IL PERSONAGGIO
Iso e il capitano Finestra
di LUCA FAZZO

Per farsi raccontare cosa fu davvero la Resistenza bisogna salire al primo piano di via De Amicis 17, cercare la strada tra i tavoli delle signore che giocano a canasta e a bridge, e farsi indicare la stanza di Aniasi. L´ex sindaco è nel suo ufficio. Se gli parli di quelli che oggi il 25 Aprile lo vorrebbero cancellare socchiude gli occhi, fruga nei ricordi. E torna con la testa sulle montagne dell´Ossola, un´estate di quasi sessant´anni fa. E dalle labbra gli esce un nome: «Finestra». «Il capitano Finestra». È un nome che arriva dritto dai rastrellamenti nazisti e repubblichini che colpivano le montagne dove Aniasi e i suoi compagni della seconda divisione Garibaldi si erano arrampicati dopo l´8 settembre. «A guidare la milizia nei rastrellamenti era lui, il capitano Finestra. Per chi finiva nelle sue grinfie c´erano il plotone d´esecuzione o il campo di sterminio. E sa dov´è oggi Finestra? Ha fatto per anni il sindaco di Latina. È stato per due legislature senatore della Repubblica Italiana. Sta in Alleanza nazionale, sdoganato, legittimato».

IL PERSONAGGIO
"Dopo l´8 settembre era un assassino della milizia fascista, poi è stato sindaco e senatore"
Aniasi: il mio no alla pacificazione si chiama capitano Finestra
"La destra in realtà vuole una storia dove i torti e le ragioni diventino uguali"

In montagna, Aniasi si chiamava Iso. Il comandante Iso. «E magari qualcuno oggi pensa che questa dei nomi di battaglia fosse un vezzo, come una specie di nome d´arte. Invece era questione semplicemente di salvare la vita ai propri famigliari giù in pianura, evitare le vendette trasversali che sarebbero scattate, inevitabili, se qualcuno di noi, catturato e sotto tortura, avesse fatto l´elenco, "in montagna con me c´è Tizio, c´è Caio". Di molti dei miei uomini, io il cognome l´ho conosciuto solo a guerra finita. Per me scelsi Iso Danali, che era l´anagramma del mio nome e cognome. Poi Danali si perse per strada, e rimase solo Iso». I primi passi nella Resistenza li aveva fatti a Codogno, dov´era sfollato: «Aiutavamo i nostri soldati a sparire, a liberarsi dalle divise, a passare il Po senza essere beccati dai tedeschi». Poi la montagna, la grande offensiva partigiana dell´estate del 1944, quando - dopo lo sbarco in Normandia e la liberazione di Roma - la vittoria sembra alle porte, e nascono le quattordici repubbliche partigiane, pezzi d´Italia già liberati «dove governavamo come se fossero dovute durare per sempre». Invece arriva l´autunno, la controffensiva di Kesselring, il proclama del generale americano Alexander che invita i partigiani a disarmare e a tornare a casa. «Ci ritrovammo da soli, a millecinquecento metri d´altezza. Molti erano saliti in montagna con i calzoni corti, con scarpe scalcagnate. Non pensavo che ce l´avremmo fatta. Leggevamo La Stampa che ci mandava messaggi tremendi, "finirete braccati di balza in balza con le barbe bianche". Ma ero il comandante, e ai miei uomini dovevo dire l´esatto contrario. Che avremmo vinto, e vinto in fretta».
Sarebbe difficile pretendere dal comandante Iso comprensione verso le complessità dell´oggi, aperture verso chi insieme ai libri di storia vuole riscrivere anche il calendario delle feste nazionali. «Questi tentativi ci sono sempre stati. Ma oggi io ci vedo qualcosa di più organizzato, una manovra i cui tasselli sono stati preparati accuratamente. I Baget Bozzo, i Biondi, i La Russa... Quando sento il nostro presidente del consiglio dire che abbiamo una Costituzione di stampo sovietico mi viene in mente un solo pensiero: quest´uomo non sa di cosa sta parlando. E poi me ne viene un altro: è valsa la pena di combattere quella guerra per arrivare all´oggi, per conquistare una libertà che garantisse ai tanti capitani Finestra, ai loro figliocci e nipotini, di insultare i morti?». E cosa si risponde? «Mi rispondo che ne è valsa la pena. Nonostante tutto. Ne è valsa la pena anche se oggi vengono a parlare di pacificazione avendo in mente e progettando una cosa ben diversa. Che è la parificazione: scrivere una storia dove i torti e le ragioni erano uguali, da una parte e dall´altra. Dove chi combatteva per liberare il paese finisce sullo stesso piano degli alleati dei nazisti».
Quando Aniasi pensa ai morti, gli viene istintivo snocciolare le cifre del macello: i tot deportati, i tot mai tornati, i tot caduti in battaglia. Però poi esce vivida una immagine, una sola. Fondotoce, nell´Ossola, il 20 giugno 1944. Quarantatré partigiani della divisione Garibaldi rastrellati da repubblichini e nazisti vengono caricati su un camion, portati su uno spiazzo, fucilati a gruppi di tre. Quarantatré fucilati, ma solo quarantadue morti. Uno viene colpito di striscio gettato nella fossa comune, sul volto ha il cervello di un compagno. Dopo cinque ore, quando scende la notte, si muove, chiede aiuto, si mette in salvo. «Oggi vive in Thailandia, ogni anno quando c´è la celebrazione del massacro ci manda una cartolina. Si chiama Carlo Suzzi, ma per noi ha un altro nome: "Quarantatré"».
La Resistenza la fecero dei ragazzini. «Il giorno della Liberazione io, che ero il comandante della mia divisione, avevo appena venticinque anni. Il mio commissario politico aveva trentott´anni, e mi sembrava un vecchio». Oggi quei ragazzi sono vecchi davvero, e ogni anno ai raduni c´è qualcuno che manca all´appello, «il nostro giornale - sorride Aniasi - a volte sembra una raccolta di necrologi». Oggi dicono che quella storia va riscritta anche per colpa di chi della Resistenza ha fatto l´oleografia, di chi l´ha gonfiata di retorica monocroma. «Certo, c´è stata anche una agiografia della Resistenza, come era stato per il Risorgimento. Ma questo era inevitabile, credo. A volte è stata raccontata come un mito, certo. Ma io penso che un paese per crescere ha bisogno di conoscere la sua storia, per alcuni aspetti anche di mitizzarla. E poi, insomma, poche chiacchiere: il 25 Aprile è stato lo spartiacque tra la dittatura e la libertà, c´è poco da fare».


la Repubblica
24 aprile 2003


Riconoscersi non vuol dire chiudersi

UN’IDEA DI PATRIA (SENZA RETORICA)

di CLAUDIO MAGRIS 

Durante le guerre napoleoniche, un arciduca e generale austriaco aveva esortato i soldati, in un proclama, a combattere per la patria. La corte imperiale censurò quel proclama, considerandolo sovversivo. La patria era un pericoloso concetto rivoluzionario, affermato dalla Francia; i soldati austriaci dovevano combattere per la Casa d’Asburgo, per il loro signore. Invero, Maria Teresa e Giuseppe II, i grandissimi sovrani innovatori, avevano sostituito al vecchio ideale famigliare-dinastico quello dello Stato di cui il monarca non è il padrone bensì il primo servitore, ma la grande stagione dell’Illuminismo riformatore era passata, e l’imperatore Francesco, che combatteva contro Napoleone, era un reazionario e, in quanto tale, antipatriottico. La patria presuppone cittadini, non sudditi o servi; il tricolore italiano deriva, almeno in parte, da quello della Rivoluzione francese, delle tre grandi parole di libertà, uguaglianza e fraternità. La carica libertaria dell’idea di patria e di nazione sbandierata dalla Rivoluzione francese fu assai presto pervertita, a cominciare dalla stessa Francia rivoluzionaria che, proclamandone l’universalità, pretese di esserne l’incarnazione. L’amor di patria è presto degenerato in aggressiva negazione delle patrie altrui; il principio di nazionalità si è spesso scisso dai movimenti liberali cui era inizialmente unito, e si è degradato in nazionalismo, che ha infiammato le masse, scatenato violenze - che ai nostri giorni rinascono con criminosa imbecillità - e favorito la mobilitazione totalitaria dei popoli e i regimi dittatoriali. 
Strumentalizzato o vilipeso, involontariamente ridicolizzato dalla retorica patriottarda o irriso con petulanza ideologica, il giusto senso di patria è minacciato dalla sua abietta caricatura nazionalista e dalla puberale regressione particolaristica a presunte radici etniche, dal micronazionalismo di campanile incapace di vedere il paese vicino e il mondo. L’idea corretta di nazione ha un respiro universale, e l’idea di una peculiarità in cui si realizza, come in molte altre, l’umanità. Herder, il grande scrittore illuminista e preromantico tedesco, vedeva l’umanità come un grande albero, di cui le nazioni erano i rami, le foglie, i fiori e i frutti, ognuno con la sua necessaria e feconda diversità, ma anche necessario agli altri, come ogni voce in un coro ben intonato. La particolarità - ha scritto Predrag Matvejevic, opponendosi al delirio del nazionalismo etnico - non è ancora un valore; è la premessa del valore, che si realizza nel superamento di ogni immediatezza e di ogni idolatrico feticismo dell’identità. 
L’Italia di Mazzini è una patria, l’amore per la quale è inseparabile da quello per l’Europa e per l’umanità. Il nazionalismo e il municipalismo sono egualmente antipatriottici perché sono entrambi particolaristici, ringhiosamente chiusi e ottusi, incapaci di pensare e sentire all’ingrande, in termini universali. L’autentico patriottismo sa trascendersi: Milosz, il grande poeta polacco, ricorda il dovere di difendere la propria nazione quando essa è minacciata, ma di impedire che questo valore venga assolutizzato e diventi dominante, facendo scordare quelli più alti, universali-umani. Anche la famiglia è un valore se, nella sua piccola cerchia, apre l’individuo al senso grande del comune destino degli uomini; se invece si chiude in una livida e linda grettezza egoistica, non è più la culla ma la repressione dell’universale-umano, un pannolino igienico che non ci si toglie mai e che impedisce di crescere e di amare. 


Corriere della Sera
2 giugno 2002


Un nuovo saggio di Emilio Gentile, che sarà presentato oggi alla cerimonia del Ventaglio, sfata il luogo comune sull’indipendenza della Camera alta negli anni del regime

SENATO Le mani del fascismo sugli uomini del re

di PAOLO CONTI


La conclusione è già contenuta nella nota introduttiva dell’autore: «Il partito fascista non si arrestò affatto davanti alle porte di palazzo Madama ma penetrò al suo interno e, senza incontrare alcun serio impedimento, procedette, principalmente attraverso l'azione dell'Unione nazionale del Senato, alla conquista della Camera alta, agendo con gradualità ma con perseveranza secondo lo stile di condotta che fu proprio dell'esperimento totalitario fascista». Oggi, durante la cerimonia del Ventaglio a palazzo Madama, il presidente Marcello Pera presenterà il primo volume della collana «Storia e documenti» dell'Archivio storico del Senato, che nel 2003 aprirà le porte agli studiosi. Il volume, edito da Rubbettino e curato da Emilia Campochiaro con il suo staff (uscirà in libreria a settembre), contiene un saggio di Emilio Gentile (docente di Storia contemporanea a «La Sapienza», storico del fascismo di fama internazionale e, da giovane, allievo di Renzo de Felice) intitolato Il totalitarismo alla conquista della Camera alta : lavoro destinato a modificare l’idea, accettata dalla storiografia corrente, di un Senato impegnato durante il fascismo a sostenere la corona e a salvaguardare una facciata di Stato di diritto. 
La materia del libro è legata a doppio filo all'Unione nazionale del Senato nata, scrive Gentile, «probabilmente dopo la prima guerra mondiale sulla scia del Fascio parlamentare» in antitesi al nittismo e al giolittismo. Grazie al riordino dell'archivio, lo studioso ha esaminato un'immensa massa di inediti: verbali e carteggi del direttorio dell'Unione, fascicoli personali dei senatori, le carte di Giacomo Suardo, presidente del Senato dal marzo 1939 al 25 luglio 1943. L'attività dell'Unione era stata finora esaminata poco proprio per mancanza di materiali. De Felice ne parla solo in una nota in Mussolini il duce - Gli anni del consenso e Luigi Federzoni, presidente del Senato dal '29 al '39, ne fa nelle sue memorie appena rapidi cenni. 
Invece per Gentile l'Unione serve al partito fascista «come una sorta di Cavallo di Troia per procedere alla conquista della Camera alta anche con un'azione al suo interno» e smette di essere, come era avvenuto fino alla metà degli anni Venti, un semplice sostegno organizzativo all'attività del governo nazionale. Il Senato era, è forse bene qui ricordarlo, composto da membri nominati a vita dal re e non era diviso in gruppi. 
Gentile segue l'evoluzione dell'Unione che il 24 maggio 1929 diventa «Unione nazionale fascista del Senato». Nel 1930 il Consiglio direttivo, prima auto-eletto, viene nominato direttamente da Mussolini. Alla fine del 1932 l'Unione diventa strumento diretto del segretario del Partito nazionale fascista, Achille Starace, che ottiene il potere di deciderne i vertici al posto di Mussolini. Da quel momento ogni provvedimento disciplinare nei confronti dei senatori dipende da lui. 
Scrive Gentile: «Divenuto organo dipendente dal segretario del Pnf, l'Unione non ebbe più attività propria». A presiedere l’Unione arriva (su suggerimento di Federzoni a Starace) Cesare Maria de Vecchi, quadrumviro della marcia su Roma. I suoi provvedimenti (lo scrive in un appunto) erano concordati col partito, con Federzoni e «presi gli ordini» da Mussolini. E’ la nascita di una catena interna al regime: grazie all’Unione i senatori ricevono disposizioni per i lavori di palazzo Madama direttamente dal duce e dal Pnf. 
E a proposito di Federzoni (che nelle proprie memorie rivendica di essersi opposto alla «progettata demolizione del Senato») Gentile scrive: «Il ruolo da lui avuto con parole, atti e comportamenti durante la sua permanenza alla presidenza del Senato non risulta, dalla documentazione finora reperita, essere stato effettivamente in contrasto con la politica di fascistizzazione». Ecco cosa Federzoni assicura a Starace il 25 novembre 1932: «Tutti i Senatori fascisti dovranno intervenire in camicia nera: occorre dunque che siano al più presto rilasciate le tessere ai nuovi iscritti per diminuire il numero delle "camicie bianche"!». 
Pochi giorni dopo Starace gli risponde con una lettera di plauso. E secondo Gentile ancora Federzoni collabora attivamente con Starace (il carteggio tra i due su questo nodo è fitto) alla fascistizzazione del personale amministrativo. 
Terribili e strazianti le pagine dedicate da Gentile alle ore delle leggi razziali, con le disperate lettere di vecchi, spesso vecchissimi senatori ebrei di antica nomina, che implorano (quasi sempre invano) sia da Federzoni sia dal suo successore Carlo Suardo un aiuto per ottenere la «discriminazione», cioè l’esenzione dalle conseguenze di quelle infami disposizioni. Federzoni (che pure in Gran Consiglio si era battuto per ottenere provvedimenti meno duri per gli ebrei) risponde gelidamente ai senatori Achille Loria e Silvio Volterra: «La questione riveste carattere così individualmente personale che esclude la possibilità di intervenire da parte del presidente del Senato...». 
Nuova luce anche sul caso del senatore Carlo Sforza, poi ministro degli Esteri nel dopoguerra. Sforza era esule all’estero e da sempre attivo antifascista. Il 12 dicembre 1938 il senatore Perrone Compagni chiede di votarne la decadenza. Alla decadenza di Sforza si mostra attivamente interessato anche Umberto di Savoia (il principe di Piemonte avrebbe voluto destinare il Collare dell’Annunziata di Sforza a Galeazzo Ciano). Federzoni rivendica di aver chiuso la discussione perché «non se ne parlasse più». 
Gentile invece documenta il segreto coinvolgimento di Federzoni che si mise di fatto a disposizione di Starace e di Suardo (allora presidente dell’Unione) per deferire Sforza all’Alta corte di giustizia, presieduta proprio da Federzoni. Poco dopo Federzoni lascia la guida del Senato a Suardo che gli subentra il 15 marzo 1939 e dal 16 febbraio 1940 successivo assume anche la guida dell’Unione. Sarà lui, ricorda Luigi Einaudi citato da Gentile, «colui il quale, essendo annunciato l’arrivo del duce nell’aula, osò scendere dall’alto seggio e dare nel grido dell’Eja, eja, alalà, viva il duce, a noi! ed altrettante sconcie vociferazioni». Del vecchio Senato colonna della monarchia resta poco, ovvero nulla. Non è un caso, conclude Gentile, se nel nuovo Stato repubblicano fascista costituito a Salò da Mussolini il Senato viene direttamente abolito.
Studioso del Ventennio:

Emilio Gentile, 56 anni, è stato allievo di Renzo De Felice, insegna Storia contemporanea all’università di Roma «La Sapienza» e da anni i suoi studi sul fascismo sono noti non solo in Italia ma anche nelle principali università europee ed americane. 
LE OPERE 
Il suo lavoro più recente (a parte il volume presentato oggi al Senato e che apparirà nelle librerie a settembre) si intitola «Le religioni della politica - Fra democrazie e totalitarismi» ed è edito da Laterza. Così come editi da Laterza sono «L’Italia giolittiana, La storia e la critica» (1977), «Storia del partito fascista 1919-1922» (1989), «Il mito dello Stato nuovo» (1999) e «Il culto del littorio» (2001). Al 2001 risalgono invece «La via italiana al totalitarismo» (Carocci) e «Le origini dell’ideologia fascista» (pubblicato dal Mulino). 
LA NOVITA’ 
Sempre dall’editore Laterza uscirà a settembre il nuovo lavoro di Gentile, «Il fascismo, storia e interpretazione», che si annuncia pieno di spunti polemici. 
Corriere della Sera

31 Luglio 2002


Il XXV Aprile 

intervento di ALDO ANIASI

Oggi è una giornata di festa, come lo furono quelle degli anni passati.
Una giornata di festa per unire e non per dividere gli italiani: quelli che amano la libertà e la democrazia.
Una giornata di festa come fu quella del 25 aprile di 57 anni fa, quando Milano si liberò grazie all'insurrezione degli operai delle fabbriche, dei tranvieri, dei vigili, dei ferrovieri dei lavoratori che presero le armi contro i resti dei fascisti e nazisti ormai definitivamente sconfitti.
I milanesi accolsero con gioia e con entusiasmo il 6 maggio i partigiani provenienti dalle valli e dalle zone nelle quali avevano condotto la guerriglia e che su questa piazza sfilarono fra due ali di folla festanti.
Quindi il 25 aprile è una data che deve imprimersi nella coscienza di tutti i cittadini ed essere un simbolo dell'unità nazionale così come lo è per tutti i francesi il 14 luglio.
Non giornata di festa dei soli vincitori, ma festa anche dei vinti che grazie alla Liberazione vivono in Italia risorta dalle rovine e della distruzioni della terribile guerra e che oggi possono scegliere liberamente, con democratiche elezioni, chi li deve governare e amministrare. 
I valori espressi dalla lotta di Liberazione trasfusi nella Costituzione non sono patrimonio dell'una o dell'altra parte ma patrimonio ideale e morale di tutti gli italiani.
Ci sono coloro che vorrebbero cancellare questa data, perché affermano che non ha più senso festeggiarla dopo 57 anni. Una proposta assurda, antistorica, espressione di mentalità e volontà reazionaria.
La lotta di liberazione nazionale ha consentito la nascita della Repubblica, la promulgazione della Costituzione che fissa principi di alta civiltà, che esprime valori ed ideali che sono alla base delle democrazie moderne, valori di eguaglianza, di solidarietà di umanità, aspirazione di pace che ha aperto la strada alla costruzione dell'Europa.
Una Costituzione antifascista perchè origine, spirito, contenuto di ogni articolo e in antitesi alle tesi e alla concezione del fascismo.
Una Costituzione che sancisce principi immodificabili perché esprimono valori irrinunciabili perché non conoscono obsolescenza.
"Resistere ora e sempre". E' il motto dettato da Calamandrei e che ci ha ispirato in questi decenni.
Dobbiamo resistere a chi vuole riportarci indietro nel tempo cancellando quanto di positivo si è fatto in questi decenni.
Dobbiamo resistere a chi, non accettando che la Repubblica sia fondata sul lavoro, vorrebbe cancellare le conquiste democratiche, i diritti e lo statuto dei lavoratori.
Dobbiamo resistere a chi vorrebbe eleggere un'Assemblea Costituente, per riscrivere la Costituzione, tagliando le radici con la Resistenza.
Dobbiamo resistere ai tentativi di un pseudo-revisionismo che vorrebbe riscrivere la storia falsificandola.
Ecco perché diciamo no a chi vorrebbe trasformare il 25 aprile in una festa della riconciliazione.
No alla parificazione dei torti e delle ragioni: riconciliazione solo con chi accetta il "patriottismo costituzionale" sul quale fondare l'unità e l'identità nazionale.
Il nostro senso della democrazia e della libertà è solido e senza riserve.
Siamo rispettosi dei responsi elettorali, riconosciamo la legittimità di chi governa con il consenso popolare. Chi ha vinto le elezioni ha il diritto-dovere di governare, ma non ha il diritto di mettere in discussione le basi democratiche della Repubblica.
Ricordiamo loro che governare non vuol dire comandare, non vuol dire ignorare la divisione di poteri, l'indipendenza della magistratura, vuol dire invece che la legge è eguale per tutti, vuol dire rispettare i poteri del Parlamento nel quale c'è anche una opposizione che esercita il diritto dovere di opporsi ad una scuola di classe, ad una sanità per i ricchi, ad una informazione distorta.
Non basta essere stati antifascisti ieri. Dobbiamo esserlo ancora oggi.
Dobbiamo ribadire che essere antifascisti significa battersi per la pace, contro il razzismo, contro la violenza, contro la fame, la povertà del mondo, contro chi coltiva sogni reazionari e antidemocratici.
Siamo angosciati per ciò che accade nel mondo: oltre 40 guerre, persecuzioni, eccidi, genocidi sono in atto nei diversi continenti.
Popolazioni perseguitate, sterminate, guerre feroci che coinvolgono popolazioni innocenti.
Anche paesi solitamente considerati civili sono partecipi o corresponsabili di queste carneficine.
Conosciamo purtroppo il terrorismo internazionale che semina morte che provoca rappresaglie che rischiano di scatenare conflitti nel mondo intero.
Conosciamo un nuovo terrorismo delle brigate rosse che sono contro il mondo del lavoro, contro la democrazia.
Dobbiamo gridare forte a chi pronuncia ignobili insinuazioni che i partigiani, i gappisti non hanno mai compiuto atti di terrorismo contro i civili, ma invece combattuto contro chi praticava lo stragismo e l'eccidio.
Il mondo, l'Italia, l'Europa hanno subito in questi decenni pericolosi attacchi da un fascismo internazionale e criminale.
Conosciamo nuovi pericoli che non possiamo sottovalutare: il razzismo che si rivolge contro poveri immigrati che per sfuggire alla fame, alle malattie vengono nel nostro paese, come gli italiani all'inizio e nella seconda metà del secolo cercarono rifugio e lavoro in America, in Germania, in Francia, in Svizzera.
Un razzismo che trova alimento nell'egoismo, nell'ignoranza coltivata anche da forze rappresentate nel Governo.
Ci sono popoli perseguitati come i palestinesi come i curdi ai quali viene negato il diritto di avere un proprio Stato e subiscono feroci violenze.
Riemerge un antisemitismo che abbiamo condannato anche in questa piazza il 27 gennaio.
Un antisemitismo che riappare in Francia, in Germania, in Olanda che è giunto a profanare cimiteri, incendiare sinagoghe e compiere aggressioni contro cittadini ebrei.
Un antisemitismo che viene propagandato in decine e decine di siti sulla rete internet accanto a quelli del neonazismo e del nostalgico neofascismo.
Il passato con le sue tragedie non può ritornare.
Stiamo costruendo l'Europa di popoli accomunati dalla cultura, dalla tradizione, dalla civiltà e dalla vittoria sul nazismo.
Un'Europa da secoli divisa da guerre fratricide che grazie alla vittoria sul nazismo ha conosciuto 57 anni di pace.
L'unità europea è un antidoto contro le tentazioni autoritarie e razziste, è un fattore di stabilità democratica.
In queste tragiche giornate nelle quali si parla di pace, ma si continua a uccidere e a morire operiamo perché si realizzi una nuova civiltà per l'umanità intera.


Milano, piazza del Duomo 
25 APRILE 2002


Appello agli studenti dell'Università di Padova

Studenti dell'Università di Padova!

Sono rimasto a capo della vostra Università finché speravo di mantenerla immune dall'offesa fascista e dalla minaccia germanica; fino a che speravo di difendervi da servitú politiche e militari e di proteggere con la mia fede pubblicamente professata la vostra fede costretta al silenzio e al segreto. Tale proposito mi ha fatto resistere, contro il malessere che sempre piú mi invadeva nel restare a un posto che ai lontani e agli estranei poteva apparire di pacifica convivenza mentre era un posto di ininterrotto combattimento.

Oggi il dovere mi chiama altrove.

Oggi non è piú possibile sperare che l'Università resti asilo indisturbato di libere coscienze operose, mentre lo straniero preme alle porte dei nostri istituti e l'ordine di un governo che -- per la defezione di un vecchio complice -- ardisce chiamarsi repubblicano vorrebbe convertire la gioventú universitaria in una milizia di mercenari e di sgherri massacratori. Nel giorno inaugurale dell'anno accademico avete veduto un manipolo di questi sciagurati, violatori dell'Aula Magna, travolti sotto la immensa ondata del vostro irrefrenabile sdegno. Ed io, o giovani studenti, ho atteso questo giorno in cui avreste riconsacrato il vostro tempio per piú di vent'anni profanato; e benedico il destino di avermi dato la gioia di una cosí solenne comunione con l'anima vostra. Ma quelli, che per un ventennio hanno vilipeso ogni onorevole cosa e mentito e calunniato, hanno tramutato in vanteria la disfatta e nei loro annunci mendaci hanno soffocato il vostro grido e si sono appropriata la vostra parola.

Studenti: non posso lasciare l'ufficio del Rettore dell'Università di Padova senza rivolgervi un ultimo appello. Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dall'ignavia, dalla servilità criminosa, voi insieme con la gioventú operaia e contadina, dovete rifare la storia dell'Italia e costituire il popolo italiano.

Non frugate nelle memorie o nei nascondigli del passato i soli responsabili di episodi delittuosi; dietro ai sicari c'è tutta una moltitudine che quei delitti ha voluto e ha coperto con il silenzio e la codarda rassegnazione; c'è tutta la classe dirigente italiana sospinta dalla inettitudine e dalla colpa verso la sua totale rovina.

Studenti: mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta assieme combattuta. Per la fede che vi illumina, per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l'oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l'Italia dalla schiavitù e dall'ignominia, aggiungete al labaro della vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace nel mondo.

Il Rettore: Concetto Marchesi


GLI ANARCHICI NELLA RESISTENZA
DALLA CLANDESTINITA' ALLA LOTTA PARTIGIANA

di Giorgio Sacchetti                                                                                                                  

Nel giugno 1942 un convegno clandestino che si tiene a Genova indica al movimento un percorso di liberazione che esplicitamente prevede una prima tappa intermedia, e infatti così si esprime la mozione che ne scaturisce:
"Essendo il fascismo il primo caposaldo da demolire e ogni colpo da chiunque tirato sarebbe sempre desiderato, in questa azione ci troveremo gomito a gomito con l'arma in pugno anche con quegli elementi le cui finalità sono in contrasto con le nostre o sono indefinite [...] Ma, caduto il primo caposaldo, cioè il fascismo, ogni corrente rivoluzionaria avanzerà le proprie rivendicazioni [...] Perciò nostro preciso compito crediamo sia questo: lavorare contro il fascismo sì, con chiunque: ma esigere da chiunque il diritto all'affermazione dei nostri sacrosanti principi libertari".
Risulta chiaro fin da subito quindi come gli intenti della lotta siano fermamente rivoluzionari, ma anche come si tenga in considerazione e facilmente si profetizzi che molti fra i possibili compagni di strada dell'oggi potranno domani mutarsi in avversari. Per questo stesso periodo le fonti di polizia riferiscono che, da parte di anarchici non meglio precisati residenti in Piemonte, in Lombardia e nelle Marche, viene fondato un movimento antimilitarista denominato "PERDERE PER VINCERE" dedito alla diffusione di stampa clandestina e sovvenzionato dal noto Luigi Bertoni di Ginevra.
Ma la spinta decisiva si può dire che giunga dai confinati. E' un nutrito gruppo di anarchici quello che si trova ancora relegato nelle isole, soprattutto a Ventotene. Si tratta per lo più di militanti ormai temprati dalle battaglie, in molti casi già estradati dalla Francia (dal campo di concentramento di Vernet d'Ariège), paese nel quale erano a suo tempo rientrati dopo aver partecipato alla guerra di Spagna. Nelle famose 'mense', strutture logistiche del confino formate secondo criteri di affinità e appartenenza politica, si discute intanto animatamente dei programmi e delle prospettive unitarie della lotta antifascista. Ad esempio il direttivo comunista di Ventotene, alla vigilia della caduta di Mussolini, vota un documento che, mentre prefigura e delimita in modo preciso il campo delle alleanze, indica contemporaneamente gli altri nemici da battere oltre ai fascisti e lancia la parola d'ordine della "Lotta senza quartiere contro i nemici dell'unità proletaria (nel P.S., Modigliani e Tasca) nel massimalismo gli antisovietici e anticomunisti, negli anarchici gli anticomunisti". Invece fra i componenti della numerosa colonia degli anarchici, seconda per numero in quell'isola popolata da circa ottocento confinati, in una assemblea plenaria si cerca piuttosto di sanare i contrasti annosi fra compagni del movimento, di rilanciare la lotta operaia, di riallacciarsi a quella pratica dell'unità proletaria già sperimentata in epoca prefascista.
Intanto nel meridione appare significativo quanto si verifica a Cosenza dove già nell'ottobre 1942 gli anarchici fondano un 'Comitato provinciale del Fronte unico nazionale per la libertà'.
Dopo il convegno clandestino di Genova si infittisce ulteriormente la rete dei contatti fra i piccoli gruppi informali già esistenti un po' ovunque e le individualità in particolare nell'Italia centrale. L'artefice principale di tutto questo lavorìo è il vecchio Binazzi di Torre del Lago, già redattore a La Spezia del settimanale "Il Libertario"; il primo importante risultato conseguito sul piano organizzativo è la convocazione di una serie di convegni clandestini interregionali che si tengono tutti a Firenze; questo mentre vivi sono gli entusiasmi per le notizie, fornite dalla stampa clandestina, sui primi scioperi operai nelle fabbriche del nord. Il 16 maggio 1943, nell'abitazione del fornaio Augusto Boccone, si tiene la prima di queste riunioni che formalmente costituisce la Federazione Comunista Anarchica Italiana. Sono presenti delegati provenienti da Bologna, Faenza, Genova, La Spezia, Livorno, Firenze, Torre del Lago, mentre avevano inviato la loro adesione i gruppi di Carrara e Pistoia. Vengono così stampate a cura del tipografo Lato Latini, e diffuse nelle varie località, mille copie di un manifestino contenente un appello ai lavoratori ed il programma minimo della neocostituita federazione.
In esso si ribadiscono i punti cardine sui quali incentrare la lotta rivoluzionaria: rifiuto della guerra in quanto prodotto del sistema capitalistico; appoggio ad ogni forma di opposizione al regime nell'ambito di un antifascismo intransigente; per la libertà di pensiero, di stampa, di associazione e anche contro ogni forma possibile di dittatura rivoluzionaria transitoria; contro la monarchia e per la costituzione di "libere federazioni di comuni, autonomi, composte di liberi produttori".
Certamente si pone anche la questione dei rapporti con il Pci, la cui organizzazione clandestina dimostra peraltro grande efficienza e penetrazione nelle masse. Così, sempre a Firenze, si tiene, poco dopo l'uscita pubblica di questo programma minimo, un incontro segreto fra una delegazione ristretta di esponenti anarchici e una del Pci. Non si hanno notizie precise sugli argomenti all'odg per questo inusuale rendez-vous, se non che il risultato "fu un fiasco".
La caduta del fascismo, l'avvento della nuova dittatura militare di Pietro Badoglio con il 25 luglio, ed il suo noto proclama agli italiani sulla guerra che continua, con l'avvertenza perentoria alla sinistra rivoluzionaria che "chiunque si illuda di turbare l'ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito", fanno ulteriormente surriscaldare il clima di attesa impaziente fra i confinati. La così detta 'storia dei 45 giorni', iniziandosi con il coinvolgimento in ambito governativo di un comitato delle opposizioni antifasciste, vede per forza di cose la parziale risoluzione della questione confino. Il capo della polizia Senise invia un dispaccio urgente a tutte le direzioni delle colonie: "Prego disporre subito scarcerazione prevenuti disposizione autorità PS responsabili attività politiche escluse quelle riferentesi comunismo e anarchia". I primi a partire da Ventotene (dove è direttore Marcello Guida, futuro questore di Milano nel 1969) dopo la compilazione delle liste distinte per gradi di pericolosità politica, sono gli 'antifascisti democratici' e quelli di 'G.L.', dopo i socialisti, infine i comunisti. Restano alla fine nell'isola circa 200 confinati politici fra anarchici e cittadini italiani di origine slovena o croata. Ma il dispaccio ministeriale che dispone la liberazione anche di questi ultimi coatti giunge quando questi sono già stati ormai avviati al campo di concentramento di Renicci d'Anghiari (Arezzo) - uno dei peggiori d'Italia sia per il numero di internati (in genere prigionieri di guerra slavi) che per i comportamenti del personale di sorveglianza - ove giungono dopo varie peripezie il giorno 23 agosto. A questo punto gli anarchici sono rimasti in sessanta circa. L'8 settembre i prigionieri chiedono in massa le armi per opporsi all'occupazione tedesca e per tutto il giorno seguente si organizzano comizi nei vari settori del campo. Nella rivolta rimane ferito Alfonso Failla. La via della fuga di massa da Renicci, con i tedeschi alle porte, è dunque aperta da questo episodio di ribellione.
A Firenze intanto, nella clandestinità, rivede la luce "Umanità Nova" già soppresso dal fascismo, tiratura iniziale 1800 copie, destinata a quadruplicarsi nei due anni successivi. Il primo numero esordisce con l'editoriale: "Salute a Voi, o compagni d'Italia e di tutti i paesi; noi, dopo un lungo e forzato silenzio, riprendiamo con immutata fede il nostro posto di battaglia per la liberazione di tutti gli oppressi".
Per tutto il 1944 gli anarchici d'Italia, pur nelle differenti situazioni locali e talvolta in condizioni di estrema debolezza, impegnati nel movimento partigiano, caratterizzeranno la loro azione nel senso dell'antifascismo intransigente e della preparazione insurrezionale, della ricerca anche di programmi da attuare nel concreto per la fase di transizione. Si pubblica così un nuovo 'programma minimo' che denota, sull'onda della impostazione berneriana del 1935, importanti punti di contiguità con il filone azionista-repubblicano e liberalsocialista. Non mancheranno comunque gli appelli "ai socialisti onesti" ed alla collaborazione fattiva con la base del Pci.
La proposta anarchica del 'Fronte Unico dei Lavoratori' si inserisce nei contesti diversificati della lotta armata e della criticata esperienza dei CLN, della riorganizzazione del movimento operaio a sud e nelle zone liberate, innescando però non poche contraddizioni. Ci si oppone comunque, dentro la Confederazione Generale del Lavoro, al nuovo totalitarismo sindacale dominato dai partiti. Si cercano anche effimere alleanze con i settori della dissidenza comunista come nel caso della fondazione a Milano nel 1944 della Lega dei Consigli Rivoluzionari. Ma i nemici più convinti di qualsiasi possibile versione del Fronte Unico rivoluzionario dei lavoratori sono gli Alleati i quali, tramite connivenze ad ogni livello, non esitano a fare abbondante uso di sistemi repressivi giungendo fino all'eliminazione fisica di quadri scomodi della Resistenza, come nel caso degli anarchici piacentini Canzi e Fornasari.
La fine del regime mussoliniano coincide nel meridione con la rinascita e lo sviluppo di quel filone socialista-libertario popolare e contadino rimasto allo stato di latenza negli anni del fascismo. Per gli anarchici che si trovano nel Regno del Sud si tratta di combattere una vera e propria guerra su due fronti e non solo dunque contro i nazifascisti, per la libertà di stampa e di organizzazione negata dagli eserciti 'liberatori' delle grandi nazioni democratiche.
Alla vigilia dell'insurrezione di aprile i partigiani anarchici lanciano, dalla Genova dei portuali, l'ultimo appello al popolo, mentre ancora da Firenze "Umanità Nova" ripubblica il 'programma minimo'.
La Resistenza si sviluppa come è noto in quei territori dell'Italia centro settentrionale rimasti in mano tedesca e costituenti la Repubblica Sociale Italiana. Gli anarchici partecipano alla lotta armata in maniera cospicua quanto a tributo di uomini e di sangue, ma subiscono d'altro canto totalmente l'egemonia delle altre forze della sinistra. Talvolta militano in proprie specifiche formazioni partigiane, ma più spesso si trovano inquadrati nelle "Garibaldi", nelle "Matteotti" o in G.L.
A Roma gli anarchici sono presenti in particolare nella formazione comandata dal repubblicano Vincenzo Baldazzi, personaggio noto per la sua antica amicizia per Malatesta. Fra i caduti: Aldo Eluisi alle Fosse Ardeatine; Rizieri Fantini, fucilato a Forte Bravetta; Alberto Di Giacomo detto 'Moro' e Giovanni Gallinella deportati a Mathausen senza ritorno; Ettore Dore (di origine sarda, già combattente della colonna Ascaso in Spagna) rimasto ucciso durante una missione oltre le linee.
Nelle Marche gli anarchici militano nelle differenti formazioni partigiane presenti ad Ancona, Fermo, Sassoferrato e a Macerata dove cade Alfonso Pettinari, già confinato, commissario politico in una brigata 'Garibaldi'.
Piombino operaia, centro siderurgico con una notevole tradizione libertaria e sindacalista rivoluzionaria, è la protagonista di una sommossa popolare contro i nazifascisti già il 10 settembre 1943. Fra i protagonisti dell'insurrezione Egidio Fossi, Renato Ghignoli e Adriano Vanni; quest'ultimo attivo poi nella resistenza in Maremma.
A Livorno gli anarchici sono tra i primi ad impadronirsi delle armi custodite nelle caserme e nell'Accademia navale di Antignano al fine di rifornire le bande partigiane. Inquadrati nei GAP e nella Divisione Garibaldi partecipano ad operazioni di guerriglia nelle provincie di Pisa, Livorno e in Maremma. Nell'opera di liberazione dei rastrellati e carcerati si distinguono fra gli altri Virgilio Antonelli, a sua volta già confinato ed internato dal 1926 al 1941 quasi ininterrottamente, e Giovanni Biagini.
Consistente e determinante l'apporto libertario nella resistenza apuana che qui assume anche le caratteristiche di vera e propria guerra sociale. Sono attive nella zona di Carrara formazioni partigiane libertarie, complessivamente composte da oltre un migliaio di uomini, denominate: "G.Lucetti", "Lucetti bis", "M.Schirru", "Garibaldi Lunense", "Elio", SAP "R.Macchiarini", SAP-FAI. Dopo l'8 settembre un gruppo di anarchici fra cui Romualdo Del Papa guidano l'assalto alla caserma Dogali e spingono gli alpini a disertare e ad aderire alla lotta partigiana. Nasce così la "Lucetti" comandata da Ugo Mazzucchelli e che agisce nell'ambito della Brigata Apuana. Alla fine del 1944 lo stesso Mazzucchelli, a seguito di un rastrellamento che costa la vita a sei dei suoi uomini, ripara in Lucchesia salvo poi rientrare prima dell'arrivo degli alleati a liberare Carrara con la sua formazione "Schirru". Fra i partigiani anarchici più conosciuti vi sono inoltre il comandante Elio Wochievich, Venturelli Perissino, Renato Macchiarini, il giovanissimo Goliardo Fiaschi, Onofrio Lodovici, Manrico Gemignani, i figli di Mazzucchelli Carlo e Alvaro, Alcide Lazzarotti, ecc..
A Lucca ed in Garfagnana, sui cui monti agiscono anche militanti pistoiesi e livornesi, gli anarchici sono soprattutto presenti nella formazione autonoma comandata da Manrico Ducceschi "Pippo". Fra i partigiani libertari lucchesi noti vi sono: Federico Peccianti, nella cui casa si riunisce il CLN; Luigi Velani, aiutante maggiore nella "Pippo".
A Pistoia agisce la formazione anarchica "Silvano Fedi" composta da 53 partigiani. Il primo gruppo di resistenza si costituisce ad opera di Egisto e Minos Gori, Tito e Mario Eschini, Tiziano Palandri e Silvano Fedi. Leggendaria la figura del giovane comandante da cui prende il nome la banda, vittima di una imboscata - dai contorni poco chiari (come testimonierà il vicecomandante Enzo Capecchi) - tesagli dai tedeschi e su probabile "delazione di italiani". La stessa formazione, con Artese Benesperi alla testa, è la prima ad entrare in Pistoia liberata.
A Firenze si costituisce, alle dipendenze del comando militare del Partito d'Azione, una prima banda armata che agisce sul vicino monte Morello comandata dall'anarchico Lanciotto Ballerini, caduto in combattimento medaglia d'oro alla memoria. Al poligono di tiro delle Cascine sono fra gli altri fucilati gli anarchici Oreste Ristori, settantenne già coatto nel 1894, e Gino Manetti. In provincia di Arezzo gli anarchici sono presenti nella resistenza in Valdarno, con un'attiva partecipazione anche ai CLN locali, ed in Valtiberina con Beppone Livi "Unico" che assolve compiti di collegamento fra la formazione 'Bande Esterne', i comitati di liberazione aretino e toscano, ad Arezzo e a Firenze.
A Ravenna si ha una folta presenza libertaria nella 28^ Brigata Garibaldi e rappresentanza adeguata nel CLN provinciale. La prima pattuglia partigiana che entra in Ravenna liberata è comandata dall'anarchico Pasquale Orselli. Notevole il tributo di sangue.
In provincia di Bologna e Modena gli anarchici contribuiscono alla costituzione delle prime brigate partigiane a Imola con la "Bianconcini", ed a Bologna con la "Fratelli Bandiera" e la "7^ Gappisti". A Reggio Emilia cade fucilato Enrico Zambonini; un distaccamento della 'Garibaldi' prenderà il suo nome. A Piacenza si ergono le figure di Savino Fornasari e di Emilio Canzi, accomunati dal singolare destino di morire in incidenti stradali causati da automezzi alleati. Canzi in particolare comanda tre divisioni e 22 brigate, per un totale di oltre diecimila partigiani!
Le formazioni di La Spezia e Sarzana agiscono in stretto contatto con quelle della vicina Carrara con due gruppi comandati dagli anarchici Contri e Del Carpio. Renato Olivieri, già detenuto politico per 23 anni, e Renato Perini cadono durante uno scontro a fuoco con i nazifascisti.
A Genova la presenza libertaria nella resistenza supera i 400 partigiani ("Pisacane", "Malatesta", SAP-FCL, SAP-FCL Sestri Ponente), di cui 25 caduti in combattimento. Qui la Federazione Comunista Libertaria, fallita l'ipotesi di Fronte Unico, deve affidarsi per la lotta armata unicamente alle proprie forze.
Nella Torino industriale, particolarmente alla FIAT e durante l'insurrezione alle 'Ferriere Piemontesi', agisce la formazione anarchica denominata 33° battaglione SAP "Pietro Ferrero". Fra i caduti: Dario Cagno, fucilato per complicità nell'uccisione di un gerarca, e Ilio Baroni, già ardito del popolo a Piombino. Nell'astigiano si registrano invece presenze libertarie fra i 'garibaldini'.
A Milano la lotta clandestina è iniziata da Pietro Bruzzi che viene subito catturato ed ucciso dopo tortura dai nazifascisti. Gli anarchici dopo la sua morte costituiscono le brigate "Malatesta" e "Bruzzi" forti di 1300 partigiani, in un secondo momento inquadrate nelle formazioni "Matteotti" e che avranno, sotto il comando di Mario Perelli, un ruolo di primo piano nella liberazione di Milano. A Como opera la "Amilcare Cipriani"; in provincia di Pavia la 2^ Brigata "Malatesta"; mentre nel bresciano gli anarchici sono attivi in una formazione mista G.L.-Garibaldi.
A Verona l'anarchico Giovanni Domaschi (11 anni di carcere e nove di confino, due evasioni) fondatore del locale CLN, viene arrestato dai tedeschi e deportato a Dachau dove muore.
In Friuli Venezia Giulia alcuni anarchici sono inseriti in formazioni comuniste come la Divisione Garibaldi-Friuli. A Trieste i collegamenti con i partigiani sono tenuti da Giovanni Bidoli, poi scomparso nei lager tedeschi insieme a Carlo Benussi, un altro anarchico friulano. Attivo anche Nicola Turcinovic che ben presto però si trasferisce da Trieste a Genova dove continua a militare nelle formazioni partigiane della FCL. Nell'alta Carnia, dove Italo Cristofoli muore durante l'assalto alla caserma tedesca di Sappada, gli anarchici contribuiscono alla costituzione di una Zona Libera autoamministrata.
"Le loro formazioni di combattimento - ha scritto Cerrito in merito alla partecipazione anarchica alla Resistenza - rimangono legate al Partito Comunista, al Partito Socialista, al Partito d'Azione. Nei CLN ai quali partecipano con delegati qualificati non riescono mai ad imporre una linea politica rivoluzionaria, un atteggiamento in qualche modo orientato in senso libertario. Anche se essi non sono secondi a nessuno nella lotta armata contro il nazifascismo, non riescono a superare il gradino di inferiorità psicologica in cui li pone la loro carenza organizzativa e la mancanza di un programma politico uniforme".
Dopo la liberazione - mentre al sud il movimento si trovava già ad un buon livello organizzativo una volta costituita l'Alleanza Gruppi Libertari - le federazioni comuniste libertarie che man mano si erano costituite convocano a Milano il primo convegno interregionale per l'alta Italia nel giugno 1945. All'odg: l'unità sindacale e il tema ostico della collaborazione libertaria ai CLN; la riorganizzazione del movimento giovanile e la convocazione di un congresso costitutivo della FAI.-

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