Revisioni

La vicenda, in fondo, è simile a tante altre. Un giovane toscano, nato a Siena nel 1929, viene educato in una famiglia cattolica, monarchica, fascista. Il padre, richiamato alle armi allo scoppio della seconda guerra mondiale, viene ucciso nel 1942 dai partigiani titini, in Jugoslavia. Non è difficile quindi immaginare che il nostro protagonista viva il 25 luglio come la caduta di un mito e l'8 settembre come un tradimento nei confronti di quelli che fino al giorno prima erano stati i nostri alleati, i Tedeschi. Abbandona quindi gli studi al collegio navale di Venezia e, sulle orme del fratello maggiore, tenta disperatamente di arruolarsi nella Decima Mas. Dopo varie peregrinazioni tra Roma, Salò, Brescia e Venezia, finalmente nell' estate del '44 riesce ad entrare nelle Brigate Nere. Vive quindi gli ultimi mesi di guerra partecipando ad alcuni rastrellamenti antipartigiani, militando nella guardia personale di Pavolini, raggiungendo il fronte a Bologna pochi giorni prima della fine della stessa guerra, facendosi sorprendere dal 25 aprile nelle strade di Milano e salvandosi con un po' di fortuna. Una vicenda come altre che ci sono state riproposte, con sempre maggiore insistenza, dalla memorialistica su Salò. Ma Roberto Vivarelli, il protagonista-narratore, è anche uno storico. Docente di storia contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa, ha dedicato i suoi studi più importanti alle origini del fascismo. Allievo e discepolo di due antifascisti intransigenti come Mario Delle Piane e Gaetano Salvemini, si è fatto alfiere, nel dopoguerra, dello stesso radicale antifascismo, ricoprendo anche incarichi direttivi negli Istituti storici della Resistenza. Si può quindi comprendere lo sconcerto suscitato in molti dalla lettura di queste memorie, nate dal desiderio di non voler più "nascondere il nostro passato e negare una parte importante della nostra storia e della nostra vita" (p. 95). In realtà, Vivarelli conosce bene le regole del mestiere di storico e, a differenza di alcuni suoi più o meno consapevoli recensori (Paolo Mieli in primis), sa la differenza che passa tra la soggettività di un'esperienza individuale (in questo caso, la militanza nelle Brigate Nere) e l' oggettività di una realtà storica (quella della Repubblica di Salò e della guerra partigiana). In altri termini: pur rivendicando la "buona fede" e l'" onestà" delle proprie azioni, nell'epilogo di queste memorie Vivarelli riconosce di aver compreso, nell'estate dello stesso 1945, di fronte alla visione dei primi documentari sui campi di concentramento nazisti, "che la parte nella quale mi ero trovato a militare non fosse quella moralmente giusta" (p. 102). Così pure, anche se ogni tanto si ritrova a scrivere di fascisti "carne da macello" (p. 49), di "vigliaccheria" dei partigiani (p. 56), di "impostura" nel chiamare "liberatori gli Alleati gli alleati e invasori i tedeschi" (p. 105), Vivarelli non può non ammettere, alla fine, che le cose stiano in maniera un po' diversa. Per usare le sue stesse parole: "le ragioni della vita non coincidono con le ragioni della storia" (p. 104). Ciò che lascia però perplessi è la rivendicazione del proprio "orgoglio" di essere stato a Salò. Non tanto perché questa rivendicazione avvenga nel nome della propria fedeltà alla "parte dei vinti" (p. 104) e al "quadro di valori ottocenteschi" su cui si era fondata la propria educazione. Ma se esaminiamo queste categorie interpretative del proprio agire, finiamo per ritrovare un malinteso senso dell'onore ("la nostra adesione ai tedeschi fu spontanea e incondizionata. Ci apparivano come alleati traditi, ai quali era doveroso mostrare con l'amicizia e la solidarietà che non tutti gli italiani erano traditori", p. 23); il fascino delle armi (p. 58); il culto della "bella morte" ("nella prima luce del mattino, procedevo lento ma sicuro verso la mia meta, convinto che ora avrebbero sparato a me, bersaglio facile, e che dunque fosse giunto il mio turno. Questo pensiero mi dava una forte emozione e un gran senso di felicità", pp. 92-93). Se, a questo punto della lettura, non stupisce che Vivarelli, a testimonianza del rivendicato orgoglio, pubblichi in appendice due canzoni dei giovani fascisti (pp. 109-110), resta da domandarsi come, con queste convinzioni, egli abbia potuto fare, in questi cinquant'anni, professione di antifascismo militante: a meno di concludere che tra il prof. Vivarelli, insigne studioso di storia contemporanea, ed il prof. Rossi, insegnante di disegno e ufficiale della Milizia, sarcasticamente descritto in alcune pagine peraltro ben riuscite (pp. 97-99), non ci sia poi una gran differenza . Una piccola postilla, per concludere. Nella seconda metà degli anni '90 Vivarelli ha pubblicato, per i tipi della "Nuova Italia", un manuale di storia. Nel terzo volume, edito nel 1999 ed intitolato "Profilo di storia contemporanea", leggiamo tra l'altro: "Involontariamente trasformate da truppe alleate in truppe di occupazione, le truppe tedesche applicavano ora anche in Italia quegli stessi metodi, che già abbiamo visto caratterizzare l 'occupazione tedesca in tutti i territori dell'Europa occidentale" (p. 383), dove su quell' involontariamente, innocentemente posto ad inizio di periodo, si potrebbe discutere a lungo. Ancora, poche pagine più in là: "Sembra legittimo affermare che con la fine della guerra era stato innanzitutto sconfitto lo Stato italiano il quale, malgrado il voltafaccia del re, era entrato in guerra volontariamente al fianco della Germania, ed era perciò giusto che agli occhi dei vincitori si presentasse come uno Stato sconfitto. Erano stati ugualmente sconfitti tutti quei cittadini, e non dovevano essere pochi, che nello Stato fascista si erano come che sia riconosciuti. Avevano viceversa vinto non soltanto gli antichi antifascisti, ma tutti quei cittadini, e anche questi non dovevano esser pochi, che al fascismo non avevano mai dato un consenso spontaneo, e infine tutti coloro, e tra di essi molti giovani, i quali pur se al fascismo avevano spesso consegnato le loro illusioni, si erano successivamente accorti di essere caduti in un inganno, cioè di aver ritenuto il fascismo una cosa diversa da quanto si era poi rivelato per essere, e che avevano spesso cercato di riscattare l'errore di quella illusione militando nella Resistenza. Tra vinti e vincitori rimaneva una massa indistinta di cittadini, moralmente amorfi, ma disposti per indole a schierarsi sempre dalla parte del più forte" (p. 426). Righe nelle quali emergono con chiarezza le affinità (l'8 settembre come "morte della patria"), ma anche le differenze (il netto giudizio di valore sulla "zona grigia") con il revisionismo di marca defeliciana. Tra i manuali indicati come "marxisti", nelle polemiche di alcuni mesi fa, dai giovani di Alleanza Nazionale, il Vivarelli non era presente; in compenso il nome del suo autore veniva indicato dal presidente della Regione Lazio, Storace, insieme a quelli di Giano Accame, Furio Colombo, Indro Montanelli e Marcello Veneziani, tra quelli dei possibili componenti della subito abortita commissione che avrebbe dovuto vigilare sull'obbiettività dei libri di testo di storia. Coincidenze?

Giovanni Scirocco

Roberto Vivarelli, La fine di una stagione. Memoria 1943-1945, Il Mulino,
Bologna 2000, pp. 145, £18.000


Di che cosa parliamo se parliamo di guerra civile

Il tabù della guerra civile

di ADRIANO SOFRI

CI SONO dispute che lacerano comunità intere attorno a una parola, a un nome. O piuttosto, comunità lacerate si trincerano ai bordi di una parola, di una frase. E' successo così per l' Italia del 1943-45 (e già per il Risorgimento), attorno all'espressione "Guerra civile".
La storiografia dei reduci e dei sostenitori della Repubblica di Salò fece di quelle due parole la propria trincea. Si intitolava così una monumentale opera di Giorgio Pisanò. All'opposto, la storiografia fedele alla Resistenza le ha ripudiate fino a trasformarle in un tabù.
Eppure nel corso stesso del '43-'45 partigiani e antifascisti di ogni ispirazione (soprattutto gli azionisti) avevano usato tranquillamente quella formula, e avevano continuato a farlo dopo. Lo fece anche Giorgio Bocca, nella Repubblica di Mussolini. Indro Montanelli ha appena ricordato di avere intitolato un suo libro Storia della guerra civile. E il primo titolo dei Ventitré giorni della città di Alba di Beppe Fenoglio era stato Racconti della guerra civile. Fuori da un contesto in cui passava pressoché per ovvia, tramutata invece in uno slogan e in una bandiera, la «guerra civile» diventava impronunciabile dall’antifascismo, senza suonare come una concessione alla pretesa di un’assimilazione fra repubblichini e partigiani, quando non di una superiore moralità e patriottismo dei primi. (Un bando simile aveva colpito, per effetto della trasposizione politica, una delle parole più belle del mondo: nostalgia). Quando uno storico di riconosciuto scrupolo e preparazione, con un passato personale di militante partigiano, Claudio Pavone, decise di finirla con quel tabù verbale, era già il 1991. Pavone spiegava in un bel libro che l’Italia aveva conosciuto allora un intreccio fra guerre diverse, una patriottica per la liberazione dal nazifascismo, una di classe per la giustizia sociale, e una civile fra italiani contrapposti. Tre guerre in una: ma singolarmente il libro si intitolava Una guerra civile (col sottotitolo «Saggio storico sulla moralità della Resistenza»).
Finora non mi ero capacitato abbastanza di quel titolo unilaterale, che lasciò sconcertati molti: troppa grazia, si dissero. Ora penso che Pavone avesse deciso che, senza sfondarla, quella porta non si sarebbe aperta. Che bisognava dare nell’occhio. Da allora, e ancora in questi giorni, la "guerra civile" non è più una bandiera di parte: quel libro l’ha ammainata, fin troppo forse, perché sospetto che qualcuno non vada oltre la lettura e la citazione del titolo di Pavone, il cui testo è invece tanto ricco e aperto quanto rigoroso.
Ma ecco, rivenendo a questi giorni, succede che la formula di "guerra civile", appena masticata e mezzo digerita per il ‘43’45, ricompare a designare gli anni delle stragi e del terrorismo nelle parole del presidente della cosiddetta Commissione stragi, Pellegrino (una «guerra civile a bassa intensità») o l’intero dopoguerra italiano in quelle di Galli della Loggia (una «guerra civile strisciante», o una «guerra civile» senz’altro) e, in altri autorevoli studiosi, dilatata fino a descrivere l’intera storia del Novecento come una «guerra civile europea» o addirittura «mondiale». (Di una «guerra civile fredda» aveva parlato nel dopoguerra Carl Schmitt).
Non bisogna dunque chiedersi perché l’accettazione o il ripudio di questa espressione possano diventare così decisivi? Chiedersi daccapo, a costo di una certa noia, che cosa significhi? All’inizio, traduce il classico bellum civile: fra Mario e Silla, ottimati e popolari, Pompeo e Cesare, fra una parte e l’altra della cittadinanza, fra milizie appartenenti a uno stesso territorio o allo stesso stato. La sua estensione è arrivata poi fino a farne un sinonimo del bellum omnium contra omnes, la guerra di tutti contro tutti. (Si può consultare la raccolta di saggi a cura di Gabriele Ranzato, Guerre fratricide, Bollati Boringhieri 1994; e le Prospettive sulla guerra civile di H.M.Enzensberger, Einaudi 1994). Ma la dilatazione, mi pare, svuota il concetto, lo fa coincidere con l’universale violenza. Bisogna che ci sia la guerra, che ci sia un territorio comune, che ci siano due belligeranti di forza almeno comparabile. Non si dovrebbe esagerare con le metafore. Anche la "Guerra fredda", se non si ceda a un ottimismo idealista, è più vicina alla pace che alla guerra. Lo è stata, almeno, a posteriori: dato che purtroppo la pace del nostro mondo non è l’assenza di guerre, ma della guerra.
Guerra civile non è il semplice conflitto intestino o fra civili: il termine di confronto e di distinzione è la guerra per definizione, cioè la guerra fra gli Stati. C’è ormai una forte tendenza a cambiare anche il nome di Rivoluzione (compresa quella francese) in quello di guerra civile. E si osserva che «la rivoluzione presuppone la guerra civile»: più frequente mi sembra che la guerra civile abbia presupposto la guerra fra gli Stati. Alla guerra civile si accompagna l’idea di un orrore speciale, di una ferocia fratricida: almeno fino a che, in un filone del classismo rivoluzionario, emerse un’esaltazione del concetto di guerra civile. Ripudiando in nome dell’internazionalismo la guerra fra gli Stati, le si contrapponeva la guerra civile, che non era un altro nome della lotta di classe, ma lo sviluppo culminante e auspicato della lotta di classe in un conflitto generale armato. Anche il nazionalismo accoglieva la guerra nazionale contro la guerra degli Stati, imperiali, sovranazionali o vessatori delle minoranze nazionali: ma vedeva nella guerra civile l’evento più doloroso, il sinonimo del fratricidio, della guerra fra fratelli, figli della stessa madre — la nazione. Il comunismo bolscevico vide invece nella guerra civile un passaggio essenziale per la vittoria di una classe, internazionalmente fraterna, contro lo sciovinismo degli Stati e l’internazionalismo del Capitale.
Questa differenza è in realtà attraversata da una gamma di variazioni, perché il nazionalismo democratico si oppone a un nazionalismo dinastico, o il nazionalismo federalista a uno centralista; e inoltre le aspirazioni più radicalmente democratiche sconfinano nella rivendicazione sociale, ecc. Ma, nonostante ciò, il contrasto fra le due idee di guerra civile, al punto che per una essa è la più penosa degenerazione della vita pubblica, per un’altra una tappa culminante dell’aspirazione rivoluzionaria, resta essenziale. Tanto più interessante è questa dicotomia in una storia italiana contrassegnata dal municipalismo e dalle contese intestine e fratricide: un comune contro il comune vicino, guelfi e ghibellini, neri e bianchi, appaiono come l’antica e protratta condanna della storia italiana. Così la guerra civile nell’Italia del ‘43’45 veniva vista come una ricaduta in quella storia fratricida: ciò che la sottraeva — agli occhi dei repubblichini — all’onta dell’asservimento alla potenza straniera tedesca, e al contrario la connotava come un’estrema fedeltà patriottica.
All’opposto, il lungo rifiuto di riconoscerla come una guerra civile esprimeva l’intenzione (insieme un’aspirazione e un pregiudizio) di raffigurare un’Italia risorta contro la Germania, e di far coincidere con questa riscossa nazionale il riscatto politicomorale dell’antifascismo contro il nazifascismo. Non un onore della fedeltà all’alleanza, ma il disonore dell’asservimento alla potenza tedesca e nazista gli antifascisti denunciavano nella Repubblica di Salò: e nella sua natura di fantoccio la finale dimostrazione di un’estraneità del popolo italiano al regime fascista. La reciproca parzialità di queste tesi — fissate, come in una gara di rubabandiera, alla formula di guerra civile — non si supera, e per certi versi si complica, una volta che la storiografia antifascista abbia serenamente ammesso la proprietà (relativa, certo) della espressione di guerra civile. Perché, intenzioni e comportamenti personali a parte, l’aver militato dall’uno o dall’altro lato di quella guerra civile resta un discrimine. L’appello alla guerra civile, all’evocazione dell’antico e ricorrente fratricidio, alla tragedia ogni volta ripetuta della violenza intestina, non può sottrarre lo scontro al contesto storico e al suo contenuto particolare: all’esistenza di una parte giusta e di una ingiusta. C'è una storiografia (e soprattutto una memorialistica) saloina che rivendica la giustizia alla propria parte, all'opposto della storiografia e delle memorie della Resistenza antifascista. Fra queste posizioni non c'è conciliazione possibile: la Costituzione ne accolse una, in nome del popolo italiano, nel modo legittimo in cui un popolo può pronunciarsi. Le cose sono più complicate quando il giudizio, com'è necessario che avvenga una volta spente le passioni più acerbe e l'urgenza della lotta, distingue fra le parti e l'esperienza viva delle persone. La conciliazione, cioè il riconoscimento dei vincitori ai vinti, investe la loro sincerità e il loro valore, quando ci sono state sincerità e valore. Qui la memorialistica e la storia sembrano riconoscersi mutuamente una relativa sovranità. In realtà è difficile che la frontiera sia netta e pacificamente riconosciuta: succede che sia fitta di sconfinamenti e di contrabbandi. Quando Roberto Vivarelli racconta la propria esperienza vissuta - l'idealismo fascista di suo padre e la sua morte in guerra, l'educazione infantile deamicisiana al culto dell'onore patriottico e del sacrificio di sé, l'arruolamento dell'adolescente in nome del coraggio e della coerenza - contribuisce alla comprensione reciproca. Quando, spinto da una fedeltà di uomo vecchio a se stesso ragazzo, fa trapassare la propria credenza di allora in un'affermazione oggettiva - il "tradimento" dell'alleanza sottoscritta con la Germania, il rinnegamento vile o opportunista della patria - e la constatazione di una affinità fra giovani generosi e militanti sulle sponde opposte, in una loro comune opposizione e superiorità morale sulla universale diserzione passività e pusillanimità: in questi casi la soglia fra memoria vissuta e giudizio storico viene abusivamente varcata. Memorie analoghe ce n'erano. Il caso è singolare perché si tratta di Vivarelli contro Vivarelli, per così dire. Per più di mezzo secolo - l'intera sua vita adulta - Vivarelli ha fatto professione militante (nel doppio senso, morale e del mestiere) del giudizio storico sulla Resistenza e l'antifascismo che ora, raccontando finalmente la propria adolescenza combattente, tende confusamente a incrinare. Se così è, la testimonianza di Vivarelli è quella di una sua personale conciliazione mancata (impossibile?), interessante, oltre che perché ogni vicenda umana lo è, perché forse rimanda alla collettiva conciliazione mancata o, peggio, parodiata per convenienza. Il resto è esercizio facoltativo: se Vivarelli abbia ceduto a una vanità senile - ci sono lunghe carriere di studiosi depositate nella penombra di volumi e volumi, che un opuscolo e una pagina di giornale investono per un momento con un lampeggiare di abbaglianti: perché invidiarglielo? - o se abbia atteso un clima culturale in cui esser stato fervente repubblichino sia diventato titolo da stampare nel biglietto da visita - malignità a parte, Vivarelli stesso lo ammette, pur sostenendo che una lettera al Ponte del '55 valesse già a regolare il conto, quando attribuisce al libro di Pavone di aver tratto da un'inconfessabilità non burocratica il suo antico passato - e se non sia imbarazzante l'oltranzismo col quale fino a ieri Vivarelli si è fatto sorvegliante dell'ortodossia antifascista nei suoi scritti e nelle cariche ricoperte negli Istituti di storia della Resistenza. (Non parlo solo delle polemiche con De Felice, ma di quelle accesamente e a volte rudemente rivolte contro le revisioni compiute da una storiografia proveniente da sinistra, come certi studi sulle stragi militari tedesche in Italia, o sui contrastanti sentimenti popolari nei confronti delle azioni partigiane, di cui proprio Mieli segnalò l'originalità). Tutto ciò appartiene a un di più della polemica pubblica, che va oltre il suo merito vero e magari anche le intenzioni dei protagonisti, com'era appena successo a d'Orsi. Con altra penna, che non sia della storia o della politica, si potrebbe forse interrogarsi sulla duplicità (non necessariamente doppiezza) di alcune vite: perfino quella del professor Marsiglia mi interessa più che non il lieto fine dello smascheramento. Ma qui la penna è prosaica. Qui, mi pare, la discussione con Vivarelli può lasciare il posto alla discussione con Paolo Mieli, vero autore del "caso". Prima vorrei però completare le osservazioni su quella espressione diventata così fatidica, e forse troppo, della guerra civile. In Lenin idee che esistevano da tempo, soprattutto quelle tratte dal gran repertorio della Rivoluzione francese e della Comune, furono rilegate in un'ingegneria sociale maniacale, da far servire all'insurrezione e alla presa del potere. Stalin sarà il volgarizzatore ulteriore di quella sistemazione, tradotta in manuali e in regolamenti di polizia, da far servire all'onnipotenza dell'Organizzazione. Per Lenin la guerra civile diventava un traguardo da agitare e, una volta realizzata la condizione, da perseguire inflessibilmente. La condizione della guerra civile, tramutata così per la prima volta in un fine, è l'esistenza della guerra: la guerra per definizione, la guerra fra gli Stati e fra gli Imperi. Trasformare la guerra imperialista in guerra civile: è qui l'intera lezione della competenza rivoluzionaria bolscevica. (E della sua "superiorità" sui Giacobini: che passano per campioni proverbiali di radicalità, e in realtà ebbero il cuore spaventato dalla propria vittoria finale. Lenin invece volle vincere). La vulgata comunista assegnava a Lenin il merito lungimirante di aver colto "scientificamente" la natura imperialista del conflitto fra le potenze esploso nel 1914, e di essersi sottratto alla bancarotta "socialpatriottica" della Seconda Internazionale, tenendo ferma la bandiera dell'Internazionalismo proletario. Ma in questo Lenin non era stato solo, né era qui il punto. In Italia un giudizio analogo - e perfino più intransigentemente ortodosso, secondo il carattere sorprendente di quel settario napoletano - venne da Amadeo Bordiga, cioè dal vero leader della sinistra marxista e dal vero fondatore del P.C.d'I. (poi efficacemente cancellato, e calunniato, dalla memoria comunista). Natura imperialistica della guerra, necessità del proletariato di non compromettersi in alcun modo con essa: di questo Bordiga era convinto e anticipò addirittura Lenin nel giudizio, mentre i più, e lo stesso giovane Gramsci, sentivano l'attrazione dell'interventismo democratico. Ma Bordiga pensava alla guerra mondiale come a una gigantesca tragedia per la lotta del proletariato, travolto nella carneficina dalla superstizione delle patrie: e che a quella bufera i comunisti veri dovessero resistere tenendo saldi i loro ideali e custodendone la bandiera in attesa del giorno in cui, passata la tempesta, si potesse riprendere il filo spezzato della lotta di classe e della sua organizzazione rivoluzionaria. Al contrario, Lenin. Dove Bordiga vedeva una tragedia e la necessità di testimoniare la verità in attesa di nuovi tempi, Lenin vedeva un'opportunità decisiva. La guerra c'era, ai rivoluzionari di trasformarla in guerra civile. Brest-Litovsk fu questo, e l'Ottobre del 1917 rispetto al Febbraio; e, fatalmente, la vera trasformazione dell'idea della Rivoluzione in quella della Guerra Civile, di una mobilitazione permanente della classe (cioè del Partito e dei suoi apparati polizieschi e militari) secondo i modi delle azioni di guerra, dell'economia di guerra, dei tribunali di guerra, della dittatura di guerra. La consacrazione feticista della guerra civile divenne il vero carattere del bolscevismo (e, poi, di altre colossali esperienze di comunismo asiatico): e, com'è noto, il suo oltranzismo classista - contro i kulaki, cioè i contadini ricchi e poveri, e i borghesi di ogni rango, e gli intellettuali ecc. - non gli impedì di includere un oltranzismo sciovinista, grande-russo, antisemita ecc. Mi scuso della pedanteria. Mi importava sottolineare il rovesciamento, inedito perlomeno con quella determinazione e su quella scala, della nozione di guerra civile in una idea positiva, un valore. E chiedermi se nell'irriducibile divergenza del nostro dopoguerra sull'uso di quella nozione per il '43-'45 avesse un peso anche la nuova tradizione che rendeva positiva la guerra civile. Per esempio, sull'aspirazione comunista rivoluzionaria a "completare" la Resistenza trasformando la guerra di Liberazione nazionale in guerra civile per l'avvento di una repubblica sovietista. Per l'ala radicale della Resistenza la guerra civile sarebbe stata piuttosto quella di classe, bandita dalla direzione togliattiana e trascinata poi variamente fino alla primavera del '48. Non tengo alla proprietà delle denominazioni quanto alla loro influenza sostanziale. Quella duplice e divergente nobilitazione della guerra civile, fascista-saloina e comunista-rivoluzionaria, si è protratta assai oltre. (Nello stesso nostro estremismo di sinistra degli anni '70 lo slogan sulla "guerra civile" tornò, con tanta altra rigatteria, ed ebbe una sua influenza sul tragico inganno della "lotta armata"). Di recente ne ho diffidato quando, quasi per inerzia, la guerra civile è stata evocata a spiegare (cioè: a non spiegare) la sanguinosa dissoluzione della Jugoslavia. Lì sono successe molte cose orribili, insieme o successivamente: anche una guerra fra Stati e nazioni, e soprattutto una guerra ai civili. Per un lunghissimo tempo in Bosnia si è svolta una guerra dello Stato e dell'esercito serbista contro i civili bosniaci. Descrivere l'assedio di Sarajevo con la categoria di guerra civile rischiava l'oltraggio alle vittime e al pudore. Oltretutto, affiancati al nome di guerra civile gli orrori prendono un senso atavico e pressoché metafisico. Succede che i crimini di guerra si pretendano inafferrabili, perché la guerra è per definizione madre di crimini e crimine essa stessa, e che gli orrori riempiano per definizione la guerra civile e ne siano quasi giustificati. Propongo di accorgersi che nel nostro mondo non esistono più - o esistono sempre meno, e più torbidamente - sia le guerre, che le guerre civili: esiste sempre più la guerra ai civili. Verrei ora alla discussione con Mieli: che ha bisogno però dello spazio di una prossima puntata.

La Repubblica
25 novembre 2000


INTERVENTO DELL’ON. ALDO ANIASI

AL CONVEGNO DELLA FONDAZIONIE PIETRO NENNI SUL TEMA: “ILCOSIDDETTO REVISIONISMO”

Roma 1 dicembre 2000

Questo incontro  sul tema del cosiddetto revisionismo è non solo opportuno ma anche importante perché tenta di reagire alla acquiescenza del mondo politico, delle istituzioni e di una parte della  sinistra  che considera positivo tutto ciò che sa di nuovismo. Il fenomeno è cresciuto in questi ultimi anni tanto da avere assunto le caratteristiche di una aggressione culturale

Non c’è bisogno che dica a voi che mai ci verrebbe in mente di respingere il revisionismo come metodo storiografico da sempre mezzo e strumento per approfondire con serie ricerche, acquisizioni di documenti che offrono seri motivi di  riflessioni approfondimenti.

Il revisionismo ascientifico è invece quello che ha trovato sempre maggiore spazio in questi ultimi anni  ed è utilizzato come operazione politica con obiettivi ideologici allo scopo di creare i presupposti per sostenere movimenti illiberali e di estrema destra.

Il merito principale di questo incontro e di aver posto al centro del dibattito non solo o soltanto il revisionismo storiografico ma le operazioni politiche che, anche se non frutto di una strategia studiata a tavolino, concorrono al distorcere  verità inconfutabili nel tentativo di giustificare le responsabilità del regime fascista, di minimizzarne le colpe, di sottovalutare l’apporto della Resistenza alla Liberazione Nazionale, di spiegare che la Repubblica di Salo’, le sue bande al servizio dei  nazisti, erano scelte di idealisti, di patrioti che  si proponevano di salvare l’Italia da guai peggiori.

E’ la tesi del peggiore De Felice, non del grande storico studioso di Mussolini con il quale, pur dissentendo, è possibile un confronto serio ma del peggiore De Felice quello di “Rosso e Nero”.

Quel De Felice che ci presenta il principe nero Valerio Borghese, finanziato e complice dei nazisti,   come un Patriota che vuole difendere i sacri confini della patria dalle bande partigiane. Quel De Felice che ci spiega  che Mussolini è stato un grande Patriota che si è sacrificato fondando la Repubblica di Salò per sottrarre l’Italia alle vendette e alle ritorsioni di Hitler.

Sulla scia di De Felice si sono posti Storici della sua Scuola, altri aspiranti alla notorietà o alla ricerca di spazi accademici o editoriali.

In questi anni abbiamo tentato di contrastare questo  revisionismo ascentifico degli studiosi di storia mentre abbiamo sottovalutato le iniziative mediatiche, giornalistiche televisive ed editoriali assai pericolose perché diffondono opinioni che contribuiscono ad abbassare le difese nei confronti di politiche eversive.

In questi ultimi anni è in atto una operazione mediatica e politica assai pericolosa perché mira a delegittimare la Repubblica, le Istituzioni, la stessa Costituzione. In questi obiettivi si inseriscono le proposte di eleggere una nuova Costituente.

Si manipolano e si interpretano documenti con fini distorsivi  giungendo ad affermare come ha fatto Indro Montanelli che la Resistenza non é mai esistita, che le 4 giornate di Napoli sono una invenzione cinematografica.

Ciò che stupisce che a queste operazioni si presti la RAI-TV pubblica.

Solo a mo di esempio possiamo citare la serie di  trasmissioni radio, in prima serata, “la voce dei vinti”.

Al microfono personaggi che hanno militato commettendo atti criminali, nella X Mas, nelle brigate nere, nei paracadutisti della Folgore fascista.

 Filmati  cortometraggi e tavole rotonde hanno presentato le vicende della Resistenza in modo ambiguo con lo scopo di equiparare i fascisti seguaci di Salò ai Resistenti, così da ripartire meriti e colpe in parti eguali.

L’obiettivo è stato raggiunto: si è ingenerata la convinzione grazie ad ospiti scelti con cura, di minimizzare l’apporto dei partigiani alla liberazione del paese, ignorando le dichiarazioni degli alleati che anche tramite il rappresentante dei veterani americani Joffrey John hanno affermato che l’apporto della Resistenza è stato importante e che senza di esso la guerra sarebbe stata più lunga e avrebbe provocato più morti.

Mai è stato detto  che lo stato Maggiore della Repubblica Federale Tedesca ha ufficialmente dichiarato che ben dieci divisioni germaniche furono distolte dal fronte ove combattevano gli eserciti anglo americani per essere impiegate nei rastrellamenti contro i partigiani.

Così non si è mai sottolineato che De Gasperi al tavolo della Pace fece valere l’apporto della Resistenza per respingere le pretese della Francia sulle Provincie di Aosta e di Cuneo e quelle della Jugoslavia su Trieste.

Oggi mentre si moltiplicano in Germania, in Europa le manifestazioni dei seguaci di Hitler, di naziskin, ove si moltiplicano le violenze razziste mentre in Italia si stanno estendendo le manifestazioni del movimento di “Forze nuove”.  Si propone la collocazione di targhe sugli edifici o intitolazioni di strade di militi fascisti.

Tutto ciò è  conseguenza di iniziative di disinformazione, di anni di cultura dell’oblio. Herman Hess disse: “chi brucia i libri oggi brucerà la gente domani”. E così puntualmente si verificò.

La recente scelta della maggioranza della  Regione Lazio, che vuole censurare i libri scolastici, togliere la libertà di insegnamento è il risultato di queste deteriori operazioni politiche della mancanza di una scuola che per oltre 50 anni non ha mai insegnato  ciò  che è successo in Italia dopo il 1918.

Prima la carenza dei programmi, poi, colmata questa, la impossibilità pratica di svolgerli per la mancanza di tempo.

Altro che testi marxisti! Una scuola che per decenni di Ministri democristiani non ha assolto al dovere di informare i giovani e perfino gli insegnanti sulla dittatura fascista, sul nazismo e sulle conseguenti tragedie.

 Lo sdoganamento del MSI, la acritica legittimazione  dei post-fascisti, ha accelerato questo processo di demolizione della verità, di mistificazioni che partono da affermazioni autorevoli che in altri Paesi Europei sarebbero state sommerse dall’indignazione popolare.

Ricorderete la famosa affermazione di Gianfranco  Fini : Mussolini fu il più grande Statista del Secolo.

Consentitemi un ricordo personale. Sono stato qualche anno fa a Reggio Emilia alla festa dell’Unità per un incontro  con i Partigiani Democratici di sinistra unitamente a Taviani e Boldrini ed  ho saputo che nei giorni successivi alla festa sarebbero intervenuti Gasparri, Storace e Fini .

Sono le infelici dichiarazioni come quelle del Presidente della Camera che creano disorientamento. Vi ricordate? Mi chiedo se l’Italia – affermò -  non debba ricominciare a riflettere sui vinti di ieri. Bisogna sforzarsi di capire….i motivi per cui migliaia di ragazzi e ragazze.... si schierarono dalla parte di Salò.

Gravi affermazioni non solo per il contenuto ma anche perché pronunciate all’apertura di una nuova legislatura rappresentavano un messaggio che apriva nuovi scenari al revisionismo  storiografico e politico. Non a caso i calorosi  applausi dei  postfascisti e l’abbraccio di Tremaglia.

Ma ciò che ci ha scandalizzato è stato l’incontro a Trieste tra il Presidente della Camera e il Presidente di Alleanza Nazionale per discettare sulle Foibe. Fini ha affermato che occorreva “riscrivere la storia della lotta di liberazione con il riconoscimento degli orrori e di non pochi crimini da addebitare equamente al fascismo e all’antifascismo”. Ma ciò che è più sconvolgente è il silenzio agli elogi che Fini ha rivolto a Borghese e alla X Mas che – ha aggiunto –  “volevano difendere l’onore della Patria”.

Perché queste acquiescenze?  Scelte di legittimare per essere legittimati?

I mesi successivi hanno visto il fiorire di proposte inedite. Quelle di pubblici amministratori di abolire la festività nazionale del 25 Aprile e la proposta del Sindaco di Milano di trasformarla in festa della riconciliazione. Poi le messe, le cerimonie funebri per onorare i caduti delle due parti. Da allora non si contano più le iniziative in questa direzione.

Dalla proposta di intitolare una Piazza a Giuseppe Bottai non solo squadrista della prima ora ma anche colui che ha espulso dalle scuole insegnanti e studenti ebrei; alla inaugurazione  di un busto a Italo Balbo, capo di squadracce a Ferrara e quadrunviro della Marcia su Roma, nel Palazzo dell’Aereonautica alla presenza di un Sjottosegretario di Stato. L’elenco delle iniziative è lungo: la serie di francobolli celebrativi in onore di Marinetti, Gentile  e via dicendo.

Non ci si può quindi meravigliare se in questo clima è stato possibile da parte di pubblici amministratori invitare  in Italia  Joerg Heider, che l’Europa considera un pericolo per la democrazia; non ci si può meravigliare che dopo la sua affermazione “ le SS sono brave persone e veri patrioti” e aggiungendo, di aspirare all’annientamento  dei suoi avversari con il gas Ziclon”, quello usato dai nazisti , Alessandra Mussolini abbia commentato, senza sollevare l’indignazione delle forze politiche, “gli austriaci hanno inviato un grande segnale di libertà, ora tocca raccoglierlo al resto dell’Europa, Italia compresa”.

Credo che si possa concludere con Norberto Bobbio che ha bene fotografato la situazione: “Ormai siamo a questo, se parli male del fascismo sei considerato un moralista, se invece parli male dell’antifascismo, sei un bravo storico, anzi uno storico normale”.


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