Al Quirinale i dossier dell’epoca

La strategia di Ciampi: perché l’8 settembre è una festa della patria


Fino a ieri parecchi storici lo consideravano soltanto un filo, troppo esile per rifletterci sopra e così «revisionare il revisionismo» e le sentenze di morte della patria. Ma a Carlo Azeglio Ciampi quel filo basta. Lo considera, anzi, abbastanza forte da usarlo come tesi di fondo alla quale ispirare le commemorazioni per i sessant’anni dell’8 settembre. E la sua tesi è che la patria allora non morì semplicemente perché il lavoro dei governi del Regno Sud - ecco il filo - garantì la legittimità dello Stato e la continuità istituzionale. Un lavoro politico e istituzionale appunto che da Badoglio a Bonomi, a Parri si fece via via meno incerto e che, saldandosi subito con gli impulsi della Resistenza e dei partiti antifascisti, ridimensionò e circoscrisse il collasso del Paese, o di almeno metà di esso. Un lavoro che preparò la nascita della Repubblica ed evitò scenari peggiori, nel dramma apertosi in quella data spartiacque. Che il presidente sogni di ricomporre le drastiche divisioni della società italiana, anche attraverso una rivisitazione della storia (e predicando che l’8 settembre 1943 non segnò affatto l’ incipit di un inarrestabile degrado del sentimento nazionale), non è una novità. Ciò che stavolta risulta nuovo è l’approccio «scientifico» con cui darà sostegno alla sua predicazione civile. Tutto è nato da un colloquio con l’ex presidente della Consulta Francesco Casavola, che gli ha suggerito la lettura di un quasi sconosciuto saggio del suo predecessore Livio Paladin, concentrato proprio sull’«ordinamento costituzionale transitorio» dopo il 25 luglio 1943. 
L’analisi di Paladin sanciva in modo inequivocabile, in punto di diritto, che «cesura» non c’era stata. Ciampi ha però voluto andare più a fondo. E tra luglio e agosto ha mobilitato gli uffici del Quirinale, perché voleva verificare da vicino ciò che finora era affrontato in pochi capoversi da qualche storico di buona volontà. Così si è ritrovato sul tavolo un grande materiale. Ad esempio, i verbali delle sedute degli esecutivi di allora, con la rinuncia a porre subito l’alternativa istituzionale monarchia-Repubblica. I dossier dei diplomatici impegnati a negoziare con gli Stati stranieri la transizione. I testi dei provvedimenti di legge (ben 1.472) e i carteggi del Luogotenente del Re, Umberto di Savoia. Gli accordi politici attuati. Le inedite formule di giuramento dei ministri, i quali per la prima volta s’impegnavano a servire «gli interessi dell’Italia» e non nominavano più la Corona. 
Tutte tracce concrete di una cornice istituzionale che, per merito di quei governi di breve vita, poté in qualche modo contenere uno scontro drammatico e che progressivamente permise alla politica di rimettersi in movimento senza salti nel buio. Come Ciampi ha sempre pensato, e detto, a far fallimento - e a defungere - in quel tragico 8 settembre, che divise l’Italia, fu insomma il fascismo, non lo Stato. In questo quadro, anche la vergognosa fuga del re da Roma può essere spiegata, e forse un po’ giustificata, da un punto di vista istituzionale. Indipendentemente dal «vissuto» degli italiani (per i quali fu un «tradimento» e basta), si può considerarla funzionale a creare un luogo sicuro, «un punto di continuità dello Stato», da dove i Savoia avrebbero potuto intrattenere un dialogo con gli Alleati sul futuro del Paese. 
Partirà dunque da questa nuova esplorazione privata la seconda fase di rilancio della memoria storica da parte del Presidente. Lui sogna che il giorno dell’armistizio diventi per gli italiani una data utile a ritrovare una patria, non a commemorare il «lutto senza ritorno» di una democrazia orfana. 
Marzio Breda


Corriere della Sera
7 settembre 2003


Il «secondo risorgimento»

L’8 SETTEMBRE

di ARTURO COLOMBO


Era un mercoledì quell’8 settembre del 1943, quando i milanesi che avevano acceso la radio alle 19.42 sentirono il maresciallo Badoglio, allora capo del governo, che annunciava l’armistizio, con la gelida aggiunta: «Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo». Chi era in città (e c'è chi ha ancora la memoria sveglia) ricorda che le strade cominciarono a riempirsi di gente, specie in centro: da piazza Duomo a piazza San Babila e nelle vie adiacenti, compreso Montenapoleone.
Non era gente che si precipitava a gridare «evviva» o «abbasso»: era piuttosto gente che si interrogava, che voleva sapere, senza nascondere un’inquietudine, o almeno una forte incertezza, per quanto sarebbe potuto capitare all’indomani.
Allora non c’erano radio libere; solo fra i pochissimi che avevano il coraggio di sfidare il pericolo e ascoltare Radio Londra qualcuno era pronto a confessare che qualcosa si era saputo, fin dal pomeriggio. Gli altri vivevano in attesa - un’attesa carica di tremori, e non di entusiasmo - che ci fosse qualche conferma più precisa (o magari, una smentita).
Così erano rimasti «fuori» fino a tarda ora. Anche il «Corriere» aveva tentato un’edizione straordinaria: ma in prefettura l’avevano «bloccata» (l’ha raccontato Gaetano Afeltra, che già lavorava qui). Solo l’indomani mattina, giovedì, quel titolone a tutta pagina, «Armistizio», aveva prodotto una tensione che in taluni rasentava il panico, nessuno immaginandosi cosa poteva scoppiare da un momento all’altro.
Ma il peggio doveva arrivare: i tedeschi, che già erano in città, non tardarono un attimo a moltiplicare la loro presenza un po’ dovunque, coi mezzi da guerra resi più lugubri dal coprifuoco, accentuando la paura (nei più) ma anche sollevando un istintivo bisogno di ribellione (seppure nei pochi, da anni decisi a «non mollare»).
Poi l'atmosfera sarebbe diventata ancora più cupa, mentre chi poteva abbandonava velocemente Milano: fra questi anche chi, toltasi precipitosamente la divisa, cercava a tutti i costi qualche nascondiglio. Per fortuna, però, c’era anche chi avvertiva che proprio quel «voltafaccia» avrebbe segnato l’inizio del riscatto. I rappresentanti dei sei partiti antifascisti, che fin dal 26 luglio del ’43 si erano riuniti dall’avvocato Adolfo Tino (il futuro presidente di Mediobanca), sapevano che così avrebbe preso avvio il movimento di liberazione.
Il «secondo risorgimento» di Milano cominciava da lì: speriamo che di un terzo non ci sia bisogno. 



Corriere della Sera
8 settembre 2003

Messaggio di Ciampi per il 59.mo anniversario di Montelungo


Il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha inviato un messaggio al gen.Luigi Poli, per il 59.mo anniversario della battaglia di Montelungo. 'Con i combattenti di Montelungo, l' esercito italiano confermava sul campo la scelta di cobelligeranza con le forze alleate - ha scritto Ciampi - La Guerra di liberazione entrava cosi' nel vivo di quel conflitto, che tanto sacrificio avrebbe richiesto al popolo italiano e che, tuttavia, in quindici mesi di lotta, valse a riscattare la Patria'.

Ansa
8 dicembre 2002

Il contributo dei militari alla Guerra di Liberazione in Italia

 

Attacco a Monte Lungo

L'8 settembre del '43, all'annuncio dell'armistizio con gli Alleati, l'esercito italiano, a causa della mancanza di disposizioni precise da parte degli alti comandi militari, si era liquefatto. Fu un vero e proprio dramma, umano e militare, anche se nelle settimane successive non mancarono gli episodi di resistenza ai tedeschi (Roma, Cefalonia, Corfù, Corsica, Albania, Rodi, Lero) e, viceversa, ci furono anche numerosi casi di adesione alla Rsi. Ciò nonostante, in vario modo, nel biennio 1943-1945 l'esercito italiano si riscattò, dando un forte contributo alla Guerra di Liberazione, anche in termini di vite umane (87.000 vittime).

MILITARI CADUTI nella Guerra di Liberazione

    Esercito:    76.000 (compresi 42.000 Imi morti nei campi)

    Marina:       9.000

    Aviazione:    2.000 

    Totale:        87.000

 

 

Ecco come si sostanziò il contributo dei militari alla Guerra di Liberazione:

 

1) Molti militari si diedero alla macchia, e andarono poi ad alimentare le bande dei partigiani nelle montagne, non solo quelle autonome ma anche quelle legate ai partiti, molte delle quali furono comandate da ufficiali dell'esercito. Quasi tutta la flotta e una parte rilevante dell'aviazione si consegnò agli Alleati, e proseguì poi la guerra al fianco degli anglo-americani.

2) Nei Balcani, in Francia, in Grecia, in Albania, in Polonia, nelle isole, migliaia di militari italiani sfuggirono alla cattura da parte dei tedeschi e parteciparono ai movimenti di liberazione nazionali, unendosi ai partigiani locali.

3) La stragrande maggioranza degli Imi, gli ufficiali e i soldati italiani catturati dai tedeschi e internati nei campi di concentramento (oltre 600 mila), decise di resistere e di non aderire alla Rsi.

4) Vi erano, al momento dell'armistizio, circa 600.000 prigionieri nelle mani degli Alleati.  Soldati per lo più caduti nelle mani del nemico a seguito dell'offensiva in Nord Africa (1940-'41) alla resa in Tunisia ed al tracollo del luglio agosto 1943 in Sicilia.  Per lo più, tranne i 10-12.000 soldati in mano all'URSS, erano in mano anglo-americana. Questi soldati, questi italiani all'annuncio dell'armistizio dovettero, come tutti, fare delle scelte.  La stragrande maggioranza scelse di cooperare con gli ex-nemici, con compiti soprattutto di supporto logistico o di ausilio alla produzione bellica (una parte degli ex-prigionieri, fu aggregata alle ricostituite Forze Armate italiane del Sud).

5) Dopo la dichiarazione di guerra alla Germania (13 ottobre 1943) da parte del Governo Badoglio e il riconoscimento all'Italia dello status di cobelligerante da parte degli Alleati (16 ottobre), le Forze Armate italiane, che si erano ricostituite al Sud, ebbero il battesimo del fuoco nella battaglia di Montelungo (dicembre 1943). Parteciparono alla guerra prima il I Raggruppamento Motorizzato, poi il C.I.L., poi i Gruppi di Combattimento. Nel corso dei mesi di guerra, da poche migliaia di persone l'esercito italiano arrivò a contare più di mezzo milione di soldati (400.000 dell'Esercito, 80.000 della Marina, 35.000 dell'Aeronautica), un quarto degli uomini impiegati e circa un ottavo delle forze combattenti. I soldati italiani combatterono al fianco degli Alleati in Abruzzo, Lazio, Marche, Toscana, fino alla grande offensiva dell’aprile ’45 in Emilia Romagna.

Le fasi salienti di venti mesi di guerra videro impegnati:

 

  • una Brigata (1° Raggruppamento Motorizzato): nel dicembre del 1943 scrisse pagine gloriose nella fornace della battaglia del Garigliano (3.000 uomini a Monte Lungo);

  • un Corpo d'Armata, formato da due Divisioni più i Supporti (Corpo Italiano di Liberazione): nell'estate del 1944 combattè per la liberazione dell'Italia Centrale fino al Metauro e alla Linea Gotica sugli Appennini;

  • un'Armata, composta da sei Divisioni (Gruppi di Combattimento "Legnano". "Folgore", "Friuli", "Cremona", "Mantova", "Piceno"): nell'inverno del 1944 e nella primavera 1945 diede testimonianza di eroismo sulla Linea Gotica e nella battaglia finale;

  • otto Divisioni Ausiliarie: per l'intera durata della Campagna assolsero importanti funzioni logistiche, nelle quali si distinsero in modo particolare le "Salmerie da Combattimento" e il "Genio da Combattimento".

da http://www.romacivica.net/anpiroma/index.htm

Un intervento di Nuto Revelli in occasione del conferimento della laurea Honoris causa

A lezione nel mondo dei vinti
di Nuto Revelli

La laurea Honoris causa che questa prestigiosa università mi ha conferito, mi inorgoglisce perché premia il mio impegno di cultore delle "fonti orali". Ma soprattutto mi intimidisce perché la maggior parte del merito delle mie indagini spetta agli autori delle storie di vita che ho raccolto, ai protagonisti del mio "mondo dei vinti".
Avevo 20 anni nel luglio del '39 quando conseguii presso l'istituto tecnico di Cuneo il diploma di geometra. La guerra era alle porte. Non per niente domandai subito di venire ammesso in un'accademia militare per imparare quel mestiere. Altro che geometra. Trascorsi due anni a Modena, in quella scuola severa come un seminario. Poi, con il grado di sottotenente, fui assegnato al II reggimento alpini della divisione Cuneense, che era appena rientrato dall'Albania.
Erano stanchi i miei alpini, dopo le esperienze non certo esaltanti del fronte occidentale e del fronte greco-albanese. Diventarono i miei "maestri". Dialogavo con loro, li ascoltavo. Mi intimidivano. Mi aiutavano a capire, a crescere. Avevano la famiglia, la casa al centro di tutto. Il loro unico sogno era una "licenza agricola".
Nel luglio del '42, con il V reggimento alpini della divisione Tridentina, fui inviato sul fronte russo. Conservo un ricordo preciso di quanto fosse immensa la mia ignoranza. Appartenevo alla categoria dei cosiddetti "colti" ma a malapena sapevo dove fosse collocata geograficamente l'Urss. Non mi rendevo conto di appartenere a un esercito di aggressori. I tedeschi vincevano anche per noi e li consideravo alleati preziosi. Andavo a migliaia di chilometri da casa mia, ad ammazzare o a farmi ammazzare, ma per che cosa? Per la "Patria". Quale "Patria"? Quella del fascismo, della monarchia, dei Savoia?
Quando si intuisce di essere ignoranti si compie già il primo passo per uscire dal buio. Decisi di tenere un diario. Mi ripromettevo di elencare i momenti più significativi dell'esperienza che stavo per vivere, di registrare i miei stati d'animo, miei sentimenti più intimi. Volevo imparare, volevo capire.
Durante il viaggio _ a Stalbtzy _ intravidi gli ebrei, quelli dei campi di sterminio dei quali ignoravo l'esistenza. Erano una sessantina di relitti umani _ donne, uomini, bambini _ scalzi, sporchi, coperti di stracci. Tutti marchiati con la stella gialla. Sembravano fantasmi. Si trascinavano lungo la nostra tradotta implorando un pezzo di pane. Odiai le due SS che li controllavano da lontano con i mitra spianati. E dissi a me stesso: "Questa è la guerra dei tedeschi, non la mia guerra". Ero ignorante, ma incominciavo a interrogarmi, a scegliere, a capire. Poi la vita di linea, sul Don, e nel gennaio '43 l'inizio della fine, il disastro. Ricordo tutto dei giorni e delle notti della ritirata, di quell'interno. Il 20 gennaio _ terzo giorno della ritirata _ nell'immensa piana di Postojali, nei 25 gradi sotto zero mi resi conto che avevo capito tutto. La nostra colonna _ 30 o 40 mila uomini allo sbando _ sostava da ore in attesa di ordini. Eravamo più morti che vivi. Maledii il fascismo, la monarchia, le gerarchie militari, la guerra. Avevo capito tutto, ma troppo tardi!
"Ricordare e raccontare", questa la parola d'ordine che mi portai nel cuore da quell'esperienza tristissima. Nei giorni dell'8 settembre ero a Cuneo e se scelsi istintivamente di lottare contro i fascisti e i tedeschi fu perché sentivo nella mia coscienza il peso enorme di quelle decine di migliaia di poveri cristi _ la maggior parte "contadini in divisa" _ mandati a morire per niente in quella guerra maledetta. Furono importanti i mesi che trascorsi nelle formazioni partigiane di "Giustizia e Libertà", con "maestri" come Livio Bianco e Duccio Galimberti. In quei venti mesi diventai adulto.
Soprattutto Livio mi era vicino. Io lo aiutavo a risolvere i problemi pratici, quelli militari. E lui mi insegnava l'abc della cultura politica, e a dare un senso all'esperienza che stavo vivendo.
Nel '46 sentii l'obbligo di gridare la mia verità. Pubblicai il mio diario di Russia. L'informazione era vaga, per non dire inesistente. Le fonti ufficiali tacevano. E le famiglie della provincia di Cuneo che avevano perduto un loro congiunto sul fronte russo, circa 7000, continuavano a illudersi che tutti gli "assenti" fossero vivi, prigionieri. Per l'autorità militare, quasi tutti gli "assenti" appartenevano alla vastissima categoria degli scomparsi nel nulla, dei "dispersi": cioè dei non vivi e non morti.
Nel '62, con la Guerra dei poveri, conclusi il mio discorso autobiografico. E decisi di dare una voce agli ex soldati, a chi aveva sempre dovuto subire le scelte degli "altri", ai pochi superstiti della prigionia di Russia. Pubblicai La strada del Davai. Poi L'ultimo fronte: raccolsi le lettere che i caduti e i "dispersi" avevano inviato alle famiglie dai vari fronti di guerra, soprattutto dal fronte russo. Erano difficilmente raggiungibili quei piccoli "archivi familiari", custoditi gelosamente dalle madri, dalle spose, dalle sorelle dei caduti e dei "dispersi". Bisognava acquisire quegli epistolari senza procurare nuovi traumi e sofferenze. Occorreva molta umiltà e prudenza nel chiedere.
Centinaia di lettere le acquistai da uno straccivendolo di Cuneo: l'autorità militare le aveva cedute come carta da macero. Non poche di quelle lettere le restituii poi alle famiglie perché erano preziose come tanti testamenti.
Ma assistevo al grande esodo dalla campagna povera, all'abbandono delle aree depresse della montagna e dell'Alta Langa, come risposta all'industrializzazione troppo rapida della pianura. Era un vero e proprio terremoto. Si contavano a migliaia i contadini, i montanari che diventavano manovali dell'industria. Un patrimonio di forze, esperienze, mestieri, destinato a disperdersi. Altro che "difesa dell'ambiente" e "governo del territorio". Con l'esodo indiscriminato, caotico, in non poche aree della nostra collina e della montagna si sfilacciava il tessuto sociale, si estendeva il deserto.
Raccolsi le storie di vita de Il mondo dei vinti e de L'anello forte per dare voce a chi era costretto, ancora una volta, a subire le scelte sbagliate degli "altri". Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell'ignoranza, come eravamo cresciuti noi della "generazione del Littorio". Oggi la libertà li aiuta, li protegge. La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta


Un eroe della Resistenza

Filippo Beltrami signore dei ribelli

di ETTORE MO


«Un bel dì mi venne il fregolo/ di fermarmi in quel di Megolo ...»: con questi versi goliardici, l’architetto Filippo Maria Beltrami aveva indicato il luogo - una frazioncina di Pieve Vergonte, sulla riva destra del Toce - dove la sua «banda» di ribelli sarebbe stata sterminata da reparti nazifascisti dislocati sul Cusio e nell’Ossola. Era il 13 febbraio del ’44. Con Beltrami, il Capitano, morirono dodici partigiani tra cui un ufficiale di carriera che dopo l’8 settembre aveva voltato le spalle al regio esercito italiano, Antonio Di Dio, e un ragazzotto di diciassette anni, Gaspare Pajetta, il più giovane dei rampolli Pajetta da Torino, antifascisti doc. Senza retorica, si può dire che fu uno degli episodi più eroici e strazianti della Resistenza: e che oggi, prima ad Omegna e poi a Megolo, verrà rievocato dall’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, personalmente coinvolto nella vicenda, per la sua militanza nel Novarese, durante gli anni della guerra. Per chi è vissuto da queste parti e si affacciava appena all’adolescenza al tempo di quella tristissima storia, la morte del Capitano (trentatré anni) e dei suoi «ragazzi» ha lasciato un solco che i successivi avvenimenti storici non sono mai riusciti a prosciugare del tutto. 
È stato perciò normale, in questo clima di rievocazioni, fare una scappata al piccolo cimitero Cortavolo di Megolo, dove sono ancora sepolti Gaspare Pajetta e lo studente che con lui, da Torino, s’era arruolato nella «banda» Beltrami e vi era stramazzato al fianco, quella mattina, poco dopo le otto, Aldo Carletti: e dove hanno voluto essere interrati i genitori di Gaspare e anche il fratello più grande, Giancarlo, che sarebbe sceso sulle «trincee infuocate» del Parlamento col fazzoletto rosso del Pci. 
Ma prima di intraprendere questo pellegrinaggio sui sentieri di ragno dell’infanzia e dell’adolescenza sono andato a trovare la vedova di Beltrami, Giuliana Gadola, che aveva già tre figli quando le uccisero il marito: alla quale chiedo scusa se posso dedicarle così poco spazio. Riconosco comunque che devo a lei e alle molte cose che mi ha raccontato se ho ripercorso l’itinerario di quell’antica bruciante sofferenza con occhi nuovi. La signora Beltrami, che è sempre molto attiva nell’Anpi (sezione femminile) e scrive poesie - a suo tempo apprezzate da Montale - e libri: ne ha dedicato uno, già nel ’46, al suo uomo, Il Capitano . Un libro che è un atto d’amore. «Filippo - scrive - non pensava molto a morire, gliene mancava il tempo ... Semmai peccava, non poteva essere che per eccesso. Credo che sia stata una delle poche persone che hanno traversato l’esistenza senza dire né fare né pensare mai una sola cosa meschina, una sola cosa volgare». 
Ma chi era Beltrami? I suoi biografi più attenti - Mauro Begozzi ne Il signore dei ribelli e Paolo Bologna in La battaglia di Megolo - sono concordi nel sottolineare che non gli si potrebbero attribuire etichette come oggi si usa coi protagonisti della storia. Mario Robertazzi («Milano Sera», 25 aprile ’46) lo definisce «un uomo limpido» che era sempre stato «antifascista, ma fanatico no»: lo irritavano lo stile, la grossolanità dei gerarchi degli anni ’30 e ’40, e non sorprende che a un certo punto confidi alla moglie il suo senso di solitudine e anche il suo schieramento: «Vedrai Giuliana che quando verrà il momento di agire saremo solo io e te... Il popolo è magnifico, noi borghesi siamo marci». 
Dall’Ossola alla Valstrona, sempre itinerando nella Resistenza, il passo è breve. Le «bande» dei ribelli o dei partigiani (quelle dei Garibaldini di Moscatelli o del Capitano Bruno o dei Beltrami e dei fratelli Di Dio) transitavano da un crinale all’altro o bivaccavano qui e là, attorno a una baita o nei boschi di castagni. Sono capitato a Forno-Valstrona pochi giorni dopo la morte del mio grande amico Paolino Zolla. L’avevo incontrato all’Albergo del Leone, dov’ero in convalescenza dopo un incidente subito durante la guerra del Golfo. Lunghe chiacchierate ed ampi bicchieri di vino, sempre rosso. Paolino era il sagrestano e il campanaro della parrocchia di Forno. Alle 5 del mattino ti informava se era sereno (un tocco), se coperto (due tocchi), se c’era pioggia (tre tocchi) o neve (quattro). Ma le campane non servivano solo a questo: aveva trovato un suo «linguaggio» per avvertire i partigiani di non avvicinarsi al paese perché erano sopraggiunti i «tudar», i tedeschi, e i fascisti. Aveva uno zio prete, Paolino, che era diventato anche monsignore, don Giulio Zolla, e che più volte s’era offerto ai fascisti per risparmiare la vita dei suoi parrocchiani. Come quel giorno che, a Forno, fucilarono otto ribelli. «Era il 9 maggio del ’44 - raccontava il sagrestano -, chi se lo dimentica? Mio zio ha detto: prendete me. Niente da fare. Li aveva confessati uno per uno, li ha visti cadere. Sette sono caduti, ma l’ottavo era rimasto in piedi perché il fucile di uno del plotone s’era inceppato. E allora quel poveraccio ha dovuto aspettare che quello stronzo di repubblichino ricaricasse l’arma per accasciarsi in mezzo agli altri cadaveri». 
Paolino aveva anche un fratello prete, don Giovanni, tuttora parroco di Omegna. Ma tutto questo odore di incenso e sacrestia non è riuscito a fare di lui un cristiano modello, un devoto, un baciapile. E quando dal campanile di Forno si diffondevano improvvisamente le note di Bandiera rossa tutti i valligiani della Strona e del Cusio sapevano che Paolino aveva litigato con lo zio monsignore. 


Corriere della Sera
24 febbraio 2002


RELAZIONE SULL'ECCIDIO DI VIA RASELLA E SULLA CONSEGUENTE ESECUZIONE SOMMARIA PER RAPPRESAGLIA DI UN NUMERO IMPRECISATO DI ITALIANI DETENUTI POLITICI, ED ALCUNI COMUNI, DA PARTE DEL COMANDO TEDESCO IN ROMA.

(Inchiesta del col. J. Pollock del Comando di Polizia alleata).


Da una relazione redatta l'11 maggio dal famigerato dott. Pietro Kock comandante delle squadre di torturatori create dal questore Caruso, ed esistente nel fascicolo intestato "Bombe lanciate contro una colonna di militari tedeschi". Rivelasi che un giovane, identificato per Calamandrei Franco di Pietro, nato a Firenze il 21 settembre 1917, studente del III anno di lettere, il giorno dell'attentato si trovava all'angolo di Via Rasella, e, all'apparire della colonna tedesca, fece un cenno convenzionale ad uno sconosciuto travestito da spazzino, conosciuto col nome di Paolo. Costui, con la sigaretta, avrebbe acceso la miccia per la esplosione delle bombe depositate su un carettino porta-immondizie. 
Un altro individuo, contemporaneamente, da un posto sopraelevato, avreb- be buttato, al momento del passaggio della colonna, alcune bombe a mano ed avrebbe esploso alcuni colpi d'arma da fuoco, onde dare I'impressione che le bombe occorse per I'attentato alla colonna erano partite dall'alto Immediatamente vi fu reazione da parte dei soldati tedeschi, militi della g.n.r e da un gruppo di fascisti capitanati dal Questore Caruso, dal ten. Kock e da altri suoi fidi collaboratori. Tedeschi e fascisti procedettero ad arresti in massa, prelevando dai fabbricati da cui si riteneva fossero partiti i colpi d'arma da fuoco, vecchi donne e bambini. 
La stessa sera le SS richiesero i precedenti penali e politici di tutti coloro che erano stati arrestati da loro nel pomeriggio, e per ciascuno i funzionari e gli agenti addetti, dissero che precedenti non ce n'erano, sebbene alla richiesta dei precedenti presenziassero ufficiali delle SS tedesche. 

La sera dello stesso 23 marzo il questore Caruso ebbe dal comando tedesco la richiesta di consegnare cento nominativi di persone arrestate; il Caruso ridusse la richiesta a cinquanta e, prima di aderire, volle recarsi da Buffarini Guidi per farsene autorizzare. La mattina del successivo 24 tenne nel suo gabinetto una breve e segreta riunione con i suoi più fidi e diretti collaboratori, comandanti delle varie squadre speciali, Kock, Tela, Bernasconi, Occhetto e qualche altro non conosciuto, con i quali preparò una nota di 50 detenuti da consegnare sollecitamente al comando tedesco per la fucilazione. Nell'elenco furono inclusi tutti i nomi degli esponenti e gregari del partito d'azione e di altri arrestati dalle squadre speciali e dai fascisti. L'elenco, sottoscritto dal Caruso, venne inviato all'Ufficio Matricola delle carceri dal dott. Alianello, il quale giunse sul posto con mezz'ora di ritardo provocando l'inconveniente che i tedeschi, recatisi a ritirare gli uomini loro assegnati dal Caruso, non avendo trovati quelli, prelevarono un gruppo di dieci pregiudicati comuni che dovevano essere, invece, rimessi in libertà. Pertanto dall'elenco firmato dal Caruso vennero sostituiti dieci nomi di ebrei con quelli arbitrariamente prelevati dai tedeschi. 

Su tali circostanze non possono sorgere dubbi perché il questore Caruso sottoposto ad interrogatorio nelle locali carceri, ha sostanzialmente confermato quanto innanzi è detto. 
Il comando tedesco prelevò dal terzo braccio e da Via Tasso, complessivamente altre 270 persone fermate dalle SS che, ammanettate ed a mezzo di autocarri coperti, vennero condotte in zona che non fu fatta conoscere a nessuno e che solo in seguito si è saputo essere le Fosse Ardeatine. 
Come rilevasi da una relazione esistente nel fascicolo sopraindicato, tutti i fermati sarebbero stati trascinati ammanettati in una galleria, che militari tedeschi fecero poi saltare con mine. 
Negli atti non si rinviene l'elenco degli uccisi che pure si sarebbe dovuto rinvenire in un fascicolo riservato, evidentemente distrutto prima che i tedeschi si allontanassero da Roma. 

Da un sopralluogo fatto eseguire da un funzionario alle tragiche grotte, è risultato quanto segue: 
Il desolato campo nel quale sorgono le tragiche grotte di Domitilla si trova a poche centinaia di metri dal luogo dove la Via Appia Antica si tripartisce per proseguire in tre diverse direzioni: l'una verso l'Appia Pignatelli; l'altra verso Via Ardeatina e la terza in prosecuzione dell'Appia Antica. Le tristi fosse che accolgono le spoglie di più che 320 martiri sorgono in una zona sottostante alla Via Ardeatina e sono costituite da tre cunicoli longitudinali e paralleli, lunghi circa 100 metri, coperti in un ricco terrapieno e congiunti alla loro estremità superiore da un braccio trasversale nel quale si può ora ficcare lo sguardo attraverso un grande foro circolare, al sommo del terreno, delle dimensioni di circa tre metri di diametro. 
Ai tre cunicoli si accede attraverso due aperture delle dimensioni di circa 4 metri. 
Tale D'Annibale Nicola fu Antonio, nato a Ceccano (Frosinone) il 24-2-1899, abitante in Piazza Casal Maggiore n.3, int. 6, occupato quale porcaro nel terreno sito in Via Ardeatina prospiciente alle fosse Domitille poté assistere non visto all'eccidio da un campo che si trova a cavaliere delle fosse. 
Egli ha dichiarato che il 24 marzo 1944 verso le ore 14 vide giungere alla cava di Via Ardeatina situata a circa 70 metri dal luogo dove egli si trovava, due furgoni tedeschi, del tipo di quelli in uso per il trasporto delle carni macellate, completamente chiusi e con sportelli apribili dalla parte posteriore. 

Detti automezzi dinanzi alla cava eseguirono una manovra circolare, in modo da far capitare all'imboccatura di essa la parte munita di sportelli, con una piccola marcia indietro I'auto veicolo penetrava addirittura per qualche metro nell'interno del cunicolo destro. La cava nel suo insieme permetteva agevolmente la manovra dei furgoni. Compiuta tale operazione, le persone che si trovavano nell'automezzo ne discendevano e venivano avviate nell'interno e propriamente in fondo alla cava, dove venivano mitragliate a mezzo di un fucile mitragliatore. 
È opportuno notare che la zona era stata all'uomo completamente isolata da soldati tedeschi che si erano situati ai vari blocchi. 
I colpi rimbombavano cupi nella solitudine circostante e non lasciavano dubbi circa la loro tragica natura, ma le grida giungevano soffocate. 
Lo spettacolo destava terrore e raccapriccio. 
Secondo il D'Annibale in ogni automezzo potevano stare alla rinfusa dai 70 agli 80 uomini e gli automezzi, scaricato il loro triste carico tornavano indietro a rifornirsene e così,a quanto ricorda il D Annibale, per tutta la giornata, e fino alle ore 14 del giorno successivo. 

Secondo tale versione, pertanto, il numero delle vittime sarebbe ben superiore di 320 e si confermerebbe la voce popolare, che le fa ammontare a circa 700. 
I primi due automezzi trasportarono persone prelevate dalle prigioni tristemente famose di Via Tasso,mentre gli altri trasportarono detenuti prelevati dal carcere di Regina Coeli. 
Ai detenuti prelevati dalle prigioni di Via Tasso fu dato ad intendere che sarebbero stati inviati a lavoro nelle retrovie di Anzio; si ignora che cosa sia stato detto agli sventurati provenienti dalle carceri, ma i giornali pubblicarono che si disse loro che dovevano affrontare un lungo viaggio. 
I tedeschi, dopo un paio di esecuzioni facevano esplodere, sempre nell'interno della galleria delle mine il cui terriccio copriva,di volta in volta,le decine di cadaveri di patrioti ammucchiatevi alla rinfusa. I tre bracci della galleria verso il fondo furono così in breve sommersi sotto l'azione delle mine. Nel braccio di sinistra che si colloega nel mezzo delle due porte, i patrioti venivano colpiti a misura che entravano da una mitragliatrice posta all'angolo sinistro dell'ingresso. I cadaveri veniva poi trascinati a braccia dagli assassini in fondo al cunicolo ed ivi ammassati . 
Nessun'altra persona delle vicinanze è stata in grado di riferire alcunché intorno al criminoso episodío, che ricorda cosi da vicino le fosse di Kathyn. 


Roma,lì 13luglio 1944. 

tutta la documentazione sull'eccidio in:
http://www.romacivica.net/NOVITCH/FosseArdeatine/fosse.html


ELZEVIRO Lo storico si racconta

La lunga guerra del tenente Spini

di FRANCESCO MARGIOTTA BROGLIO


Nel freddo inverno del 1944 due ufficiali dell’VIII armata britannica, «stanchi, bagnati e intirizziti», reduci da una missione «top-secret» sull’Appennino alla ricerca di «collaborazionisti» sovietici scomparsi (fucilati, secondo un agente russo, dai polacchi), bussano alla porta dell’amico sacerdote, segretario del vescovo di Arezzo, fiduciosi di passare finalmente la notte in un letto caldo. Troppo tardi: nella camera si nascondeva S.E. Papini, accademico dell’Italia fascista, e i due «liberatori» dovettero adattarsi ai divani dorati ma durissimi del salone episcopale. Questo uno dei tantissimi, eloquenti e gustosi episodi della guerra di Liberazione dai quali è scandito il racconto che uno dei maggiori storici italiani, Giorgio Spini (quanti hanno studiato sui suoi manuali!), sviluppa, a ottantacinque anni, nel volume La strada della liberazione , curato dal figlio Valdo (Claudiana Editore, Torino). Si tratta di un denso e vivace «memoriale» composto da documenti inediti (così la «delazione» che nel 1939 portò tra i tentacoli dell’Ovra i giovani raccolti intorno alla «riforma letteraria» di Noventa e Carocci: Franco Fortini, V. Bucchi, G.P. Carocci, Giorgio Spini e il testo dell’interrogatorio di quest’ultimo), narrazioni a caldo, in qualche caso trasmesse da Radio Bari o stampate in giornali «resistenziali» con lo pseudonimo «Valdo Gigli»; reminiscenze, appunti e dialoghi particolarmente illuminanti con Valdo - uomo politico della sinistra, parlamentare, ministro - che, con il titolo ricorrente «Detto in confidenza», chiudono ognuno dei dieci capitoli inquadrando, commentando o approfondendo con grande freschezza le vicende narrate. 
Si va dalla formazione religiosa, con la riscoperta di Calvino e la riflessione teologica nel solco di Barth, agli anni universitari fiorentini con Momigliano, Pasquali, Rodolico; dal sodalizio con Giacomo Noventa all’insegnamento nei licei e istituti di Firenze e Pistoia; dalla monografia sul Brucioli agli studi nell’archivio spagnolo di Simancas alla base del fondamentale volume su Cosimo I, che potrà essere pubblicato solo nel dopoguerra. 
Si arriva al conflitto mondiale, all’incontro con il partito d’azione (al quale lo avviano due amici evangelici, Peyronel e Rollier e dove incontra Carlo Azeglio Ciampi che ancora conserva gli appunti delle sue conferenze baresi), all’attraversamento del fronte per raggiungere il Sud dopo l’8 settembre. Accolto con poco entusiasmo dal Regio Esercito, viene addetto alla trasmissioni di Radio Bari e poi, grazie alla conoscenza dell’inglese, distaccato presso l’ottava armata britannica, nella speciale unità incaricata di occuparsi di stampa e trasmissioni radio, ma anche di «intelligence» nelle città e al fronte. La comandava un discendente illegittimo di Carlo II Stuart con il quale Spini, chiamato Giorgio dal padre in onore dell’Inghilterra dove aveva studiato la meccanica delle locomotive, riuscì ad intendersi nonostante lo snobismo oxoniano. 
Inizia da Orvieto una lunga strada che lo riporta primo militare «britannico» nella sua Firenze e lo vede poi scorrazzare in jeep per le Romagne con il capitano Sasson (ebreo inglese d’Egitto, ma italiano di madre e cresciuto a Fiesole), a raccogliere la documentazione abbandonata dai tedeschi e finire poi nel Veneto a dirigere un quotidiano padovano nel 1946. 
Da segnalare l’arrivo alla Rocca delle Caminate dopo un bombardamento nel quale gli alleati avevano colpito le proprie truppe invece di quelle germaniche: devastato dai polacchi, il nido del Duce apparve a Spini un insieme di «cianfrusaglie di un cattivo gusto incredibile esaltanti il Duce e le sue imprese»: fra i calcinacci una copia del Aventure Italienne dell’esule antifascista Silvio Trentin. 
Spini trova anche il tempo per sposarsi e per intensificare i contatti con gli azionisti ai quali si unirà nella lotta politica del dopoguerra: «Pippo» Codignola, Calamandrei, Enzo Enriques, Carlo Francovich. Singolare questa «ripresa» in diretta della Resistenza e della guerra di Liberazione filmata da uno storico di formazione (e poi di professione), da un ufficiale italiano prestato agli alleati, da un antifascista più per allergia al «becerume canagliesco», per le amicizie giovanili, per l’etica protestante instillatagli dal padre, che per una compiuta a precoce riflessione politica che arriverà solo con l’azionismo. 
È da meditare l’auspicio di una sorta di biografia collettiva che ricostruisca il senso paradossale di «liberazione» che provarono i giovani italiani arruolati nel 1940-’41: «Eravamo la generazione che aveva avuto sempre paura..., vestiti in uniforme la nostra paura finì, ci sentimmo curiosamente liberi. Triste la fine della strada: Una gran malinconia ci calò addosso. Ci sentimmo stranamente vecchi all’improvviso e nessuno sapeva bene cosa avrebbe potuto fare di se stesso». Il giorno tanto atteso si rivelava «grigio di tristezza». Gli inglesi la affogarono dignitosamente nell’alcol, Spini iniziò un nuovo lungo cammino: la strada della storia e del suo insegnamento. Le tappe saranno molteplici e diversificate e le sue opere, dagli studi medicei all’autobiografia della giovane America, dai libertini del Seicento ai puritani, dalle origini del socialismo ai protestanti del Risorgimento, restano pietre migliari della storiografia italiana del Novecento. 


Corriere della Sera
Martedì 14 Gennaio 2003


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