LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA


Le condizioni economiche e sociali della Spagna di inizio '900 erano caratterizzate da un grande sottosviluppo e da una forte influenza della Chiesa cattolica. Nel 1923 vi fu il cinquantesimo colpo di stato (calcolati a partire dal 1814) attuato da Miguel Primo de Rivera che si avvalse dell'appoggio del re e del clero. La dittatura di de Rivera durò fino al 1930 quando fu costretto ad abbandonare il Paese e si tennero nuove elezioni che videro la vittoria della sinistra (repubblicani e socialisti) grazie al determinate appoggio degli anarchici e dei radicali borghesi. Fu proclamata la Repubblica alla cui guida venne eletto il repubblicano moderato Zamora che affidò la guida del governo al leader repubblicano Azana il cui Ministro del Lavoro fu il socialista Largo Caballero. Il nuovo governo attuò una serie di riforme laiche e progressiste tendenti a modernizzare il Paese e a ridurre l'influenza del clero e dei proprietari terrieri nella vita della nuova Spagna repubblicana. 
Queste riforme alienarono le simpatie dei radicali (per i quali erano troppo avanzate) e degli anarchici (per cui erano, invece, troppo moderate) e il governo venne sconfitto alle Cortes (Parlamento) nel 1933. Il 19 novembre dello stesso anno si tennero le elezioni legislative che videro la vittoria della destra moderata guidata da Lerruox che fu a capo di un governo di centro-destra che godeva dell'appoggio della "falange", un gruppo fascisteggiante fondato da Josè Antonio de Rivera, figlio di Miguel Primo). Nel 1935 il governo conservatore entrò in crisi per le fratture insanabili tra la destra moderata e quella estremista. Il Presidente della Repubblica Zamora scioglie nuovamente le Cortes ed indice nuove elezioni a cui la sinistra, anche in ottemperanza alla "direttiva Dimitrov", si presenta unita nella forma del "Fronte popolare" che, sull'esperienza francese, vede alleati radicali, repubblicani, socialisti, comunisti, anarchici e alcuni cattolici progressisti. Il 7 gennaio il Fronte popolare ottiene il 48 % dei voti (46 % alla destra, 6 % al centro) e, in virtù della legge elettorale maggioritaria, la maggioranza assoluta dei seggi alle Cortes. Azana diviene Presidente della Repubblica e il repubblicano Quiroga forma il governo che attua riforme molto radicali ed incisive. Il 17 e il 18 luglio 1936 le truppe guidate dal generale Francisco Franco pronunciano l'ennesimo Alzamiento, ossia il colpo di stato non riconoscendo valido il governo legittimamente eletto dal Parlamento votato dai cittadini. Inizia una sanguinosa guerra civile in cui i franchisti godono dell'appoggio di Mussolini e di Hitler, invece i repubblicani solo di quello dell'Urss di Stalin e del Messico poichè le grandi democrazie europee (Gran Bretagna e Francia i testa) mantengono una posizione ambigua e di sostanziale neutralità che finisce per il favorire i fascisti i Franco. Lo sdegno per quanto avviene in terra iberica è, invece, ben presente nelle popolazioni (sia proletaria, sia borghese) del mondo democratico: migliaia di volontari accorrono da tutto il mondo per dare vita alle brigate internazionali per difendere la Repubblica spagnola: "Oggi a Madrid domani a Roma, siamo antifascisti poichè non misuriamo la patria a cannoni ed a frontiere, la nostra patria corrisponde con quella di tutti gli uomini liberi." (Carlo Rosselli)
Intellettuali (come ad esempio T. Mann, E. Hemingeay, G. Orwell, A. Malraux, Pablo Neruda e B. Brecht) o politici di primo livello (per l'Italia basti ricordare P. Togliatti, P. Nenni, G. Di Vittorio, i fratelli Carlo e Nello Roselli e Leo Valiani tutti membri della Brigata Internazionale Garibaldi guidata dal segretario del Pri Randolfo Pacciardi).
Simbolo della guerra civile fu la famosa foto di J. Capra che immortalava un miliziano repubblicano che cade morendo sotto i colpi dei fascisti: è il simbolo grafico del motto dei repubblicani coniato dalla segretaria del Partito Comunista Spagnolo, Dolores Ibarrurri (detta la Pasinaria) per cui era "meglio morire in pedi che vivere in ginocchio." Le barbarie attuate dai franchisti e dai loro alleati italo-tedeschi e i bombardamenti ai danni dei civili da questi perpetuati sono rappresentati dai colpi di pennello intrisi di dolore da cui è scaturito quel grande capolavoro della pittura che è Guernica. Gli scontri tra gli anarchici e i comunisti (nel 1936 vi erano solo 15 deputati del Partito Comunista, nel 1937 ben 12 mila miliziani erano comunisti!) mineranno alla base la stabilità della repubblica che, tra l'indifferenza e l'accondiscendenza dei governi di Londra e di Parigi, verrà travolta dalle truppe franchiste nel 1939 dopo 3 anni di dura e sanguinosa lotta che costa a tutta la Spagna, sia di parte franchista, sia repubblicana, oltre un milione di morti. 
Francisco Franco proclamò la dittatura che, fino alla sua morte ha governato la Spagna moderna uccidendo, fino agli anni '50, 150 mila antifranchisti.
L'esperienza e la tragedia della guerra civile spagnola, ben testimoniata nelle indimenticabili pagine del romanzo "Per chi suona la campana" di Emingway, insegnano che, per usare la parole di Leo Valiani "La democrazia è sacra e va difesa a tutti i costi, anche con le armi se necessario. " 

Luca Molinari

aprile 2002


RICOSTRUITA PER LA PRIMA VOLTA IN UN LIBRO LA TRAGEDIA DI 110 MILA PRIGIONIERI DI GUERRA E OPPOSITORI DEL REGIME


Schiavi del lavoro nella Spagna di Franco 


MADRID ANCHE la spietata dittatura franchista ebbe i suoi "schiavi": 110 mila prigionieri, tutti militari catturati durante la Guerra Civile '36-'39. A differenza della mano d'opera impiegata nei lager hitleriani, il Caudillo pagò il lavoro coatto, che venne effettuato in condizioni disumane. Ma i forzati ricevettero solo il 25% del salario pattuito (appena il 14% di quello percepito dagli operai civili dell'epoca). Il resto andò nelle casse del regime. Non solo: dal '39 al '70, Franco affittò i suoi internati a 36 imprese private, incassando un ingente bottino, calcolabile intorno ai 780 milioni di euro. La storia del bestiale abuso è rivelata nei dettagli dal libro Esclavos por la patria, scritto dal giornalista Isaïas Lafuente (pubblicato da Temas de Hoy). La fonte dell'autore è inoppugnabile: il Patronato para la Redencion de las Penas, l'ente statale preposto per 33 anni al pagamento dei salari ai prigionieri, i cui documenti ufficiali sono custuditi negli archivi della Direzione Generale delle Istituzioni Penitenziarie. I costi umani della Guerra Civile furono enormi (500 mila morti, 250 mila esiliati, 150 mila fucilati nel sanguinario periodo post-bellico). Ma la tragedia non si fermò nemmeno dopo. Con la legge sulle responsabilità politiche il dittatore perseguì, incarcerò, condannò tutti coloro che si opponevano all'Alzamiento. Il regime cominciò a schedare "los Rojos", ossia tutti i suoi prigionieri, allestendo una maniacale banca dati sul loro profilo professionale. Se gli incarcerati nel frattempo non erano morti nè giustiziati, entrava in gioco il  "Sistema de Redenciones de Penas" motivato così: è giustissimo che i prigionieri contribuiscano con il lavoro alla riparazione dei danni arrecati con il loro appoggio alla ribellione marxista. Un decreto del '46 stabiliva l'obbligatorietà del lavoro: era considerata infrazione molto grave rifiutarlo. La remunerazione degli schiavi viene fissata in 2 pesetas al giorno (la diaria di un operaio era di 14 pesetas) di cui i tre quarti vengono destinati al loro mantenimento. Poi altre 2 pesetas se sono sposati in chiesa (molti "rojos", atei, erano solo conviventi), più 1 peseta per ogni figlio a carico. Detenuti in 72 campi di concentramento, gli schiavi ricostruirono le infrastrutture distrutte durante il conflitto, dagli aereoporti alle strade, dalle dighe ai porti, dalle ferrovie ai ponti ma anche mausolei franchisti come la famigerata madrilena "Valle de Los Caidos" (ove è sepolto il tirannno). E furono anche il motore delle imprese private: per il loro affitto, le fabbriche pagavano allo Stato il salario di 14 pesetas. La vita degli schiavi, in quei lunghissimi trentatrè anni, fu disumana: fame brutale, estrema durezza nel lavoro fisico. E castighi terribili. Ad El Dueso, per esempio, obbligavano i puniti a mettersi sulle spalle un sacco da 50 chili ricoperto da filo spinato."Il nostro Paese ha un debito con quegli uomini e donne che soffrirono per tanti anni. Nessuno li ha indennizzati, nè lo Stato nè le imprese che li sfruttarono. Dobbiamo recuperarne la memoria, non ignorarli, conclude Lafuente. 


Gian Antonio Orighi

La Stampa
26/2/2002


Memoria della guerra, oblio del franchismo

di Manuel Perez Ledesma


Poichè la transizione democratica, che in Spagna prese la forma di una "transizione per transazione", non comportò una rottura radicale con il passato ma  al massimo si trattò di una "rottura concordata", negli anni successivi è stata molto diffusa l'idea che fossero ancora vivi i valori e gli atteggiamenti usciti dalla precedente dittatura. Da qui i frequenti riferimenti al peso del passato in ampi settori della popolazione; in concreto, in quello che fu definito il franchismo "sociologico", che per anni ha rappresentato un serio motivo di preoccupazione per i democratici (ma anche una fonte di speranza per i nostalgici del regime di Franco). Di questa preoccupazione danno prova alcune testimonianze di noti commentatori dell'epoca: "Quel che ancora ci resta del franchismo", scrisse uno di essi a cinque anni dalla morte del dittatore, è una cultura franchista, basata su un complesso di atteggiamenti e comportamenti propiziati per quarant'anni da quel sistema". Atteggiamenti che comprendevano, secondo la stessa analisi, non solo "la paura irrazionale nei riguardi della sinistra e del comunismo internazionale", ma anche "una vena di autoritarismo,una tendenza istintiva al disprezzo dei diritti umani più elementari" e perfino "la noncuranza e il disinteresse per l'aspetto pubblico e solidale della vita del nostro paese".

E' facile, vent'anni dopo, criticare la scarsa rispondenza alla realtà di queste descrizioni. Ma all'epoca la paura o quantomeno la preoccupazione erano abbastanza giustificate. Sia la polizia politica, la temuta Brigada Politico-Social, sia i funzionari del Movimiento Nacional e dei sindacati verticali o i giornalisti degli organi di stampa legati al franchismo continuavano a essere ai lori posti, o dopo la scomparsa di queste istituzioni erano stati ricollocati in altri simili. Solo i "procuratori nelle Cortes" persero i loro seggi dopo la famosa sessione dell'harakiri (15 novembre 1976), quando accettarono lo scioglimento delle Cortes franchiste e la riforma politica proposta da Adolfo Suarez. Ma anche questi, o almeno una parte considerevole, erano riusciti ad adeguarsi alla nuova situazione, attraverso l'Alianza Popular (ap) o il settore che allora si chiamò "azzurro" del nuovo partito del centro democratico. Il che significa che nemmeno il personale politico si era rinnovato in modo sostanziale. Ci fu, è vero, un'apertura ai dirigenti dell'opposizione clandestina o semiclandestina, ma accanto ad essi ex ministri di Franco, come Manuel Fraga, o altre cariche del Movimiento Nacional, come Adolfo Suarez, continuarono a svolgere un ruolo di primo piano durante la transizione e nel periodo iniziale del nuovo regime democratico.

Ma non rimase solo la vecchia classe politica. Restò al suo posto anche il personale dell'amministrazione pubblica o di istituzioni come l'esercito, la magistratura o le università. Dai militari che avevano aderito alla fazione vincitrice della guerra civile, passando per i giudici che applicarono senza battere ciglio la legislatura franchista, per arrivare ai professori che per decenni difesero le dottrine del regime autoritario o quantomeno accettarono le limitazioni alla libertà di cattedra, o ai più modesti ufficiali di polizia: restarono tutti al loro posto dopo la morte del dittatore e perfino dopo l'instaurazione di un regime democratico, come se niente fosse successo e il cambiamento non li riguardasse.

Non meno significativa, e perfino più visibile, era la sopravvivenza, che in alcuni casi arriva a oggi, di molti dei simboli inventati dal franchismo, con l'inevitabile eccezione di quelli che lo stesso regime aveva abbandonato o relegato in secondo piano per evitare ogni possibile identificazione con i fascismi sconfitti nel 1945 (come il saluto romano, la camicia azzurra o i gridi rituali che col tempo attiravano solo i falangisti più recalcitranti). Feste molto legate all'origine violenta del regime come l'anniversario della sollevazione (18 luglio) o il Giorno della Vittoria (1� aprile) continuarono a essere celebrate almeno fino al 1978, tre anni dopo la morte del dittatore. Nelle vie e nelle piazze di città e villaggi sopravvivevano i nomi dei generali insorti e, naturalmente, dello stesso "generalissimo" o "caudillo"; e il ricordo dei vincitori della guerra continuava a essere ben visibile nei monumenti civili (dalle statue equestri del dittatore alla faraonica Valle dei Caduti) e anche in monumenti religiosi, dalle cui mura non scomparvero gli elenchi di "caduti per Dio e per la Spagna", sempre capeggiati dal fondatore della Falange.

E' chiaro che con le successive leggi di amnistia furono liberati i detenuti politici e si pose fine all'eredità più triste del franchismo. Ma l'amnistia, che mise anche al riparo gli agenti del regime da possibili responsabilità future, non fu accompagnata dalla riabilitazione pubblica degli incarcerati nè, in molti casi, dal reinsediamento al loro posto di lavoro (basti ricordare i membri dell'Unione militare democratica). Più in generale, negli anni della transizione non si assisterà ad alcun tentativo di revisione critica " almeno nelle sfere ufficiali " della dittatura o della condotta delle forze e istituzioni che l'avevano appoggiata per quasi quarant'anni. Sicchè, malgrado i cambiamenti nel sistema politico che portarono alla legalizzazione dei partiti e all'approvazione di una Costituzione democratica, il clima sociale sembrava non aver conosciuto un'autentica trasformazione.

Il rovescio della trama
Non sorprende, per questo, l'accordo quasi unanime benchè, sia chiaro, da posizioni contrapposte, di franchisti e antifranchisti intorno al peso che nella nuova situazione politica doveva avere il precedente regime. Si possono anche capire le critiche di chi, non riscontrando segni visibili di cambiamento, giunse alla conclusione che niente era cambiato veramente. Il dato curioso, in ogni caso, fu il breve periodo che impiegò la stessa società spagnola per mettere in evidenza l'errore degli uni e degli altri. Bastarono alcune elezioni libere perchè diventasse chiaro che nel nuovo sistema politico non c'era spazio per le correnti che si definivano eredi di quello che, con un eufemismo molto tipico dell'epoca, era denominato "il regime anteriore". E' qui, senza dubbio, il principale paradosso della transizione spagnola: senza una rottura nel senso forte del termine, nè una revisione critica del passato, gli spagnoli riuscirono a separarsi dai resti del franchismo con maggiore rapidità e intensità dei cittadini di altri Stati europei dove, almeno a prima vista, le forze autoritarie erano state sconfitte in modo molto più schiacciante.

Non si tratta solo della sconfitta dei franchisti più duri, riflessa sia sul terreno politico (Fuerza Nueva, il maggiore rappresentante dell'ultradestra tradizionale, ottenne solo un deputato alle elezioni del 1979) sia nella sconfitta dei successivi tentativi di recuperare il potere attraverso un golpe militare. Ancora più appariscenti furono gli scarsi risultati dei franchisti che si definivano riformisti. Prima delle prime elezioni democratiche, questi disponevano di una buona organizzazione: nelle ultime Cortes franchiste erano l'unico gruppo realmente organizzato, con quasi 200 procuratori e una leadership conosciuta (i "sette magnifici", guidati da Manuel Fraga); avevano ottenuto che la legge elettorale garantisse loro alcuni benefici sostanziali (per esempio, la sovrarappresentazione delle provincie più popolate e conservatrici); e nella loro propaganda potevano giocare la carta di presentarsi contemporaneamente come difensori dell'unità nazionale, la pace e l'ordine vale a dire, dei valori più tipicamente franchisti e come sostenitori di un'apertura politica, benchè controllata e contraria a ogni forma di avventura. Tenendo conto di questi elementi, chi alla fine del franchismo aveva avuto il coraggio di fare dei pronostici sui possibili risultati di ipotetiche elezioni future, aveva attribuito a costoro tra un quarto e un quinto dei voti. Nelle elezioni del giugno 1977, invece, a meno di due anni dalla morte del dittatore, i franchisti riformisti dovettero accontentarsi di meno del 9% dei consensi; e i risultati furono ancora peggiori nel successivo processo elettorale (poco più del 6%). Sicchè, dopo il crollo dell'Unione di centro democratico (ucd), e grazie al suo avvicinamento ad altre forze meno identificate con il franchismo - il che lo aiutò a cancellare il suo peccato originale, nel 1982 l'Alianza Popular riuscì a conquistare un quarto dell'elettorato.

Con il loro voto reiterato contro il passato franchista e i suoi continuatori durante la transizione, gli spagnoli evidenziarono le poche tracce che i quaranta anni di regime dittatoriale avevano lasciato nel loro comportamento politico. Quasi contemporaneamente si evidenziò lo scarso attaccamento ai simboli di questo passato. Quando le nuove amministrazioni comunali democratiche, soprattutto laddove aveva vinto la sinistra, decisero di cambiare le denominazioni franchiste di vie e piazze, non incontrarono alcuna resistenza tra una popolazione che, da parte sua, in molti casi aveva continuato a usare i nomi tradizionali. Nessuno, salvo gruppi sporadici di nostalgici, si levò in difesa dei simboli aggiunti dal regime di Franco alla bandiera o allo stemma tradizionali; non ci furono proteste, o furono solo molto minoritarie, dopo la scomparsa dei ritratti di Franco dai centri ufficiali del potere o di alcune statue del dittatore e dei simboli falangisti  come il giogo e le frecce collocati in tutto il paese all'ingresso dei villaggi e delle città.

Si potrebbe dire, insomma, che il franchismo era scomparso all'improvviso senza che nessuno ne sentisse la mancanza. Il che contrasta nettamente con la più tenace sopravvivenza in altri paesi europei di valori e atteggiamenti scaturiti dai totalitarismi o autoritarismi del periodo tra le due guerre, malgrado il tempo trascorso dalla loro sconfitta; una sconfitta che, almeno in apparenza, era stata molto più dura di quella della dittatura franchista.

Tra memoria e oblio
Due versioni - non del tutto compatibili - sugli atteggiamenti degli spagnoli nei confronti del passato più recente hanno tentato di spiegare i cambiamenti di mentalità degli anni Settanta che resero possibile la transizione e che spiegano i comportamenti sopra citati. Una pone l'accento sui ricordi della guerra, sulla memoria traumatica del conflitto civile e sul desiderio generalizzato di evitare la ripetizione di questa esperienza, spiegando così le posizioni favorevoli alla negoziazione e al consenso dei principali attori politici e la condivisione di questi accordi da parte della maggioranza della popolazione. L'altra versione fa invece riferimento al patto dell'oblio del franchismo, che rese possibile la continuità giusto con lievi cambiamenti della precedente elite politica, senza che nessuno chiamasse a rispondere i suoi membri di quanto avvenuto durante la dittatura. La prima versione è estremamente positiva nelle sue valutazioni: la memoria collettiva permise di imparare dagli errori del passato e di evitarne la riproduzione. Da questo derivò in gran parte il successo della transizione, convertita col tempo nel nuovo mito fondante della convivenza democratica. Molto meno ottimista, la seconda versione attribuisce invece il cambiamento politico, definito a volte come una semplice riforma del franchismo, a questa cospirazione del silenzio a opera delle minoranze dirigenti. Il che portò con se la "rimozione della memoria storica" (Vidal Beneyto) o, quantomeno, il trionfo di una specie di "amnesia collettiva" (Sartorius e Alfaya), la cui conseguenza ultima sarebbe, ancor oggi, la debolezza della cultura democratica degli spagnoli.

E' chiaro che la memoria ha sempre un carattere selettivo. Non si ricorda tutto, nè si dimentica tutto: ogni soggetto e, per lo stesso motivo, ogni società (se si accetta l'esistenza di una memoria collettiva) sceglie ciò che desidera conservare e ciò che preferisce cancellare dai suoi ricordi. Malgrado questo, le due versioni citate non sono facilmente compatibili: non si capisce bene come gli individui o le collettività possano allo stesso tempo conservare il ricordo della guerra e coltivare l'oblio della sua conseguenza immediata, i quarant'anni di franchismo. Ma anche l'idea che la collettività condivida un'unica memoria, o eventualmente un medesimo oblio, è discutibile: come a suo tempo segnalò  Maurice Halbwachs, a cui dobbiamo le prime analisi della memoria collettiva, la memoria di chi ha vissuto gli eventi non è uguale a quella di chi li ha conosciuti in seguito; nè si possono equiparare i ricordi di chi li ha vissuti da distinte posizioni ideologiche o sociali. Non esiste una memoria, ma più memorie: perchè i vari gruppi sociali, ideologici o politici scelgono ciò che vogliono ricordare, e il modo in cui desiderano farlo, e anche ciò che preferiscono consegnare all'oblio.

Nel nostro caso, è innegabile che il ricordo della guerra, più intenso in quanti la vissero che nei loro discendenti, contribuì a evitare scontri frontali, nel timore che sfociassero in un nuovo conflitto bellico. La rappresentazione della guerra come tragedia, come conflitto fratricida, come catastrofe nazionale e non come "crociata", malgrado l'insistenza franchista per quarant'anni con questa definizione portava con sè, come conseguenza inevitabile, la necessità della riconciliazione e il "mai più". Ma questo non significa che ci fosse un'unica memoria condivisa da tutti: un elemento sostanziale di differenziazione tra la destra e la sinistra era, e in gran parte continua a essere, proprio la diversa valutazione delle cause e delle responsabilità del conflitto. Di modo che l'unica via di riconciliazione fu proprio quella di lasciare da parte, dimenticare, nel senso di "consegnare all'oblio" quei ricordi che rendevano difficile il rincontrarsi degli spagnoli. Lo ho spiegato con tutta chiarezza Marcelino Camacho: "Come avremmo potuto riconciliarci, noi che ci eravamo ammazzati gli uni contro gli altri, se non avessimo cancellato questo passato una volta per tutte?". E questo ragionamento fu probabilmente ripetuto in molte famiglie, nella misura in cui la partecipazione di qualche loro membro a una fazione o l'altra era stata motivo di divisione e di scontro.

Quanto al franchismo, i risultati elettorali già citati dimostrano che un ampio settore della popolazione aveva deciso di consegnarlo parimenti all'oblio. E non per la pressione dei leader politici nè per un patto del silenzio imposto dall'alto. In realtà su questo tema nella elite politica non ci fu totale unanimità; al contrario, i dirigenti di Alianza Popular non ebbero remore a elogiare l'opera del generalissimo, a riconoscersene eredi, a esaltare la "pace feconda" stabilita dalla dittatura di fronte a chi avrebbe voluto "tornare al 1931, al 1934 o al 1936", o a dedicare buona parte della loro propaganda a un tema tipicamente franchista come l'unità della patria."Noi difendiamo la sacra unità della Spagna; proponiamo uno Stato forte, capace di difendere l'ordine, la pace, la legge e gli interessi nazionali della Patria", disse Fraga al primo congresso del partito, celebrato a tre mesi dalle prime elezioni democratiche. Quel che avvenne fu che solo un milione e mezzo di elettori si sentirono attratti da questi ricordi; meno, sicuramente, di quanti preferivano ricordare la lotta antifranchista del pce (1,7 milioni di voti) e molti di meno di quanti optarono per le nuove speranze democratiche incarnate dalla ucd (6,3 milioni) o dalla miscela di rinnovamento generazionale e ricordi del passato prebellico che in quell'occasione rappresentò il psoe (5,3 milioni).

Con questi dati alla mano, più che parlare di memoria condivisa o di oblio imposto, conviene chiedersi perchè la maggioranza degli elettori spagnoli appoggiò, già nelle prime elezioni democratiche, non chi ricordava il franchismo ma chi si faceva portatore di altri ricordi e di nuove speranze. E' qui che la cultura politica che in silenzio si era andata diffondendo in Spagna nei decenni precedenti appare come un fattore esplicativo di primaria importanza.

La transizione e la cultura politica degli spagnoli
Un tratto decisivo del regime di Franco, per quel che qui c'interessa, fu l'assenza di una ideologia capace di mobilitare ampi settori della popolazione. Un'impostazione molto diversa dal fascismo italiano, che promosse l'adesione massiccia al Partito nazionale fascista e alle organizzazioni di massa ad esso collegate e diffuse una cultura politica con forti connotazioni mitiche (come in molte occasioni ha evidenziato Emilio Gentile). Viceversa, nelle concezioni politiche del franchismo, conservate per quarant'anni, prevalsero i rifiuti anzichè le proposte affermative: come hanno spiegato Chueca e Montero, quel che le definiva era un sistema di negazioni; in particolare, la negazione del liberalismo, della democrazia, dei partiti, del marxismo e di ogni tipo di espressione alternativa di carattere territoriale.. E ancora più importante: per quarant'anni il regime franchista ebbe la sua fonte di legittimazione nella vittoria in una guerra civile provocata secondo la spiegazione fornita dai protagonisti della sollevazione militare dalle minacce delle masse popolari mobilitate nel periodo repubblicano. Per questo nel suo comportamento successivo prevalsero sempre gli obiettivi di controllo sociale a carico della Chiesa, dell'esercito e della polizia politica, sull'indottrinamento e la mobilitazione politica di una popolazione verso la quale il regime non arrivò mai a nutrire totale fiducia. Quel che in definitiva caratterizzò la cultura politica del franchismo si può riassumere, come ha fatto Josè Ramïn Montero, in "quattro termini: smobilitazione, spoliticizzazione, apatia e antipartitismo".

Per quarant'anni il regime restò in piedi, anche se con crescenti difficoltà, grazie alla reiterazione di alcuni temi di base : pace, ordine, autorità del caudillo, unità della Spagna e, ormai negli anni Sessanta, sviluppo economico e all'appoggio delle due istituzioni fondamentali, l'esercito e la Chiesa, su cui si fondava il suo potere. Ma quando la Chiesa cattolica e più tardi qualche settore dell'esercito cominciarono a prendere le distanze dalla dittatura, nel momento in cui crescevano i conflitti sociali e lo stesso dittatore invecchiava, l'impalcatura del regime cominciò a sfaldarsi da sè. Per tenerla in piedi i franchisti disponevano solo della repressione bruta, al cospetto di una popolazione che non erano riusciti, in parte per le loro stesse motivazioni, ma anche per la crescente influenza dei modelli politici dell'Europa occidentale, nè a indottrinare nè a inquadrare.

Alcune indagini sugli atteggiamenti politici degli spagnoli a partire dalla metà degli anni Sessanta riflettono alla perfezione questa impotenza. Nel 1966 solo l'11% degli intervistati era favorevole a un sistema politico dove "una sola persona decida per noi"; viceversa, un 35% preferiva che le decisioni fossero prese da "un gruppo di persone elette dai cittadini". Ma il dato più significativo, come riflesso del fallimento dell'indottrinamento franchista, era che più della metà della popolazione (un 54%) non aveva un'opinione precisa al riguardo. Otto anni dopo, con Franco ancora in vita, la percentuale dei senza un'opinione scese al 22%, mentre nel 1976 era ormai al 14%. Da parte sua, in quest'ultima data la minoranza autoritaria si era ridotta all'8% (esattamente la stessa percentuale degli elettori di ap l'anno dopo) e la maggioranza democratica era salita al 78%. La transizione e il successivo consolidamento della democrazia si limitarono a completare il processo, sicchè nel 1982 gli autoritari ammontavano solo al 7%, mentre l'81% dei cittadini si definiva democratico e solo un 12% continuava a non avere un'opinione precisa.

Detto in altri termini: se i dati sono affidabili, già negli anni Sessanta la minoranza che appoggiava il regime di Franco era inferiore al settore favorevole a un cambiamento democratico. Ma all'epoca il franchismo beneficiava ancora della passività di un po' più della metà della popolazione. Fu la graduale conversione ai valori democratici di questa maggioranza passiva ad accentuare l'isolamento del regime ancor prima della scomparsa fisica del dittatore. E, probabilmente, fu anche questo il settore che ebbe il maggiore interesse a dimenticare un passato che gli appariva sempre più sgradevole e ad appoggiare invece un nuovo inizio che permettesse di fare tabula rasa di tutto quanto avvenuto in precedenza. Senza saperlo, chi optò per l'oblio stava facendo sua una famosa frase di Nietzsche: il ricordo è desiderabile solo "se è utile per il futuro e il presente, ma non è benefico se debilita il presente o impedisce un futuro vitale".

Un atteggiamento che, vent'anni dopo, può risultare insoddisfacente da un punto di vista politico o morale. Ma l'obiettivo di questo testo non è condannare o dettare norme di comportamento, ma solo aiutare a capire che gli spagnoli decisero di consegnare all'oblio il passato perchè il suo ricordo non gli impedisse di costruire un futuro più gradevole.


Traduzione di Nazzareno Mataldi
da: "Lettera Internazionale"


Il prezzo dell'oblio

di Manuel Lucena Giraldo


L'immagine nazionale, come del resto la nazione, una costruzione culturale che si regge su una particolare concezione del tempo, attraverso la produzione di spazi mitici passati, presenti e futuri, e si concretizza e rivive in luoghi, oggetti e cerimonie simboliche. Messe in orbita, le forme narrative che esprimono la natura delle nazioni competono l'una con l'altra e, consacrate da alcuni testimoni eroici e simboli immutabili, sono trasmesse attraverso i sofisticati dispositivi della pedagogia politica ai linguaggi e ai significati individuali e collettivi dell'esistenza, sino a fondersi con essi per produrre un'identità "abitabile" nel tempo (dalle origini eroiche della nazione fino al presente) e nello spazio (un territorio riconosciuto, proprio, familiare).

Nelle fasi di transizione politica, economica e culturale, le nazioni e la loro immagine entrano in crisi: sia che la transizione risulti il prodotto di un'alternativa rivoluzionaria che vorrà imporre la propria legittimità culturale, realizzare un cambio del personale politico e stabilire un nuovo quadro di rapporti sociali; sia che il cambiamento si realizzi attraverso un processo di riforma, un "aggiornamento" dell'antico regime. Quanto avvenuto in Spagna alla morte di Francisco Franco, nel 1975, rientra in questa seconda categoria. La riuscita transizione spagnola è conclusa in termini generali con l'esemplare ascesa al potere, nel 1982, del Partito socialista operaio spagnolo (psoe), un erede degli sconfitti della Guerra civile che ricevette un chiaro mandato per il consolidamento democratico e costituì un esercizio di funambolismo politico, perchè gli uomini del passato negoziarono con quelli del futuro l'istituzione dei simboli della modernità politica, culturale ed economica: consolidamento di una monarchia costituzionale, organizzazione di uno Stato di diritto, redazione di una carta costituzionale, legalizzazione di partiti e sindacati, liquidazione delle strutture corporativiste, assoggettamento del potere militare, ingresso nelle organizzazioni internazionali. Il processo di eliminazione e adattamento della memoria del franchismo, una volta proclamata la sua caducità e sconfitti i suoi temibili gendarmi, fu portato a termine attraverso una serie di espedienti, con l'assenza o il rinvio di un dibattito sulla sua origine bellica e la sua natura militare e dittatoriale. Accanto alla progressiva scomparsa fisica dei protagonisti del conflitto fratricida, ci fu una deliberata mancanza di spazi dove proiettare i ricordi, un'ansia di dimenticare, una paura atavica di nominare l'innominabile, di ricordare gli episodi di una tragedia la cui sola menzione avrebbe potuto coprire di obbrobrio il presente. La nuova memoria non voleva conflitti; i suoi autori e propagandisti avevano già parecchio da fare per abbellire e reinventare personaggi o istituzioni dubbi e ambivalenti, come Carlo v, Filippo II, i conquistatori o la Santa Inquisizione.

Forse la costruzione dell'oblio fu la condizione non solo della riconciliazione ma anche dell'esistenza, prima o poi, di una memoria piena di ricordi. In questo senso è importante sottolineare come il trionfo del franchismo nella Guerra civile è il primo grande conflitto che abbia "beneficiato" della copertura internazionale del moderno fotogiornalismo, i cui contenuti si rivolsero alla messa in scena della lotta tra il bene e il male assoluti e della drammatica difesa della purezza matriarcale e comportò una "ri-tradizionalizzazione", la brutale e inevitabile affermazione degli elementi culturali associati all'immagine della Spagna mora e romantica.[1] Per l'Europa borghese e in via di industrializzazione questa Spagna rappresentïò un laboratorio di esotismo, un bazar di stereotipi del passato, l'arcadia felice, il mondo rurale e virtuoso scomparso per sempre, e anche uno spazio per praticare e disegnare un orientalismo ante litteram, con tutto il fardello della sua ambizione colonialista. L'immagine di anormalità di una nazione abitata da banditi generosi e ignoranti e da donne pericolose, capaci di uccidere per passione, sul pittoresco fondale di un ambiente dalle reminiscenze arabe, coincise perfettamente, al suo apice malsano, con quella che proiettava al potere un generale che, circondato da frati indomiti, svolgeva la funzione di sorvegliante delle masse contadine e serviva fedelmente gli interessi dei "figli di papà".

La morte del generale, di vecchiaia e nel suo letto, non costituì che una metafora, degna di un romanzo di Gabriel Garcïa Marquez, del suo potere onnicomprensivo. In queste condizioni, sopra quali "artifici di Spagna" si poteva inventare una memoria della transizione, con tutti i suoi imprescindibili corollari: la nazione rifondata sulle sue basi autentiche, capaci di sconfiggere la recente divisione sociale come pure mitigare il dolore del passato, proprio di una guerra civile, senza che si indebolisse l'edifico narrativo della identità comune, negando in questo modo capacità di futuro all'intero edificio della nuova istituzionalità?[2]

L'immagine del ratto da parte dell'Europa costituì, negli anni Ottanta, una metafora perfetta della traiettoria auspicata per la Spagna: dall'anormalità implicita nella tradizione dell'esotismo romantico al capolinea della monarchia costituzionale, democratica e rappresentativa, fino alla stazione centrale, abitata dai cittadini del mondo. Fu un processo di redenzione dal sapore biblico, dove i peccati del passato dovevano e potevano essere dimenticati se solo si esibiva la necessaria volontà di pentimento, intesa come superamento di determinati segni di differenza, che gli spagnoli, in massa e con ansia, volevano consegnare al passato.

Questo processo fu deciso e reso manifesto su scala globale con la realizzazione di una festa, la più grande di tutte le celebrazioni possibili: le Olimpiadi di Barcellona del 1992. Una prova di grande successo con la quale si realizzò un'apparente quadratura del cerchio: la combinazione dell'efficienza e del rigore europei con l'immaginazione tipica della cultura mediterranea. Più di altri eventi di quell'anno magico come l'Esposizione universale di Siviglia, che costituì un tentativo di riprodurre lo spettacolo tipico dell'ordine borghese in una città di radici e sensibilità nobiliari, e la celebrazione o commemorazione del quinto centenario della scoperta dell'America, con le sue molteplici e polemiche letture furono le Olimpiadi ad affermare appieno la normalizzazione della Spagna, il corollario del processo di canonizzazione europea e mondiale intrapreso nel 1975.[3]

Bisogna però interrogarsi sulle ipoteche non soddisfatte, sul costo di una riforma senza rotture con il passato, sul contenuto e la reale profondità dei cambiamenti avvenuti.[4] Se sul piano politico la validità di una costituzione garantista e decentralizzata è indiscutibile, e se altrettanto lo sono la modernizzazione e l'internazionalizzazione della struttura economica, bisogna anche interrogarsi sulla trasformazione dei sistemi di valori, le strutture di parentela o le abitudini di socializzazione. Sotto questo punto di vista i cambiamenti, al di là della retorica, sono lontani dal dimostrare un carattere rivoluzionario, mentre evidenziano il forte radicamento e la vetustà delle strutture del quotidiano. A mo' di esempio, di recente un famoso sociologo ha fatto notare come la famiglia si sia profondamente modernizzata: gli spagnoli hanno smesso di fare figli, posticipano l'età del matrimonio e si sono messi a studiare; oggi lo spagnolo medio è alto, ben vestito, istruito, colto e democratico; i giovani sanno divertirsi restando entro le norme. Simili cambiamenti non erano incompatibili con la sopravvivenza di un senso barocco della festa di origine religiosa, dei rituali popolari, delle processioni e degli spettacoli passionali, dove si rafforzano e rivivono gli elementi della tanto citata intelligenza emozionale.

Dietro una sintesi così ben espressa di tradizione e innovazione emergono tuttavia i costi del compromesso, le manifestazioni di un passato mascherato da presente, che ci ricordano i limiti naturali di ogni transizione. Accanto ai nazionalismi di radice etnica ed esclusiva, fortemente religiosi e ancorati a una concezione del mondo antecedente alla sua secolarizzazione, si intravedono i fenomeni tipici di una democrazia non perfetta, la difficoltà di far fronte alla marea migratoria, o l'insicurezza di importanti istituzioni, dal cui seno periodicamente riemergono, tingendo tutto di passato, il vecchio notabile, il profittatore, il truffatore di professione. Forse la lenta scomparsa di questi stereotipi, così legati a quanto ci si è lasciati dietro, rappresentava un prezzo da pagare a una transizione fatta per conservare e distruggere allo stesso tempo.

Alla fine è forse nel campo della memoria storica che il lascito della transizione, che ha preteso una così grande dose di oblio, evidenzia i limiti maggiori. Perchè, contrariamente a quanto si è voluto far credere, l'esistenza di una memoria storica non è negoziabile: il diritto al ricordo è la condizione per non tornare alla barbarie.


[1] Crf. F. Calvo Serraller, La imagen romantica de Espanja: arte y arquitectura del siglo xix, Madrid, Alianza Editorial, 1995, pp. 15-29.
[2] Sulle ambivalenze e le tappe di questo processo, cfr. G. Imbert, Los discursos del cambio: imagenes e imaginarios sociales en la Espana de la transicion, 1976-1982, Madrid, Ediciones Akal, 1990, p. 11 sgg.; A. Martïnez de las Heras, Las etapas espanïolas de la desreglamentacia, in J. Alvares e altri (a cura di), Historia de los Medios de Comunicacion en Espania: periodismo, imagen y publicidad, 1900-1990, Barcelona, Ariel, 1989, p. 427 sgg.
[3] Nel 1999 la Spagna è stata considerata dal settimanale britannico The Economist  "un paese europeo abbastanza normale". Cfr. C. Powell, op. cit., p. 646.
[4] F. Lopez Casero, W.L. Bernecker, P. Waldmann (a cura di), El precio de la modernizacion. Formas y retos de valores en la Espanïa de hoy, Madrid, Iberoamericana, 1994, p. 29 sgg.


Traduzione di Nazzareno Mataldi
da: "Lettera Internazionale"


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