La sfida del decennio. Vecchia sinistra e nuova storia.

di Alfredo Reichlin  Vicepresidente della Fondazione Italianieuropei
Roma, autunno 2000


Scopo di queste note è sollecitare una discussione sulla sinistra italiana che esca dal recinto soffocante del suo parlare di sé, del suo continuo immaginare nuove rifondazioni e nuovi modelli e valori a cui ispirarsi, per cercare invece di tenere insieme il problema reale e grandissimo del suo futuro con la necessità di rendere conto – a se stessa prima di tutto - del modo come si è misurata col presente. E’ tempo di avviare un primo bilancio del decennio. Si è trattato di anni cruciali che hanno visto una trasformazione del paese profondissima, indotta anche da una mutazione epocale del mondo in cui siamo immersi. Al tempo stesso, questi sono stati gli anni in cui si è avviata la costruzione di un nuovo sistema politico, senza stabilizzare il quale il paese rischiava –come rischia- di non avere una guida che lo metta in condizione di fronteggiare le sfide che lo incalzano. E in questi anni si è anche tentato, sia pure in modo confuso e tra contrasti laceranti, di innestare il meglio della sinistra storica italiana in una formazione politica nuova. E nuova non solo per il nome e i simboli ma in quanto capace di offrire al paese quel partito riformista e di governo, potenzialmente maggioritario, che l’Italia non aveva avuto mai.

Questo bilancio noi non possiamo non farlo. Non possiamo non chiederci come mai alla fine di un decennio come questo, che, oltretutto, ha visto i DS al centro della scena, resta aperto un interrogativo pesante sul futuro della sinistra in Italia. E ciò non tanto nei termini del solito dibattito “culturale” (peraltro noioso) sulla cosiddetta identità quanto nel senso che la funzione politica della sinistra, la sua capacità di esprimere la guida del paese, la sua potenzialità di espandersi oltre i vecchi confini viene da varie parti (e non solo da destra) rimessa in discussione.

Queste note sono state scritte nell’inverno del 2000, senza conoscere quindi il risultato delle elezioni. Ma quale che sia l’esito, esse muovono dalla convinzione che per difendere le ragioni della sinistra –e soprattutto per riaffermarle nel mondo del duemila- è necessario uscire da questa eterna discussione sul “chi siamo” per passare a ragionare sulle cose e quindi sul “a cosa serviamo”: a cosa serve cioè una sinistra nell’Italia di oggi e nel modo nuovo in cui siamo entrati.

E’ questa la domanda non detta che c’è nella mente delle nuove generazioni per le quali il Novecento è davvero storia conclusa. Ed è una domanda giusta perché la sinistra non è un fatto “trascendentale” ma un soggetto storico (nato e cresciuto essenzialmente nella storia europea degli ultimi due secoli) e quindi la sua ragione storica va rimotivata. Stiamo attenti perché non basta più affidarsi agli “eterni valori” della sinistra. La condizione essenziale per fronteggiare senza smarrirsi vicende che possono essere anche molto drammatiche e colpi che possono essere anche molto duri, è ritrovare il filo di un pensiero realistico, storicamente fondato. D’altra parte solo così le autocritiche servono. In quanto si misurano con la natura dei problemi che dobbiamo affrontare e quindi ci dicono non solo dove abbiamo sbagliato ma anche quale cammino abbiamo percorso, nel bene e nel male. E, quindi, su che cosa oggi poggiamo i piedi. E quindi su cosa fondiamo la fiducia nel futuro, una fiducia che non sia generica e buona per tutti (“il sol dell’avvenire”) ma motivata dal fatto che per la gente, per il Paese, è vitale l’esistenza di una sinistra di governo, cioè di una forza democratica radicata nella realtà profonda del popolo italiano e capace di esprimere quella nuova classe dirigente nazionale che l’Italia non ha avuto mai. Mi rendo conto che su questo sfondo i nostri errori e le nostre debolezze diventano ancora più evidenti. Ma sono gli errori di una forza che ha intrapreso un cammino e che possono essere corretti solo se su questa strada essa è decisa ad andare avanti.

Una forza che da anni governa il paese –e lo governa bene, tanto che l’Italia è cresciuta anche come potenza sulla scena mondiale- e che esprime direttamente la guida delle maggiori città (e che ha visto perfino il suo leader assumere la presidenza del governo) non può non chiedersi perché non riesce a crescere oltre il 20 per cento dei voti, né a darsi un gruppo dirigente forte, coeso. E deve capire perché stenta a coalizzare culture e forze riformiste diverse. Questi interrogativi ce li dobbiamo porre noi. E la risposta (se non vogliamo rassegnarci a un ruolo subalterno) dobbiamo darcela noi liberando le nostre menti da molti schemi e abbandonando il terreno delle polemiche di corto respiro. Gli errori contano, certamente, e non possono essere ignorati ma alla base di essi c’è qualcosa di più profondo: ci sono problemi di lungo periodo non affrontati bene e contraddizioni non sciolte. Ed è su questo che sarebbe utile aprire una discussione.

1) Che cos’è questo “qualcosa”? Pensiamo al modo come la peculiare difficoltà della sinistra italiana di fare i conti col suo passato (essendo stato il PCI non un errore “ideologico” ma parte essenziale della storia dell’Italia repubblicana) si è sommato con quello che da tempo ormai era il compito politicamente e storicamente necessario: mettere in campo un soggetto politico forte, coeso, capace di fronteggiare le sfide assolutamente inedite poste dalla grande mutazione dell’economia e della società a livello globale. Sfide che nel caso italiano erano rese più ardue per il fatto che, a fronte di esse, qui non si poneva solo un problema di modernizzazione ma di cambio di “regime”, di sgretolamento di un sistema molto “italiano”. In più il fatto grandissimo che la globalizzazione comportava, al tempo stesso, il cambiamento degli assetti di fondo del paese (fine dell’economia mista e crisi dello Stato-nazione). E ciò in forme tali da mettere in causa non solo le idee ma gli strumenti dell’agire politico della sinistra.

E’ giusto riconoscere che nelle file della sinistra c’è stata consapevolezza di questo nodo e che su questo terreno le sue èlites più consapevole hanno giocato la partita, con il non piccolo risultato di portare l’Italia tra i fondatori della moneta unica. Ma su questo verrò tra un momento. Voglio però anticipare un tema più di fondo su cui insisterò perché a mio parere condiziona tutto: anche il giudizio sulle cose italiane.

Se riflettiamo sul perché la politica ha perso a tal punto consenso e perfino legittimità la spiegazione non può consistere solo nella pochezza di tanta parte del personale politico. Se la società italiana non riesce a darsi una identità e una forma, se la realtà appare così magmatica e di così difficile lettura, io penso che bisognerebbe porsi un interrogativo più grande. Se, cioè, il problema, dopotutto, non sia solo la “sinistra”, con le sue avvilenti diatribe, ma soprattutto la “politica”: cioè la crescente debolezza della politica rispetto a una economia che si mondializza e che condiziona sempre più le grandi decisioni. Perciò diventa difficile per la sinistra –quale che sia il valore dei suoi capi- difendere i diritti e i poteri del lavoro e del cittadino. Perché viene meno la capacità della politica di affermare una propria idea della società e di esprimere una sua visione dell’interesse generale. Ecco il tema che io collocherei sullo sfondo: come può la sinistra riaffermare il suo ruolo se non si misura con la perdita di potere della “polis” rispetto alla inaudita potenza dell’economia finanziaria e della conoscenza ma soprattutto se non si misura con la più inquietante novità conseguente alla mondializzazione e che si può riassumere nell’interrogativo se, e come, sia possibile pensare la democrazia rappresentativa e garantire un sistema di diritti universali in un mondo in cui la sovranità non è più esclusiva dello Stato-nazione.

Le note nascono da questa preoccupazione: spostare la discussione su un terreno più avanzato, che sia anche utile per spezzare la spirale dei dissensi politici che degenerano in lotte personali e le diversità in lacerazioni. Convinto come sono che questi fenomeni sono anche la spia della mancanza di “qualcosa” che viene prima dei programmi. Parlo della mancanza di un pensiero, un nuovo pensiero capace di leggere il mondo nuovo in cui siamo immersi. Qualcosa di analogo al pensiero con il quale la vecchia sinistra lesse il Novecento (le classi, lo Stato, il conflitto capitale-lavoro ecc.). E che perciò diventò senso comune e si tradusse in messaggi semplici, suscitò convinzioni, lotte, speranze. Questo ci manca. Un pensiero capace di restituire alla sinistra il sentimento di una funzione storica e al tempo stesso di dare alla politica una nuova dimensione. La dimensione di una intelligenza che legge i processi reali, e quindi i conflitti non in modo passivo, sociologico, ma altamente politico nel senso che fornisce ad essi gli strumenti e le forme con cui governarli. Insomma, un pensiero che elabora una critica della società moderna e quindi una idea concreta dei grandi cambiamenti necessari e delle forze reali (forze sociali ma anche nuove istituzioni e strumenti di potere) che li rendono possibili.

2) La riflessione dovrebbe partire dalla nuova dimensione dei problemi che dovevamo affrontare, e che in parte sono ancora davanti a noi. Oltretutto, sono essi che ci danno la misura –più di tanti discorsi- del cammino percorso: dei traguardi raggiunti, degli errori compiuti ma anche di quale grande conquista sia stata per un partito ex comunista, nato e cresciuto dentro un progetto storico fallito e in un’epoca ormai conclusa, quella di trasformarsi –bene o male- in un partito di governo e di aver capito che l’elaborazione di un nuovo pensiero riformista dipendeva dalla capacità di europeizzare l’Italia evitando il rischio di una sua marginalizzazione.

Questo era anche il modo migliore per fare i conti col passato. Contrapponendo alle forze non piccole il cui sguardo restava tenacemente rivolto all’indietro un pensiero critico che tanto più è in grado di fare i conti fino in fondo col passato in quanto è capace di farli col presente. Perché qui, nel presente di un paese alle prese col collasso delle sue strutture fondamentali di governo e sfidato, al tempo stesso, da una straordinaria mutazione stava la misura reale di tutto ciò che di inservibile e di anacronistico c’era nel retaggio del PCI. Ma al tempo stesso, stava qui il banco di prova di un pensiero politico che davvero fosse nuovo, cioè all’altezza di queste sfide. Senza di che una sinistra che andasse oltre i suoi vecchi confini era difficile costruire. I partiti non si inventano. E del resto, basta guardare a come si sono formati tutti i grandi partiti: dalle socialdemocrazie nordiche alla DC o al PCI del dopoguerra. Sono diventati grandi perché hanno definito un proprio ruolo nazionale, si sono affermati in quanto interpreti di un bisogno del paese. Hanno fatto Storia, e storia statale non solo di partito.

Se c’è una punta di amarezza in queste riflessioni è perché di questo tipo è stata l’occasione che hanno avuto i post-comunisti agli inizi del decennio. Era quella di governare un passaggio della vita nazionale paragonabile solo a quei passaggi cruciali che hanno condizionato nel bene o nel male la storia di questo paese, il suo concreto modo di essere: la crisi di fine secolo sfociata nella svolta democratica del decennio giolittiano grazie al patto non scritto con Turati; la crisi del ’21 finita nel fascismo per colpa anche dei tragici errori di una sinistra che voleva “fare come in Russia” mentre il fascismo marciava su Roma; la svolta del 44-45: Salerno, la Costituzione, la scelta della via democratica. Era questo il nostro banco di prova: fare fronte a qualcosa che era molto di più e di diverso da un semplice collasso del sistema politico. Era una crisi “organica”. Fine dello Stato storico centralistico e di quella sua costituzione materiale, economica ma anche politica e ideale, all’interno della quale (non dimentichiamolo) questo era diventato uno dei paesi più ricchi del mondo.

Lo ricordo non per un qualche rimpianto del passato ma per sottolineare che noi (a differenza di Blair o di Jospin) non avevamo solo a che fare con un problema di modernizzazione ma con la necessità di rimettere in discussione un vero e proprio modello, cioè qualcosa e di diverso da una normale economia di mercato. Parlo della situazione che avevamo di fronte fini a ieri. Un Nord produttivo ma un 40 per cento del paese (il Sud) che consuma molto più di quello che produce e che, tuttavia, in compenso fornisce mano d’opera a basso costo e un mercato di consumo senza concorrenti. Un Sud che non paga le tasse ma che cede il suo risparmio, creato in gran parte per via spesa pubblica e sostegno dei redditi, a un sistema finanziario che lo ritrasmette al Nord. Una economia caratterizzata da uno strano capitalismo senza capitali e quindi da uno Stato che lo finanzia e lo protegge attraverso la banca pubblica e accollandosi la gestione diretta di grandi settori strategici: dall’energia alle telecomunicazioni, dai trasporti alla chimica. Questo da un lato. Dall’altro un proliferare di piccole imprese e di lavoro autonomo senza paragoni nel mondo, ma favorito anche da una serie di patti non scritti come l’evasione fiscale. Un modello economico ma anche politico (la funzione assolutamente peculiare della DC come partito-Stato e grande mediatore delle risorse e del consenso grazie anche alla sua inamovibilità per le ragioni della guerra fredda). E un modello anche sociale. Un tasso di occupazione che è il più basso tra i grandi paesi industriali (50 per cento a fronte del 65 per centro tedesco e francese) e la disoccupazione concentrata nel Mezzogiorno (la metà dei giovani in cerca di lavoro) ma compensato dalla più alta quota di lavoro sommerso (quasi tra milioni di persone), di doppi lavori, di impieghi in settori parassitari e protetti, di terziario improduttivo. Di qui il peso enorme del debito pubblico e della rendita e la rottura del patto fiscale (perché pagare se alle tasse non corrispondono servizi efficienti e diritti uguali di cittadinanza?) Più altre due cose. Un deficit pauroso per ciò che riguarda la scuola, la ricerca, la qualità dei servizi. Ma non solo: accanto alla corrosione del capitale fisso sociale, il degrado morale, la corruzione e una estesa economia criminale.

Cose note. Ma fino a un certo punto se si pensa a come una parte della sinistra invece di vedere questo e di lottare contro questo tendeva ad accettare la tesi della destra che la colpa era essenzialmente della “partitocrazia”: il consociativismo come categoria interpretativa della storia d’Italia; la legge elettorale come strumento essenziale per costruire una alternanza. Ma una alternanza tra quali forze e quindi quali visioni del destino del Paese? Se la sinistra non poneva al centro della sua proposta un insieme di riforme coerenti con una idea di nuovo modello economico-sociale, la vicenda politica italiana poteva prendere altre strade, molto pericolose.

3) I problemi che la sinistra italiana doveva affrontare se voleva andare oltre i vecchi confini e affermare la sua capacità di guida erano, quindi, molto radicali. Si trattava di ripensare l’assetto complessivo del paese, la sua costituzione profonda e di ripensarlo in modi tali da reggere all’urto di quelle altre regole che la costruzione europea stava già producendo. A che serviva un dibattito sul riformismo essenzialmente astratto, verbale, quasi alla ricerca di un nuovo ideologismo? La novità del riformismo di oggi rispetto a quello del passato stava qui, in questo concreto cimento con la nuova storia che i fatti stavano scrivendo e nella capacità di pensare il paese come un problema sistemico, che l’unificazione europea riclassifica ma di per sé non solo non risolve ma drammatizza. Tanto è vero che se l’Italia restava fuori dalla moneta unica –Bossi o non Bossi- il Nord ricco avrebbe abbandonato il Sud alla deriva.

Il rischio di una secessione è stato sventato. Questo è forse il successo più grande del centro-sinistra. Ma con ciò il problema di cosa mettere al posto del vecchio Stato centralista non era risolto. Si trattava della rottura di un “ordine”. E se vogliamo capire perché a grandi meriti della sinistra di governo non corrisponde un adeguato riconoscimento, è bene ricordarsi di quel famoso avvertimento secondo cui quando si rompe un ordine è vitale delineare un “nuovo ordine”, pena il crearsi di un vuoto molto pericoloso. Ma come doveva essere pensato questo “nuovo ordine”? Con quale cultura politica? Con quale visione del problema italiano trattandosi non solo della fine della sua “costituzione” (il modo dello stare insieme degli italiani negli ultimi 50 anni) ma della integrazione di questo Stato e di questa nazione in una nuova “costituzione” (l’Europa)? E quindi l’altro interrogativo, altamente politico: quali nuovi strumenti politici ci davamo: partiti, alleanze, regole, istituzioni?

4) Io credo che è nel confronto con questi problemi che andrebbe organizzata una riflessione seria sul decennio e sul perché esso si chiude in modo così problematico per ciò che riguarda la forza e il ruolo della sinistra. Oltretutto solo così, solo se si rendesse più chiara la “tragicità” dei problemi che ci sfidavano (e che stavano a monte delle interminabile dispute sui rapporti tra Quercia e Ulivo) i capi della sinistra possono tenere la testa alta e respingere il duplice attacco che è in atto: quello di chi vuole ridurre la sinistra a forza subalterna (“figli di un Dio minore”, che, quali che siano i loro voti, non possono esprimere la guida del governo) e quello di una vecchia sinistra che vuole tornare all’opposizione perché non vede che il terreno su cui si svolge il conflitto con la destra è l’egemonia, cioè il governo di questo passaggio storico.

Guai se cediamo. Il nostro orgoglio è l’aver costruito –bene o male- un partito di governo che ha il merito di aver retto essenzialmente sulle sue spalle il peso di una operazione difficilissima consistente nell’avviare una trasformazione dell’Italia che fosse tale da metterla in grado di restare nel gruppo ristretto dei paesi che contano. Ci siamo riusciti. Ed è paradossale aver subito per anni la critica di chi ci chiedeva di “dire qualcosa di sinistra”, mentre i governi della sinistra non solo arrestavano la deriva verso la bancarotta e risanavano la finanza pubblica ma rompevano l’antico e radicato blocco della rendita e cambiavano quella peculiare struttura del capitalismo italiano per cui al di sopra del pulviscolo delle piccole imprese regnava il potere di poche grandi imprese a metà di proprietà dello Stato e a metà di una ristretta oligarchia “senza i capitali” e finanziata dalla banca pubblica. E’ la sinistra che ha guidato quel “piccolo fatto” che è il passaggio dall’economia mista all’economia di mercato. Si è trattato di una operazione molto complessa che incideva su una stratificazione di interessi enormi e si misurava con altri poteri nonché con tecnostrutture molto forti, come la Banca d’Italia, e che per poter andare avanti doveva evitare sconquassi ingovernabili. Nel caso delle banche i compromessi sono stati maggiori. Il titolo della proprietà è cambiato ma il potere è rimasto in gran parte nelle mani di una ristretta oligarchia. Ma io non so se tutte le critiche alle privatizzazioni tengono conto dei rapporti reali e penso che una parte di queste critiche non nasce dall’ansia del liberalizzatore ma dal dispetto per il fatto che è stata la sinistra (i “comunisti”) ad avviare la necessaria riforma del capitalismo italiano. Sono fatti grossi, storici, ai quali va aggiunto che sono state avviate grandi riforme nel campo della scuola, della sanità, e del fisco. E se l’Italia ha conquistato un ruolo di potenza politico-militare quale mai aveva avuto prima ciò è accaduto molto per merito del governo D’Alema. Il governo Prodi, anche perché condizionato da Rifondazione, più difficilmente avrebbe retto.

5) Il punto allora da sollevare è il seguente: proprio se vogliamo rivendicare con orgoglio tutto questo dobbiamo rispondere in modo serio a una domanda: se tutto ciò è vero come si spiega allora che la sinistra registra non qualche difficoltà ma una crisi grave in termini di voti, di tenuta delle alleanze, di perdita di quel patrimonio più profondo che si chiama fiducia? E come mai la destra cresce?

Si possono dare molte risposte a questo interrogativo. La mia è polemica con un certo modo di discutere sul deficit di riformismo, tutto in termini astratti, intellettualistici, tra rivalutazione di figure del passato e convegni sulle idee di filosofi morali anglosassoni. Il deficit c’era ma stava nella esiguità delle forze riformiste che, al di là delle etichette, erano effettivamente in grado di partire dal paese reale e di dominare l’urto con problemi di riforma di quella portata. E la difficoltà stava anche nel fatto che bisognava fare i conti non soltanto con le nostre debolezze ma con la vecchia vocazione corporativa di un capitalismo italiano che non riesce a farsi carico dell’interesse nazionale. Ha ragione De Cecco quando, pur criticando certe privatizzazioni, sostiene che ciò che precede e sovrasta questi errori è la crisi organica della grande imprenditoria italiana, cioè del vertice del nostro sistema economico e finanziario costituito ancora in larga parte da una oligarchia chiusa che negli anni tra i ’70 e gli ‘80 ha affrontato le proprie incapacità di gestire la transizione verso i mercati globali e l’avvento della rivoluzione tecnologica ricorrendo prima al decentramento produttivo e poi gettandosi nel turbine dei grandi affari finanziari e cambiari, invece che puntare sui settori trainanti del mercato mondiale. Col risultato che, svaniti gli effetti del decentramento e delle alchimie finanziarie, e inariditosi il fiume dei pubblici sussidi, questa oligarchia non riesce a fronteggiare la sfida europea.

Ma il nostro riformismo “reale” era sfidato sopratutto dal fatto che milioni di persone vivono già sulla loro pelle una condizione per cui vengono meno tutte le vecchie certezze: il futuro dei figli, le nuove professioni, il modo di lavorare e di fare impresa, le tecnologie da maneggiare, il doversi misurare con un mondo sempre più aperto ma anche molto più rischioso e competitivo, il venir meno delle vecchie protezioni dello Stato. Gli interrogativi che essi rivolgono alla politica sono quindi molto grossi. E sta nella difficoltà della sinistra a rispondervi, sta nel suo incorreggibile vizio di parlare troppo di se stessa e delle vicende del Palazzo il nostro limite più forte. Questo paese chiede un orizzonte più certo entro il quale collocare i suoi progetti di vita, di lavoro, di impresa (altrimenti non fa figli, non rischia, non investe); chiede una ridefinizione delle ragioni dello “stare insieme” nel momento in cui la frontiera nazionale si è spalancata e, quindi, si trova esposto a una concorrenza sempre più forte, anche tra territori. Tutta la vicenda politica è condizionata da questo grumo di contraddizioni, per cui da un lato le società moderne si gonfiano di nuovi bisogni (diciamo post-materialistici) ma dall’altro lo sforzo di adeguare incessantemente l’organismo economico alle pressioni e alle logiche della concorrenza internazionale (in un mercato globale aperto non solo alla libera circolazione dei capitali ma al confronto con salari asiatici e anche con sistemi sia pure moderni ma a scarsa protezione sociale) produce fenomeni nuovi, impressionanti: insieme con la crescita della disoccupazione, brusca marginalizzazione di vaste sezioni della popolazione lavoratrice, formazione di sotto-classi ma anche tracolli delle posizioni di reddito e di status nelle classi intermedie. Con le conseguenze che vediamo, in tutto l’Occidente: paura del futuro, rottura dei legami sociali, e quindi spinte autoritarie condite con la demagogia del neo-populismo e del leaderismo plebiscitario.

Non dobbiamo stupirci se nel momento in cui salta il vecchio compromesso tra Nord e Sud, il Mezzogiorno e la politica romana vengono visti da Milano come zavorra e assistiamo all’avvio tumultuoso di un movimento tra demagogia e populismo in cui il vecchio sentimento anti Stato e anti Risorgimento della destra cattolica si incontra con il secessionismo plebeo di Bossi. Forse noi diamo una importanza eccessiva ai problemi economici. Io vedo qui la prova della necessità di quello che ho chiamato un “nuovo ordine” giacché mai come in questi anni le trasformazioni in atto avevano richiesto non solo nuove competenze ma la messa in campo di un patrimonio identitario e valoriale che dia senso allo stare insieme degli italiani. Perciò dico che avevamo bisogno di un pensiero politico forte, organizzato intorno a una idea chiara del dove va l’Italia. Del resto come si spiega se non per la mancanza di ciò la catastrofe della sinistra in tanta parte del Nord Italia? Dopotutto ciò che avveniva nel Veneto e in altre regioni italiane era una sorta di rivoluzione sociale, la quale liberava forze produttive, economiche ma non soltanto economiche. Eppure si è continuato a ragionare come se si trattasse solo di imprese e non di una sorta di “stato nascente”. Cioè di qualcosa che muta il modo di pensare e di vivere di intere zone e che quindi cerca una identità nuova. E’ esattamente questo che ha “spiazzato” la sinistra. Il risultato è che mentre la sinistra viene spinta –anche per colpa sua- ai margini del cambiamento questi ceti restano schiacciati in una dimensione meschina, corporativa, rancorosa e perfino ribellistica. E ciò essenzialmente per la ragione che non trovano chi fornisce loro quel fattore necessario anche ai fini della crescita economica che è la rappresentanza politica e il riconoscimento sociale. Sylos Labini lo dice nel modo più netto: “il problema da parte di questi ceti non sono tanto gli incentivi quanto quello di assumere una funzione nuova, molto più politica, quella di agenti attivi di un disegno di sviluppo civile, oltre che economico”

Se mi chiedo, quindi, perché in questi anni si è così indebolita la capacità della sinistra di rinnovare il suo rapporto con le trasformazioni sociali io non mi fermerei alle spiegazioni, pure essenziali, che ci vengono dalle tante analisi sociologiche che conosciamo. E che sono valide. Rifletterei di più su quell’ insieme di fattori esterni che “fanno” la società, la determinano. E tanto più la fanno quanto più la società diventa molecolare, individualista, meno riducibile alla geografia delle classi. Non bastano le misurazioni delle classi alla Sylos Labini per dare conto del fatto che il cambiamento rispetto a dieci anni fa è così radicale. Suvvia, gli operai ci sono ancora, e sono tanti. In realtà, il cambiamento è enorme soprattutto per un’altra ragione che si riassume nel semplice fatto che la società italiana di dieci anni fa non è nemmeno pensabile al di fuori di quella complessa costruzione (istituzioni, regole, patti sociali, partiti come la DC e il PCI, organizzazioni di massa) che era la prima repubblica. Quella era la sua “forma”. E perciò la sinistra conosceva la società: perché aveva contribuito a farla. Ma quella costruzione non esiste più (quella, non gli operai). E perciò la sinistra stenta a conoscere la società di oggi: perché non riesce a dare ad essa nuove istituzioni, e quindi una forma che la spinga in una direzione più giusta e più cooperativa. Qui si dovrebbe aprire davvero una discussione seria sui luoghi comuni di questi anni. A proposito dei quali sul giornale della Confindustria un politologo intelligente si domandava –giustamente, a mio parere- come i partiti potranno continuare ad eludere “il problema ciclopico” di riprogettazione dei processi redistributivi, di mutamento della gerarchia delle funzioni sociali e di messa in campo di nuove forme di consenso e di “security” che è posto dalla globalizzazione. Giacché “è una favola da raccontare ai bambini che questo insieme di fattori si equilibrerà spontaneamente per effetto degli automatismi di mercato”.

6) Insisterei quindi nel commisurare tutta la riflessione critica sul decennio al grado di consapevolezza che la sinistra ha avuto che ad essa spettava di governare qualcosa di molto più grosso di una crisi del sistema politico ma anche molto diverso e più grosso di un classico cambiamento di assetti economici e sociali invecchiati, del tipo di quelli affrontati negli anni ’60 con la fine dell’Italia contadina e l’avvento dell’industrializzazione diffusa. Qui si trattava di ben altro. Aveva inizio il tempo di una “grande mutazione”. E –per di più- un paese come l’Italia affrontava questa prova in presenza della crisi del suo Stato storico, cioè di quella armatura centralistica dentro la quale era cresciuta in forme protette e assistite la sua economia e si erano formati i patti di cittadinanza e garantiti i diritti sociali.

Non si dica che sono cose risapute. Basta ripensare a quella che è stata la superficialità dei temi che hanno dominato –e tuttora dominano- il discorso politico di questi anni. Quanti hanno ragionato sul fatto che qui si trattava di qualcosa che riguardava la politica-storia e che obbligava i leader della sinistra a reinterpretare la storia d’Italia essendo radicalmente cambiato lo scenario del suo svolgimento? Era l’idea stessa di nazione che doveva essere ridefinita e non in astratto, retoricamente, ma in rapporto alle nuove tematiche dell’interesse nazionale. Era questa la questione delle questioni. E perciò quello della destra è diventato un problema così serio. E di una strana destra costituita da un coacervo di forze e di pulsioni: dalle difese corporative alle paure del diverso, dagli egoismi sociali all’arrembaggio del potere e all’arricchimento con ogni mezzo. Certo, anche altre cose spiegano la forza della destra. Ma il dato che a me sembra fondamentale non è tanto quello economico (non vedo le file dei disoccupati degli anni ’30 e non mi pare che si è costituito un solido blocco sociale) quanto quello storico-politico: cioè la debole risposta alla sfida posta alla democrazia da quella che ho chiamato una “nuova storia”.

7) Tocco qui un tema che merita ben altro svolgimento. Fino a che punto ci siamo resi conto di quel fatto enorme per cui in tutti i grandi paesi d’Europa, a causa della caduta delle frontiere dell’economia e in generale dei processi di mondializzazione, si era aperto il problema di come ripensare la democrazia (e quindi i modi dello “stare insieme”, e quindi il ruolo della politica) oltre il confine all’interno del quale –e solo all’interno del quale- era stata pensata, cioè quello dello Stato nazione novecentesco? E ciò valeva soprattutto per noi, per un paese dove lo Stato centralistico aveva rappresentato il vero collante tra le “2 Italie”, il mediatore e il garante di quel compromesso davvero storico su cui poggiava dopo Porta Pia l’unità del paese: il Nord aveva bisogno di un grande mercato protetto e lo trovava nei 20 milioni di abitanti del Sud, e pagava questo sbocco alla produzione delle sue fabbriche con la pioggia dei trasferimenti a sostegno non dello sviluppo ma dei redditi del Mezzogiorno. Il cui risparmio tornava poi al Nord attraverso il circuito bancario.E’ tutto questo che saltava.

Il problema quindi non era fare un “paese normale” ma farne uno diverso. E quindi –tra l’altro- non consegnare alla destra il tema del federalismo. Perché abbiamo esitato? Non credo che ci mancassero gli ingegneri delle istituzioni. La mia impressione è che tra tante spiegazioni quella che dovremmo di più prendere in considerazione è il non essere riusciti a dare al tema del Mezzogiorno una dimensione più ampia, più politica. Perché non l’abbiamo fatto? Il problema del Mezzogiorno non è mai stato un problema essenzialmente economico. Meno che mai lo è adesso. E ciò per la ragione evidente che –con la mondializzazione dei mercati- la questione meridionale non era più pensabile come questione interna italiana e non è più risolubile solo (dico solo) all’interno di una operazione nazionale. Inoltre, il Mezzogiorno non è il Galles, cioè una zona limitata afflitta da una crisi di deindustrializzazione che però si colloca all’interno di un grande paese come l’Inghilterra il cui profilo non dipende da ciò. Il Sud è quasi la metà dell’Italia ed è di gran lunga la più grande delle regioni europee. Il che significa che il tipo e la qualità del suo sviluppo sono condizionati ma, al tempo stesso, condizionano non solo quello italiano ma (in una certa misura, naturalmente) il tipo e la qualità dello sviluppo europeo. La convenienza del Nord per lo sviluppo del Mezzogiorno, e quindi le ragioni dello stare insieme, dipendono molto dalla capacità di inserire lo sviluppo del Sud in una più complessiva strategia europea, volta a contrastare le tendenze che tendono a trasformare l’Unione europea in semplici Stati che fanno da corona a un nuovo impero del centro, il cui sguardo è rivolto essenzialmente verso Est. Ma per stimolare l’interesse europeo verso questa grande penisola collocata nel cuore del Mediterraneo diventava indispensabile mettere in campo progetti anche limitati ma altamente qualitativi, anche simbolici, commisurati al fatto che il Mezzogiorno non è una “enclave” arretrata alla quale è sufficiente portare incentivi e servizi. E’ un sistema molto complesso, è una stratificazione di storie, di culture, di grandi realtà urbane, di ex capitali come Napoli e Palermo, è il luogo ideale di passaggio (anche come mediazione culturale) tra l’Europa e le altre sponde del Mediterraneo, dove 300 milioni di persone stanno uscendo dal sottosviluppo, chiedono investimenti e offrono nuovi mercati. Perciò era essenziale che il “federalismo” non partisse dall’egoismo separatista dei ricchi del Nord ma dalla necessità di formare una nuova classe dirigente meridionale. Spettava ai meridionali elaborare una diversa idea di sé in quanto anch’essi “italianieuropei”. Ho in mente l’appello appassionato di Franco Cassano ai meridionali perché ritrovino l’antica dignità di soggetti del pensiero italiano decisi ad interrompere la lunga sequenza in cui il Mezzogiorno è stato pensato solo da altri, sostanzialmente come una Italia minore, appendice arretrata (e corrotta) dell’Italia che conta.

Riassumendo, direi quindi che il limite principale nostro in questi anni è non essere riusciti a rendere abbastanza chiaro (anche a causa delle diatribe interne) che il terreno su cui si decideva lo scontro con la destra era mettere l’Italia in grado di partecipare in modo non passivo o subalterno a una costruzione sovranazionale (europea) senza con ciò cessare di essere una nazione. Il punto era, ed è, questo. E ciò per quella ragione fondamentale che indica Rusconi, e cioè perché una democrazia non può vivere se il sistema democratico non riesce più ad attingere ai valori della coesione nazionale, alle ragioni della solidarietà civile. Ed esattamente questi valori erano minacciati una volta venuti meno i soggetti e gli strumenti (i partiti, lo Stato centralistico) che erano stati, nel bene e nel male, i mediatori dell’appartenenza di siciliani e veneti, di progressisti e reazionari a una nazione con così forti squilibri e giunta così tardi all’unità statale. Di qui l’interrogativo, esplicitato da Rusconi, e cioè se esista un sostituto della nazione come fattore di quella integrazione etico-politica senza la quale una democrazia non può vivere a lungo.

7) Quale poteva essere questo sostituto? Biagio De Giovanni ripensando al dibattito di questi anni, dice di avere l’impressione che si è trattato di “culture residuali di storie pur importanti che prendevano senso in un altro contesto storico” In gran parte è così. Penso, però, che un giudizio più equanime dovrebbe portarci a riconoscere che almeno un settore della dirigenza della sinistra una cosa ha avuto ben chiara in testa: che il rilancio del riformismo italiano dipendeva essenzialmente dal modo come il nuovo partito si collocava rispetto a quel fatto veramente straordinario nella sua complessità, che è l’integrazione europea. Il paese era di fronte alla prova più difficile della sua storia. La condizione per superarla era che le forze dirigenti, innanzitutto politiche, misurassero su ciò i loro disegni e le loro ambizioni. Si trattava di guidare gli italiani in una impresa del tutto nuova, totalmente politica, nel senso più alto della parola: quella di integrare l’organismo italiano (e non a caso dico organismo, poiché chiamato in causa è l’insieme del sistema, insomma le virtù e i vizi degli italiani) in qualcosa, l’Europa, che è anch’esso un organismo storico nuovo, una grande potenza politica in formazione.

Altro, quindi, che fine della grande politica e riduzione dei partiti ad assemblaggi elettorali. Nella Europa in costruzione le nazioni con istituzioni e partiti deboli conteranno sempre meno. Conteranno le nazioni e i partiti che hanno radici, che hanno rapporti forti con le culture politiche europee, che sono in grado di gestire le nuove competenze non più solo nazionali del potere pubblico, e che porranno alla base del loro agire la difesa dell’interesse nazionale. Questo forse non si è capito abbastanza: che delegare una sovranità non è impresa semplice. Tanto più puoi delegare quanto più disponi di una forte identità e autostima. Quanto più sei capace di ridefinire il profilo anche culturale della nazione e di rielaborare (certo, in termini nuovi) quella cosa che è l’interesse nazionale. Altrimenti non deleghi nulla, ti metti solo nelle mani degli altri. Questo –sia detto senza retorica- è il tema che più di ogni altro ci da la misura degli errori compiuti e di chi ne porta le maggiori responsabilità.

8) Certo, guidare questo processo non era facile. In base ad esso cambiavano non solo le cose ma le categorie mentali con cui pensarle. Cambiava la dimensione della politica. Si allargava il suo teatro. E il conflitto tra le forze del progresso e quelle della reazione non poteva più svolgersi soltanto sul terreno nazionale ma investiva crucialmente l’Europa. Il che significava andare verso conflitti non meno drammatici, essendo la loro posta molto più alta, giacché riguardano il controllo dell’economia mondo (l’Euro minaccia il “signoraggio” del dollaro), il potere politico a livello mondiale e anche quello culturale e scientifico. Ma, prima ancora, riguardano le gerarchie interne all’Europa, il mutamento dei rapporti di forza, le nuove tendenze del suo sviluppo.

E’ perfino difficile capire perché in presenza di una realtà di questo genere si sia continuato a contrastare l’idea di un partito della sinistra europea contrapponendogli da il lato un vecchio e ormai ridicolo disprezzo dei comunisti per la socialdemocrazia, e dall’altro un cosiddetto partito democratico, tipica invenzione della provincia italiana. Ed è perfino stupefacente come si sia parlato tanto di schieramenti e di ingegnerie politiche e molto poco del fatto che, a seconda di come l’Europa si farà, si organizzerà al suo interno, secondo quali gerarchie, come peserà verso l’Est, oppure verso il Mediterraneo, in che rapporto si porrà con il resto del mondo cambiano tutti i termini delle questioni che abbiamo di fronte: la sorte del Mezzogiorno, come si è già accennato; la questione della competitività; la ridefinizione della giustizia sociale e della qualità sociale. E’ chiaro infatti che finita la vecchia economia industriale ed entrati come siamo in una nuova economia (informazione, conoscenza, servizi) la questione sociale dipende tutta dal modo come l’Italia si colloca nel processo di integrazione. L’economia italiana non può restare quella che è stata finora. O spingiamo avanti i processi innovativi e entriamo nel gioco delle nuove produzioni oppure ricadiamo all’indietro e restiamo ai margini. In altre parole la questione sociale dipende sempre più dal modo come si compete. Con la qualità oppure col prezzo? Nel primo caso si devono rompere le vecchie gabbie corporative e protezionistiche che ingessano la società italiana. E quindi, certo, occorre una sorta di rivoluzione liberale. Ma soprattutto bisogna occuparsi meno di distribuzione del reddito e più del capitale umano, del capitale sociale, di qualità dello sviluppo perché solo così si creano le condizioni per fare nuova occupazione, e soprattutto occupazione giovanile. Nel secondo caso si deve sapere che difendendo i vecchi assetti la sola arma per competere restano le produzioni povere e i bassi prezzi. E quindi è molto triste che una vecchia sinistra si sia schierata contro il suo governo invocando “più giustizia sociale”, senza rendersi conto che arroccarsi a difesa dei vecchi assetti produttivi e sociali, significava accettare che la competizione avvenga coi bassi salari, il lavoro nero, l’evasione fiscale, l’illegalità diffusa.

Se vogliamo avere la misura di quella che è stata la debolezza politica della sinistra basta mettere a confronto problemi di questa natura con l’infinito discorrere di nuovi partiti da inventare. Nel frattempo ci passava accanto la grande novità che riempiva di sé l’agenda politica del paese e che, obiettivamente, rilanciava alla grande la funzione nazionale della sinistra. Parlo del fatto che si era riaperto quel problema cruciale della nazione italiana –ivi compreso il ruolo dell’Italia nel mondo-, dopo la soluzione che ad esso dettero nel bene e nel male i grandi partiti di massa 50 anni fa. Non per caso allora vinse la DC in quanto fu essa che dette a questo problema della identità della nazione italiana la risposta più realistica (alleanza con l’America, Keynesismo nazionale, europeismo). Ma il punto su cui i DS dovrebbero molto riflettere autocriticamente è che questa volta le carte migliori in una vicenda che dopotutto riguarda l’egemonia nel periodo lungo erano finite nelle loro mani in quanto essi erano parte di quel socialismo che aveva preso la direzione della costruzione europea. E che quindi i garanti di un futuro progressivo per l’Italia eravamo noi. Noi, cioè quel partito che continuava a pentirsi, a chiedere scusa, a considerarsi provvisorio. Quando invece era evidente che la trasformazione della sinistra italiana in un grande partito del socialismo europeo non era solo nell’interesse nostro ma nell’interesse della nazione. E, a ben vedere, anche nell’interesse dei nostri alleati.

Era cruciale dunque, e non per noi soltanto, la fondazione di un nuovo grande Partito della sinistra europea. Perché, nella sostanza, l’impresa non è riuscita?

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