gran parte vano, di tradurre in azione di governo la scelta riformista che il partito aveva compiuto nella fase precedente.

Il prezzo di questa duplice transizione fu per il Partito socialista molto elevato: il recupero di autonomia a sinistra fu pagato con la rovinosa scissione del PSIUP, che pregiudicava ulteriormente il radicamento sociale del partito già sottrattogli in larga misura dal Partito comunista nel dopoguerra e negli anni del frontismo; la rinnovata partecipazione al governo, in condizioni di oggettiva inferiorità nei confronti della DC e di rottura a sinistra, impediva di dare a questa partecipazione un costrutto programmatico innovativo e spingeva gran parte dei quadri dirigenti del partito a integrarsi, nei contenuti e nei metodi, al modo di governare del partito di maggioranza.

Per farla breve, e scusandomi della sommarietà di questa ricostruzione, si può ben dire che all’inizio degli anni settanta il Partito socialista venne a trovarsi in una vera e propria crisi di identità, attraversato com’erta da pulsioni diverse ed opposte: il neo-massimalismo della sinistra di Lombardi, tendente a liquidare l’esperienza di governo con la DC in funzione di un’alternativa di sinistra di cui mancavano le condizioni sul versante stesso del PCI; il governativismo senza illusioni delle correnti di maggioranza preoccupate di impedire una svolta in senso autoritario della politica italiana; la tentazione, visibile soprattutto in De Martino, di assecondare la politica berlingueriana del compromesso storico, con la formula degli equilibri più avanzati.

E’ in questa crisi di identità - che conduceva oltre tutto a una crescente estraneità del socialismo italiano rispetto ai partiti socialisti europei - che si inserì l’operazione revisionista incentrata soprattutto (ma non solo) sulla rivista "Mondoperaio", ad opera principalmente (ma non solo) del c.d. gruppo giolittiano che si era formato intorno ad Antonio Giolitti nel corso dell’esperienza della programmazione economica. Operazione che andrà sviluppandosi attraverso una verifica rigorosa delle premesse ideologiche e culturali della scelta riformista, attraverso una rivisitazione altrettanto rigorosa del legame tra democrazia e socialismo che era alla base di quella scelta, e anche attraverso la formulazione di una serie di indicazioni programmatiche che, a partire da quelle premesse, miravano a indirizzare la politica italiana verso l’approdo di una governabilità fondata sulla democrazia dell’alternanza come naturale terreno di azione del socialismo riformista, in Italia come in Europa.

2. Dovendo necessariamente schematizzare, i momenti salienti di quella operazione politico-culturale si possono così indicare:

in primo luogo, i conti con il marxismo, in cui il ruolo principale fu svolto , com’è noto, da Norberto Bobbio con i suoi celebri saggi attraverso i quali veniva a innestarsi fruttuosamente nel socialismo italiano quella tradizione liberal-socialista risalente a Carlo Rosselli e ad altri esponenti antifascisti che nel corso della Resistenza si era incarnata nel Partito d’Azione. La strenua battaglia condotta da Bobbio per il primato dello stato di diritto e per la democrazia rappresentativa , in polemica non solo con il determinismo marxista ma anche con i cultori della democrazia diretta e con le tendenze anarcoidi ancora vive nella sinistra anche socialista, aveva un’importanza essenziale sul piano ideologico prima ancora che su quello della politica istituzionale perchè faceva giustizia di una concezione millenaristica (palingenetica) del socialismo come società perfetta,destinata a fare a meno dello stato, e rivalutava all’opposto l’idea del socialismo come frontiera mobile, in cui la battaglia per la giustizia sociale va condotta nel confronto permanente con le forze conservatrici, nel quadro di quella che fu chiamata allora la democrazia dell’alternanza.
In secondo luogo, i conti con il c.d. socialismo reale, che furono condotti da una parte attraverso l’analisi impietosa del carattere strutturalmente anti-socialista del regime sovietico e di quelli dei paesi satelliti, e dall’altra attraverso la pratica della solidarietà attiva con la cultura dissidente del mondo comunista i cui esponenti più qualificati trovarono sulle colonne della rivista occasioni di espressione sempre più frequente e significativa. Per questa parte, Mondoperaio ha trovato poi un seguito nella rivista Lettera Internazionale che fu fondata insieme ad alcuni dei socialisti dissidenti della Primavera di Praga e che conta ormai nove edizioni in tutta Europa. Parallelamente, Mondoperaio ,sviluppava rapporti sempre più stretti con gli esponenti del socialismo occidentale e con Willy Brandt e gli altri leader dell’Internazionale socialista.


Su un altro piano si collocavano i conti con il conservatorismo costituzionale, con cui mettevamo decisamente in luce i limiti della Costituzione del l948 sul terreno della governabilità e su quello dell’articolazione territoriale del potere pubblico, prefigurando - soprattutto con una serie di importanti saggi di Giuliano Amato - gran parte degli indirizzi di riforma dello stato che sono stati al centro dei lavori della Bicamerale e che sono tuttora all’ordine del giorno della politica italiana. La formula allora adottata fu quella della "democrazia governante", come corollario della"democrazia dell’alternanza".

In quarto luogo, merita di essere ricordata la battaglia che alcuni di noi si impegnarono a sviluppare su Mondoperaio per fare i conti con l’abnorme diffusione in Italia della corruzione politica, dovuta in via generale alla prassi clientelare messa in atto soprattutto dalla DC, e che, nei suoi aspetti inerenti al Partito socialista, era alimentata dalla sproporzione macroscopica tra la vasta area del potere acquisita soprattutto nell’era craxiana e la debolezza del radicamento sociale ed elettorale del partito.

Minore sviluppo ebbe invece - e lo dico autocriticamente - la presa di distanza dal vizio statalista che portava, se non a demonizzare certo a sottovalutare il ruolo dell’economia di mercato , statalismo che ancora negli anni della programmazione era largamente presente in tutta la sinistra, e non solo. Ma l’apertura verso la politica dei redditi - ancora osteggiata in quegli anni da tante parte della sinistra e del movimento sindacale - rientrava ampiamente nelle posizioni e nei dibattiti della rivista.
3. Lo spirito innovativo e modernizzante che improntava in quegli anni gran parte dell’intellighenzia socialista suscitò forti resistenze nell’area della sinistra.

Nel PCI erano gli anni del compromesso storico che tanto sul piano ideologico quanto su quello politico erano apertamente in contrasto con la nostra linea di condotta: sul piano ideologico per i risvolti organicistici del compromesso storico (la celebre formula della "ricomposizione unitaria" della società italiana, risalente a Franco Rodano, ma condivisa da Berlinguer e da Ingrao) sul piano politico non solo per la opposta valutazione della realtà dell’impero sovietico e del ruolo svolto dall’URSS nella politica internazionale ma anche per il rifiuto di rimettere in discussione la Costituzione del 1948. Da parte nostra, ci impegnammo a incalzare il PCI anche nell’affermata originalità della sua via nazionale al socialismo (Gramsci e Togliatti) e poi della c.d. terza via tra socialdemocrazia e comunismo. Ma sempre, almeno nel periodo qui considerato, coincidente con la mia responsabilità di direttore, le campagne di Mondoperaio furono costantemente condotte con spirito unitario, senza alcuna demonizzazione. Su tutti i temi importanti da noi trattati in quegli anni le colonne della rivista furono costantemente aperte al confronto con i compagni del PCI.

Con l’area socialista e con il PSI passato sotto la leadership di Craxi i rapporti furono, per alcuni anni, molto positivi. Il c.d. revisionismo socialista procedeva non solo sulle colonne di Mondoperaio ma anche su quelle dell’Avanti!, diretto allora per un lungo periodo da Gaetano Arfè, su Critica Sociale, e nel Centro Studi del partito, diretto allora da Luigi Covatta. Furono anni di intesa tra l’intellighenzia socialista e il partito ufficiale, un’intesa che ebbe i suoi momenti alti almeno in due occasioni: nel Progetto socialista del 1978, che nella sua parte programmatica (il Piano del lavoro e il Piano della democrazia) ebbe tra i suoi autori Ruffolo e Amato, e nella grande Conferenza programmatica di Rimini del 1982, dove tra l’altro fu avanzato da Claudio Martelli il moto progetto della coniugazione dei meriti e dei bisogni, che riprendeva la formula dell’eguaglianza delle opportunità che era stata della Società fabiana e del Labour Party, proponrndo una riforma del welfare di stampo europeo.

Ma l’intesa era destinata a incrinarsi quanto più andava avanti, soprattutto con la Presidenza del Consiglio di Craxi, l’identificazione del partito con il potere a tutti i livelli, con le conseguenze di ordine sociale e di ordine morale già ricordate, e con l’abbandono di fatto deiprogrammi di riforme ai quali con tanto fervore si era lavorato negli anni precedenti.

4. Per concludere, che cosa rimane oggi delle battaglie di allora, quali insegnamenti se ne possono trarre, in un contesto storico-politico per tanti aspetti radicalmente mutato?

Alcune delle tesi sostenute allora dal c.d. revisionismo socialista sono ormai divenute pane quotidiano nella sinistra: il ripudio del c.d. socialismo reale di matrice leninista, l’accettazione della democrazia dell’alternanza, con tutto il background che questo comporta nella concezione stessa del socialismo, l’accettazione dell’economia di mercato, la scelta dell’alleanza occidentale, e almeno per quanto riguarda il maggior partito della sinistra, l’adesione all’Internazionale socialista (anche se non ancora evidenziata nel nome del partito).

Ciò nonostante la sinistra italiana è ancora ben lontana dal cogliere i frutti di questo revisionismo riformista ormai vincente sulla carta. Il revisionismo del PCI è giunto a maturazione con dieci anni di ritardo, mentre il patrimonio revisionista del PSI è stato dilapidato da una prassi politica inadeguata e contraddittoria. Anche in Italia la sinistra riformista è al governo, ma la sua forzapolitica ed elettorale è ben distante da quella degli altri partiti socialisti europei. E questa anomalia si riflette sul sistema politico italiano nel suo complesso, dove imperversa il pluripartitismo più esasperato e dove sono comparsi soggetti politici anomali e potenzialmente eversivi, sia a destra che al centro e a sinistra. . Il fatto è che nell’area della sinistra si presentano ancora oggi, come già nel vecchio PSI, le tentazioni ricorrenti delle fughe all’indietro e delle fughe in avanti. Le fughe all’indietro del massimalismo e del fondamentalismo, le fughe in avanti dei neofiti del liberismo, che confondono l’accettazione dell’economia di mercato con la rinuncia a governare il mercato. E anche la fuga in avanti di chi confonde la cultura di governo con l’identificazione del partito con il potere a tutti i livelli, con la conseguenza di smarrire il legame del partito riformista con la società e con i movimenti spontanei che nella società si esprimono.

Ma c’è oggi una fuga più pericolosa di tutte, che si può definire la fuga verso il nulla, e che consiste nello snobbare il socialismo riformista in nome di improbabili traguardi più avanzati che si traducono in formule propagandistiche dietro le quali c’è il vuoto. La retorica dell’Ulivo, inteso come soggetto politico autosufficiente anzichè come alleanza di governo, appartiene a questo tipo di fuga . Accade allora che l’anomalia italiana rispetto all’Europa migliore , anzichè come un ostacolo da superare, venga scambiata per una virtù, per un improbabile articolo da esportazione. Sono illusioni che si pagano care, che rendono più difficile la transizione che da più di vent’anni noi riformisti cerchiamo faticosamente di portare a compimento.

"Socialismo e libertà"
Ricordando Carlo Rosselli

Roma, 27 febbraio 1998
Residence Ripetta


L'utopia concreta di Carlo Rosselli

di Giorgio Spini

Siamo nel pieno di un'ondata di libri, saggi, convegni su Rosselli e il socialismo liberale. Norberto Bobbio ha pubblicato una nuova edizione di Socialismo liberale (Einaudi 1997) aggiungendovi altri suoi scritti fra cui uno intitolato proprio Attualità del socialismo liberale; Giorgio Napolitano, Valdo Spini e Walter Veltroni sono stati protagonisti di un dibattito Socialismo e libertà, ricordando Carlo Rosselli, a Roma, nel febbraio scorso; Mastellone ha stampato un lavoro su Carlo Rosselli e "la rivoluzione liberale del socialismo" (Firenze, Olschki, 1999); Arianne Landuyt è intervenuta in più dibattiti su Rosselli e nel marzo scorso è stata l'anima di un convegno a Siena su Il modello laburista nell'Italia del '900; Zeffiro Ciuffoletti ha edito l'Epistolario familiare dei Rosselli (Mondadori 1997). Interventi nel dibattito su Rosselli si sono avuti da parte di alte personalità degli studi storici e politico-filosofici da Salvatore Maffettone, Vittorio Foa, Pietro Graglia a Nicola Tranfaglia o Santi Fedele. A Barcellona v'è stato un convegno su Carlo Rosselli e la Catalogna antifascista. Negli Stati Uniti, la prestigiosa "Princeton University Press" ha pubblicato Socialismo liberale in traduzione inglese con un ampio saggio di Nadia Urbinati, Another Socialism. E ci scusiamo se per esigenze di spazio non diamo qui un elenco completo di coloro che di Rosselli si sono occupati negli ultimi tempi. Dunque, sull'attualità di Rosselli non c'è dubbio possibile. E non c'è dubbio neanche sul rapporto tra questa fortuna del socialismo liberale di Rosselli e il crollo inglorioso del socialismo illiberale comunista. Va preso atto inoltre che, una volta spazzate via le dittature fasciste dalla storia e cessata la guerra fredda, non c'è stato più alcun paese di Europa, salvo la solitaria eccezione della Spagna, in cui non siano ascese al governo forze in qualche modo riconducibili al binomio rosselliano "Giustizia e Libertà". E anche l'eccezione Aznar in Spagna quanto durerà? Ma forse il discorso sull'attualità di Rosselli e della sua critica al determinismo marxista riguarda non solo e non tanto i comunisti, quanto gli esponenti del socialismo tradizionale, come Turati e Treves. Con i comunisti Rosselli ha discusso relativamente poco per l'ottima ragione che i comunisti, a cominciare dal Migliore di loro, Togliatti, di Rosselli cercavano di sbarazzarsi con gli insulti e le diffamazioni, anziché impiantare con lui un dibattito teorico. La sua critica era rivolta in gran parte a chi il determinismo marxista accettava, ritenendolo scientificamente fondato, pure auspicando il ritorno di un regime di libertà dopo la caduta della dittatura fascista. Oggi i fascismi e i comunismi sono crollati, l'Occidente liberale ha riportato una vittoria a scala planetaria. Ma appunto a scala planetaria si è aperto un nuovo conflitto sull'interpretazione da darsi a tale vittoria. Da una parte v'è quello che più di uno ha definito "liberismo selvaggio", ed è l'indirizzo che ieri trionfava in Inghilterra col governo Thatcher ed ancora adesso è sostenuto negli Stati Uniti dai repubblicani. Dall'altra sono le istanze di un socialismo democratico come quello affermatosi in quasi tutti i paesi europei, e anche fuori d'Europa, per esempio in Israele. In mezzo stanno i democratici americani e il loro presidente Clinton, stretti fra proposte riformiste e timori elettorali. Sulla natura stessa di questo conflitto è aperto il dibattito. C'è chi pensa che la partita sia tra liberismo e statalismo, stato o mercato. C'è chi sostiene invece che la partita è tra chi vuole il massimo affrancamento del maggior numero possibile dalle catene dell'ignoranza, dalla miseria, dalla sofferenza fisica e chi si rassegna all'inevitabile predominio di oligarchie di potenti e di astuti, se non di cosche mafiose addirittura (anche la mafia a modo suo è un'esaltazione del privato rispetto allo Stato...). Questi ultimi di norma fanno appello a ferree leggi economiche e sono rassegnati a soggiacere a Entità Superumane che oggi si chiamano Competizione e Mercato, come ieri si chiamavano Dialettica Materialista della storia o Plusvalore. Per altri invece la volontà e l'intelligenza umana restano comunque i protagonisti della storia e l'instaurazione di rapporti sempre meno selvaggi e crudeli fra gli uomini resta sempre un obiettivo proponibile. Nella misura in cui costoro esistono nell'attuale, è attuale quella che Rosselli medesimo chiamava la sua "impostazione volontarista e moralista" dei problemi politici e sociali. I termini della realtà contingente sono cambiati, ma quelli di fondo della lotta per la libertà sono ancora quelli additati da Rosselli "La libertà comincia con l'educazione dell'uomo e si conclude col trionfo di uno Stato di liberi, in parità di diritti e doveri".


CARLO ROSSELLI, profeta del Socialismo Liberale

Intervista al Senatore Paolo Vittorelli

Tratto da un articolo di Federico Fabrizi pubblicato su "il Giornale di Vicenza" del 16 giugno 1999.

"A cento anni dalla sua nascita e alla fine del secolo e del millennio, direi che l'apporto più originale e lungimirante dato da Carlo Rosselli alla politica è di avere conciliato il socialismo con la libertà. Aver saputo coniugare la tradizione liberale radicale e repubblicano-mazziniana del Risorgimento con quella del socialismo riformista. Contribuendo non solo alla piena accettazione, da parte di quest'ultimo, della democrazia parlamentare, ma anche al suo matrimonio con l'ideale della libertà, nell'ottica di un socialismo moderno, come già traspariva dallo stesso nome del movimento rosselliano, Giustizia e Libertà". Nato ad Alessandria d'Egitto nel 1915, Paolo Vittorelli è tra i più qualificati rappresentanti della tradizione politica coagulatasi intorno a Giustizia e Libertà, il movimento fondato da Carlo Rosselli e proseguita nella breve ma significativa esperienza del partito d'Azione (1942-1947) e in seguito come un fiume carsico, nelle tante direzioni della storia dell'Italia repubblicana. Tradizione minoritaria in Italia per precise ragioni storiche, ma decisamente europea nel richiamo a valori come laicità dello Stato, federalismo sovra e infranazionale, pacifismo nella sua forma più matura, riformismo economico e sociale.. Trasferitosi a Parigi nel 1937 per prendere contatto con Giustizia e Libertà e completare gli studi e la carriera legale, Vittorelli è stato amico di Carlo e Nello Rosselli. Entrato fra i dirigenti nazionali del Partito d'Azione (dal quale nel '47 confluì come molti altri della "diaspora azionista" nel PSI) , ha ricoperto nel dopoguerra molti incarichi, dai mandati alla Camera e al Senato, alla presidenza dell'Istituto studi e ricerche sulla Difesa (Istrid).

Nel suo libro autobiografico 'L'età della tempesta', Vittorelli rievoca in modo toccante il suo incontro con Carlo Rosselli a Parigi nei primi mesi del 1937, poche settimane prima che lui e il fratello Nello venissero assassinati, il 10 giugno, dai sicari francesi operanti in combutta con i servizi segreti fascisti, nella località termale di Bagnoles sur l'Orne.

- Senatore, quanto ha pesato l'ebraismo nella formazione dei fratelli Rosselli?

"La famiglia Rosselli proveniva dall'ebraismo livornese. Alcuni membri erano stati amici e finanziatori di Mazzini. Più tardi negli anni Trenta, Nello, brillante storico, dall'Italia in cui aveva deciso di rimanere avrebbe seguito assiduamente il movimento per l'emigrazione ebraica in Palestina. Ma era un ebraismo in una chiave laica e risorgimentale, memore di una tradizione di lotte civili degli ebrei in Italia, culminate nel riconoscimento della libertà di culto per ebrei e valdesi prima nel Regno di Sardegna e poi in tutta Italia, che in ultimo si saldava con la tradizione del movimento operaio e sindacale. Un movimento di cui peraltro lo stesso Carlo, precorrendo alcuni celebri scritti di Ernesto Rossi, colse limiti e tendenze oligarchico-corporative fin dalla sua tesi di laurea in Scienze politiche, nel 1921".

Oggi il socialismo liberale di Rosselli, che negli anni Trenta fu definito da Togliatti un "fascista dissidente" e fino al 1979 non è stato mai citato dall'Unità, è ormai parte essenziale del bagaglio di ogni partito della sinistra riformista.

"penso che il modo migliore per reintrodurre la lezione di Rosselli nella politica non sia di ricreare piccoli movimenti di opinione, ma diffondere il più possibile le sue idee nei circuiti di massa, e specialmente in quelli della sinistra. I quali, certo, non devono fondarsi solo sulle idee di Rosselli. Un vero partito Socialdemocratico di massa, oggi, deve fare una sintesi tra il vecchio socialismo riformista turatiano, quello liberale rosselliano e quello cristiano di Ignazio Silone"

-Spd tedesca, labour Party britannico: quale odierno partito è più vicino alla lezione di Rosselli?

"Probabilmente i laburisti di Tony Blair. In Inghilterra, del resto, la sintesi lib-lab vanta una cospicua tradizione storica, sin dal liberalismo sociale di Stuart Mill e dalla Fabian Society. E il successo di Blair è dipeso proprio dall'aver introdotto nella sua miscela molto più liberalismo che in passato, eliminando le scorie massimaliste presenti sino a poco tempo fa nel Partito Laburista, dove ancora nei primi anni novanta si parlava ad esempio di collettivizzazione dei mezzi di produzione. A questo tema le democrazie industriali o postindustriali di oggi sono molto sensibili essendo, paradossalmente, molto più esposte che in passato a rischi di perdite di libertà: non in senso stretto, ma di eccessivo dirigismo economico e di degenerazioni orwelliane della rivoluzione telematica."


Relazione di Giorgio Napolitano
Socialismo e Libertà nel futuro della sinistra europea


Ci è comune, credo, l'assillo per i limiti e le incertezze che pesano sulle forze riformiste di ispirazione socialista nel nostro paese. Tra le vie da battere per reagirvi con successo, vediamo quelle suggerite dall'iniziativa di oggi: ripensamento e recupero di filoni vitali, di passaggi cruciali
della storia politica e culturale della sinistra italiana, e insieme piena acquisizione dell'orizzonte europeo, compenetrazione senza residui e remore con la realtà del socialismo europeo. La riflessione su Rosselli ci aiuta nell'un senso e nell'altro, se non isolata dal contesto più ampio in cui già le relazioni l'hanno collocata. Italia ed Europa, passato e presente. Quel che conta è libe-rarsi da vecchi e nuovi provincialismi, da miti e presunzioni che accreditarono le nostre anomalie come connotati positivi, "più avanzati", della vicenda politica italiana, e anche da tendenze attuali alla proposizione di nostre difficili sperimentazioni e formule come modelli di innovazione politica per l'Europa. Siamo in grado, nel confronto con le altre forze socialiste, socialdemocratiche, laburiste europee, di valorizzare nostri apporti storici e di dare in questa fase contributi validi, ma senza pensare di
poterci ritagliare soluzioni e collocazioni "speciali". In quanto al passato, sentiamo di dover tornare su elaborazioni e discussioni di decenni precedenti nella sinistra italiana, non per il gusto di autoflagellazioni retrospettive, ma per l'esigenza di riacquisire nella loro ricchezza, non strumentalmente e fuori d'ogni ambiguità, anticipazioni e lezioni importanti. Ci interessa guardare avanti, al profilo e al ruolo che può assumere nel nostro paese la sinistra riformista, come espressione rappresentativa del socialismo europeo; ma proprio perché parliamo di una forza che non nasce dal nulla, che non cancella la memoria e l'eredità storica del movimento operaio e della sinistra di matrice socialista, nelle sue luci e nelle sue ombre, nella pluralità e nel drammatico contrasto delle sue componenti, proprio perciò ci guardiamo tanto dal lasciar cadere quel che del passato
può rivivere nel presente quanto dall'esser reticenti su quel che ci ha segnato più duramente. Potremmo certo parafrasare Carlo Rosselli, che nel 1937 - poco prima di
cadere, insieme con Nello, vittima di uno dei più turpi crimini fascisti - lanciava l'appello a socialisti e comunisti per una nuova unità, per una nuova formazione politica imperniata sul proletariato, e scriveva: "Pensare meno al 1921, e più al 1937". Potremmo, parafrasando, dire: "Pensare meno
agli anni '30, e anche agli anni '70-'80, e più al 1999 e agli anni che seguiranno". Ma è giusto tornare indietro per un momento, e ricordare come il Rosselli di quell'appello del '37, e anche del richiamo ai socialisti (in altro articolo) perché capissero che "il partito comunista, cui noi non risparmiamo le critiche, è e resta una realtà con la quale
dobbiamo tutti fare i conti"; il Rosselli del richiamo acutamente critico ma dialogante ai comunisti perché "si rinnovassero con la libertà intellettuale" - era lo stesso tacciato nel 1933-34 da Togliatti di "fascismo dissidente", classificato addirittura tra i "mussoliniani". I momenti più bui degli anni '30 furono dissepolti, gli scritti di Togliatti
furono ripubblicati già venticinque anni fa, nel 1973, dalla casa editrice ispirata dal Pci - si deve onestamente riconoscerlo - e non si occultarono da parte di storici come Spriano e Ragionieri né le aberrazioni del socialfascismo, né più specificamente la inaudita "carica di aggressività"
(parole di Ragionieri) della stroncatura del libro "Socialismo liberale" e del movimento di Giustizia e Libertà, il ricorso "all'arsenale della polemica politica più spietata" (parole ancora dello stesso autore) contro Carlo Rosselli. Rievoco e ripeto tutto ciò, perché al di là dell'eccezionalità di quei tempi "di ferro e di fuoco", le malattie dell'integralismo e del settarismo nella sinistra si sono ripresentate e possono ripresentarsi in forme diverse, e non ci sono vaccinazioni, tanto meno quelle affidate alla critica storica, che valgano una volta per sempre. Ha senso peraltro ricordare gli sviluppi in senso unitario che la sinistra raccolta in terra di Francia conobbe a partire dalla metà di quei tormentati
e tragici anni '30, e la parte vigorosa e appassionata che in essi ebbe Carlo Rosselli, non solo nel luogo del comune esilio ma nel crogiolo della guerra di Spagna. E come dimenticare la generosità dell'omaggio di Rosselli in morte di Gramsci? Il suo non è stato insomma solo un lascito di pensiero, ma un esempio di azione politica coraggiosa e costruttiva, di tensione morale e nobiltà personale. Assumendolo in questo convegno come riferimento di un discorso sul controverso rapporto tra socialismo e libertà - controverso ideologicamente e politicamente nella vicenda della sinistra non solo italiana - abbiamo compiuto una scelta meditata. In Italia si è senza dubbio scontata una particolare difficoltà a sciogliere nodi problematici che nel Pci - ancora
negli anni del Mondoperaio di Coen - subivano non solo e forse non tanto il persistente condizionamento di schemi marxisti nell'approccio ai problemi dell'economia e dello Stato, quanto il duplice riflesso di un'antica collocazione - non ancora risolta, nonostante dissensi crescenti e perfino
"strappi" - nel rapporto con l'Unione Sovietica, col movimento e col mondo comunista, e di una sempre pesante collocazione politica interna fuori di concrete prospettive di governo. Sto ovviamente parlando, con la necessaria
franchezza critica, di uno dei due partiti della sinistra, a cavallo tra gli anni '70 e '80; alle vicende dell'altro si sono riferiti senza indulgenze gli amici relatori che ne hanno vissuto l'esperienza. Tra i nodi problematici riproposti infaticabilmente da Norberto Bobbio a un Pci nel quale era peraltro visibile una dialettica di posizioni e procedeva una
contrastata evoluzione, c'erano quelli del valore universale delle istituzioni liberali e dei diritti di libertà, del valore universale del "metodo liberale o democratico" secondo Carlo Rosselli definibile "come un complesso di regole di giuoco che tutte le parti in lotta si impegnano a rispettare; regole dirette ad assicurare la pacifica convivenza dei
cittadini, delle classi, degli Stati, ... a consentire la successione al potere dei varì partiti, ad incanalare nella legalità le forze innovatrici via via insorgenti". Ma nello stesso tempo - anni '80 - la sinistra europea nel suo complesso era chiamata a fronteggiare nuove prove; l'attacco veniva
dal "liberalismo economico o liberismo" e aveva per bersaglio - come mise in luce in un importante saggio su Mondoperaio, a fine '81, proprio Bobbio - non tanto il collettivismo dei paesi governati dai comunisti quanto "lo
stato assistenziale, cioè l'esperimento socialdemocratico". La sfida sarebbe stata per un decennio assai dura, avrebbe prodotto sconfitte e gravi difficoltà per le forze socialiste in Eu-ropa, avrebbe indotto a serie revisioni sui temi del rapporto tra Stato e mercato, del governo dei bilanci pubblici, della tenuta dei sistemi di Welfare. In effetti, emersero anche più ampi motivi di ripensamento, e si può dire, ricordando Carlo Rosselli, che non sarebbe stato facile in quella temperie riproporre la tesi a lui cara di un movimento socialista erede del liberalismo. Sarebbe apparsa confortata dai fatti piuttosto l'antitesi. Rosselli era stato netto nel segnare un discrimine verso quel "dogmatico attaccamento ai princìpi del liberismo economico" che finisce per "imprigionare lo spirito dinamico del liberalismo entro lo schema di un sistema sociale transeunte". Ma la distinzione tra liberalismo e liberismo che ha avuto, come sappiamo, un suo particolare rilievo nella storia della cultura liberale italiana, non trovava altrove facile riscontro nei dibattiti e nelle posizioni della sinistra di fronte all'offensiva neoconservatrice degli anni '80. E comunque ai problemi posti dalla nuova destra andavano date anche risposte sensibili a esigenze di liberalizzazione nella sfera dell'economia. Non ci si poteva non confrontare con la sollecitazione che veniva - per usare le parole di Bobbio nello scritto da me già ricordato - dal riproporsi del liberalismo come "dottrina dello stato minimo sotto entrambi gli aspetti, economico e politico", e anche dal rinascere del pensiero liberale fondato su quella "concezione individualistica della società e della storia" con cui - egli notava - "la sinistra non ha mai fatto seriamente i conti".
L'essersi impegnato a fare i conti con queste problematiche e queste sfide - in cui si sono rispecchiati mutamenti non solo d'opinione e di costume ma di struttura nei nostri paesi - ha consentito al socialismo europeo di riprendere forza, di ritro-vare le vie del successo. E' da quell'impegno di ricerca e di rin-novamento che sono ripartite le sue chance per il futuro. Nuovi sviluppi dell'elaborazione e della politica delle forze socialiste, e nuovi sviluppi - come in questo incontro si è già mostrato - del pensiero liberale, si confrontano ora con un'evoluzione dello scenario europeo e mondiale che negli anni '90 ha portato il segno - per abusato che sia il termine - della globalizzazione. Siamo di fronte a istanze di giustizia e
ad istanze di libertà che la sinistra europea deve saper riformulare e che dall'Europa debbono abbracciare altre realtà di questo mondo solcato dalle disuguaglianze e interdipendente. Il compito è arduo, non poche le insidie da cui guardarsi, e non poche le novità che stentiamo a cogliere. Nel sollecitare regole per il mercato, per l'economia globale, nel respingere mistificatorie invocazioni di quel laissez faire di cui Keynes decretò la fine settanta anni fa, non possiamo cedere a tentazioni neovincolistiche e neoprotezionistiche. Diamo la priorità alle esigenze della coesione sociale, della lotta contro l'esclusione; non possiamo trascurare la tematica dei condizionamenti cui è esposta la libertà individuale, in
particolare l'istanza emergente della tutela della privacy. Questioni di libertà e di giustizia si intrecciano nell'impegno a vivere il nostro tempo come "età dei diritti", su scala mondiale, e nel rapporto, all'interno delle nostre società, con l'altro, con lo straniero che è giunto e giungerà in questa epoca di nuove migrazioni. Sono, tutte, prove importanti iscritte nel futuro della sinistra europea e già presenti nella sua difficile esperienza di governo in 13 paesi dell'Unione. Non possiamo reggerle senza una rinnovata apertura dei partiti del socialismo agli apporti delle culture più sensibili ai temi e ai valori di cui la nostra politica deve arricchirsi. Ho trovato molto stimolante uno di questi apporti, "La terza via" di Anthony Giddens, in cui si sviluppano molti dei punti toccati qui: non a caso, se si pensa ai caratteri sia del laburismo (ben colti in anni ormai lontani da Carlo Rosselli) sia del liberalismo inglese nelle sue espressioni più lungimiranti. Il sottotitolo di quel libro, che pure si spinge molto avanti nella revisione e nell'innovazione è: "Il rinnovamento della socialdemocrazia". Il soggetto a cui tutte le proposte vengono riferite è: "i socialdemocratici". Non può che essere questo anche in Italia il soggetto della sinistra, senza facili ottimismi ma senza più dubbi esistenziali.

"Socialismo e libertà"
Ricordando Carlo Rosselli

Roma, 27 febbraio 1998
Residence Ripetta


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