Franchi: Craxi, le domande senza risposta

Ranieri :la lunga sfida tra Craxi e Berlinguer ci ha consegnato una sinistra debole

Su Craxi è ancora lite

Stefania Craxi contro Prodi

Minutilli: valutazioni

Guidi: un'esigenza di verità

Mieli: il difficile rapporto tra socialisti e DS

Cafagna: il male oscuro fu tutto del Pci. I Ds si sforzino di non ripetere l’errore

Piero Fassino scrive dello scontro tra Craxi e Berlinguer


Craxi, le domande senza risposta

di PAOLO FRANCHI


Si narra che Zhou Enlai, richiesto di un giudizio sulla rivoluzione francese, rifiutò di formularlo: è passato troppo poco tempo, si schermì, un paio di secoli appena. Lunedì scorso, concludendo un convegno, assai atteso a sinistra, sul socialismo italiano, e dunque sul Psi, e dunque su Bettino Craxi, Massimo D’Alema, ironico ma non troppo, ha voluto ricordare l’aneddoto a una platea affollatissima di postcomunisti e di socialisti della diaspora. E può anche darsi che abbia fatto bene. Può darsi, cioè, che le passioni, i sentimenti feriti, i rancori siano ancora troppo forti per ragionare pacatamente del passato o anche, più semplicemente, per provarsi a formulare un giudizio equanime sulla figura e l’opera di Bettino Craxi, che cominci a restituircelo nel bene e nel male per quello che è stato, un socialista italiano, un uomo di governo, un combattente politico, e non ce lo proponga più nei panni di Alì Baba o, all’opposto, in quelli del martire caduto vittima di un infame complotto. Può darsi. Personalmente, però, non ne sono affatto convinto. Del dibattito concluso da D’Alema, e al quale hanno partecipato tra gli altri Giuliano Amato, Enrico Boselli, Stefania Craxi, Gianni De Michelis e Piero Fassino, sono stato il coordinatore. E, Zhou Enlai o non Zhou Enlai, continuo a credere che due domande da me poste all’inizio della discussione, e rimaste largamente inevase, meritassero (e meritino) delle risposte. La prima: il fatto che la sinistra italiana, unica in Europa, non possa neanche ambire a candidarsi alla direzione del Paese, c’entra o no qualcosa con la guerra mortale che divampò tra i suoi due principali partiti a cominciare dalla metà degli anni Settanta, e si concluse, avrebbe detto il vecchio Marx, con la comune rovina delle parti in lotta? La seconda: è possibile ragionare decentemente del passato e magari rintracciarvi qualche ragione utile anche a un riformismo italiano sempre prossimo venturo, senza restituire a Enrico Berlinguer quel che è stato di Enrico Berlinguer e a Bettino Craxi quel che è stato di Bettino Craxi?
Per adesso almeno, a fornirci qualche utile ragguaglio in più non sono né gli storici né i leader politici. Gli appunti riservati redatti per Berlinguer da Tonino Tatò, di recente pubblicati da Einaudi, ci dicono, del segretario comunista, del suo tempo e del suo mondo, assai più di quel che potrebbero dirci dieci convegni. E chi volesse capire meglio Craxi, e segnatamente l’ultimo Craxi, il Craxi isolato e malato costretto fuori d’Italia, e che però riflette e rimugina sul passato e sul futuro, farebbe bene a leggere un bel libro-intervista, struggente ma anche denso di riflessioni e di notizie politiche, appena uscito da Sellerio, Route El Fawara, Hammamet . L’intervistatore è Gianni Pennacchi, l’inviato del Giornale che negli ultimi anni di Craxi è stato forse più in Tunisia che a Roma, l’intervistato il figlio di Bettino, Bobo, «arruolato» poco più che ragazzo da un padre di straripante personalità per una battaglia senza speranza. Segnalo solo l’incipit, il figlio che sulla spiaggia di Hammamet, nell’estate del ’92, chiede al padre quante speranze abbia di ottenere dal suo vecchio ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro, appena eletto capo dello Stato, l’incarico per formare il governo. E il padre (a chi lo ha conosciuto sembrerà di riconoscere anche il tono della voce) che gli risponde un po’ brutale, e però lucido più di tutti i suoi nemici e i suoi amici messi insieme: «Ma non hai ancora capito che mi hanno fatto a pezzi?». Per aggiungere poi: «Vedo avanzare un movimento che non mi è ancora chiaro, una sorta di nuovo fascio».

Corriere della Sera
20 novembre 2003


INTERVENTI. SBAGLIARONO ENTRAMBI MOLTO, NE PAGHIAMO IL PREZZO
La lunga sfida tra Craxi e Berlinguer ci ha consegnato una sinistra debole

di Umberto Ranieri

Bettino Craxi diventa segretario nel luglio del 1976 di un partito socialista in crisi profonda. Craxi è un socialista di ferme convinzioni autonomiste. Certo nessuno, in quella estate del 1976, nel gruppo dirigente del Pci, crede che la segreteria Craxi segnerà una nuova fase nella vita del socialismo italiano. Al Midas, seguiranno gli anni del primum vivere in cui il Psi cercherà di farsi strada tra le due «superpotenze» della politica italiana, nel tentativo di reagire ad una prassi di rassegnata e talora persino teorizzata subalternità. Verrà definita politica corsara. In realtà fu qualcosa di diverso.
Facendo leva sul lavoro del gruppo di intellettuali che si raccoglie intorno a Mondoperaio diretta da Federico Coen, Bettino Craxi farà del confronto sul profilo ideale della sinistra il terreno su cui condurre la nuova battaglia autonomista. E sarà quel Partito socialista a porre, a cavallo degli anni '80, la questione reale dello svecchiamento della cultura, dei programmi e del linguaggio della sinistra. Craxi apre il fronte del revisionismo: l'autonomia culturale che i socialisti rivendicano ha la propria ascendenza ideale nel socialismo liberale. Il confronto a sinistra non avviene sui mezzi ma sui fini; non ha a che fare con un problema di metodo ma di sostanza. La battaglia culturale liberalsocialista condotta da Mondoperaio tra il '78 e l'82 segna un punto di non ritorno per l'evoluzione e la modernizzazione della sinistra italiana. La risposta che la cultura comunista oppose alla sfida apparve inadeguata. Essa si arroccò nella retorica difesa di un antiriformismo scolastico. Enrico Berlinguer liquidò con sufficienza la discussione come «roba da professori che non hanno letto neppure un rigo di Marx». 
La verità è che quei dibattiti andrebbero riletti come documenti esemplari del ritardo, degli scolasticismi, dei riflessi condizionati di una parte degli intellettuali comunisti. Nella vicenda del Pci di quegli anni, un capitolo a parte meriterebbe la funzione regressiva per l'identità e le ambizioni della sinistra italiana, cui assolveranno alcuni intellettuali. Costantemente un passo indietro rispetto ai gruppi dirigenti politici del partito, contrabbanderanno l'ignoranza di ciò che avveniva in Europa con la pretesa di coltivare un caso italiano più avanzato. In un delirio di presuntuosa autosufficienza si baloccheranno con autentici sofismi pur di evitare di fare i conti con la socialdemocrazia.
Alla fine degli anni '70, si esaurirà la politica di solidarietà nazionale. Il Psi l'ha vissuta con l'assillo che il grande incontro tra Dc e Pci potesse schiacciarlo. Il Pci, dopo trent'anni di opposizione, si è misurato concretamente anche se indirettamente, con il tema del governo. Il Pci ha ispirato la sua politica in quegli anni, ricorderà Gerardo Chiaromonte, ad una visione degli interessi nazionali rispetto alla quale ogni altra considerazione è passata in secondo piano. Sono stati anni in cui è sembrato possibile, con l'unità d'azione dei sindacati, frenare l'inflazione attraverso una politica dei redditi negoziata. In ogni caso, con la scomparsa di Aldo Moro il tentativo d'incontro tra Dc e Pci si conclude. Un ciclo politico si chiude. In realtà, la formula del compromesso storico avrebbe potuto rivelarsi funzionale se fosse stata intesa come premessa per una democrazia compiuta. La verità è che il compromesso storico, costituirà il tentativo estremo del Pci di assumere il ruolo di forza di governo senza un ripensamento di fondo del proprio impianto ideologico e sarà la spia di una difficoltà del Pci ad acquisire una visione della democrazia come dialettica di schieramenti alternativi in un quadro istituzionale comune. Passeranno quasi due anni, dalla rottura della maggioranza di unità nazionale a quando la Direzione del Pci adotterà la linea dell'alternativa.
In realtà l'alternativa non nasce dall'idea di una alternanza tra forze diverse in un contesto istituzionale consolidato. Essa nasce da una lettura pessimistica della società italiana che si ritiene investita da una crisi storica, e dalla denuncia di una questione morale che si configura come una emergenza democratica. L'alternativa sembrà risolversi per il Psi nel passaggio dall'egemonia della Dc a quella del Pci. Posta in questi termini la proposta suscita la contrarietà del Psi. Il processo di alternativa andrebbe configurato in termini diversi. Come costruzione di uno schieramento politico articolato, in cui diventi essenziale la capacità di iniziativa autonoma del Psi. Non accadrà. Anzi. Il duello a sinistra si esaspererà sempre di più.
In realtà, dietro l'arroccamento del Pci, scriverà Roberto Gualtieri, c'è la consapevolezza che una alternativa di governo avrebbe inevitabilmente richiesto una profonda trasformazione del partito, del suo ruolo, della sua identità. E' il rischio che Berlinguer vuole scongiurare. 
Berlinguer ha avvertito il manifestarsi dei segni di un declino e di un corrompimento della vita pubblica e farà di questo tema, con lungimiranza che deve essergli riconosciuta, uno dei suoi motivi dominanti negli ultimi anni di vita. Il Pci tuttavia non riuscirà a indicare una strategia politica in grado di dare una risposta praticabile ed efficace al vero problema che è all'origine dei fenomeni di degenerazione della vita pubblica e dell'invadenza dei partiti: un sistema politico privo di alternanza. Questa sarà la contraddizione da cui il Pci non riuscirà a venire fuori. Fu estranea al pensiero di Berlinguer l'idea di una trasformazione del sistema politico italiano in senso bipolare per consentire un meccanismo di alternanza nella vita del paese. Prevalse la convinzione che fuori dall'assetto politico istituzionale entro cui si era sviluppato nel dopoguerra, il Pci avrebbe rischiato la marginalizzazione. Tale impostazione porterà inoltre il Pci a non valutare, come sarebbe stato necessario, la novità che si è prodotta nella vicenda politica italiana agli inizi degli anni '80. La partecipazione del Partito comunista alla maggioranza di governo durante l'esperienza della solidarietà nazionale ha di fatto provocato la caduta della conventio ad excludendum ed ampliato a sinistra l'area della legittimità sino a farla coincidere, scriverà Pietro Scoppola, con quella della rappresentanza. Al Pci non si contesta più il diritto a governare. La questione che viene posta riguarda la sua attitudine a farlo. In realtà, il Pci incontrerà difficoltà che si riveleranno insormontabili ad assumere i caratteri di una forza politica capace di guidare il processo di formazione di uno schieramento alternativo di governo. 
Da cosa nasceva questa linea di condotta da parte Pci? In realtà c'è una questione di cultura politica. Il paese sta cambiando. Il Pci non sembra percepire la portata delle novità. «Noi non capivamo il senso dei cambiamenti grandissimi che investivano l'occidente - osserverà Alfredo Reichlin - ed essendo incapaci di rinnovare i nostri schemi politici e culturali fermi ad una vecchia lettura della realtà italiana, ci arroccammo a difesa di tutti. Le note e gli appunti di Tonino Tatò, recentemente pubblicati da Einaudi, ci restituiscono un universo concettuale inquietante. A colpire non è tanto la sopravvivenza di mitologie della tradizione comunista quanto l'emergere di una rappresentazione del mondo che mostra di non cogliere in alcun modo ciò che va maturando. 
In realtà, come il periodo tra il 78 e l'82 costituì il punto di non ritorno della crisi culturale del Pci per la risposta conservatrice che esso diede all'offensiva liberalsocialista, il biennio 83/84 è quello in cui matura la crisi della politica del Pci con la sconfitta su due questioni decisive: gli euromissili e la scala mobile. Sulla questione dell'installazione dei missili e della costruzione della base di Comiso, il Pci non terrà conto di proposte di notevole prudenza che verranno da Craxi come la cosiddetta «clausola dissolvente» o «l'opzione zero». Andrà così perduta l'occasione di un sostanziale avvicinamento, sul terreno strategico della politica internazionale, tra socialisti e comunisti. Socialisti e comunisti attraverseranno gli anni 80 duellando tra di loro. Alla fine, in un groviglio inestricabile di responsabilità, le conseguenze saranno pagate da entrambi i contendenti. La storia del Psi giungerà ad un esito traumatico. Il Pci sarà incapace di trarre in modo definitivo le conseguenze delle dure repliche della storia e non sarà in grado di giungere in anticipo sul 1989. Sbagliarono entrambi e molto.
Consentitemi infine un'ultima considerazione. Che senso ha riproporre ancora oggi una riflessione che non sia puramente storiografica su Craxi e il Pci? Un senso c'è. L'Italia resta l'unico paese in cui, persino dopo un quinquennio di governo del centrosinistra, si ritiene non plausibile una candidatura della sinistra alla leadership della coalizione; l'Italia resta l'unico paese in cui, pur registrando ormai l'esistenza di una formazione socialista maggioritaria nella sinistra, esiste, di gran lunga più che in altri paesi d'Europa, il condizionamento politico e culturale di un'area radicale che influenza il profilo e le posizioni della sinistra; infine, l'Italia resta l'unico paese europeo in cui la prospettiva di una modernizzazione della sinistra si pone non come processo interno di cambiamento ma nei termini di fusione con filoni e tradizioni lontane. Sono questi i termini, se vogliamo dirci almeno oggi la verità, di una persistente debolezza della sinistra democratica italiana che testimoniano di un valore non puramente storiografico del conflitto che ha lacerato la sinistra negli anni '80 e delle conseguenze di lungo periodo che esso produsse. E che ancora oggi scontiamo.
tratto dall'intervento al convegno di Italianieuropei 

Il Riformista
19 novembre 2003


Stefania attacca Prodi: è un concorrente della sinistra. L´ex premier replica: si è messo in gioco, è un leader
Socialisti, su Craxi è ancora lite D´Alema agli ex: scegliete l´unità
Un convegno di Italianieuropei Amato: non mi sono mai sentito uno dei quaranta ladroni intorno ad Ali Babà

GOFFREDO DE MARCHIS


ROMA - Forse dieci anni sono troppo pochi, le ferite sono ancora fresche. Stefania Craxi chiede la verità su suo padre, una parola definitiva sulla figura di Bettino Craxi da parte dei dirigenti dei Ds che accusa di aver partecipato alla «congiura» contro il Psi. Gianni De Michelis implora Giuliano Amato di dire una volta per tutte («aprendo finalmente la bocca») che il leader del Psi scomparso non ha mai rubato. Un dibattito «appassionato», chiosa sarcastico Massimo D´Alema, per non dire acceso, ancora pieno di recriminazioni, di vendette da consumare. Italianieuropei ha organizzato un convegno sul riformismo invitando molti ex dirigenti del Psi. E si è subito parlato di una sorta di riabilitazione di Craxi («ma sarebbe un´operazione staliniana», ha precisato il direttore scientifico della Fondazione Andrea Romano).
Hanno parlato prima gli storici (e Stefania Craxi ha accusato anche loro di reticenza) e poi i politici in una tavola rotonda con Amato, D´Alema, Fassino, De Michelis, Boselli, Benvenuto, Tognoli e la stessa figlia dell´ex leader socialista. Se doveva essere la prova generale di un´unità a sinistra è andata così così. D´Alema ha lanciato un appello riferendosi alla lista unica: «Da questa parte si sono mancati molti appuntamenti, non perdiamone un altro». Amato ha evocato il nome di Craxi per ammonire il Nuovo Psi: «Lui non sarebbe mai andato con il centrodestra. E se un partito è socialista non può stare con le destre, altrimenti non è socialista».
Alla fine, si è capito bene che il tempo di una riconciliazione tra la sinistra di oggi e i socialisti di ieri sparsi in tutto il palcoscenico politico è ancora abbastanza lontano. E al convegno è andato in scena un piccolo strascico di «guerra civile», come è stata definita da Ugo Intini e da altri la lotta a sinistra dell´ultimo secolo. Guerra che ha finito per coinvolgere persino il nome di un uomo che socialista non è e non è mai stato: Romano Prodi. È Stefania a tirarlo in ballo per dire ai nuovi soggetti della lista unitaria che il Professore «è un concorrente del progetto riformista e ha come maggior merito quello di aver venduto beni pubblici a prezzi fallimentari». Accuse pesanti, per di più pronunciate durante un appuntamento della fondazione di Amato e D´Alema. Quando un ospite fa una gaffe è il padrone di casa a dover intervenire, a rimettere pace e infatti D´Alema risponde sul punto a Stefania Craxi: «Prodi poteva attendere che un´alleanza di partiti frantumata gli offrisse di guidarla. Mettendosi in gioco con una lista ha fatto il contrario di ciò che gli si rimprovera, ha dimostrato di essere un leader politico Del resto, il clima dei rapporti a sinistra è questo e non meravigliamoci se abbiamo bisogno di andare a cercare un candidato fuori di qui», ha aggiunto come battuta. Incidente chiuso, ma non del tutto perché Stefania Craxi, co-organizzatrice attraverso la fondazione intitolata al padre, ha voluto dire l´ultima parola: «Ancora oggi non è venuta fuori la verità».
Tutti però hanno provato a fare un esame sincero degli ultimi dieci anni. Amato ha risposto a De Michelis: «Craxi mi parlò in tre occasioni di finanziamenti. La prima per fermare, attraverso diplomatici stranieri, una sospetta tangente. La seconda per dirmi che il Psi usufruiva di soldi irregolari ma lui stava cercando di sistemare la situazione con sponsorizzazioni fatturate. La terza fu al tempo del decreto del mio governo che difendo ancora oggi dalla follia giustizialista di quegli anni. Insomma non mi sono mai sentito uno dei 40 ladroni intorno ad Alì Babà. E ora spero che la storia sia chiusa». Tangentopoli invece è un tema presente. D´Alema spiega che la Prima repubblica cadde perché i «partiti erano già marci» e l´ondata giudiziaria ebbe il consenso della gente: «La Cdu non è stata travolta perché Kohl era inquisito. L´indagato Chirac è diventato presidente della Francia...». De Michelis ribatte: «Solo in Italia però una serie d´inchieste ha cancellato interi partiti». Il presidente ds insiste con la sua teoria ricordando l´incontro nel camper del ´90: «Trovammo un Craxi stanco, disilluso sul futuro. Accusava il suo partito, disse parole di un antisocialismo viscerale». Insomma, il Psi aveva perso la sua spinta propulsiva, avvisi di garanzia a parte, al pari del Partito comunista. Non condividono, ma ascoltano con attenzione tanti ex: La Ganga, Pellicani, Covatta, Acquaviva, Formica e l´altro figlio di Craxi, Bobo. Ci sono anche tanti ds, da Macaluso a Ranieri a Beppe Vacca.
Con un occhio a questa platea, D´Alema usa Borges per dire che le storie diverse presenti al convegno sono «due facce della stessa medaglia». Fuori della sala campeggia uno striscione con una frase lapidaria di Craxi: «Mi ripugnerebbe essere riabilitato dai miei assassini». Il presidente ds scherza: «Quando a Ciun En Lai chiesero un giudizio sulla rivoluzione francese rispose: "Forse è troppo presto, gli animi sono ancora accesi"». Discutono ma si parlano, si guardano in cagnesco ma hanno voglia di confrontarsi. E forse un po´ di verità è venuta fuori.

la Repubblica
18 novembre 2003 


ITALIANIEUROPEI / La figlia dell’ex leader psi gela la Quercia

Stefania Craxi contro Prodi
Attacco davanti ai Ds: Berlusconi non sarà Giolitti, ma qui nessun Turati



ROMA - Ad affondare il colpo è stato Gianni De Michelis. Rivolto a Massimo D’Alema e Piero Fassino l’ex ministro ha scandito: «Pensate che sia meglio farsi egemonizzare da Prodi che non da Craxi?». Prima di lui era stata Stefania, la figlia del leader socialista scomparso, a chiamare in causa Romano Prodi: «Cosa c’entra con voi questo democristiano di lungo corso e integralista? E’ possibile che non troviate una persona degna di capeggiare un partito o una lista riformista e dovete invece ricorrere a un personaggio che riformista non è e i cui meriti stanno soprattutto nell’aver ceduto proprietà pubbliche a prezzi fallimentari?». Con questi due velenosi riferimenti al futuro leader del centro-sinistra il convegno organizzato dalla Fondazione ItalianiEuropei sugli anni di Craxi ha cercato di colmare il fossato che divideva la riflessione storica da quella più strettamente politica. L’appuntamento era stato voluto principalmente da Massimo D’Alema che nei giorni scorsi aveva però fatto avvisare: «Non sarà una riabilitazione». E non lo è stata affatto, tanto che lo stesso presidente dei Ds nell’intervento conclusivo ha puntigliosamente riepilogato i motivi del fallimento politico dell’esperienza craxiana. Ma se il convegno ha finito per rivelarsi politicamente nullo, l’atmosfera nella quale è vissuto è stata al di fuori dell’ordinario. Nell’epoca di «Porta a porta», del predominio degli spin doctor e del parlare per slogan, il dibattito-clou del convegno è durato ben tre ore con un pubblico «vecchio stile» che ogni tanto si alzava per prendere un caffé e poi tornava al suo posto.

LE TANGENTI - Stefania Craxi ai Ds ha detto che se pensano di recuperare il tradizionale elettorato socialista con il nome di Prodi sono fuori dal mondo, piuttosto l’opposizione dovrebbe «con autentico coraggio riformista» avviare un serrato e costruttivo confronto con il Cavaliere, come fece Turati con Giolitti. «Non mi dite che Berlusconi non è Giolitti, perché mi verrebbe troppo facile rispondere che né a questo tavolo né a Bruxelles vedo alcun Turati». Il segretario del Nuovo Psi De Michelis ha poi introdotto il tema del finanziamento della politica e rivolto a Giuliano Amato ha detto: «Sei stato la persona più vicina a Bettino, apri la bocca una buona volta e dì quello che pensi. Io ho la coscienza a posto e le accuse rivolte ai socialisti di essere "una banda di ladri" si sono rivelate false». Amato si è mostrato visibilmente contrariato per l’uscita di De Michelis: «Non custodisco segreti inconfessabili su Craxi. Bettino mi parlò di tangenti in tre sole occasioni». La prima affinché fossero esercitate pressioni sui diplomatici di paesi stranieri per evitare che fossero pagate tangenti ad altri. La seconda per sostenere l’utilità di cambiare la legge sul finanziamento dei partiti. La terza e ultima occasione fu «quando ero presidente del Consiglio e preparai il decreto legge sul finanziamento illecito, un’eccellente soluzione legislativa che la follia giustizialista di allora buttò nel cestino». Insomma, ha concluso Amato, «vicino a Bettino non mi sentivo come uno dei 40 ladroni attorno ad Alì Babà e sarebbe bene che chi vuole bene a Craxi la facesse finita».


I DUBBI DI FASSINO - L’idea di tenere il convegno sul craxismo in questa stagione politica non aveva mai affascinato Piero Fassino e ieri lo si è capito benissimo. Il segretario dei Ds ha svolto un intervento che in sala è stato giudicato «aventiniano». Ha ricordato il percorso che ha portato a decidere la lista unitaria di Ds, Margherita e Sdi alle prossime europee ma ha evitato di rispondere direttamente alle provocazioni di Stefania Craxi e De Michelis. «Siamo in una fase nuova e guardiamo avanti» ha chiosato, facendo capire che tra le priorità della Quercia non c’è oggi quella di fare i conti con la vicenda politica degli anni ’80. D’Alema, invece, ha voluto riepilogare la storia e le sconfitte dei due partiti della sinistra. Senza fare sconti ai numerosi craxiani presenti. «Il Psi è stato l’unico partito riformista europeo che non si è mai dato un forte radicamento sociale e una vera rappresentanza nel mondo del lavoro». E comunque ad abbattere Bettino non è stata l’azione dei magistrati, il Psi aveva ampiamente esaurito «la sua spinta propulsiva» e si erano ridimensionate «le sue ambizioni storiche» di competere su due fronti. Con la Dc per la guida del governo e con il Pci per l’egemonia nella sinistra. «L’offensiva giudiziaria vinse perché il Paese era contro i vecchi partiti, in Francia i magistrati hanno attaccato Chirac ma non lo hanno travolto». Alla fine è arrivata l’attesa difesa di Prodi. «L’orgoglio della sinistra è poca cosa se si riduce a parlar male di Romano. Lui invece ha accettato di mettersi in gioco, ha fatto il contrario di ciò che gli si imputa». Ha dimostrato di essere un leader politico e «noi avevamo il dovere di dirgli di sì».
Dario Di Vico

Corriere della Sera
18 novembre 2003


Le mie valutazioni sul convegno della Fondazione Italianieuropei di D'Alema e Giuliano Amato e più in generale sulla questione socialista. 

Premesso che l'iniziativa è stata lodevole per aver riaperto la discussione sulla "Questione Socialista" e che la stessa ha funzionato come tramite per la legittimazione a sinistra dell'area riformista quale frutto di un chiuso processo di inglobalizzazione delle residuali progettualità ad operare dei "Socialisti". D'Alema ed Amato hanno portato a termine ufficialmente e cinicamente lo sdoganamento di Bettino Craxi nell'area di loro pertinenza senza pagare alcun prezzo politico. L'intervento di Stefania Craxi, al di là del fine da Lei perseguito, è stato un ottimo intervento sulle responsabilità di ieri, d'oggi e di domani (con la lista ideata da Prodi) dell'attuale sinistra che, naviga a vista come Caboto, solo perchè ci sono le elezioni europee e un comun interesse nello sconfiggere Berlusconi. Quello che più di ogni altra cosa ho notato nella finale tavola rotonda è stata l'incapacità dei "noti dirigenti" socialisti presenti a porsi come alternativa al progetto dalemiano. Con il loro azzuffarsi hanno sancito la fine del socialismo "socialista", di craxiana memoria, nell'agone politico e la loro manifesta incapacità di trovare soluzioni unificanti attraverso un'analisi, non più retrospettiva, ma lungimirante ed audace sul "che fare" per essere presenti sulla scheda elettorale delle prossime elezioni europee. Questa nostra classe dirigente del vecchio PSI non ha più niente da dare e si è adagiata in questo percorso di una nuova società globalizzata e prettamente edonistica che tanto piace a Berlusconi e D'Alema. E da ciò deduco che il grido di bisogno generalizzato della gente comune non ha referenti cui rivolgersi e ben abbiamo fatto noi, dei partiti regionali socialisti, a tentare di mettere in piedi un qualcosa di unificante per il "popolo socialista umile, poco noto a livello nazionale e generoso financo all'orgoglio di essere socialisti senza se e senza ma", con l'APPELLO SOCIALISTA per una lista alle europee per dare riferimenti certi ai compagni desiderosi della rinascita del PSI. Il lavorare con la gente e per la gente è qualcosa che ci appartiene profondamente e la rinascita del PSI è un arma formidabile per riprendere il percorso interrotto dalla giustizia politica e dalla ignavia dei nostri "vecchi" dirigenti. Scolliamoci di dosso la sudditanza psicologica verso quei dirigenti socialisti che "furono" ed oggi non sono più! Avallare il processo di sparizione della lista socialista alle europee è un qualcosa di indefinibile per un vero socialista. Occorre rifiutare i tanti "Brenno e il suo GUAI AI VINTI!", e combattere a testa alta affinché ciò non accada. L'attuale oligarchia che governa partiti ed associazioni d'opinione non ha interesse a creare classi dirigenti atte a governare il nuovo che avanza, al contrario tende a stringere sempre più i ruoli di rappresentatività allargando la forbice di mediocrità generalizzata. L'Italia ha un grandissimo bisogno di un soggetto politico che abbia un ruolo critico nei confronti del sistema politico e della sinistra così come sono attualmente. Manca il tradizionale ruolo critico dei socialisti e del PSI. Il PSI e la sua storia è parte integrante del nostro DNA e ci appartiene profondamente così come la sua autonomia ed identità politica ed ogni poro del nostro corpo respira ed emana sensazioni dure a morire: voglia di ricostruire quel "giocattolo" per poter operare in questa società clericale, antipartitica e antisindacale! E' utopistico?, è sacrificio?, è umiliazione?, è esaltazione?, ma è anche ottimismo e giusta determinazione a perseguire l' obiettivo di tornare ad essere socialisti e non "riformisti" omologati!!!. 

Gaetano Minutilli, vicesegretario regionale del Partito Socialista del Lazio.

5 dicembre 2003


Un'esigenza di verità

Sembra essere in corso nella sinistra italiana (vale anche per quella forlivese?) una sorta di riabilitazione postuma del politico Bettino Craxi, nonché dello statista socialista e, forse, anche dell'uomo che tenne testa al PCI di Enrico Berlinguer.
Della qual cosa sono lieto sia come socialista del PSI, sia come conoscitore diretto dell'uomo Craxi, cui non era per niente appropriata la nomea di duro senza scrupoli, con la quale la legge della denigrazione dell'avversario politico lo aveva bollato.
Purtroppo, così come lui stesso temeva, questa riabilitazione pare avvenire, in primo luogo, da parte di coloro che più di altri lo attaccarono e lo costrinsero "alla resa".
Infatti, può apparire alquanto strano, così come è avvenuto recentemente in un convegno nazionale, che siano in prima fila proprio Massimo D'Alema e Piero Fassino a porre sul piano della rivisitazione (auto) critica il periodo e le vicende politiche che coinvolsero, su tutti, proprio il segretario del PSI.
In realtà non vi è nulla di strano: è invece logico che gli attuali dirigenti dei DS (ieri del PCI), oggi parte rilevante dell'eurosocialismo, vogliano dimostrare quanto vi fosse di buono in quello spazio politico italiano, chiamato Socialismo e Riformismo, che loro stessi ambiscono occupare e che, volenti o nolenti, era il frutto dell'azione di un uomo di nome Bettino Craxi.
Fino ad ora dei suoi errori si è detto in abbondanza, sui suoi meriti, invece, si è taciuto. Che si cominci a farlo, seppure con enorme cautela è, in ogni modo, laicamente, "cosa buona e giusta".
Soprattutto se è avvertita e perseguita come un'esigenza di verità e non altro.

Alessandro Guidi
19 novembre 2003


Il convegno su Craxi e il difficile rapporto tra ex del Garofano e Ds


Ho letto sul Corriere che nei prossimi giorni si terrà un convegno, organizzato dalla Fondazione Italianieuropei che fa capo a Giuliano Amato e Massimo D'Alema, in cui sarà presa in esame l'esperienza del Psi di Bettino Craxi. Il fatto che l'iniziativa sia stata presa dall'ex comunista D'Alema e dall'ex socialista Amato dovrebbe essere garanzia di una discussione serena che consenta alle due famiglie della sinistra italiana di fare la pace e di ricongiungersi alla guida di quello che si annuncia come il partito unico riformista. Da ex iscritto al Psi che mai ha voluto seguire quelli di noi che per un legittimo risentimento sono andati a destra, mi piacerebbe che adesso i leader Ds ci trattassero con maggior considerazione. 
Fabio Mainardi 
Milano 

Caro signor Mainardi, anch'io mi aspetto molto da quel convegno dal titolo «Riformismo socialista e Italia repubblicana» che si terrà lunedì prossimo a Roma, soprattutto dalla sessione pomeridiana in cui verrà affrontato il lungo duello a sinistra che oppose il Psi di Bettino Craxi al Pci di Enrico Berlinguer e dei suoi successori. Ma non so se a fine giornata ne avremo qualcosa di risolutivo nel senso da lei indicato. È bene che si cominci, ma forse è ancora presto perché se ne possa discutere fino in fondo con serenità. 
Quanto al problema dell'accoglienza da parte dei Ds nei confronti degli ex del Garofano, è vero che non è stata granché. E non lo è neppure oggi, neanche nei confronti di quelli che - nonostante lì fossero più apprezzati - per motivi di principio si sono ostinati a non prendere neanche in considerazione l'ipotesi di gettarsi tra le braccia di Silvio Berlusconi. Perché? 
Un anno fa l'economista Michele Salvati ha scritto che «i Ds non sono un partito socialista, ma un partito ex comunista il cui processo di revisione ideologica, per quanto lungo e doloroso, non è mai stato affrontato con la necessaria serietà»; «la svolta dell'89 non è stata digerita da una consistente minoranza del partito... Soprattutto mai l'attuale maggioranza ha condotto una seria campagna interna per ricostruire le basi culturali del partito, per trasformarlo in vero partito liberal-socialista: il liberal-socialismo è una cosa seria, anche entusiasmante, non è un "riformismo" senza principi». 
Altra diagnosi qualche tempo fa (su Repubblica ) venne da un diessino proveniente dall'ala giolittiana del Psi, l'ex ministro Giorgio Ruffolo. «La sinistra in Europa - ricordò Ruffolo - è rappresentata dai partiti socialisti; in Italia, soprattutto da un partito che ha sempre rifiutato di chiamarsi socialista». Per poi rimproverare ai Ds di aver «sistematicamente sbarrato le porte a quella parte del personale politico socialista che aveva generosamente scelto di entrare in una formazione "nuova" e comune, rivelatasi invece una fotocopia sbiadita del vecchio apparato burocratico comunista». 
E cosa ne è venuto fuori? Nel partito dei Ds («già a chiamarsi così, con questa indeterminatezza semantica, genera disagio» lamentava Ruffolo) i conflitti si drammatizzano facilmente, «scorticano una pelle troppo esile, mettono a nudo nervi e ossa», ciò che genera una «tendenza suicida all'introversione». 
E, pur essendo vero che non sono tutte rose quelle dei «riformisti», va anche detto - scriveva l'ex ministro socialista nella stagione dei girotondi - che se i massimalisti del primo Novecento «avevano come obiettivo supremo il rovesciamento del capitalismo», quelli di oggi, «i sinistristi (come chiamarli altrimenti) non hanno alcun obiettivo, non vogliono affatto sopprimere il capitalismo, si limitano a esecrarlo». 
E, scendendo a questioni più pratiche, quando Luciano Violante a fine 2002 propose di affrontare la questione socialista aprendo un dialogo anche con reduci dal Psi collocati nel centrodestra, lesto Valdo Spini gli ricordò sull' Unità che nella fase che precedette il congresso di Pesaro si era deciso che i nuovi organismi dirigenti Ds dovessero essere composti per metà da persone provenienti dal Pci e per l'altra metà da «componenti cofondatrici dei Ds»; ma poi su 350 posti in direzione solo 17 erano stati attribuiti agli ex socialisti. E che lui stesso, appena aveva ceduto ai Ds i diritti di finanziamento per la stampa di partito, era stato costretto a chiudere la rivista Labour . 
Miserie, mi dirà lei, caro Mainardi. Può darsi. Ma il fatto che, eccezion fatta per Amato, gli ex socialisti ancora oggi non siano benvoluti nel centrosinistra, è qualcosa che merita una ulteriore considerazione.

Paolo Mieli

12 novembre 2003


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina