Carlo Rosselli fu un eretico rispetto al socialismo italiano dei suoi tempi. Ma non lo fu rispetto al partito laburista britannico degli stessi anni, e con Socialismo Liberale intese aderire apertamente alla socialdemocrazia europea "che si muove - sono parole di Rosselli - verso una forma di rinnovato liberalismo, che riassorbe in sé i movimenti apparentemente opposti (illuminismo borghese e socialismo proletario)". Voglio dire che parlare di Rosselli e del suo socialismo eretico non significa non porsi il problema di una chiara identificazione e collocazione della sinistra italiana nel socialismo europeo. Tutt’altro. È vero che in questi anni, che hanno visto la loro quasi generale affermazione come forza di governo, i socialisti europei si sono mossi verso il centro, hanno sottolineato l'aspetto liberale della loro impostazione. E questa si è dimostrata la carta vincente. Ma lo hanno fatto non rinnegando, ma partendo dalla loro tradizione di rappresentanza del mondo del lavoro. Vi è una differenza fondamentale tra gli Stati Uniti d'America, dove si è affermato il partito democratico, e l'Europa, dove si è affermata la socialdemocrazia e il laburismo. Gli Stati Uniti hanno costituito una società del tutto nuova, creata dal basso e stratificatasi più su motivi etnici o di ondate migratorie che per una generale contrapposizione di classe. In Europa, invece, la stratificazione sociale e la lotta economica e politica del mondo del lavoro hanno rappresentato un patrimonio che nessun Partito Socialista di nessun paese europeo intende rinnegare. "Il socialismo - afferma Rosselli - deve essere l’alfiere della classe oppressa".
Si tratta pertanto di riscoprire, con i valori di Rosselli, i valori del socialismo europeo.
Di questi valori dobbiamo essere orgogliosi. Si dice - e giustamente - che l’Italia non ha finora avuto un partito socialista della forza quantitativa e qualitativa degli altri paesi europei. Ma vi è una domanda da porsi: in questi anni ci abbiamo veramente provato con chiarezza, senza ambiguità, dando le necessarie battaglie politiche, pagando i relativi prezzi, ma anche riscuotendo i frutti della coerenza? La risposta è no. Se oggi nel centrosinistra ci si sente in grado di riproporre una sfida contro i partiti è proprio per questo. Ad un Partito dei Democratici di sinistra è logico che qualcuno voglia contrapporvi i Democratici tout court che siano questi per l’Ulivo o per l’Europa. Ma se il nostro è Partito del Socialismo democratico e liberale Europeo, con la sua specificità e il suo chiaro riferimento interno, europeo ed internazionale, allora si potrà respingere la sfida, rinnovare la politica, sollevare un nuovo interesse dei cittadini.
Dunque non ci sono scorciatoie. La strada di una società responsabile, fondata sulla giustizia e sulla libertà è l’unica praticabile. È la sfida del nostro tempo: conciliare i due grandi valori del socialismo liberale. "Carlo e Nello Rosselli - Giustizia e Libertà. Per questo morirono, per questo vivono", ha scritto Piero Calamandrei sulla lapide della loro tomba nel cimitero di Trespiano.
Valdo Spini
ELZEVIRO Una nuova biografia
Carlo Rosselli vero uomo d’azione
di CORRADO STAJANO
A proposito di Carlo Rosselli si sprecano le definizioni. Fu soprattutto un anomalo della politica, difficile da catalogare. Capì precocemente le contraddizioni del liberalismo, del socialismo, del marxismo. Denunziò l’insufficienza dei partiti, la loro angustia, la costante vocazione al compromesso. Tentò di dar vita a un movimento, «Giustizia e libertà», che avrebbe dovuto far da sintesi tra l’idea di libertà e i fondamenti della giustizia sociale. Il pensiero di Rosselli, raccolto in Socialismo liberale , non ebbe mai grande fortuna, con quel titolo che sembrava un ossimoro. Il socialismo, per lui, era la «filosofia della libertà». Voleva riportare il socialismo ai «suoi principi primi, alle sue origini storiche e psicologiche». Ha spiegato Bobbio nell’edizione einaudiana del 1979 che per Rosselli il marxismo era una vera e propria concezione del mondo, un sistema, non un metodo, al contrario del liberalismo, esso sì un metodo che si ispira a una concezione generale della storia. Il socialismo era un ideale e il liberalismo avrebbe potuto creare le condizioni necessarie per permettere ai movimenti ispirati al marxismo di far valere le loro ragioni, nel rispetto delle regole democratiche. Quell’ideale era raggiungibile soltanto con il metodo della libertà.
Uno studioso italo-americano, Stanislao G. Pugliese, professore di storia alla Hofstra University (Hempstead, NY) ha scritto ora un biografia intellettuale, Carlo Rosselli. Socialista eretico ed esule antifascista , pubblicata da Bollati Boringhieri (pagine 289, lire 90.000, euro 46,48) che si propone di mettere in luce soprattutto il pensiero politico rosselliano. Ma già a pagina 7 del suo saggio, Pugliese scrive: «Per molti versi è più opportuno considerare Rosselli un "moralista pubblico" anziché un teorico politico».
Dalla lettura di un libro documentato come questo si capisce che Rosselli ha fatto assai più di quanto ha scritto. Non è un maestro del pensiero come Gramsci, Luigi Einaudi, Salvemini. È un uomo d’azione e la sua figura e le sue imprese seguitano a rimanere protagoniste. La fuga di Turati in Corsica organizzata nel 1926 da Rosselli e da Pertini; la fuga dal confino dell’isola di Lipari, con Emilio Lussu e Fausto Nitti, nel 1929; la guerra combattuta in Spagna nel 1936 contro i golpisti del generale Franco; il famoso discorso pronunciato alla Radio di Barcellona il 13 novembre 1936, «Oggi in Spagna domani in Italia», che probabilmente gli costò la vita; la morte, con il fratello Nello, il 9 giugno 1937, vicino a Bagnoles-de l’Orne, in Normandia, assassinato dai cagoulards francesi su mandato dei Servizi segreti militari italiani; tutti fatti conosciuti e divulgati, ma che non smettono di affascinare.
L’icona che nei suoi secondi cinquant’anni del Novecento fa ricordare Carlo Rosselli è proprio la storia di un intellettuale che dopo dieci anni di carcere, confino, fughe, esilio, prende le armi e muore a 38 anni come un Cristo pugnalato su una strada di campagna lontano dalla patria. Per questo i suoi scritti sono stati sottovalutati: anche perché, il più delle volte, se si eccettua Socialismo liberale (Lipari, 1929, pubblicato a Parigi l’anno dopo), sono scritti giornalistici che servono sempre, più che a proporre un pensiero dottrinario, a spiegare la situazione politica, a comporre contrasti, a incitare alla lotta contro il fascismo. Per l’uomo d’azione fanno come da ponte tra un momento e l’altro di una vita inquieta.
La bibliografia su Carlo Rosselli non è prolifica. Tra i libri più importanti la biografia di Aldo Garosci, storico e testimone, pubblicata nel 1945, il saggio di Nicola Tranfaglia (1968) che termina alla nascita di «Giustizia e libertà» e il libro, il più recente, di Giuseppe Fiori, Casa Rosselli. Vita di Carlo e Nello, Amelia, Marica e Maria , (Einaudi, 1999) che riesce a fondere vita privata e vita pubblica, politica e affetti.
Dal «Non mollare» al «Quarto Stato» alla fondazione di «Giustizia e libertà», la lotta di Rosselli contro il fascismo fu intransigente. Una furia. Contro lo Stato burocratico-dittatoriale, contro la debolezza di carattere degli italiani. Il fascismo, per lui, non era soltanto una reazione di classe o l’autobiografia di una nazione, ma anche l’espressione di una crisi morale, umana, della civiltà.
Il saggio di Pugliese, in modo contraddittorio rispetto alle intenzioni dell’autore, aiuta proprio a rimeditare sul personaggio. Sulla curiosità umana di Rosselli, sulla qualità intellettuale e sulla ricchezza di energie dei suoi maestri e dei suoi compagni. Oltre che sulla sua inadattabilità nei confronti della politica politicante, sul suo rigore e sui rapporti tesi con tutti i partiti e i leader democratici, Togliatti, Nenni.
Carlo Rosselli amava dire di considerarsi un estromesso dall’Italia, non un fuoruscito. Un prigioniero altrove con l’impegno di riconquistare la libertà.
Corriere della Sera
11 ottobre 2001
Relazione
di Federico Coen sul
tema: " Socialismo e
libertà nel revisionismo
socialista degli anni
settanta"
1. Per comprendere il
significato politico-culturale
dell’operazione
revisionistica condotta dalla
rivista "Mondoperaio"
del P.S.I. tra la metà degli
anni settanta e la metà degli
anni ottanta, è
indispensabile accennare, sia
pure sommariamente al contesto
storico in cui quell’operazione
prese corpo. Il Partito
socialista era reduce da una
lunga fase di transizione
durata un quindicennio che si
era articolata in due fasi:
una prima fase, iniziatasi con
il Congresso di Venezia all’indomani
del XX Congresso del PCUS, e
conclusa con l’assunzione di
responsabilità di governo con
la DC, fu caratterizzata dall’abbandono
della politica frontista e dal
recupero di autonomia dal
P.C.I.; una seconda fase,
sviluppatasi attraverso la
partecipazione a una serie di
governi di centro-sinistra, e
conclusasi con la sconfitta
elettorale del 1968 e con la
rinnovata scissione della
social-democrazia di Saragat,
fu caratterizzata dal
tentativo, in gran parte vano,
di tradurre in azione di
governo la scelta riformista
che il partito aveva compiuto
nella fase precedente.
Il prezzo di questa duplice
transizione fu per il Partito
socialista molto elevato: il
recupero di autonomia a
sinistra fu pagato con la
rovinosa scissione del PSIUP,
che pregiudicava ulteriormente
il radicamento sociale del
partito già sottrattogli in
larga misura dal Partito
comunista nel dopoguerra e
negli anni del frontismo; la
rinnovata partecipazione al
governo, in condizioni di
oggettiva inferiorità nei
confronti della DC e di
rottura a sinistra, impediva
di dare a questa
partecipazione un costrutto
programmatico innovativo e
spingeva gran parte dei quadri
dirigenti del partito a
integrarsi, nei contenuti e
nei metodi, al modo di
governare del partito di
maggioranza.
Per farla breve, e scusandomi
della sommarietà di questa
ricostruzione, si può ben
dire che all’inizio degli
anni settanta il Partito
socialista venne a trovarsi in
una vera e propria crisi di
identità, attraversato com’erta
da pulsioni diverse ed
opposte: il neo-massimalismo
della sinistra di Lombardi,
tendente a liquidare l’esperienza
di governo con la DC in
funzione di un’alternativa
di sinistra di cui mancavano
le condizioni sul versante
stesso del PCI; il
governativismo senza illusioni
delle correnti di maggioranza
preoccupate di impedire una
svolta in senso autoritario
della politica italiana; la
tentazione, visibile
soprattutto in De Martino, di
assecondare la politica
berlingueriana del compromesso
storico, con la formula degli
equilibri più avanzati.
E’ in questa crisi di
identità - che conduceva
oltre tutto a una crescente
estraneità del socialismo
italiano rispetto ai partiti
socialisti europei - che si
inserì l’operazione
revisionista incentrata
soprattutto (ma non solo)
sulla rivista "Mondoperaio",
ad opera principalmente (ma
non solo) del c.d. gruppo
giolittiano che si era formato
intorno ad Antonio Giolitti
nel corso dell’esperienza
della programmazione
economica. Operazione che
andrà sviluppandosi
attraverso una verifica
rigorosa delle premesse
ideologiche e culturali della
scelta riformista, attraverso
una rivisitazione altrettanto
rigorosa del legame tra
democrazia e socialismo che
era alla base di quella
scelta, e anche attraverso la
formulazione di una serie di
indicazioni programmatiche
che, a partire da quelle
premesse, miravano a
indirizzare la politica
italiana verso l’approdo di
una governabilità fondata
sulla democrazia dell’alternanza
come naturale terreno di
azione del socialismo
riformista, in Italia come in
Europa.
2. Dovendo necessariamente
schematizzare, i momenti
salienti di quella operazione
politico-culturale si possono
così indicare:
in primo luogo, i conti con il
marxismo, in cui il ruolo
principale fu svolto , com’è
noto, da Norberto Bobbio con i
suoi celebri saggi attraverso
i quali veniva a innestarsi
fruttuosamente nel socialismo
italiano quella tradizione
liberal-socialista risalente a
Carlo Rosselli e ad altri
esponenti antifascisti che nel
corso della Resistenza si era
incarnata nel Partito d’Azione.
La strenua battaglia condotta
da Bobbio per il primato dello
stato di diritto e per la
democrazia rappresentativa ,
in polemica non solo con il
determinismo marxista ma anche
con i cultori della democrazia
diretta e con le tendenze
anarcoidi ancora vive nella
sinistra anche socialista,
aveva un’importanza
essenziale sul piano
ideologico prima ancora che su
quello della politica
istituzionale perchè faceva
giustizia di una concezione
millenaristica (palingenetica)
del socialismo come società
perfetta,destinata a fare a
meno dello stato, e rivalutava
all’opposto l’idea del
socialismo come frontiera
mobile, in cui la battaglia
per la giustizia sociale va
condotta nel confronto
permanente con le forze
conservatrici, nel quadro di
quella che fu chiamata allora
la democrazia dell’alternanza.
In secondo luogo, i conti con
il c.d. socialismo reale, che
furono condotti da una parte
attraverso l’analisi
impietosa del carattere
strutturalmente
anti-socialista del regime
sovietico e di quelli dei
paesi satelliti, e dall’altra
attraverso la pratica della
solidarietà attiva con la
cultura dissidente del mondo
comunista i cui esponenti più
qualificati trovarono sulle
colonne della rivista
occasioni di espressione
sempre più frequente e
significativa. Per questa
parte, Mondoperaio ha trovato
poi un seguito nella rivista
Lettera Internazionale che fu
fondata insieme ad alcuni dei
socialisti dissidenti della
Primavera di Praga e che conta
ormai nove edizioni in tutta
Europa. Parallelamente,
Mondoperaio ,sviluppava
rapporti sempre più stretti
con gli esponenti del
socialismo occidentale e con
Willy Brandt e gli altri
leader dell’Internazionale
socialista.
Su un altro piano si
collocavano i conti con il
conservatorismo
costituzionale, con cui
mettevamo decisamente in luce
i limiti della Costituzione
del l948 sul terreno della
governabilità e su quello
dell’articolazione
territoriale del potere
pubblico, prefigurando -
soprattutto con una serie di
importanti saggi di Giuliano
Amato - gran parte degli
indirizzi di riforma dello
stato che sono stati al centro
dei lavori della Bicamerale e
che sono tuttora all’ordine
del giorno della politica
italiana. La formula allora
adottata fu quella della
"democrazia
governante", come
corollario
della"democrazia dell’alternanza".
In quarto luogo, merita di
essere ricordata la battaglia
che alcuni di noi si
impegnarono a sviluppare su
Mondoperaio per fare i conti
con l’abnorme diffusione in
Italia della corruzione
politica, dovuta in via
generale alla prassi
clientelare messa in atto
soprattutto dalla DC, e che,
nei suoi aspetti inerenti al
Partito socialista, era
alimentata dalla sproporzione
macroscopica tra la vasta area
del potere acquisita
soprattutto nell’era
craxiana e la debolezza del
radicamento sociale ed
elettorale del partito.
Minore sviluppo ebbe invece -
e lo dico autocriticamente -
la presa di distanza dal vizio
statalista che portava, se non
a demonizzare certo a
sottovalutare il ruolo dell’economia
di mercato , statalismo che
ancora negli anni della
programmazione era largamente
presente in tutta la sinistra,
e non solo. Ma l’apertura
verso la politica dei redditi
- ancora osteggiata in quegli
anni da tante parte della
sinistra e del movimento
sindacale - rientrava
ampiamente nelle posizioni e
nei dibattiti della rivista.
3. Lo spirito innovativo e
modernizzante che improntava
in quegli anni gran parte dell’intellighenzia
socialista suscitò forti
resistenze nell’area della
sinistra.
Nel PCI erano gli anni del
compromesso storico che tanto
sul piano ideologico quanto su
quello politico erano
apertamente in contrasto con
la nostra linea di condotta:
sul piano ideologico per i
risvolti organicistici del
compromesso storico (la
celebre formula della
"ricomposizione
unitaria" della società
italiana, risalente a Franco
Rodano, ma condivisa da
Berlinguer e da Ingrao) sul
piano politico non solo per la
opposta valutazione della
realtà dell’impero
sovietico e del ruolo svolto
dall’URSS nella politica
internazionale ma anche per il
rifiuto di rimettere in
discussione la Costituzione
del 1948. Da parte nostra, ci
impegnammo a incalzare il PCI
anche nell’affermata
originalità della sua via
nazionale al socialismo (Gramsci
e Togliatti) e poi della c.d.
terza via tra socialdemocrazia
e comunismo. Ma sempre, almeno
nel periodo qui considerato,
coincidente con la mia
responsabilità di direttore,
le campagne di Mondoperaio
furono costantemente condotte
con spirito unitario, senza
alcuna demonizzazione. Su
tutti i temi importanti da noi
trattati in quegli anni le
colonne della rivista furono
costantemente aperte al
confronto con i compagni del
PCI.
Con l’area socialista e con
il PSI passato sotto la
leadership di Craxi i rapporti
furono, per alcuni anni, molto
positivi. Il c.d. revisionismo
socialista procedeva non solo
sulle colonne di Mondoperaio
ma anche su quelle dell’Avanti!,
diretto allora per un lungo
periodo da Gaetano Arfè, su
Critica Sociale, e nel Centro
Studi del partito, diretto
allora da Luigi Covatta.
Furono anni di intesa tra l’intellighenzia
socialista e il partito
ufficiale, un’intesa che
ebbe i suoi momenti alti
almeno in due occasioni: nel
Progetto socialista del 1978,
che nella sua parte
programmatica (il Piano del
lavoro e il Piano della
democrazia) ebbe tra i suoi
autori Ruffolo e Amato, e
nella grande Conferenza
programmatica di Rimini del
1982, dove tra l’altro fu
avanzato da Claudio Martelli
il moto progetto della
coniugazione dei meriti e dei
bisogni, che riprendeva la
formula dell’eguaglianza
delle opportunità che era
stata della Società fabiana e
del Labour Party, proponrndo
una riforma del welfare di
stampo europeo.
Ma l’intesa era destinata a
incrinarsi quanto più andava
avanti, soprattutto con la
Presidenza del Consiglio di
Craxi, l’identificazione del
partito con il potere a tutti
i livelli, con le conseguenze
di ordine sociale e di ordine
morale già ricordate, e con l’abbandono
di fatto deiprogrammi di
riforme ai quali con tanto
fervore si era lavorato negli
anni precedenti.
4. Per concludere, che cosa
rimane oggi delle battaglie di
allora, quali insegnamenti se
ne possono trarre, in un
contesto storico-politico per
tanti aspetti radicalmente
mutato?
Alcune delle tesi sostenute
allora dal c.d. revisionismo
socialista sono ormai divenute
pane quotidiano nella
sinistra: il ripudio del c.d.
socialismo reale di matrice
leninista, l’accettazione
della democrazia dell’alternanza,
con tutto il background che
questo comporta nella
concezione stessa del
socialismo, l’accettazione
dell’economia di mercato, la
scelta dell’alleanza
occidentale, e almeno per
quanto riguarda il maggior
partito della sinistra, l’adesione
all’Internazionale
socialista (anche se non
ancora evidenziata nel nome
del partito).
Ciò nonostante la sinistra
italiana è ancora ben lontana
dal cogliere i frutti di
questo revisionismo riformista
ormai vincente sulla carta. Il
revisionismo del PCI è giunto
a maturazione con dieci anni
di ritardo, mentre il
patrimonio revisionista del
PSI è stato dilapidato da una
prassi politica inadeguata e
contraddittoria. Anche in
Italia la sinistra riformista
è al governo, ma la sua
forzapolitica ed elettorale è
ben distante da quella degli
altri partiti socialisti
europei. E questa anomalia si
riflette sul sistema politico
italiano nel suo complesso,
dove imperversa il
pluripartitismo più
esasperato e dove sono
comparsi soggetti politici
anomali e potenzialmente
eversivi, sia a destra che al
centro e a sinistra. . Il
fatto è che nell’area della
sinistra si presentano ancora
oggi, come già nel vecchio
PSI, le tentazioni ricorrenti
delle fughe all’indietro e
delle fughe in avanti. Le
fughe all’indietro del
massimalismo e del
fondamentalismo, le fughe in
avanti dei neofiti del
liberismo, che confondono l’accettazione
dell’economia di mercato con
la rinuncia a governare il
mercato. E anche la fuga in
avanti di chi confonde la
cultura di governo con l’identificazione
del partito con il potere a
tutti i livelli, con la
conseguenza di smarrire il
legame del partito riformista
con la società e con i
movimenti spontanei che nella
società si esprimono.
Ma c’è oggi una fuga più
pericolosa di tutte, che si
può definire la fuga verso il
nulla, e che consiste nello
snobbare il socialismo
riformista in nome di
improbabili traguardi più
avanzati che si traducono in
formule propagandistiche
dietro le quali c’è il
vuoto. La retorica dell’Ulivo,
inteso come soggetto politico
autosufficiente anzichè come
alleanza di governo,
appartiene a questo tipo di
fuga . Accade allora che l’anomalia
italiana rispetto all’Europa
migliore , anzichè come un
ostacolo da superare, venga
scambiata per una virtù, per
un improbabile articolo da
esportazione. Sono illusioni
che si pagano care, che
rendono più difficile la
transizione che da più di
vent’anni noi riformisti
cerchiamo faticosamente di
portare a compimento.
"Socialismo e
libertà"
Ricordando Carlo Rosselli
Roma, 27 febbraio 1998
Residence Ripetta
L'utopia concreta di Carlo Rosselli
di Giorgio Spini
Siamo nel pieno di un'ondata
di libri, saggi, convegni su
Rosselli e il socialismo
liberale. Norberto Bobbio ha
pubblicato una nuova edizione
di Socialismo liberale (Einaudi
1997) aggiungendovi altri suoi
scritti fra cui uno intitolato
proprio Attualità del
socialismo liberale; Giorgio
Napolitano, Valdo Spini e
Walter Veltroni sono stati
protagonisti di un dibattito
Socialismo e libertà,
ricordando Carlo Rosselli, a
Roma, nel febbraio scorso;
Mastellone ha stampato un
lavoro su Carlo Rosselli e
"la rivoluzione liberale
del socialismo" (Firenze,
Olschki, 1999); Arianne
Landuyt è intervenuta in più
dibattiti su Rosselli e nel
marzo scorso è stata l'anima
di un convegno a Siena su Il
modello laburista nell'Italia
del '900; Zeffiro Ciuffoletti
ha edito l'Epistolario
familiare dei Rosselli (Mondadori
1997). Interventi nel
dibattito su Rosselli si sono
avuti da parte di alte
personalità degli studi
storici e politico-filosofici
da Salvatore Maffettone,
Vittorio Foa, Pietro Graglia a
Nicola Tranfaglia o Santi
Fedele. A Barcellona v'è
stato un convegno su Carlo
Rosselli e la Catalogna
antifascista. Negli Stati
Uniti, la prestigiosa
"Princeton University
Press" ha pubblicato
Socialismo liberale in
traduzione inglese con un
ampio saggio di Nadia Urbinati,
Another Socialism. E ci
scusiamo se per esigenze di
spazio non diamo qui un elenco
completo di coloro che di
Rosselli si sono occupati
negli ultimi tempi. Dunque,
sull'attualità di Rosselli
non c'è dubbio possibile. E
non c'è dubbio neanche sul
rapporto tra questa fortuna
del socialismo liberale di
Rosselli e il crollo
inglorioso del socialismo
illiberale comunista. Va preso
atto inoltre che, una volta
spazzate via le dittature
fasciste dalla storia e
cessata la guerra fredda, non
c'è stato più alcun paese di
Europa, salvo la solitaria
eccezione della Spagna, in cui
non siano ascese al governo
forze in qualche modo
riconducibili al binomio
rosselliano "Giustizia e
Libertà". E anche
l'eccezione Aznar in Spagna
quanto durerà? Ma forse il
discorso sull'attualità di
Rosselli e della sua critica
al determinismo marxista
riguarda non solo e non tanto
i comunisti, quanto gli
esponenti del socialismo
tradizionale, come Turati e
Treves. Con i comunisti
Rosselli ha discusso
relativamente poco per
l'ottima ragione che i
comunisti, a cominciare dal
Migliore di loro, Togliatti,
di Rosselli cercavano di
sbarazzarsi con gli insulti e
le diffamazioni, anziché
impiantare con lui un
dibattito teorico. La sua
critica era rivolta in gran
parte a chi il determinismo
marxista accettava,
ritenendolo scientificamente
fondato, pure auspicando il
ritorno di un regime di
libertà dopo la caduta della
dittatura fascista. Oggi i
fascismi e i comunismi sono
crollati, l'Occidente liberale
ha riportato una vittoria a
scala planetaria. Ma appunto a
scala planetaria si è aperto
un nuovo conflitto
sull'interpretazione da darsi
a tale vittoria. Da una parte
v'è quello che più di uno ha
definito "liberismo
selvaggio", ed è
l'indirizzo che ieri trionfava
in Inghilterra col governo
Thatcher ed ancora adesso è
sostenuto negli Stati Uniti
dai repubblicani. Dall'altra
sono le istanze di un
socialismo democratico come
quello affermatosi in quasi
tutti i paesi europei, e anche
fuori d'Europa, per esempio in
Israele. In mezzo stanno i
democratici americani e il
loro presidente Clinton,
stretti fra proposte
riformiste e timori
elettorali. Sulla natura
stessa di questo conflitto è
aperto il dibattito. C'è chi
pensa che la partita sia tra
liberismo e statalismo, stato
o mercato. C'è chi sostiene
invece che la partita è tra
chi vuole il massimo
affrancamento del maggior
numero possibile dalle catene
dell'ignoranza, dalla miseria,
dalla sofferenza fisica e chi
si rassegna all'inevitabile
predominio di oligarchie di
potenti e di astuti, se non di
cosche mafiose addirittura
(anche la mafia a modo suo è
un'esaltazione del privato
rispetto allo Stato...).
Questi ultimi di norma fanno
appello a ferree leggi
economiche e sono rassegnati a
soggiacere a Entità
Superumane che oggi si
chiamano Competizione e
Mercato, come ieri si
chiamavano Dialettica
Materialista della storia o
Plusvalore. Per altri invece
la volontà e l'intelligenza
umana restano comunque i
protagonisti della storia e
l'instaurazione di rapporti
sempre meno selvaggi e crudeli
fra gli uomini resta sempre un
obiettivo proponibile. Nella
misura in cui costoro esistono
nell'attuale, è attuale
quella che Rosselli medesimo
chiamava la sua
"impostazione
volontarista e moralista"
dei problemi politici e
sociali. I termini della
realtà contingente sono
cambiati, ma quelli di fondo
della lotta per la libertà
sono ancora quelli additati da
Rosselli "La libertà
comincia con l'educazione
dell'uomo e si conclude col
trionfo di uno Stato di
liberi, in parità di diritti
e doveri".
CARLO
ROSSELLI, profeta del
Socialismo Liberale
Intervista al Senatore Paolo
Vittorelli
Tratto da un articolo di
Federico Fabrizi pubblicato su
"il Giornale di
Vicenza" del 16 giugno
1999.
"A cento anni dalla sua
nascita e alla fine del secolo
e del millennio, direi che
l'apporto più originale e
lungimirante dato da Carlo
Rosselli alla politica è di
avere conciliato il socialismo
con la libertà. Aver saputo
coniugare la tradizione
liberale radicale e
repubblicano-mazziniana del
Risorgimento con quella del
socialismo riformista.
Contribuendo non solo alla
piena accettazione, da parte
di quest'ultimo, della
democrazia parlamentare, ma
anche al suo matrimonio con
l'ideale della libertà,
nell'ottica di un socialismo
moderno, come già traspariva
dallo stesso nome del
movimento rosselliano,
Giustizia e Libertà".
Nato ad Alessandria d'Egitto
nel 1915, Paolo Vittorelli è
tra i più qualificati
rappresentanti della
tradizione politica
coagulatasi intorno a
Giustizia e Libertà, il
movimento fondato da Carlo
Rosselli e proseguita nella
breve ma significativa
esperienza del partito
d'Azione (1942-1947) e in
seguito come un fiume carsico,
nelle tante direzioni della
storia dell'Italia
repubblicana. Tradizione
minoritaria in Italia per
precise ragioni storiche, ma
decisamente europea nel
richiamo a valori come
laicità dello Stato,
federalismo sovra e
infranazionale, pacifismo
nella sua forma più matura,
riformismo economico e
sociale.. Trasferitosi a
Parigi nel 1937 per prendere
contatto con Giustizia e
Libertà e completare gli
studi e la carriera legale,
Vittorelli è stato amico di
Carlo e Nello Rosselli.
Entrato fra i dirigenti
nazionali del Partito d'Azione
(dal quale nel '47 confluì
come molti altri della
"diaspora azionista"
nel PSI) , ha ricoperto nel
dopoguerra molti incarichi,
dai mandati alla Camera e al
Senato, alla presidenza
dell'Istituto studi e ricerche
sulla Difesa (Istrid).
Nel suo libro autobiografico
'L'età della tempesta',
Vittorelli rievoca in modo
toccante il suo incontro con
Carlo Rosselli a Parigi nei
primi mesi del 1937, poche
settimane prima che lui e il
fratello Nello venissero
assassinati, il 10 giugno, dai
sicari francesi operanti in
combutta con i servizi segreti
fascisti, nella località
termale di Bagnoles sur l'Orne.
- Senatore, quanto ha pesato
l'ebraismo nella formazione
dei fratelli Rosselli?
"La famiglia Rosselli
proveniva dall'ebraismo
livornese. Alcuni membri erano
stati amici e finanziatori di
Mazzini. Più tardi negli anni
Trenta, Nello, brillante
storico, dall'Italia in cui
aveva deciso di rimanere
avrebbe seguito assiduamente
il movimento per l'emigrazione
ebraica in Palestina. Ma era
un ebraismo in una chiave
laica e risorgimentale, memore
di una tradizione di lotte
civili degli ebrei in Italia,
culminate nel riconoscimento
della libertà di culto per
ebrei e valdesi prima nel
Regno di Sardegna e poi in
tutta Italia, che in ultimo si
saldava con la tradizione del
movimento operaio e sindacale.
Un movimento di cui peraltro
lo stesso Carlo, precorrendo
alcuni celebri scritti di
Ernesto Rossi, colse limiti e
tendenze
oligarchico-corporative fin
dalla sua tesi di laurea in
Scienze politiche, nel
1921".
Oggi il socialismo liberale di
Rosselli, che negli anni
Trenta fu definito da
Togliatti un "fascista
dissidente" e fino al
1979 non è stato mai citato
dall'Unità, è ormai parte
essenziale del bagaglio di
ogni partito della sinistra
riformista.
"penso che il modo
migliore per reintrodurre la
lezione di Rosselli nella
politica non sia di ricreare
piccoli movimenti di opinione,
ma diffondere il più
possibile le sue idee nei
circuiti di massa, e
specialmente in quelli della
sinistra. I quali, certo, non
devono fondarsi solo sulle
idee di Rosselli. Un vero
partito Socialdemocratico di
massa, oggi, deve fare una
sintesi tra il vecchio
socialismo riformista
turatiano, quello liberale
rosselliano e quello cristiano
di Ignazio Silone"
-Spd tedesca, labour Party
britannico: quale odierno
partito è più vicino alla
lezione di Rosselli?
"Probabilmente i
laburisti di Tony Blair. In
Inghilterra, del resto, la
sintesi lib-lab vanta una
cospicua tradizione storica,
sin dal liberalismo sociale di
Stuart Mill e dalla Fabian
Society. E il successo di
Blair è dipeso proprio
dall'aver introdotto nella sua
miscela molto più liberalismo
che in passato, eliminando le
scorie massimaliste presenti
sino a poco tempo fa nel
Partito Laburista, dove ancora
nei primi anni novanta si
parlava ad esempio di
collettivizzazione dei mezzi
di produzione. A questo tema
le democrazie industriali o
postindustriali di oggi sono
molto sensibili essendo,
paradossalmente, molto più
esposte che in passato a
rischi di perdite di libertà:
non in senso stretto, ma di
eccessivo dirigismo economico
e di degenerazioni orwelliane
della rivoluzione
telematica."
Relazione
di Giorgio Napolitano
Socialismo e Libertà nel
futuro della sinistra europea
Ci è comune, credo, l'assillo
per i limiti e le incertezze
che pesano sulle forze
riformiste di ispirazione
socialista nel nostro paese.
Tra le vie da battere per
reagirvi con successo, vediamo
quelle suggerite
dall'iniziativa di oggi:
ripensamento e recupero di
filoni vitali, di passaggi
cruciali
della storia politica e
culturale della sinistra
italiana, e insieme piena
acquisizione dell'orizzonte
europeo, compenetrazione senza
residui e remore con la
realtà del socialismo
europeo. La riflessione su
Rosselli ci aiuta nell'un
senso e nell'altro, se non
isolata dal contesto più
ampio in cui già le relazioni
l'hanno collocata. Italia ed
Europa, passato e presente.
Quel che conta è libe-rarsi
da vecchi e nuovi
provincialismi, da miti e
presunzioni che accreditarono
le nostre anomalie come
connotati positivi, "più
avanzati", della vicenda
politica italiana, e anche da
tendenze attuali alla
proposizione di nostre
difficili sperimentazioni e
formule come modelli di
innovazione politica per
l'Europa. Siamo in grado, nel
confronto con le altre forze
socialiste,
socialdemocratiche, laburiste
europee, di valorizzare nostri
apporti storici e di dare in
questa fase contributi validi,
ma senza pensare di
poterci ritagliare soluzioni e
collocazioni
"speciali". In
quanto al passato, sentiamo di
dover tornare su elaborazioni
e discussioni di decenni
precedenti nella sinistra
italiana, non per il gusto di
autoflagellazioni
retrospettive, ma per
l'esigenza di riacquisire
nella loro ricchezza, non
strumentalmente e fuori d'ogni
ambiguità, anticipazioni e
lezioni importanti. Ci
interessa guardare avanti, al
profilo e al ruolo che può
assumere nel nostro paese la
sinistra riformista, come
espressione rappresentativa
del socialismo europeo; ma
proprio perché parliamo di
una forza che non nasce dal
nulla, che non cancella la
memoria e l'eredità storica
del movimento operaio e della
sinistra di matrice
socialista, nelle sue luci e
nelle sue ombre, nella
pluralità e nel drammatico
contrasto delle sue
componenti, proprio perciò ci
guardiamo tanto dal lasciar
cadere quel che del passato
può rivivere nel presente
quanto dall'esser reticenti su
quel che ci ha segnato più
duramente. Potremmo certo
parafrasare Carlo Rosselli,
che nel 1937 - poco prima di
cadere, insieme con Nello,
vittima di uno dei più turpi
crimini fascisti - lanciava
l'appello a socialisti e
comunisti per una nuova
unità, per una nuova
formazione politica imperniata
sul proletariato, e scriveva:
"Pensare meno al 1921, e
più al 1937". Potremmo,
parafrasando, dire:
"Pensare meno
agli anni '30, e anche agli
anni '70-'80, e più al 1999 e
agli anni che
seguiranno". Ma è giusto
tornare indietro per un
momento, e ricordare come il
Rosselli di quell'appello del
'37, e anche del richiamo ai
socialisti (in altro articolo)
perché capissero che "il
partito comunista, cui noi non
risparmiamo le critiche, è e
resta una realtà con la quale
dobbiamo tutti fare i
conti"; il Rosselli del
richiamo acutamente critico ma
dialogante ai comunisti
perché "si rinnovassero
con la libertà
intellettuale" - era lo
stesso tacciato nel 1933-34 da
Togliatti di "fascismo
dissidente", classificato
addirittura tra i "mussoliniani".
I momenti più bui degli anni
'30 furono dissepolti, gli
scritti di Togliatti
furono ripubblicati già
venticinque anni fa, nel 1973,
dalla casa editrice ispirata
dal Pci - si deve onestamente
riconoscerlo - e non si
occultarono da parte di
storici come Spriano e
Ragionieri né le aberrazioni
del socialfascismo, né più
specificamente la inaudita
"carica di
aggressività"
(parole di Ragionieri) della
stroncatura del libro
"Socialismo
liberale" e del movimento
di Giustizia e Libertà, il
ricorso "all'arsenale
della polemica politica più
spietata" (parole ancora
dello stesso autore) contro
Carlo Rosselli. Rievoco e
ripeto tutto ciò, perché al
di là dell'eccezionalità di
quei tempi "di ferro e di
fuoco", le malattie
dell'integralismo e del
settarismo nella sinistra si
sono ripresentate e possono
ripresentarsi in forme
diverse, e non ci sono
vaccinazioni, tanto meno
quelle affidate alla critica
storica, che valgano una volta
per sempre. Ha senso peraltro
ricordare gli sviluppi in
senso unitario che la sinistra
raccolta in terra di Francia
conobbe a partire dalla metà
di quei tormentati
e tragici anni '30, e la parte
vigorosa e appassionata che in
essi ebbe Carlo Rosselli, non
solo nel luogo del comune
esilio ma nel crogiolo della
guerra di Spagna. E come
dimenticare la generosità
dell'omaggio di Rosselli in
morte di Gramsci? Il suo non
è stato insomma solo un
lascito di pensiero, ma un
esempio di azione politica
coraggiosa e costruttiva, di
tensione morale e nobiltà
personale. Assumendolo in
questo convegno come
riferimento di un discorso sul
controverso rapporto tra
socialismo e libertà -
controverso ideologicamente e
politicamente nella vicenda
della sinistra non solo
italiana - abbiamo compiuto
una scelta meditata. In Italia
si è senza dubbio scontata
una particolare difficoltà a
sciogliere nodi problematici
che nel Pci - ancora
negli anni del Mondoperaio di
Coen - subivano non solo e
forse non tanto il persistente
condizionamento di schemi
marxisti nell'approccio ai
problemi dell'economia e dello
Stato, quanto il duplice
riflesso di un'antica
collocazione - non ancora
risolta, nonostante dissensi
crescenti e perfino
"strappi" - nel
rapporto con l'Unione
Sovietica, col movimento e col
mondo comunista, e di una
sempre pesante collocazione
politica interna fuori di
concrete prospettive di
governo. Sto ovviamente
parlando, con la necessaria
franchezza critica, di uno dei
due partiti della sinistra, a
cavallo tra gli anni '70 e
'80; alle vicende dell'altro
si sono riferiti senza
indulgenze gli amici relatori
che ne hanno vissuto
l'esperienza. Tra i nodi
problematici riproposti
infaticabilmente da Norberto
Bobbio a un Pci nel quale era
peraltro visibile una
dialettica di posizioni e
procedeva una
contrastata evoluzione,
c'erano quelli del valore
universale delle istituzioni
liberali e dei diritti di
libertà, del valore
universale del "metodo
liberale o democratico"
secondo Carlo Rosselli
definibile "come un
complesso di regole di giuoco
che tutte le parti in lotta si
impegnano a rispettare; regole
dirette ad assicurare la
pacifica convivenza dei
cittadini, delle classi, degli
Stati, ... a consentire la
successione al potere dei
varì partiti, ad incanalare
nella legalità le forze
innovatrici via via
insorgenti". Ma nello
stesso tempo - anni '80 - la
sinistra europea nel suo
complesso era chiamata a
fronteggiare nuove prove;
l'attacco veniva
dal "liberalismo
economico o liberismo" e
aveva per bersaglio - come
mise in luce in un importante
saggio su Mondoperaio, a fine
'81, proprio Bobbio - non
tanto il collettivismo dei
paesi governati dai comunisti
quanto "lo
stato assistenziale, cioè
l'esperimento
socialdemocratico". La
sfida sarebbe stata per un
decennio assai dura, avrebbe
prodotto sconfitte e gravi
difficoltà per le forze
socialiste in Eu-ropa, avrebbe
indotto a serie revisioni sui
temi del rapporto tra Stato e
mercato, del governo dei
bilanci pubblici, della tenuta
dei sistemi di Welfare. In
effetti, emersero anche più
ampi motivi di ripensamento, e
si può dire, ricordando Carlo
Rosselli, che non sarebbe
stato facile in quella
temperie riproporre la tesi a
lui cara di un movimento
socialista erede del
liberalismo. Sarebbe apparsa
confortata dai fatti piuttosto
l'antitesi. Rosselli era stato
netto nel segnare un
discrimine verso quel
"dogmatico attaccamento
ai princìpi del liberismo
economico" che finisce
per "imprigionare lo
spirito dinamico del
liberalismo entro lo schema di
un sistema sociale
transeunte". Ma la
distinzione tra liberalismo e
liberismo che ha avuto, come
sappiamo, un suo particolare
rilievo nella storia della
cultura liberale italiana, non
trovava altrove facile
riscontro nei dibattiti e
nelle posizioni della sinistra
di fronte all'offensiva
neoconservatrice degli anni
'80. E comunque ai problemi
posti dalla nuova destra
andavano date anche risposte
sensibili a esigenze di
liberalizzazione nella sfera
dell'economia. Non ci si
poteva non confrontare con la
sollecitazione che veniva -
per usare le parole di Bobbio
nello scritto da me già
ricordato - dal riproporsi del
liberalismo come
"dottrina dello stato
minimo sotto entrambi gli
aspetti, economico e
politico", e anche dal
rinascere del pensiero
liberale fondato su quella
"concezione
individualistica della
società e della storia"
con cui - egli notava -
"la sinistra non ha mai
fatto seriamente i
conti".
L'essersi impegnato a fare i
conti con queste problematiche
e queste sfide - in cui si
sono rispecchiati mutamenti
non solo d'opinione e di
costume ma di struttura nei
nostri paesi - ha consentito
al socialismo europeo di
riprendere forza, di
ritro-vare le vie del
successo. E' da quell'impegno
di ricerca e di rin-novamento
che sono ripartite le sue
chance per il futuro. Nuovi
sviluppi dell'elaborazione e
della politica delle forze
socialiste, e nuovi sviluppi -
come in questo incontro si è
già mostrato - del pensiero
liberale, si confrontano ora
con un'evoluzione dello
scenario europeo e mondiale
che negli anni '90 ha portato
il segno - per abusato che sia
il termine - della
globalizzazione. Siamo di
fronte a istanze di giustizia
e
ad istanze di libertà che la
sinistra europea deve saper
riformulare e che dall'Europa
debbono abbracciare altre
realtà di questo mondo
solcato dalle disuguaglianze e
interdipendente. Il compito è
arduo, non poche le insidie da
cui guardarsi, e non poche le
novità che stentiamo a
cogliere. Nel sollecitare
regole per il mercato, per
l'economia globale, nel
respingere mistificatorie
invocazioni di quel laissez
faire di cui Keynes decretò
la fine settanta anni fa, non
possiamo cedere a tentazioni
neovincolistiche e
neoprotezionistiche. Diamo la
priorità alle esigenze della
coesione sociale, della lotta
contro l'esclusione; non
possiamo trascurare la
tematica dei condizionamenti
cui è esposta la libertà
individuale, in
particolare l'istanza
emergente della tutela della
privacy. Questioni di libertà
e di giustizia si intrecciano
nell'impegno a vivere il
nostro tempo come "età
dei diritti", su scala
mondiale, e nel rapporto,
all'interno delle nostre
società, con l'altro, con lo
straniero che è giunto e
giungerà in questa epoca di
nuove migrazioni. Sono, tutte,
prove importanti iscritte nel
futuro della sinistra europea
e già presenti nella sua
difficile esperienza di
governo in 13 paesi
dell'Unione. Non possiamo
reggerle senza una rinnovata
apertura dei partiti del
socialismo agli apporti delle
culture più sensibili ai temi
e ai valori di cui la nostra
politica deve arricchirsi. Ho
trovato molto stimolante uno
di questi apporti, "La
terza via" di Anthony
Giddens, in cui si sviluppano
molti dei punti toccati qui:
non a caso, se si pensa ai
caratteri sia del laburismo
(ben colti in anni ormai
lontani da Carlo Rosselli) sia
del liberalismo inglese nelle
sue espressioni più
lungimiranti. Il sottotitolo
di quel libro, che pure si
spinge molto avanti nella
revisione e nell'innovazione
è: "Il rinnovamento
della socialdemocrazia".
Il soggetto a cui tutte le
proposte vengono riferite è:
"i
socialdemocratici". Non
può che essere questo anche
in Italia il soggetto della
sinistra, senza facili
ottimismi ma senza più dubbi
esistenziali.
"Socialismo e
libertà"
Ricordando Carlo Rosselli
Roma, 27 febbraio 1998
Residence Ripetta