ripetta:L'ATTUALITA' DI CARLO ROSSELLI

Ricordando Carlo Rosselli
Roma, 27 febbraio 1999 - Residenza di Ripetta

 

Dal socialismo liberale una "seconda fase" nella costruzione del nuovo Partito del Socialismo Europeo in Italia

Norberto Bobbio: la lezione di Carlo Rosselli

Giorgio Ruffolo :Back to the future

Valdo Spini: attualità di Carlo Rosselli e del Socialismo liberale

Federico Coen:  Socialismo e libertà nel revisionismo socialista degli anni settanta

Giorgio Napolitano: Socialismo e Libertà nel futuro della sinistra europea

 

 


LA LEZIONE DI CARLO ROSSELLI: SOCIALISMO LIBERALE CONTRO IL LIBERISMO SELVAGGIO

di NORBERTO BOBBIO

 

Caro Coen, sin dal giorno in cui mi rivolgesti l'invito a partecipare a questo Convegno, ti dissi che non mi era possibile accettarlo per le mie condizioni di salute. A dire il vero sono stato trattenuto anche dalle mie condizioni di spirito. Di fronte all'enorme complessità dei problemi dell'era della cosiddetta globalizzazione, occorrerebbe una vista lungimirante e acuta, mentre la mia sta diventando sempre più corta e confusa.

La premessa da cui partiamo è che in un paese come l'Italia che appartiene a pieno diritto all'Europa, lo spazio della sinistra alternativa alla desta non può essere che quello del socialismo democratico e, va da sé, liberale. Però è già stato osservato, a mio parere giustamente, che nella frantumazione, per non parlare dello spappolamento, del nostro sistema politico, sembra che ci sia posto ormai soltanto per partiti sempre più piccoli, che in continua rissa fra di loro si fanno e si disfano da un giorno all'altro nella quasi totale indifferenza di coloro che dovrebbero esserne i destinatari. L'unico partito per il quale sembra non ci sia più posto è un partito socialista unitario e a vocazione maggioritaria, come c'è negli altri paesi dell'Europa di Maastricht. Quali siano le ragioni per cui in Italia un grande partito socialista non ha mai avuto diritto di cittadinanza in questi ultimi cinquant'anni, è stato un argomento sul quale si potrebbe raccogliere una intera biblioteca. Ma da questa ineccepibile constatazione non si può trarre che una sola conseguenza: se di un grande partito socialista che occupi tutto o quasi tutto lo spazio della sinistra non c'è mai stata traccia nel nostro paese, e i partiti socialisti sono sempre stati incredibilmente più di uno in concorrenza fra loro, l'impresa cui ci accingiamo non è facile, anzi, diciamolo pure con tutta franchezza e col dovuto senso di responsabilità, difficilissima. Il che non vuol dire che non debba esser tentata, specie nel momento in cui un socialismo troppo rigido e uno, all'estremo opposto, troppo flessibile, dovrebbero aver imparato una severa lezione dalla loro sconfitta.

L'omaggio a Carlo Rosselli è già di per se stesso la testimonianza che il socialismo illiberale, che per anni ha ristretto lo spazio del socialismo democratico in Italia, contro il quale Rosselli aveva lungamente combattuto, è stato ormai definitivamente abbandonato. Però occorre riflettere sul fatto che la situazione oggi è rispetto a quella di Rosselli completamente cambiata, per non dire rovesciata.

Il fronte contro il quale il socialismo democratico di oggi deve schierarsi non è più quello del socialismo pervertito da restituire ai suoi principi in nome della libertà, ma, in nome della giustizia sociale, quello del liberalismo trionfante. Se il socialismo liberale era nato per rivendicare i diritti di libertà contro un socialismo diventato dispotico, il socialismo liberale di oggi deve difendere i diritti sociali, come condizione necessaria per la migliore protezione dei diritti di libertà, contro il liberismo anarchico. Come si legge nell'Introduzione al Manifesto del Partito del socialismo europeo: "Diciamo si all'economia di mercato, ma no alla società di mercato.

Tu hai pubblicato in questi giorni un libro in cui hai revocato il dibattito ospitato dalla rivista da te diretta e lo hai intitolato "Le Cassandre di Modoperaio". Permetti a uno dei partecipandi a quel dibattito, quale sono stato io, di continuare a fare la parte ingrata della Cassandra, una parte che del resto è sempre stata la mia vocazione.

Per dare nuova forma e nuovo contenuto a un grande partito socialista, oggi non basta ricostituire la sinistra. Occorre prendere atto che nel nostro paese sta attraversando una crisi gravissima lo stesso istituto del partito politico. Come è capitato spesso nella storia del nostro paese, è avvenuto in breve tempo il passaggio da un estremo all'altro, dalla cosiddetta partitocrazia a una situazione che con un neologismo si potrebbe chiamare "partitopenia".

I partiti che si vengono formando oggi in Italia non hanno più nulla del partito nel senso originario della parola. Sono raggruppamenti personali e occasionali che stanno avendo un unico effetto, quello di far aumentare l'astensione elettorale, cioè il partito dell'antipartito. Il nuovo partito di sinistra deve affrontare dunque una duplice crisi, non solo quella del socialismo da ricostituire, ma anche quella della istituzione "partito", la cui crisi inceppa addirittura il regolare funzionamento della nostra democrazia.

Però, un problema alla volta.
Coi più cordiali saluti a tutti e auguri di buon lavoro.


Giorgio Ruffolo :Back to the future


Comincio con una citazione.

"Il liberalismo si è investito progressivamente del problema sociale e non sembra più necessariamente legato ai principi dell’economia classica, manchesteriana. Il socialismo si va spogliando, sia pure faticosamente, del suo utopismo ed è venuto acquistando una sensibilità nuova per i problemi di libertà e di autonomia. E’ il liberalismo che si fa socialista, o è il socialismo che si fa liberale? Le due cose assieme. Sono due visioni altissime ma unilaterali della vita che tendono a compenetrarsi e a completarsi".

Con queste parole Carlo Rosselli apre il suo saggio Socialismo liberale, composto a Lipari, quando vi era confinato, e che nascose allora in un vecchio pianoforte per sottrarlo alla indiscreta curiosità della polizia fascista. Queste parole mi sembrano attualissime e adatte a introdurre il tema del nostro Convegno che si intitola appunto: ricordando Carlo Rosselli. Ma che non vuole essere, lo dico subito, un convegno di studi sulla sua figura e sulla sua opera. Noi lo intendiamo come un’occasione per ripresentare il grande tema del rapporto tra socialismo e libertà. Questione antica quanto il socialismo, che oggi si ripropone in un contesto completamente nuovo. Il nostro scopo è di ridestare una memoria del passato per alimentare una riflessione politica sul presente e, soprattutto, sull’avvenire.

Mi limito a svolgere qualche breve considerazione personale su quattro punti sui quali mi pare che il pensiero di Rosselli incrocia i nostri problemi attuali.

Il primo punto riguarda il rapporto del socialismo con la democrazia.

Rosselli mosse un attacco centrale alla visione marxista. Rifiutò il suo determinismo palingenetico, sia nella versione dialettico-hegeliana, sia in quella scientista- positivista. Sostenne una concezione moderna dell’azione politica, aperta all’incertezza e alla fallibilità. Respinse la violenza come metodo dell’azione, accettando senza riserve il metodo della libertà e della democrazia. Escluse la discontinuità rivoluzionaria in nome del riformismo gradualista.

Quando si dice gradualismo e riformismo, bisogna stare attenti a non intenderlo come un comportamento politico fiacco e rassegnato. Non c’è niente di più impavido e anche avventuroso dell’azione politica di Carlo Rosselli. Il suo liberalismo si spinse, in difesa della libertà calpestata dalle masnade fasciste, sino alla soglia del tirannicidio. Rosselli fu un intrepido eroe della libertà, fino alla morte.

Quella concezione laica della democrazia che Rosselli aveva rivendicato per il socialismo di contro all’utopia rivoluzionaria, doveva essere ripresa e sviluppata, nella sinistra italiana, dal revisionismo socialista degli anni sessanta e settanta, di contro alle concezioni organicistiche della democrazia, che permeavano una parte così rilevante della sua cultura. Rivissero allora e si svilupparono, in un dibattito che attinse punte elevate di dignità culturale, correnti che si ispiravano da una parte, a Rosselli e a Bobbio; dall’altra, a Gramsci e a Togliatti. A considerare oggi quel dibattito in prospettiva, mi pare appaia chiaro come la prima di queste due posizioni puntasse a creare in Italia una moderna democrazia fondata su forti istituzioni politiche, una democrazia insieme conflittuale e governante, simile ai modelli predominanti nella maggior parte dell’occidente europeo; e pertanto attribuisse un grande valore alle riforme istituzionali e costituzionali; mentre la seconda valorizzava l’importanza delle grandi correnti popolari che hanno attraversato la storia del nostro paese e vedeva la democrazia italiana molto più come l’incontro di queste correnti in una unità organica, che come l’espressione di un conflitto di partiti e di idee in un ambito costituzionale condiviso.

Mi sembra che oggi sia la prima di queste concezioni ad avere prevalso; anche se sotto la cenere di quella battaglia covano ancora le pulsioni dell’anomalia italiana.

La scelta incondizionata della democrazia formale, comunque, ha cessato da tempo di dividere la sinistra. Tutta la sinistra è diventata da tempo, sotto questo aspetto, socialdemocratica. Non tutta la sinistra invece ha assorbito pienamente il metodo liberale come regola, costume, spirito. L’intolleranza che si è manifestata da noi in certe forme di giustizialismo fazioso e vendicativo, per esempio, è di pura marca illiberale. Ma di certo oggi non vi è una "questione democratica", come ai tempi di Rosselli. La democrazia non è insidiata né dal fascismo né dal comunismo. Ciò non significa che essa non corra pericoli. Il pericolo più grave che insidia oggi la democrazia è il populismo. E’ l’attacco alla democrazia rappresentativa in nome, non di una democrazia diretta, impraticabile, ma di una democrazia plebiscitaria. In nome, non del popolo sovrano, ma della gente anonima. In nome, non della discussione, ma della eccitazione. Il vero pericolo sta nell’attacco demagogico ai partiti. Sta nel radicalismo fanatico. Sta nel conformismo mediatico.

Un secondo aspetto per il quale il socialismo liberale di Rosselli era in anticipo sui tempi era quello del rapporto tra il socialismo e il capitalismo. Carlo Rosselli era un economista moderno e aggiornato: collega e cugino di Piero Sraffa, formatosi, come lui, alla scuola di Luigi Einaudi, ma anche di Cabiati, che fu uno dei primi interpreti di Keynes in Italia. Egli riconobbe immediatamente l’arretratezza del marxismo ortodosso nell’analisi del capitalismo e delle sue tendenze. Gli fu subito chiaro l’errore di fondo di quell’analisi, e cioè la convinzione che l’economia capitalistica fosse destinata a confluire attraverso la concentrazione e la proletarizzazione in un solo grande fiume che omogeneizzava la società; quando invece si stava diversificando in forme complesse di organizzazione produttiva. Il precetto della pianificazione centralizzata veniva così a cozzare con quelle tendenze: il che spiega il mostruoso insuccesso storico dell’esperimento sovietico che Sraffa per tutta la vita si rifiutò di riconoscere e Rosselli denunciò subito lucidamente.

Del resto il manicheismo anticapitalistico, a quei tempi, era condiviso anche dalla maggior parte del socialismo riformista. Si dovettero superare due guerre e una grande crisi perché le grandi socialdemocrazie si riscuotessero da quel manicheismo e si risolvessero decisamente a operare nel quadro di un’economia di mercato e sulla base di un "compromesso storico" con il capitalismo. Quel compromesso porta il nome di due liberali insigni, Keynes e Beveridge e il segno del Welfare State, del quale giustamente la socialdemocrazia è fiera.

Quella felice esperienza conobbe poi, come tutte le istituzioni umane, un accumulo di entropia, una degenerazione. La degenerazione dello Stato sociale fu lo statalismo: la convinzione errata che le gestioni pubbliche fossero in linea di principio migliori di quelle private. Anche i programmatori socialisti furono vittime di quella patologia.

Ma quella nostra "programmazione" fu anche un tentativo di modernizzazione che la sinistra comunista rifiutò per miope supponenza e quella socialista abbandonò per viltà. Io penso che quell’istanza, oggi, si ripresenti. E che la cultura della programmazione, opportunamente aggiornata, possa essere il segno innovatore di un socialismo non burocratico, che non vuole gestire, ma regolare, e non semplicemente lasciar fare. Di un socialismo liberale.

Infatti, la potente controffensiva capitalistica innescata dalla mondializzazione dei mercati e dalla rivoluzione delle tecnologie informatiche sta andando ben al di là del segno del riequilibrio rispetto allo statalismo dirigistico. Si sta instaurando un nuovo "fanatismo liberale", un determinismo finanziario ottuso, un’ideologia, anzi, un’idolatria del mercato totale. In nome di questa idolatria ci si rassegna, anche a sinistra, a fatti intollerabili. E’ ora di dirlo, finalmente. Non è necessario e non è sopportabile che in nome del Dio Mercato ci si rassegni, in economie ricche, alla disoccupazione di massa. Non è necessario e non è sopportabile che, in nome del Dio Mercato, ci si rassegni all’esclusione sociale di un vasto sottoproletariato di deboli e di poveri. Non è necessario e non è sopportabile che l’economia del mondo sia sgovernata, in nome del libero movimento dei capitali, da un capitalismo d’azzardo. Non è accettabile, insomma, per i socialisti, che l’economia diriga la politica, in una strana riedizione di neomarxismo capitalistico. E’ compito supremo della politica dare regole al mercato e determinare gli obiettivi dello sviluppo sociale. Il socialismo liberale è perfettamente compatibile con l’economia di mercato. Ma non ha niente a che fare con il capitalismo anarchico.

C’è un terzo aspetto essenziale della battaglia revisionista che fu combattuta, a suo tempo, da uomini lungimiranti e coraggiosi, nel nome di un socialismo rinnovato, riformista e liberale. Ed è la battaglia federalista, per il superamento dello Stato-nazione. La battaglia per l’obiettivo che Carlo Rosselli indicò esplicitamente: gli Stati Uniti d’Europa.

Si è parlato tanto di anomalia italiana e spesso, purtroppo, per valorizzare tendenze domestiche che andavano nel senso contrario alla modernità. Ma c’è un’anomalia italiana positiva che noi italiani possiamo offrire al socialismo europeo: ed è appunto la forte connotazione europeista che fu prima, in Italia, di una minoranza di sinistra illuminata e che è poi diventata, felicemente, patrimonio della grande maggioranza della sinistra italiana.

Guai se i socialisti europei restassero al di qua di una scelta che ormai non ha più soltanto un carattere ideale e culturale, ma una natura autenticamente politica.

Io non so se i partiti e i governi socialdemocratici saranno all’altezza di questa comprensione e di questo coraggio. Bisognerebbe dirlo chiaramente ai leader socialisti che governano oggi l’Europa. Se non daranno allo spazio europeo un governo adeguato alle sue enormi potenzialità, non potranno risolvere il problema dell’occupazione. E se non risolveranno quel problema potranno essere spazzati via in modo tanto sorprendente e subitaneo di come sono giunti al potere. Se ci fosse Pietro Nenni, forse gli direbbe: compagni, il socialismo sarà europeo, o non sarà.

Infine: il messaggio più autentico di Carlo Rosselli stava nel socialismo come ideale morale: in quella endiadi di giustizia e libertà che divenne un motto glorioso .

Quel motto non era uno slogan. Era una fede.

Rosselli non aveva paura di usare questa parola. Diceva: meno scienza e più fede.

Egli rivendicava l’intransigente affermazione della libertà individuale contro ogni gregarismo, autoritarismo, conformismo. Ma la riteneva inscindibile dalla domanda di giustizia: contro ogni sfruttamento, prevaricazione, privatismo.

Egli vedeva in quel nesso inscindibile l’essenza stessa di un socialismo rinnovato. Di un socialismo liberale.

Mi chiedo se non sia questo, oggi, nuovamente, il nucleo ideale centrale al quale attingere la forza necessaria perché un grande movimento socialista possa rinnovarsi senza rinnegarsi, dopo aver falsificato tante profezie di tramonto. Il Segretario del Partito ha detto, pochi giorni fa, a Bologna, che noi siamo la forza italiana del socialismo europeo: e dunque, non un partito anomalo, non una sala d’aspetto per un treno che non si sa se verrà, quando passerà e dove andrà. Talvolta, la storia è come il vento. Spazza la polvere che si è accumulata su verità che si credevano sepolte, riscoprendole; e copre di polvere i miti e le mode che si credevano nuovi e vittoriosi. Per sapere veramente che cosa è vecchio e che cosa è nuovo, basta aspettare un po’ di tempo.

A chi ci chiede, e per l’ennesima volta, di ripiegare il socialismo nell’album di famiglia, dovremmo rispondere che per resistere al vento e per restare nella storia, bisogna avere radici forti. Ecco perché talvolta è utile tornare al futuro.


Valdo Spini: Gli elementi di attualità di Carlo Rosselli e del Socialismo liberale 

Gli elementi di attualità di Carlo Rosselli e del Socialismo liberale sono tre. Il primo è quello etico: il socialismo liberale di Rosselli è un socialismo dei valori. Il secondo è l’importanza del fattore istituzionale ai fini del pieno dispiegamento delle libertà e dell’effettiva realizzazione della sovranità popolare. Il terzo è il tema del necessario rapporto pubblico/privato nell’economia; per Giustizia e Libertà, era l’economia a due settori, oggi è il ruolo del pubblico in un’economia di mercato.

È questa attualità che rende importante la nostra iniziativa, aldilà del sentimento e del ricordo. Sentimento e ricordo che pure sono fortissimi in chi, come me, ha passato gran parte della sua vita politica sotto le foto di Carlo e di Nello nel Circolo Rosselli, rifondato già nel 1944 dagli antichi soci del Circolo di Cultura, animato dagli stessi Rosselli nel 1920-24. In una città, Firenze, che nel 1951 ne aveva visto ritornare le salme, accolte da una gran folla di popolo. La commemorazione venne tenuta dal loro antico maestro Gaetano Salvemini e le bare furono portate a spalla, in prima fila, dal sindaco comunista Mario Fabiani, vestito in tuta da operaio.

È vero. L’attualità dei Rosselli sta certamente anche nella loro storia. Una saga familiare eroica e colta, la cui conoscenza certamente può concorrere a raddrizzare la spina dorsale del nostro paese. E’ in casa degli antenati dei Rosselli, i Nathan, che muore a Pisa sotto falso nome Giuseppe Mazzini. I fratelli Rosselli sono tre e cadono tutti in giovane età. In guerra il primogenito, Aldo. Nel 1937, sotto il pugnale assassino della Cagoule, Carlo e Nello, due giovani intellettuali, l’uno economista di formazione, l’altro storico affermato. Allora, Carlo era reduce dalla guerra di Spagna, ma tutta la sua vita era stata condotta all’insegna di un attivo ed indomabile antifascismo. La coraggiosa madre dei Rosselli, Amelia Pincherle era imparentata con uno dei grandi della letteratura italiana, Alberto Pincherle, che scriveva col nome di Alberto Moravia. Una saga familiare che certamente rappresenta un punto di forza per la tradizione democratica del paese, un esempio di coerenza, di dirittura morale, di spirito di sacrificio. Una lotta antifascista mai disgiunta  e questo è il grande merito storico  da un’intransigente battaglia per la libertà. Una storia che non verrà mai ricordata abbastanza ai giovani del nostro paese.

Si potrebbe sottolineare la straordinaria preveggenza di molte delle posizioni espresse da Carlo Rosselli sul fascismo, sull’inevitabilità della guerra, sugli stessi Stati Uniti d’Europa. Oppure parlare delle sue illuminanti intuizioni politiche. Nel 1937 Carlo Rosselli commemora a Parigi Antonio Gramsci, e afferma: "l’umanità ha perso un pensatore di genio e la rivoluzione italiana il suo capo". Gramsci si era venuto a trovare in netto dissenso con la direzione del suo partito, ma Rosselli coglieva la validità del suo messaggio per l’intera sinistra italiana.

Ma il nostro convegno non intende tanto essere una rievocazione storica quanto un atto politico. Non siamo qui per aggiungere la foto di Rosselli ad un variegato "pantheon" dei nostri antenati, ma per compiere una precisa scelta politica. Noi siamo socialisti democratici e liberali. Non ci scioglieremo in un partito democratico. Siamo qui per interrogarci su cosa ci possa dire, alle soglie del Duemila, il messaggio politico e ideale di Carlo Rosselli, il suo testo teorico, Socialisme Liberal, apparso in francese, nell’esilio parigino nel 1930, con i successivi sviluppi fino agli ultimi scritti, stesi poco prima dell’uccisione, avvenuta il 9 giugno 1937, intitolati significativamente Per l’unificazione politica del proletariato. Nel 1926, Carlo Rosselli, con Sandro Pertini e Ferruccio Parri aveva organizzato l’espatrio dall’Italia del patriarca del socialismo italiano, Filippo Turati. Ma Rosselli era un socialista eretico. Aveva riflettuto sulla sconfitta e sull’avvento del fascismo, ed era insofferente di ogni immobilismo ed attendismo sia nel pensiero che nell’azione. Al suo apparire in francese, Socialismo Liberale  per la sua critica radicale del marxismo  fu accolto da un nutrito fuoco di sbarramento che andava dai socialisti riformisti ai comunisti. Claudio Treves intitolò la sua critica Né liberale né socialista. Anche il giovane Giuseppe Saragat fu critico, nonostante che Rosselli gli avesse dedicato il volume con questo distico: "al più liberale dei marxisti, il più marxista dei liberali". Critico anche il leader del partito socialista ufficiale, Pietro Nenni. Durissimi i comunisti: Palmiro Togliatti arrivò nel 1934 a definire Carlo Rosselli e il movimento da questi fondato, Giustizia e Libertà, addirittura "fascismo dissidente", aggiungendo imprudentemente che la storia gli avrebbe dato ragione. Oggi invece noi qui intendiamo rendere giustizia a Rosselli.

Una prima precisazione si impone. Si parla del socialismo liberale, cioè di un revisionismo che parte dal socialismo. All'inizio degli anni Quaranta si presenterà in Italia, con il suo Manifesto, il liberalsocialismo di Calogero e Capitini. Se il socialismo liberale di Carlo Rosselli intendeva "fare i conti" fino in fondo con Marx e con il revisionismo socialista, fare approdare cioè compiutamente il socialismo all'idea di libertà, i liberalsocialisti giungevano a conclusioni analoghe partendo dalla sponda opposta, dal pensiero liberale, più concretamente dal magistero liberale di Benedetto Croce, considerato ormai politicamente inadeguato. Viceversa, lo stesso Croce non riconobbe mai la possibilità di una conciliazione di questi termini filosofici, liberalismo e socialismo, per lui antitetici. Egli coniò per il liberalsocialismo una definizione - l'ircocervo a significare un incrocio da cui sarebbe nata una creatura impossibile. Socialismo liberale e liberalsocialismo, partendo da sponde opposte, giungono a risultati analoghi ma non del tutto coincidenti.

In realtà Rosselli si colloca, primo tra i socialisti italiani, ma in compagnia di quei laburisti inglesi che egli aveva studiato da giovane economista, nel solco dei socialisti non marxisti. Nel suo caso, in un socialismo post-marxista che supera esplicitamente il dibattito revisionista interno al marxismo stesso. Non un socialismo utopistico pre-marxista, ma un moderno socialismo liberale. Con il socialismo liberale si possono affrontare i problemi tipici del nostro tempo, cioè quelli di una società complessa e stratificata, immersa in una competizione globale. Non a caso venne da una personalità di questo filone culturale, come Paolo Sylos Labini, quel saggio sui ceti medi che operò una profonda revisione della sociologia tradizionale della sinistra.

Oggi, superati dall'evoluzione del capitalismo i presupposti teorici del marxismo, caduta col muro di Berlino l'illusione di una lenta ma sicura trasformazione interna alle società del socialismo reale, si può o meno parlare di socialismo?

La risposta di Rosselli (e la nostra oggi con lui) è che si può parlare di socialismo se si parla di socialismo liberale, cioè di un "socialismo" come "attuazione progressiva dell’idea di libertà e di uguaglianza tra gli uomini". È significativo, in questo senso, leggere oggi quanto scrive Tony Blair sulla sua Terza Via: "La Terza Via costituisce un importante momento di rivalutazione che trae vitalità dall’unione delle due grandi correnti di pensiero di centrosinistra  il socialismo democratico e il liberalismo". Rosselli, dal canto suo, è un socialista per il quale le socializzazioni, le nazionalizzazioni, l'intervento pubblico nell'economia, non costituiscono un fine in sé e per sé, ma un mezzo per la realizzazione delle libertà, per assicurarne l'effettivo godimento a tutti.

Il socialismo democratico e liberale ha vinto la sua battaglia contro il socialismo autoritario e totalitario. Questo è crollato mentre la democrazia e la libertà si sono diffuse ben aldilà delle loro tradizionali frontiere. Ma, dopo la caduta del muro di Berlino, il socialismo democratico e liberale ha di fronte a sé come concorrente il liberal-liberismo, cioè un liberalismo economico ideologizzato in termini di valori e di princìpi ideali e politici. L'attualità di Rosselli sta soprattutto nel fatto che il socialismo liberale intende accettare come terreno di confronto con il liberal-liberismo proprio quello delle libertà. In altri termini, la sfida di oggi si può sintetizzare così: chi riuscirà ad assicurare più libertà per tutti, il socialismo liberale o il liberal-liberismo?

Lionel Jospin, ad esempio, così definisce quale dovrebbe essere l’Europa governata dai socialisti, rimanendo ancorata alla sua tradizione storica: "Per rimanere fedele a ciò che ne fa la forza e la vocazione l’Europa deve essere umana e sociale. Questa civiltà si basa su dei valori: la democrazia rappresentativa, la solidarietà sociale, lo spirito d’impresa, le pari opportunità in particolare tra uomini e donne - e la diversità delle identità culturali".

Quello che distingue il socialismo liberale dal liberal-liberismo è innanzitutto un principio filosofico o, per meglio dire, etico-politico. Non dobbiamo mai dimenticarlo! Per il socialismo liberale, il socialismo che deve essere realizzazione progressiva dell'idea di libertà, l'uomo  oggi si direbbe soprattutto la donna - può trovarsi in una condizione di reale libertà quando è libero dal bisogno, dalla disoccupazione, dalla disinformazione, da quello che in genere può essere definito un condizionamento di carattere materiale o educativo rispetto alla possibilità di esplicare la propria personalità. Come risultato di questa condizione di libertà le facoltà dell'uomo si esprimono pienamente e le società si assestano su livelli più elevati sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo.

Facciamo parlare Rosselli: "Il socialismo non è né la socializzazione, né il proletariato al potere, e neppure la materiale eguaglianza. Il socialismo, certo nel suo aspetto essenziale, è l’attuazione progressiva dell’idea di libertà e di eguaglianza fra gli uomini: idea nuova, che giace più o meno sepolta dalle incrostazioni dei secoli, al fondo di ogni essere umano; sforzo progressivo di assicurare a tutti gli uomini una eguale possibilità di vivere la vita che sola è degna di questo nome, sottraendoli alla schiavitù della materia e dei materiali bisogni che oggi ancora dominano il maggior numero; possibilità di scegliere liberamente la loro personalità in una continua lotta di perfezionamento contro gli insulti primitivi e bestiali e contro le corruzioni di una civiltà tropo preda del demonio del successo e del denaro (Socialismo Liberale, cap. V: Il superamento del marxismo, Einaudi, 1973, p. 427).

Per il liberal-liberismo, è dalla spinta all’affermazione personale che deriva il progresso della società, da una competizione rude e senza troppi sentimentalismi. Se poi questa spinta è necessitata dallo stesso morso del bisogno o, comunque, dalla mancanza di una tutela esaustiva delle condizioni sociali dell’uomo, il liberal-liberismo non si commuove troppo. L’importante è che la spinta all’affermazione individuale non venga fermata od ostacolata da troppi legami esterni. Il socialismo liberale, invece, intende coniugare la spinta all'affermazione individuale, alla qualificazione personale, all'iniziativa economica, con la morale della responsabilità collettiva, col senso di solidarietà sociale e di responsabilità individuale verso la società stessa.

Tutto ciò potrebbe sembrare generico solidarismo. Ed infatti il socialismo liberale incontra sul piano dei valori quello cattolico. Ma lo distingue un elemento culturale, quindi laico. L’accento è posto sulla responsabilità dei comportamenti individuali non sulla morale imposta per legge. L'alternativa al liberal-liberismo non è un paternalismo solidaristico, è un'etica individuale della responsabilità collettiva.

Si diceva degli elementi di attualità del socialismo liberale.

Il primo elemento è quello etico. Il socialismo liberale è laico, ma eticamente orientato. Quello che viene a perdere in termini di scientificità e di determinismo rispetto al marxismo, il socialismo liberale lo viene a recuperare sul terreno etico, diremmo noi sul terreno dei valori. "Il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale, che si attua nelle coscienze", dice Carlo Rosselli nel suo scritto I miei conti col marxismo. Il socialismo è socialismo dei valori, non mero democraticismo.

Si manifesta qui il tema dei valori della politica, tema di drammatica attualità che, se non risolto, porterà con sé quello della crisi del partito politico. Un moderno partito del socialismo liberale non può essere confinato alla lottizzazione dei posti o all'organizzazione delle elezioni, lasciando ad altri il tema delle grandi elaborazioni programmatiche e il compito delle grandi battaglie politiche e sociali. Altrimenti il partito diviene oggetto, come oggi è, di un attacco a fondo che tende a negarne le buone ragioni di esistenza, magari da parte di quelli stessi che hanno richiesto di limitarne lo spazio a beneficio delle coalizioni o dei singoli esponenti politici.

Nella società della videocrazia il partito o è una comunità capace di saldare l’etica politica individuale con quella collettiva, con i suoi diritti e i suoi doveri, o non è.

Si può tornare a chiedere ai militanti che si iscrivono al partito una rinnovata tensione morale e ideale. Ma questa deve andare di pari passo con un’etica democratica dei dirigenti politici, dal loro sottoporsi a precise regole di coerenza e di trasparenza.

L'attuale stato di fatto è del tutto inadeguato. Dove, come si decide democraticamente una linea ed un atteggiamento? Oggi è un po' misterioso. Se un tema è imbarazzante per il partito (vedi ad esempio la difesa della scuola pubblica) lo si deferisce alla coalizione. Se su un tema la coalizione non intende decidere (vedi quello della riforma della legge elettorale per il Parlamento europeo) lo si demanda ai partiti, sicuri che non verrà deciso. Coalizioni e partiti si compongono e si scompongono, forze politiche nuove nascono a ripetizione, deputati trasmigrano da un partito all'altro, l'elettore assiste perplesso. Non parliamo poi del militante di partito di fronte al quale passano temi di grande rilevanza, come quello se siamo un partito democratico o socialdemocratico o modernamente socialista liberale in senso europeo, senza che si prenda una decisione largamente dibattuta e vincolante. Una situazione del genere non è più accettabile.

Parlare di Rosselli significa affrontare il problema dell’etica della politica e con essa il tema del partito, cui egli guardava come organizzazione aperta e federativa. Significa porsi il problema di un’organica riforma del finanziamento dei partiti, della democraticità delle decisioni, dei diritti di cittadinanza dei membri del partito stesso. Un tema ineludibile.

Il secondo elemento di attualità del filone rosselliano è quello dell'autonomia e dell'importanza dell'aspetto istituzionale. La forma del contenitore istituzionale, elettorale e partitico, viene a condizionare il contenuto, cioè quel materiale in fusione che è rappresentato dalla volontà popolare. Il fatto che l’elemento istituzionale possa condizionare il conseguimento degli ideali di Giustizia e di Libertà, è una intuizione di grande significato e di assoluta validità del socialismo liberale. Piero Calamandrei, con i fratelli Rosselli nel fiorentino Circolo di Cultura del 1920-24, deputato nel 1946 alla Costituente, sarà presidenzialista e giustificherà in termini modernissimi il presidenzialismo del Partito d'Azione di allora.

Oggi, per quanto attiene alla riforma delle istituzioni, i nodi sono la necessità di assicurare ai cittadini la scelta su chi li governerà, la realizzazione del federalismo, del decentramento, delle autonomie. Nelle istituzioni occorre dare una grande battaglia popolare. Non la possiamo lasciare ai referendari. La riappropriazione popolare delle decisioni attraverso riforme ampiamente e chiaramente democratiche appartiene a noi. È un grande movimento politico che dobbiamo sviluppare alla base del Paese per rilanciare le riforme in senso democratico, contro i conservatorismi che le hanno sempre frenate.

Il terzo elemento di attualità del socialismo rosselliano sta nell'essersi posto il tema del rapporto pubblico/privato in un’economia di mercato.

Lenin e quello che egli chiamava il rinnegato Kautski non erano così lontani nella considerazione ideale della società cui volevano arrivare alla fine di un percorso politico pur così diverso e così antagonistico.

Rosselli e il suo movimento, Giustizia e Libertà, si pongono il problema di cosa voglia dire socialismo liberale nell'assetto dell'economia e lo risolvono - in modo avanzato per il socialismo dell’epoca - col tema dell'economia a due settori, il settore privato e il settore nazionalizzato e socializzato.

Si tratta di un tema che verrà poi sviluppato da Ernesto Rossi e dagli amici del Mondo, nonché da Riccardo Lombardi in senso antimonopolistico. Se vi ha da essere un monopolio, questo ha da essere pubblico, proprio per garantire appunto una vera concorrenza e quindi una vera libertà.

Oggi il problema si pone in termini diversi: il mercato senza regole e orientamento non raggiunge i suoi stessi fini.

Si chiede cioè al pubblico di essere strumento regolatore, garanzia di funzionamento del libero mercato, presupposto normativo per agire nel mercato stesso. Ed è giusto. Ma veramente pensiamo che i poteri pubblici possano essere dei neutrali regolatori, senz’anima e senza sistema di valori? È proprio quando si afferma di essere neutrali, di non portare nel proprio agire valori o ideologie, che queste in realtà sono occultate ma ben presenti. Quando si parla di "buon" funzionamento del mercato ci si deve mettere dalla parte dei consumatori, dell’azionariato diffuso, della correttezza e non dell’avventurismo delle operazioni finanziarie di controllo aziendale, della tutela della vera, autentica imprenditorialità, della formazione consapevole di una nuova forza lavoro dotata degli strumenti conoscitivi per affrontare adeguatamente le nuove, più ardue sfide dell’occupazione. È questo, del resto, che ci chiede oggi di fare l’Europa.

Siamo in una società caratterizzata dalla globalizzazione che non consente più di trovare nicchie nazionalistiche al riparo dalla competizione globale. Al tempo stesso però siamo in una società in cui, proprio per lo stesso processo di mondializzazione, la competizione non è più solo di imprese ma anche di sistemi, nazionali o regionali che essi siano, quindi di rapporti politici e sociali, di livelli di civiltà. Ma anche tale processo globalizzante presuppone nuovi impegni per i socialisti europei, a cominciare da quello dell’immigrazione e dei suoi diritti.

Dice Felipe Gonzalez: "Se il socialismo democratico significa ancora qualcosa, ebbene questo qualcosa deve essere il desiderio di solidarietà con il vicino, con le zone più emarginate, con l’uomo che si trova oltre quella linea di divisione di civiltà e di cultura che è il Mediterraneo".

Nella moderna società dell’informatica si propone il problema del socialismo nel senso riaffermato più volte, per esempio, da Tony Blair. Lo sviluppo spontaneo porterebbe a restringere a pochi il beneficio dell’impressionante sviluppo scientifico e tecnologico del nostro tempo. Il socialismo liberale questi benefici li vuole assicurare a tutti. Il neo-socialismo europeo di questi anni Novanta fa propria l’importanza del fattore umano come elemento significativo e caratterizzante, la sua educazione, la sua formazione, secondo una logica di uguaglianza di opportunità. Anche questa fu un'intuizione cui improntò la sua vita politica un liberal-socialista come Tristano Codignola.

Ma si manifestano nuove tendenze. Prendiamo il caso dell’ambiente. È difficile trovare oggi chi non accetti almeno l’idea che la tutela dell’ambiente, addirittura a livello planetario, non implichi l’orientamento e il controllo di determinate produzioni e di determinate forme di vita e di organizzazione sociale. Quello che non viene più accettato in nome della programmazione o del controllo pubblico dell’economia, viene accettato in nome dell’ambiente e della tutela delle risorse naturali.

Prendiamo il caso della fame nel mondo e dello stato di indigenza in cui versa buona parte della popolazione mondiale. Non possiamo pensare oggi che esso possa essere risolto con la mera applicazione delle teorie liberiste. Si tratta di affermare quello che si chiama una "global governance", un sistema articolato e flessibile nei rapporti politici, economici e sociali a livello internazionale.

Prendiamo il problema dell’occupazione, specie di quella giovanile. Anche qui è difficile ritenere che esso possa essere risolto semplicemente con lo spontaneismo del mercato, mentre è necessaria una politica attiva ed orientata dei pubblici poteri, nel nostro caso a livello europeo. Come ci aveva indicato il Libro Bianco di Jacques Delors.

Il socialismo liberale ci deve, in altre parole, sollecitare ad una più moderna ed adeguata teoria del rapporto pubblico/privato.

Afferma Oskar Lafontaine: "In questo periodo di grandi cambiamenti occorre, infine, modernizzare il concetto di socialdemocrazia: né il protezionismo ormai obsoleto, né il ritorno alla nazionalizzazione rappresenta una soluzione. L’unica via in grado di offrire benessere e sicurezza al cittadino medio in un’economia globalizzata è la giustizia sociale attraverso la cooperazione internazionale".

Il fallimento del comunismo non può portarci ad accettare acriticamente teorie liberiste ideologizzanti che la stessa realtà dei fatti respinge.

Le ideologie hanno diviso. I valori possono unire. E quelli del socialismo liberale uniscono. Ha scritto Carlo Rosselli in "Per l’unificazione politica del proletariato", rivolgendosi a socialisti, comunisti, repubblicani: "Nessuna ragione di dissenso antica o recente, può essere tanto grave da giustificare l’eternarsi della divisione, nessun vantaggio derivante da una pretesa maggiore chiarezza e compattezza ideologica può superare l’immenso vantaggio derivante dall’unione delle forze e degli sforzi di tutti".

E da questo convegno può essere gettato un ponte ma anche un appello - verso questa unità: il convegno su Rosselli ha anche questo valore. Di essere un'offerta di convergenza e di unità, con spirito di pluralismo e di apertura a tutti coloro che in questi valori si riconoscono. Una sorta di apertura di una "seconda fase" nella costruzione del nuovo Partito del Socialismo europeo in Italia, iniziata l’anno scorso a Firenze.

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