Come coniugare nuovo capitalismo ed eguaglianza: sulla rivista «Italianieuropei» una discussione tra Giuliano Amato e il teorico della Terza via Anthony Giddens

SOCIALISMO Le riforme al tempo del mercato globale

colloquio tra GIULIANO AMATO e ANTHONY GIDDENS


Dal numero di Italianieuropei oggi in edicola, pubblichiamo uno stralcio del dibattito tra Giuliano Amato, vicepresidente della Convenzione europea, e il sociologo inglese Anthony Giddens, teorico della Terza via e consigliere di Tony Blair, sulle idealità del socialismo europeo.

Giuliano Amato - Se estraggo il senso del socialismo dal complessivo contesto delle nostre esperienze, non trovo corretto identificarlo con l’anticapitalismo, ed è in questo spirito che ho letto le stesse istanze sollevate dai movimenti critici verso la globalizzazione. Come la nostra migliore tradizione del Novecento ha dimostrato, il socialismo non è la via per abolire il capitalismo, ma per civilizzarlo. Attraverso la lotta alla discriminazione, la redistribuzione del reddito, la creazione delle istituzioni del Welfare , il socialismo ha civilizzato l’economia capitalista, evitando che questa diventasse una macchina distruttiva e unilaterale. E tuttavia oggi siamo di fronte ad una evoluzione significativa dello stesso concetto di socialismo, di cui il New Labour è tra gli esempi migliori. Perché se un tempo i partiti socialisti rappresentavano classi sociali ben definite, i cambiamenti strutturali della società ci hanno condotto a guardare non più esclusivamente alle tradizionali classi lavoratrici ma a «coloro che lavorano» come soggetto fondamentale della nostra azione politica. E si tratta naturalmente di una differenza sostanziale. 
Allo stesso tempo sono convinto che si debba evitare di cadere in dispute ideologiche che chiedono di scegliere fra libertà ed eguaglianza, poiché il socialismo si propone di adottarle entrambe. Credo che l’attenzione che in tutta Europa i socialisti per primi riservano ai temi cruciali del nostro tempo - la formazione delle risorse umane e l’istruzione - lo confermi. Noi perseguiamo la libertà e l’eguaglianza perché è l’individuo il centro delle nostre politiche: l’essere umano come membro potenziale di una grande comunità di uguali. E lo facciamo avendo come punto di riferimento la creazione di una società equa.

Anthony Giddens - Non si può negare che vi sia continuità con le idealità del passato, ma tendo a pensare che il socialismo in quanto dottrina segnata dalla lettura del capitalismo come sistema irrazionale sia sostanzialmente morta. Di fatto, la sinistra riconosce ormai che il mercato è il contesto migliore per giungere ad un’economia efficace e razionale. La questione da sciogliere è piuttosto quella dei modi per conciliare, nella realtà della globalizzazione, un’economia competitiva con una società equa. Ciò che rappresentano i movimenti no-global non è tanto la classica somma delle tesi anticapitaliste, quanto una sorta di fanteria delle organizzazioni non governative: sono queste organizzazioni, che lavorano in una dimensione globale per giungere a mutamenti significativi dello stato del mondo, ad essere uno dei principali elementi di novità degli ultimi trent’anni. I gruppi anti-capitalisti non sono che le frange di un dissenso molto più radicato, che riflette l’assenza di equilibrio nella società globalizzata fra le tre componenti necessarie per ottenere una società equa: ovvero una società all’interno della quale un’economia di mercato efficiente dovrebbe essere compensata da una società civile profondamente umanizzata, bilanciata a sua volta da un governo responsabile. 

Amato - Anche se non possiamo aspettarci che soluzioni magiche arrivino dall’Europa, essa ci è ormai indispensabile. Poiché oggi siamo costretti per necessità, e non per scelta ideologica, ad affidarci a sistemi di governo sovranazionale che rappresentano l’unica strada da percorrere in un mondo globalizzato per tentare di dare soluzione a quelle molteplici dimensioni dell’agire umano che non trovano più sufficiente spazio all’interno delle giurisdizioni nazionali. Una delle conseguenze di un mondo senza frontiere è proprio il netto ridimensionamento del potere degli Stati nazionali, che preoccupa e spaventa una parte dei nostri cittadini. Noi europei dobbiamo considerarci fortunati perché la nostra storia ci affida un’architettura sovranazionale che ci fornisce gli strumenti per andare avanti, e questo è divenuto ancora più chiaro dopo l’11 settembre. 
Certo, dobbiamo prima ricomporre il divario fra la percezione comune della missione affidata all’Europa e quella dei complessi macchinari che ne permettono concretamente lo svolgimento. Per questo ho fiducia nel lavoro della Convenzione per la riforma dell’Unione. Partendo dalla consapevolezza che quello che più conta sono le aspettative che dell’Europa ha l’opinione pubblica, occorre superare la disputa ideologica sul «traguardo finale» della costruzione europea. Il punto fondamentale è il «processo» della costruzione europea, e tale processo deve continuare in avanti ponendo al suo centro i bisogni reali dei cittadini.

Giddens - Sono d’accordo: quello che conta è veramente il «processo», e sarebbe un errore concentrarsi troppo sui meccanismi tecnici della costruzione europea. Il punto di partenza sono i cittadini europei, e l’importante è che l’Europa riesca a incontrare i loro bisogni e le loro aspettative per il futuro con un progetto che tenga conto del diverso contesto internazionale che abbiamo dinanzi a noi dalla fine della guerra fredda e delle diverse finalità che questo contesto necessita rispetto agli anni Cinquanta. La posizione della Gran Bretagna nei confronti dell’Europa e dell’euro dipende, di fatto, dalla percezione che l’opinione pubblica ha delle conseguenze economiche e sociali dell’adesione alla moneta unica. Gli ultimi sondaggi dimostrano che la maggioranza della popolazione può essere definita «eurorealista»: ovvero non incondizionatamente filoeuropea né favorevole alla moneta unica, ma consapevole che la Gran Bretagna deve mettersi al passo con l’Europa. E ciò dimostra un evidente cambiamento di tendenza nel mio Paese. Tuttavia un referendum sull’adesione all’euro avrebbe un significato politico decisivo e il Labour non può permettersi di perderlo. 
Non dobbiamo tuttavia dimenticare che l’Europa non è uno Stato, e che le sue politiche passeranno sempre attraverso le istituzioni comunitarie che danno forma alla genuina collaborazione tra le nazioni. Dopo gli attentati terroristici di settembre l’Europa è già in grado di delineare un approccio distinto alla globalizzazione e dunque alla convivenza fra le diverse culture. Il centrosinistra dovrebbe dichiararsi a favore della globalizzazione sulla base però di un significato più esteso del concetto. Penso all’assoluta necessità di affrontare i problemi posti dalla globalizzazione dell’economia, davanti ai quali la sinistra non deve battere in ritirata ma ricercare soluzioni che traducano a livello internazionale quei valori di inclusione e indipendenza che applica già a livello nazionale. La relazione fra la violenza e il nuovo ordine globale richiede una diversa concezione della sicurezza di fronte all’emergere di una combinazione inedita fra guerra, terrorismo e internazionalizzazione dei conflitti. È dunque compito del centrosinistra affermare in seno alla comunità mondiale quei valori cruciali su cui fonda già le sue politiche nazionali.

Amato - Quei valori che fanno anche da eccellente antidoto contro le eccessive limitazioni delle libertà civili determinate dal bisogno di sicurezza. Anche in questo sta la differenza rispetto al centrodestra, dove è forte un estremismo unilaterale che non riesce a separare né a distinguere i vari problemi sul tappeto. L’atteggiamento proprio del centrosinistra tende invece alla distinzione, e per questo fin dall’inizio di questa crisi internazionale abbiamo sottolineato la differenza fra terrorismo e Islam. Noi sappiamo distinguere, e ciò è essenziale per difendere i valori della coesistenza nel mondo. 
Lo stesso atteggiamento vale per l’uso della forza militare. Che anche quando viene reputata un passo necessario, è sempre uno strumento che in primo luogo deve essere strettamente ancorato al principio di proporzionalità; e poi non può prescindere dall’azione della politica che deve ricostruire sulle rovine la comunità distrutta, ritessere le relazioni umane e instaurare o restaurare la democrazia. E anche questo è il nostro modo di distinguere, di isolare il nemico e di coinvolgere tutti gli altri in un tessuto rispettoso delle diversità e, insieme, dei fondamentali valori comuni. 

Corriere della Sera
Mercoledì 6 Febbraio 2002


Il riformismo carico di storia 

di Gaetano Arfé 


Quando il termine riformismo entrò nel gergo politico socialista, Filippo Turati tentò, senza fortuna, di respingerlo: per lui esistevano due socialismi soltanto, quello di chi sapeva e quello di chi ignorava cosa il socialismo fosse. In realtà, nella storia, socialismo e riformismo hanno proceduto insieme, ma non hanno sempre coinciso. È vero che nella Europa liberale, e in essa l’Italia, la prassi dei movimenti operai socialisti fu riformistica, ma le maggioranze socialiste e socialdemocratiche - le due qualifiche si equivalevano - non accettarono il revisionismo bernsteiniano, non per scolastico dottrinarismo ma perché convinti che la cultura marxista fornisse ancora strumento idoneo a interpretare la realtà sociale e politica del proprio tempo e perché consapevoli che il riformismo, dissociato dal patrimonio di dottrine, di princìpi, di valori propri del socialismo, avrebbe perso con la propria autonomia culturale, quella politica.
Di fatto, il filone di pensiero politico socialista ispirato al marxismo dimostrò, negli anni che precedettero la prima guerra mondiale di possedere una capacità di analisi e di previsione che non ha riscontri nella cultura delle classi dirigenti, guidate da quei maestri di cinico e miope realismo politico i quali provocarono la prima guerra mondiale che mandò in frantumi la civiltà liberale, che fu matrice del bolscevismo e del fascismo, che ebbe come inevitabile sbocco la seconda guerra mondiale.
In Italia il socialismo passato alla storia come riformista, quello che ebbe in Turati il suo maestro e il suo capo, non rinunciò mai alla propria autonomia ideale e culturale e la tradusse in atti. Esso promosse l’organizzazione del movimento operaio e lo guidò nella costruzione delle sue autonome organizzazioni di classe a fini dichiaratamente socialisti; conosce in maniera determinante, rompendo il cerchio dell’isolamento politico, a sconfiggere la reazione di fine Ottocento; si oppose con motivazioni dove convergevano e si fondevano le ragioni etiche e quelle politiche alla guerra libica e alla guerra mondiale; si batté per una pace che non fosse di vendetta e di sopraffazione; solidarizzò con la rivoluzione antizarista e ipotizzò con argomentazioni rigorosamente marxiste la involuzione «bonapartista» del regime sovietico; denunciò come velleitaria e suicida la predicazione rivoluzionaria del primo dopoguerra; capì e documentò la novità del fenomeno fascista e propose una politica specificamente rivolta a combatterlo - Matteotti fu ucciso per questo -, ne intuì la natura potenzialmente europea.
Proveniva dalle file del socialismo turatiano Giuseppe Saragat, protagonista con Pietro Nenni, nell’esilio francese, del congresso di unificazione tra riformisti e massimalisti, che teorizzò il superamento storico della ideologia riformista prebellica, richiamandosi ancora a Marx, al cui pensiero dedicò un brillante saggio, Humanisme marxiste, accolto con interesse negli ambienti del socialismo europeo, recensito in termini assai lusinghieri da Otto Bauer. Lo stesso Saragat quando promosse la scissione di Palazzo Barberini e la costituzione del nuovo partito respinse la qualifica di riformista che qualcuno aveva proposta e dichiarò che esso voleva essere il partito di tutti i socialisti, compresi i trotzkisti, che non accettavano il principio dello «Stato-guida».
Il progressivo incrudelirsi della guerra fredda portò i due partiti risultati dalla scissione su fronti contrapposti e ridusse al minimo i margini delle loro rispettive autonomie. E ancora nel ‘66, quando era presidente della Repubblica e si realizzò la precaria unificazione tra socialisti e socialdemocratici, Saragat intervenne perché nella «carta» del nuovo partito, senza assumere il marxismo a dottrina ufficiale, ad esso si facesse esplicito riferimento come all’esperienza teorica centrale del movimento socialista.
Il termine riformista venne in auge con Craxi,l’uomo politico che, dopo Togliatti e un livello culturale assai inferiore, meglio abbia capito l’importanza nella lotta politica della «battaglia delle idee». Egli brandì il riformismo come strumento di lotta ideologica contro la cultura comunista, che aveva perso da tempo la sua capacità egemonica - fu questa la sua lucida intuizione - e si era sclerotizzata nell’accademia.
Per la prima volta nella storia dei due partiti furono i comunisti a dividersi sul problema del rapporto coi socialisti e ne nacque una corrente la cui dignità dottrinale è simboleggiata dal nome col quale essa salì agli onori delle cronache, quella di «migliorista». Salvemini aveva definito Bonomi «il socialista che si contenta». Per formazione e temperamento Craxi non fu un riformista. Il riformismo fu per lui maschera ideologica di spregiudicatezza corsara e arma di lotta politica, ma non fu neanche teorizzazione di agnosticismo. Per ragioni anagrafiche e biografiche egli rimase legato alla tradizione socialista, pur riservandosi di interpretarla secondo i criteri della opportunità politica. Mise Turati sugli altari con l’accortezza di velarne i tratti con la grande e meno impegnativa ombra di Garibaldi che, comunque, aveva salutato nel socialismo il sole dell’avvenire. Non posò a «liberal», ebbe semmai rapporti strumentalmente paternalistici con gruppi extra-parlamentari. Scomparso Craxi, il riformismo ha assunto, direbbe quel maestro di satira politica che fu Fortebraccio, i connotati di un identikit incompiuto. 
Non è con un riformismo senza storia che si combatte l’ideologia dominante caratterizzata dal culto fanatico del mercato quale sostituto della divina provvidenza, che ci si oppone, previa autocritica, al progressivo smantellamento della nostra Costituzione e allo snaturamento delle sue istituzioni - una legge elettorale che grida vendetta, la designazione dei candidati affidata all’arbitrio di vertici burocratici e di capi di compagnie di ventura, l’elezione di fatto del presidente del Consiglio per via plebiscitaria, la svalutazione del Parlamento, la creazione della figura del «governatore» nel quadro di un federalismo facinoroso e gravido di pericoli, aggravati dalla crisi della unitarietà della coscienza nazionale nata e cementata dalla Resistenza, la controriforma della scuola, una politica sociale che distrugge ogni senso di solidarietà civile e umana.
La costruzione dell’Europa politica al cui disegno ebbe parte di protagonista, con Spinelli, l’intera sinistra italiana nel primo Parlamento europeo eletto a suffragio universale, non appare neanch’essa, tra gli obiettivi primari della sinistra, malgrado che la situazione internazionale, drammatica e fitta di tragedie, ci confermi ogni giorno che cosa comporti la latitanza, come diceva Nenni, dell’Europa in un ordine mondiale che fa rimpiangere l’era della guerra fredda. Non è il giudizio di un vecchio malato di nostalgia, è quello della maggioranza di quegl’italiani, laici, democratici, antifascisti, che alla sinistra hanno rifiutato il voto o hanno ripiegato nell’astensionismo.
Oggi, dopo la Cosa una e la Cosa due, si progetta la Cosa tre, il partito dei riformisti. Ma in una situazione come questa dirsi riformisti non basta. Il riformismo può esistere e può avanzare solo se si arma di una propria intransigente autonomia, se si dà una qualificazione dottrinale, ideale, etica, che non sia dilettantesco assemblaggio di pezzi di culture eterogenee, che si colleghi apertamente e orgogliosamente alla tradizione che è stata, dopo quella cristiana e quella liberale, una delle componenti vitali della civiltà europea e che si è chiamata e si chiama socialismo. Al suo centro è l’idea che il sistema economico dominante è percorso da contraddizioni tendenzialmente distruttive che, ove non siano tempestivamente contestate e contrastate possono generare catastrofi. I nostri avi socialisti previdero la guerra e i suoi effetti, la scienza ci dà oggi la certezza che il sistema contiene in sé una minaccia alla sopravvivenza dell’umanità.
L’accettazione senza riserve del metodo democratico e la gradualità nei programmi restano acquisizioni definitive, ma la riconquista della cultura, dei princìpi e dei valori propri del socialismo resta la condizione pregiudiziale ed essenziale perché il partito dei riformisti non sia una operazione tattica, ignorata da quella opposizione che pure ha già nel paese una base, vasta, viva e combattiva e non ha rappresentanza politica adeguata.
Il riformismo dissociato dal socialismo è una illusione. È la resa, senza la possibilità di riscossa, al berlusconismo imperante.


l'Unità 
08/01/2002


Le culture riformiste e le liti nella sinistra

di GIULIANO AMATO 



Nel linguaggio corrente della politica sentiamo parlare di riformismo socialista, di riformismo cattolicopopolare, di riformismo liberaldemocratico, fino al riformismo thatcheriano. In termini generali, quindi, il termine riformismo finisce per includere l'orientamento di chiunque voglia riformare l'esistente. In Italia il genus è inteso in senso più ristretto e tende ad includere quelle culture politiche che si ripropongono una innovazione volta a realizzare una maggiore eguaglianza sociale. In questo senso si assimilano diverse culture che fanno capo al centrosinistra; esse (riformismo socialista, cattolicopopolare e liberaldemocratico, con l'ambientalismo che li arricchisce tutti) possono essere declinate come le culture dell'Ulivo.
Nei suoi connotati storici originari, il riformismo appartiene alla tradizione della cultura politica socialista. Esso nasce in contrapposizione al progetto di modifica dell'assetto esistente con metodi rivoluzionari. La contrapposizione tra riforme e rivoluzione si collega fondamentalmente alle due interpretazioni alle quali fu assoggettato il pensiero di Marx. C'è l'interpretazione secondo la quale i sistemi di produzione capitalistica portano con sé il crescente sfruttamento dei salariati: la tensione creata da questo processo ha come sbocco la rivoluzione. Chi ha criticato questa interpretazione con argomenti che ne hanno fatto poi il padre più lucido del riformismo è Bernstein: nega che lo sviluppo sia affidato al crescente sfruttamento dei salariati. Le modalità organizzative dell'impresa capitalistica e le innovazioni tecnologiche che la interessano, nota Bernstein, consentono una crescita costante della produttività, che da una parte alimenta gli investimenti ulteriori, dall'altra può essere condivisa in termini di maggiori salari dai lavoratori, che usino le libertà borghesi per farsi valere. «Il movimento è tutto» è una famosa frase di Bernstein che è mal capita da chi pensa che si faccia riferimento al «movimento» così come oggi ne sentiamo parlare a proposito della globalizzazione. Bernstein intendeva dire che il risultato non è affidato al fine ultimo e che è la dinamica della realtà che produce di per sé esiti migliorativi. 
I primi riformisti della storia accettano il cuore delle argomentazioni di Bernstein, ma in fondo non pensano che il movimento sia tutto, bensì che esso serva per arrivare comunque al fine, cioè alla realizzazione della proprietà socialista dei mezzi di produzione. Il riformismo di inizio secolo, dunque, ha un germe finalistico, e tuttavia impara da Bernstein ad occuparsi del presente. Ci si batte perché possa esservi un conflitto sociale senza che i carabinieri si schierino con i padroni, perché l'orario di lavoro per le donne e i bambini non debba essere di diciotto ore. Ci si batte per ottenere un trattamento pensionistico, perché il latte, il gas e la luce possano essere forniti da aziende di proprietà pubblica... Quali ne sono gli effetti? Il primo — il più ovvio — è quello di migliorare concretamente le condizioni di vita dei rappresentati. Il secondo, rendere più gestibile e vivibile il conflitto sociale. Il terzo, assicurare governabilità e progressiva coesione all'assetto sociale esistente. 
Questo è un punto di straordinaria importanza: l'azione del riformismo ha l'effetto profondo di rimuovere le ragioni della più forte conflittualità e, offrendo soluzioni che sono utili ad entrambe le parti, stabilizza l'assetto sociale. A partire dagli anni trenta è Keynes il grande ispiratore dei governi socialisti: insegna che il risparmio come tale non serve a nulla se non diventa investimento, perché l'investimento genera posti di lavoro, che generano reddito, che poi viene speso e mantiene alto il Prodotto interno lordo. È il circuito virtuoso di un'economia che funziona a pieno ritmo. È anche il circuito virtuoso del riformismo, ma questo non cancella le dispute: quelli che continuano a pensare al rovesciamento del sistema capitalistico, vedono nell'impegno riformista il rischio che esso impedisca alla lunga di arrivarci. È l'atteggiamento tipico dei massimalisti. 
In Italia, il vero problema è che la sinistra nel 1921 si è divisa. In quell'anno i riformisti italiani non vivono un momento esaltante della loro storia. Non è vero infatti che la scissione è il frutto della decisione dei comunisti di non stare più con i riformisti. Il conflitto determinante oppone i (futuri) comunisti alla inconcludenza dei vecchi massimalisti che hanno la maggioranza nel partito. Se Turati, e quindi il riformismo, appare come la vittima di quella vicenda è perché i vecchi massimalisti si stringono intorno a lui e alla sua opposizione a una scissione, che egli legge con grande lungimiranza. 
La storia darà ragione a Turati, che vede nel comunismo la fonte di regimi caratterizzati dalla mancanza di dialettica interna e di libertà. La storia darà ragione a Turati, ma quei regimi non entreranno in Italia. L'Italia si trova con un partito socialista che è l'erede naturale del riformismo, ma è privato di larga parte del suo substrato sociale, e con un partito comunista che intreccia il suo destino con quello dell'Internazionale Comunista e dell'Urss e che tuttavia riesce anche a costruire un solido radicamento nazionale per una pluralità di ragioni: l'acquisizione della rete sociale e organizzativa del vecchio partito; il ruolo che esercita nella lotta contro il fascismo; il ruolo del sindacato che rimane un luogo nel quale socialisti e comunisti continuano a lavorare insieme. Con la repressione sovietica della rivolta di Budapest del 1956, la divisione fra socialisti e comunisti diviene aspra e irrimediabilmente dannosa. 
La divisione non venne mai meno e finì per essere conflitto all'ultimo sangue. Eppure, chi ne legge le vicende non può non accorgersi dei fili comuni che attraversavano entrambi i partiti. Erano i fili del massimalismo, che era ben presente anche nel Psi (di sicuro più nel primo, però, che non nel secondo centrosinistra). Ed erano i fili del riformismo, che era ben presente nello stesso Pci. Ciò nondimeno sappiamo tutti com'è andata a finire. Oggi non ci sono più né quel partito socialista né quel partito comunista. Ma c'è ancora spazio per il riformismo? Certo molte, moltissime cose sono cambiate, e in direzioni che si allontano molto dalle impostazione che il riformismo aveva seguito nel secolo scorso. Oggi, da un lato c'è molta meno fiducia nelle imprese pubbliche e c'è dall'altro lato l'oggettiva impossibilità di regolare lo sviluppo e la diffusione del benessere entro i confini statali, perché su di essi incidono ormai variabili sovranazionali, se non globali. Oggi i grandi agglomerati della prima fase dell'industrializzazione del fordismo si stanno assottigliando, viviamo sempre più in società frammentate. Il mondo è così da una parte smisuratamente più grande, dall'altra ricondotto alle ragioni e ai bisogni di ciascuno di noi. E allora, che cosa può dire ancora il riformismo? Può e deve dire ancora tantissimo, perché in questo contesto sono enormi i rischi di esclusione, di divaricazione economica e sociale, di conflitti ingestibili; non è venuto meno il bisogno di riformismo, si è all'opposto esteso a scala planetaria, con una acuita domanda di riequilibrio nei confronti di un'economia che è largamente sfuggita alle regolazioni statuali ed è quindi in condizioni di riprodurre le sue originarie spinte squilibranti e addirittura devastanti. 
Né confrontarsi con società di individui, con persone che si sentono tali, che hanno o vogliono avere una loro professionalità sul lavoro, che vogliono essere liberi di (e quindi liberi di scegliere) e non solo liberi da (e quindi essere protetti) dovrebbe spaventare i riformisti. È in fondo il segno del futuro che essi hanno sempre cercato di costruire, quello di una società in cui non solo i pochi, ma i più possono sentirsi liberi, non grazie a ricchezze finanziarie che già hanno alle spalle, ma grazie alle conoscenze 

la Repubblica
16 novembre 2001 


Caro Massimo, 

mi sono capitati sott’occhio in questi giorni gli appunti che mi ero fatto due anni fa mentre leggevo il libro di Pierre Lellouche sul «Nuovo Mondo» (un libro che ormai ha quasi dieci anni). Stavo preparando allora una relazione sull’Europa e sui cambiamenti che essa doveva affrontare in un mondo tanto diverso da quello in cui era cresciuta negli anni dell’economia fordista e della geopolitica dominata dal bipolarismo sovietico-americano. 
Ma ora, mentre scrivo questa lettera, sembrano addirittura passati in secondo piano buona parte dei temi su cui allora mi ero soffermato, tant’è che tutti oggi diciamo che il mondo non è più lo stesso da quando le due torri di New York sono state frantumate da un attacco terroristico degno della fantasia cinematografica più estrema. 
È difficile, è davvero difficile ricapitolare, orientarsi. E fra i tanti rischi che corriamo senza una bussola uno è per me di straordinaria importanza: quello che in questo mondo interamente nuovo, segnato per l’appunto più dai rischi che dalle speranze, più dal bisogno di difendersi che da quello di cooperare, sia proprio la bussola che ha ispirato per decenni il movimento socialista a essere ritenuta comunque obsoleta. Lo si disse già al tramonto del secolo ventesimo, che molti lessero - e non ingiustamente - come il trapasso alla società degli individui e il tramonto quindi dei soggetti collettivi su cui si era costruito e aveva conseguentemente poggiato il movimento socialista. Figuriamoci oggi, quando i soggetti collettivi riportati in primo piano sono gli eserciti e le alleanze militari. È un rischio reale. E questa allora è la sfida: il socialismo, il riformismo hanno lasciato soltanto una traccia di buone intenzioni, oppure offrono ancora soluzioni - e soluzioni migliori di altre - per governare un mondo come questo? Io sono convinto (e lo sono davvero, non per un ostinato bisogno di coerenza) che è dal bagaglio del riformismo che si possono estrarre tuttora le soluzioni di cui c’è bisogno, quelle più capaci di funzionare. Tocca però a noi dimostrarlo. 
Oggi molti strumenti si sono spuntati, perché i confini dell’economia non sono più quelli dello Stato e sviluppo e occupazione dipendono dalla interazione di fattori che hanno dimensioni più vaste. Inoltre, per ragioni ben note, lo statalismo e le pubblicizzazioni hanno messo in luce con gli anni difetti tali da far preferire di gran lunga una ben regolata concorrenza. D’altra parte, è la società stessa che si è venuta profondamente trasformando: si sono frantumate le precedenti e vaste identità comuni prodotte dai processi produttivi ed è nata - come ricordavo - la società degli individui. Il riformismo, insomma, non ha più gli stampi in cui si erano formate le identità collettive su cui aveva fatto leva per la sua azione. 
Sì, tutto questo è vero e guai a non esserne consapevoli. Sono cambiati i confini della politica, sono cambiati i soggetti, sono cambiati i luoghi. 
Ma nel mondo tanto cambiato di oggi, insieme allo statalismo, insieme alle grandi fabbriche e ai grandi agglomerati operai della prima industrializzazione, insieme al rigoglio dei partiti organizzati di massa, è anche venuta meno la tensione fra l’unilateralità della dinamica economica e la impellente necessità di bilanciarla, che ebbe comunque dal riformismo le soluzioni migliori? La risposta, lo sappiamo benissimo, è no. Ciò che è accaduto è piuttosto che il problema, da una parte si è spostato in meandri sempre meno visibili (e organizzabili!) delle nostre società, tra i senza lavoro dequalificati, le madri single , i lavoratori precari e quelli sommersi, gli immigrati; dall’altra si è elevato a livello addirittura globale, via via che l’economia capitalista ha sempre più superato i confini nazionali, muovendosi con tutta la sua unilateralità in un contesto nel quale risulta largamente affrancata da regole e forze bilancianti. Chi e come, in questa nuova realtà, promuove la lotta contro le esclusioni che essa drammaticamente produce in ciascuna delle nostre società e nell’arena mondiale? 
La misura delle responsabilità che abbiamo ce la offre la rassegna delle alternative che resterebbero nella nostra e nelle società similari se in esse davvero sparisse il riformismo. E la rassegna è assai breve, perché le alternative, al fondo, sono due e sono quelle che in modo diversamente sviluppato abbiamo sotto i nostri occhi in Italia. La prima è la destra e quindi i sentimenti che sa suscitare, il collante sociale che riesce a costruire, l’equilibrio fra i grandi valori (libertà, sicurezza, giustizia) che sa realizzare. È del resto la destra - secondo molti - la più adatta a corrispondere al prioritario bisogno di libertà delle società di individui, oltre che a garantire loro, e senza tentennamenti, la sicurezza interna ed esterna alla quale aspirano. Non c’è dubbio che su questi basilari bisogni la destra un collante sociale lo sa costruire - come fecero i conservatori inglesi negli anni della Thatcher e come ha fatto più di recente in Italia la Casa delle Libertà. Ma il collante della destra altro non è che la certezza offerta a tutti che i loro egoismi non verranno contrastati, che chi correrà di più sarà comunque premiato (senza guardare troppo per il sottile sui mezzi usati per aumentare la velocità della corsa), che le leggi e le regole sono impacci di cui liberarsi, se non per i casi in cui servono a contrastare non noi stessi ma gli altri. È indubbio che chi offre bussole come queste alla società del nostro tempo può ottenere vasti consensi, perché incontra e sollecita umori che sono largamente presenti, non soltanto in coloro che hanno, ma anche nei tanti che hanno soltanto la speranza di avere. Ma in questo modo verso quale futuro si avviano le nostre società? 
Noi riformisti abbiamo un patrimonio che attende solo di essere valorizzato (e che saremmo semplicemente folli a disperdere): la rete del riformismo europeo, principalmente rappresentata dai partiti socialisti, e la rete dell’Ulivo, in cui sono venute intessendo la loro trama le radici dei diversi riformismi italiani, socialista, popolare, liberal-democratico, ambientale. C’è bisogno in Italia, perché è una missione riformista quella di rendere più libera la nostra società, senza renderla per questo più divaricata e ingiusta; così come è riformista la missione di rendere più competitiva la nostra economia arricchendone il capitale umano e la produttività tecnologica e non solo riducendone i costi. E c’è bisogno in Europa, perché solo un’azione riformista a livello sovranazionale può affrontare le lacerazioni che tormentano il mondo, a beneficio di chi ne soffre e a garanzia della sicurezza delle nostre stesse società. 

Giuliano Amato 

Corriere della Sera
14 novembre 2001


Quando Mitterrand rifondò la sinistra

di Bernardo Valli

IL nome di Épinay-sur- Seine può ispirare, stimolare progetti politici, ma la località che corrisponde a quel nome non invita certo a sogni pastoral-romantici. È un comune di cinquantamila abitanti (chiamati Spinassiens), affogato nella periferia Nord di Parigi, che può ricordare a chi ha buona memoria gli Enciclopedisti, poiché nella non lontana Montmorency, Madame d' Épinay ospitò Diderot, Voltaire, d'Alembert, fu l'amante di Grimm e la protettrice di Rousseau. Ma chi non ama divagare con la fantasia e non si spinge fino alla foresta di Montmorency, vede soprattutto cemento e molte industrie chimiche.
Una costruzione può attirare l'attenzione, perché vistosa e legata a un avvenimento politico non tanto remoto: è il Centre Sportif Léo- Lagrange: è là che la mattina di un venerdì di trent'anni fa, e poi durante tutto il weekend (l'11, il 12 e il 13 giugno 1971), si riunirono i delegati al congresso di Épinay: ottocento socialisti, novantasette membri del CIR, la Convenzione delle Istituzioni Repubblicane, ossia i mitterrandiani, e ottanta esponenti di club e associazioni varie, alcune delle quali cristiane.

Una di queste, Vie Nouvelle, contava tra i simpatizzanti uomini come Jacques Delors, un sindacalista diventato un apprezzato esperto in economia. Quel che accadde al Léo-Lagrange affascina adesso la sinistra italiana ansiosa di rifondarsi nel prossimo futuro, seguendo l'esempio francese. Per cui il congresso di Épinay (detto dell' "unificazione") è diventato un simbolo, un miraggio, una seducente illusione, o più in concreto una tattica da studiare per poi adeguarla al proprio tempo e al proprio terreno politico, come capita nell'arte militare per le celebri battaglie della storia. In effetti Épinay può far sognare. Da quel week end, schiacciato da un'afa ormai estiva, tanto pesante da costringere i delegati a cercare un po' d'aria sui prati del centro sportivo, uscì un grande partito: quello che dieci anni dopo, nel 1981, avrebbe portato la sinistra al potere per la prima volta nella Quinta Repubblica fondata da Charles de Gaulle nel 1958. Con alterne fortune, pur avendo perduto nel frattempo la presidenza della Repubblica (dopo due settennati socialisti consecutivi con François Mitterrand come titolare), quel partito è tuttora ben saldo al governo a Parigi; e resta uno dei principali poli della sinistra europea, con i laburisti a Londra e i socialdemocratici a Berlino. Il protagonista del congresso di Épinay fu lui, Mitterrand. Secondo i biografi, non importa se favorevoli indulgenti o severi, egli meritò ampiamente in quell'occasione la qualifica di "florentin", datagli anni prima da François Mauriac. Per lo scrittore cattolico il titolo di "fiorentino" era lusinghiero: ed era senz' altro gradito da Mitterrand, che gli era amico ed esibiva il suo interesse per il nostro Rinascimento. Si diceva persino che stesse scrivendo un saggio (di cui non si sono mai viste tracce) su Lorenzo il Magnifico. Per due uomini di cultura era un epiteto ricco di riferimenti. Per due francesi del Sud Ovest, inevitabili amanti di Montaigne, autore di pagine machiavelliche ( sia pure alla francese) e interessato alla politica dei Medici, in particolare di Caterina, equivaleva a un titolo nobiliare. Ma la parola evocava anche un cocktail di estetismo, di cinismo, di veleni e di pugnali. Quando entra nel Centro Sportivo Léo-Lagrange, Mitterrand ha cinquantacinque anni e un passato politico profondo in cui non mancano ombre, successi e contraddizioni: è evaso dai campi di prigionia tedeschi; ha lavorato per il regime collaborazionista di Vichy; ha poi raggiunto la Resistenza; è stato undici volte ministro nella Quarta Repubblica; era ministro della giustizia nei primi anni della repressione in Algeria; è stato vent'anni deputato e tre senatore; è sindaco di Château-Chinon; ha fatto l'avvocato a singhiozzo; è un lettore appassionato; uno scrittore di eleganza barocca; un seduttore infaticabile; un oratore eccellente; ha un esercito di avversari, che lo considerano, anche a sinistra, un personaggio inaffidabile (Temps Modernes, la rivista di Sartre l'ha definito "peggio di de Gaulle"). Ha pochi ma fedelissimi amici. Un grande giornalista parigino, Pierre Viansson-Ponté, l'ha paragonato a Julien Sorel, l'ambizioso protagonista di Le Rouge et le Noir che finisce sul patibolo. Ma al contrario di Julien, Mitterrand, pur accumulando errori e contraddizioni, non si lascia travolgere dalle passioni. In lui il calcolo prevale (quasi) sempre. E avrà quindi una sorte assai diversa da quella dello sfortunato eroe stendhaliano. Da quando alle elezioni presidenziali del '65 ha messo in ballottaggio de Gaulle gli sono consentite molte ambizioni. Il suo destino politico ha ormai dimensioni nazionali. Cresciuto in una cultura di destra, in cui ancora spesso si riconosce, è diventato la speranza della sinistra. Per molti dirigenti socialisti è il solo in grado di espugnare la Quinta Repubblica gollista. Nessuno osava affrontare, nel '65, il vecchio generale, incarnazione dell'orgoglio nazionale, l'uomo della Francia Libera che si era opposto solitario agli occupanti tedeschi e che più di vent'anni dopo aveva messo fine alla guerra d'Algeria dandole l'indipendenza. Leader di una modesta formazione (il CIR, la Convenzione delle Istituzioni Repubblicane), Mitterrand era stato gettato nella mischia come un candidato mandato al macello. Invece ha raccolto il quarantacinque per cento dei suffragi: ha avuto i voti dei francesi stanchi di de Gaulle, ed erano più numerosi del previsto: ha avuto anche quelli dei comunisti e dell'estrema destra (con radici collaborazioniste) di Tixier-Vignancourt. E' stata quest'ultima a consentirgli di imporre un umiliante ballottaggio al generale, nel nome di un antigollismo diverso da quello della sinistra. I vecchi resistenti come Gilles Martinet hanno storto il naso. Hanno manifestato le loro perplessità. Ma hanno votato lo stesso Mitterrand. Parigi vale un compromesso, anche costoso. Quando poi nel '69, dopo le dimissioni di de Gaulle, il Paese è ritornato alle urne, e il candidato socialista, Gaston Defferre, ha raccolto un catastrofico cinque per cento, le azioni di Mitterrand sono salite alle stelle. Lui è il solo che può sconfiggere la profezia di André Malraux annunciante uno scontro tra comunisti e gollisti, con al centro il vuoto. E' con questa aureola che egli entra nel Léo-Lagrange la mattina dell'11 giugno '71. Anche coloro che lo detestano, o non si fidano di lui, sono costretti a riconoscere la sua abilità. Ma pochi la valutano nella giusta misura. Con uno sparuto gruppo di delegati ("di spadaccini", dice chi continua a chiamarlo il "fiorentino") conquista in qualche ora un partito che esiste già, col pretesto di rifondarlo. E' un autentico colpo di mano. Il Partito Socialista è nato due anni prima, nel luglio '69, al congresso di Issy-les-Moulineax, dall'unificazione della vecchia SFIO (Sezione Francese dell'Internazionale Operaia, come si chiamava il Ps francese dall'inizio del secolo) e vari brandelli della sinistra non comunista in decomposizione. Il segretario è un uomo rispettato e dignitoso, Alain Savary , al quale si sono affiancati giovani di talento. Guy Mollet, il leader storico della SFIO, rappresenta un passato screditato ma è sempre nei paraggi. Mitterrand ha esitato a lungo davanti a due possibilità: entrare nel nuovo partito o espugnarlo dall'esterno. Quel venerdì di giugno non ha più dubbi. Il suo piano è pronto. Il partito è un groviglio di correnti. Per semplificare Jean Lacouture (in Mitterrand-Une Histoire de Français, editions du Seuil, 1998) indica le principali. Al centro c'è Alain Savary, appoggiato da Guy Mollet. A destra André Chandernagor, un costituzionalista che è stato consigliere di Mollet, quando era presidente del consiglio nella Quarta Repubblica. Al centro-destra le due grande federazioni di Francia: quella delle Bocche-del-Rodano (Marsiglia) con alla testa Gaston Defferre, e quella del Nord (Lilla) con Pierre Mauroy, futuro primo ministro di Mitterrand presidente. Defferre e Mauroy sono alleati di Mitterrand. Mollet e Savary devono invece essere emarginati e sconfitti. A sinistra ci sono Jean Poperen, uscito dal Partito comunista ma rimasto marxista, e Jean Pierre Chevènement, che con il suo gruppo (Ceres: Centro studi, di ricerca e di educazione socialista) rappresenta un gallo-marxismo, ossia un nazional- marxismo, dotto e sfacciato. Con l'appoggio di Defferre e Mauroy, Mitterrand può contare su poco più del quaranta per cento dei mandati. Come trovare il resto per strappare il partito a Savary e a Mollet? L'operazione definita "fiorentina" consiste nel creare un'alleanza tra la destra, il centro-destra e l'estrema sinistra, senza che la forte corrente centrista se ne renda conto. Con il suo otto-dieci per cento Jean-Pierre Chevènement è l'uomo chiave. Pierre Joxe, futuro ministro degli interni, organizza il complotto nel grande centro sportivo di Épinay. Alle trattative segrete tra le varie correnti partecipano soltanto dieci persone. I più chiacchieroni non vengono informati. I mitterrandiani si dispongono nei corridoi, ai margini dei banchi, per potersi muovere con agilità; per riconoscersi portano delle penne bic verdi o viola ben visibili nel taschino della giacca. Non esistevano grandi divergenze di fondo tra le varie correnti. Tutti volevano integrare i mitterrandiani e le altre forze in attesa per dare più forza al partito; tutti volevano con qualche sfumatura un accordo, possibilmente di governo, con i comunisti; molti volevano un ringiovanimento del partito e quindi la progressiva emarginazione di Guy Mollet; pochi osavano contestare la necessità di uno spostamento a sinistra. Ma quel che era in gioco, per Mitterrand, era il controllo del partito, quindi la sconfitta netta di Alain Savary ( e di Guy Mollet). Attraverso una manovra segreta, voleva impadronirsi di un partito del quale era appena diventato membro, sottraendolo al controllo di chi l'aveva rifondato due anni prima. Il più fedele dei mitterrandiani, Pierre Joxe, riconobbe anni dopo che "Savary aveva tutte le ragioni per essere indignato". Mitterrand indossa un abito chiaro e una cravatta scura quando prende la parola. Il suo stile oratorio non è professorale. Non può insegnare il socialismo ai socialisti, lui che lo è appena diventato e che forse non lo è ancora nell'intimo (lo diventerà sul serio, senz'altro, col tempo, a forza di predicarlo). Usa accenti marxisti quel che basta per tinteggiare di rosso il moralismo cristiano, e dar sapore a un romanticismo un po' ottocentesco. Cerca di conciliare le correnti marxiste, proudhoniane e "personaliste" (cristiane, alla Emmanuel Mounier). Ma soprattutto accende le emozioni passando dal mormorio confidenziale ai toni alti, perentori. Ai socialisti piace quel neo socialista che parla di socialismo con una semplicità familiare, chiara, scolastica. Tra poco, per assumere meglio il suo ruolo, metterà persino il cappello nero a larghe falde, stile Léon Blum, diventato suo nume ispiratore e protettore. Il 13 sera, quando i delegati lasciano Épinay-sur-Seine, i giochi sono fatti. Il testo Mitterrand ha ottenuto 43.926 voti; quello Savary 41.757. Per avere l'appoggio determinante della sinistra marxista il nuovo segretario del partito ha auspicato nella sua mozione il controllo delle masse sulle imprese. E si è posto come obiettivo un'intesa di governo con il partito comunista (e non più un inutile dialogo per sormontare le insanabili divergenze ideologiche sorte nel 1920 al congresso di Tours). Così, con un colpo di mano, con una congiura riuscita, fu rilanciato, non rifondato, un partito che ancora domina la scena politica francese. Stretti nell'alleanza di governo con i socialisti, i comunisti hanno perso terreno, sono stati ridimensionati prima ancora del crollo del Muro. E i socialisti, che auspicavano il controllo delle masse sulle aziende, si sono riconciliati da tempo con i principi del profitto. Senza Mitterrand, il "fiorentino", la sinistra avrebbe tardato a prendere il potere.

 

La Repubblica

26 maggio 2001


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